Visualizzazione post con etichetta dialetto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta dialetto. Mostra tutti i post

lunedì 6 luglio 2020

Boiacca e Buricchio


La parola "buricchio" salta fuori da un quiz televisivo: bisogna indovinare cosa significa. Io indovino subito, perché mia nonna a Parma aveva un gatto che si chiamava così, ma con la maiuscola: Buricchio. Scoprire che "buricchio" è una parola che si trova sui dizionari un po' mi sconcerta, sarà vero? Sul mio Zingarelli, per esempio, non c'è. Provo a fare una ricerca on line, e su wikipedia trovo quel che cercavo: non c'è una voce a nome "buricchio", come mi aspettavo, ma trovo comunque un rimando a un libro per bambini che si chiama "Sussi e Biribissi", scritto da Paolo Lorenzini nel 1902. Paolo Lorenzini è figlio di Carlo Collodi, come a dire il fratello di Pinocchio (Collodi è uno pseudonimo, per chi non lo sapesse), e Buricchio è un gatto amico dei due protagonisti del libro. Forse è proprio da quel libro che mia nonna aveva preso il nome del gatto che dormiva sereno sul centrotavola della sua casa.
 

I dizionari, si sa, riservano molte sorprese: una volta sistemato Buricchio, devo dire che la sorpresa più grande per me è stata trovare la voce "boiacca" sullo Zingarelli. Non me l'aspettavo proprio, e dopo tanti anni non mi sono ancora ripreso. Ho sempre pensato che fosse una voce gergale, dialettale, e invece ecco cosa mi dice il dizionario: «Boiàcca (etimologia incerta): nell'edilizia, malta cementizia fluida usata durante la messa in opera di mattoni e piastrelle di rivestimento, per farli aderire tra i loro interstizi, al pavimento o alla parete.»
Che dire, ho avuto molti muratori in famiglia, boiacca è una parola che ho ascoltato spesso e dentro di me ero ben convinto che fosse una parola veneta, magari una storpiatura di termini tecnici come "calcedrà" (calcio idrato, la calce). Invece no, boiacca ha il suo posto nello Zingarelli e adesso che lo so ne sono ben contento, perché è una parola legata al mondo del lavoro e a persone che mi sono state care.

PS: il gattino è del 1902, ma non è Buricchio.

venerdì 29 maggio 2020

Verzéte

In italiano si dice "apri", qui dalle mie parti, tra Milano e il confine svizzero si dice "derva", e dalle parti di mia mamma a Parma "apri" diventa "vira". In Veneto invece si dice "verzi", non con la zeta di Zorro ma con un suono intermedio tra esse e zeta; penso che siano tutte varianti di una stessa radice che io non saprei indicare, ma lascio volentieri la questione agli esperti anche perché "verzi" oggi mi serve soltanto per raccontare una storiella che conosco fin da bambino e che per molto tempo non ho ben capito. La storiella la raccontava mia nonna, quella veneta, la nonna paterna, ed è quella presente un po' in tutte le raccolte di fiabe, la storia dello stupido che fa un po' di fortuna ma sempre stupido rimane. La storia per intero non la conosco, purtroppo, ma ne ho qualche frammento: il giovane elegante e urbanizzato torna a casa dai genitori contadini e simula di aver dimenticato tutto quel mondo di duro lavoro, chiede il nome degli oggetti, cos'è questo e cos'è quello, fino a quando non mette il piede su un rastrello e il rastrello (chi conosce i rastrelli sa che fanno spesso di questi scherzi) si raddrizza di colpo e il manico gli va a sbattere sul naso. Il giovane dice subito "ahia porco rastrello" e i presenti commentano serafici: "vedi che ti ricordi come si chiama?".

Però prima c'è un'altra scena, il giovane che torna a casa e per darsi un contegno quando bussa alla porta invece di dire "verzi" dice "verzéte" e da dentro gli rispondono "non ghe n'avemo più". Verzéte, piccole verze, dei cavoli insomma. E' un umorismo basso, s'intende, sul tipo di quello di Bertoldo; ma mi sono chiesto spesso perché dire "verzéte" dato che si tratta pur sempre di parlare in dialetto. Se quel giovane voleva darsi un contegno, avrebbe dovuto usare l'italiano; ma poi la questione è di poco conto e non ci ho più pensato fino a quando non mi è venuta in mente la più che probabile soluzione. E' dunque possibile che la storiella sia nata ai tempi del fascismo, quando fu vietato usare il "lei" come forma di cortesia; dovendo dare del voi, ecco che il "verzi" diventa un "verzéte", sottinteso "verzéte voi". Un sottile antifascismo, forse, che di certo sarebbe piaciuto a Luigi Meneghello.

Sia quel che sia, la storiella continuava con altri momenti buffi, ma io non so ricostruirla. Per capire cosa vi succede, forse è meglio rivolgersi alle versioni più conosciute, non solo Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno ma anche i Grimm, Calvino, Rabelais. Per intanto, verzéte per tutti; o anche verzone pantagrueliche, come quella qui sotto.

(Nuova Zelanda, 1890circa)

mercoledì 27 maggio 2020

Prédessée


L'altro giorno ho chiesto a una mia vicina di casa, italiana cresciuta in Argentina, se è facile comprendersi con gli altri americani parlando spagnolo. Mi ha risposto di sì, che ci si capisce bene un po' con tutti, anche con colombiani, messicani e salvadoregni; l'unico problema è con le cose da mangiare perché hanno quasi tutte nomi diversi in ogni Paese.
La risposta mi è piaciuta, mi ha fatto sorridere e le ho risposto che è più o meno così anche da noi, parliamo tutti italiano ma spesso basta fare pochi chilometri per veder cambiare il nome delle cose che mangiamo. Un esempio: il prezzemolo. In Lombardia, e se non ricordo male anche in Veneto, il prezzemolo è di solito erborìn; però non in tutta la Lombardia, in alcune zone prevale prédessée. Da mia mamma, a Colorno (pochi chilometri da Parma, ma diverso da come si parla a Parma città), il prezzemolo diventa borgnaerbi (bor-gnerbi con la ä dei tedeschi e la gn di gnomo: ma se non siete nati lì non riuscirete mai a pronunciarlo come si deve). Sempre a Colorno, i piselli sono riviòot (ma, anche qui, la pronuncia...) e il finocchio è scartocén; a proposito di piselli, in Veneto si chiamano bisi e "risi e bisi" è una ricetta molto famosa.
A questo punto mi sono incuriosito e ho chiesto all'amica Giacinta come si chiama il prezzemolo a Matera: mi ha risposto ptrsn. Poi, per telefono, mi ha anche fatto sentire come si pronuncia e ho cominciato a capirne qualcosa di più: la soluzione della crittografia è "petrosino". Petrosino rimanda a Pietro (che sia san Pietro?) ma anche alla pietra (però il prezzemolo non cresce fra le pietre) ed è inoltre il nome comune del prezzemolo anche in altre parti d'Italia (ad Amalfi, "petrosillo"). E qui arriva il colpo di scena: "Petroselinum crispum" è infatti il nome scientifico del prezzemolo.
Credo proprio che rinuncerò a parlare il materano, ma intanto la curiosità è rimasta: come si chiama il prezzemolo dalle vostre parti?

PS: A Livigno, le carote sono gnif e la patate tartufol; a Caserta le melanzane si chiamano molignani e i cachi diventano "cachisse"; nel comasco la valeriana (insalata) passa al maschile e diventa "acciarìtt", ma a pochi passi da qui, verso Milano, gli acciarìtt diventano laccìtt. (Chi volesse continuare, è più che benvenuto.)

sabato 18 gennaio 2020

Tri per ott


Tri per ott fan ses perìtt: una matematica più che opinabile, ma in fin dei conti tutt'altro che errata. Immaginatevi una bilancia di quelle a due piatti, oggi rare da trovare ma un tempo comunissime: su un piatto tre pere di quelle robuste, tre perotte, e sull'altro piatto sei pere piccoline, tipo i perìtt de sant'Anna (quelle che vengono mature per sant'Anna, a luglio). Se si scelgono le pere giuste, ecco che i conti tornano. E' una barzelletta di quelle antiche, non sono sicuro che vi abbia fatto ridere ma certo la conoscono in tanti e a me piace tirarla fuori ogni tanto, soprattutto col mio amico fruttivendolo (figlio di amalfitani, ma cresciuto in Lombardia). Un'altra famosa, forse la più famosa, è sul due per due: sa fan du per du. La risposta non è "quater", ma "cérchen la strada de turnà indré", con la variante "cerchen la strada de turnà a cà". Due perduti, e non due per due: la pronuncia è identica. Sono piccole cose, ma io mi ci diverto sempre; e chissà chi le ha inventate e quando. Se qualcuno passa di qui e me ne ricorda altre, lo ringrazio fin d'ora.

 
(immagine dal sito www.lacucinaitaliana.it )

domenica 5 gennaio 2020

Tasse


- Tasse, tasse, sempre tasse! - si lamenta Maurilio, sedendosi al tavolo della mensa. - Ma ti lo sa quante tasse che go fatto oggi?
Maurilio è friulano: anzi, è ladino e ci tiene a specificarlo. Il suo dialetto è affine al romancio, e infatti mi racconta che quelli del suo paese si capiscono bene con gli Svizzeri del Canton Grigioni, loro confinanti. Però anche i ladini sono di area veneta, e il mio amico non se la sta prendendo con il governo: l'oggetto della sua deprecazione sono le tazze , come in fabbrica vengono definiti i fusti di plastica da 120 Kg, quelli blu col coperchio nero che si vedono un po' dappertutto. Tazze si pronuncia "tasse", come in veneziano insomma; e sapendomi di origini venete Maurilio ne approfitta un po' e mi strizza l'occhio.
Maurilio sorride e scherza: gli manca poco ad andare in pensione, è già vicino ai sessanta. Ispira simpatia immediata, ma ha l'aspetto e i modi (spesso discutibili) di un vecchio soldato dell'impero austroungarico, statura e baffoni spioventi compresi, ed è ormai un esemplare in via d'estinzione. Operai così non se ne vedono più, ormai hanno studiato tutti almeno un po', si sono dirozzati ma sono anche molto meno spontanei e caratteristici, se mi si passa la brutta parola: ma non saprei in che altro modo definire Maurilio.
 
