Sul pavimento della Galleria, a Milano, c’è il disegno di un toro: un toro rampante, con le zampe davanti alzate. La Galleria, che collega Piazza Duomo a Piazza della Scala, è dedicata a Vittorio Emanuele II, che divenne re d’Italia ai tempi del Risorgimento e dell’unificazione del nostro Paese; di conseguenza, basta guardarsi un po’ in giro (anche alzando la testa, aiuta) per trovare segni e simboli di Casa Savoia, alla quale apparteneva il nostro primo re. Il toro, simbolo della città di Torino, fa parte di questi segni e simboli sabaudi.
Quando ho cominciato a frequentare la Galleria, a metà degli anni Settanta, mi hanno spiegato che c’era l’usanza di strofinare la suola delle scarpe su quel Toro, perchè si diceva che portava fortuna. Per la precisione, l’area su cui strofinare le suole è quella corrispondente ai genitali dell’animale: che in effetti era un po’ sbiadita, leggermente consumata. Di solito non ci passava sopra nessuno, ma chi conosceva l’usanza ed era un po’ superstizioso si fermava a sfiorare leggermente quella piastrella.
Le cose sono cambiate dagli anni ’90 in poi: non solo i milanesi, ma intere carovane di turisti, scolaresche in gita d’istruzione, giapponesi e americani, poi russi e cinesi, o magari fiorentini e romani, sono venuti a strofinare le suole sull’effigie di quel povero animale. Non solo strofinare, a dire il vero: calcare profondamente, insistere, fare piroette sul tacco, più volte, con accanto qualcuno che ti dice “ma no, non devi fare così, fallo bene”.
Il risultato, da una decina d’anni in qua, è che i genitali del Toro non esistono più: al loro posto c’è quasi costantemente un buco piuttosto profondo, come se ci fosse passato sopra un trapano con la punta fatta a tronco di cono (i dentisti ne hanno di questo tipo, però a misura di dente, piccoli). Chi ci passa spesso sa che non sto esagerando: è proprio un buco, largo e profondo.
Ogni tanto il Comune risistema quelle piastrelle, ma il buco si riforma presto.
Che dire? Io lo considero un simbolo, non più dei Savoia ma della stupidità di questi nostri tempi. Prima, per decenni, il toro in quel punto era solo un po’ sbiadito, lievemente consumato; da qualche anno in qua c’è invece, costantemente, un buco tipo trapano. Possibile che nessuno se ne renda conto? Possibile che chi si esibisce nelle sue evoluzioni tipo trottola non si renda conto che “le palle del toro” non ci sono più, e che sta solo scavando nel pavimento?
Possibile sì, certo che è possibile. Se passate in Galleria adesso, fateci caso: di sicuro qualcuno che sta facendo la giravolta c’è, a meno che il Comune non ci abbia messo una transenna, e se non c’è basta aspettare cinque minuti, et voilà.
Non è che ne sia arrivata una gran fortuna, da tutto questo tormentare il toro; anzi, l’economia va sempre peggio, anche in Giappone e in America hanno avuto i loro problemi, secondo me l’attuale crisi passa anche da queste cose qui. Quando passerà l’ondata di stupidità collettiva, nata negli anni ’80 e mai finita, forse anche Milano riprenderà il suo posto fra le capitali culturali ed economiche d’Europa, e forse – chissà - riprenderà perfino ad essere un posto vivibile.
PS: per i milanesi antichi, quel movimento rotatorio sul proprio asse, teso ad imitare una trottola, è indicato con una parola precisa: “pirlare”.
(due delle immagini vengono da www.wikipedia.it , la terza è un’immagine da una rivista di moda, datata 1953, che ho preso tempo fa in rete – purtroppo non mi ricordo da dove viene di preciso, l’ho messa qui per dare almeno un tocco di eleganza a questo post)
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lunedì 17 settembre 2012
martedì 11 settembre 2012
Bullona
Sul treno da Como a Milano, l’inverno scorso, una donna chiede a due studenti universitari se la prossima è la fermata giusta; spiega che non ne è sicura perché non prende questa linea da molti anni, e adesso le stazioni sono diverse. I due confermano, gentilissimi, è la fermata giusta; ma poi, quando la donna è scesa, si consultano perplessi: le stazioni cambiate? Ma che significa? Mica si cambiano, le stazioni e le fermate dei treni...
Io ho ascoltato tutto senza volerlo, perché ero lì vicino: glielo spiegherei volentieri ma poi lascio perdere, non è questo il tempo delle spiegazioni e degli intermezzi culturali, sono sicuro che la mia spiegazione sarebbe accolta con fastidio.
