Magari a vederlo non si direbbe, ma Jean Renoir è stato pilota d'aereo, in guerra. La Grande Guerra, 1914-18: i tempi del Barone Rosso, i pionieri dell'aviazione. Renoir fu ferito in un'azione di guerra, fu una lunga convalescenza e la ferita non guarì mai del tutto, lasciando il grande regista leggermente claudicante per tutta la sua vita.
Durante la convalescenza, a Parigi, Jean Renoir scopre il cinema.
Jean Renoir, da "La mia vita e i miei film":
Qualche volta di pomeriggio la sala era vuota. Mi ricorderò sempre di una proiezione in un cinema dei Boulevards che si chiamava Parisiana. Quella sala era stata un café-concerto di successo, vi avevano calcato le scene vedette come Spinelli. Io ci ero andato attratto da un film americano, evitavo i film francesi, troppo intellettuali per i miei gusti. In sala ero solo, o almeno così credevo. Dopo alcuni minuti di proiezione ebbi la sensazione di una presenza, in una poltrona non lontana dalla mia. Eppure, nonostante la semioscurítà potevo constatare che ero davvero l'unico spettatore. Mi alzai, deciso a penetrare quel mistero. Il film che proiettavano era sul fantasma di una signora assassinata che perseguitava i suoi assassini con continue apparizioni. Per quanto si rifugiassero nei nascondigli più inverosimili, il fantasma li ritrovava infallibilmente. Ormai mi aspettavo quasi di trovarmi faccia a faccia con qualche creatura dell'aldilà. Invece mi ritrovai davanti a un grosso topo che, comodamente sistemato su una poltrona, stava seguendo lo spettacolo. Ebbe una gran paura di me e fuggì via. Io potei tornare al mio fantasma.
(Jean Renoir, da "La mia vita e i miei film", ed. Marsilio, pag.40)
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martedì 11 dicembre 2012
domenica 25 novembre 2012
Ippocastano
Le “castagne matte” dell’ippocastano sono diventate, da molti anni, un piccolo gioco tra me e mia madre. Aveva iniziato a raccoglierle lei, non so più quanti anni fa: tenerne qualcuna in tasca o nel cassetto, tra i fazzoletti, faceva bene contro il raffreddore; o almeno così si diceva. Non è che ci si debba credere per forza, non è detto che funzioni, ma di certo le “castagne matte” (non commestibili) sono un oggetto molto bello, grosse e lucide, rotonde, di un bel color mogano. Da bambino, andando in cerca di castagne, ero rimasto molto deluso quando mi avevano detto che no, che quelle lì non erano mica buone: ma come, così belle, così grosse... E invece no, erano “matte”: oltre alle ortiche e ai funghi velenosi (da starci bene attenti) nel bosco c’erano le castagne matte e anche le fragole matte, belle come le altre ma che bisognava lasciar lì. I nostri vecchi usavano spesso la parola “matto” anche in questo senso, nel senso di qualcosa di non buono, di falso: una moneta falsa era “matta”, esattamente come era “matta” una castagna (o una fragola) apparentemente bellissima ma che non si poteva mangiare. Oggi probabilmente questo modo di dire si è perso, o quantomeno io non l’ho mai sentito da una persona con meno di cinquant’anni.
In seguito avrei scoperto che l’ippocastano è molto usato in erboristeria, ma siccome non mi sono mai interessato di queste cose mi permetto di sorvolare. Quello che mi interessa sottolineare, e il motivo per cui ne parlo, è un altro: fino a una decina d’anni fa gli ippocastani c’erano anche qui in paese, alberi centenari che ad ogni autunno facevano cadere in gran quantità le loro castagnone giocattolo, false ma simpatiche. Poi li hanno tagliati tutti: sorte comune agli ippocastani di molti paesi e città qui vicine. Da qualche anno, le castagne matte le porto a casa io: da Milano. Può sembrare un paradosso, ma ormai ci sono più alberi a Milano che qui; e non nel senso che Milano sia diventata un bosco, ma purtroppo nel senso che qui, tra Como e Varese, se vedono un albero lo tagliano o si danno da fare per tagliarlo, e il cemento e l’asfalto regnano sovrani. Prima non succedeva, ma negli ultimi 10-15 anni è successo e su larghissima scala; dei motivi di questo avanzare dell’asfalto e del cemento si stanno occupando le procure, in Lombardia ci sono già stati molti arresti e condanne, e ci sono moltissimi indagati tra sindaci e assessori (comunali, provinciali, regionali), ma ormai il danno è stato fatto, comunque vada a finire nessuno ci renderà i prati, i boschi, le piante e i giardini che rendevano piacevole la vita qui intorno. Mi dispiace soprattutto per i bambini, che non erano costretti a stare in casa come succede oggi: io non ho figli né nipotini piccoli, non sto parlando per me.
E’ stato quindi con piacere che ho letto, su Repubblica del 16 novembre scorso, che il sindaco Pisapia sta mettendo davvero gli alberi in città, a partire dalla povera e disastrata Stazione Centrale: la piantina la riporto qui sotto, complimenti e speriamo che si continui e che serva da esempio a tutta la Lombardia. Si tratta di settemila alberi, ciliegi, aceri, querce e platani: niente ippocastani, che peccato. A Milano i vecchi ippocastani ci sono ancora, nonostante tutto hanno resistito: ci sono in Piazza Cadorna, per esempio, e anche nel Museo di Scienze Naturali. E’ in Piazza Cadorna che ho raccolto le mie castagne matte (ogni anno vanno cambiate, servono quelle nuove), con estrema cautela, guardandomi intorno e sperando che nessuno venisse a multarmi o ad arrestarmi. Soprattutto, spero di non essere finito su youtube o su qualche programma tv idiota: le videocamere sono ormai ovunque, ma proprio ovunque; anche se vi toccate il naso davanti a una vetrina vi consiglio di stare attenti, non si sa mai.
E’ interessante venire a sapere i criteri con cui vengono scelti gli alberi: le foglie non devono cadere, le radici non devono essere troppo grosse, nei parcheggi portano via spazio – insomma, sono le automobili a fare da urbanisti, le nostre città e i posti dove abitiamo sono state progettate dalle macchine e viene da dare ragione ogni giorno di più a Samuel Butler e al suo “Libro delle macchine” (la prima volta che l’ho letto, tanti anni fa, mi sembrava un paradosso divertente; oggi più mi guardo intorno e più penso che sia tutto vero). Queste operazioni le chiamano infatti “arredo urbano”, mica devono essere alberi alberi, si mettono ma senza convinzione, se si potesse metterli finti (come i lampioni finto gas)...
Spero proprio che la giunta Pisapia, a Milano, indichi un cambio di direzione; nel frattempo spezzo una lancia a favore degli ippocastani: a me piacevano molto quegli alberi così grandi, le castagne matte erano simpatiche, oggi le si considera solo come spazzatura che ha un costo, la macchina per pulire le strade lavora male accanto agli alberi centenari queste cose deve per forza farle un essere umano e si sa che il lavoro è un costo. Il lavoro è un costo, gli alberi sono un costo, anche gli esseri umani sono un costo – è questo che penso mettendo in tasca le mie annuali castagne matte, dopo averle ripulite dalla terra. A proposito, una volta c’erano in giro le fontanelle per lavarsi le mani: dove sono finite? Disturbavano anche quelle, oppure bisogna proprio pagare per ogni piccola cosa?
(le immagini dell’ippocastano vengono da wikipedia e da un vecchio libro scolastico)
mercoledì 18 luglio 2012
Creazionismo
Prendere la Bibbia alla lettera, parola per parola: se è la voce di Dio, non si può fare diversamente. E’ questo, in estrema sintesi, il motivo principale che porta al Creazionismo; ed è un ragionamento che può portare ad esiti interessanti, non darei per scontato che si tratti di errore o di faciloneria. Devo dire che mi dà fastidio il tono che finiscono per assumere le discussioni a questo riguardo: da una parte la negazione assoluta, dall’altra la sicurezza assoluta, e così non si va da nessuna parte. E’ invece interessante andare a vedere voce per voce, cercare l’originale (ebraico o aramaico o chissà che cosa), capire se il testo ci è arrivato integro, se ci sono state manomissioni o interpolazioni di altri testi: insomma, un lavoro ben fatto e senza pregiudizi è sempre un’ottima cosa, qui e in ogni altro momento della nostra vita. Non dare mai niente per scontato, contestare anche le cose che si danno per certe, farsi domande che sul momento possono apparire stupide, occuparsi anche di cose apparentemente insignificanti: tutto questo è caratteristico della Scienza. Newton, per esempio, si chiese come mai le cose cadevano verso il basso: una domanda in apparenza stupida, la più stupida possibile - ma questo solo in apparenza.
Spesso l’analisi scientifica porta a strade senza sbocco; altre volte ci vogliono secoli per arrivare a una meta significativa; in questo caso, lo studio della Bibbia e dei libri in generale, abbiamo un’infinità di tempo a disposizione e quindi possiamo perderci anche ad analizzare le sue parti più famose e date come scontate.
Non ho intenzione per oggi di occuparmi della Bibbia dal punto di vista della ricostruzione storica, c’è già chi lo ha fatto e spesso con eccellenti risultati, ma su questi argomenti ci sono già libri, ricerche, documentari filmati. Per esempio, si è già parlato molto della localizzazione precisa del Sinai, o del luogo in cui si arenò l’Arca di Noè, o magari dell’identificazione della narrazione biblica con precisi fenomeni naturali: la discesa della manna nel deserto, l’apertura del Mar Rosso, la trasformazione della moglie di Lot in una statua di sale (carbonato sodico, conseguente alla catastrofe che distrusse Sodoma e Gomorra). Insomma, di queste cose si è parlato molto e si continua a parlare, io vorrei oggi parlare di altro, di analisi e idee che mi hanno colpito e interessato ma delle quali si parla pochissimo.
Per esempio, è molto bella l’osservazione di Joseph Campbell, grande storico delle religioni, che diceva di fare attenzione ai numeri citati nella Bibbia: quasi sempre trovano corrispondenti nei libri sacri di altre civiltà, quindi devono significare qualcosa. La soluzione trovata da Campbell, con l’aiuto di amici astronomi, è affascinante: si tratta quasi sempre di calendari, cicli astronomici. Quasi sempre sono numeri divisibili per tre, o per dodici: la durata di un anno. Ancora oggi, per noi viventi, i mesi sono dodici e le stagioni durano tre mesi; e la durata di un’ora, sessanta minuti, è ancora un multiplo di dodici.
Questi sono alcuni degli esempi portati da Joseph Campbell: si tenga presente che li ho trascritti io da una vhs, quindi se ci sono errori sono sicuramente miei, posso aver fatto degli errori di trascrizione. Si tratta di una serie di conferenze che furono trasmesse dalla TSI, Televisione Svizzera Italiana, nel settembre e ottobre 1995. Campbell inizia il discorso così: «Nel Neolitico la vita scorreva secondo ritmi universali.» E poi prosegue: Campbell cita l’Edda e i cicli indiani e babilonesi del Tempo. Si tratta di un ciclo di 432mila anni, con dieci Re. 4+3+2=9 . Gli stessi numeri si ritrovano in Islanda, in India (nei Purana), e a Babilonia. Campbell parte dal sacerdote caldeo Barassas, che nel terzo secolo descrisse in greco la mitologia di Babilonia (creazione, diluvio). Dieci re in 432mila anni: però nella Genesi c’è Matusalemme con dieci patriarchi tra Abramo e Mosè per un ciclo di 16056 anni. Quindi qualcosa non torna. Campbell chiede quindi aiuto ai colleghi, e scopre che 16056 anni sono 864mila settimane, cioè il doppio di 436. La somma di tutti questi numeri è sempre 9, il numero della dea. La precessione degli equinozi, cioè il suo ciclo completo, fa 25920 anni: diviso per 60 (sessagesimi) si ha ancora 432. Campbell prosegue: nel ritmo del battito cardiaco c’è un battito al secondo; in 12 ore ci sono 432mila battiti. Il ritmo del cuore è in armonia con il ritmo dell’Universo. (eccetera). Anche l’Angelus suona nove volte poi si ripete: cioè 18 volte, 1+8=9. (...) A Creta, l’ascia bipenne rappresenta ancora la Luna, nelle sue fasi. Sul trono del re di Creta c’è la Luna: forse a Creta (società matriarcale) il re veniva ucciso ogni 8 anni, come dal ciclo del pianeta Venere; non esistono raffigurazioni di re anziani. La Luna muore per poter risorgere; forse l’uccisione del Toro prese il posto dell’uccisione del Re. (...) L’osservazione del cielo, che va di pari passo con la scoperta della matematica, è legata a cambiamenti culturali profondi. Si scopre che c’è un ordine cosmico, e a questo punto l’eccezione alle regole diventa qualcosa di aberrante, e non è più un semplice oggetto di stupore.
da “LA TRASFORMAZIONE DEL MITO ATTRAVERSO IL TEMPO” ciclo di conferenze di Joseph Campbell, trasmesse dalla TSI (Televisione Svizzera Italiana) nel settembre e ottobre 1995.
Ci sono altre osservazioni che mi piacerebbe veder riprendere. Per esempio: quando si dice che Adamo fu creato a partire dal fango, dall’argilla, forse ci si riferisce al Carbonio, che è l’unico elemento chimico sulla Terra che dà origine alla vita. E ancora: la nascita di Eva attraverso la costola di Adamo può riferirsi al passaggio dalla riproduzione asessuata (quella dei protozoi) a quella che avviene attraverso l’atto sessuale.
La Creazione comincia con la luce, la radiazione iniziale; solo in seguito viene la materia, la massa: siamo dalle parti del Bosone di Higgs di cui si è parlato molto in questi giorni, “la particella di dio”: la risposta alla domanda “da dove viene la massa” potrebbe essere la risposta alla domanda che si pongono da sempre i filosofi, “chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo”.
E, per finire, un argomento molto controverso, quello dei “rapporti contronatura” che la Bibbia condanna: la Natura va sempre verso la riproduzione della specie, quindi (anche per un semplice osservatore della vita su questo pianeta) un rapporto sessuale che non abbia come fine la procreazione è sicuramente contronatura. Che poi a noi come individui possa venir comodo o far piacere, è un altro discorso: ma senza fecondazione non c’è vita, e questo mi sembra evidente.
Aggiungerei una riga almeno sui Cabalisti, che leggono la Bibbia nel suo testo originale e non in una traduzione, e vi cercano significati nascosti, crittografie o altro ancora. Anche questo mi sembra un approccio molto interessante, mi piacerebbe poterne capire di più. La condizione fondamentale però è questa: quando facciamo questo tipo di ricerca, siamo davvero sicuri di essere davanti al testo originale?
Tutto questo però ha poco a che fare con il movimento dei Creazionisti, che ha molti seguaci, che in USA è molto potente, e che io – lo confesso - non riesco a prendere sul serio.
Come dicevo all’inizio, capisco le ragioni del voler “prendere la Bibbia così come è scritta”; la stupidità del Creazionismo io la vedo piuttosto in altre cose. Stupidità è per esempio contrapporsi a Darwin, perché Darwin non ha fondato una religione (anzi, era molto religioso ed è sepolto in una chiesa inglese molto importante) e soprattutto perché Darwin si è limitato a fare osservazioni pratiche, a guardare e osservare la Creazione. Per esempio la frase “selezione naturale” nasce dall’osservazione della selezione praticata da millenni dall’uomo con le razze bovine, dei cani , dei cavalli, dei piccioni (in Inghilterra l’allevamento dei piccioni e la loro selezione era un’arte). Ed è un’insopportabile faciloneria pensare che “prendere la Bibbia alla lettera” significhi che Dio ha iniziato a lavorare il lunedì, magari dalle otto alle diciassette, un po’ di straordinario.