Adesso siamo seduti a tavola, in mensa; strizza l'occhio e comincia a raccontare uno dei pezzi forti del suo repertorio: la descrizione di una delle specialità del suo paese, il formaggio con i vermi.
- ...che poi la cosa più buona è proprio dove ci sono dentro i vermi. - dice - Ma devi stare attento, che i vermi scappano e poi gli devi correre dietro per il piatto...
Il vicino di posto guarda nel suo, di piatto, e chissà perché gli scappa la voglia di mangiare. Eppure ormai dovrebbe sapere con chi ha a che fare, dopo tanti anni. Ma Maurilio si diverte, guarda verso di me, strizza l’occhio, e insiste, serissimo:
- Ma varda che non scherso, sai? Dìghelo ti, che le cose le sai...

domenica 6 ottobre 2019

Resentìn

 
Non so nemmeno bene io perché, ma ogni tanto mi torna in mente una canzone, questa:
La bella la va al fosso,
(ravanej e ramulasc, barbabietul e spinasc, tri palanch al mazz...)
va al fosso a resentar
(coro: "la va al fosso al resentar..." )
e intant che la resenta
(ravanej e ramulasc, barbabietul e spinasc, tri palanch al mazz...)
la gh'è cascà l'anel
(coro: la gh'è cascà l'anel...)
Mi chiedo se si capisca anche fuori Milano, direi di sì a parte il dubbio sui ramolacci: passi per rapanelli, barbabietole e spinaci, ma c'è ancora qualcuno che mangia i ramolacci? E, soprattutto, che cosa sono i ramolacci? Me lo chiedevo da bambino e continuo a chiedermelo ancora oggi, non perché nel frattempo non l'abbia imparato, ma perché me ne dimentico ogni volta. Così consulto un'enciclopedia delle erbe di uso comune e trovo la spiegazione: raphanus sativus, una radice a metà strada fra rapanello e rafano, detta anche rapanello nero o rapanello invernale.

Così, risolto l'enigma del ramolaccio, penso di aver risolto ogni dubbio; e invece no, ho sorvolato su resentare. Resentare sullo Zingarelli non c'è: sembra una parola toscana, ma lo sembra soltanto. Resentare significa lavare (risciacquare, per la precisione): intanto che la lava, o meglio - I beg your pardon - "mentre sta lavando" (questo sì che è italiano, e non una traduzione automatica computerizzata), le è cascato l'anello nell'acqua. Che si fa? Alla bella che è andata al fosso per resentare non resta che chiedere aiuto a un pescatore lì vicino.
- O pescator dell'onda
(ravanej e ramulasc, barbabietul e spinasc, tri palanch al mazz...)
pescatemi l'anel...
Eccetera eccetera, è una canzone famosa e caso mai rimando qui per chi volesse cantarsela tutta intera.

La parola resentare, così evocata, però mi ha fatto venire in mente un'altra cosa, che ha sempre a che fare col lavaggio ma che è davvero tutta un'altra cosa. Per la precisione: quando si beve il caffè, alla fine rimane sempre qualcosa sul fondo della tazzina. E allora si fa il resentìn, il "piccolo lavaggio": non con l'acqua, ma con la grappa. Un goccio di grappa, nella tazzina ancora calda, resenta sü che l'è una meraviglia. La grappa si aromatizza al caffè, e si scalda quel tanto che basta per renderla ancora più aromatica di suo - se la grappa è buona, s'intende. Ovviamente, si sa, c'è chi con la grappa poi esagera: e questo non è bene. La resentada definitiva, insomma, spetta alla lavastoviglie, o all'acquaio. La grappa è buona ma è sempre meglio non esagerare. A proposito, adesso che ci penso, devo averne una bottiglia di quella buona già aperta... no, è ancora chiusa. Aspetterò, caso mai passi di qui una persona simpatica, barbera e champagne, o caffè col resentìn, meglio bere in buona compagnia che da soli. (e attenti al controllo dell'alcool, se poi dovete guidare).

domenica 28 luglio 2019

Ratta Buratta


I miei nonni paterni erano veneti, di Trebaséleghe; mio padre (l'ultimo dei loro figli) è cresciuto qui, in Lombardia, parlando quasi sempre italiano. Mia mamma è di Parma, ma la convivenza con la suocera l'ha portata a una buona conoscenza del veneziano; ed ecco dunque che ogni tanto salta fuori, ancora oggi, una filastrocca o una storia di quelle che raccontava la nonna. La filastrocca che è venuta fuori, di quelle che si cantano ai bambini piccoli (facendo ballare il bambino sulle ginocchia; alla fine si aprono le ginocchia e il bambino "cade", e ride), è questa:
buràta buràta
i spini per la gata
i ossi per i cani
fasioi per i furlani
la cotta per i preti
moena per i vèci
buràta buratìn
(nome del bambino) va giò per el camin.
E' facile da ricordare e sembrerebbe semplice anche da capire; in realtà, una volta che la si è scritta e la si rilegge, rivela difficoltà inaspettate. Così ho fatto qualche ricerca online (Google) e mi sono subito scontrato con la stupidità dell'algoritmo (chiedo scusa ai tifosi dell'algoritmo) o meglio con l'ottusità di chi lo ha programmato in quel modo, perché la prima parola che volevo capire bene era "moena". Digitando moena per i veci si ottengono pagine e pagine sull'omonima località turistica vicino alle Dolomiti; allora metto le virgolette, "moena per i veci" e ottengo ancora pagine e pagine di pubblicità per Moena, comune italiano di 2631 abitanti in provincia di Trento e importante località sciistica. Scoraggiato, lascio perdere e scelgo un altro verso che non crei equivoci (e meno male che non ho digitato Moana, se no chissà cosa mi usciva) e mi pare che "fasioi per i furlani" sia il più adatto. Difatti, funziona; stavolta ho beffato l'algoritmo e mi sono uscite diverse pagine che riportano la filastrocca. Imparo subito due o tre cose importanti: la prima è che è diffusa in tutta l'area veneta o veneziana, comprese Trieste e l'Istria, e che comunque ci sono pochissime varianti, tutti la riportano come la ricordiamo anche noi in casa. La variante principale è nell'inizio, che spesso diventa "Ratta buratta"; altre le riporto qui sotto. La terza cosa che ho notato è che quasi tutti "fanno i furbi": davanti alle difficoltà tacciono, scantonano, fanno finta di niente. Passi per "la cotta per i preti" (qui basta un buon dizionario italiano), ma che cosa saranno mai "gli spini per la gatta"? Allora ci provo io, vado con l'esegesi e cerco di fare meglio che posso.

Buratto, spiega lo Zingarelli, è il tessuto con cui si fabbrica il setaccio, o crivello, per separare farina e crusca; il buratto è anche nel simbolo dell'Accademia della Crusca e serve per separare la farina dagli scarti. Il movimento che si fa con il bambino sulle ginocchia è infatti simile a quello che si fa per setacciare, muovendo il corpo avanti e indietro. "Ratta buratta" è un facile gioco di parole, oltretutto divertente perché sembra un nonsense anche se non lo è. Si può anche osservare che, essendo in area veneta, forse sarebbe più corretto scrivere "ràta buràta", senza le doppie; ed è certamente così, ma per me - mezzo veneto e nato fuori dal Veneto - resterà sempre così come l'ho scritto. Il primo verso ostico è "i spini per la gata", ma lo risolvo facilmente con una chiacchierata in famiglia: la lisca del pesce, quante volte l'ho vista nei cartoni animati? Gli spini sono dunque le ossa del pesce, e io non c'ero arrivato perché alla mia gatta non li dò mai (sono pericolosi), ma certo una volta si usava. Gli ossi per i cani non necessitano spiegazione, i fagioli per i friulani sono ottimi per la rima ma l'origine della frase è destinata a rimanere per me oscura. La cotta è uno dei vestimenti del prete (c'è anche la "cotta di maglia" dei soldati antichi, una maglia di rete di ferro). "Moena" è probabilmente un formaggio molle o una minestra di latte, cose che non si masticano (i vecchi non portavano la dentiera, nei tempi andati); rimango comunque sempre nel campo delle ipotesi, ma mi sento di escludere ciò che suggerisce l'algoritmo, e cioè che i miei antenati portassero gli anziani a sciare sulle Dolomiti (mi è uscita anche questa, offerte di soggiorno a Moena per la terza età). Mi sembra ci sia poco da spiegare anche per il finale, il "camino" sono le gambe che si aprono e fanno "cascare giù" il bambino (in realtà tenuto ben saldo) nel gioco. La prima volta il bambino magari si spaventa, ma poi capisce che è un gioco e chiede "ancora".
Altre varianti simpatiche: el mejo per i osei (il miglio per gli uccelli), la pappa per i putei. Il miglio per i canarini (per gli uccellini), la pappa per i bambini: avendo trovato la rima anche in italiano, passo e chiudo.
Eventuali correzioni sono più che benvenute, così come i suggerimenti.