La realtà è che sono passati meno di dieci anni da quando c’era la Bullona: Milano Nord Bullona, si chiamava così. Sulla tratta da Saronno a Milano, dove fa capo anche il treno per l’aeroporto della Malpensa, le ultime tre fermate erano Bovisa-Bullona-Milano, dove per Milano si intende Milano Cadorna, il terminale (o il punto di partenza, dipende da cosa state facendo voi in quel momento). E’ stato così per quasi cent’anni, la fermata odierna di Domodossola-Fiera (piazza Domodossola) ha preso il posto della Bullona solo dal 2003: meno di nove anni, ma per quei due ragazzi significa che loro facevano ancora le medie, forse le elementari. Si vede che nessuno glielo ha spiegato, e del resto l’assoluta indifferenza per il passato, anche quello recente e recentissimo, è ormai il vero tratto distintivo di questo inizio di millennio.
La stazione della Bullona, zona nord di Milano, era in via Piero della Francesca; via Bullona è lì vicino, probabilmente era il nome di una cascina poi scomparsa a causa della speculazione edilizia (anche la Malpensa prende il nome da una cascina). Fu inaugurata nel 1929, è stata chiusa il 15 maggio 2003. Aveva un aspetto un po’ strano, più simile alle odierne stazioni della metropolitana che a una stazione ferroviaria vera e propria: la stazione era infatti sopra ai binari, e si accedeva ai treni scendendo da due scalinate situate sui lati; guardando bene le fotografie qui sotto (prese da www.wikipedia.it e da ritagli di giornale ormai antichi) penso che si riesca a capire bene, o comunque meglio che dalla mia spiegazione.
La stazione fu eliminata per via dei lavori di allargamento della sede ferroviaria: qui c’era una strettoia, con solo due binari. Dato che si tratta proprio della via d’accesso e d’uscita dei treni dal terminale di Milano Cadorna, era un vero e proprio collo di bottiglia. I nuovi binari sono stati ricavati dalle banchine, qui corrono delle strade e altro spazio non c’era; di conseguenza la nuova stazione è stata costruita a piazza Domodossola, a poche centinaia di metri di distanza.
Non era una stazione particolarmente bella, e io non ho ricordi particolari legati alla Bullona: da qui sono passato poche volte, quasi sempre per caso. Però il pensiero della Bullona mi è arrivato per altre vie, legate non al ricordo ma a tutta una serie di considerazioni che provo a sintetizzare qui sotto.
Si tratta della Milano scomparsa, scomparsa come la Bullona. Non è nostalgia, non si può avere nostalgia di una stazione scomoda come la Bullona; magari un po’ d’affetto, qualche ricordo, ma la Bullona come stazione era ormai improponibile, e il quadruplicamento dei binari è stata una cosa utile e importante. La sensazione di cui parlo è invece molto vicina all’angoscia, sempre più angoscia ogni volta che vengo a Milano. La Milano che ho conosciuto io era una delle capitali d’Europa, magari discutibile per molti punti di vista, ma comunque una città importante, aperta, vivibile.
Di bello nel 2012 ci sono i locali notturni, la “movida”, ma queste cose ci sono sempre state, c’erano anche cent’anni fa; i nostri vecchi andavano al tabarin, la generazione che oggi ha dai sessanta ai settant’anni andava al cabaret, eccetera. Quello che non c’è più è la Milano accogliente raccontata da Dario Fo (provate a chiedere quanto costa oggi una stanza in affitto, e non solo a Brera), non c’è più Strehler, Claudio Abbado vive stabilmente tra Berlino e Ferrara, i negozi medio-piccoli sono tutti scomparsi, hanno chiuso cinema e teatri, e l’elenco potrebbe continuare. Luca Ronconi, che ha preso il posto di Strehler, ha ottant’anni. Dietro c’è il vuoto; magari brave persone e ottimi artisti, ma nulla di paragonabile. Una delle ragioni del cambiamento, forse la più importante, è questa: i nuovi mezzi di comunicazione si usano da soli, una persona alla volta. Il cinema e il teatro invece si fanno in tanti, erano mezzi per comunicare.
Una battuta che mi viene sempre più spontanea è questa: che le donne non vanno più in giro col rosario, come le nostre nonne, ma con l’ipad e con le cuffie nelle orecchie. Forse, una nuova forma di religione: o almeno così potrebbe sembrare a un osservatore esterno.