Ma forse sono andato un po’ troppo in là, non dovrei fare di questi discorsi che sono di molto superiori alle mie forze; li faccio lo stesso perché ormai non riesco a farne a meno, sono troppo vecchio per smettere di pensarci e ancora troppo giovane per smettere definitivamente di pensare.
Forse la realtà è nel Libro dei Mutamenti, nel senso della materia in continua trasformazione; forse è questa la verità nascosta nella Bibbia, “polvere (fango) siete, e polvere (fango, argilla) ritornerete”. Con l’aiuto di un po’ d’acqua, s’intende.
Circa quattromilacinquecento milioni di anni fa, anno più, anno meno, una stella nana sputò un pianeta, che attualmente risponde al nome di Terra.
Circa quattromiladuecento milioni di anni fa, la prima cellula . bevve la broda marina, le piacque e si duplicò per avere qualcuno da invitare a bere qualcosa.
Circa quattro milioni e rotti di anni fa, la donna e l'uomo, quasi ancora scimmie, si eressero sulle zampe, si abbracciarono e per la prima volta provarono la gioia e il timore di vedersi, faccia a faccia, mentre stavano in quel modo.
Circa quattrocentocinquantamila anni fa, la donna e l'uomo fregarono due pietre e accesero il primo fuoco, che li aiutò a lottare contro la paura e il freddo.
Circa trecentomila anni fa, la donna e l'uomo si dissero le prime parole e credettero di potersi comprendere. E noi siamo ancora a quel punto: a desiderare di essere in due, morti di paura, morti di freddo, alla ricerca di parole.
(Eduardo Galeano, pag.119 di Le labbra del tempo, ed. Sperling e Kupfer)
AMLETO: Credi che Alessandro avesse quest'aspetto sottoterra?
ORAZIO: Proprio cosí.
AMLETO: E puzzava cosí? Puah!(Depone il teschio)
ORAZIO: Proprio cosí, mio signore.
AMLETO: A quali vili usi possiamo ritornare, Orazio! Eccome, non può la nostra immaginazione seguire la nobile polvere di Alessandro finché non la trovi a turare l'orifizio di una botte?
ORAZIO: Ben strano riflettere, riflettere a questo modo.
AMLETO: No, in fede mia, nient'affatto, solo seguirlo fino a quel punto con sufficiente moderazione, e facendosi guidare dalla verosimiglianza; cosí per esempio: Alessandro morì, Alessandro fu sepolto, Alessandro tornò polvere, la polvere è terra, dalla terra facciamo la malta, e perché con quella malta in cui fu convertito non potrebbero averci turato un barile di birra?
(cantando) Cesare imperiale, morto e in argilla volto,
un buco può turare e dal vento riparare.
Oh che quella creta che il mondo atterri molto
debba tappare un muro
e allontanare il vento invernale...
Ma piano, piano un momento, ecco che arriva il re.
(William Shakespeare, Hamlet, atto V scena 1, trad. A. Serpieri, ed. Feltrinelli)
(le immagini vengono dal film di Jim Jarmusch "Dead Man", l'inizio; il dipinto di Delacroix rappresenta la scena dell'Amleto qui riportata)
Spesso l’analisi scientifica porta a strade senza sbocco; altre volte ci vogliono secoli per arrivare a una meta significativa; in questo caso, lo studio della Bibbia e dei libri in generale, abbiamo un’infinità di tempo a disposizione e quindi possiamo perderci anche ad analizzare le sue parti più famose e date come scontate.
Non ho intenzione per oggi di occuparmi della Bibbia dal punto di vista della ricostruzione storica, c’è già chi lo ha fatto e spesso con eccellenti risultati, ma su questi argomenti ci sono già libri, ricerche, documentari filmati. Per esempio, si è già parlato molto della localizzazione precisa del Sinai, o del luogo in cui si arenò l’Arca di Noè, o magari dell’identificazione della narrazione biblica con precisi fenomeni naturali: la discesa della manna nel deserto, l’apertura del Mar Rosso, la trasformazione della moglie di Lot in una statua di sale (carbonato sodico, conseguente alla catastrofe che distrusse Sodoma e Gomorra). Insomma, di queste cose si è parlato molto e si continua a parlare, io vorrei oggi parlare di altro, di analisi e idee che mi hanno colpito e interessato ma delle quali si parla pochissimo.
Per esempio, è molto bella l’osservazione di Joseph Campbell, grande storico delle religioni, che diceva di fare attenzione ai numeri citati nella Bibbia: quasi sempre trovano corrispondenti nei libri sacri di altre civiltà, quindi devono significare qualcosa. La soluzione trovata da Campbell, con l’aiuto di amici astronomi, è affascinante: si tratta quasi sempre di calendari, cicli astronomici. Quasi sempre sono numeri divisibili per tre, o per dodici: la durata di un anno. Ancora oggi, per noi viventi, i mesi sono dodici e le stagioni durano tre mesi; e la durata di un’ora, sessanta minuti, è ancora un multiplo di dodici.
Questi sono alcuni degli esempi portati da Joseph Campbell: si tenga presente che li ho trascritti io da una vhs, quindi se ci sono errori sono sicuramente miei, posso aver fatto degli errori di trascrizione. Si tratta di una serie di conferenze che furono trasmesse dalla TSI, Televisione Svizzera Italiana, nel settembre e ottobre 1995. Campbell inizia il discorso così: «Nel Neolitico la vita scorreva secondo ritmi universali.» E poi prosegue: Campbell cita l’Edda e i cicli indiani e babilonesi del Tempo. Si tratta di un ciclo di 432mila anni, con dieci Re. 4+3+2=9 . Gli stessi numeri si ritrovano in Islanda, in India (nei Purana), e a Babilonia. Campbell parte dal sacerdote caldeo Barassas, che nel terzo secolo descrisse in greco la mitologia di Babilonia (creazione, diluvio). Dieci re in 432mila anni: però nella Genesi c’è Matusalemme con dieci patriarchi tra Abramo e Mosè per un ciclo di 16056 anni. Quindi qualcosa non torna. Campbell chiede quindi aiuto ai colleghi, e scopre che 16056 anni sono 864mila settimane, cioè il doppio di 436. La somma di tutti questi numeri è sempre 9, il numero della dea. La precessione degli equinozi, cioè il suo ciclo completo, fa 25920 anni: diviso per 60 (sessagesimi) si ha ancora 432. Campbell prosegue: nel ritmo del battito cardiaco c’è un battito al secondo; in 12 ore ci sono 432mila battiti. Il ritmo del cuore è in armonia con il ritmo dell’Universo. (eccetera). Anche l’Angelus suona nove volte poi si ripete: cioè 18 volte, 1+8=9. (...) A Creta, l’ascia bipenne rappresenta ancora la Luna, nelle sue fasi. Sul trono del re di Creta c’è la Luna: forse a Creta (società matriarcale) il re veniva ucciso ogni 8 anni, come dal ciclo del pianeta Venere; non esistono raffigurazioni di re anziani. La Luna muore per poter risorgere; forse l’uccisione del Toro prese il posto dell’uccisione del Re. (...) L’osservazione del cielo, che va di pari passo con la scoperta della matematica, è legata a cambiamenti culturali profondi. Si scopre che c’è un ordine cosmico, e a questo punto l’eccezione alle regole diventa qualcosa di aberrante, e non è più un semplice oggetto di stupore.
da “LA TRASFORMAZIONE DEL MITO ATTRAVERSO IL TEMPO” ciclo di conferenze di Joseph Campbell, trasmesse dalla TSI (Televisione Svizzera Italiana) nel settembre e ottobre 1995.
Ci sono altre osservazioni che mi piacerebbe veder riprendere. Per esempio: quando si dice che Adamo fu creato a partire dal fango, dall’argilla, forse ci si riferisce al Carbonio, che è l’unico elemento chimico sulla Terra che dà origine alla vita. E ancora: la nascita di Eva attraverso la costola di Adamo può riferirsi al passaggio dalla riproduzione asessuata (quella dei protozoi) a quella che avviene attraverso l’atto sessuale.
La Creazione comincia con la luce, la radiazione iniziale; solo in seguito viene la materia, la massa: siamo dalle parti del Bosone di Higgs di cui si è parlato molto in questi giorni, “la particella di dio”: la risposta alla domanda “da dove viene la massa” potrebbe essere la risposta alla domanda che si pongono da sempre i filosofi, “chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo”.
E, per finire, un argomento molto controverso, quello dei “rapporti contronatura” che la Bibbia condanna: la Natura va sempre verso la riproduzione della specie, quindi (anche per un semplice osservatore della vita su questo pianeta) un rapporto sessuale che non abbia come fine la procreazione è sicuramente contronatura. Che poi a noi come individui possa venir comodo o far piacere, è un altro discorso: ma senza fecondazione non c’è vita, e questo mi sembra evidente.
Aggiungerei una riga almeno sui Cabalisti, che leggono la Bibbia nel suo testo originale e non in una traduzione, e vi cercano significati nascosti, crittografie o altro ancora. Anche questo mi sembra un approccio molto interessante, mi piacerebbe poterne capire di più. La condizione fondamentale però è questa: quando facciamo questo tipo di ricerca, siamo davvero sicuri di essere davanti al testo originale?
Tutto questo però ha poco a che fare con il movimento dei Creazionisti, che ha molti seguaci, che in USA è molto potente, e che io – lo confesso - non riesco a prendere sul serio.
Come dicevo all’inizio, capisco le ragioni del voler “prendere la Bibbia così come è scritta”; la stupidità del Creazionismo io la vedo piuttosto in altre cose. Stupidità è per esempio contrapporsi a Darwin, perché Darwin non ha fondato una religione (anzi, era molto religioso ed è sepolto in una chiesa inglese molto importante) e soprattutto perché Darwin si è limitato a fare osservazioni pratiche, a guardare e osservare la Creazione. Per esempio la frase “selezione naturale” nasce dall’osservazione della selezione praticata da millenni dall’uomo con le razze bovine, dei cani , dei cavalli, dei piccioni (in Inghilterra l’allevamento dei piccioni e la loro selezione era un’arte). Ed è un’insopportabile faciloneria pensare che “prendere la Bibbia alla lettera” significhi che Dio ha iniziato a lavorare il lunedì, magari dalle otto alle diciassette, un po’ di straordinario.
Ma forse sono andato un po’ troppo in là, non dovrei fare di questi discorsi che sono di molto superiori alle mie forze; li faccio lo stesso perché ormai non riesco a farne a meno, sono troppo vecchio per smettere di pensarci e ancora troppo giovane per smettere definitivamente di pensare.
Forse la realtà è nel Libro dei Mutamenti, nel senso della materia in continua trasformazione; forse è questa la verità nascosta nella Bibbia, “polvere (fango) siete, e polvere (fango, argilla) ritornerete”. Con l’aiuto di un po’ d’acqua, s’intende.
Circa quattromilacinquecento milioni di anni fa, anno più, anno meno, una stella nana sputò un pianeta, che attualmente risponde al nome di Terra.
Circa quattromiladuecento milioni di anni fa, la prima cellula . bevve la broda marina, le piacque e si duplicò per avere qualcuno da invitare a bere qualcosa.
Circa quattro milioni e rotti di anni fa, la donna e l'uomo, quasi ancora scimmie, si eressero sulle zampe, si abbracciarono e per la prima volta provarono la gioia e il timore di vedersi, faccia a faccia, mentre stavano in quel modo.
Circa quattrocentocinquantamila anni fa, la donna e l'uomo fregarono due pietre e accesero il primo fuoco, che li aiutò a lottare contro la paura e il freddo.
Circa trecentomila anni fa, la donna e l'uomo si dissero le prime parole e credettero di potersi comprendere. E noi siamo ancora a quel punto: a desiderare di essere in due, morti di paura, morti di freddo, alla ricerca di parole.
(Eduardo Galeano, pag.119 di Le labbra del tempo, ed. Sperling e Kupfer)
AMLETO: Credi che Alessandro avesse quest'aspetto sottoterra?
ORAZIO: Proprio cosí.
AMLETO: E puzzava cosí? Puah!(Depone il teschio)
ORAZIO: Proprio cosí, mio signore.
AMLETO: A quali vili usi possiamo ritornare, Orazio! Eccome, non può la nostra immaginazione seguire la nobile polvere di Alessandro finché non la trovi a turare l'orifizio di una botte?
ORAZIO: Ben strano riflettere, riflettere a questo modo.
AMLETO: No, in fede mia, nient'affatto, solo seguirlo fino a quel punto con sufficiente moderazione, e facendosi guidare dalla verosimiglianza; cosí per esempio: Alessandro morì, Alessandro fu sepolto, Alessandro tornò polvere, la polvere è terra, dalla terra facciamo la malta, e perché con quella malta in cui fu convertito non potrebbero averci turato un barile di birra?
(cantando) Cesare imperiale, morto e in argilla volto,
un buco può turare e dal vento riparare.
Oh che quella creta che il mondo atterri molto
debba tappare un muro
e allontanare il vento invernale...
Ma piano, piano un momento, ecco che arriva il re.
(William Shakespeare, Hamlet, atto V scena 1, trad. A. Serpieri, ed. Feltrinelli)
(le immagini vengono dal film di Jim Jarmusch "Dead Man", l'inizio; il dipinto di Delacroix rappresenta la scena dell'Amleto qui riportata)
martedì 10 luglio 2012
Columbidæ
- E’ ago-sto! E’ ago-sto! E’ ago-sto! – mi dice la tortora, insistente.
- Ma no che non è agosto, è vero che ho voltato il foglio del calendario ma non è agosto: è luglio.
Ma lei insiste: è agosto, è agosto, è agosto.
Il giorno dopo, ancora:
- Fa caldo, lo so anch’io, ma non è mica ancora agosto! Anche a luglio fa caldo, non serve mica che sia agosto.
Alla fine, si convince; smette di dire che è agosto e comincia a chiamare Rodolfo. O forse, chissà, Rodolfo è proprio il suo nome:
- Rhodòl-fo! Rhodòl-fo! Rhodol-fo!
Altre volte, il nome è Leopoldo; altre volte ancora, dice una frase di più sillabe, del tipo “lo riconosco”:
- Lo riconòs-co! Lo riconòs-co!
E via per tutto il giorno. Ma, intanto, sono riuscito a farle capire che non è agosto, ed è già qualcosa.
PS: le allucinazioni auditive, se avete a che fare con una tortora per più di un quarto d’ora, sono da considerarsi più che normali. Se proprio non ne potete più, andate fuori a dare un’occhiata: le tortore sono piuttosto belle, e anche decisamente buffe quando si muovono.
La foto della tortora viene da http://cinciamogia.wordpress.com
altre tortore qui
- Ma no che non è agosto, è vero che ho voltato il foglio del calendario ma non è agosto: è luglio.
Ma lei insiste: è agosto, è agosto, è agosto.
Il giorno dopo, ancora:
- Fa caldo, lo so anch’io, ma non è mica ancora agosto! Anche a luglio fa caldo, non serve mica che sia agosto.
Alla fine, si convince; smette di dire che è agosto e comincia a chiamare Rodolfo. O forse, chissà, Rodolfo è proprio il suo nome:
- Rhodòl-fo! Rhodòl-fo! Rhodol-fo!
Altre volte, il nome è Leopoldo; altre volte ancora, dice una frase di più sillabe, del tipo “lo riconosco”:
- Lo riconòs-co! Lo riconòs-co!
E via per tutto il giorno. Ma, intanto, sono riuscito a farle capire che non è agosto, ed è già qualcosa.
PS: le allucinazioni auditive, se avete a che fare con una tortora per più di un quarto d’ora, sono da considerarsi più che normali. Se proprio non ne potete più, andate fuori a dare un’occhiata: le tortore sono piuttosto belle, e anche decisamente buffe quando si muovono.