domenica 9 settembre 2012

L’asciugamano di Robinia

Quella sull’asciugamano di Robinia è una battuta che tutti hanno ascoltato almeno una volta, qui a Milano e dintorni: una di quelle frasi impossibili da tradurre, o quantomeno che lo sono diventate, col tempo. Una cosa del genere, molto italianizzata per farsi capire da tutti (beh, quasi): “per quello lì...ci vorrebbe el sugamàn de robinia”. Purtroppo il dialetto non lo parla più nessuno, la vita quotidiana è ormai tutta fatta di oggetti di plastica, e di conseguenza oggi dovrò mettere giù un bel po’ di spiegazioni.
Si capisce al volo che il significato non va preso alla lettera: la robinia è una pianta d’alto fusto, quasi un albero. Come molte altre piante più o meno simili (il salice e il ligustro, per esempio) la robinia produce rami giovani che sono molto lunghi e flessibili: rami che una volta venivano usati per fare cesti, gerle, perfino bauli. Un ramo giovane di robinia, o di salice, può servire anche come sferza, o magari come bastone (dipende dal diametro e da quanto è flessibile): l’asciugamano di robinia è dunque una bastonatura, una sferzata. “Per quello lì ci vuole l’asciugamano di robinia” è dunque un’espressione rivolta a qualche giovane un po’ troppo – come dire – vivace. Per fortuna, lo si dice quasi sempre scherzando.
La cosa curiosa è che con la robinia si può davvero ottenere una fibra tessile, non molto diversa dalla canapa o dalla iuta; lasciando a macero i rami si ottengono delle fibre molto lunghe e molto flessibili, che possono essere filate e poi tessute. Il tessuto così ottenuto non è ovviamente paragonabile per morbidezza alla seta e al cotone, e quindi ecco un altro significato dell’espressione “sugamàn de robinia”, che era sicuramente noto ai nostri antenati.
Nei secoli più lontani da noi, fibre e tessuti erano molto difficili da ottenere e richiedevano molto lavoro, quasi sempre lavoro duro. E’ solo con la rivoluzione industriale, con l’introduzione di telai e orditoi meccanici, che i tessuti e i filati cominciano a diventare un po’ più facili da ottenere; oggi poi è diventato tutto facilissimo e a basso costo, e da una parte c’è da esserne contenti, dall’altra parte però (c’è sempre un altro lato della medaglia, mai dimenticarsene) con l’invenzione delle fibre sintetiche gran parte dell’industria tessile, soprattutto l’industria della lana, è andata in crisi; e si rischia di perdere l’arte e la conoscenza che vi sono connesse.
Invece fino a tutto il ‘700 si faceva di necessità virtù, e si filava tutto il filabile. Pochi sanno, per esempio, che non solo la robinia ma anche l’ortica può essere filata: le piante di ortica possono arrivare ad altezze anche superiori ai due metri, e il loro fusto contiene fibre lunghe e flessibili. Dopo macerazione e battitura, come per la canapa e la robinia, si ottengono le fibre. Ma ormai anche la canapa è diventata una rarità, e stavolta per una ragione curiosa: la pianta della canapa e quella dell’hashish (cannabis sativa e cannabis indica) sono molto simili. Per evitare dubbi, furono entrambe proibite; dato che nel frattempo sono state inventate le fibre sintetiche, il fabbisogno di canapa per l’industria è ormai quasi inesistente.
Da bambino avevo letto la fiaba dei fratelli Grimm, quella dei fratelli trasformati in cigni, dove si parla di camicie da tessere con l’ortica: pensavo che fosse un’invenzione poetica, e invece c’era probabilmente dietro questa verità storica. Una camicia fatta con l’ortica richiedeva sicuramente molto tempo e molta fatica, la ragazza deve cucirne addirittura sette per poter liberare i suoi fratelli: ecco dunque l’impervia prova da superare, che andrà comunque a buon fine.
Si filava tutto il filabile, dunque; e probabilmente qualcuno avrà fatto un pensiero anche sui fili dei cornetti, ma la fibra è troppo corta e comunque bisogna sicuramente essere un bel po’ disperati per pensare veramente a un tessuto fatto coi fili dei cornetti. Vorrei far notare: ho detto “cornetti” e non “fagiolini”. Qui in Lombardia dicono tutti “cornetti”, è quasi impossibile cambiare; per noi “fagiolino” è soltanto un fagiolo più piccolo degli altri, al massimo – e solo in Emilia – si può arrivare fino a Fasolein e Sandròn, ma è tutt’altra cosa. (Fagiolino, Sandrone, e la Polonia – che non è la nazione omonima, ma una contrazione del nome di Santa Apollonia, festa il 9 febbraio )
La robinia non è una pianta delle nostre parti: è americana, si chiama “robinia pseudoacacia” e prende il nome dal botanico francese Jean Robin, che iniziò a coltivarla nel 1601. Dato che è una pianta infestante e si riproduce molto velocemente, ha presto invaso tutta l’Europa, cambiando totalmente l’aspetto di molti dei nostri boschi. Qui c’erano i boschi di castagni, ma sono passati secoli e nessuno può ricordarselo: la robinia ha trionfato, ma ormai ha i giorni contati e verrà sicuramente sconfitta – non da altre piante, ma dalle autostrade e dal cemento della speculazione edilizia. La pianta originale, secondo quanto ne dice wikipedia, proviene dalla regione americana dei monti Appalachi.
Tornando all’asciugamano di robinia, ne ho trovato una variante divertente in un film di Ermanno Olmi (“La cotta”, o forse "Piccoli discorsi", girati nel 1965): il padre del ragazzo si lamenta perché lo trova svogliato, e dice che per lui ci vorrebbe “el sugamàn de robina”. Robina, e non robinia: robina, cioè roba fine, sicuramente un altro doppio senso più che una pronuncia dialettale diversa. Si dice “robina”, si intende tutt’altro.
Un ricordo di mia mamma è questo: suo cugino stava facendo dei piccoli dispetti alla prozia, seduta a recitare il rosario sotto il fienile. Poi aveva pensato di andarsene via senza farsi vedere, ma non aveva tenuto conto che la prozia, proprio per il suo fatto di essere prozia, non era mica nata ieri: aveva a portata di mano un lungo ramo flessibile di robinia, o forse di salice, e l’aveva usato centrando il bersaglio, ovviamente le gambe del ragazzo. Ne era uscita una sequenza che è divertente sentir raccontare, nella quale l’anziana donna si lamentava dell’essersi presa un accidenti dal ragazzo, cosa che peraltro poi si sistemò senza problemi. In casa di mia mamma si volevano tutti bene, erano altri tempi, e da questo punto di vista sicuramente molto più civili di quelli che stiamo vivendo.
(le immagini di Fagiolino e Sandrone vengono da “Novecento” di Bernardo Bertolucci; le foto della robinia vengono da wikipedia)

martedì 17 aprile 2012

Ul

“El mé marì l’è de Ulm”, disse la moglie di Einstein – o forse avrebbe potuto dirlo, dato che Albert Einstein era nato a Ulm, nel 1879, e visse a Milano per un paio d’anni, da ragazzo (in via Bigli 21, ci dovrebbe essere ancora una lapide). Se invece Einstein fosse stato comasco, invece che milanese, la moglie avrebbe potuto dire “Ul mé marì l’è de Ulm”, una frase che farebbe la delizia degli enigmisti: e questo perché a Como e dintorni l’articolo il diventa inesorabilmente “ul”, mentre a Milano se diseva “el”, e in altre parti della Lombardia si salta direttamente la vocale e si dice ‘l mé marì. O, quantomeno, così capitava quando la gente parlava ancora in dialetto; oggi sarebbe tutto da verificare. C’è ancora qualcuno che parla il suo dialetto natale, ma ogni paese aveva il suo proprio dialetto, spesso diversissimo da quello del paese confinante, e quasi sempre durissimo e incomprensibile per chi veniva da fuori: e quel “venir da fuori” si riferisce, per l’appunto, a chi abitava nel paese confinante, meno di cinque minuti camminando di buon passo. E’ così un po’ in tutta Italia, dal Nord al Sud, da Est a Ovest; e chi parla di “dialetto lombardo” o di “lingua lombarda” (idem con il napoletano, o con il sardo) dimostra solo di non sapere nemmeno di cosa si sta parlando. Le sorprese, quando si parla di dialetti, sono molte: l’Italia è stata per millenni zona di passaggio, e ricordo, en passant, che il bergamasco è diversissimo sia dagli altri dialetti lombardi che da quelli veneti, che esistono zone in cui si parla l’albanese antico (in Sicilia, in Puglia, e altrove), che Guardia Piemontese è in Calabria (già il nome spiega molte cose), e che fino a non molti anni fa c’era un paese, mi pare in Friuli, dove si parlava qualcosa di molto simile al russo: purtroppo non me ne ricordo il nome, ma dato che era un posto isolato, in montagna, si ipotizzava qualche gruppo di soldati che, tra Ottocento e Settecento, stufo di far guerre, si fosse ritirato qui senza più esser ritrovato.
A questo proposito, mio fratello mi ha raccontato che a metà degli anni ’70 si era trovato a parlare di queste cose con un ingegnere tedesco, un tecnico di computer (a quei tempi, tecnologia all’avanguardia), che gli aveva raccontato di essere rimasto colpito dal dialetto dei comaschi: con tutti quegli “ul” e tutti quei suoni gutturali, gli pareva di essere finito in mezzo ai turchi di Berlino. Ci potrebbe essere una spiegazione per questa cosa: gli esperti, etnologi e linguisti, consigliano di porre attenzione ai nomi dei paesi sul Lago di Como: Onno, Nesso, Lenno, tutti nomi greci. Altri studiosi hanno notato l’alta percentuale di capelli ricci e crespi tra gli abitanti di quelle parti, non immigrati ma proprio indigeni da generazioni; e ci si è ricordati che ai tempi dell’Impero Romano (quindi, duemila anni fa) furono mandati da queste parti molti coloni di origine greca, o magari della zona che oggi corrisponde alla Turchia. Più avanti negli anni, i genetisti hanno avanzato l’ipotesi che lo stesso tipo di aspetto fisico e di capigliatura, o simili, si trovi in Inghilterra per lo stesso motivo: “truppe romane”, si dice comunemente, ma molti soldati “romani” erano in realtà di origine africana, o mediterranea nel senso più vasto. Dato che questa immigrazione risale a duemila anni fa, o magari anche di più, è più che naturale che se ne sia persa la memoria.
Concludendo, o provando a concludere per oggi, ricordo che a metà anni ’80 si cominciarono a stampare dalle mie parti dei calendari “in comasco”: virgolette d’obbligo, perché il dialetto comasco non esiste, esistono invece “i” dialetti comaschi (per noi comaschi vicini a Milano, il tremezzino di Davide Van de Sfroos è quasi una lingua straniera). Su quel calendario, invece di scrivere i nomi dei santi c’era scritto l’articolo “il”, come si fa in famiglia: il Giuseppe, il Francesco, eccetera. Trattandosi comunque di dialetto comasco, ne risultava una fila verticale di “ul” davvero impressionante: ul Giüsepp, ul Francesch, ul Mansuett, ul Carlo, ul Costantìn, e per fortuna ogni tanto anche l’Ernèst, l’Enrico, la Caterina, la Teresa, la Carla. Rimane da riportare il nome di quel calendario, volutamente antico: Ul tacuin, cioè “il taccuino”.
(le immagini vengono da vecchi numeri del "Corriere della Sera", l'articolo era sul "Venerdì di Repubblica": facendo clic si legge bene tutto, o almeno lo spero)

giovedì 8 marzo 2012

Gianni Brera ( I )