Tornando ai treni, e alle stazioni, il nuovo che avanza, la modernità, ha le sembianze di un’obliteratrice. Che sia elettronica o col timbro vecchio stile, la timbratura del cartellino è ormai un obbligo, e a me questo non piace, è un gran brutto segnale. Ogni volta che vengo a Milano (ci vengo sempre meno, e sempre meno volentieri) devo inchinarmi, fare le Forche Caudine, inchinarmi al vostro mondo di burocrati implacabili, fatto di plastica magnetizzata, di smart card e di tessere e di tesserine. Parlandone in giro ho scoperto che le tesserine piacciono, tutti pensano di essere entrati a far parte di un club esclusivo; e invece li schedano e li spiano a ripetizione, ma nemmeno se ne accorgono. Non è nostalgia, quindi: la stazione di piazza Domodossola è molto più bella di quella della Bullona, ma qui siamo di fronte a qualcosa di epocale, il 2000 è stato l’inizio di un mondo grigio burocratico, orwelliano. Tra muri, tornelli, telecamere, obliteratrici, viene da dire: questa non è la nuova Milano, siamo a Berlino ai tempi della DDR.
PS: molti di questi muri e tornelli hanno meno di due anni, sono opera della giunta Pisapia.
Io ho ascoltato tutto senza volerlo, perché ero lì vicino: glielo spiegherei volentieri ma poi lascio perdere, non è questo il tempo delle spiegazioni e degli intermezzi culturali, sono sicuro che la mia spiegazione sarebbe accolta con fastidio.
La realtà è che sono passati meno di dieci anni da quando c’era la Bullona: Milano Nord Bullona, si chiamava così. Sulla tratta da Saronno a Milano, dove fa capo anche il treno per l’aeroporto della Malpensa, le ultime tre fermate erano Bovisa-Bullona-Milano, dove per Milano si intende Milano Cadorna, il terminale (o il punto di partenza, dipende da cosa state facendo voi in quel momento). E’ stato così per quasi cent’anni, la fermata odierna di Domodossola-Fiera (piazza Domodossola) ha preso il posto della Bullona solo dal 2003: meno di nove anni, ma per quei due ragazzi significa che loro facevano ancora le medie, forse le elementari. Si vede che nessuno glielo ha spiegato, e del resto l’assoluta indifferenza per il passato, anche quello recente e recentissimo, è ormai il vero tratto distintivo di questo inizio di millennio.
La stazione della Bullona, zona nord di Milano, era in via Piero della Francesca; via Bullona è lì vicino, probabilmente era il nome di una cascina poi scomparsa a causa della speculazione edilizia (anche la Malpensa prende il nome da una cascina). Fu inaugurata nel 1929, è stata chiusa il 15 maggio 2003. Aveva un aspetto un po’ strano, più simile alle odierne stazioni della metropolitana che a una stazione ferroviaria vera e propria: la stazione era infatti sopra ai binari, e si accedeva ai treni scendendo da due scalinate situate sui lati; guardando bene le fotografie qui sotto (prese da www.wikipedia.it e da ritagli di giornale ormai antichi) penso che si riesca a capire bene, o comunque meglio che dalla mia spiegazione.
La stazione fu eliminata per via dei lavori di allargamento della sede ferroviaria: qui c’era una strettoia, con solo due binari. Dato che si tratta proprio della via d’accesso e d’uscita dei treni dal terminale di Milano Cadorna, era un vero e proprio collo di bottiglia. I nuovi binari sono stati ricavati dalle banchine, qui corrono delle strade e altro spazio non c’era; di conseguenza la nuova stazione è stata costruita a piazza Domodossola, a poche centinaia di metri di distanza.
Non era una stazione particolarmente bella, e io non ho ricordi particolari legati alla Bullona: da qui sono passato poche volte, quasi sempre per caso. Però il pensiero della Bullona mi è arrivato per altre vie, legate non al ricordo ma a tutta una serie di considerazioni che provo a sintetizzare qui sotto.
Si tratta della Milano scomparsa, scomparsa come la Bullona. Non è nostalgia, non si può avere nostalgia di una stazione scomoda come la Bullona; magari un po’ d’affetto, qualche ricordo, ma la Bullona come stazione era ormai improponibile, e il quadruplicamento dei binari è stata una cosa utile e importante. La sensazione di cui parlo è invece molto vicina all’angoscia, sempre più angoscia ogni volta che vengo a Milano. La Milano che ho conosciuto io era una delle capitali d’Europa, magari discutibile per molti punti di vista, ma comunque una città importante, aperta, vivibile.
Di bello nel 2012 ci sono i locali notturni, la “movida”, ma queste cose ci sono sempre state, c’erano anche cent’anni fa; i nostri vecchi andavano al tabarin, la generazione che oggi ha dai sessanta ai settant’anni andava al cabaret, eccetera. Quello che non c’è più è la Milano accogliente raccontata da Dario Fo (provate a chiedere quanto costa oggi una stanza in affitto, e non solo a Brera), non c’è più Strehler, Claudio Abbado vive stabilmente tra Berlino e Ferrara, i negozi medio-piccoli sono tutti scomparsi, hanno chiuso cinema e teatri, e l’elenco potrebbe continuare. Luca Ronconi, che ha preso il posto di Strehler, ha ottant’anni. Dietro c’è il vuoto; magari brave persone e ottimi artisti, ma nulla di paragonabile. Una delle ragioni del cambiamento, forse la più importante, è questa: i nuovi mezzi di comunicazione si usano da soli, una persona alla volta. Il cinema e il teatro invece si fanno in tanti, erano mezzi per comunicare.
