L’altro giorno mi è successo questo: una ditta esterna ha tranciato due radici di un grosso albero nella nostra proprietà. Stanno facendo dei lavori (pura e semplice speculazione edilizia) e hanno costruito un muro qui sotto le mie finestre. Nel fare il muro, si sono trovati davanti l’albero e hanno tirato diritti; ma passi. Intanto che si discute su chi dovrà pagare l’abbattimento dell’albero nel caso che muoia o che cada (tagliare un albero così alto costa un sacco di soldi, per chi non lo sapesse), ecco che il geometra responsabile del cantiere, con eleganza e nonchalance, passa a quello che secondo lui è invece l’argomento principale di cui preoccuparsi, e cioè il tubo del gas metano, che passa quasi a fior di terra. Lo indica: perpendicolare al muro. Ve ne eravate mai accorti? Certo che sì, ma fino a ieri qui c’era un giardino, qui sopra passavano soltanto gatti e lucertole, è così da più di quarant’anni, l’azienda del gas lo sa, e se voi non aveste aperto quel cantiere inutile a due passi da un parco regionale il problema non si sarebbe posto. Intanto che ragiono così, mi accorgo che il discorso è passato elegantemente ad altro. Si sa, un’impresa edile o un’immobiliare fanno sempre comodo. Così, quando mi chiedono: «Tu che ne pensi?» rispondo che io sto male, e che torno di sopra.
Così facendo, temo d’esser passato per matto. Categoria alla quale ormai mi onoro di appartenere, dato che i sani di mente oggi sono fatti in questo modo:
- i sani di mente aprono un cantiere dove c’è un tubo del gas a mezzo metro dalla superficie; lo vedono, non avvertono nessuno, non chiudono il cantiere, ci fanno passare sopra una ruspa, scavano, ci costruiscono sopra un muro. A lavori finiti ti dicono sorridendo che hai un problema col tubo del gas.
- i sani di mente costruiscono nei letti dei fiumi e dei torrenti.
- i sani di mente fanno i condoni edilizi un anno sì e un anno pure.
- i sani di mente danno concessioni edilizie assurde, ed emanano leggi che consentono qualsiasi cosa, pur di fare speculazioni edilizie.
Eccetera. Il tutto, lo ammetto, aggravato da un fatto: la settimana scorsa ho preso una testata che è guarita subito, meno di tre giorni, ma purtroppo mi è sceso l’ematoma sotto gli occhi, fino agli zigomi; e non è ancora andato via. Ecco, in questi giorni ho davvero l’aspetto del pazzo.
Achille Campanile, da “Gli asparagi e l’immortalità dell’anima”
Io certe volte sospetto di essere pazzo. E certe volte ne ho l'assoluta certezza e allora vorrei abbandonare ogni finzione di saviezza. Come è riposante non simulare più! La cosiddetta saggezza non è assenza di pazzia, perché tutti abbiamo la stoffa dei pazzi. É soltanto possibilità di simulare e possesso maggiore di alcuni freni. Il bello è, poi, che quando mi convinco di essere pazzo e decido di gettar la maschera della saggezza, mi sento in un certo senso rinsavito. Finché simulavo la saggezza, mi sentivo pazzo. Abbandonandomi alla follia, mi sento savio. Andate a spiegare una cosa simile.
La maggior percentuale di sofferenze e di dolori - morali, s'intende -- che ci procuriamo deriva dal fatto che, salvo alcune fortunate eccezioni, noi siamo dei pazzi costretti a fingerci savi e a regolarci come tali. Le fortunate eccezioni non si riferiscono a persone che non sono pazze, ma a quelle che, essendolo, non sono costrette alla simulazione. Il male consiste nel fatto che il mondo riconosce ma non accetta la pazzia e perciò obbliga alla simulazione. Intanto, però, ognuno la riconosce soltanto negli altri. Spesso da quello di cui dice: « È pazzo », il mondo pretende atti da savio.
Ora io non voglio dire che la saviezza sia infelicità e sofferenza. Lo è in quanto simulata. E questa apparente saviezza è la peggior forma di pazzia, la più sinistra, la più dolorosa. Invece la saviezza dovrebbe consistere nel capire quello che si è ed esserlo veramente. Un pazzo sarà savio se si considererà pazzo e se si regolerà e ragionerà da pazzo. Sarà due volte pazzo se cercherà di regolarsi e di ragionare da savio. Beninteso, un savio sarà savio se si regolerà e ragionerà da savio.
In generale siamo dei pazzi che recitiamo la parte di persone savie, l'uno con l'altro. Il cosiddetto inconscio che cos'è se non una delle numerose forme di pazzia che sono in noi? È molto strana la commedia che recitiamo: tutti siamo pazzi in varia misura, che simulano la saviezza. Chi molla, o s’abbandona, viene estromesso materialmente o moralmente dalla società; non tutti e non sempre siamo consci della simulazione.
Prendiamo due individui. Premesso che entrambi sono pazzi e simulano la saviezza, si possono dare i seguenti casi, quanto alla pazzia: ognuno dei due 1) ignora di sé e dell'altro; 2) ignora di sé, ma sa dell'altro; 3) sa di sé, ma ignora dell'altro; 4) sa di sé e dell'altro.
Mescolate le otto situazioni in tutte le possibili combinazioni. Per esempio, A potrebbe trovarsi nella situazione 1 e B nella situazione 2, ecc. In ognuna di queste situazioni, il risultato apparente sarà sempre il medesimo, in virtù della generale simulazione più o meno cosciente o incosciente.
Basta: afflitto, come dicevo, dal dubbio di essere pazzo, volli consigliarmi con un medico circa l'opportunità di sottopormi a un esame psichiatrico.
«Ma sei pazzo?» mi disse quegli. « Perché vuoi farlo? Sarebbe una pazzia andare a mettersi in bocca al lupo.»
« Naturalmente, » dissi « se sono pazzo, niente di strano che commetta delle pazzie. »
« Che vuol dire? » esclamò l'altro, ridendo bonariamente.« Anch'io sono pazzo. Ma non lo dico a nessuno. Fossi matto. »
« Perché? »
« Ma andiamo, dovrei esser pazzo per rivelare d'esser pazzo. Simulo. Fa' altrettanto tu e non ti crear problemi. »
Mentre me ne andavo, mi richiamò.
« Per carità, » fece « non lo dire a nessuno. » « Che cosa? »
« Che sono pazzo. »
« Credo che già si sappia. »
Andai da un amico.
« Vorrei simulare la saggezza » gli dissi.
« Ti consiglio di non imitare me, allora » mi disse.
Malgrado il parere del medico, mi presentai al manicomio e chiesi d'esser messo in osservazione.
« Che sintomi avete? » mi domandò il direttore.
« Ecco, io mi considero pazzo. »
« Non basta. Bisogna assodare se lo siete davvero. »
«Perché? Nel caso che io fossi pazzo, lei mi considererebbe pazzo?»
« Evidentemente. »
« E sbaglierebbe. Se io fossi realmente pazzo, non sarei pazzo a considerarmi pazzo. Mentre, se non lo fossi, è chiaro che lo sarei per il fatto di ritenermi tale. »
« Ma in che consisterebbe allora la vostra pazzia? » ;
« Nel credermi pazzo senza esserlo. »
« Ma allora non sareste pazzo, se non lo siete. »
« Lo sarei in quanto, senza esserlo, mi ritengo tale. Se mi ritenessi pazzo essendolo realmente, questo mio credermi pazzo non sarebbe pazzia; mentre lo è se non lo sono. »
Il direttore del manicomio si passò una mano sulla fronte.
« Voi mi fate diventare pazzo » mormorò. Si volse all'assistente: « Cosicché, dovremmo metterlo al manicomio se non è pazzo? ».
« Precisamente » fece l'assistente. « Perché, non essendolo, ritiene di esserlo. Questa è la sua forma di pazzia. »
« Ma con questo ragionamento » obbiettò il direttore « se fosse pazzo non lo metteremmo al manicomio. »
« Beninteso. È pazzo se non è pazzo. »
« Ma siete pazzo voi. »
« Sarei pazzo se non ritenessi pazzo uno che non essendo pazzo si considera pazzo e che non sarebbe pazzo a considerarsi pazzo, se fosse realmente pazzo. »
A tagliar corto il direttore mi sottopose a una minuziosa visita, sperimentò le mie reazioni, mi interrogò e alla fine mi batté affettuosamente la mano sulla spalla e disse congedandomi :
« Andate, andate tranquillo; questo vostro ritenervi pazzo non è sintomo di pazzia, inquantoché siete realmente pazzo ».
Me ne andai tranquillizzato, sereno, ormai, essendomi tolto un gran peso dallo stomaco : dunque non sono pazzo, visto che sono pazzo.
(Achille Campanile, il racconto "Pazzi" da "Gli asparagi e l'immortalità dell'anima")
PS: “Far finta di essere sani” è un verso di Giorgio Gaber, ed è anche il titolo di un suo spettacolo.
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giovedì 24 novembre 2011
sabato 9 luglio 2011
Scuola di filosofia
Ragionando sulla filosofia, ho avuto due soli e grandi maestri: Gino Cornabò e Achille Campanile.
Asparagi e immortalità dell'anima
Non c'è alcun rapporto fra gli asparagi e l'immortalità dell'anima. Quelli sono un legume appartenente alla famiglia delle asparagine, credo, ottimo lessato e condito con olio, aceto, sale e pepe. Alcuni preferiscono il limone all'aceto; anche eccellente è l'asparago cotto col burro e condito con formaggio parmigiano. Alcuni ci mettono un uovo frittellato sopra, e ci sta benissimo. L'immortalità dell'anima, invece, è una questione; questione, occorre aggiungere, che da secoli affatica le menti dei filosofi. Inoltre gli asparagi si mangiano, mentre l'immortalità dell'anima no. Questa, insomma, appartiene al mondo delle idee. Naturalmente, nel caso in esame, all'idea corrisponde un fatto. Da questo punto di vista si può dire che l'immortalità dell'anima è una qualità dell'anima, una proprietà peculiare dell'anima, un concetto insomma, il quale indica il fatto che le anime sono immortali. Siamo sempre ben lontani dagli asparagi.