La foto della tortora viene da http://cinciamogia.wordpress.com
altre tortore qui
lunedì 9 luglio 2012
Musica da camera ( III )
Una cicala, una. Fa un baccano incredibile, mai viste cicale qui vicino, le cicale più vicine sono a due chilometri da qui; da dove sarà mai venuta?
Vado a vedere dov’è, la trovo in alto sul palo della luce; che è di cemento consumato dal tempo e dalle intemperie, quindi in perfetto color cicala. Mimetismo eccellente, difficile da vedere, però il suono viene proprio da quel puntolino lì.
Il giorno dopo non c’è più, peccato.
Una cicala di Biagio Marin
(nel dialetto dell’isola di Grado)
Oh! làsseme cantâ,
son solo una sigàla,
e per duta l'istà
canto solo co' l'ala.
Un monotono crìo
che ingrisa 'l sielo blu,
ma xe 'l recordo mio
che se leva per tu.
No' stâ tôme 'sto sigo
d'amor che te ferisse
comò le stele fisse
che a note fa un rivo.
Fin a l'ultimo fiao
'sto crio d'inamorao
làsselo verze el sielo
co' 'l tagio d'un cortelo.
Xe solo 'l baso mio
su la to boca d'oro;
fin che me moro
'sto baso asseta, Dio !
(Biagio Marin, 1966)
(pag.92 ed. Garzanti delle poesie di Biagio Marin)
(...non stare a togliermi questo grido d’amore che ti ferisce, come le stelle fisse che a notte fanno un fiume – la via lattea Fino all’ultimo fiato, questo grido d’innamorato lascialo aprire al cielo come il taglio di un coltello. E’ solo il mio bacio sulla tua bocca d’oro; fino a che io non muoio accetta questo bacio, Dio!)
(“sigo”, “sighèr” in molti dialetti è insieme grido e pianto, come l’inglese to cry, qui presente anche con la parola “crìo”, grido)
L’immagine di Biagio Marin viene da http://www.gere.altervista.org/ , la cicala-gioiello è opera di Elsa Schiaparelli, il disegno della cicala viene da un libro scientifico, forse dell’800, ma non ho trovato altre indicazioni)
Vado a vedere dov’è, la trovo in alto sul palo della luce; che è di cemento consumato dal tempo e dalle intemperie, quindi in perfetto color cicala. Mimetismo eccellente, difficile da vedere, però il suono viene proprio da quel puntolino lì.
Il giorno dopo non c’è più, peccato.
Una cicala di Biagio Marin
(nel dialetto dell’isola di Grado)
Oh! làsseme cantâ,
son solo una sigàla,
e per duta l'istà
canto solo co' l'ala.
Un monotono crìo
che ingrisa 'l sielo blu,
ma xe 'l recordo mio
che se leva per tu.
No' stâ tôme 'sto sigo
d'amor che te ferisse
comò le stele fisse
che a note fa un rivo.
Fin a l'ultimo fiao
'sto crio d'inamorao
làsselo verze el sielo
co' 'l tagio d'un cortelo.
Xe solo 'l baso mio
su la to boca d'oro;
fin che me moro
'sto baso asseta, Dio !
(Biagio Marin, 1966)
(pag.92 ed. Garzanti delle poesie di Biagio Marin)
(...non stare a togliermi questo grido d’amore che ti ferisce, come le stelle fisse che a notte fanno un fiume – la via lattea Fino all’ultimo fiato, questo grido d’innamorato lascialo aprire al cielo come il taglio di un coltello. E’ solo il mio bacio sulla tua bocca d’oro; fino a che io non muoio accetta questo bacio, Dio!)
(“sigo”, “sighèr” in molti dialetti è insieme grido e pianto, come l’inglese to cry, qui presente anche con la parola “crìo”, grido)
L’immagine di Biagio Marin viene da http://www.gere.altervista.org/ , la cicala-gioiello è opera di Elsa Schiaparelli, il disegno della cicala viene da un libro scientifico, forse dell’800, ma non ho trovato altre indicazioni)
domenica 8 luglio 2012
Musica da camera ( II )
Distinguere i grilli dalle cavallette non è facile: quello nero col testone, violinista principe, lo vedono tutti che è un grillo; ma quelli verdi, minuti, violinisti eccelsi anche loro, che cosa sono di preciso?
La distinzione vera e propria è roba da specialisti, da studiosi; anche perché oltre alle diecimila diverse varietà di grilli e di cavallette ci sono tutti gli stadi intermedi, gli immaturi. Grilli e cavallette fanno parte, infatti, di quella metà degli insetti che non hanno bruchi o larve, ma che nascono già molto simili all’adulto, e che crescono man mano cambiando pelle. E’ la grande divisione del mondo degli insetti, olometaboli ed eterometaboli: due parole difficili, ma significa che mosche e farfalle, vespe e formiche, hanno il bruco, la larva; altri insetti invece crescono più o meno come noi, e quando nascono sono già molto simili agli adulti, già riconoscibili. Alcuni insetti apparentemente indistinguibili, come i coleotteri e gli scarafaggi, o come le termiti e le formiche, nascondono in realtà questa grande differenza.
Grilli e cavallette sono Ortòtteri, così come il grillotalpa; gli Ortòtteri sono una parte della Classe degli Insetti. E fin qui non c’è nulla di particolarmente difficile. La vera difficoltà, la cosa che non avevo mai capito, sono i grilli verdi: i grilli verdi suonano e cantano proprio come i grilli neri, ma assomigliano alle cavallette. Lo schemino qua sotto, che prendo da “Il mondo degli animali” (ed. Rizzoli, 1968) aiuta a capire: le cavallette e le locuste vanno messe in due famiglie a parte (Acrìdidi e Tetrìgidi), poi ci sono i grilli veri e propri (Gryllidae), il Grillotalpa (che è diversissimo da tutti e si merita di stare da solo), e infine i Tettigònidi, cioè quelli che io ho sempre chiamato “grilli verdi”.
Anche le cavallette suonano e si fanno sentire d’estate, ma i grilli (grillidi e tettigonidi) sono molto meglio.
I grilli neri, quelli col testone, andavo spesso a cercarli nei prati: mi avevano insegnato come si fa a prenderli, ed è abbastanza facile, ma io poi li lasciavo andare sani e salvi. Adesso, dove andavo io non ci sono più né grilli né prati: c’è la terza corsia dell’Autostrada dei Laghi, o un grande centro commerciale, un rondò per le automobili, case e capannoni. Poi ci sono i grilli di casa, “grilli del focolare”, che somigliano molto ai grilli neri ma sono più piccoli e di colore marrone; per trovarli bisognerà andare in campagna, in un posto dove non si usano pesticidi.
Ho incontrato spesso i grilli verdi di notte, sul lavoro, quando facevo i turni di notte: in laboratorio ero da solo, ogni tanto uscivo a prendere una boccata d’aria, e lì vicino c’era ancora un po’ di bosco, un po’ di prato, dell’acqua. Alle volte erano i grilli verdi che mi venivano a trovare, forse attratti dalla musica che ascoltavo (i turni di notte sono lunghi da attraversare, e in un laboratorio chimico ben condotto non c’è mai rumore). Questo ricordo è del 1992, o forse del 1993: un piccolo grillo verde, in bilico sulla veneziana, che raddoppia perfettamente la parte della viola nel Quartetto n.11 in fa minore op.122 di Sciostakovic. Un altro ricordo più recente, ma ormai anch’esso lontano, è il grillo verde che si era infilato nel bagno del laboratorio accanto, sotto al lavandino, e suonava e cantava da grande solista. Temo che la mattina dopo abbia fatto una brutta fine, i miei colleghi e le mie colleghe che abitavano di giorno quel laboratorio non avevano la minima sensibilità verso queste cose, aver voglia di imparare a distinguere un grillo da una cavalletta non è cosa da tutti. Questi qua sotto sono tutti "grilli verdi", per la precisione Tettigònidi.
(le immagini vengono dal sito http://www.lucianabartolini.net/ , da http://www.wikipedia.it/ e da “Guida agli insetti d’Europa” di Michael Chinery, ed. Muzzio)
La distinzione vera e propria è roba da specialisti, da studiosi; anche perché oltre alle diecimila diverse varietà di grilli e di cavallette ci sono tutti gli stadi intermedi, gli immaturi. Grilli e cavallette fanno parte, infatti, di quella metà degli insetti che non hanno bruchi o larve, ma che nascono già molto simili all’adulto, e che crescono man mano cambiando pelle. E’ la grande divisione del mondo degli insetti, olometaboli ed eterometaboli: due parole difficili, ma significa che mosche e farfalle, vespe e formiche, hanno il bruco, la larva; altri insetti invece crescono più o meno come noi, e quando nascono sono già molto simili agli adulti, già riconoscibili. Alcuni insetti apparentemente indistinguibili, come i coleotteri e gli scarafaggi, o come le termiti e le formiche, nascondono in realtà questa grande differenza.
Grilli e cavallette sono Ortòtteri, così come il grillotalpa; gli Ortòtteri sono una parte della Classe degli Insetti. E fin qui non c’è nulla di particolarmente difficile. La vera difficoltà, la cosa che non avevo mai capito, sono i grilli verdi: i grilli verdi suonano e cantano proprio come i grilli neri, ma assomigliano alle cavallette. Lo schemino qua sotto, che prendo da “Il mondo degli animali” (ed. Rizzoli, 1968) aiuta a capire: le cavallette e le locuste vanno messe in due famiglie a parte (Acrìdidi e Tetrìgidi), poi ci sono i grilli veri e propri (Gryllidae), il Grillotalpa (che è diversissimo da tutti e si merita di stare da solo), e infine i Tettigònidi, cioè quelli che io ho sempre chiamato “grilli verdi”.
Anche le cavallette suonano e si fanno sentire d’estate, ma i grilli (grillidi e tettigonidi) sono molto meglio.
I grilli neri, quelli col testone, andavo spesso a cercarli nei prati: mi avevano insegnato come si fa a prenderli, ed è abbastanza facile, ma io poi li lasciavo andare sani e salvi. Adesso, dove andavo io non ci sono più né grilli né prati: c’è la terza corsia dell’Autostrada dei Laghi, o un grande centro commerciale, un rondò per le automobili, case e capannoni. Poi ci sono i grilli di casa, “grilli del focolare”, che somigliano molto ai grilli neri ma sono più piccoli e di colore marrone; per trovarli bisognerà andare in campagna, in un posto dove non si usano pesticidi.
Ho incontrato spesso i grilli verdi di notte, sul lavoro, quando facevo i turni di notte: in laboratorio ero da solo, ogni tanto uscivo a prendere una boccata d’aria, e lì vicino c’era ancora un po’ di bosco, un po’ di prato, dell’acqua. Alle volte erano i grilli verdi che mi venivano a trovare, forse attratti dalla musica che ascoltavo (i turni di notte sono lunghi da attraversare, e in un laboratorio chimico ben condotto non c’è mai rumore). Questo ricordo è del 1992, o forse del 1993: un piccolo grillo verde, in bilico sulla veneziana, che raddoppia perfettamente la parte della viola nel Quartetto n.11 in fa minore op.122 di Sciostakovic. Un altro ricordo più recente, ma ormai anch’esso lontano, è il grillo verde che si era infilato nel bagno del laboratorio accanto, sotto al lavandino, e suonava e cantava da grande solista. Temo che la mattina dopo abbia fatto una brutta fine, i miei colleghi e le mie colleghe che abitavano di giorno quel laboratorio non avevano la minima sensibilità verso queste cose, aver voglia di imparare a distinguere un grillo da una cavalletta non è cosa da tutti. Questi qua sotto sono tutti "grilli verdi", per la precisione Tettigònidi.
(le immagini vengono dal sito http://www.lucianabartolini.net/ , da http://www.wikipedia.it/ e da “Guida agli insetti d’Europa” di Michael Chinery, ed. Muzzio)
sabato 7 luglio 2012
Musica da camera ( I )
Ecco, è tornata: come tutti gli anni, c’è almeno una vespa che gioca a fare il vasaio nel cassone della mia tapparella. La vespa non si vede, è dentro il cassone e ci arriva dall’esterno (la tapparella lascia sempre libero un piccolo spazio, altrimenti sarebbe inutilizzabile), ma il suono che produce è caratteristico: si va dallo gnigni ben accordato (quasi il trapano del dentista) delle vespine più piccole fino alla serie di sonore pernacchiette che sta emettendo questa qui di oggi. Cose del tipo: pè-pè-pè-pepepè-pè-pepepepepèè, e via dicendo, con la voce insistente e petulante di una zitella d’altri tempi, arrabbiata e noiosa, che ogni volta mi fa trasalire quando comincia, perché mi coglie sempre di sorpresa quando meno me l’aspetto. Dovrebbe trattarsi di una Eumenes pomiformis o forse di una Sceliphron spirifex, ma per saperlo con precisione, dovrei prendere la scala e andare ad aprire il cassone – con il caldo che fa, figuriamoci se mi metto a indagare. Mi tengo le pernacchiette, e pazienza.
Comunque sia, non c’è da preoccuparsi: le vespe muratrici, o vespe vasaie, fanno vita solitaria e non sono pericolose. Porterò pazienza e la lascerò fare, come tutti gli anni: queste vespe non sono del tipo che fanno i vespai e sono tutt’altra cosa dai calabroni (grossi e aggressivi: allora sì che c’è da aver paura). Sono sicuramente vespe del genere eumenes e del genere sphex, e simili: una vespa e una larva sola, e non una vespa e tante larve.
Il cassone della tapparella, essendo di legno ben stagionato, fa da cassa armonica e amplifica il rumore della vespa: che muove le ali per asciugare la malta, e quindi non è una voce e nemmeno un verso, ma sembra proprio che stia parlando. Una voce stizzita e un po’ permalosa, noiosa, del genere di quelle che arrivano dall’altra parte del telefono nei cartoni animati; ma non sempre è così, dipende dal tipo di vespa e anche dal punto in cui si è messa a lavorare, la cassa di risonanza dà suoni diversi se è presa in un punto oppure in un altro.
Tra poco avrà finito, deporrà il suo uovo dentro il lavoro di muratura (o di vasaio, a seconda della specie) e poi andrà a caccia, perché le larve di queste vespe sono carnivore. Le prede sono ragni e ragnetti, paralizzati e resi inoffensivi: crescendo, la piccola larva se li mangerà un po’ alla volta. Uno scenario terribile, insomma, ed è per cose come queste che ringrazio il Creatore: lo ringrazio perché mi ha fatto molto più grande sia dei ragni che delle vespe (e delle mantidi, eccetera eccetera).
Però, intanto, il quartetto di Mozart che stavo ascoltando mi è diventato un quintetto: due violini, viola, violoncello, e una vespina che doppia la parte del violoncello. Se solo la vespina andasse a tempo, non sarebbe neanche male. Si potrebbe perfino dare un nome a questo complesso del tutto nuovo e del tutto inedito: va bene “Quintetto Eumenes”? A me piace, approvato.
(il dipinto con la violoncellista è opera di Robert Berenyi, 1887-1953, le altre immagini vengono dal sito www.lucianabartolini.net e da http://www.agraria.org/ )
Comunque sia, non c’è da preoccuparsi: le vespe muratrici, o vespe vasaie, fanno vita solitaria e non sono pericolose. Porterò pazienza e la lascerò fare, come tutti gli anni: queste vespe non sono del tipo che fanno i vespai e sono tutt’altra cosa dai calabroni (grossi e aggressivi: allora sì che c’è da aver paura). Sono sicuramente vespe del genere eumenes e del genere sphex, e simili: una vespa e una larva sola, e non una vespa e tante larve.