Una battuta che mi viene sempre più spontanea è questa: che le donne non vanno più in giro col rosario, come le nostre nonne, ma con l’ipad e con le cuffie nelle orecchie. Forse, una nuova forma di religione: o almeno così potrebbe sembrare a un osservatore esterno.
Tornando ai treni, e alle stazioni, il nuovo che avanza, la modernità, ha le sembianze di un’obliteratrice. Che sia elettronica o col timbro vecchio stile, la timbratura del cartellino è ormai un obbligo, e a me questo non piace, è un gran brutto segnale. Ogni volta che vengo a Milano (ci vengo sempre meno, e sempre meno volentieri) devo inchinarmi, fare le Forche Caudine, inchinarmi al vostro mondo di burocrati implacabili, fatto di plastica magnetizzata, di smart card e di tessere e di tesserine. Parlandone in giro ho scoperto che le tesserine piacciono, tutti pensano di essere entrati a far parte di un club esclusivo; e invece li schedano e li spiano a ripetizione, ma nemmeno se ne accorgono. Non è nostalgia, quindi: la stazione di piazza Domodossola è molto più bella di quella della Bullona, ma qui siamo di fronte a qualcosa di epocale, il 2000 è stato l’inizio di un mondo grigio burocratico, orwelliano. Tra muri, tornelli, telecamere, obliteratrici, viene da dire: questa non è la nuova Milano, siamo a Berlino ai tempi della DDR.
PS: molti di questi muri e tornelli hanno meno di due anni, sono opera della giunta Pisapia.
lunedì 11 giugno 2012
Milano Galleria
Quattro passi in Galleria,
per veder se alfine ha chiuso
qualche altra libreria...
Rispetto a quando l’ho conosciuta io, a metà anni ’70, la Galleria appare ormai vuota, ci sono solo negozi di lusso e megastore, negozi tutti uguali, cose “pensate per stupire”: vale a dire che visto uno li hai visti tutti, i negozi di scarpe ci sono anche vicino a casa mia.
Mi si obietterà che in Galleria i libri ci sono e sono tanti, ma il problema è che, arredamento a parte, è difficile distinguere la Feltrinelli dalla Rizzoli o dalle Messaggerie (eccetera): i libri che vi si trovano sono gli stessi, se non trovate un libro alla Rizzoli non c’è neanche alla Feltrinelli, e viceversa. Non è sempre stato così, anzi; ma questa società è sempre più omologata e standardizzata, stavo per dire formattata, e se ho fatto l’esempio delle librerie per iniziare a parlare della Galleria è perché mi sembra un’ottima metafora di quello che è successo qui a Milano e in tutta la Lombardia, e un po’ ovunque. Non sono solo i negozi ad essere stati “sterilizzati e formattati”, purtroppo; e non credo che il vento possa girare tanto presto.
Milano è una città in gran parte ottocentesca, risorgimentale; o magari settecentesca, o leonardesca, o bramantesca. Ai nuovi arrivati questa Milano non piace, preferiscono i grattacieli e il cemento. Non è successo solo a Milano, altrove si è fatto anche di peggio: a Parma, per esempio, o magari a Como, dove sono nato e dove ho studiato. L’Italia è fatta in gran parte di edifici storici, antichi; ogni città è diversa dall’altra, e questa è sempre stata la sua forza e la sua bellezza. I nuovi governanti, invece, non sopportano quest’idea delle città come memoria storica, non sopportano l’idea della continuità nel tempo, loro vogliono “rivoltare l’Italia come un calzino”, e purtroppo in gran parte questo è stato fatto. Marco Paolini in uno dei suoi spettacoli ha detto che “l’Italia è un Paese di montagna e di collina, ma i suoi abitanti si ostinano a pensare che sia tutta pianura”; concordo, e potrei completare la frase così: “l’Italia è un Paese antico e di grande storia, ogni città è diversa dall’altra, ma gli italiani pensano che siano meglio i megastore e le autostrade”. Insomma, basta con Milano, con Parma, con Mantova, con Pavia, con Verona, con Treviso, con Urbino e Viterbo: il futuro è Las Vegas, è Los Angeles. Vicino a Las Vegas e a Los Angeles c’è il deserto, ed è per questo che sono così ampie e hanno strade così larghe; qui da noi è tutto un saliscendi, bisogna fare i tunnel; qui da noi ci sono città con strade costruite pensando ai carri e ai cavalli, che sfiga. Il deserto non c’è? Ebbene, lo facciamo: detto e fatto, ormai non manca molto, si lavora 24 ore su 24 a questo scopo (e non è una battuta, attenzione).