Altra differenza è che sono state scritte molte più opere sull'immortalità dell'anima, che sugli asparagi. Almeno credo. Ancora: non tutti credono all'immortalità dell'anima, mentre che degli asparagi e della loro esistenza tutti sono certi, nessuno ne dubita. Eppure la verità è proprio l'opposto: si può dubitare dell'esistenza degli asparagi, non dell'immortalità dell'anima. Tuttavia, anche così, tra gli uni e l'altra c'è un enorme divario. Ciò senza dire d'infinite altre differenze fra quelli e questa.
Vediamo ora se e in quali direzioni si possano ricercare punti di contatto fra gli asparagi e l'immortalità dell'anima. Questa e quelli possono generalmente considerarsi cose gradevoli. Difatti, se l'anima non fosse immortale, nulla resterebbe di noi, e questo sarebbe molto sgradevole. Di tutt'altro genere è la gradevolezza degli asparagi, che graditi sono al palato.
Mi accorgo che casualmente m'è venuta sotto la penna un'analogia del tutto accidentale fra gli asparagi e l'immortalità dell'anima: m'è capitato, cioè, di dire che, se l'anima non fosse immortale, nulla resterebbe di noi; invece, essendo essa immortale, resta molto, resta la parte migliore di noi. Anche degli asparagi resta molto, purtroppo; ma al contrario di noi, non la parte migliore o più nobile. Anzi, resta la peggiore, il gambo. Tuttavia, esso resta in misura considerevole, il che non avviene nel caso d'altri vegetali già cotti, come, per esempio, gli spinaci, che sono interamente commestibili. Forse questo è l'unico punto di contatto fra l'immortalità dell'anima e gli asparagi e sono lieto di averlo trovato, sia pure involontariamente e per mero caso, perché questo dà un contenuto positivo all'indagine che ci eravamo proposti e ci procura dei risultati che vanno oltre le più ottimistiche previsioni. Ma, ripeto, è un contatto puramente formale ed esteriore, in quanto c'è una bella differenza fra l'anima e un gambo d'asparago! Non solo. Ma questa analogia del tutto formale non è nemmeno esclusiva degli asparagi, poiché anche i carciofi si trovano nella stessa situazione, quanto a percentuale di scarto.
Per concludere e terminarla con un'indagine che la mancanza di idonei risultati rende quanto mai penosa, dobbiamo dire che, da qualunque parte si esamini la questione, non c'è nulla di comune fra gli asparagi e l'immortalità dell'anima.
(Achille Campanile, da "Gli asparagi e l'immortalità dell'anima", ed. BUR Rizzoli 1978)
Asparagi e immortalità dell'anima
Non c'è alcun rapporto fra gli asparagi e l'immortalità dell'anima. Quelli sono un legume appartenente alla famiglia delle asparagine, credo, ottimo lessato e condito con olio, aceto, sale e pepe. Alcuni preferiscono il limone all'aceto; anche eccellente è l'asparago cotto col burro e condito con formaggio parmigiano. Alcuni ci mettono un uovo frittellato sopra, e ci sta benissimo. L'immortalità dell'anima, invece, è una questione; questione, occorre aggiungere, che da secoli affatica le menti dei filosofi. Inoltre gli asparagi si mangiano, mentre l'immortalità dell'anima no. Questa, insomma, appartiene al mondo delle idee. Naturalmente, nel caso in esame, all'idea corrisponde un fatto. Da questo punto di vista si può dire che l'immortalità dell'anima è una qualità dell'anima, una proprietà peculiare dell'anima, un concetto insomma, il quale indica il fatto che le anime sono immortali. Siamo sempre ben lontani dagli asparagi.
Altra differenza è che sono state scritte molte più opere sull'immortalità dell'anima, che sugli asparagi. Almeno credo. Ancora: non tutti credono all'immortalità dell'anima, mentre che degli asparagi e della loro esistenza tutti sono certi, nessuno ne dubita. Eppure la verità è proprio l'opposto: si può dubitare dell'esistenza degli asparagi, non dell'immortalità dell'anima. Tuttavia, anche così, tra gli uni e l'altra c'è un enorme divario. Ciò senza dire d'infinite altre differenze fra quelli e questa.
Vediamo ora se e in quali direzioni si possano ricercare punti di contatto fra gli asparagi e l'immortalità dell'anima. Questa e quelli possono generalmente considerarsi cose gradevoli. Difatti, se l'anima non fosse immortale, nulla resterebbe di noi, e questo sarebbe molto sgradevole. Di tutt'altro genere è la gradevolezza degli asparagi, che graditi sono al palato.
Mi accorgo che casualmente m'è venuta sotto la penna un'analogia del tutto accidentale fra gli asparagi e l'immortalità dell'anima: m'è capitato, cioè, di dire che, se l'anima non fosse immortale, nulla resterebbe di noi; invece, essendo essa immortale, resta molto, resta la parte migliore di noi. Anche degli asparagi resta molto, purtroppo; ma al contrario di noi, non la parte migliore o più nobile. Anzi, resta la peggiore, il gambo. Tuttavia, esso resta in misura considerevole, il che non avviene nel caso d'altri vegetali già cotti, come, per esempio, gli spinaci, che sono interamente commestibili. Forse questo è l'unico punto di contatto fra l'immortalità dell'anima e gli asparagi e sono lieto di averlo trovato, sia pure involontariamente e per mero caso, perché questo dà un contenuto positivo all'indagine che ci eravamo proposti e ci procura dei risultati che vanno oltre le più ottimistiche previsioni. Ma, ripeto, è un contatto puramente formale ed esteriore, in quanto c'è una bella differenza fra l'anima e un gambo d'asparago! Non solo. Ma questa analogia del tutto formale non è nemmeno esclusiva degli asparagi, poiché anche i carciofi si trovano nella stessa situazione, quanto a percentuale di scarto.
Per concludere e terminarla con un'indagine che la mancanza di idonei risultati rende quanto mai penosa, dobbiamo dire che, da qualunque parte si esamini la questione, non c'è nulla di comune fra gli asparagi e l'immortalità dell'anima.
(Achille Campanile, da "Gli asparagi e l'immortalità dell'anima", ed. BUR Rizzoli 1978)
sabato 14 maggio 2011
L'attrazione del vuoto
Ogni tanto capita, nei libri, di imbattersi in un personaggio e dire: "ma questo sono io". A me è andata bene: il mio ritratto l'ha fatto Achille Campanile. Questo qui sotto sono proprio io, mi chiedo ancora come avrà fatto Campanile a farmi un ritratto così perfetto, dato che non ci siamo mai incontrati (un giorno o l'altro vado su a chiederglielo).
Achille Campanile
L'ATTRAZIONE DEL VUOTO
Si narra di persone che, affacciate su un abisso profondissimo o da un'altissima torre, provano un senso di "attrazione del vuoto". Forse il pensiero che un atto tanto semplice e tanto grave, quale è il buttarsi giù, dipende da un loro piccolissimo gesto, sicché il farlo o non farlo è soltanto attaccato all'esile filo della loro volontà, riempie questi signori - spero che non sieno molti, in verità - d'un tale timore di "indursi a buttarsi giù", di non riuscire ad evitare un atto gravissimo il quale dipende unicamente da essi stessi, che finiscono con l'esser presi dal capogiro e col precipitarsi nel vuoto.
Giorgio era andato a visitare un autorevole personaggio a cui doveva chiedere un favore e che lo ricevé con molta affabilità. Era costui un uomo a cui l'autorevolezza non impediva d'esser cordiale. Col bel volto rasato, largo, aperto e sorridente, stette ad ascoltare Giorgio e si dimostrò molto ben disposto verso di lui. Quando questi ebbe finito di parlare, l'autorevole uomo gli disse che l'avrebbe aiutato molto volentieri e si diffuse a parlare del caso di Giorgio e delle possibilità che aveva e che avrebbe sfruttato a vantaggio di lui. Mentre egli parlava con la massima gentilezza protendendo il bel faccione roseo, rasato, autorevole, Giorgio era molestato da un pensiero: «Se all'improvviso, senz'alcuna ragione, gli dessi uno schiaffo?»
Cosa terribile. Che figura avrebbe fatto! E quale sorpresa per l'autorevole personaggio che certo non se l'aspettava, tanto più che stava parlando affabilmente a Giorgio e gli assicurava il proprio appoggio. Per quanto Giorgio ci pensasse, non arrivava a figurarsi quello che sarebbe accaduto se egli avesse dato uno schiaffo all'autorevole personaggio. La maraviglia di questo, insieme con l'indignazione. Ne avrebbe avuto ben d'onde. Giorgio pensava anche : «Danneggerei me stesso.»
E pensava contro di sé : «Soprattutto mi farebbe male al cuore; non me lo perdonerei, se gli dessi uno schiaffo; è un galantuomo, una persona così gentile.»
Il personaggio, continuando a parlare cortesemente, guardava Giorgio negli occhi, e questi pensava: «Non immagina mai che in questo momento io penso a quello che avverrebbe se gli dessi uno schiaffo. E come potrebbe pensarlo? Sarebbe proprio un atto ingiustificato, assurdo. Ma pensare, se si potesse leggere nel pensiero!» E al pensiero che l'altro non gli poteva leggere nel pensiero, provava quasi una gioia maligna. Gli pareva di stare al riparo mentre fuori imperversava il temporale. Atteggiava più che mai il volto a una sincera espressione di rispettosa ascoltazione e più che mai pensava: Ciàc! Su quel bel faccione. Che catastrofe! Resterebbe sbalordito e indignato; correrebbero gli uscieri; forse sarei arrestato; o messo al manicomio; non potrei in nessun modo giustificare un atto simile, che nulla in realtà giustificherebbe. Sarei un mascalzone.