Il cassone della tapparella, essendo di legno ben stagionato, fa da cassa armonica e amplifica il rumore della vespa: che muove le ali per asciugare la malta, e quindi non è una voce e nemmeno un verso, ma sembra proprio che stia parlando. Una voce stizzita e un po’ permalosa, noiosa, del genere di quelle che arrivano dall’altra parte del telefono nei cartoni animati; ma non sempre è così, dipende dal tipo di vespa e anche dal punto in cui si è messa a lavorare, la cassa di risonanza dà suoni diversi se è presa in un punto oppure in un altro.
Tra poco avrà finito, deporrà il suo uovo dentro il lavoro di muratura (o di vasaio, a seconda della specie) e poi andrà a caccia, perché le larve di queste vespe sono carnivore. Le prede sono ragni e ragnetti, paralizzati e resi inoffensivi: crescendo, la piccola larva se li mangerà un po’ alla volta. Uno scenario terribile, insomma, ed è per cose come queste che ringrazio il Creatore: lo ringrazio perché mi ha fatto molto più grande sia dei ragni che delle vespe (e delle mantidi, eccetera eccetera).
Però, intanto, il quartetto di Mozart che stavo ascoltando mi è diventato un quintetto: due violini, viola, violoncello, e una vespina che doppia la parte del violoncello. Se solo la vespina andasse a tempo, non sarebbe neanche male. Si potrebbe perfino dare un nome a questo complesso del tutto nuovo e del tutto inedito: va bene “Quintetto Eumenes”? A me piace, approvato.
(il dipinto con la violoncellista è opera di Robert Berenyi, 1887-1953, le altre immagini vengono dal sito www.lucianabartolini.net e da http://www.agraria.org/ )
giovedì 5 luglio 2012
Vespe e vespine ( II )
i.
La forma della vespa spetta in realtà all’antica Gilera, o alle moto di quel tipo lì, con testa, tronco e addome, e con il manubrio allungato a simulare le antenne, il faro rotondo per la bocca. E sotto, va da sè, ha due ruote e non le lunghe zampe pendenti della Eumenes; e niente ali, ed è pesante e rumorosa e non vola, e poi oltre al rumore la moto fa tanta puzza. A dire il vero, non ho mai capito perché lo scooter Vespa sia stato chiamato Vespa: somiglia più a una biga romana, o magari alla navicella col cigno del Lohengrin, però il cigno non c’è, ed è questo che trae in inganno. Vespe, le moto? Più che altro, dei calabroni: vespa crabro, vespa gigante, questa sì che bisogna starci attenti.
ii.
Serpina è il nome della protagonista della “Serva padrona” di Pergolesi, quella che finisce con lo sposare il suo ricco padrone, che ha per nome Uberto. Vespone è il nome del terzo protagonista, che però non canta e non parla, un altro servitore che osserva e commenta ma solo con i gesti. Una trama sempre di grande attualità, per chi non lo avesse ancora notato. Ascoltando la musica di Pergolesi, viene però da pensare che più che Serpina (che dà l’idea di qualcosa di velenoso) siamo davanti ad una Vespina molto indaffarata; e infatti io l’avevo memorizzata così, Vespina. E’ un peccato che l’autore del testo (si chiama Gennarantonio Federico, è un ottimo scrittore e non è un nome inventato) non l’abbia chiamata in quel modo; Mozart avrà una Despina, molti anni dopo. Per fortuna alla sistemazione del personaggio ha provveduto Pergolesi, con la sua musica. Vespina o Serpina? Per me, a questo punto, sarà sempre Vespina: oggi mi sono segnato questo appunto, domani me lo sarò già dimenticato.
iii.
Quella che a prima vista sembrerebbe una mosca, o magari una vespina solitaria, mi si infila nei serramenti della finestra: i serramenti di pvc hanno un foro aperto per lo sfiato, e lei ha trovato magnifica questa cavità, tappezzandola all’interno di foglie tagliuzzate su misura e di piccoli petali di fiori. M’immagino che dentro ci siano stanze, corridoi ben disegnati, magari anche ambienti foderati, tappezzati, damascati. Divento curioso e vado a cercare che cos’è di preciso: non è una vespa, è classificata tra le api (esistono molte specie di api, non tutte fanno il miele) e si chiama Megachile centuncularis. Nell’immagine, che prendo da “Guida agli insetti d’Europa” di Michael Chinery (ed. Muzzio), la si vede mentre trasporta un lembo di foglia da lei stessa ritagliato. In natura, questa piccola ape solitaria fa il nido nelle cavità naturali, soprattutto nel legno; qui si è adattata benissimo, l’appartamentino in pvc le piace molto e sarà un problema convincerla che non è il posto giusto.
iv.
Sempre guardando fuori dalla mia finestra, con le tapparelle semiabbassate per via del caldo, noto delle piccole vespe molto interessate ad un vecchio tendone. Vado a vedere cosa succede: le vespe si stanno mangiucchiando la mia tenda. Non la tenda vera e propria, che è di materiale sintetico o comunque trattato contro le intemperie, ma una bordura in cotone che aveva messo mia mamma tempo fa, per abbellirla. Con il tempo, con il sole e le intemperie, con il passare degli anni, quel cotone si è cotto, a toccarlo qua e là si sbriciola: l’ideale materia prima per un nido di vespe. Le vespe sociali, quelle dei tipi più comuni che conosciamo tutti, fanno i loro nidi di cartone: il cartone è cellulosa, la cellulosa si trova nel legno ma anche nel cotone, che è una fibra vegetale. Il cotone nuovo è molto robusto e quindi non è masticabile, questo cotone vecchio e danneggiato (cuciture e imbastiture comprese) è invece molto adatto allo scopo. Se ci si fa attenzione, dopo un periodo di secco e sole caldo, quando piove o quando si rovescia un po’ d’acqua, è facile vedere molte vespe indaffarate nel fango oppure intente a rosicchiare il legno vecchio dei manici delle vanghe: il legno è cellulosa, con la cellulosa anche noi fabbrichiamo carta e cartone – ma loro lo facevano da molto prima. Alcune vespe, andando in cerca d’acqua per impastare il legno masticato, finiscono col cercare pericolosi equilibri sulla superficie di laghetti e pozzanghere; alcune finiscono con l’annegare. Le vespine che si mangiano il cotone della mia tenda sono un ricordo dell’agosto 2005, nel frattempo mia mamma ha rifatto quel bordino con cotone nuovo; non sono riuscito a identificarne con precisione la specie, ma sono vespe di tipo molto comune, sono un po’ più piccole delle polistes e non lasciano le zampe pencolanti. Qualche tempo dopo averle osservate al lavoro, ho ritrovato l’inizio del loro nido: qualcuno lo aveva staccato e buttato per terra, prendendolo in mano mi sono accorto che non era il solito nido di vespe ma era fatto di un cartone di tipo fine, finissimo. Il cotone della mia tenda, non c’era dubbio.
v.
Un’altra vespa vasaia, una Eumenes o forse una Sphex, aveva iniziato a fare la sua costruzione dentro un paio dei miei jeans: ero andato via a fare un giro di un giorno, i jeans erano rimasti vicino alla finestra e la vespa li aveva trovati meravigliosi, il posto ideale. Aveva iniziato a portare terra e acqua, ed era già a buon punto: proprio vicino alla cintura, nel giro vita, dalla parte dalla schiena. Mi è dispiaciuto molto rovinarle il lavoro, ma a me quei jeans servivano, cos’altro potevo fare?
vi.
Ieri ho detto che una vespa sa quel che fare della sua vita: ha uno scopo e lo persegue, con molta costanza e anche con molta testardaggine. Il che a noi non capita, noi non sappiamo perché siamo qui e cosa stiamo facendo, quello che stiamo facendo delle nostre vite può anche essere completamente insensato, chi lo sa. C’è una cosa però che abbiamo in comune con le vespe, e anche con i conigli e le lucertole: la parte più interna del cervello, il sistema nervoso più antico. L’evoluzione ha fatto crescere il nostro cervello, ma nella parte più esterna, la corteccia: dentro, il nucleo originario, abbiamo ancora il cervello delle vespe, o delle lucertole. Alle volte si vede, nei nostri comportamenti intendo. (4.7.2006)
(Le immagini vengono da "Guida agli insetti d'Europa" di Michael Chinery, ed. Muzzio; da libri e da vecchi giornali, e dal sito http://www.lucianabartolini.net/ che consiglio a tutti di visitare.) (l'immagine qui sopra è bellissima, da grande fotografo, e mi dispiace molto di non poter risalire al suo autore/autrice)
La forma della vespa spetta in realtà all’antica Gilera, o alle moto di quel tipo lì, con testa, tronco e addome, e con il manubrio allungato a simulare le antenne, il faro rotondo per la bocca. E sotto, va da sè, ha due ruote e non le lunghe zampe pendenti della Eumenes; e niente ali, ed è pesante e rumorosa e non vola, e poi oltre al rumore la moto fa tanta puzza. A dire il vero, non ho mai capito perché lo scooter Vespa sia stato chiamato Vespa: somiglia più a una biga romana, o magari alla navicella col cigno del Lohengrin, però il cigno non c’è, ed è questo che trae in inganno. Vespe, le moto? Più che altro, dei calabroni: vespa crabro, vespa gigante, questa sì che bisogna starci attenti.
ii.
Serpina è il nome della protagonista della “Serva padrona” di Pergolesi, quella che finisce con lo sposare il suo ricco padrone, che ha per nome Uberto. Vespone è il nome del terzo protagonista, che però non canta e non parla, un altro servitore che osserva e commenta ma solo con i gesti. Una trama sempre di grande attualità, per chi non lo avesse ancora notato. Ascoltando la musica di Pergolesi, viene però da pensare che più che Serpina (che dà l’idea di qualcosa di velenoso) siamo davanti ad una Vespina molto indaffarata; e infatti io l’avevo memorizzata così, Vespina. E’ un peccato che l’autore del testo (si chiama Gennarantonio Federico, è un ottimo scrittore e non è un nome inventato) non l’abbia chiamata in quel modo; Mozart avrà una Despina, molti anni dopo. Per fortuna alla sistemazione del personaggio ha provveduto Pergolesi, con la sua musica. Vespina o Serpina? Per me, a questo punto, sarà sempre Vespina: oggi mi sono segnato questo appunto, domani me lo sarò già dimenticato.
iii.
Quella che a prima vista sembrerebbe una mosca, o magari una vespina solitaria, mi si infila nei serramenti della finestra: i serramenti di pvc hanno un foro aperto per lo sfiato, e lei ha trovato magnifica questa cavità, tappezzandola all’interno di foglie tagliuzzate su misura e di piccoli petali di fiori. M’immagino che dentro ci siano stanze, corridoi ben disegnati, magari anche ambienti foderati, tappezzati, damascati. Divento curioso e vado a cercare che cos’è di preciso: non è una vespa, è classificata tra le api (esistono molte specie di api, non tutte fanno il miele) e si chiama Megachile centuncularis. Nell’immagine, che prendo da “Guida agli insetti d’Europa” di Michael Chinery (ed. Muzzio), la si vede mentre trasporta un lembo di foglia da lei stessa ritagliato. In natura, questa piccola ape solitaria fa il nido nelle cavità naturali, soprattutto nel legno; qui si è adattata benissimo, l’appartamentino in pvc le piace molto e sarà un problema convincerla che non è il posto giusto.
iv.
Sempre guardando fuori dalla mia finestra, con le tapparelle semiabbassate per via del caldo, noto delle piccole vespe molto interessate ad un vecchio tendone. Vado a vedere cosa succede: le vespe si stanno mangiucchiando la mia tenda. Non la tenda vera e propria, che è di materiale sintetico o comunque trattato contro le intemperie, ma una bordura in cotone che aveva messo mia mamma tempo fa, per abbellirla. Con il tempo, con il sole e le intemperie, con il passare degli anni, quel cotone si è cotto, a toccarlo qua e là si sbriciola: l’ideale materia prima per un nido di vespe. Le vespe sociali, quelle dei tipi più comuni che conosciamo tutti, fanno i loro nidi di cartone: il cartone è cellulosa, la cellulosa si trova nel legno ma anche nel cotone, che è una fibra vegetale. Il cotone nuovo è molto robusto e quindi non è masticabile, questo cotone vecchio e danneggiato (cuciture e imbastiture comprese) è invece molto adatto allo scopo. Se ci si fa attenzione, dopo un periodo di secco e sole caldo, quando piove o quando si rovescia un po’ d’acqua, è facile vedere molte vespe indaffarate nel fango oppure intente a rosicchiare il legno vecchio dei manici delle vanghe: il legno è cellulosa, con la cellulosa anche noi fabbrichiamo carta e cartone – ma loro lo facevano da molto prima. Alcune vespe, andando in cerca d’acqua per impastare il legno masticato, finiscono col cercare pericolosi equilibri sulla superficie di laghetti e pozzanghere; alcune finiscono con l’annegare. Le vespine che si mangiano il cotone della mia tenda sono un ricordo dell’agosto 2005, nel frattempo mia mamma ha rifatto quel bordino con cotone nuovo; non sono riuscito a identificarne con precisione la specie, ma sono vespe di tipo molto comune, sono un po’ più piccole delle polistes e non lasciano le zampe pencolanti. Qualche tempo dopo averle osservate al lavoro, ho ritrovato l’inizio del loro nido: qualcuno lo aveva staccato e buttato per terra, prendendolo in mano mi sono accorto che non era il solito nido di vespe ma era fatto di un cartone di tipo fine, finissimo. Il cotone della mia tenda, non c’era dubbio.
v.
Un’altra vespa vasaia, una Eumenes o forse una Sphex, aveva iniziato a fare la sua costruzione dentro un paio dei miei jeans: ero andato via a fare un giro di un giorno, i jeans erano rimasti vicino alla finestra e la vespa li aveva trovati meravigliosi, il posto ideale. Aveva iniziato a portare terra e acqua, ed era già a buon punto: proprio vicino alla cintura, nel giro vita, dalla parte dalla schiena. Mi è dispiaciuto molto rovinarle il lavoro, ma a me quei jeans servivano, cos’altro potevo fare?
vi.
Ieri ho detto che una vespa sa quel che fare della sua vita: ha uno scopo e lo persegue, con molta costanza e anche con molta testardaggine. Il che a noi non capita, noi non sappiamo perché siamo qui e cosa stiamo facendo, quello che stiamo facendo delle nostre vite può anche essere completamente insensato, chi lo sa. C’è una cosa però che abbiamo in comune con le vespe, e anche con i conigli e le lucertole: la parte più interna del cervello, il sistema nervoso più antico. L’evoluzione ha fatto crescere il nostro cervello, ma nella parte più esterna, la corteccia: dentro, il nucleo originario, abbiamo ancora il cervello delle vespe, o delle lucertole. Alle volte si vede, nei nostri comportamenti intendo. (4.7.2006)
(Le immagini vengono da "Guida agli insetti d'Europa" di Michael Chinery, ed. Muzzio; da libri e da vecchi giornali, e dal sito http://www.lucianabartolini.net/ che consiglio a tutti di visitare.) (l'immagine qui sopra è bellissima, da grande fotografo, e mi dispiace molto di non poter risalire al suo autore/autrice)
martedì 3 luglio 2012
Vespe e vespine ( I )
Una vespa richiede pochi bytes di spazio, però ha uno scopo e lo persegue. Quando una vespa decide che quello è il posto preciso dove fare il nido, lo fa: proprio lì, non un millimetro più in su, non un millimetro sotto. Non esiste posto migliore al mondo: ormai ha deciso. Se la cacciate via, la vespa ritornerà. Non sto parlando delle vespe più note e riconoscibili, ma di altre vespe (ce ne sono un’infinità) molto comuni ma che per noi non sono pericolose, che vivono solitarie, e che hanno per missione sulla terra l’arte muratoria.