La preoccupazione per il futuro è ancora più grande. Per esempio, basta guardare in su, in Galleria, e si vede subito che tutti i palazzi avrebbero bisogno di un bel restauro: a volte basterebbe una mano di tinta, altre volte viene il dubbio che dietro, dentro, sia tutto molto peggio di quello che appare dall’esterno. I negozi magari sono belli, perché li hanno appena risistemati; ma il resto?
E’ quindi con con uno spirito diviso che vado a leggere dei progetti sulla Galleria, e del suo futuro. Il pavimento, la zona dove si cammina, è stato appena risistemato (quanto durerà?); il tetto viene controllato periodicamente e si spera che sia un lavoro fatto bene; di tutto il resto, cioè dei palazzi e dei negozi, si sta discutendo in queste settimane. Le sensazioni contrastanti nascono dal tipo di proposta che viene fatto, cioè la cessione di gran parte della Galleria ai big della moda: un progetto che sembra appartenere a un’altra epoca, a un’altra giunta, e invece ci stanno pensando il sindaco Pisapia e l’architetto Boeri. L’obiezione numero uno è che per sistemare la Galleria servono soldi, e tanti; quindi ben vengano i ricconi, ma a patto che a comandare siano i cittadini. Se così non è, se il centro di Milano diventerà sempre più un deserto, a che cosa servirà tutto questo?
I centri storici delle nostre città erano abitati: pieni di vita, di persone, di cose, di animali. Se guardate con attenzione i film degli anni passati, potreste stupirvi: rispetto ad allora noi sembriamo tutti omini del Lego, ognuno nella sua pista, tutti finti, come nei rendering degli architetti. Non so a voi, a me ha fatto una terribile impressione negli ultimi 10-15 anni vedere spuntare tutte queste barriere, tutti questi divieti, tutte queste multe; e la nuova giunta milanese, che in teoria dovrebbe essere di sinistra, alternativa, si sta muovendo più o meno allo stesso modo delle giunte precedenti, dei Moratti, gli Albertini, eccetera. L’ultima novità: adesso nelle stazioni e nella metropolitana bisogna timbrare anche in uscita. In futuro, metteranno i tornelli anche per entrare in Galleria? Non si può mai dire, la burocrazia trionfa ovunque, è uscita da tempo dagli uffici e sta invadendo ogni più piccolo angolo della nostra vita (anche un tornello in più è burocrazia, anche un'obliterazione in più è burocrazia...)
Ci sarà mai una vera alternativa, si tornerà a una città abitata da esseri umani e non da automi o da zombies? Io non ci spero più, anche perché non è mica solo una questione di politici, sindaci e assessori sono eletti e rispecchiano i loro elettori. Basta guardarsi in giro: sono sempre di più le persone che camminano con le orecchie tappate (cuffie), con gli occhi chiusi (guardano il tablet), o che parlano da sole ad alta voce (auricolari e viva voce). Cosa sono, persone o automi? Non so più cosa dire, ogni volta che passo in Galleria mi sento sempre più a disagio, forse sono io l’intruso, ormai penso sempre più spesso che per loro non esisto nemmeno più: “I’m the legend” come direbbe Richard Matheson.
Io in Galleria ci metterei come prima cosa un negozio di ciclista, di quelli di una volta, prezzi bassi e riparazioni veloci. Ce ne sarebbe un gran bisogno, e poi sarebbe un gran bel messaggio: altro che i tornelli e le obliteratrici da timbrare, vuoi mettere?
(le immagini vengono da vecchi giornali e quotidiani, è passato molto tempo da quando le ho raccolte, non riesco più a recuperare le fonti e me ne scuso; la vignetta viene da La Settimana Enigmistica www.aenigmatica.it e non è originariamente collegata a Milano, si tratta di una mia libera interpretazione)
per veder se alfine ha chiuso
qualche altra libreria...
Rispetto a quando l’ho conosciuta io, a metà anni ’70, la Galleria appare ormai vuota, ci sono solo negozi di lusso e megastore, negozi tutti uguali, cose “pensate per stupire”: vale a dire che visto uno li hai visti tutti, i negozi di scarpe ci sono anche vicino a casa mia.