Un'ilarità interna gli solleticava lo stomaco mentre ascoltava compunto l'autorevole personaggio. Poi pensava: «Mascalzone che sono, anche senza dargli uno schiaffo. Mi sta promettendo appoggi e io penso a quel che avverrebbe se gli dessi uno schiaffo. Sono pensieri che non dovrebbero nemmeno venirmi». E quasi rabbrividendo: «Che pandemonio avverrebbe! E che figura! Vorrei esser sotterra». Poi, mentre l'altro lo guardava negli occhi con occhi benevoli e del tutto ignari: Ciàc!, su quel bel faccione. Non t'immagini nemmeno lontanamente quello che mi passa per la testa. Basterebbe un piccolo gesto. Il faccione è a portata di mano. Ciàc! e il disastro. Non dipende che da me il non farlo. È un atto gravissimo e semplicissimo di cui l'evitarlo non dipende che dall'esile filo della mia volontà. E il farlo altrettanto: nessuno sforzo né fisico né di volontà; per farlo non mi occorrerebbe che compiere un piccolo moto della mano; con una spaventosa facilità creerei una situazione spaventosa per me. È un pericolo terribile. E se il filo della mia volontà, che mi trattiene e che potrei spezzare con un niente, si spezzasse? Non dipende che da me. Ciàc!
Ciàc! Ciàc!, rideva lo spiritello maligno nello stomaco.
Il faccione sorrideva benevolo, florido, proprio lì, a pochi centimetri di distanza. Non dipende che da me. Sono alla mercè della mia volontà. Che disastro sarebbe! Ciàc!
Lo schiocco secco risuonò all'improvviso nel queto salone. Il faccione era rimasto senza fiato, boccheggiante, per un attimo. Poi si rovesciò gridando su Giorgio che era diventato un cencio e si guardava la mano terrorizzato.
Giorgio si lasciò malmenare e trascinar via dagli uscieri. Udì voci indignate che gridavano «mascalzone», «delinquente» e «pazzo». Non oppose la minima resistenza. Capiva benissimo d'aver torto marcio e avrebbe voluto sprofondar sotterra per la vergogna; specie agli occhi di quell'uomo così gentile e benevolo verso di lui. Per lui provava una pena acuta. Avrebbe voluto riacquistarne subito la stima e la benevolenza. Dirgli che sapeva di averlo colpito ingiustamente e che ne era pentito.
Quando lo interrogarono non seppe proprio giustificare l'atto. E in realtà non c'era nessuna giustificazione possibile. Anzi, egli avrebbe avuto tutte le ragioni per trattare col massimo riguardo una persona gentile che lo aiutava. Oltre tutto egli aveva danneggiato se stesso. E questa era la miglior difesa per lui. Nessun risentimento. Al contrario. Ma allora perché lo aveva fatto? Proprio per questo; perché sarebbe stato assurdo, addirittura spaventoso fare una cosa tanto grave e tanto fuori luogo. Non lo capivano. Lo credevano pazzo. Ma dentro di sé, pur ammettendo che aveva torto marcio, che aveva fatto una cosa ingiusta e gravissima senza ragione, Giorgio sapeva benissimo di non essere pazzo.
(Achille Campanile, da “Gli asparagi e l’immortalità dell’anima”, 1978, ed. tascabili BUR Rizzoli)
Achille Campanile
L'ATTRAZIONE DEL VUOTO
Si narra di persone che, affacciate su un abisso profondissimo o da un'altissima torre, provano un senso di "attrazione del vuoto". Forse il pensiero che un atto tanto semplice e tanto grave, quale è il buttarsi giù, dipende da un loro piccolissimo gesto, sicché il farlo o non farlo è soltanto attaccato all'esile filo della loro volontà, riempie questi signori - spero che non sieno molti, in verità - d'un tale timore di "indursi a buttarsi giù", di non riuscire ad evitare un atto gravissimo il quale dipende unicamente da essi stessi, che finiscono con l'esser presi dal capogiro e col precipitarsi nel vuoto.
Giorgio era andato a visitare un autorevole personaggio a cui doveva chiedere un favore e che lo ricevé con molta affabilità. Era costui un uomo a cui l'autorevolezza non impediva d'esser cordiale. Col bel volto rasato, largo, aperto e sorridente, stette ad ascoltare Giorgio e si dimostrò molto ben disposto verso di lui. Quando questi ebbe finito di parlare, l'autorevole uomo gli disse che l'avrebbe aiutato molto volentieri e si diffuse a parlare del caso di Giorgio e delle possibilità che aveva e che avrebbe sfruttato a vantaggio di lui. Mentre egli parlava con la massima gentilezza protendendo il bel faccione roseo, rasato, autorevole, Giorgio era molestato da un pensiero: «Se all'improvviso, senz'alcuna ragione, gli dessi uno schiaffo?»
Cosa terribile. Che figura avrebbe fatto! E quale sorpresa per l'autorevole personaggio che certo non se l'aspettava, tanto più che stava parlando affabilmente a Giorgio e gli assicurava il proprio appoggio. Per quanto Giorgio ci pensasse, non arrivava a figurarsi quello che sarebbe accaduto se egli avesse dato uno schiaffo all'autorevole personaggio. La maraviglia di questo, insieme con l'indignazione. Ne avrebbe avuto ben d'onde. Giorgio pensava anche : «Danneggerei me stesso.»
E pensava contro di sé : «Soprattutto mi farebbe male al cuore; non me lo perdonerei, se gli dessi uno schiaffo; è un galantuomo, una persona così gentile.»
Il personaggio, continuando a parlare cortesemente, guardava Giorgio negli occhi, e questi pensava: «Non immagina mai che in questo momento io penso a quello che avverrebbe se gli dessi uno schiaffo. E come potrebbe pensarlo? Sarebbe proprio un atto ingiustificato, assurdo. Ma pensare, se si potesse leggere nel pensiero!» E al pensiero che l'altro non gli poteva leggere nel pensiero, provava quasi una gioia maligna. Gli pareva di stare al riparo mentre fuori imperversava il temporale. Atteggiava più che mai il volto a una sincera espressione di rispettosa ascoltazione e più che mai pensava: Ciàc! Su quel bel faccione. Che catastrofe! Resterebbe sbalordito e indignato; correrebbero gli uscieri; forse sarei arrestato; o messo al manicomio; non potrei in nessun modo giustificare un atto simile, che nulla in realtà giustificherebbe. Sarei un mascalzone.
Un'ilarità interna gli solleticava lo stomaco mentre ascoltava compunto l'autorevole personaggio. Poi pensava: «Mascalzone che sono, anche senza dargli uno schiaffo. Mi sta promettendo appoggi e io penso a quel che avverrebbe se gli dessi uno schiaffo. Sono pensieri che non dovrebbero nemmeno venirmi». E quasi rabbrividendo: «Che pandemonio avverrebbe! E che figura! Vorrei esser sotterra». Poi, mentre l'altro lo guardava negli occhi con occhi benevoli e del tutto ignari: Ciàc!, su quel bel faccione. Non t'immagini nemmeno lontanamente quello che mi passa per la testa. Basterebbe un piccolo gesto. Il faccione è a portata di mano. Ciàc! e il disastro. Non dipende che da me il non farlo. È un atto gravissimo e semplicissimo di cui l'evitarlo non dipende che dall'esile filo della mia volontà. E il farlo altrettanto: nessuno sforzo né fisico né di volontà; per farlo non mi occorrerebbe che compiere un piccolo moto della mano; con una spaventosa facilità creerei una situazione spaventosa per me. È un pericolo terribile. E se il filo della mia volontà, che mi trattiene e che potrei spezzare con un niente, si spezzasse? Non dipende che da me. Ciàc!
Ciàc! Ciàc!, rideva lo spiritello maligno nello stomaco.
Il faccione sorrideva benevolo, florido, proprio lì, a pochi centimetri di distanza. Non dipende che da me. Sono alla mercè della mia volontà. Che disastro sarebbe! Ciàc!
Lo schiocco secco risuonò all'improvviso nel queto salone. Il faccione era rimasto senza fiato, boccheggiante, per un attimo. Poi si rovesciò gridando su Giorgio che era diventato un cencio e si guardava la mano terrorizzato.
Giorgio si lasciò malmenare e trascinar via dagli uscieri. Udì voci indignate che gridavano «mascalzone», «delinquente» e «pazzo». Non oppose la minima resistenza. Capiva benissimo d'aver torto marcio e avrebbe voluto sprofondar sotterra per la vergogna; specie agli occhi di quell'uomo così gentile e benevolo verso di lui. Per lui provava una pena acuta. Avrebbe voluto riacquistarne subito la stima e la benevolenza. Dirgli che sapeva di averlo colpito ingiustamente e che ne era pentito.
Quando lo interrogarono non seppe proprio giustificare l'atto. E in realtà non c'era nessuna giustificazione possibile. Anzi, egli avrebbe avuto tutte le ragioni per trattare col massimo riguardo una persona gentile che lo aiutava. Oltre tutto egli aveva danneggiato se stesso. E questa era la miglior difesa per lui. Nessun risentimento. Al contrario. Ma allora perché lo aveva fatto? Proprio per questo; perché sarebbe stato assurdo, addirittura spaventoso fare una cosa tanto grave e tanto fuori luogo. Non lo capivano. Lo credevano pazzo. Ma dentro di sé, pur ammettendo che aveva torto marcio, che aveva fatto una cosa ingiusta e gravissima senza ragione, Giorgio sapeva benissimo di non essere pazzo.
(Achille Campanile, da “Gli asparagi e l’immortalità dell’anima”, 1978, ed. tascabili BUR Rizzoli)
martedì 3 maggio 2011
La rivolta delle sette
Io lo so che si dovrebbe distinguere tra pésca e pèsca, ma essendo per nascita lombardo non lo faccio mai e dico sempre pèsca, in ogni caso. Del resto, non mi ricordo neanche più quale delle due è la pésca e quale è la pèsca, né mi sembra che gli altri ci facciano caso più di tanto. In più, se usate il correttore ortografico di word e scrivete "perchè" lo troverete segnalato come errore: in italiano la dizione esatta è "perché"; la stessa vale per la particella né, che se è negazione non va scritta "nè". Ma qui entra anche una componente di pigrizia: per scrivere la lettera " é " bisogna premere il tasto delle maiuscole, e invece la " è " è così comoda e invitante...
Preso da queste ponderose considerazioni, non posso non ripensare ad Achille Campanile: il racconto è tratto da "Manuale di conversazione", edito da Rizzoli, Premio Viareggio nel 1973.