Per esempio, queste vespe e vespine del genere Sphex, Sceliphron ed Eumenes, peraltro molto belle ed eleganti a vedersi, che da molte generazioni mi fanno i loro vasi di terra e di coccio proprio nel cassone della tapparella, o magari dentro il meccanismo a manovella per alzare il tendone: loro hanno quello da fare, i vasetti di coccio per allevare i loro figli. E lo fanno, instancabili, e guai a chi si trova sulla loro strada. Instancabili, implacabili, diritte allo scopo; e anche intelligenti, e attente. Insomma, hanno uno scopo e lo perseguono: Dio, come le invidio.
Se avete in casa una di queste vespe e vespine, fate attenzione: la vespa adulta vive succhiando il nettare dei fiori, o magari la frutta; ma le loro larve sono carnivore. A questo scopo, catturano dei piccoli ragni: li paralizzano e li portano dentro al loro nido di terra o di coccio. E lì si possono trovare, se vi capita di doverne rompere qualcuno, o di dover muovere qualcosa per fare dei lavori. Capita anche di trovare segni del loro passaggio sui davanzali, se ci si sta attenti: la vespa, spaventata o disturbata, lascia cadere il piccolo ragno o la minuscola pallina di terra meticolosamente impastata, e da lì poi bisognerà raccoglierle o spazzolarle via.
E’ stato l’altro giorno, riverniciando una tapparella, che ho trovato per l’ennesima volta un nido di terra accuratamente costruito; ho dovuto rimuoverlo, mica si può fare manutenzione lasciando lì il lavoro delle Eumenes e delle Sphex o magari della Sceliphron spirifex. Io glielo avevo detto, quando le ho viste: non venite a fare il nido qui, che poi mi tocca spazzar via tutto. Ma loro, le vespe, non mi hanno ascoltato, e così eccomi intento a raccattare terra e ragnetti, cosa per la quale forse verrò punito in una mia vita futura, sempre che io non riesca a meritarmi l’uscita dalla catena delle rinascite. Per fortuna, penso, sono solo queste vespine solitarie e innocue: se invece mi fossi trovato i grandi vespai delle polistes e delle vespe comuni (che sono fatti di cartone: legno masticato), o peggio ancora un nido di calabroni (vespa crabro), avrei dovuto munirmi di scafandro da palombaro oppure rimandare tutto il lavoro all’inverno.
Simili a queste vespe sono i nostri amministratori, sindaci e assessori spesso al soldo delle immobiliari e dei costruttori; il loro motto è “edilizia traino dell’economia” e guai a chi si mette di traverso. A differenza delle mie innocue vespe e vespine, infatti, questi signori hanno dietro un esercito e mezzi molto potenti, per non dir di peggio. La loro testa, è più o meno la stessa delle mie vespe e vespine: pochi bytes di spazio e di memoria, quello devono fare e quello fanno. Il posto, una volta deciso, deve essere quello; e se gli dite che quel posto non va bene, loro vanno avanti lo stesso. Per i risultati, andate a chiedere alle Cinque Terre, agli alluvionati di Genova 2011 e del Veneto 2010, ai piemontesi del 1994, o ai milanesi nella zona del torrente Seveso, o ai messinesi di collina, eccetera eccetera eccetera.
Viene da pensare che, a differenza delle mie vespe e vespine, questi signori non siano una creazione propriamente divina; direi che siamo più dalle parti del Golem di Rabbi Loew, o del suo parente stretto, L’apprendista stregone alias Mickey Mouse (Goethe, ma anche il Walt Disney di Fantasia). In conclusione, spero che i nostri discendenti mettano la stessa dedizione e la stessa ostinazione nel distruggere ciò che è stato fatto in questi ultimi venti o trent’anni, in fatto di speculazione edilizia. Nel caso, se sarò ancora abbastanza giovane e forte per farlo, prenoto subito un piccone anche per me.
PS: a queste vespe “muratrici” ha dedicate pagine meravigliose Jean Fabre (1823-1915) il libro, che temo sia fuori catalogo, è "Ricordi di un entomologo", edizione Einaudi, (le immagini vengono da libri e riviste, ma soprattutto dal sito http://www.lucianabartolini.net/ che consiglio a tutti di visitare.) (il Golem e L’apprendista stregone sono immagini famose, che dò per scontate)
Per esempio, queste vespe e vespine del genere Sphex, Sceliphron ed Eumenes, peraltro molto belle ed eleganti a vedersi, che da molte generazioni mi fanno i loro vasi di terra e di coccio proprio nel cassone della tapparella, o magari dentro il meccanismo a manovella per alzare il tendone: loro hanno quello da fare, i vasetti di coccio per allevare i loro figli. E lo fanno, instancabili, e guai a chi si trova sulla loro strada. Instancabili, implacabili, diritte allo scopo; e anche intelligenti, e attente. Insomma, hanno uno scopo e lo perseguono: Dio, come le invidio.
Se avete in casa una di queste vespe e vespine, fate attenzione: la vespa adulta vive succhiando il nettare dei fiori, o magari la frutta; ma le loro larve sono carnivore. A questo scopo, catturano dei piccoli ragni: li paralizzano e li portano dentro al loro nido di terra o di coccio. E lì si possono trovare, se vi capita di doverne rompere qualcuno, o di dover muovere qualcosa per fare dei lavori. Capita anche di trovare segni del loro passaggio sui davanzali, se ci si sta attenti: la vespa, spaventata o disturbata, lascia cadere il piccolo ragno o la minuscola pallina di terra meticolosamente impastata, e da lì poi bisognerà raccoglierle o spazzolarle via.
E’ stato l’altro giorno, riverniciando una tapparella, che ho trovato per l’ennesima volta un nido di terra accuratamente costruito; ho dovuto rimuoverlo, mica si può fare manutenzione lasciando lì il lavoro delle Eumenes e delle Sphex o magari della Sceliphron spirifex. Io glielo avevo detto, quando le ho viste: non venite a fare il nido qui, che poi mi tocca spazzar via tutto. Ma loro, le vespe, non mi hanno ascoltato, e così eccomi intento a raccattare terra e ragnetti, cosa per la quale forse verrò punito in una mia vita futura, sempre che io non riesca a meritarmi l’uscita dalla catena delle rinascite. Per fortuna, penso, sono solo queste vespine solitarie e innocue: se invece mi fossi trovato i grandi vespai delle polistes e delle vespe comuni (che sono fatti di cartone: legno masticato), o peggio ancora un nido di calabroni (vespa crabro), avrei dovuto munirmi di scafandro da palombaro oppure rimandare tutto il lavoro all’inverno.
Simili a queste vespe sono i nostri amministratori, sindaci e assessori spesso al soldo delle immobiliari e dei costruttori; il loro motto è “edilizia traino dell’economia” e guai a chi si mette di traverso. A differenza delle mie innocue vespe e vespine, infatti, questi signori hanno dietro un esercito e mezzi molto potenti, per non dir di peggio. La loro testa, è più o meno la stessa delle mie vespe e vespine: pochi bytes di spazio e di memoria, quello devono fare e quello fanno. Il posto, una volta deciso, deve essere quello; e se gli dite che quel posto non va bene, loro vanno avanti lo stesso. Per i risultati, andate a chiedere alle Cinque Terre, agli alluvionati di Genova 2011 e del Veneto 2010, ai piemontesi del 1994, o ai milanesi nella zona del torrente Seveso, o ai messinesi di collina, eccetera eccetera eccetera.
Viene da pensare che, a differenza delle mie vespe e vespine, questi signori non siano una creazione propriamente divina; direi che siamo più dalle parti del Golem di Rabbi Loew, o del suo parente stretto, L’apprendista stregone alias Mickey Mouse (Goethe, ma anche il Walt Disney di Fantasia). In conclusione, spero che i nostri discendenti mettano la stessa dedizione e la stessa ostinazione nel distruggere ciò che è stato fatto in questi ultimi venti o trent’anni, in fatto di speculazione edilizia. Nel caso, se sarò ancora abbastanza giovane e forte per farlo, prenoto subito un piccone anche per me.
PS: a queste vespe “muratrici” ha dedicate pagine meravigliose Jean Fabre (1823-1915) il libro, che temo sia fuori catalogo, è "Ricordi di un entomologo", edizione Einaudi, (le immagini vengono da libri e riviste, ma soprattutto dal sito http://www.lucianabartolini.net/ che consiglio a tutti di visitare.) (il Golem e L’apprendista stregone sono immagini famose, che dò per scontate)
giovedì 7 giugno 2012
Mangiare le alghe
Le alghe, in fin dei conti, sono un alimento comunissimo e le abbiamo mangiate tutti fin da bambini: se non ci credete, date un’occhiata alla confezione di gelato che avete nel freezer, che sia in vaschetta o in altri formati cambia poco. La lista degli ingredienti è scomoda da leggere, ma è molto probabile che ci sia scritto “alginato”. Direi che la parola è chiarissima: farina di alghe, che serve come addensante. Se nella lista degli ingredienti manca l’alginato, ci sarà di sicuro un’altra farina; se siete fortunati si tratta di farina di carrube, altrimenti chissà, una farina si può fare con tante cose, per esempio la carragenina: ancora alghe. Infatti, la differenza fra un gelato vero e uno da conservare nel freezer è proprio questa, la presenza di farine e di altri additivi. Un gelato vero, preparato come si deve, se messo nel freezer, gela e forma piccoli cristalli di ghiaccio; quando si sgela, diventa acquoso. E’ per evitare questo inconveniente che si usano farine ed emulsionanti nella preparazione dei gelati a lunga conservazione.
La carruba non è un’alga ma roba che cresce su una pianta: un grosso baccello marrone scuro, che si può mangiare e che ha un sapore simile alle castagne, ma di solito la si dava da mangiare ai cavalli; e comunque non cambia la sostanza delle cose, perché il gelato vero non si può conservare in freezer, diventa ghiaccio. Ecco dunque che sono necessarie le farine: quella di alghe è una delle migliori.
da http://www.wikipedia.it/ :
Gli alginati sono sali che derivano dalla parete cellulare delle alghe brune Laminaria e Ascophillum diffuse in Europa e negli Stati Uniti. Se ne estrae l'acido alginico, polimero dell'acido D-mannuronico, che può essere convertito nel suo sale (alginato) di sodio o di calcio. Il primo, solubile in acqua, è usato come addensante e stabilizzante in industria alimentare e farmaceutica. Il secondo, insolubile, trova impiego in medicamenti ed in garze emostatiche. Le mucillagini preparate con gli alginati solubili sono instabili ad un pH inferiore a 4 ed in presenza di ioni calcio e di metalli pesanti. In soluzione acquosa all'8-16% l'alginato di sodio forma dei gel che possono essere impiegati come eccipienti per pomate. Ultimamente vengono utilizzati sotto forma di capsule, sciroppi o gel per il controllo della sintomatologia nella malattia da reflusso gastroesofageo (...).
Ho imparato a conoscere gli alginati quando andavo a scuola e mi facevano studiare gli addensanti, che sono quasi sempre farine o derivati; un po’ come quando si fa il budino in casa, insomma. Nell’industria, gli addensanti si usano per gli inchiostri, e per la stampa dei tessuti; il mio insegnante aveva spiegato che l’alginato è uno dei migliori, ma che costa caro perchè è per uso alimentare. Dato che questo mio ricordo è vecchio ormai di quasi quarant’anni, si capirà che l’uso dei derivati da alghe è ormai antico, e molto comune. Gli alginati, l’agar-agar, e altre simili stranezze, sono stranezze solo in apparenza: in realtà le mangiamo da decenni, ma siamo distratti e anche un po’ ignoranti. Nelle gelatine, nelle caramelle, nei budini, nello yogurt, nella maionese industriale, nelle minestre in busta, un po’ ovunque, agar-agar e alginati sono ingredienti molto comuni.
da http://www.wikipedia.it/ :
L'agar-agar (noto anche come agar, più noto ai giapponesi col nome di kanten) è un polisaccaride usato come gelificante naturale e ricavato da alghe rosse appartenenti a diversi generi (tra i quali Gelidium, Gracilaria, Gelidiella, Pterocladia, Sphaerococcus). Dal punto di vista chimico, è un polimero costituito principalmente da unità di D-galattosio (è quindi detto poligalattoside). Il galattosio è uno dei due componenti del lattosio, lo zucchero presente anche nel latte.
È catalogato tra gli additivi alimentari codificati dall'UE col numero E 406. (...)
L’agar agar serve soprattutto per le gelatine, che hanno preso il posto della colla di pesce:
da http://www.wikipedia.it/ :
La colla di pesce è una gelatina essiccata in fogli, generalmente utilizzata in cucina come addensante, in particolare per la preparazione di dolci. Il nome nasce dalla procedura di produzione originaria della Russia, dove viene prodotta partendo dalla vescica natatoria dello storione e/o pesci affini e dalla cartilagine di pesce; conosciuta anche come "ittiocolla" viene fatta essiccare al sole, ma è poco usata in commercio. Essendo questa costituita in maggior parte da tessuto connettivale e quindi da collagene possiamo considerarla una fonte proteica, ma il valore biologico del tessuto connettivale è del tutto simile a quello della matrice ossea, quindi molto basso. Oggi sul mercato sono presenti principalmente gelatine, impropriamente note come colla di pesce, prodotte prevalentemente utilizzando la cotenna del maiale insieme a ossa e cartilagini anche di origine bovina, che hanno un contenuto proteico rilevante: 86 g per 100 g di prodotto. L'80% della gelatina alimentare di origine animale prodotta in Europa è derivata dalla cotenna del maiale. (...) Le gelatine sono messe in commercio in fogli sottili, trasparenti, inodori e insapori, che posti in acqua rigonfiano, al contrario della ittiocolla che non aumenta di molto il suo volume. Nelle etichette dei prodotti alimentari spesso è denominata E441. Alternative vegetariane sono rappresentate dall'agar-agar e dalla pectina.
La pectina, che si usa per fare più velocemente le conserve e le marmellate (una scorciatoia che io personalmente non amo), viene quasi sempre dalla frutta, soprattutto mele e pere, nelle quali è presente naturalmente. Infatti, ma qui sto uscendo dal tema che mi ero posto in partenza, molte marmellate hanno da sempre come base la mela cotogna. Voi pensate di mangiare la marmellata di arance o di fragole, e invece è in gran parte mela cotogna o pectine: in questi casi, è una procedura più che corretta, perché arance e fragole, limoni e lamponi, non vanno troppo scaldati e una base densa è necessaria.
Dato che stiamo parlando di gelati, e dato che in queste settimane la tv è strapiena di pubblicità di gelati confezionati, dopo gli addensanti si può dare un'occhiata agli emulsionanti. Una domanda che mi sono posto spesso, guardando queste pubblicità, è la seguente: è vero, oggi quando si tira fuori la vaschetta dal freezer il gelato rimane morbido. Come mai? Qualcosa devono pur averci messo dentro...
da http://www.wikipedia.it/ :
Gli emulsionanti sono ampiamente utilizzati come additivi alimentari, classificati con le sigle da E400 a E499 (addensanti, stabilizzanti e emulsionanti). Esempi di emulsionanti alimentari sono la lecitina, contenuta nel tuorlo d'uovo o ricavata dai semi di soia, e i semi di senape, che devono la loro proprietà emulsionante a una varietà di sostanze presenti nella mucillagine che circonda la parte esterna del seme; sono comuni anche emulsionanti proteici e a basso peso molecolare. Sia la maionese che la salsa olandese sono emulsioni olio in acqua stabilizzate dalla lecitina contenuta nel tuorlo d'uovo. I detergenti sono prodotti commerciali contenenti tensioattivi che diminuendo l'energia all'interfaccia olio/acqua consentono la pulizia favorendo la dispersione dello sporco unto in acqua. Un'ampia varietà di emulsionanti viene utilizzata in farmacia per la preparazione di emulsioni sotto forma di creme e lozioni. (...)