Mi si obietterà che in Galleria i libri ci sono e sono tanti, ma il problema è che, arredamento a parte, è difficile distinguere la Feltrinelli dalla Rizzoli o dalle Messaggerie (eccetera): i libri che vi si trovano sono gli stessi, se non trovate un libro alla Rizzoli non c’è neanche alla Feltrinelli, e viceversa. Non è sempre stato così, anzi; ma questa società è sempre più omologata e standardizzata, stavo per dire formattata, e se ho fatto l’esempio delle librerie per iniziare a parlare della Galleria è perché mi sembra un’ottima metafora di quello che è successo qui a Milano e in tutta la Lombardia, e un po’ ovunque. Non sono solo i negozi ad essere stati “sterilizzati e formattati”, purtroppo; e non credo che il vento possa girare tanto presto.
Milano è una città in gran parte ottocentesca, risorgimentale; o magari settecentesca, o leonardesca, o bramantesca. Ai nuovi arrivati questa Milano non piace, preferiscono i grattacieli e il cemento. Non è successo solo a Milano, altrove si è fatto anche di peggio: a Parma, per esempio, o magari a Como, dove sono nato e dove ho studiato. L’Italia è fatta in gran parte di edifici storici, antichi; ogni città è diversa dall’altra, e questa è sempre stata la sua forza e la sua bellezza. I nuovi governanti, invece, non sopportano quest’idea delle città come memoria storica, non sopportano l’idea della continuità nel tempo, loro vogliono “rivoltare l’Italia come un calzino”, e purtroppo in gran parte questo è stato fatto. Marco Paolini in uno dei suoi spettacoli ha detto che “l’Italia è un Paese di montagna e di collina, ma i suoi abitanti si ostinano a pensare che sia tutta pianura”; concordo, e potrei completare la frase così: “l’Italia è un Paese antico e di grande storia, ogni città è diversa dall’altra, ma gli italiani pensano che siano meglio i megastore e le autostrade”. Insomma, basta con Milano, con Parma, con Mantova, con Pavia, con Verona, con Treviso, con Urbino e Viterbo: il futuro è Las Vegas, è Los Angeles. Vicino a Las Vegas e a Los Angeles c’è il deserto, ed è per questo che sono così ampie e hanno strade così larghe; qui da noi è tutto un saliscendi, bisogna fare i tunnel; qui da noi ci sono città con strade costruite pensando ai carri e ai cavalli, che sfiga. Il deserto non c’è? Ebbene, lo facciamo: detto e fatto, ormai non manca molto, si lavora 24 ore su 24 a questo scopo (e non è una battuta, attenzione).
La preoccupazione per il futuro è ancora più grande. Per esempio, basta guardare in su, in Galleria, e si vede subito che tutti i palazzi avrebbero bisogno di un bel restauro: a volte basterebbe una mano di tinta, altre volte viene il dubbio che dietro, dentro, sia tutto molto peggio di quello che appare dall’esterno. I negozi magari sono belli, perché li hanno appena risistemati; ma il resto?
E’ quindi con con uno spirito diviso che vado a leggere dei progetti sulla Galleria, e del suo futuro. Il pavimento, la zona dove si cammina, è stato appena risistemato (quanto durerà?); il tetto viene controllato periodicamente e si spera che sia un lavoro fatto bene; di tutto il resto, cioè dei palazzi e dei negozi, si sta discutendo in queste settimane. Le sensazioni contrastanti nascono dal tipo di proposta che viene fatto, cioè la cessione di gran parte della Galleria ai big della moda: un progetto che sembra appartenere a un’altra epoca, a un’altra giunta, e invece ci stanno pensando il sindaco Pisapia e l’architetto Boeri. L’obiezione numero uno è che per sistemare la Galleria servono soldi, e tanti; quindi ben vengano i ricconi, ma a patto che a comandare siano i cittadini. Se così non è, se il centro di Milano diventerà sempre più un deserto, a che cosa servirà tutto questo?
I centri storici delle nostre città erano abitati: pieni di vita, di persone, di cose, di animali. Se guardate con attenzione i film degli anni passati, potreste stupirvi: rispetto ad allora noi sembriamo tutti omini del Lego, ognuno nella sua pista, tutti finti, come nei rendering degli architetti. Non so a voi, a me ha fatto una terribile impressione negli ultimi 10-15 anni vedere spuntare tutte queste barriere, tutti questi divieti, tutte queste multe; e la nuova giunta milanese, che in teoria dovrebbe essere di sinistra, alternativa, si sta muovendo più o meno allo stesso modo delle giunte precedenti, dei Moratti, gli Albertini, eccetera. L’ultima novità: adesso nelle stazioni e nella metropolitana bisogna timbrare anche in uscita. In futuro, metteranno i tornelli anche per entrare in Galleria? Non si può mai dire, la burocrazia trionfa ovunque, è uscita da tempo dagli uffici e sta invadendo ogni più piccolo angolo della nostra vita (anche un tornello in più è burocrazia, anche un'obliterazione in più è burocrazia...)