LA RIVOLTA DELLE SETTE.
La cosa più strana, circa l'avvenimento di cui hanno parlato i giornali e che va sotto il nome di rivolta delle sette, è che essa era stata fissata per le sei. Ma in realtà poteva esser fissata per un'ora qualsiasi, poiché per sette s'intendeva non l'ora, ma le associazioni segrete che pullulano in quel paese. Sette, plurale di setta.
Purtroppo, finché c'è una sola setta, tutta va liscio; ma, quando esse cominciano a moltiplicarsi, si salvi chi può. E questa fu causa non ultima dei guai a cui andò incontro il moto insurrezionale.
Difatti gli organizzatori fissarono la sommossa, come detto, per le sei del pomeriggio. Ora comoda, né troppo presto né troppo tardi che permetteva a tutti di parteciparvi senza scombussolare né l'orario d'ufficio né quello della cena. 1 congiurati si passarono la voce, come è buon uso nelle congiure, e del resto non si può fare diversamente in questi casi, e bisogna farlo con le dovute cautele. Un congiurato, passando accanto a un altro, mormorava in fretta, senza guardarlo, per non dar nell'occhio agli altri passanti:
" Ci vediamo alla rivolta delle sette ".
L'altro credeva che alludesse non alle associazioni, ma alle ore. Né, del resto, poteva stare a domandare spiegazioni, anzi doveva filar via come niente fosse. Così pure, si svolgevano dialoghi di questo genere:
" Anche tu fai parte della rivolta... ".
" ... delle sette, sì. " .
E i capi facevano circolare l'ordine: " Domani, tutti alla rivolta delle sette! Nessuno manchi ".
Conclusione: la maggior parte dei congiurati si presentò alle sette invece che alle sei. Voi capite che, in una faccenda di questo genere, un ritardo può esser fatale. Determinò il fallimento. Fu per questo che, in un successivo tentativo, l'ora della rivolta fu fissata, a scanso d'equivoci, per le sette. Col che gli organizzatori ottennero che, nominando soltanto il moto sedizioso, si diceva contemporaneamente anche l'ora per cui era fissato e, d'altro canto, dicendo l'ora, si indicava anche a quale moto si alludeva, con evidente risparmio di tempo e di spesa, per tutto quello che si riferisce a stampati, circolari, ecc Alcuni più pignoli dicevano:
" La rivolta delle sette delle sette ".
Ora bisogna sapere che le sette, in quel paese, erano una ventina, ma alla rivolta partecipavano soltanto sette di esse, e non fra le più importanti. Quindi fu necessario dire: "La rivolta delle sette sette ", oppure: " La rivolta delle sette sette delle sette ".
Ciò anche quando, prevalendo la tendenza unificatrice, le sette si ridussero a sette.
Ogni setta, era composta di sette membri, i quali erano chiamati i sette delle sette sette, e il loro moto sovversivo si chiamò la rivolta dei sette delle sette sette delle sette.
La cosa grave è che c'era un'altra rivolta, o meglio una controrivolta, un movimento reazionario, insomma, i cui promotori nulla avevano a che fare con la prima e anzi erano contro di essa e contro ogni setta.
Disgraziatamente questi, ignorando che l'altra rivolta era fissata per. le sette, fissarono per la stessa ora anche la loro. Non vi dico quello che successe fra i congiurati delle due parti, che fecero confusioni tremende, sicché gli antisette finirono fra le sette, verso le sette e mezzo, e le sette, fra gli antisette alle sette.
La controrivolta si chiamò la rivolta delle sette degli antisette contro la rivolta dei sette delle sette sette delle sette.
In attesa che essa scoppiasse, i congiurati giocavano a tressette. E questi giuochi passarono alla storia come i tressette della rivolta antisette delle sette, contro quella dei sette delle sette sette delle sette.
Un caso curioso avvenne quando uno dei sette congiurati della rivolta delle sette contro quella dei sette delle sette sette, giocando al tressette verso le sette, si fece un sette ai pantaloni: e questo si dovette chiamarlo il sette dei tressette d'uno dei sette della rivolta antisette delle sette contro quella dei sette delle sette sette delle sette.
(Achille Campanile, da "Manuale di conversazione")
Preso da queste ponderose considerazioni, non posso non ripensare ad Achille Campanile: il racconto è tratto da "Manuale di conversazione", edito da Rizzoli, Premio Viareggio nel 1973.
LA RIVOLTA DELLE SETTE.
La cosa più strana, circa l'avvenimento di cui hanno parlato i giornali e che va sotto il nome di rivolta delle sette, è che essa era stata fissata per le sei. Ma in realtà poteva esser fissata per un'ora qualsiasi, poiché per sette s'intendeva non l'ora, ma le associazioni segrete che pullulano in quel paese. Sette, plurale di setta.
Purtroppo, finché c'è una sola setta, tutta va liscio; ma, quando esse cominciano a moltiplicarsi, si salvi chi può. E questa fu causa non ultima dei guai a cui andò incontro il moto insurrezionale.
Difatti gli organizzatori fissarono la sommossa, come detto, per le sei del pomeriggio. Ora comoda, né troppo presto né troppo tardi che permetteva a tutti di parteciparvi senza scombussolare né l'orario d'ufficio né quello della cena. 1 congiurati si passarono la voce, come è buon uso nelle congiure, e del resto non si può fare diversamente in questi casi, e bisogna farlo con le dovute cautele. Un congiurato, passando accanto a un altro, mormorava in fretta, senza guardarlo, per non dar nell'occhio agli altri passanti:
" Ci vediamo alla rivolta delle sette ".
L'altro credeva che alludesse non alle associazioni, ma alle ore. Né, del resto, poteva stare a domandare spiegazioni, anzi doveva filar via come niente fosse. Così pure, si svolgevano dialoghi di questo genere:
" Anche tu fai parte della rivolta... ".
" ... delle sette, sì. " .
E i capi facevano circolare l'ordine: " Domani, tutti alla rivolta delle sette! Nessuno manchi ".
Conclusione: la maggior parte dei congiurati si presentò alle sette invece che alle sei. Voi capite che, in una faccenda di questo genere, un ritardo può esser fatale. Determinò il fallimento. Fu per questo che, in un successivo tentativo, l'ora della rivolta fu fissata, a scanso d'equivoci, per le sette. Col che gli organizzatori ottennero che, nominando soltanto il moto sedizioso, si diceva contemporaneamente anche l'ora per cui era fissato e, d'altro canto, dicendo l'ora, si indicava anche a quale moto si alludeva, con evidente risparmio di tempo e di spesa, per tutto quello che si riferisce a stampati, circolari, ecc Alcuni più pignoli dicevano:
" La rivolta delle sette delle sette ".
Ora bisogna sapere che le sette, in quel paese, erano una ventina, ma alla rivolta partecipavano soltanto sette di esse, e non fra le più importanti. Quindi fu necessario dire: "La rivolta delle sette sette ", oppure: " La rivolta delle sette sette delle sette ".
Ciò anche quando, prevalendo la tendenza unificatrice, le sette si ridussero a sette.
Ogni setta, era composta di sette membri, i quali erano chiamati i sette delle sette sette, e il loro moto sovversivo si chiamò la rivolta dei sette delle sette sette delle sette.
La cosa grave è che c'era un'altra rivolta, o meglio una controrivolta, un movimento reazionario, insomma, i cui promotori nulla avevano a che fare con la prima e anzi erano contro di essa e contro ogni setta.
Disgraziatamente questi, ignorando che l'altra rivolta era fissata per. le sette, fissarono per la stessa ora anche la loro. Non vi dico quello che successe fra i congiurati delle due parti, che fecero confusioni tremende, sicché gli antisette finirono fra le sette, verso le sette e mezzo, e le sette, fra gli antisette alle sette.
La controrivolta si chiamò la rivolta delle sette degli antisette contro la rivolta dei sette delle sette sette delle sette.
In attesa che essa scoppiasse, i congiurati giocavano a tressette. E questi giuochi passarono alla storia come i tressette della rivolta antisette delle sette, contro quella dei sette delle sette sette delle sette.
Un caso curioso avvenne quando uno dei sette congiurati della rivolta delle sette contro quella dei sette delle sette sette, giocando al tressette verso le sette, si fece un sette ai pantaloni: e questo si dovette chiamarlo il sette dei tressette d'uno dei sette della rivolta antisette delle sette contro quella dei sette delle sette sette delle sette.
(Achille Campanile, da "Manuale di conversazione")
giovedì 21 aprile 2011
Top gun
La squadriglia della morte
« Mi viene in mente » disse il capitano Zadaras, dominando con la voce il clamore confuso della fumosa bettola « quella volta che organizzai e comandai in tempo di guerra la squadriglia della morte. »
« La squadriglia della morte? » esclamai, sentendo crescere in me l'ammirazione per quel tipo di rude soldato che io avevo visto soltanto in quel locale, alle prese con bottiglie (pagate da me) ma che, stando ai suoi racconti, aveva compiuto nella propria vita imprese strabilianti.
« La squadriglia della morte. » ripeté lui.
Si riempì il bicchiere, mentre io seguivo con inquietudine il progressivo abbassarsi del livello nella bottiglia e spiegò, dopo aver tracannato d'un fiato :
« Una squadriglia d'uomini decisi a tutto pur di raggiungere l'obbiettivo; d'uomini, insomma, votati alla morte. E’ evidente che di tali uomini non se ne trovano molti. Molti sono pronti ad affrontare il pericolo di morire, ma pochi la certezza. Cosicché la mia squadriglia era composta d'un limitato numero di eroi, ed io ne fui il capo.»
Non potei reprimere un gesto d'ammirazione.
«Quale il capo, tali i gregari » mormorai.
Zadaras ebbe un piccolo gesto di modestia, riempì di nuovo il bicchiere, tracannò.
« Ora, » aggiunse « si presentava un problema: se fossero morti i componenti la squadriglia della morte, come si sarebbe fatto? Ragion per cui: "State attenti," raccomandavo ai miei uomini "evitate di esporvi ai pericoli, altrimenti qui si resta senza squadriglia della morte". La cosa era evidente: una volta sacrificati tutti i componenti della squadriglia, dove trovare altri uomini decisi a tutto? »
Il ragionamento non faceva una grinza.