Gianni Brera è stato uno dei primi giornalisti che ho imparato a leggere e a riconoscere: avrò avuto undici o dodici anni, mio fratello comperava “Il Giorno” e io leggevo le pagine sportive. Sulle altre pagine, cominciando finalmente ad essere un po’ adulto e a leggere il giornale dall’inizio, avrei poi trovato Giorgio Bocca, e tante altre inchieste e approfondimenti. Non che fosse facile seguire la politica, già allora, ma eravamo intorno al 1969, la strage di Piazza Fontana, la strategia della tensione, anche per un undicenne c’erano tante domande – per esempio, in Piazza Fontana a Milano un bambino della mia età aveva perso una gamba, e suo nonno che era lì con lui era morto: possibile?
Sono stati proprio quegli anni, i titoloni sbagliati sull’anarchico Valpreda (che erano sbagliati lo avrebbero ammesso con certezza solo un paio d’anni dopo), l’inchiesta di Bocca e Marco Nozza sui movimenti neofascisti (ma il fascismo non era una cosa del passato?)...Insomma, in quegli anni ’60 “Il Giorno” era un bel giornale; in seguito avrei scoperto Walter Tobagi sul “Corriere”, e solo in seguito sarebbe nata “La Repubblica” (a metà anni ’70).
Leggere le pagine sportive era certamente più facile e invitante, almeno per uno che faceva la prima o la seconda media: e da lì avevo infatti cominciato, trovandoci Gianni Brera: che non era certamente una lettura facile. Leggere Brera era però una specie di sfida: me lo immaginavo vecchissimo, invece era più o meno dell’età dei miei zii, solo che aveva cominciato giovanissimo ed era ormai una specie di pontifex maximus, rispettatissimo, nel mondo del pallone.
Lo stile di Brera era da scrittore puro, il fatto che trattasse di football era quasi un aspetto secondario. Il modello era Gadda, ma non so dire se fossero solo contemporanei o se fosse un modello voluto e cercato, perché Gadda negli anni in cui si era formato Brera non era un autore “alla moda” (né lo sarebbe mai stato). Ma che Brera lo avesse letto e assimilato, all’epoca di cui parlo (fine anni ’60) mi pare più che ovvio. E se non ci fosse stato Brera, forse io non avrei mai capito Carlo Emilio Gadda.
Brera era comunque Brera, aveva una sua personalità e non era Gadda ricopiato: la prima parola che mi ricordo è “fòlber”, che sarebbe football in dialetto milanese. Come si sia arrivati a fòlber partendo da football è una questione che lascio volentieri agli studiosi, sta di fatto che “fòlber” era una parola che conoscevo, negli anni ’60 molti ancora parlavano in dialetto, e di fòlber avevo sentito parlare molto, da amici e conoscenti e vicini di casa. Fòlber è l’esatta pronuncia di “football” fatta dai nostri vecchi, in quasi tutti i dialetti milanesi: ritrovarla come parola scritta mi aveva preso alla sprovvista, e anche messo di buon umore. E così ero andato avanti a leggere quegli articoli lunghi e tutt’altro che facili.
Da Brera avrei imparato anche altre cose: mi incuriosivano i numerosi riferimenti alla mitologia classica, per esempio l’invenzione di Eupalla, musa del pallone, che sovrintendeva alle sorti calcistiche. Così come c’erano le nove Muse, una per ogni arte (Urania, Clio, Euterpe, Talia, Melpomene, Tersicore, Erato, Polimnia) così doveva esserci una Musa anche per i grandi del pallone, qualcuno che ispirasse le giocate dei grandi campioni (gli altri no, i normali pedatori non ne avevano bisogno, “o il pée o la balla” era il motto dei difensori e dei centrocampisti.). “Eu” è il prefisso che sta per “bello, positivo” in greco antico: è la radice del nome Eugenio (ben nato), del nome Europa, eccetera.
A Brera devo anche l’idea delle grandi partite come se fossero governate da un consesso di dèi seduti nell’Olimpo, sul tipo dell’Odissea e dell’Iliade: per quanto ti dai da fare, il risultato è stato deciso là in alto, vincerà Achille e non Ettore; si salverà Ulisse, ma da solo. Un’idea che può sembrare stramba, ma mi è tornata parecchie volte alla mente, da tifoso della Juve, pensando a quella finale con l’Amburgo (un attacco da favola, e nemmeno un tiro in porta), o alla tragica serata dell’Heysel, quasi che per noi fosse vietato vincere.
Intendiamoci, ogni tanto Brera svaccava, scriveva male, faceva discorsi bizzarri. Non sempre Brera era all’altezza di se stesso. E non so quanto siano leggibili oggi gli articoli di Brera: molti sono stati raccolti in volume, ma erano legatissimi all’attualità, per ovvi motivi, e non c’è niente che invecchi più in fretta dell’attualità. E’ molto probabile che i giovani tifosi del Milan di oggi non sappiano nulla di Rivera, che si ignori l’epopea del Cagliari di Riva e Scopigno, che tra i tifosi della Juve si sia persa la memoria di Del Sol e Cinesinho (con tutto quello che abbiamo vinto dopo! la Juve degli anni ’60 aveva gli Agnelli al comando, ma non era gran cosa...).
Gianni Brera ha scritto anche molti libri al di fuori del calcio, romanzi come Naso bugiardo e Il corpo della ragassa, o scritti da buongustaio come La pacciada; esiste un suo filmato RAI degli anni ’60 dove discute con Nereo Rocco (vincitore di due Coppe dei Campioni, per chi non lo sapesse) dell’utilità del buon vino e della mancanza di civiltà di chi è astemio; e ricordava sempre che Rocco e Bearzot e Blason erano tra i pochissimi calciatori che avessero studiato seriamente, fino alla licenza liceale, in tempi in cui non studiava nessuno.
Dei discorsi strani di Brera fanno parte le teorie della razza, a cui teneva moltissimo. Ma non sono le teorie che vi aspettereste da un razzista: guardando prima di tutto se stesso, ne aveva concluso che i padani (Brera era di Pavia) erano tutti “stortignàccoli”, razza fisicamente inferiore, e non potevano competere sul piano atletico con quelli del Nord Europa. Di conseguenza, l’unica era prenderli per stanchezza, innalzando mura resistenti (il famoso “catenaccio”), difendendosi e ripartendo veloci. In questa teoria era confortato dalle vittorie del Milan di Rocco in Coppa Campioni, quel Milan aveva una difesa di ferro e Rivera a lanciare Altafini, Prati, Sormani...
Sempre secondo Brera, se la razza padana era fatta di omini bassi e robusti, in un altro angolo dell’Italia c’era la “razza Piave”, friulani e veneti e trentini, alti e robusti e saldi come querce. Io sono per metà veneto e ne ero contento; meno contenta l’altra mia metà, perché Brera descriveva i suoi della Bassa come “stortignaccoli” guardando se stesso allo specchio, ma l’altra metà della mia famiglia (“ad Parmae”) non era come la descriveva lui, i miei zii e mio nonno erano tutti belli e ben proporzionati, che parlasse per lui, il buon Brera...
Quanto ai meridionali, nel calcio ce ne erano pochissimi. Ovviamente, c’era una teoria anche su questo: ma ve la risparmio. Quando la Juventus si ritrovò a vincere uno scudetto dietro l’altro con una squadra per metà composta da meridionali (i siciliani Furino e Anastasi, il pugliese Causio, il sardo Cuccureddu, e poi Gentile, Brio, eccetera) la prese malissimo e cominciò a chiamarla “maritata Cacace”. Sospettavo da tempo che io e Brera avessimo fedi calcistiche diverse, ne ebbi in quegli anni la conferma.
Ma poi non si può dire che Brera fosse razzista, era solo la mentalità di quegli anni; e poi già il fatto di vedere se stesso e i suoi come gente piccola, brutta e cattiva (dal punto di vista calcistico, si intende) lo assolve ampiamente. E una cosa ancora va detta: Gianni Brera prese parte alla Resistenza. A vent’anni era un parà della Folgore, dopo l’8 settembre 1943 capì finalmente che il Capo era un cialtrone, e andò a combattere con i partigiani della Val d’Ossola. Nel frattempo, per non doversi arruolare nella RSI era stato costretto a rifugiarsi in Svizzera: a questo proposito anni dopo, avrebbe raccontato questo aneddoto. Gianni Brera stava parlando con uno svizzero, e gli era sfuggito un “voi che siete sudditi della Confederazione”; ma lo svizzero lo aveva fermato: «No, voi siete dei sudditi. Noi svizzeri siamo Cittadini della Confederazione, è tutt’altra cosa»
(continua)

Gianni Brera ( II )