Ci sarà mai una vera alternativa, si tornerà a una città abitata da esseri umani e non da automi o da zombies? Io non ci spero più, anche perché non è mica solo una questione di politici, sindaci e assessori sono eletti e rispecchiano i loro elettori. Basta guardarsi in giro: sono sempre di più le persone che camminano con le orecchie tappate (cuffie), con gli occhi chiusi (guardano il tablet), o che parlano da sole ad alta voce (auricolari e viva voce). Cosa sono, persone o automi? Non so più cosa dire, ogni volta che passo in Galleria mi sento sempre più a disagio, forse sono io l’intruso, ormai penso sempre più spesso che per loro non esisto nemmeno più: “I’m the legend” come direbbe Richard Matheson.
Io in Galleria ci metterei come prima cosa un negozio di ciclista, di quelli di una volta, prezzi bassi e riparazioni veloci. Ce ne sarebbe un gran bisogno, e poi sarebbe un gran bel messaggio: altro che i tornelli e le obliteratrici da timbrare, vuoi mettere?
(le immagini vengono da vecchi giornali e quotidiani, è passato molto tempo da quando le ho raccolte, non riesco più a recuperare le fonti e me ne scuso; la vignetta viene da La Settimana Enigmistica www.aenigmatica.it e non è originariamente collegata a Milano, si tratta di una mia libera interpretazione)
lunedì 2 aprile 2012
Parco delle Basiliche
Partendo da Piazza del Duomo, si percorre tutta la via Torino (è sul lato opposto rispetto alla Galleria) e si arriva a San Lorenzo, ben riconoscibile per via delle colonne romane. Bisogna camminare per una decina di minuti, perché via Torino è piuttosto lunga (magari anche più di dieci minuti: in via Torino c’è sempre un sacco di gente), andare sempre diritti, e aver fede nella mia indicazione. San Lorenzo è la prima delle due basiliche che danno il nome al Parco, l’altra è Sant’Eustorgio, non molto distante: se siete arrivate a piedi, bisogna attraversare via Molino delle Armi (sotto c’è il Naviglio) e prendere per Porta Ticinese.
Le basiliche si trovano facilmente, più difficile è individuare il Parco, soprattutto se ci si aspetta qualcosa come il Valentino, o come quelli delle città tedesche: più che un Parco vero e proprio, di quelli pieni di alberi, è un’ampia zona verde. A Milano di zone verdi ce ne sono poche, quindi anche questo poco è una benedizione per i milanesi.
Le due chiese sono molto antiche, e molto belle; la basilica di Sant’Eustorgio è collegata al culto dei Re Magi, lì vicino c’è il Museo Diocesano, c’è la Cappella Portinari, tante cose da vedere che si meritano di essere trattate a parte. Per oggi mi concentro sul Parco: che nasce negli anni ’20, al tempo della copertura dei Navigli, e che viene ampliato dopo il 1945, quando molte delle abitazioni che erano in quel posto vennero distrutte dai bombardamenti. Le case furono ricostruite altrove, qui si fece un po’ di verde: mi viene da pensare che oggi non sarebbe così. Probabilmente, ci farebbero un centro commerciale o un grattacielo, o magari una new town: più in là di queste tre cose, gli amministratori del secolo XXI non sono capaci di andare, né sanno pensare che ci sia un’alternativa al centro commerciale, al grattacielo, alla new town.
A questo proposito, il mio pensiero corre al maestro Claudio Abbado: che un paio d’anni fa propose di tornare a dirigere a Milano, la sua città, devolvendo il suo compenso all’ampliamento dei parchi milanesi. Centomila alberi in più, si diceva: il sindaco Letizia Moratti si dichiarò entusiasta, ma era solo una promessa elettorale. Alcuni spiritosi proposero di mettere gli alberi nei vasi, invece di piantarli per terra (così si accontentava il Maestro, e poi si tornava subito come prima), ma vedo che la proposta è stata completamente dimenticata, la giunta Pisapia non ne ha mai parlato, Claudio Abbado penso che lo sapesse in partenza e ha continuato a dirigere un po’ ovunque (anche gratis, lo fa spesso) ma non a Milano. Insomma, accontentiamoci di quel che c’è: che sia rimasto qualche angolo vivibile a Milano è già un successo.