« Penai un poco » proseguì il turbolento capitano alzando la voce per dominare il tumulto delle risse che scoppiavano qua e là nel locale « a far penetrare questo concetto nelle menti dell'alto comando, ma alla fine ci riuscii. Quei generali, aderendo alle mie vedute, non tardarono a convincersi che, una volta perduti i componenti la squadriglia della morte, sarebbe stato assai difficile trovarne altri, poiché tipi decisi a tutto non s'incontrano a ogni passo. E che pertanto conveniva risparmiare i miei uomini. Penetrato questo concetto nelle menti dei generalissimi, i miei uomini furono, come suol dirsi, tenuti nella bambagia; tutte le cure furono per essi, tutte le precauzioni, per salvaguardare le loro preziose esistenze. Quando si trattava di compiere un'impresa disperata per la quale fosse necessario un gruppo di valorosi votati al sacrificio supremo, l'alto comando m'interpellava: "Mandiamo la squadriglia della morte?". "Siete pazzi?" dicevo. "Così restiamo senza". "È vero" dicevano i generali. "Restare senza squadriglia della. morte sarebbe una grave perdita per l'esercito."»
« Lo credo bene. »
« Così, dopo ponderati conciliaboli, quei generali concludevano: "Mandiamoci altri". »
« Era più che giusto » osservai.
« Certe volte, » proseguì Zadaras « il comando ci telefonava la mattina, mentre eravamo ancora a letto: "C'è da compiere un'impresa in cui si lascia la pelle. Andate!". E noi: "Bravi. E quando ci avremo lasciato la pelle, ci sapete dire chi compierà le imprese in cui si lascia la pelle?". "Già, è vero," ci dicevano i generali "allora non movetevi. Riguardatevi." In conclusione, fummo tenuti lontano da ogni pericolo, al riparo dai raffreddori, in riposo, al coperto. Precauzione necessaria, vista la difficoltà, ripeto, di sostituirci. E soltanto finita la guerra, alla squadriglia della morte fu permesso di uscire dai ricoveri ed esporsi alle intemperie. »
Il capitano Zadaras vuotò ancora una volta il proprio bicchiere e concluse, con lo sguardo inseguendo lontani fantasmi : « Ah, sì, sì. Il più calmo, piacevole e riposato periodo della mia vita lo trascorsi in qualità di comandante della squadriglia della morte. E lo ricordo con profonda nostalgia ».
(Achille Campanile, da “Gli asparagi e l’immortalità dell’anima”)
« Mi viene in mente » disse il capitano Zadaras, dominando con la voce il clamore confuso della fumosa bettola « quella volta che organizzai e comandai in tempo di guerra la squadriglia della morte. »
« La squadriglia della morte? » esclamai, sentendo crescere in me l'ammirazione per quel tipo di rude soldato che io avevo visto soltanto in quel locale, alle prese con bottiglie (pagate da me) ma che, stando ai suoi racconti, aveva compiuto nella propria vita imprese strabilianti.
« La squadriglia della morte. » ripeté lui.
Si riempì il bicchiere, mentre io seguivo con inquietudine il progressivo abbassarsi del livello nella bottiglia e spiegò, dopo aver tracannato d'un fiato :
« Una squadriglia d'uomini decisi a tutto pur di raggiungere l'obbiettivo; d'uomini, insomma, votati alla morte. E’ evidente che di tali uomini non se ne trovano molti. Molti sono pronti ad affrontare il pericolo di morire, ma pochi la certezza. Cosicché la mia squadriglia era composta d'un limitato numero di eroi, ed io ne fui il capo.»
Non potei reprimere un gesto d'ammirazione.
«Quale il capo, tali i gregari » mormorai.
Zadaras ebbe un piccolo gesto di modestia, riempì di nuovo il bicchiere, tracannò.
« Ora, » aggiunse « si presentava un problema: se fossero morti i componenti la squadriglia della morte, come si sarebbe fatto? Ragion per cui: "State attenti," raccomandavo ai miei uomini "evitate di esporvi ai pericoli, altrimenti qui si resta senza squadriglia della morte". La cosa era evidente: una volta sacrificati tutti i componenti della squadriglia, dove trovare altri uomini decisi a tutto? »
Il ragionamento non faceva una grinza.
« Penai un poco » proseguì il turbolento capitano alzando la voce per dominare il tumulto delle risse che scoppiavano qua e là nel locale « a far penetrare questo concetto nelle menti dell'alto comando, ma alla fine ci riuscii. Quei generali, aderendo alle mie vedute, non tardarono a convincersi che, una volta perduti i componenti la squadriglia della morte, sarebbe stato assai difficile trovarne altri, poiché tipi decisi a tutto non s'incontrano a ogni passo. E che pertanto conveniva risparmiare i miei uomini. Penetrato questo concetto nelle menti dei generalissimi, i miei uomini furono, come suol dirsi, tenuti nella bambagia; tutte le cure furono per essi, tutte le precauzioni, per salvaguardare le loro preziose esistenze. Quando si trattava di compiere un'impresa disperata per la quale fosse necessario un gruppo di valorosi votati al sacrificio supremo, l'alto comando m'interpellava: "Mandiamo la squadriglia della morte?". "Siete pazzi?" dicevo. "Così restiamo senza". "È vero" dicevano i generali. "Restare senza squadriglia della. morte sarebbe una grave perdita per l'esercito."»
« Lo credo bene. »
« Così, dopo ponderati conciliaboli, quei generali concludevano: "Mandiamoci altri". »
« Era più che giusto » osservai.
« Certe volte, » proseguì Zadaras « il comando ci telefonava la mattina, mentre eravamo ancora a letto: "C'è da compiere un'impresa in cui si lascia la pelle. Andate!". E noi: "Bravi. E quando ci avremo lasciato la pelle, ci sapete dire chi compierà le imprese in cui si lascia la pelle?". "Già, è vero," ci dicevano i generali "allora non movetevi. Riguardatevi." In conclusione, fummo tenuti lontano da ogni pericolo, al riparo dai raffreddori, in riposo, al coperto. Precauzione necessaria, vista la difficoltà, ripeto, di sostituirci. E soltanto finita la guerra, alla squadriglia della morte fu permesso di uscire dai ricoveri ed esporsi alle intemperie. »
Il capitano Zadaras vuotò ancora una volta il proprio bicchiere e concluse, con lo sguardo inseguendo lontani fantasmi : « Ah, sì, sì. Il più calmo, piacevole e riposato periodo della mia vita lo trascorsi in qualità di comandante della squadriglia della morte. E lo ricordo con profonda nostalgia ».
(Achille Campanile, da “Gli asparagi e l’immortalità dell’anima”)
giovedì 24 giugno 2010
Achille Campanile ( VI )
E' notte, ed ha paura della vita. Una volta aveva paura della morte, ma adesso ha paura della vita. Questo continuo agitarsi di tutti. Tutti fanno qualcosa. Tutti sono energici, tutti si sono sistemati, e lui no. Se appena uno si ferma, è travolto, non può più mettersi in carreggiata. Ma se ha paura della vita e della morte, dove deve andare?
Vita severa, scherzi, ma non vuoi che con te si scherzi.(Achille Campanile, il povero Piero, cap. I )
Ci sono giorni in cui, quando si passa davanti alle vetrine a specchio, ci si trova a posto; e giorni in cui è un disastro: la testa è troppo grande o troppo piccola, e non cade a piombo sulle spalle; anzi, è troppo in avanti o troppo indietro, come se fosse stata male avvitata. Gli unici specchi che ci danno soddisfazione sono quelli dove ci guardiamo abitualmente. Gli altri ci riserbano sempre delle sorprese.(Achille Campanile, Se la luna mi porta fortuna, cap. XX )
Se si vedesse la vita scorrer tutta in pochi minuti, ci accorgeremmo di aver commesso delitti, che non sembran tali perché diluiti nel tempo. Ma, concentrati, lo sembrerebbero. Abbiamo commesso delitti con la complicità del tempo.(Achille Campanile, In campagna è un'altra cosa, cap.III )
- Via, - dissi - non si riscaldi. Per farle piacere, darò quattro calci al mio cane.
- Lui non ha colpa. La colpa è del padrone, che dovrebbe badarvi.
- Va bene, - dico - darò quattro calci a mio zio, che è il padrone.(Achille Campanile, In campagna è un'altra cosa, cap.I )
Ho teso corde da campanile a campanile
ghirlande da finestra a finestra
catene d'oro da stella a stella
e danzo.(Arthur Rimbaud, les illuminations)
Vita severa, scherzi, ma non vuoi che con te si scherzi.(Achille Campanile, il povero Piero, cap. I )
Ci sono giorni in cui, quando si passa davanti alle vetrine a specchio, ci si trova a posto; e giorni in cui è un disastro: la testa è troppo grande o troppo piccola, e non cade a piombo sulle spalle; anzi, è troppo in avanti o troppo indietro, come se fosse stata male avvitata. Gli unici specchi che ci danno soddisfazione sono quelli dove ci guardiamo abitualmente. Gli altri ci riserbano sempre delle sorprese.(Achille Campanile, Se la luna mi porta fortuna, cap. XX )
Se si vedesse la vita scorrer tutta in pochi minuti, ci accorgeremmo di aver commesso delitti, che non sembran tali perché diluiti nel tempo. Ma, concentrati, lo sembrerebbero. Abbiamo commesso delitti con la complicità del tempo.(Achille Campanile, In campagna è un'altra cosa, cap.III )
- Via, - dissi - non si riscaldi. Per farle piacere, darò quattro calci al mio cane.
- Lui non ha colpa. La colpa è del padrone, che dovrebbe badarvi.
- Va bene, - dico - darò quattro calci a mio zio, che è il padrone.(Achille Campanile, In campagna è un'altra cosa, cap.I )
Ho teso corde da campanile a campanile
ghirlande da finestra a finestra
catene d'oro da stella a stella
e danzo.(Arthur Rimbaud, les illuminations)
martedì 22 giugno 2010
Achille Campanile ( V )
Malgrado l'ora tarda, il vecchio eremita stava con le dita nel naso.