Un’altra cosa importante che devo a Gianni Brera è l’aver capito la differenza tra vedere le partite in tv e allo stadio. E’ una cosa che avrei capito e apprezzato bene solo una decina d’anni dopo, non andando allo stadio ma a teatro (il Piccolo Teatro, le ultime stagioni di Strehler) e ai concerti, e all’opera. La tv non è una cosa vera, la partita la si capisce solo allo stadio.
L’articolo di Brera che mi aveva fatto capire questa cosa riguardava la Nazionale: Brera aveva dato solo la sufficienza a Gianni Rivera, ed era stato subissato non solo di critiche, ma anche di lettere offese e di telefonate arrabbiate da parte dei tifosi. Brera lo aveva spiegato così: “io ho visto la partita allo stadio, gli offesi avevano visto la partita alla tv. Alla tv si vede un giocatore solo quando lo inquadra la telecamera; bastano due tocchi ben fatti e fai un figurone”. Ma allo stadio si vede tutto, puoi guardare dove vuoi, come a teatro. E, guardando dove vuoi, puoi seguire bene i movimenti dei giocatori. E’ solo allo stadio che si capisce il valore di un giocatore.
Ancora oggi, molti giornalisti di professione che passano per esperti danno del brocco al difensore centrale che sbaglia un intervento, stupendosi poi di ritrovarlo l’anno dopo a giocare da campione; ma se i difensori sono in difficoltà e fanno figure da brocchi, spesso la colpa è di chi sta davanti, dei centrocampisti che non fanno filtro. E qui ricordo un altro articolo di Brera, quando diede un otto in pagella a Romeo Benetti, che al contrario di Rivera aveva contro critica e tifosi. Erano le stesse ragioni che lo avevano spinto a dare un voto scarso a Rivera in un’altra partita: Benetti era dappertutto, non aveva sbagliato un passaggio. Ancora oggi, capita di vedere che un centrocampista o un esterno prendono voti bassi e giudizi del tipo “poco brillante, si è visto poco, poco appariscente”: è probabile che si tratti di una consegna precisa dell’allenatore, tenere la posizione.
Ma, alla tv, tutto questo non si vede: alla tv non sei tu che comandi, sei costretto a seguire la telecamera, e vedi solo quel che vuole la cabina di regia. Un discorso che vale anche per la politica, per internet, per twitter e per facebook: più hai la possibilità di alzare la testa e guardarti intorno liberamente, e meglio potrai capire. Non è detto che funzioni sempre, ma è una buona cosa averne la possibilità.
Brera è rimasto famoso per gli epiteti e i soprannomi, ancora oggi citatissimi. I più famosi sono sicuramente “Rombo di Tuono” per Riva e “abatino” per Rivera: Rivera era un grandissimo campione ma era piuttosto esile di costituzione, un po’ come è oggi Pirlo, e Brera diceva che gli sembrava un pretino dell’oratorio, più che un calciatore professionista (cosa che non gli fu mai perdonata dai tifosi). E’ il caso di ricordare che in molti paesi, come in Francia, “abate” è sinonimo di prete: lo era anche da noi ai tempi di Casanova, nel ‘700, poi il significato è cambiato. Questa dell’abatino è una battuta che molti non hanno ancora capito, nemmeno dopo cinquant’anni.
Facile da capire, per chi ha visto giocare il grande Cagliari che vinse lo scudetto, è invece il soprannome dato a Gigi Riva (scritto quasi sempre “Giggirriva”, secondo la pronuncia sarda), che non era un fine palleggiatore alla Maradona ma era un attaccante molto potente e preciso, un cannone da caricare, un rombo di tuono quando calciava in porta. A Brera piaceva molto Riva, era uno dei suoi calciatori preferiti.
Altri soprannomi meno famosi: “Massinissa” per il centravanti sardo Virdis, che si offese molto ritenendolo un insulto; a Brera toccò spiegare che Massinissa fu re di Numidia, alleato di Roma contro Cartagine, grande guerriero. Il soprannome veniva dall’aspetto di Virdis, che sembrava davvero un guerriero fenicio; ma Virdis all’epoca era solo un ragazzo di diciott’anni.
Altre polemiche per “macellarin” Rocca, velocissimo difensore della Roma e della Nazionale: gli ricordava un garzone di quelli di una volta, che andavano sempre svelti, ma fu dura spiegare che nemmeno questo era un insulto. Molto più criptico “immibimbo”, che era Sergio Gori: figlio di un oste toscano che aveva un’eccellente trattoria a Milano, molto amico di Brera, è la trascrizione volutamente buffa del modo in cui il padre del calciatore (altro protagonista dello scudetto del Cagliari) parlava di suo figlio, “il mio bimbo”.Con Brera si imparava sempre qualcosa: per esempio l’etimologia cognome Baresi, curioso per un bresciano doc: indica la barra del biroccio, quello che sta alla barra. Un cognome che deriva da un mestiere, dunque, come moltissimi altri sia da noi che all’estero (Wagner, wagoner, ha quasi la stessa etimologia).
Il lato negativo di Brera l’ho visto soprattutto nelle sue ultime esibizioni su piccole tv private, dove andava visibilmente di malavoglia. Veniva da pensare che il calcio non fosse il principale interesse della sua vita, e forse non lo era davvero mai stato. Gli dava da vivere, questo sì, e anche bene; ma dopo un po’ scrivere o parlare di calcio dà noia, o quantomeno così accade alle persone normali. Penso che fosse così anche per Brera, che in quelle ormai antiche trasmissioni (Brera è morto nel 1992) lasciava spesso di sasso lo sponsor durante le interruzioni pubblicitarie, infischiandosene del fatto di essere in onda (“parla per tì, che se no sembra che mi ma se vestissi in dalla XXXXX”) (non metto il nome della ditta per evitare querele). Oppure quando diceva che in Nazionale doveva giocare Casiraghi, non perché fosse un bravo centravanti (lo era) ma perchè “l’è vun di noster”. O magari “diglielo tu al cameramen di non inquadrarmi quando devo soffiarmi il naso che se gh’el disi mi capiss minga” (esegue in diretta, rumorosamente). Ma tutte queste cose qui gliele perdonavo, e anzi questo aspetto da showman più o meno volontario, davanti all’esterrefatto ed educatissimo maestro Vantellini (musicista e suo amico personale), erano uno spettacolo a sè, ancora meglio delle sue disquisizioni tecnico-tattiche.
Brera aveva poi delle autentiche “fisse”, come il fatto che Facchetti dovesse giocare centravanti: date le sue teorie sulla razza (gli italiani e i padani soprattutto erano una razza fisicamente inferiore) trovandosi fra le mani un bergamasco alto un metro e novanta gli sembrava uno spreco farlo giocare terzino; ma Facchetti era velocissimo, ed erano ancora gli anni in cui i grandi sprinter erano piccoli e scattanti, come Mennea e Berruti, e non degli armadi “alla Facchetti” come sarebbe successo in seguito.
L’erede di Brera oggi è probabilmente Gianni Mura, come lui molto colto e amante della buona tavola; non certo gli imitatori permalosi, rossi in volto e sbraitanti, che di Brera hanno preso il lato peggiore. Un po’ come quelli che si credono eredi di Montanelli per il fatto di scrivere nei titoli parole come “Cretinetti”. André Deed, francese, da noi ribattezzato Cretinetti, fu un comico molto popolare negli anni ’10 del Novecento, agli inizi del cinema; Montanelli poteva ben ricordarselo, ma il fatto di essere magri e calvi o magari con la chioma fluente ma magri ed eleganti all’inglese, e citare termini che usava Montanelli, non significa affatto somigliare a lui. Pochi ci fanno caso.
Ed infine, il ricorrere volentieri a termini come padano, padania, pianura padana: per uno nato a Pavia, mi sembra una cosa normale, la deriva politica del termine Padania sarebbe arrivata solo quando Brera era già morto. Essere padani non è affatto una cosa negativa, e mi piacerebbe che si ricominciasse a parlare della Lombardia come di una terra aperta e accogliente; e poi lui scriveva sempre che i padani sono piccoli e brutti, incapaci di competere con la gente del Nord, e questo mi sembra l’esatto opposto del razzismo e del nazionalismo. Cosa esaltava Brera di lombardo, di padano? Il buon vino, la buona tavola, la convivialità. Ma qui da noi hanno cementificato e asfaltato dappertutto, tra poco il buon vino sarà solo un ricordo lontano.
Biografia, da www.wikipedia.it
Laureatosi in scienze politiche all'università di Pavia nel 1943, mentre prestava servizio come tenente paracadutista della Divisione Folgore, si rifugiò poi in Svizzera nel 1944 per sfuggire alla Gestapo, che ne sospettava la contiguità con la lotta partigiana. Rientrato in Italia, si unì alla Resistenza in Val d'Ossola, grazie all'intervento del senatore Maffi e di Giulio Seniga, che garantì per lui, salvandogli la vita. Come aiutante di campo della brigata Comoli, facente parte della Divisione Garibaldi Redi, fu l'autore del piano che sventò la distruzione per minamento del traforo del Sempione. Brera si gloriò sempre di aver attraversato tutto il periodo della Seconda guerra mondiale, da paracadutista e da partigiano, senza aver mai sparato ad un altro essere umano.
Tornato alla vita civile, nel 1945 fu chiamato da Bruno Roghi alla Gazzetta dello Sport, il più importante quotidiano sportivo italiano, testata della quale diverrà direttore nel 1949, il più giovane nella storia del giornalismo italiano, dopo un fortunato reportage dal Tour de France di quell'anno.
Sposatosi nel 1943 con Rina Gramegna (1920-2000), ne ebbe quattro figli: Franco (n. e m. 1944), Carlo (pittore, 1946-1994), Paolo (scrittore, n. 1949), Franco (musicista, n. 1951).
Tra le numerose testate su cui Gianni Brera scrisse, vi sono, oltre alla citata Gazzetta, Il Giorno, Il Giornale, il Guerin Sportivo e la Repubblica. I suoi articoli sono stati tradotti in diverse lingue. Si devono a Brera anche numerosi libri: manuali, saggi, romanzi, racconti e pièce teatrali e radiofoniche. Il suo romanzo più celebre fu indubbiamente Il corpo della ragassa che nel 1978 venne adattato per il cinema da Alberto Lattuada e diretto da Pasquale Festa Campanile.Comparve a lungo in televisione nelle trasmissioni "Il processo del lunedì" e "L'Accademia di Brera" (per l'emittente Telelombardia).
Nel 1956, quando Giulio Seniga ruppe con il Partito Comunista Italiano per i fatti d'Ungheria, si rifugiò a casa di Gianni Brera portando in una valigia un milione di dollari che rappresentavano il finanziamento dell'Unione Sovietica al Pci. Seniga utilizzò poi il denaro per l'attività politica, fondando in Svizzera la casa editrice "Azione Comune" che diresse riconoscendo a sé stesso solo uno stipendio da operaio.
Brera fu candidato alle elezioni al Parlamento nella circoscrizione di Milano-Pavia in due occasioni, con il Partito Socialista e con il Partito Radicale. Morì il 19 dicembre 1992 in un incidente automobilistico sulla strada che collega Codogno a Casalpusterlengo. Nel 2003 l'Arena Civica di Milano fu reintitolata a suo nome. Sulla tomba di Gianni Brera a San Zenone al Po ogni mese viene depositato come omaggio un sigaro toscano. (...)

domenica 29 gennaio 2012

Balabiòtt

Gli insulti milanesi, quelli di una volta, non erano quasi mai veri insulti ma piuttosto epiteti, metafore, giochi di parole; anche e soprattutto perché il carattere dei milanesi, quelli veri, era molto aperto e accogliente, ben diverso da quello che si vuol far credere oggi. Le cose cambiavano più a nord, verso Varese, verso Como, dove c’era gente più chiusa, anche per motivi puramente geografici. A Milano, in un posto situato proprio in mezzo alle principali vie di comunicazione, non si guardava più di tanto alla provenienza e al colore della pelle, all’accento “strano” ci si faceva l’abitudine, l’importante era la persona in sè e come si comportava; e su queste basi si è costruita la fortuna della città. Va da sè che poi le cose cambiano, che conta molto come si dice una parola piuttosto che la parola in sè: una volta ho visto una donna arrabbiarsi moltissimo con un collega che l’aveva definita “Miss Italia”. La donna era molto bella e sempre elegante, ma non era più giovane; e quella frase, «va là, Miss Italia», detta in quel modo era davvero pesante, e aveva colto un nervo scoperto. Magari, in un’altra occasione, la signora ci avrebbe riso sopra; ma non in quel momento, non in quel modo, e soprattutto non da quella precisa persona.
Tornando a noi e al discorso sul dialetto, un epiteto che era molto comune e che oggi non si ascolta quasi più è “balabiòtt”. Quando da giovane si cominciava a scherzare con i più vecchi, sul lavoro, era facile sentirsi rispondere così: «Va là, balabiòtt». Non è propriamente un insulto: “ballabiotto” si può infatti definire un abitante di Ballabio, che è un paese vicino a Lecco; e Ballabio è anche un cognome piuttosto comune, nel lecchese e in Brianza. Magari gli abitanti di Ballabio tra di loro si chiamano ballabiesi, o ballabini, non lo so di preciso; sta di fatto che “ballabiotto” in dialetto milanese (e un po’ in tutta la Lombardia) si può scomporre in due parole, “balla” e “biotto”. Dato che “biotto” significa nudo, ecco dunque evocata la figura del danzatore nudo: uno che balla nudo è un matto, quindi se ti dicono “balabiòtt” ti stanno dando, con maggiore o minore delicatezza, del matto. Fino alla riforma Basaglia, negli anni ’60 (e purtroppo molto spesso ancora oggi, come si vede nelle cronache) i matti nel manicomio venivano spesso lasciati nudi; e comunque non c’era l’abitudine di andare in giro svestiti, nemmeno d’estate. Anche le minigonne e i pantaloncini corti, come si sa, cominciano a vedersi e ad essere cosa normale solo a partire dagli anni ’60.