Tornando alle alghe, a Dario Bressanini ( http://www.lescienze.espresso.repubblica.it/ ), che ha una magnifica rubrica su chimica e alimentazione, piacciono molto sia l’agar-agar che la gelatina in generale, a me invece la gelatina fa un po’ senso e preferisco fare il budino con un cucchiaio di farina e il cacao, ma capisco che possa sembrare faticoso e impegnativo (cioè, non capisco, ma certo si fa prima ad aprire un vasetto). E qui lo confesso, sperando di non incappare in problemi legali: sono molto goloso, ma al gelato industriale io ci rinuncio volentieri, e tutto quello che è gelatina mi fa passare la voglia di mangiare.
Di alghe però io non ne so molto, quasi nulla. Perciò chiudo, almeno per oggi; mi accontento di aver iniziato il discorso e cedo la parola a un grande scrittore che io ho scoperto da poco.
Eduardo Galeano, da “Le labbra del tempo” (ed. Sperling & Kupfer)
Il professore e il giornalista passeggiano in giardino. D'un tratto, Jean-Marie Pelt, il professore, si ferma, indica col dito e dice: «Le presento le nostre nonne». E il giornalista, Jacques Girardon, si china e scopre una pallina di schiuma che emerge in mezzo al foraggio.
È una colonia di microscopiche alghe azzurre. Nei giorni di grande umidità, le alghe azzurre si fanno vedere. Così, tutte assieme, sembrano uno sputo. Il giornalista storce il naso: non c'è che dire, l'origine della vita non ha un aspetto molto attraente, ma da quella bava, da quella porcheria veniamo tutti noi che abbiamo gambe, zampe, radici, pinne o ali.
Prima del prima, ai tempi dell'infanzia del mondo, quando non c'erano né colori, né suoni, loro, le alghe azzurre, esistevano già. Emettendo ossigeno, diedero colore al mare e al cielo, e poi, un bel giorno, un giorno che durò milioni di anni, a molte alghe azzurre venne lo sghiribizzo di trasformarsi in alghe verdi, e le alghe verdi iniziarono a generare lentissimamente licheni, poi funghi, muschi, meduse e tutti i colori e i suoni che vennero dopo, con noi, a scompigliare il mare e la terra. Invece altre alghe azzurre preferirono restare com'erano. E così continuano a essere.
Dal mondo remoto che fu, loro guardano il mondo che è. Non si sa che cosa ne pensino.
(Eduardo Galeano, da “Le labbra del tempo”, ed. Sperling & Kupfer; il racconto “Testimoni”, pagina 3).
Le immagini di questo post vengono dal film “Solaris” di Andrej Tarkovskij: non credo che c’entrino molto con le alghe e con il tema che ho scelto, ma sono bellissime e ho una grande nostalgia del tempo in cui al cinema si potevano vedere dei film come questo. Io sono cresciuto in un mondo così, voi accontentatevi pure delle gelatine, delle lecitine, del gelato di soia e dell’agar-agar, se vi basta.
La carruba non è un’alga ma roba che cresce su una pianta: un grosso baccello marrone scuro, che si può mangiare e che ha un sapore simile alle castagne, ma di solito la si dava da mangiare ai cavalli; e comunque non cambia la sostanza delle cose, perché il gelato vero non si può conservare in freezer, diventa ghiaccio. Ecco dunque che sono necessarie le farine: quella di alghe è una delle migliori.
da http://www.wikipedia.it/ :
Gli alginati sono sali che derivano dalla parete cellulare delle alghe brune Laminaria e Ascophillum diffuse in Europa e negli Stati Uniti. Se ne estrae l'acido alginico, polimero dell'acido D-mannuronico, che può essere convertito nel suo sale (alginato) di sodio o di calcio. Il primo, solubile in acqua, è usato come addensante e stabilizzante in industria alimentare e farmaceutica. Il secondo, insolubile, trova impiego in medicamenti ed in garze emostatiche. Le mucillagini preparate con gli alginati solubili sono instabili ad un pH inferiore a 4 ed in presenza di ioni calcio e di metalli pesanti. In soluzione acquosa all'8-16% l'alginato di sodio forma dei gel che possono essere impiegati come eccipienti per pomate. Ultimamente vengono utilizzati sotto forma di capsule, sciroppi o gel per il controllo della sintomatologia nella malattia da reflusso gastroesofageo (...).
Ho imparato a conoscere gli alginati quando andavo a scuola e mi facevano studiare gli addensanti, che sono quasi sempre farine o derivati; un po’ come quando si fa il budino in casa, insomma. Nell’industria, gli addensanti si usano per gli inchiostri, e per la stampa dei tessuti; il mio insegnante aveva spiegato che l’alginato è uno dei migliori, ma che costa caro perchè è per uso alimentare. Dato che questo mio ricordo è vecchio ormai di quasi quarant’anni, si capirà che l’uso dei derivati da alghe è ormai antico, e molto comune. Gli alginati, l’agar-agar, e altre simili stranezze, sono stranezze solo in apparenza: in realtà le mangiamo da decenni, ma siamo distratti e anche un po’ ignoranti. Nelle gelatine, nelle caramelle, nei budini, nello yogurt, nella maionese industriale, nelle minestre in busta, un po’ ovunque, agar-agar e alginati sono ingredienti molto comuni.
da http://www.wikipedia.it/ :
L'agar-agar (noto anche come agar, più noto ai giapponesi col nome di kanten) è un polisaccaride usato come gelificante naturale e ricavato da alghe rosse appartenenti a diversi generi (tra i quali Gelidium, Gracilaria, Gelidiella, Pterocladia, Sphaerococcus). Dal punto di vista chimico, è un polimero costituito principalmente da unità di D-galattosio (è quindi detto poligalattoside). Il galattosio è uno dei due componenti del lattosio, lo zucchero presente anche nel latte.
È catalogato tra gli additivi alimentari codificati dall'UE col numero E 406. (...)
L’agar agar serve soprattutto per le gelatine, che hanno preso il posto della colla di pesce:
da http://www.wikipedia.it/ :
La colla di pesce è una gelatina essiccata in fogli, generalmente utilizzata in cucina come addensante, in particolare per la preparazione di dolci. Il nome nasce dalla procedura di produzione originaria della Russia, dove viene prodotta partendo dalla vescica natatoria dello storione e/o pesci affini e dalla cartilagine di pesce; conosciuta anche come "ittiocolla" viene fatta essiccare al sole, ma è poco usata in commercio. Essendo questa costituita in maggior parte da tessuto connettivale e quindi da collagene possiamo considerarla una fonte proteica, ma il valore biologico del tessuto connettivale è del tutto simile a quello della matrice ossea, quindi molto basso. Oggi sul mercato sono presenti principalmente gelatine, impropriamente note come colla di pesce, prodotte prevalentemente utilizzando la cotenna del maiale insieme a ossa e cartilagini anche di origine bovina, che hanno un contenuto proteico rilevante: 86 g per 100 g di prodotto. L'80% della gelatina alimentare di origine animale prodotta in Europa è derivata dalla cotenna del maiale. (...) Le gelatine sono messe in commercio in fogli sottili, trasparenti, inodori e insapori, che posti in acqua rigonfiano, al contrario della ittiocolla che non aumenta di molto il suo volume. Nelle etichette dei prodotti alimentari spesso è denominata E441. Alternative vegetariane sono rappresentate dall'agar-agar e dalla pectina.
La pectina, che si usa per fare più velocemente le conserve e le marmellate (una scorciatoia che io personalmente non amo), viene quasi sempre dalla frutta, soprattutto mele e pere, nelle quali è presente naturalmente. Infatti, ma qui sto uscendo dal tema che mi ero posto in partenza, molte marmellate hanno da sempre come base la mela cotogna. Voi pensate di mangiare la marmellata di arance o di fragole, e invece è in gran parte mela cotogna o pectine: in questi casi, è una procedura più che corretta, perché arance e fragole, limoni e lamponi, non vanno troppo scaldati e una base densa è necessaria.
Dato che stiamo parlando di gelati, e dato che in queste settimane la tv è strapiena di pubblicità di gelati confezionati, dopo gli addensanti si può dare un'occhiata agli emulsionanti. Una domanda che mi sono posto spesso, guardando queste pubblicità, è la seguente: è vero, oggi quando si tira fuori la vaschetta dal freezer il gelato rimane morbido. Come mai? Qualcosa devono pur averci messo dentro...
da http://www.wikipedia.it/ :
Gli emulsionanti sono ampiamente utilizzati come additivi alimentari, classificati con le sigle da E400 a E499 (addensanti, stabilizzanti e emulsionanti). Esempi di emulsionanti alimentari sono la lecitina, contenuta nel tuorlo d'uovo o ricavata dai semi di soia, e i semi di senape, che devono la loro proprietà emulsionante a una varietà di sostanze presenti nella mucillagine che circonda la parte esterna del seme; sono comuni anche emulsionanti proteici e a basso peso molecolare. Sia la maionese che la salsa olandese sono emulsioni olio in acqua stabilizzate dalla lecitina contenuta nel tuorlo d'uovo. I detergenti sono prodotti commerciali contenenti tensioattivi che diminuendo l'energia all'interfaccia olio/acqua consentono la pulizia favorendo la dispersione dello sporco unto in acqua. Un'ampia varietà di emulsionanti viene utilizzata in farmacia per la preparazione di emulsioni sotto forma di creme e lozioni. (...)
Tornando alle alghe, a Dario Bressanini ( http://www.lescienze.espresso.repubblica.it/ ), che ha una magnifica rubrica su chimica e alimentazione, piacciono molto sia l’agar-agar che la gelatina in generale, a me invece la gelatina fa un po’ senso e preferisco fare il budino con un cucchiaio di farina e il cacao, ma capisco che possa sembrare faticoso e impegnativo (cioè, non capisco, ma certo si fa prima ad aprire un vasetto). E qui lo confesso, sperando di non incappare in problemi legali: sono molto goloso, ma al gelato industriale io ci rinuncio volentieri, e tutto quello che è gelatina mi fa passare la voglia di mangiare.
Di alghe però io non ne so molto, quasi nulla. Perciò chiudo, almeno per oggi; mi accontento di aver iniziato il discorso e cedo la parola a un grande scrittore che io ho scoperto da poco.
Eduardo Galeano, da “Le labbra del tempo” (ed. Sperling & Kupfer)
Il professore e il giornalista passeggiano in giardino. D'un tratto, Jean-Marie Pelt, il professore, si ferma, indica col dito e dice: «Le presento le nostre nonne». E il giornalista, Jacques Girardon, si china e scopre una pallina di schiuma che emerge in mezzo al foraggio.
È una colonia di microscopiche alghe azzurre. Nei giorni di grande umidità, le alghe azzurre si fanno vedere. Così, tutte assieme, sembrano uno sputo. Il giornalista storce il naso: non c'è che dire, l'origine della vita non ha un aspetto molto attraente, ma da quella bava, da quella porcheria veniamo tutti noi che abbiamo gambe, zampe, radici, pinne o ali.
Prima del prima, ai tempi dell'infanzia del mondo, quando non c'erano né colori, né suoni, loro, le alghe azzurre, esistevano già. Emettendo ossigeno, diedero colore al mare e al cielo, e poi, un bel giorno, un giorno che durò milioni di anni, a molte alghe azzurre venne lo sghiribizzo di trasformarsi in alghe verdi, e le alghe verdi iniziarono a generare lentissimamente licheni, poi funghi, muschi, meduse e tutti i colori e i suoni che vennero dopo, con noi, a scompigliare il mare e la terra. Invece altre alghe azzurre preferirono restare com'erano. E così continuano a essere.
Dal mondo remoto che fu, loro guardano il mondo che è. Non si sa che cosa ne pensino.
(Eduardo Galeano, da “Le labbra del tempo”, ed. Sperling & Kupfer; il racconto “Testimoni”, pagina 3).
Le immagini di questo post vengono dal film “Solaris” di Andrej Tarkovskij: non credo che c’entrino molto con le alghe e con il tema che ho scelto, ma sono bellissime e ho una grande nostalgia del tempo in cui al cinema si potevano vedere dei film come questo. Io sono cresciuto in un mondo così, voi accontentatevi pure delle gelatine, delle lecitine, del gelato di soia e dell’agar-agar, se vi basta.
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lunedì 28 maggio 2012
Usignolo
Quest’anno l’usignolo è tornato a fare il nido vicino alle mie finestre, e questa è una bella notizia. La brutta notizia è che quest’albero presto sarà abbattuto, c’è già chi lavora da tempo per abbatterlo; ma per oggi non voglio pensarci, sono contento della compagnia dell’usignolo e mi diverto molto ad ascoltarlo.
Ho impiegato molti anni per arrivare a capire davvero che cos’è il canto di un usignolo: c’è molta differenza da come te lo insegnano a scuola e sui libri, e anche il luogo comune “canta come un usignolo” non aiuta a capire e riconoscere. Il canto dell’usignolo è infatti molto variato e divertente, non è una canzone melodica ben ordinata come per esempio capita con il canarino, ma qualcosa di molto più diverso e fantasioso. La canzone del canarino è infatti molto bella e ben costruita, ma è sempre quella; all’usignolo invece capita di essere melodico e di costruire frasi simili a quelle delle nostre canzoni, ma il più delle volte mette insieme qualcosa di molto diverso e molto personale. Insomma, si può registrare un canarino dire “questo è il canto del canarino”, sempre riconoscibile; non si può fare invece la stessa cosa con gli usignoli, perché quella registrazione sarà solo la voce di uno dei tanti usignoli possibili.
Ne approfitto per mettere in fila le nozioni che ho imparato sul canto degli uccelli, da non esperto quale sono (e chiedo scusa fin d’ora per eventuali imprecisioni):
1) il canto degli uccelli non è quasi mai un passatempo o un divertimento come lo intendiamo noi umani, ma è piuttosto un vero linguaggio, una forma di comunicazione vera e propria. C’è chi lo ha studiato e ne ha preso nota, riconoscendo per ogni specie vere e proprie frasi ricorrenti, parole, segnali, conversazioni e richiami di coppia; chi volesse saperne qualcosa di più può cominciare a leggere (o rileggere) il famoso libro dell’etologo Konrad Lorenz, “L’anello di re Salomone”.
2) per la maggior parte degli uccelli, il canto significa “qui ci sono io” e sottintende, o dice apertamente, “qui ci sono io e voi state lontani”. Insomma, è un po’ come se l’uccello desse le sue generalità, nome cognome, paternità e maternità, e codice fiscale; e poi, dopo aver tracciato il confine della sua proprietà, invitasse gli estranei, compresi quelli della sua stessa specie, a non venire a disturbare mentre lui fa il nido. A noi questo canto può sembrare piacevole, una cosa innocua, ma così non è; anche gli uccellini più piccoli, come le cince, sanno diventare molto aggressivi contro chi non capisce il loro segnale.
3) alcune specie di uccelli nascono già con il canto in memoria, altri devono imparare dai genitori. Se l’uccello che deve imparare dai genitori viene separato alla nascita, non imparerà la canzone ma può finire con l’imparare qualcosa d’altro, per esempio un brano che fischiettate voi. C’è poi il caso degli “imitatori” di professione, gazze e pappagalli e merli indiani; ma qui il discorso si allargherebbe di molto e direi che è il caso di lasciarlo agli specialisti.
L’usignolo ha dei genitori molto attenti e partecipi, sia il padre che la madre; però impara da solo la sua canzone, e la costruisce da sè nel corso degli anni, per imitazione o per sua invenzione particolare. Ne consegue che un usignolo adulto avrà una canzone molto più lunga e variata rispetto ad un usignolo giovane. Il Brehm aggiungeva che il canto costa molta fatica all’usignolo, che vi spende molte energie: quindi una cosa tutt’altro che facile.