- Mi scusino, - disse ai nuovi venuti - ma noi eremiti stiamo sempre con le dita nel naso, perché nessuno ci vede. E' l'unico vantaggio della nostra solitudine, e avremmo torto a non approfittarne.(Achille Campanile, Se la luna mi porta fortuna, cap. X )
"Non si può leggere Campanile senza avere presente tutta la tradizione del romanzo ottocentesco, da Dumas a Salgari, sino a D'Annunzio. I personaggi di Campanile gridano "tuoni d'Amburgo!", hanno sorrisi che più nulla hanno d'umano ed esplodono in risate sataniche mentre il cuore batte loro vistosamente sotto il corsetto. (...) Certamente il riferimento costante è il romanzo d'appendice. Uno degli elementi fondamentali del feuilleton è l'agnizione, e sull'agnizione Campanile gioca, portandola all'esasperazione e poi negandola." (Umberto Eco, prefazione a "Ma che cosa è questo amore", ed. Corbaccio)
- Che ella non sappia mai - mormorò, con lo sguardo fisso nel vuoto. E, per fare commedia, disse forte:
- Io partirò. Anderò a Parigi. Spero di trovare il mare calmo.
- Ma che dici? - mormorò Filippo - A Parigi non c'è il mare.
- Allora, -disse Guerrando ad alta voce, perché tutti udissero, - spero di trovarlo calmo al mio ritorno qui.(Achille Campanile, Se la luna mi porta fortuna, cap. XVIII )
- Mi scusino, - disse ai nuovi venuti - ma noi eremiti stiamo sempre con le dita nel naso, perché nessuno ci vede. E' l'unico vantaggio della nostra solitudine, e avremmo torto a non approfittarne.(Achille Campanile, Se la luna mi porta fortuna, cap. X )
"Non si può leggere Campanile senza avere presente tutta la tradizione del romanzo ottocentesco, da Dumas a Salgari, sino a D'Annunzio. I personaggi di Campanile gridano "tuoni d'Amburgo!", hanno sorrisi che più nulla hanno d'umano ed esplodono in risate sataniche mentre il cuore batte loro vistosamente sotto il corsetto. (...) Certamente il riferimento costante è il romanzo d'appendice. Uno degli elementi fondamentali del feuilleton è l'agnizione, e sull'agnizione Campanile gioca, portandola all'esasperazione e poi negandola." (Umberto Eco, prefazione a "Ma che cosa è questo amore", ed. Corbaccio)
- Che ella non sappia mai - mormorò, con lo sguardo fisso nel vuoto. E, per fare commedia, disse forte:
- Io partirò. Anderò a Parigi. Spero di trovare il mare calmo.
- Ma che dici? - mormorò Filippo - A Parigi non c'è il mare.
- Allora, -disse Guerrando ad alta voce, perché tutti udissero, - spero di trovarlo calmo al mio ritorno qui.(Achille Campanile, Se la luna mi porta fortuna, cap. XVIII )
sabato 19 giugno 2010
Achille Campanile ( IV )
Andiamo a fare colazione a Nervi. Che cosa strana: questa costiera è battuta dal sole dall’alba al tramonto, è esposta a mezzogiorno, pure ha qualcosa di nordico. Forse è il suo mare deserto, o sono le sue rocce strapiombanti, o le lontane terre azzurrognole all’orizzonte, che fanno pensare alla Norvegia. E’ un’idea, s’intende, che viene a quelli che non sono mai stati in Norvegia. Ma il senso esatto d’un paese non possono averlo che quelli che non ci sono mai stati.( Achille Campanile, "Battista al Giro d’Italia" )
Come dice Umberto Eco nella prefazione a "Ma che cosa è questo amore" (ed. Corbaccio), "L'esempio più bello è quello di Cervantes: tutto quello che Don Chisciotte fa è comico. Ma Cervantes non si limita a ridere d'un pazzo che scambia un mulino a vento per un gigante. Cervantes lascia capire che anche lui, Cervantes, potrebbe essere Don Chisciotte - anzi lo è. Come Don Chisciotte, ha combattuto contro i turchi credendo in un ideale di cui ora dubita, ha perso una mano e la libertà, non ha trovato la gloria. Il Don Quijote è perciò un grande romanzo umoristico."
- Per amare, - disse Carl'Alberto, - per sognare, non ci voglion palazzi incantati. Bastano due cuori innamorati e una piccola casa in riva al mare.
Tuttavia, Lucy fece osservare che, non essendovi a portata di mano una piccola casa in riva al mare, era forse più opportuno raggiungere in albergo la baronessa Irene, che certo li aspettava. Così fecero. Ma la baronessa riposava ancora, a giudicare dal rumore che s'udiva salendo le scale.
A questo punto sarà bene lasciarli un po' soli. In attesa che tornino all'aperto, l'Autore, per passare il tempo, condurrà i lettori a fare una passeggiatina per l'isola di Capri.
Volete? Allora andiamo.
Questa è Capri, questa è Anacapri, Marina piccola, Marina grande, salto di Tiberio e Faraglioni.
Ecco fatto. Non c'è altro da vedere.
Siccome è troppo presto per andare a disturbare il riposo di Carl'Alberto e di Lucy, fermiamoci un po' al caffè. (...)(Achille Campanile, Ma che cosa è questo amore, cap. VIII)
Come dice Umberto Eco nella prefazione a "Ma che cosa è questo amore" (ed. Corbaccio), "L'esempio più bello è quello di Cervantes: tutto quello che Don Chisciotte fa è comico. Ma Cervantes non si limita a ridere d'un pazzo che scambia un mulino a vento per un gigante. Cervantes lascia capire che anche lui, Cervantes, potrebbe essere Don Chisciotte - anzi lo è. Come Don Chisciotte, ha combattuto contro i turchi credendo in un ideale di cui ora dubita, ha perso una mano e la libertà, non ha trovato la gloria. Il Don Quijote è perciò un grande romanzo umoristico."
- Per amare, - disse Carl'Alberto, - per sognare, non ci voglion palazzi incantati. Bastano due cuori innamorati e una piccola casa in riva al mare.
Tuttavia, Lucy fece osservare che, non essendovi a portata di mano una piccola casa in riva al mare, era forse più opportuno raggiungere in albergo la baronessa Irene, che certo li aspettava. Così fecero. Ma la baronessa riposava ancora, a giudicare dal rumore che s'udiva salendo le scale.
A questo punto sarà bene lasciarli un po' soli. In attesa che tornino all'aperto, l'Autore, per passare il tempo, condurrà i lettori a fare una passeggiatina per l'isola di Capri.
Volete? Allora andiamo.
Questa è Capri, questa è Anacapri, Marina piccola, Marina grande, salto di Tiberio e Faraglioni.
Ecco fatto. Non c'è altro da vedere.
Siccome è troppo presto per andare a disturbare il riposo di Carl'Alberto e di Lucy, fermiamoci un po' al caffè. (...)(Achille Campanile, Ma che cosa è questo amore, cap. VIII)
giovedì 17 giugno 2010
Achille Campanile ( III )
L'amore è come la vita, che è sua figlia: senza che lo chiamiamo viene, ci tormenta un po' e poi passa. E' questo il suo lato migliore e più amaro. L'amore, come la vita, si fa sentire finché ci strapazza. E, quando ha finito di strapazzarci, non esiste più.
(Achille Campanile, Ma che cosa è questo amore, cap. XIV)
Come tutti i grandi umoristi, anche Campanile è un buon filosofo; e spesso è anche incline al pessimismo. Come tutti i grandi scrittori (e anche i grandi musicisti sono fatti così) , quando meno te lo aspetti ti colpisce con qualcosa che va diritto al cuore, e lo fa senza preavviso.
- Siamo come cristalli, - spiegò il ragazzo con bontà - un niente ci incrina. E ci diamo botte tremende l'un l'altro.(Achille Campanile, Manuale di conversazione, dal racconto "Solo per l'eternità")
D'altra parte, però, sappiamo con certezza che Campanile non si fida molto dei filosofi; e i pensatori di professione li mette nei suoi libri solo come personaggi di spalla.
Ai liquori, il pensatore chiuse gli occhi.
- Pensa? - gli domandò il barone.
Il pensatore si riscosse.
- Che crede, - disse - che io pensi sempre? Non ci mancherebbe altro. Ogni tanto mi riposo.
- Ma, giusto, - chiese ancora il barone - come ha fatto a diventare pensatore ?
L'altro si fece scuro in volto:
- Io - esclamò - non ero nato per fare il pensatore.
Scoppiò in una risata spaventevole, girando lo sguardo sui commensali.
- No, - aggiunse dopo un minuto. - Altri ideali mi sorridevano. Ma, si sa, noi siamo come le foglie al vento. La vita ci prende, a poco a poco ci piega, ci fiacca, ci deforma. A ogni ora le facciamo una concessione sempre più grave e un giorno ci troviamo cosí diversi da come ci eravamo visti nello specchio della prima giovinezza! La vita? Ah sì, un seguito di rimedi peggiori del male...(Achille Campanile, Ma che cosa è questo amore, cap. XIII)
(Achille Campanile, Ma che cosa è questo amore, cap. XIV)
Come tutti i grandi umoristi, anche Campanile è un buon filosofo; e spesso è anche incline al pessimismo. Come tutti i grandi scrittori (e anche i grandi musicisti sono fatti così) , quando meno te lo aspetti ti colpisce con qualcosa che va diritto al cuore, e lo fa senza preavviso.
- Siamo come cristalli, - spiegò il ragazzo con bontà - un niente ci incrina. E ci diamo botte tremende l'un l'altro.(Achille Campanile, Manuale di conversazione, dal racconto "Solo per l'eternità")
D'altra parte, però, sappiamo con certezza che Campanile non si fida molto dei filosofi; e i pensatori di professione li mette nei suoi libri solo come personaggi di spalla.
Ai liquori, il pensatore chiuse gli occhi.
- Pensa? - gli domandò il barone.
Il pensatore si riscosse.