La figura del danzatore nudo, del “balabiòtt”, mi ha fatto venire alla mente un altro insulto quasi scomparso: “pelabròkk” (scritto come lo avrebbe scritto Gadda). E’ un insulto scomparso, e difficilmente traducibile con precisione, per mancanza di materia prima: non tanto i milanesi in sè (siamo sinceri: chi lo parla più, il dialetto, a Milano? c’è qualcuno che ci prova, o che fa finta, ma parlare in dialetto è un’altra cosa) quanto i rami di gelso e la bachicoltura, cioè l’industria della seta. Infatti le brocche, anche in lingua italiana, sono i rami delle piante: “O Valentino vestito di nuovo...” (una volta la si studiava a memoria a scuola, è di Giovanni Pascoli, dai “Canti di Castelvecchio”)
Pelabròkk, o “pelabrocch” (stessa pronuncia) è dunque il pelatore di rami, i rami con le foglie presi dalla pianta del gelso e “pelati” per dar da mangiare ai bachi della farfalla Bombyx mori, che produce la seta. Fino agli anni ’50 era ancora possibile trovare in Lombardia qualcuno che allevava i bachi da seta, quand’ero bambino io c’erano ancora moltissimi gelsi per le strade e nei campi, ma da decenni la seta arriva tutta dalla Cina o dall’India, non si pelano più le brocche in Lombardia ma qualcuno ancora usa quest’epiteto che sta a significare “fannullone, persona da poco”: è un lavoro che può fare anche un bambino, e che non richiede nessuna particolare abilità. Si può però aggiungere che è un lavoro che va fatto tutti i giorni, con continuità, perché i bachi da seta nella loro fase di crescita mangiano moltissimo; e quindi raccogliere e “pelare” i rami del gelso non è proprio una cosa da poco, ma il significato ormai è quello e non lo si può cambiare.
Devo queste informazioni (oltre che alla lettura di Gadda e di Delio Tessa) a Nanni Svampa, a Dario Fo, a Piero Mazzarella, a Roberto Brivio, e a tutti quegli attori e cantanti che tengono ancora vivo il dialetto milanese; in particolare la sequenza “danzatore nudo scorticatore di rami”, detta con estrema pacatezza, l’ho sempre trovata molto divertente ed è un vero peccato che non la si possa quasi più ripetere.

Anche l’insulto milanese più famoso, il celeberrimo “pirla”, non è propriamente un insulto. “Pirlare” significa ruotare, roteare sul proprio asse come fa la trottola – e anche la trottola ormai temo che sia un giocattolo quasi scomparso, ma che è stato molto comune per secoli. Si dice ancora oggi comunemente, dalle mie parti, “pirlare in giro”: andare in giro senza costrutto. Per esempio, quando ti mandano da un ufficio all’altro e si perde tempo: “mi hanno fatto pirlare in giro per tutta la mattina”. Pirlare, ruotare come una trottola: la trottola si muove, e molto, ma è un movimento che non porta da nessuna parte.
A Como, dove sono nato, fino a pochi anni fa però l’insulto più comune era un altro: non “pirla” ma piuttosto “bìgul”, cioè “bìgolo”, una parola che usano molto anche i veneti. Per i veneti, “bìgolo” è qualsiasi cosa che abbia un aspetto più o meno cilindrico, compresi gli spaghetti. Anche gli spaghetti, se li guardate bene, sono infatti “bìgoli”, dei cilindri. La base è molto piccola rispetto all’altezza, ma sono pur sempre dei cilindri.
Però se si va sulle somiglianze e sulle metafore questo post rischia di diventare un po’ troppo osceno, ed è infatti vero che il perno della trottola è anch’esso, alla fin dei conti, come dire, un autentico bìgolo – ma qui mi fermo, ho già scritto troppo e non vorrei che poi qualche motore di ricerca finisse col censurarmi.

PS: quando morì Luchino Visconti (milanesissimo) chiesero un ricordo a Walter Chiari (veronese di Milano, di origini pugliesi), che aveva recitato per Visconti in “Bellissima” del 1953, con Anna Magnani. Walter Chiari disse (esiste il filmato) che quando Visconti gli fece leggere la sceneggiatura di “Rocco e i suoi fratelli” non potè fare a meno di dire: «Ma qui c’è un immigrato del Sud, c’è il pugilato, questa è la mia storia...perché non lo fai fare a me?». E Visconti gli rispose così, con estrema gentilezza e misurando bene le parole: «Perchè tì, balabiòtt, te set tropp vècc.». Walter Chiari sorrideva nel ricordarlo: eh sì, era vero. Nel 1960 Chiari aveva già quarant’anni, troppo vecchio per quella parte, che poi andò al ventenne Alain Delon.

venerdì 24 giugno 2011

Naviglio

1. Un sorprendente fossato di acqua viva, popolata di pesci e di gamberi, circonda questa città. (Bonvesin de la Riva, anno 1200)
2. Sul gorgo viscido, chiazzato e putrido, sghignazza un cinico raggio di sol (Filippo Turati, fine ‘800)
3. Bisognerebbe scoperchiare i navigli, invece svuotano la darsena per farci i garage. (Dario Fo, anno 2006)
(notizie da La Repubblica 19 gennaio 2007, per la pubblicazione di  "Il fiume sommerso" dell’architetto Pietro Lembi , ed. Jaca Book, un libro che ripercorre la storia dell’acqua di Milano dal neolitico fino ai nostri giorni)
Il presente? due rive d’acqua sporca, che scorre nel cemento, ma c’è a chi piace. Chissà, forse verso Pavia torna ad essere un corso d’acqua e non lo scolo del cesso, ma chissà per quanto tempo ancora. Di sicuro c’è questo: che i milanesi, se vedono una rana o una cavalletta, chiamano i pompieri; e che se hanno a disposizione un posto come la Darsena, la chiudono e la rendono invivibile.

Dante Isella descrive brevemente i Navigli così, nel commento a “Navili” di Delio Tessa:
Navigli: La fossa che circondava le mura della città antica fu modificata ed ampliata sotto Ludovico il Moro (1496; la tradizione vuole per opera ingegneresca di Leonardo), in modo da introdurvi le acque del Naviglio. L'anello, di circa cinque chilometri, fu detto «Naviglio interno». Il tratto che passava davanti all'Ospedale Maggiore (oggi via Francesco Sforza) era comunemente chiamato «il Naviglio dell'Ospedale». Se ne può avere un'immagine particolareggiata da un disegno del Migliara (riprodotto nella Storia di Milano, XVI, p. 831) e da un quadro di anonimo, pure verso la metà dell'Ottocento, del Museo di Milano (ibid., p. 28).
“Tombon de San March”: cosí si era soliti «chiamare, con una metonimia popolare, lo slargo del Naviglio nei pressi della chiesa di San Marco (...) Ragazze tradite e uomini disperati venivano, fino a pochi anni fa, ad annegar nell'acqua torpida del Tombone le pene dell'amore e quelle della miseria» (Bacchelli, art. cit.).
Vale la pena di osservare che siamo in centro a Milano: la chiesa di San Marco è a Brera, via Sforza è a due passi dal Duomo. Difficile immaginare un corso d'acqua o un laghetto da quelle parti, eppure l'acqua c'è ancora, è stata solamente ricoperta.

Al tempo di Delio Tessa (questo brano è del 1929) il Naviglio era ancora qualcosa di vivo, una via d’acqua fondamentale per le merci e le persone: sono gli stessi anni in cui Jean Vigo gira “L’Atalante”, a Parigi, e l’ambientazione è la stessa. “Navili” doveva essere una composizione a più voci, quasi un quartetto d’archi, ed è rimasta incompiuta; Tessa ha scritto solo le parti dedicate alle prime due voci, e io ne riporto solo l’inizio perché è comunque una parte molto lunga. Si inizia con l’autore ridestato dai rumori nel Naviglio, poi c’è un dialogo tra il Naviglio stesso e l’acqua che vi scorre.
NAVILI
Esuss quella trombetta! Nanca pu
sul fà della mattina poss dormì,
d'ora in ora l'è chì come ona sveja...
me sera giust carpiaa, voltava via
pena, pena on'ideja
e... tracch... quella trombetta besiosa!
Tucc rìven chì... la tosa
che se galena.., el pàder che se spara...
ah, caro ti... el tombon... viva el tombon
de San March... viva i temp d'Ara-Bell'Ara!
...Te dormet eh... te dormet... impastada
de sogn te see... de quand t'hoo cognossuda,
semper insormentida te see stada...
... anca a vess dessedada,
anca a avella veduda
la vita come mi... ah quell fass stringa
della ghirba a tirà
sira!... pàrlomen minga! !
ACQUA
In sto mond birba, pien de travaij,
l'unech remedi l'è de dormì.
NAVILI
Dai brugher de Tesin dove se cobbiom,
acqua e navili num,
là su nassi, me moeuvi;
e da Turbigh a Boffalora poeu
fina al bass de Pavia... acqua... acqua...
(...)

NAVIGLIO. Gesù, quella trombetta! Neanche sul farsi del mattino non posso piú dormire; ogni ora rieccola, come una sveglia... mi ero giusto assopito, mi stavo appena appena appisolando, un'ombra, e.., trac, quella trombetta bisbetica! Arrivano tutti qui: la ragazza che si avvelena, il padre che si spara... Ah, caro mio... il “tombone”..e viva il tombone di San Marco, viva i tempi che Berta filava! ... Tu dormi, eh... tu dormi... sei impastata di sonno..o da quando ti ho conosciuta, sempre intorpidita sei stata... fossi anche sveglia, avessi anche veduto la vita come l'ho vista io... ah quel far stringhe della propria pelle per arrivare a sera!... non parliamone!
ACQUA. In questo mondo furfante, pieno di affanni, l'unico rimedio è dormire.
NAVIGLIO. Dalle brughiere del Ticino dove noi ci congiungiamo, acqua e naviglio, lassù nasco e mi avvio; e da Turbigo a Boffalora, poi, fino alla Bassa di Pavia, acqua... acqua... ti trovo trasognata... ti lascio trasognata... acqua... acqua...
1. Esuss:, “Jesus”, v. la nota a IX tit 42; e cfr. A Carlo Porta, v. 209.
4-6. Cfr. Porta P 65, vv. 141-44: «Domà che reussiss a carpiamm domà on poo, domà on'ombria, soltava subet via giust come quand se insogna de stremíss». Propriamente carpiàss è il primo rapprendersi di un liquido che ghiaccia, il tenue velarsi della sua superficie (cfr. it. carpignare, far congelare), besiosa, « rabbiosa »,« pungente »: altra voce portiana (P 38, v. 141: « duu oeucc de brasca e besios »): da besej, il pungiglione delle vespe o delle api.
8. se galena, «si avvelena»: neologismo. Deverbale di “galena”, un minerale, cristalli di solfuro di piombo.  9-10. caro ti: se non è lezione erronea di PNU (per cara, riferito all'Acqua: v. la nota al v, ri), va inteso come un intercalare fisso, alla stregua di caro mio di VI184 e 105.
Ara-Bell'Ara: inizio di un'antica filastrocca, di senso oscuro (la si veda nel Cherubini), con cui i ragazzi facevano la conta nel gioco del nascondino. Il Porta se ne servi per tradurre il misterioso «Papé Satàn, papé Satàn aleppe» dantesco (cfr. . P 118, v.1 «Ara bell'Ara discesa Cornara»). Per le numerose interpretazioni che se ne sono tentate, piú o meno fantasiose, v. Il Conte Marino e la bella figlia di S. E. Cornara, in «Almanacco della Famiglia Meneghina», Milano 1933.
1 6-t7La ghirba, nel gergo militare (dalla guerra di Libia, 191 1-12), è la pelle. La voce (dall'arabo qirba, otre di pelle o di tela per il trasporto dell'acqua) è entrata anche nell'italiano.
21-23. Dai brugher de Tesin: le brughiere del Ticino, a nord di Milano. Precisamente dal ponte di Oleggio (...)
(dal secondo dei due volumi dedicati a Delio Tessa, pubblicati da Einaudi nel 1985, a cura di Dante Isella, a partire da pag.429)