Mettendo insieme tutte queste informazioni, che ho preso e riassunto velocemente da varie fonti, si comprenderà che non è facile riconoscere la voce di un usignolo solamente da una descrizione o anche da registrazioni “sul campo”: ogni usignolo ha la sua voce, e per ogni individuo la canzone si accresce nel corso delle settimane risultando alla fine molto diversa da come era all’inizio. A tutto questo bisogna ancora aggiungere che ci sono molte specie di usignoli, anche con nomi scientifici molto differenti (il nome scientifico è una cosa seria, se il nome è simile le specie sono simili e viceversa). Per esempio, l’usignolo maggiore è Luscinia luscinia, l’usignolo europeo comune è Erithacus megarhyncos (ma anche Luscinia megarhyncos); l’usignolo africano è Cercotrichas galactotes. Qui intorno vi sono poi anche due parenti stretti dell’usignolo, il pettirosso e il codirosso; il pettirosso si chiama Erithacus rubecula, di codirosso esistono molte varietà riconoscibili dal fatto che ad essere colorata è la parte del dorso vicina alla coda, che gli ornitologi chiamano “groppone”.
Quest’anno, data la vicinanza, sono riuscito anche a vedere gli usignoli: è un animale molto bello, il piumaggio non è appariscente ma ha una linea molto bella ed elegante. Somiglia un po’ al merlo (che già è bello di suo), ma è più snello ed elegante. La somiglianza non è casuale, sono infatti entrambi classificati fra i Turdidi (Turdidae). L'usignolo è un insettivoro, è bene ricordarlo: se vi danno fastidio mosche e zanzare, tenete presente che gli uccelli insettivori sono dalla nostra parte.
Per concludere, un po’ di nomi di usignoli in varie lingue: ruiseñor in spagnolo, nightingale in inglese, nachtigall in tedesco, e in francese rossignol, che riprende il nome rosignolo o rossignolo presente nei madrigali di Monteverdi (vale a dire: Tasso, Guarini, Ariosto, l’italiano del ‘500).
Le foto del codirosso sul balcone sono mie e risalgono al 2008; le immagini degli usignoli vengono da “Il mondo degli animali”, ed. Rizzoli 1968, e da “Guida agli uccelli d’Europa”, ed. Muzzio 1983. (il pettirosso è facilmente riconoscibile e lo dò per scontato). (nel frattempo, ci tengo a dirlo, la ringhiera l'ho riverniciata io con le mie mani ed è venuta molto bene).
AGGIORNAMENTO al 17 settembre 2012: riunione di condominio, il mio vicino dice "abbiamo deciso di abbattere l'albero", e poi "vogliamo abbattere l'albero" (lo ha deciso lui, se lo ha deciso lui parli per lui, io sono cresciuto con tre alberi davanti alla finestra, adesso mi è rimasto solo questo, amen)(ma è lui quello che ha in casa i bambini di tre anni...)
Ho impiegato molti anni per arrivare a capire davvero che cos’è il canto di un usignolo: c’è molta differenza da come te lo insegnano a scuola e sui libri, e anche il luogo comune “canta come un usignolo” non aiuta a capire e riconoscere. Il canto dell’usignolo è infatti molto variato e divertente, non è una canzone melodica ben ordinata come per esempio capita con il canarino, ma qualcosa di molto più diverso e fantasioso. La canzone del canarino è infatti molto bella e ben costruita, ma è sempre quella; all’usignolo invece capita di essere melodico e di costruire frasi simili a quelle delle nostre canzoni, ma il più delle volte mette insieme qualcosa di molto diverso e molto personale. Insomma, si può registrare un canarino dire “questo è il canto del canarino”, sempre riconoscibile; non si può fare invece la stessa cosa con gli usignoli, perché quella registrazione sarà solo la voce di uno dei tanti usignoli possibili.
Ne approfitto per mettere in fila le nozioni che ho imparato sul canto degli uccelli, da non esperto quale sono (e chiedo scusa fin d’ora per eventuali imprecisioni):
1) il canto degli uccelli non è quasi mai un passatempo o un divertimento come lo intendiamo noi umani, ma è piuttosto un vero linguaggio, una forma di comunicazione vera e propria. C’è chi lo ha studiato e ne ha preso nota, riconoscendo per ogni specie vere e proprie frasi ricorrenti, parole, segnali, conversazioni e richiami di coppia; chi volesse saperne qualcosa di più può cominciare a leggere (o rileggere) il famoso libro dell’etologo Konrad Lorenz, “L’anello di re Salomone”.
2) per la maggior parte degli uccelli, il canto significa “qui ci sono io” e sottintende, o dice apertamente, “qui ci sono io e voi state lontani”. Insomma, è un po’ come se l’uccello desse le sue generalità, nome cognome, paternità e maternità, e codice fiscale; e poi, dopo aver tracciato il confine della sua proprietà, invitasse gli estranei, compresi quelli della sua stessa specie, a non venire a disturbare mentre lui fa il nido. A noi questo canto può sembrare piacevole, una cosa innocua, ma così non è; anche gli uccellini più piccoli, come le cince, sanno diventare molto aggressivi contro chi non capisce il loro segnale.
3) alcune specie di uccelli nascono già con il canto in memoria, altri devono imparare dai genitori. Se l’uccello che deve imparare dai genitori viene separato alla nascita, non imparerà la canzone ma può finire con l’imparare qualcosa d’altro, per esempio un brano che fischiettate voi. C’è poi il caso degli “imitatori” di professione, gazze e pappagalli e merli indiani; ma qui il discorso si allargherebbe di molto e direi che è il caso di lasciarlo agli specialisti.
L’usignolo ha dei genitori molto attenti e partecipi, sia il padre che la madre; però impara da solo la sua canzone, e la costruisce da sè nel corso degli anni, per imitazione o per sua invenzione particolare. Ne consegue che un usignolo adulto avrà una canzone molto più lunga e variata rispetto ad un usignolo giovane. Il Brehm aggiungeva che il canto costa molta fatica all’usignolo, che vi spende molte energie: quindi una cosa tutt’altro che facile.
Mettendo insieme tutte queste informazioni, che ho preso e riassunto velocemente da varie fonti, si comprenderà che non è facile riconoscere la voce di un usignolo solamente da una descrizione o anche da registrazioni “sul campo”: ogni usignolo ha la sua voce, e per ogni individuo la canzone si accresce nel corso delle settimane risultando alla fine molto diversa da come era all’inizio. A tutto questo bisogna ancora aggiungere che ci sono molte specie di usignoli, anche con nomi scientifici molto differenti (il nome scientifico è una cosa seria, se il nome è simile le specie sono simili e viceversa). Per esempio, l’usignolo maggiore è Luscinia luscinia, l’usignolo europeo comune è Erithacus megarhyncos (ma anche Luscinia megarhyncos); l’usignolo africano è Cercotrichas galactotes. Qui intorno vi sono poi anche due parenti stretti dell’usignolo, il pettirosso e il codirosso; il pettirosso si chiama Erithacus rubecula, di codirosso esistono molte varietà riconoscibili dal fatto che ad essere colorata è la parte del dorso vicina alla coda, che gli ornitologi chiamano “groppone”.
Quest’anno, data la vicinanza, sono riuscito anche a vedere gli usignoli: è un animale molto bello, il piumaggio non è appariscente ma ha una linea molto bella ed elegante. Somiglia un po’ al merlo (che già è bello di suo), ma è più snello ed elegante. La somiglianza non è casuale, sono infatti entrambi classificati fra i Turdidi (Turdidae). L'usignolo è un insettivoro, è bene ricordarlo: se vi danno fastidio mosche e zanzare, tenete presente che gli uccelli insettivori sono dalla nostra parte.
Per concludere, un po’ di nomi di usignoli in varie lingue: ruiseñor in spagnolo, nightingale in inglese, nachtigall in tedesco, e in francese rossignol, che riprende il nome rosignolo o rossignolo presente nei madrigali di Monteverdi (vale a dire: Tasso, Guarini, Ariosto, l’italiano del ‘500).
Le foto del codirosso sul balcone sono mie e risalgono al 2008; le immagini degli usignoli vengono da “Il mondo degli animali”, ed. Rizzoli 1968, e da “Guida agli uccelli d’Europa”, ed. Muzzio 1983. (il pettirosso è facilmente riconoscibile e lo dò per scontato). (nel frattempo, ci tengo a dirlo, la ringhiera l'ho riverniciata io con le mie mani ed è venuta molto bene).
AGGIORNAMENTO al 17 settembre 2012: riunione di condominio, il mio vicino dice "abbiamo deciso di abbattere l'albero", e poi "vogliamo abbattere l'albero" (lo ha deciso lui, se lo ha deciso lui parli per lui, io sono cresciuto con tre alberi davanti alla finestra, adesso mi è rimasto solo questo, amen)(ma è lui quello che ha in casa i bambini di tre anni...)
sabato 26 maggio 2012
Metamorfosi
«In natura, un sistema, quando non riesce più a risolvere i propri problemi vitali, se non vuole perire, è costretto alla metamorfosi. Il bruco è capace di autodistruggersi e autoricostruirsi per diventare una farfalla. L'idea della metamorfosi non è una follia, è una realtà che si è già realizzata altre volte nella storia del Pianeta, nella preistoria ma anche nel Medioevo (...)»
(Edgar Morin, dal Venerdì di Repubblica del 16 marzo 2012 )
In quest’intervista, che riporto qui sotto in un estratto più ampio, Edgar Morin parla di economia ma fa un discorso da naturalista, cioè da vero osservatore, mai superficiale e privo di pregiudizi. E’ solo osservando con attenzione quello che succede che si possono prevedere gli sviluppi successivi: ma per riuscirci bisogna saper abbandonare tutto quello che ti hanno insegnato, anche solo per pochi istanti, senza pregiudizi. Togliersi i paraocchi, insomma: un modo di dire che oggi può risultare oscuro, e che quindi è meglio spiegare. I paraocchi si mettevano ai cavalli da tiro, per evitare che si distraessero e magari si spaventassero; con i paraocchi si vede solo ciò che gli altri vogliono farci vedere. Nel caso del cavallo da tiro, con i paraocchi il cavallo vedrà solo quello che vuole il padrone.
Qui sotto riporto altri estratti da quest’intervista, molto bella, ricordando che i libri di Edgar Morin sono regolarmente pubblicati in Italia, che Edgar Morin è francese ma parla molto bene l’italiano, e infine che il nostro attuale ministro per lo sviluppo, il signor Corrado Passera, ha annunciato pochi giorni fa l’avvio di innumerevoli altre “grandi opere”. Dunque ancora una volta, come negli anni ’50, l’edilizia come traino dell’economia: ma per costruire dove? Ancora strade, ancora cemento, ancora cavalcavia?
Intervista a Edgar Morin
di Fabio Gambaro, Il Venerdì di Repubblica, 16 marzo 2012
- Nel libro lei critica l'idea di sviluppo. Perché?
«La mondializzazione porta in sé l'occidentalizzazione e il mito dello sviluppo fondato sull'idea di una crescita infinita. È un mito che ci porta dritti contro un muro. Non possiamo continuare a riempire il Pianeta di automobili, di centrali e di megalopoli. Questo modello di sviluppo - figlio di un liberalismo economico senza regole, tutto teso a produrre e a consumare sempre di più - comporta conseguenze disastrose per la biosfera e le risorse naturali. Oggi, si parla molto di sviluppo sostenibile, che però mi sembra solo una mezza misura. In realtà, occorre affrontare e spaccare il nocciolo duro, tecno-economico, del concetto tradizionale di sviluppo, per salvarne solo alcuni elementi da mettere al servizio di un altro modello di sviluppo umano. È un problema urgente che riguarda tutti».
- È per questa ragione che parla di Terra-patria?
«L'aspetto positivo della mondializzazione è che ormai c'è una comunità di destino di tutti gli esseri umani, ovunque essi si trovino. Siamo tutti di fronte agli stessi problemi fondamentali e alle stesse minacce mortali, sul piano ecologico, climatico, sociale, nucleare, ecc. Una patria è una comunità di destini, quindi la Terra è la patria comune che dobbiamo cercare di salvare in una situazione dove sembra non esserci più futuro e quindi prevalgono l'incertezza, la paura e le logiche regressive. In passato si pensava che la storia fosse guidata dalla legge del progresso. Le crisi del XX secolo hanno spazzato questa illusione».
- Che cosa fare allora?
«Al sistema terrestre minacciato da tutte le parti resta solo la via della metamorfosi. In natura, un sistema, quando non riesce più a risolvere i propri problemi vitali, se non vuole perire, è costretto alla metamorfosi. Il bruco è capace di autodistruggersi e autoricostruirsi per diventare una farfalla. L'idea della metamorfosi non è una follia, è una realtà che si è già realizzata altre volte nella storia del Pianeta, nella preistoria ma anche nel Medioevo».
- La metamorfosi è però un'operazione complessa e delicata...
«Per salvarsi occorre avere un approccio dialettico, nel tentativo di tenere insieme idee che sulla carta si oppongono. Non credo alla rivoluzione che fa tabula rasa del passato, producendo spesso realtà peggiori di quelle che ha voluto trasformare. Al contrario, abbiamo bisogno di tutte le riforme culturali della storia dell'umanità per trasformare e trasformarci. Per questo è necessario conservare tutti gli aspetti positivi della mondializzazione, che per me contiene il meglio e il peggio. Insomma, occorre al contempo mondializzare e de-mondializzare a seconda degli ambiti, favorire la crescita ma talvolta la decrescita, tenere conto dello sviluppo ma anche dell'inviluppo, della trasformazione come della conservazione. Questa strategia complessa ci consente di conservare la speranza, che naturalmente non è una certezza. Anzi, visto il contesto, la speranza è perfino improbabile. La storia però ci insegna che a volte l'improbabile è riuscito a prendere il sopravvento». (...)
(intervista a Edgar Morin, di fabio gambaro, www.repubblica.it 16 marzo 2012 )
Il vecchio muore e il nuovo non può nascere, e in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati. (Antonio Gramsci, citato da Joseph Losey per il Don Giovanni di Mozart)
(Edgar Morin, dal Venerdì di Repubblica del 16 marzo 2012 )
In quest’intervista, che riporto qui sotto in un estratto più ampio, Edgar Morin parla di economia ma fa un discorso da naturalista, cioè da vero osservatore, mai superficiale e privo di pregiudizi. E’ solo osservando con attenzione quello che succede che si possono prevedere gli sviluppi successivi: ma per riuscirci bisogna saper abbandonare tutto quello che ti hanno insegnato, anche solo per pochi istanti, senza pregiudizi. Togliersi i paraocchi, insomma: un modo di dire che oggi può risultare oscuro, e che quindi è meglio spiegare. I paraocchi si mettevano ai cavalli da tiro, per evitare che si distraessero e magari si spaventassero; con i paraocchi si vede solo ciò che gli altri vogliono farci vedere. Nel caso del cavallo da tiro, con i paraocchi il cavallo vedrà solo quello che vuole il padrone.
Qui sotto riporto altri estratti da quest’intervista, molto bella, ricordando che i libri di Edgar Morin sono regolarmente pubblicati in Italia, che Edgar Morin è francese ma parla molto bene l’italiano, e infine che il nostro attuale ministro per lo sviluppo, il signor Corrado Passera, ha annunciato pochi giorni fa l’avvio di innumerevoli altre “grandi opere”. Dunque ancora una volta, come negli anni ’50, l’edilizia come traino dell’economia: ma per costruire dove? Ancora strade, ancora cemento, ancora cavalcavia?