- Che crede, - disse - che io pensi sempre? Non ci mancherebbe altro. Ogni tanto mi riposo.
- Ma, giusto, - chiese ancora il barone - come ha fatto a diventare pensatore ?
L'altro si fece scuro in volto:
- Io - esclamò - non ero nato per fare il pensatore.
Scoppiò in una risata spaventevole, girando lo sguardo sui commensali.
- No, - aggiunse dopo un minuto. - Altri ideali mi sorridevano. Ma, si sa, noi siamo come le foglie al vento. La vita ci prende, a poco a poco ci piega, ci fiacca, ci deforma. A ogni ora le facciamo una concessione sempre più grave e un giorno ci troviamo cosí diversi da come ci eravamo visti nello specchio della prima giovinezza! La vita? Ah sì, un seguito di rimedi peggiori del male...(Achille Campanile, Ma che cosa è questo amore, cap. XIII)
domenica 13 giugno 2010
Achille Campanile ( II )
- Viaggiavo, - disse - in vettura letto e dovevo scendere ad una stazione intermedia, verso le sei del mattino. Poiché non avevo orologio, la paura di non destarmi in tempo e di non udire il segnale dell'impiegato non mi fece chiudere occhio. Nelle tenebre della cabina tendevo l'orecchio, per udire da un momento all'altro quella picchiatina discreta che sembrava dire al pigro viaggiatore: "Orsù, alzatevi! Fra mezz'ora siamo arrivati. "
Finalmente, udii un poderoso colpo alla porta; certo, il personale viaggiante aveva le mie stesse preoccupazioni, circa l'udito dei dormienti. Balzai in piedi, mi lavai, mi rasai, rifeci la mia valigia e, quando fui pronto, uscii nel corridoio. Qui domandai l'ora e allibii: era mezzanotte! Quello che avevo creduto il segnale del risveglio, non era che uno scontro ferroviario. Imprecando, mi rispogliai, m'insudiciai di nuovo la faccia, mi feci ricrescere la barba e mi rimisi a letto. (Achille Campanile, Se la luna mi porta fortuna, cap.III)
Achille Campanile nasce a Roma nel 1899, e muore a Velletri nel 1976. Il suo primo grande successo è del 1924, un romanzo che s'intitola "Ma che cosa è questo amore?". Segue "Agosto moglie mia non ti conosco", del 1930, il cui soggetto è questo: su una nave da crociera, per scherzo, le signore indossano delle cinture di castità. Ma le chiavi delle cinture finiscono in mare, e senza le chiavi non è più possibile togliere le cinture; i mariti allora devono cercare dei palombari, che potranno recuperare le chiavi: sulla ricerca dei palombari è costruito l'intreccio della storia. Invece "Il povero Piero" è del 1959, e i racconti di "Manuale di conversazione" vincono il Premio Viareggio nel 1973. Altri racconti troviamo in "Gli asparagi e l'immortalità dell'anima", del 1974, e in "Vite degli uomini illustri" (1984). Invece, "Se la luna mi porta fortuna" è del 1927.
...però c'è uno, uno soltanto, che ogni mattina aspetta il sole. Lontano, nel cuore della foresta, un bestione enorme e simpaticone s'alza avanti ogni giorno, fa una toletta sommaria, e si mette ad aspettare. Appena vede apparire l'astro, drizza verso di lui la proboscide - si tratta appunto dell'elefante, l'unico animale che saluta il sole - e barrisce. Quali misteriose intese corrono fra gli elefanti e il sole? Non lo sapremo mai. Tra l'altro, può darsi che il sole sorga ogni giorno soltanto per un accordo convenuto con gli elefanti. (...) Sfidiamo qualunque scienziato a provare il contrario.(Achille Campanile, Se la luna mi porta fortuna, cap. I )
Finalmente, udii un poderoso colpo alla porta; certo, il personale viaggiante aveva le mie stesse preoccupazioni, circa l'udito dei dormienti. Balzai in piedi, mi lavai, mi rasai, rifeci la mia valigia e, quando fui pronto, uscii nel corridoio. Qui domandai l'ora e allibii: era mezzanotte! Quello che avevo creduto il segnale del risveglio, non era che uno scontro ferroviario. Imprecando, mi rispogliai, m'insudiciai di nuovo la faccia, mi feci ricrescere la barba e mi rimisi a letto. (Achille Campanile, Se la luna mi porta fortuna, cap.III)
Achille Campanile nasce a Roma nel 1899, e muore a Velletri nel 1976. Il suo primo grande successo è del 1924, un romanzo che s'intitola "Ma che cosa è questo amore?". Segue "Agosto moglie mia non ti conosco", del 1930, il cui soggetto è questo: su una nave da crociera, per scherzo, le signore indossano delle cinture di castità. Ma le chiavi delle cinture finiscono in mare, e senza le chiavi non è più possibile togliere le cinture; i mariti allora devono cercare dei palombari, che potranno recuperare le chiavi: sulla ricerca dei palombari è costruito l'intreccio della storia. Invece "Il povero Piero" è del 1959, e i racconti di "Manuale di conversazione" vincono il Premio Viareggio nel 1973. Altri racconti troviamo in "Gli asparagi e l'immortalità dell'anima", del 1974, e in "Vite degli uomini illustri" (1984). Invece, "Se la luna mi porta fortuna" è del 1927.
...però c'è uno, uno soltanto, che ogni mattina aspetta il sole. Lontano, nel cuore della foresta, un bestione enorme e simpaticone s'alza avanti ogni giorno, fa una toletta sommaria, e si mette ad aspettare. Appena vede apparire l'astro, drizza verso di lui la proboscide - si tratta appunto dell'elefante, l'unico animale che saluta il sole - e barrisce. Quali misteriose intese corrono fra gli elefanti e il sole? Non lo sapremo mai. Tra l'altro, può darsi che il sole sorga ogni giorno soltanto per un accordo convenuto con gli elefanti. (...) Sfidiamo qualunque scienziato a provare il contrario.(Achille Campanile, Se la luna mi porta fortuna, cap. I )
sabato 12 giugno 2010
Achille Campanile ( I )
- Stavo pensando, - gli disse - al Colosseo. Che roba! Dev'essere vecchio come il cucco.
- Non credo, - replicò il pensatore. - il cucco dev'essere anteriore.(Achille Campanile, ma che cosa è questo amore, cap.V)"Uno scrittore alla rovescia, così naturale da fare persino rabbia" : così Umberto Eco definiva Achille Campanile, in uno dei suoi articoli su questo scrittore, uno dei più grandi del Novecento. " (...) e come tutti coloro che negli ultimi vent'anni hanno scritto su di lui sono diventato uno dei suoi personaggi. Tutti gli esegeti di Campanile hanno infatti la curiosa abitudine di iniziare il proprio discorso affermando che, contrariamente all'opinione di tutti gli altri esegeti, essi riconoscono che Campanile è un grande scrittore (...) " (Umberto Eco, dalla prefazione a "Ma che cosa è questo amore", ed. Corbaccio). Avendo letto un bel po' dei libri di Campanile (non tutti, qualcuno me lo tengo sempre da parte per i momenti bui), posso dire che la questione se Campanile sia soltanto un umorista oppure uno Scrittore con la S maiuscola mi sembra del tutto inutile. Perché Campanile è davvero un grande umorista, e di questo ringraziamo il Cielo con grande devozione e con profondi inchini; e poi perché Campanile scrive in un italiano bellissimo. Un italiano così limpido, per quello che mi riguarda, io l'ho trovato soltanto in Italo Calvino e in Primo Levi; e aggiungerei anche Italo Svevo, che però scriveva in tutt'altro modo. Ma qui il discorso si fa complicato, e io non ne sono all'altezza. Chiudo il mio intervento critico e passo subito alle cose serie.«Appena seduto, Battista, con un'aria soddisfatta e una fame da lupi, tirò fuori l'involto del pane e del salame. Per mezzo d'un temperino, spaccò il panino e se lo pose delicatamente sui ginocchi. Poi guardò le quattro fette di salame ad una ad una contro luce e, con tenerezza materna, le liberò delle loro pelli, badando di non danneggiarle e ingoiando ogni tanto un po' di saliva. Quindi cominciò a deporle nell'interno del panino; cercava di lasciare scoperto quanto meno spazio gli riuscisse, dimostrando, nei limiti del possibile, le singolari risorse della sua ingegnosità. Ciò fatto, guardò il pane e salame con la gioia dell'artista che mira l'opera propria. (La quale gioia, in verità, è una leggenda: noi non conosciamo che artisti i quali mirano con rabbia l'opera propria).
Sorridendo, ricongiunse le due metà del panino; con la carta che avvolgeva il pane e il salame, improvvisò un tovagliolo e se lo mise sui ginocchi. Mentre s'accingeva soddisfatto a dare il primo morso al suo pranzo, fermò la mano e il panino a mezz'aria:
- Vuol favorire? - disse al vicino.
Questi alzò il capo dal giornale, s'accorse per la prima volta di Battista.
- Grazie - mormorò. Prese il panino e ne fece un sol boccone.