giovedì 23 giugno 2011

Scurrucciata

Stavo parlando di Massimo Troisi, che avevo visto la sera prima in tv, quando il mio collega mi interrompe dicendo così: «Può darsi, ma quando parla Troisi io non capisco niente». Mi dispiace molto per te, ho pensato: non sai cosa ti perdi. Troisi parlava spesso in napoletano, ma non era un napoletano difficile. Se lo capivo io, lo potevano capire tutti. Bastava volere, ne valeva la pena, ed era sempre molto divertente: ma io cosa ci potevo fare, era solo una chiacchierata tra colleghi all’ora di pranzo, ho lasciato perdere. La chiusura verso l’altro, verso lo straniero, verso chi viene da fuori, è presente ovunque e non è una prerogativa dei lombardi: dietro ci sono ragioni comprensibili (come fai a fidarti se non capisci quello che ti dicono?) ma è un difetto che dovremmo imparare a superare.
Io sono contentissimo di capire almeno un po’ il napoletano, e per questo ringrazio di cuore tutti i napoletani e i campani che ho conosciuto qui in Lombardia, senza nemmeno dover viaggiare: al primo posto ovviamente mio cognato (casertano), ma poi tutti i salernitani, beneventani, avellinesi, amalfitani, con cui ho lavorato e sono andato a scuola, magari condividendo i turni di notte in fabbrica.
Comunque sia, anche prima, già a metà degli anni ’70, avevo incontrato Napoli grazie a Roberto De Simone e alla Nuova Compagnia di Canto Popolare: fuori da tutti i luoghi comuni e le banalità, grande musica e grandi musicisti, un ascolto che mi aveva sorpreso e interessato moltissimo.
In seguito, avrei scoperto due o tre cose importanti: che Napoli era stata una delle capitali della grande musica fin dal ‘500, ininterrottamente fino a oggi (il pericolo è nell’oggi, infatti: nei tagli di Tremonti), e che le canzoni proposte dalla NCCP erano già state musicate anche dal veneziano Adrian Willaert (1490-1642, fiammingo di nascita ma veneziano d’adozione). Per esempio questa:
Madonn' io non lo so perché lo fai
che me ti mostr'in tutto scurrucciata.
Perché sei così ingrata
se sai (che) per te son cieco?
Dolor, dolor, sta sempre meco...
O Dio, fammi n'escir de tanti guai
ca non gir campar'aggio io un'altra fiata
Perché sei così ingrata? ...
O mora o camp'homai,
non me ne curo:
'sto mondo latr' è fatto a chi ha ventura.
Perché sei così ingrata,
se sai per te son cieco?
Dolor, dolor, sta sempre meco...
(dalle villanesche di Adrian Willaert)
Willaert non era uno qualsiasi: c’è chi dice che il vertice della musica fu toccato in quegli anni, con compositori che danno ancora oggi le vertigini, e Willaert era uno di quei grandi maestri fiamminghi del contrappunto che fecero scuola in tutta Europa. Le canzoni napoletane erano già così famose, agli inizi del ‘500, che se ne occupò anche un grande maestro come Adrian Willaert.
Nel repertorio della Nuova Compagnia di Canto Popolare c’è di tutto, si va dalle villanelle di Willaert (inizi del 1500) fino alla Tammurriata nera (fine della seconda guerra mondiale, 1945 e dintorni) e ai nostri giorni; una delle caratteristiche volute da Roberto De Simone (penso che fosse una cosa voluta) è stata quella di affidare le canzoni più famose alla voce di Giovanni Mauriello, cantante straordinario per tecnica e capacità interpretativa, ed è come ascoltare la voce di Pulcinella in prima persona. Ed è una cosa che raccomando cercare ed ascoltare, per esempio, “Marenariello” (“vicino ‘o mare / facimm’ ammore) proprio dalla voce di Mauriello; però prima di chiudere vorrei ricordare la “mia” formazione della NCCP, quella del mio primo lp (NCCP, anno 1973): Nunzio Areni, Giuseppe Barra, Eugenio Bennato, Roberto De Simone, Giovanni Mauriello, Patrizio Trampetti, Fausta Vetere. Ecco, per Fausta Vetere, a suo tempo, avevo fatto quasi una malattia: una delle voci più belle che mi sia mai capitato da sentire.
Altre mie grandi passioni napoletane: Roberto Murolo (voce e chitarra) e cose come “Lo frate ‘nnamurato” di Pergolesi (traduzione: il fratello innamorato), dal quale Igor Stravinskij trasse una delle melodie più belle del suo “Pulcinella”, quella che fa così:
Chi disse ca la femmena / sa cchiù de farfariello / disse la verità...
I pignoli dicono che questa melodia non è di Pergolesi, ma io non li sto ad ascoltare, di chiunque sia è bellissima, altro non voglio sapere, anche perché, a dirla tutta,
...io stongo malinconico e stizzoso,
e fra la stizza e la malinconia
che ti fa questo core, arrasso sia!
sembra una nave in mezzo a un mar cruccioso.
(pergolesi-g.a.federico, lo frate ‘nnamorato, atto secunno)

mercoledì 22 giugno 2011

Trombaio

- Bisognerà chiamare il trombaio. – disse seria l’albergatrice, un po’ perplessa, davanti allo scarico della doccia irrimediabilmente otturato.
I miei due amici me lo raccontavano ridendo, anzi ridacchiando molto allegri, alla fine di una vacanza in Toscana di qualche anno fa. Il fatto è che “trombaio”, per i toscani, è una parola normale: significa “idraulico”, e ha un corrispondente anche qui da noi nel milanese e nel comasco, “ul trombée”. I due mi assicuravano che erano rimasti serissimi e non avevano fatto battute (in fin dei conti, a loro interessava solo che la doccia funzionasse a dovere), ma il fatto che l’albergatrice fosse giovane e di bell’aspetto, e la sua assoluta serietà nel pronunciare quella parola, li aveva messi a dura prova. Adesso, tornati a casa, si sfogavano: un po’ come quei personaggi dei cartoni animati che si danno una martellata sul dito e scappano lontani a urlare dal dolore, sempre per non disturbare.
Il fatto è che “trombe” sono i tubi. La parola è antica, e ha lo stesso significato di “tromba delle scale” o di “tromba di Eustachio”, ma i doppi sensi si sprecano e direi che si potrebbe anche sorvolare, in fin dei conti le trombe e tutti gli strumenti musicali a fiato sono soltanto dei tubi, ben intonati ma tubi.
L’episodio mi è tornato alla mente ascoltando una registrazione del Concerto n.2 in mi bemolle maggiore di Mozart per corno e orchestra fatta da Dennis Brain (1921-1957), grande solista inglese, virtuoso di quello strumento (l’altro grande cornista nella discografia è Barry Tuckwell, entrambi degli anni ’50 e ‘60). La storia che si racconta a proposito di Dennis Brain è questa: nel 1956 Brain stava facendo dei lavori in giardino, e smontando un tubo per l’irrigazione provò a soffiarci dentro. Suonava bene, e con qualche piccolo accorgimento lo utilizzò per eseguire Mozart (Mozart padre, Leopold) in concerto. Sembrerà incredibile, ma è vero: ovviamente suonare Mozart con un tubo per l’irrigazione richiede una bravura tecnica fuori dall’ordinario, e anche una gran fatica, ma che fare. Dev’essere stato qualcosa di simile al richiamo della foresta di cui parlava Jack London, quando ti capita un’idea così mica si può resistere.
Purtroppo per noi, Brain fu sottratto alla nostra compagnia da un incidente stradale, prima di compiere i quarant'anni. La faccia qui sopra è proprio la sua, il corno è quello che usava per davvero e non uno scherzo ben riuscito, e devo dire che mi dispiace molto di non poter essere stato suo contemporaneo.
La storia del corno e di Dennis Brain l’avevo letta su qualche giornale specializzato parecchi anni fa, poi l’ho ascoltata su Radiotre forse da Carlo Majer o forse da Paolo Terni, compreso un brano da quella registrazione: inutile dire che Dennis Brain era impeccabile, tubo o non tubo non sbagliava una nota. Però, già che siamo in tema di trombe e corni, non posso non accennare almeno di sfuggita a “Saps at sea”, Stan Laurel e Oliver Hardy, anno 1940 , in Italia distribuito con il titolo “C’era una volta un piccolo naviglio”.