Intervista a Edgar Morin
di Fabio Gambaro, Il Venerdì di Repubblica, 16 marzo 2012
- Nel libro lei critica l'idea di sviluppo. Perché?
«La mondializzazione porta in sé l'occidentalizzazione e il mito dello sviluppo fondato sull'idea di una crescita infinita. È un mito che ci porta dritti contro un muro. Non possiamo continuare a riempire il Pianeta di automobili, di centrali e di megalopoli. Questo modello di sviluppo - figlio di un liberalismo economico senza regole, tutto teso a produrre e a consumare sempre di più - comporta conseguenze disastrose per la biosfera e le risorse naturali. Oggi, si parla molto di sviluppo sostenibile, che però mi sembra solo una mezza misura. In realtà, occorre affrontare e spaccare il nocciolo duro, tecno-economico, del concetto tradizionale di sviluppo, per salvarne solo alcuni elementi da mettere al servizio di un altro modello di sviluppo umano. È un problema urgente che riguarda tutti».
- È per questa ragione che parla di Terra-patria?
«L'aspetto positivo della mondializzazione è che ormai c'è una comunità di destino di tutti gli esseri umani, ovunque essi si trovino. Siamo tutti di fronte agli stessi problemi fondamentali e alle stesse minacce mortali, sul piano ecologico, climatico, sociale, nucleare, ecc. Una patria è una comunità di destini, quindi la Terra è la patria comune che dobbiamo cercare di salvare in una situazione dove sembra non esserci più futuro e quindi prevalgono l'incertezza, la paura e le logiche regressive. In passato si pensava che la storia fosse guidata dalla legge del progresso. Le crisi del XX secolo hanno spazzato questa illusione».
- Che cosa fare allora?
«Al sistema terrestre minacciato da tutte le parti resta solo la via della metamorfosi. In natura, un sistema, quando non riesce più a risolvere i propri problemi vitali, se non vuole perire, è costretto alla metamorfosi. Il bruco è capace di autodistruggersi e autoricostruirsi per diventare una farfalla. L'idea della metamorfosi non è una follia, è una realtà che si è già realizzata altre volte nella storia del Pianeta, nella preistoria ma anche nel Medioevo».
- La metamorfosi è però un'operazione complessa e delicata...
«Per salvarsi occorre avere un approccio dialettico, nel tentativo di tenere insieme idee che sulla carta si oppongono. Non credo alla rivoluzione che fa tabula rasa del passato, producendo spesso realtà peggiori di quelle che ha voluto trasformare. Al contrario, abbiamo bisogno di tutte le riforme culturali della storia dell'umanità per trasformare e trasformarci. Per questo è necessario conservare tutti gli aspetti positivi della mondializzazione, che per me contiene il meglio e il peggio. Insomma, occorre al contempo mondializzare e de-mondializzare a seconda degli ambiti, favorire la crescita ma talvolta la decrescita, tenere conto dello sviluppo ma anche dell'inviluppo, della trasformazione come della conservazione. Questa strategia complessa ci consente di conservare la speranza, che naturalmente non è una certezza. Anzi, visto il contesto, la speranza è perfino improbabile. La storia però ci insegna che a volte l'improbabile è riuscito a prendere il sopravvento». (...)
(intervista a Edgar Morin, di fabio gambaro, www.repubblica.it 16 marzo 2012 )
Il vecchio muore e il nuovo non può nascere, e in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati. (Antonio Gramsci, citato da Joseph Losey per il Don Giovanni di Mozart)
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venerdì 11 maggio 2012
Il ladro di biscotti
Stavolta non è scappato. Mi ha visto, mi ha guardato, ma non è scappato via e soprattutto ha fatto tutto con calma: che se ne stia accorgendo?
Beh, calma si fa per dire: a casa delle cince si fa tutto di corsa, di fretta, chi ha mai visto un uccellino fare le cose con calma? Gli uccellini piccoli sono sempre un po’ frenetici, è la loro natura, e le cince non fanno eccezione.
Questa qui è una cincia gigante – nel senso che è grande quasi come il mio dito mignolo: esistono anche delle cincette ancora più piccole, anche loro vengono sul mio balcone. Non ne sono rimaste molte, qui intorno di piante ne hanno tagliate tante, quasi tutte, dalla prima volta in cui mia mamma (molti anni fa) ha cominciato a mettere le briciole sul balcone. Per avere come vicini di casa le cince, e i pettirossi, servono alberi alti e con molte foglie, cioè proprio quel tipo di albero che i vicini di casa umani (e magari anche il Comune) estirpano con cura e con metodo: fanno ombra, le radici impediscono il parcheggio, e (orrore!) poi cadono le foglie sulla macchina; e infine, novità di questi ultimi anni, se vuoi mettere il fotovoltaico ed essere davvero ecologico, allora devi abbattere le piante.
Per intanto però la cincia è qui, deve avere il nido e tanti piccoli, perché si mangia un biscotto al giorno ed è impossibile che un uccellino così piccolo riesca a mangiare da solo l’equivalente del suo peso (cioè un biscottino secco di quelli da mangiare col caffelatte). La cincia è convinta di essere un ladro; pian piano si sta rendendo conto che non è così, ma io penso che se non si convince è meglio, ed anzi è giusto spaventarla un po’. Non tutti gli umani si divertono ad avere gli uccellini sul balcone, non tutti gli umani amano le cince, e anzi sono molti a pensare che queste sono tutte scemenze, cose da bambini, meglio spianare tutto e fare un bel parcheggio per la moto.
Ancora meglio del biscotto è la carta che sta sotto al panettone: ci rimangono attaccate tante di quelle cose da nutrire un reggimento di cince, bisogna però avere l’accortezza di mangiarsi di persona le uvette e i canditi, che sono troppo grossi per loro (cosa che eseguo regolarmente in prima persona, uvette e canditi sono buonissimi). Se li lasciate, uvette e canditi, magari va a finire che arriva qualche uccellino un po’ più grosso, magari un merlo, e pulire il balcone diventerà un po’ più impegnativo; ma con le cince non c’è problema, sono dei ladri velocissimi. Ladri di biscotti, s’intende.
Stamattina, mia mamma ha messo in ordine i vasi di fiori sul balcone, rovinati dalla grandine di sabato scorso: un lavoro complesso, che ha richiesto il suo tempo. Il ladro di biscotti, impazientissimo, si aggirava intorno al balcone: è uno scandalo, sembrava voler dire, è due ore che aspetto, il pranzo è servito ma io non posso accedervi, cosa diranno i miei piccolini?
Abbiamo fatto anche un esperimento: due mucchietti di briciole, uno col pane e l’altro col biscotto. La cincia, chi l’avrebbe mai detto, ha lasciato lì il pane e si è portata via il biscotto. Ripetuto l’esperimento, e mettendo un po’ di zucchero sul pane bagnato, anche il pane diventava interessantissimo, e la cosa non finisce di stupirci. Del resto, si sa, in America e in Inghilterra già da tempo immemorabile hanno osservato degli uccellini – proprio le cince, come quelle nella foto – che avevano imparato a bucare col becco il tappo delle bottiglie del latte, per rubare la panna (in questo caso penso che si tratti davvero di furto, per la precisione: furto con scasso).
Per togliermi la curiosità, ieri ho cercato informazioni tra i miei libri e ho risolto il mistero: si tratta di un mio errore, le cince sono insettivore e non granivore. Oltre agli insetti, cioè moschini e zanzare, le cince mangiano anche altre cose, ma non i semini. Se ci fate caso, gli uccellini che mangiano i semi (i passeri e i canarini, per esempio) hanno il becco corto e robusto; gli uccellini insettivori invece hanno il becco lungo e sottile in punta, più adatto per le loro prede. Un mio errore, dunque: ma le cince sono così piccole e così frenetiche, chi glielo ha mai guardato, il becco?
Ma tra poco sarà tutto finito, la prossima nidiata sarà col caldo, la cincia avrà cibo a sufficienza anche senza venire sul mio balcone, ed è anzi strano che sia ancora qui, a maggio inoltrato: ma fino a ieri faceva freddo, è stata una primavera poco generosa, biscotti e carte di panettoni sono venuti a proposito. Anzi, adesso che ci faccio caso, più che le cince sul mio biscotto stanno arrivando le formiche: sarà meglio sbaraccare tutto.
Un po’ d’ordine sulle cince: ce ne sono di molte specie, quella più grande (14 centimetri coda compresa) è la cinciallegra, quella più piccola è la cinciarella. Qui a fianco ho messo una tavola con tutte le cince (genere Parus e affini) presa da un bel libro, che temo fuori catalogo: “Guida agli uccelli d’Europa” di Peterson-Mountfort-Hollom, ed. Muzzio 1983. La cinciallegra sul balcone è una mia foto: non è il ladro di biscotti di cui ho parlato, ma un suo antenato, forse un trisavolo (la foto è del 2004). Il fatto che l’uccellino abbia le penne in disordine significa che sono stato fortunato (e anche bravo, se me lo si concede) nel fotografarlo: stava già volando via, siamo quasi in assetto di volo.
La foto delle cince sulle bottiglie di latte è antica, non mi ricordo se viene da un libro o da un giornale, la conservo da molti anni e non so più dove l’ho presa.
Un altro ricordo:
Le cince sono molto curiose. Nella ditta dove lavoravo ce ne era una che tentava sempre di entrare in portineria, dal mio amico Apo: che in realtà non amava le cince, ma si divertiva comunque a vederla ogni giorno davanti alla vetrata del suo ufficio. Qualche giorno dopo, l'avevo rivista danzare davanti al retrovisore di un camion; ne concludo che molto probabilmente la cincia ama gli specchi; e danza con la sua immagine riflessa nei vetri. (la realtà, molto più banale, è che le cince non amano vedere altri uccellini intorno). (26 febbraio 1999)
Beh, calma si fa per dire: a casa delle cince si fa tutto di corsa, di fretta, chi ha mai visto un uccellino fare le cose con calma? Gli uccellini piccoli sono sempre un po’ frenetici, è la loro natura, e le cince non fanno eccezione.
Questa qui è una cincia gigante – nel senso che è grande quasi come il mio dito mignolo: esistono anche delle cincette ancora più piccole, anche loro vengono sul mio balcone. Non ne sono rimaste molte, qui intorno di piante ne hanno tagliate tante, quasi tutte, dalla prima volta in cui mia mamma (molti anni fa) ha cominciato a mettere le briciole sul balcone. Per avere come vicini di casa le cince, e i pettirossi, servono alberi alti e con molte foglie, cioè proprio quel tipo di albero che i vicini di casa umani (e magari anche il Comune) estirpano con cura e con metodo: fanno ombra, le radici impediscono il parcheggio, e (orrore!) poi cadono le foglie sulla macchina; e infine, novità di questi ultimi anni, se vuoi mettere il fotovoltaico ed essere davvero ecologico, allora devi abbattere le piante.
Per intanto però la cincia è qui, deve avere il nido e tanti piccoli, perché si mangia un biscotto al giorno ed è impossibile che un uccellino così piccolo riesca a mangiare da solo l’equivalente del suo peso (cioè un biscottino secco di quelli da mangiare col caffelatte). La cincia è convinta di essere un ladro; pian piano si sta rendendo conto che non è così, ma io penso che se non si convince è meglio, ed anzi è giusto spaventarla un po’. Non tutti gli umani si divertono ad avere gli uccellini sul balcone, non tutti gli umani amano le cince, e anzi sono molti a pensare che queste sono tutte scemenze, cose da bambini, meglio spianare tutto e fare un bel parcheggio per la moto.
Ancora meglio del biscotto è la carta che sta sotto al panettone: ci rimangono attaccate tante di quelle cose da nutrire un reggimento di cince, bisogna però avere l’accortezza di mangiarsi di persona le uvette e i canditi, che sono troppo grossi per loro (cosa che eseguo regolarmente in prima persona, uvette e canditi sono buonissimi). Se li lasciate, uvette e canditi, magari va a finire che arriva qualche uccellino un po’ più grosso, magari un merlo, e pulire il balcone diventerà un po’ più impegnativo; ma con le cince non c’è problema, sono dei ladri velocissimi. Ladri di biscotti, s’intende.
Stamattina, mia mamma ha messo in ordine i vasi di fiori sul balcone, rovinati dalla grandine di sabato scorso: un lavoro complesso, che ha richiesto il suo tempo. Il ladro di biscotti, impazientissimo, si aggirava intorno al balcone: è uno scandalo, sembrava voler dire, è due ore che aspetto, il pranzo è servito ma io non posso accedervi, cosa diranno i miei piccolini?
Abbiamo fatto anche un esperimento: due mucchietti di briciole, uno col pane e l’altro col biscotto. La cincia, chi l’avrebbe mai detto, ha lasciato lì il pane e si è portata via il biscotto. Ripetuto l’esperimento, e mettendo un po’ di zucchero sul pane bagnato, anche il pane diventava interessantissimo, e la cosa non finisce di stupirci. Del resto, si sa, in America e in Inghilterra già da tempo immemorabile hanno osservato degli uccellini – proprio le cince, come quelle nella foto – che avevano imparato a bucare col becco il tappo delle bottiglie del latte, per rubare la panna (in questo caso penso che si tratti davvero di furto, per la precisione: furto con scasso).
Per togliermi la curiosità, ieri ho cercato informazioni tra i miei libri e ho risolto il mistero: si tratta di un mio errore, le cince sono insettivore e non granivore. Oltre agli insetti, cioè moschini e zanzare, le cince mangiano anche altre cose, ma non i semini. Se ci fate caso, gli uccellini che mangiano i semi (i passeri e i canarini, per esempio) hanno il becco corto e robusto; gli uccellini insettivori invece hanno il becco lungo e sottile in punta, più adatto per le loro prede. Un mio errore, dunque: ma le cince sono così piccole e così frenetiche, chi glielo ha mai guardato, il becco?
Ma tra poco sarà tutto finito, la prossima nidiata sarà col caldo, la cincia avrà cibo a sufficienza anche senza venire sul mio balcone, ed è anzi strano che sia ancora qui, a maggio inoltrato: ma fino a ieri faceva freddo, è stata una primavera poco generosa, biscotti e carte di panettoni sono venuti a proposito. Anzi, adesso che ci faccio caso, più che le cince sul mio biscotto stanno arrivando le formiche: sarà meglio sbaraccare tutto.
Un po’ d’ordine sulle cince: ce ne sono di molte specie, quella più grande (14 centimetri coda compresa) è la cinciallegra, quella più piccola è la cinciarella. Qui a fianco ho messo una tavola con tutte le cince (genere Parus e affini) presa da un bel libro, che temo fuori catalogo: “Guida agli uccelli d’Europa” di Peterson-Mountfort-Hollom, ed. Muzzio 1983. La cinciallegra sul balcone è una mia foto: non è il ladro di biscotti di cui ho parlato, ma un suo antenato, forse un trisavolo (la foto è del 2004). Il fatto che l’uccellino abbia le penne in disordine significa che sono stato fortunato (e anche bravo, se me lo si concede) nel fotografarlo: stava già volando via, siamo quasi in assetto di volo.
La foto delle cince sulle bottiglie di latte è antica, non mi ricordo se viene da un libro o da un giornale, la conservo da molti anni e non so più dove l’ho presa.
Un altro ricordo:
Le cince sono molto curiose. Nella ditta dove lavoravo ce ne era una che tentava sempre di entrare in portineria, dal mio amico Apo: che in realtà non amava le cince, ma si divertiva comunque a vederla ogni giorno davanti alla vetrata del suo ufficio. Qualche giorno dopo, l'avevo rivista danzare davanti al retrovisore di un camion; ne concludo che molto probabilmente la cincia ama gli specchi; e danza con la sua immagine riflessa nei vetri. (la realtà, molto più banale, è che le cince non amano vedere altri uccellini intorno). (26 febbraio 1999)
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