Cominciava a cadere una pioggerella sottile.(Achille Campanile, Se la luna mi porta fortuna, cap. I )
- Non credo, - replicò il pensatore. - il cucco dev'essere anteriore.(Achille Campanile, ma che cosa è questo amore, cap.V)"Uno scrittore alla rovescia, così naturale da fare persino rabbia" : così Umberto Eco definiva Achille Campanile, in uno dei suoi articoli su questo scrittore, uno dei più grandi del Novecento. " (...) e come tutti coloro che negli ultimi vent'anni hanno scritto su di lui sono diventato uno dei suoi personaggi. Tutti gli esegeti di Campanile hanno infatti la curiosa abitudine di iniziare il proprio discorso affermando che, contrariamente all'opinione di tutti gli altri esegeti, essi riconoscono che Campanile è un grande scrittore (...) " (Umberto Eco, dalla prefazione a "Ma che cosa è questo amore", ed. Corbaccio). Avendo letto un bel po' dei libri di Campanile (non tutti, qualcuno me lo tengo sempre da parte per i momenti bui), posso dire che la questione se Campanile sia soltanto un umorista oppure uno Scrittore con la S maiuscola mi sembra del tutto inutile. Perché Campanile è davvero un grande umorista, e di questo ringraziamo il Cielo con grande devozione e con profondi inchini; e poi perché Campanile scrive in un italiano bellissimo. Un italiano così limpido, per quello che mi riguarda, io l'ho trovato soltanto in Italo Calvino e in Primo Levi; e aggiungerei anche Italo Svevo, che però scriveva in tutt'altro modo. Ma qui il discorso si fa complicato, e io non ne sono all'altezza. Chiudo il mio intervento critico e passo subito alle cose serie.«Appena seduto, Battista, con un'aria soddisfatta e una fame da lupi, tirò fuori l'involto del pane e del salame. Per mezzo d'un temperino, spaccò il panino e se lo pose delicatamente sui ginocchi. Poi guardò le quattro fette di salame ad una ad una contro luce e, con tenerezza materna, le liberò delle loro pelli, badando di non danneggiarle e ingoiando ogni tanto un po' di saliva. Quindi cominciò a deporle nell'interno del panino; cercava di lasciare scoperto quanto meno spazio gli riuscisse, dimostrando, nei limiti del possibile, le singolari risorse della sua ingegnosità. Ciò fatto, guardò il pane e salame con la gioia dell'artista che mira l'opera propria. (La quale gioia, in verità, è una leggenda: noi non conosciamo che artisti i quali mirano con rabbia l'opera propria).
Sorridendo, ricongiunse le due metà del panino; con la carta che avvolgeva il pane e il salame, improvvisò un tovagliolo e se lo mise sui ginocchi. Mentre s'accingeva soddisfatto a dare il primo morso al suo pranzo, fermò la mano e il panino a mezz'aria:
- Vuol favorire? - disse al vicino.
Questi alzò il capo dal giornale, s'accorse per la prima volta di Battista.
- Grazie - mormorò. Prese il panino e ne fece un sol boccone.
Cominciava a cadere una pioggerella sottile.(Achille Campanile, Se la luna mi porta fortuna, cap. I )
giovedì 1 aprile 2010
Scale di valutazione
Alle volte mi dicono che sono drastico nei miei giudizi, spesso mi dicono anche: brutale, ingiusto. Per provare a spiegarmi, ecco la mia Bibbia, il mio Codice di riferimento: signore e signori, Achille Campanile.
Achille Campanile
COME VISITARE LO STUDIO D' UN PITTORE.
La visita allo studio d'un pittore è una cosa difficile.
Si comincia, di solito, a lodare sventatamente i primi quadri con superlativi; dopo qualche passo, l'incauto, che s'è slanciato a cuor leggero su questa via, deve ripetersi o tentar qualche variante che, a chi udisse senza vedere, farebbe credere trattarsi d'un pranzo. E poiché la buona educazione, e anche il pittore, vogliono un crescendo ammirativo nei giudizi, a un certo punto il visitatore non sa come andare avanti. Se il primo quadro è bellissimo, il secondo splendido, il terzo maraviglioso e il quarto magnifico, come sarà il quinto? Mettiamo che sia sorprendente; al sesto vi voglio vedere. Per via del crescendo, esso non potrà che rientrare nell'ordine del soprannaturale. E dal settimo in poi?
Ecco. L'errore in cui cadono quelli che visitano lo studio d'un pittore, è di cominciare dai superlativi. Bisogna, invece, amministrare con previdenza il patrimonio degli aggettivi, magari cominciando con una certa freddezza. Ma se lo studio è molto fornito neppur questo è sufficiente; si comincerebbe con: "passabile, non c'è male, grazioso, bello", e subito si ricadrebbe nel vicolo cieco dei "bellissimo", eccetera.
Dunque? Dunque, signori, cominciare con apprezzamenti tanto più freddi, quanto più numerosi sono i quadri da esaminare, per aver poi il margine necessario al crescendo. Prima di cominciare il giro si domanda:
" Quanti sono i quadri da vedere? ".
" Quattordici ".
Bene. Per gli ultimi dieci sono a posto. Bisogna trovare gli apprezzamenti per i primi quattro: apprezzamenti freddi, date l'esigenze del crescendo.
Ecco uno
SPECCHIETTO PER QUATTORDICI QUADRI.
. 1 - Così, così.
. 2 - Passabile.
. 3 - Niente di straordinario, ma insomma ci possiamo contentare.
. 4 - Un pochino meglio.
. 5 - Non c'è male.
. 6 - Discreto.
. 7 - Grazioso.
. 8 - Bello.
. 9 - Bellissimo.
10 - Splendido.
11 - Maraviglioso.
12 - Magnifico.
13 - Sorprendente.
14 - Soprannaturale.
E se i quadri sono molti di più? Bando agli scrupoli: cominciare con apprezzamenti sfavorevoli. Ci guadagneranno i superlativi finali.
Mentre ci dirigevamo verso lo studio, ho chiesto al signor Gontrano:
"Quanti quadri? ".
"Un centinaio ".
Ho vacillato. Ma non mi son perso d'animo.
Davanti al primo non dico parola; per avere il vastissimo margine necessario al crescendo, e poiché sono un discreto simulatore, ho dato segni di nausea.
" Si sente male? ", fa Gontrano. "Vuole un vomitativo? ".
"Non occorre ", mormoro. "La vista di questo quadro è più che sufficiente. Mi fa rivoltar lo stomaco".
A mio zio per poco non viene un accidente. Amleto, impassibile, non aveva capito nulla, e Ambrogio dava segni di soddisfazione.
Quanto al signor Gontrano, era allibito. Non gli ho dato il tempo di reagire. Davanti al secondo quadro occorreva attenuare, ma non troppo.
" E' passato ", mormoro, " ma anche questo quadro che obbrobrio! ".
Gontrano era livido. Io pensavo: "Un po' di pazienza, amico. Fra poco mi abbraccerai". Ma, dopo cinque o sei quadri, a un mio "puah" di disgusto, scoppia :
" Pezzo di mascalzone, alla porta! ".
Tanto peggio per lui, che così non m'ha sentito esclamare: "splendido, maraviglioso, incantevole". E dire che ero già arrivato all'aggettivo "stomachevole".
(Achille Campanile, da "In campagna è un'altra cosa", ed. Rizzoli)
Achille Campanile
COME VISITARE LO STUDIO D' UN PITTORE.
La visita allo studio d'un pittore è una cosa difficile.
Si comincia, di solito, a lodare sventatamente i primi quadri con superlativi; dopo qualche passo, l'incauto, che s'è slanciato a cuor leggero su questa via, deve ripetersi o tentar qualche variante che, a chi udisse senza vedere, farebbe credere trattarsi d'un pranzo. E poiché la buona educazione, e anche il pittore, vogliono un crescendo ammirativo nei giudizi, a un certo punto il visitatore non sa come andare avanti. Se il primo quadro è bellissimo, il secondo splendido, il terzo maraviglioso e il quarto magnifico, come sarà il quinto? Mettiamo che sia sorprendente; al sesto vi voglio vedere. Per via del crescendo, esso non potrà che rientrare nell'ordine del soprannaturale. E dal settimo in poi?
Ecco. L'errore in cui cadono quelli che visitano lo studio d'un pittore, è di cominciare dai superlativi. Bisogna, invece, amministrare con previdenza il patrimonio degli aggettivi, magari cominciando con una certa freddezza. Ma se lo studio è molto fornito neppur questo è sufficiente; si comincerebbe con: "passabile, non c'è male, grazioso, bello", e subito si ricadrebbe nel vicolo cieco dei "bellissimo", eccetera.
Dunque? Dunque, signori, cominciare con apprezzamenti tanto più freddi, quanto più numerosi sono i quadri da esaminare, per aver poi il margine necessario al crescendo. Prima di cominciare il giro si domanda:
" Quanti sono i quadri da vedere? ".
" Quattordici ".
Bene. Per gli ultimi dieci sono a posto. Bisogna trovare gli apprezzamenti per i primi quattro: apprezzamenti freddi, date l'esigenze del crescendo.
Ecco uno
SPECCHIETTO PER QUATTORDICI QUADRI.
. 1 - Così, così.
. 2 - Passabile.
. 3 - Niente di straordinario, ma insomma ci possiamo contentare.
. 4 - Un pochino meglio.
. 5 - Non c'è male.
. 6 - Discreto.
. 7 - Grazioso.
. 8 - Bello.
. 9 - Bellissimo.
10 - Splendido.
11 - Maraviglioso.
12 - Magnifico.
13 - Sorprendente.
14 - Soprannaturale.
E se i quadri sono molti di più? Bando agli scrupoli: cominciare con apprezzamenti sfavorevoli. Ci guadagneranno i superlativi finali.
Mentre ci dirigevamo verso lo studio, ho chiesto al signor Gontrano:
"Quanti quadri? ".
"Un centinaio ".
Ho vacillato. Ma non mi son perso d'animo.
Davanti al primo non dico parola; per avere il vastissimo margine necessario al crescendo, e poiché sono un discreto simulatore, ho dato segni di nausea.
" Si sente male? ", fa Gontrano. "Vuole un vomitativo? ".
"Non occorre ", mormoro. "La vista di questo quadro è più che sufficiente. Mi fa rivoltar lo stomaco".
A mio zio per poco non viene un accidente. Amleto, impassibile, non aveva capito nulla, e Ambrogio dava segni di soddisfazione.
Quanto al signor Gontrano, era allibito. Non gli ho dato il tempo di reagire. Davanti al secondo quadro occorreva attenuare, ma non troppo.
" E' passato ", mormoro, " ma anche questo quadro che obbrobrio! ".
Gontrano era livido. Io pensavo: "Un po' di pazienza, amico. Fra poco mi abbraccerai". Ma, dopo cinque o sei quadri, a un mio "puah" di disgusto, scoppia :
" Pezzo di mascalzone, alla porta! ".
Tanto peggio per lui, che così non m'ha sentito esclamare: "splendido, maraviglioso, incantevole". E dire che ero già arrivato all'aggettivo "stomachevole".
(Achille Campanile, da "In campagna è un'altra cosa", ed. Rizzoli)
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