martedì 17 maggio 2011

Da Venezia a Chioggia

Un’altra caratteristica dei dialetti, su cui non si tornerà mai abbastanza, è che cambiano di molto anche a pochi chilometri di distanza. E’ un fatto notissimo a chi parla davvero il dialetto, ma a volte si preferisce ignorarlo (quasi sempre per ragioni nazionalistiche, politiche). Per esempio, Biagio Marin scriveva nel dialetto di Grado, che non è quello di Trieste: eppure Grado e Trieste sono vicinissime. Per esempio, il dialetto bergamasco è incomprensibile per tutti gli altri lombardi; per esempio, il dialetto di Napoli non è quello di Benevento; i Sardi di Alghero non sono gli stessi di Cagliari; eccetera.
Uno dei più grandi scrittori dialettali italiani, Carlo Goldoni, iniziava “Le baruffe chiozzotte” con questa nota per il lettore: Venezia e Chioggia sono vicinissime, lo erano anche nel ‘700, ma Venezia e Chioggia hanno dialetti diversi. Un veneziano e un chioggiotto facevano fatica a comprendersi: lo sapeva benissimo Goldoni, che a Chioggia si trovò a vivere e a lavorare e che ha riversato in questa commedia la sua esperienza di “straniero” (straniero a pochi chilometri da casa...) mettendosi anche in scena personalmente, con esiti molto divertenti.
L'AUTORE A CHI LEGGE
Il termine Baruffa è lo stesso in linguaggio Chiozzotto Veneziano, e Toscano. Significa confusione, una mischia, un azzuffamento d'uomini, o di donne, che gridano, o si battono insieme. Queste baruffe sono communi fra il popolo minuto, e abbondano a Chiozza piú che altrove; poiché di sessanta mila abitanti di quel Paese ve ne sono almeno cinquanta mila di estrazione povera e bassa, tutti per lo piú Pescatori o gente di marina.
Chiozza è una bella e ricca città venticinque miglia distante da Venezia, piantata anch'essa nelle Lagune e isolata, ma resa Penisola per via di un lunghissimo ponte di legno, che comunica colla Terraferma. Ha un Governatore con titolo di Podestà, ch'è sempre di una delle prime Case Patrizie della Repubblica di Venezia, a cui appartiene. Ha un Vescovo, colà trasportato dall'antica sede di Malamocco. Ha un Porto vastissimo, e comodo, e bene fortificato. Evvi il ceto nobile, il civile ed il mercantile. Vi sono delle persone di merito e di distinzione. Il Cavaliere della città ha il titolo di Cancelier Grande, ed ha il privilegio di portare la veste colle maniche lunghe e larghe, come i Procuratori di San Marco. Ella in somma è una città rispettabile; e non intendo parlare in questa Commedia che della gente volgare, che forma, come diceva, i cinque sesti di quella vasta popolazione.
Il fondo del linguaggio di quella città è Veneziano; ma la gente bassa principalmente ha de' termini particolari, ed una maniera di pronunziare assai differente. I Veneziani, pronunziando i verbi, dicono, per esempio, andar, star, vegnir (per venire), voler ecc. ed i Chiozzotti dicono: andare, stare, vegnire, volere ecc. Pare perciò che pronunzino i verbi come i Toscani, terminandoli colla vocale senza troncarli; ma non è vero, poiché allungano talmente la finale, che diviene una caricatura.
Io ho appreso un poco quel linguaggio e quella pronunzia nel tempo ch'io era colà impiegato nell'uffizio di Coadiutore del Cancelliere Criminale, come accennai nella prefazione del Tomo Ottavo di questa edizione, ed ho fatto una fatica grandissima ad instruire i miei Comici, affine di ridurli ad imitare la cantilena e l'appoggiatura delle finali, terminando i verbi, per cosí dire, con tre o quattro e, come se dicessero andareeee, sentireeee, stareeee ecc. Quando il verbo è sdrucciolo, come ridere, perdere, frigere ecc., i Veneziani troncano la finale, e dicono: rider, perder, friger ecc.; ed i Chiozzotti, che non potrebbero pronunziare, come negli altri verbi, ridereeee, perdereeee, f rigereeee, perché ciò sarebbe troppo duro anche alle loro orecchie, troncano la parola ancor di piú, e dicono: ridè, perdè, f rixè ecc. Ma io non intendo qui voler dare una grammatica Chiozzotta: accenno qualche cosa della differenza che passa fra questa pronunzia e la Veneziana, perché ciò ha formato nella rappresentazione una parte di quel giocoso, che ha fatto piacer moltissimo la Commedia. Il personaggio principalmente di Padron Fortunato è stato de' piú gustati. E’ un uomo grossolano, parla presto, e non dice la metà delle parole, di maniera che gli stessi suoi compatrioti lo capiscono con difficoltà. Come mai sarà egli compreso dai Leggitori? E come potrà mettersi in chiaro colle note in piè di pagina quel che dice e quel che intende di dire? La cosa è un poco difficile. I Veneziani capiranno un poco piú; gli esteri, o indovineranno, o avranno pazienza. Io non ho voluto cambiar niente né in questo, né in altri personaggi; poiché credo e sostengo, che sia un merito della Commedia l'esatta imitazione della natura.
Diranno forse taluni, che gli Autori Comici devono bensí imitar la natura; ma la bella natura, e non la bassa e la difettosa. Io dico all'incontro, che tutto è suscettibile di commedia, fuorché i difetti che rattristano, ed i vizi che offendono. Un uomo che parla presto, e mangia le parole parlando, ha un difetto ridicolo, che diviene comico, quando è adoperato con parsimonia, come il balbuziente e il tartaglia. Lo stesso non sarebbe d'un zoppo, d'un cieco, d'un paralitico: questi sono difetti ch'esigono compassione, e non si deggiono esporre sulla scena, se non se il carattere particolare della persona difettosa valesse a render giocoso il suo difetto medesimo. (...)
Carlo Goldoni, LE BARUFFE CHIOZZOTTE, prefazione dell’Autore, 1761.

lunedì 16 maggio 2011

Fascismo e dialetto

I movimenti autonomisti della Catalogna e dei Paesi Baschi nascono e prendono forza, nel ‘900, dal divieto franchista di parlare basco e catalano. La dittatura fascista di Francisco Franco, durata quasi cinquant’anni, prevedeva pene severe nel caso in cui baschi e catalani fossero stati sorpresi a parlare nel loro idioma materno. Le dittature, e il nazionalismo, hanno infatti questa caratteristica: vogliono metterci tutti in uniforme, ma proprio tutti (e qui vale la pena di ricordare il significato primario della parola “uniforme”: uniforme perché ci si veste tutti uguali, in maniera uniforme, e guai a chi sgarra, soldati e servitori). Negli anni '70, poco prima della morte di Francisco Franco, queste disposizioni vennero ammorbidite; ma è solo dopo la caduta totale del franchismo che vennero aboliti tutti i divieti riguardo le autonomie e le lingue locali. Da noi, per nostra fortuna, la dittatura fascista era caduta già da molto tempo.
In questi giorni da noi si è anche discusso molto su una certa ritrosia alle celebrazioni per l’Unità d’Italia in Alto Adige; ho letto che addirittura gruppetti di militanti di Forza Nuova volevano “marciare su Bolzano” per rivendicarne l’italianità; non so se poi l’abbiano fatto per davvero ma spero di no. Non mi piacciono i localismi e i nazionalismi, ma va detto che non hanno tutti i torti a Bolzano a protestare contro le feste per l’Unità d’Italia, perché da loro il fascismo cambiò perfino i nomi a luoghi e persone: oggi i fascisti sono di nuovo al governo e loro dovrebbero esserne contenti?

Il fascismo proibì i dialetti, anche se non a livello ufficiale; e vietò severamente alle minoranze di cittadini italiane di lingua diversa di esprimersi nella loro lingua materna. Il divieto (non scritto ma ben presente) valeva anche per la letteratura; alcuni dei nostri scrittori più importanti, vecchi e giovani, erano dialettali. Per esempio, un nostro grande poeta che scriveva in friulano ebbe grossi problemi ad essere recensito durante il fascismo: era Pierpaolo Pasolini, all’epoca giovanissimo (Pasolini era del 1922).
Qui da noi, in Lombardia, molti leghisti si dicono anche fascisti, ed è un altro aspetto grottesco e ridicolo dei nostri tristi tempi, tempi in cui l’ignoranza è molto diffusa e coltivata: in Lombardia non è mai successo niente di paragonabile a quello che è successo nei Paesi Baschi, o in altri Paesi dove la lingua locale fu veramente repressa. Molti leghisti si atteggiano a vittime, ma non si sa bene di cosa: in Lombardia non esistono minoranze linguistiche perseguitate. Se vanno in Irlanda (da dove hanno copiato il verde) gli autonomisti li prenderebbero a calci in culo, lì sono quasi tutti anarchici o di sinistra – ma guai a dirglielo, l’ignoranza è una brutta bestia.

Un altro poeta dialettale (un grandissimo poeta) che ebbe difficoltà durante il fascismo fu l’avvocato milanese Delio Tessa, al quale ho dedicato questo blog. Delio Tessa morì nel 1939, quindi in tempo per conoscere Mussolini e i suoi fascisti. A loro ha dedicato una poesia, forse non delle sue migliori, in cui parte da un simpatico truffatore degli anni ’30, che si spacciava per capo di stato pur non essendolo e che fu ricevuto anche da Mussolini, dicendosi contento della sua caduta, e che sperava che la stessa sorte capitasse anche a qualche altro cialtrone. Su “Ripp Witt Elk, prinzep Tavana” tornerò più avanti, per intanto copio e incollo qui sotto la descrizione di Benito Mussolini fatta da Delio Tessa.
... mi vedéndet tramontà
- oh tramonto degli Dei! –
per qui coo de ravanei
ch'inn de sponda al capp de cà,
per stí stòmegh de balena
che ne ròsega a ruína,
pei lacchè del Mussolina,
mi per tutt sti dobbia s'cenna
che sbuellen, van in broeuda
quand el pissa e quand el squitta,
per sti can taccaa alla vitta,
che in virtù de quella roeuda
che la gira intant che scrivi
van in su per tornà giò,
mi Tavanna Rai al tò
tramont, guarda, speri e vivi:
vivi e preghi d'avegh tanta
vitta ammò de tirà là
fina al dì che vegnarà
l'ora granda, l'ora santa
e per ti Eja e per lor
Eja sbragi, o test de bigol,
perdi i staff, voo su de rigol,
cavalier, commendator;
alalà, grand'ufficiaj!
Al patron, ai noster capp
batti i man, i pee, i ciapp,
come a ti Tavanna Rai
buttonaa sul candilee,
ed infin poeu della fera
se la sort la ve petera
sul faccion, tra duu pollee,
roccolaa su ona pedanna,
mi ve mandi el mè alalà
e ve foo mej che poss fà
el salud alla Romana.
(Io, vedendoti tramontare - oh il tramonto degli Dei! -per quelle teste di rapanello che fanno da sostegno al capo, per questi stomaci di balena che ci rosicano fino alla rovina, per i lacchè del Mussolini; per queste schiene flessibili che si sviscerano e s'imbrodano quando lui piscia e quando ha la diarrea, per questi cani attaccati ai fianchi che, in virtú di quella ruota che gira mentre scrivo, vanno in su per tornare giú; io, Tavanna Rai, al tuo tramonto, vedi, spero e vivo, Vivo e prego di avere ancora abbastanza da campare fino al giorno in cui verrà l'ora grande, l'ora santa; e per te, «Eja! », grido, e per loro « Eja! », o teste di cazzo; perdo le staffe, non bado a mezze misure; cavalieri, commendatori, grandi ufficiali, alalà! Al padrone, ai nostri capi, batto le mani i piedi le chiappe, come a te, Tavanna Rai, sospinto fino in cima al candeliere e poi, alla fin la sorte vi spetezza in faccia, li tra due guardie, irretito su una pedana; io vi mando il mio alalà e vi faccio, il meglio che posso, il saluto alla romana.)
(Delio Tessa, dai due volumi dell’edizione Einaudi a cura di Dante Isella, pag.413)