Per quanto mi riguarda, questa zona è stata una delle prime che ho vissuto, a Milano. Non perché fossi un habitué della zona, ma perché qui c’era la Fiera di Sinigaglia, negli anni ’70 venivo qui a comperare i dischi di seconda mano. Avevo sedici o diciassette anni, erano i primi anni che mi interessavo di musica, non mi sembrava vero di trovare per pochi soldi quello che in negozio costava una fortuna. Eravamo in tanti, niente di organizzato, ognuno con i suoi 33 giri da scambiare o da vendere; è così che ho potuto imparare a conoscere tante cose (non solo la musica commerciale), ed è così che ho portato a casa i miei primi dischi di musica classica (Stravinskij diretto da Abbado, Schubert con Sviatoslav Richter al pianoforte). Ne ho riparlato di recente con un amico di quei tempi, ritrovato per caso: ci siamo messi a ridere, abbiamo concluso che oggi ci metterebbero tutti in galera.
E’ l’ossessione odierna della “pirateria”: ma io poi, da adulto, sono stato uno di quelli che tenevano in piedi il commercio legale, e come me tanti altri. Ho comperato tanti dischi e tanti cd, nei negozi: quando ho avuto i soldi, ho iniziato a comperare; quando ho potuto conoscere, sono andato a cercare e a comperare, tutto con bollino Siae. Ma a sedici o diciassette anni, cosa volevate che conoscessi, che sapessi? Quanti soldi ha in tasca un ragazzo di sedici anni, uno che non sia “figlio di papà”? Per me è stata un’esperienza fondamentale, oltretutto è da qui che ho imparato a conoscere Milano, da provinciale. Di Milano non sapevo niente e mi ci sono perso un bel po’ di volte, qui nel Parco della Basiliche: oggi mi viene da sorridere, a ripensarci; ma a dire il vero da questo punto di vista non sono cambiato molto, continuo a perdermi anche da adulto. Non ho mai avuto un gran senso dell’orientamento: il più delle volte è un difetto, ma qualche volta perdersi aiuta a trovare cose nuove, a vedere con il punto di vista degli altri, insomma non è che sia sempre un male, perdere la strada: a patto poi di ritrovare la via giusta.
Di quegli anni ricordo un cartello stradale, via Calatafimi: era lì sotto, su quel marciapiedi, che ci si appoggiava. C’era già gente organizzata, centinaia di dischi messi in fila nelle scatole di cartone: non so cosa abbiano poi fatto questi ragazzi, dai trent’anni in su, di certo anche questo era un inizio di imprenditoria, praticamente un negozio ma all’aperto. Volevo tornare per farci una foto, ma oggi in quelle vie non c’è niente, e capisco bene che i residenti se ne siano lamentati a lungo, perché questa non era zona da fiere e da mercati. In seguito, la Fiera di Sinigaglia si sarebbe spostata in un luogo più consono, la Darsena (zona Porta Genova); oggi esiste ancora ma è confinata in un luogo molto triste, il parcheggio della Stazione di Porta Genova. Tutto è meno eroico e meno divertente, si trova ancora qualche buona occasione (libri e fumetti, cd e dvd), ma la Milano d’inizio millennio è di un colore solo: il grigio.
PS: molti scrivono “Fiera di Senigallia”: la questione è dibattuta da sempre, esistono le due versioni, da sempre; ma io preferisco la mia versione, anche perché Senigallia è nella Marche e invece Sinigaglia è un cognome lombardo. Può ben darsi che la dizione originale sia Senigallia, così come i librai venivano da Pontremoli può ben darsi che i rivenditori di cose usate fossero marchigiani; ma dire Fiera di Senigallia mi sembra tutto troppo levigato, troppo elegante. Sinigaglia è più brusco, più dialettale, in una parola sola: più vero (il che può anche significare che, con i tempi piallati che corrono, oggi è più esatto dire Senigallia...)
PPS: di quegli anni, mi porto due dietro due rimpianti. Ovviamente, due ragazze: nel dettaglio, quella che mi ha venduto i dischi di Tim Buckley (25.9.1976) e quella che mi ha venduto “Songs of love and hate” di Leonard Cohen (7.10.1978). La prima aveva tutti i dischi di Tim Buckley, io ero ancora un po’ sprovveduto e ne ho comperati solo due (era con il fratello, mi pare), gli altri li avrei cercati e per fortuna trovati negli anni successivi, ma non da lei. La seconda era in tutto identica alle ragazze che si vedono sulle copertine dei primi dischi di Cohen: è per questo che me la ricordo ancora.
(alcune di queste foto sono mie, ma non dico quali)
Le basiliche si trovano facilmente, più difficile è individuare il Parco, soprattutto se ci si aspetta qualcosa come il Valentino, o come quelli delle città tedesche: più che un Parco vero e proprio, di quelli pieni di alberi, è un’ampia zona verde. A Milano di zone verdi ce ne sono poche, quindi anche questo poco è una benedizione per i milanesi.
Le due chiese sono molto antiche, e molto belle; la basilica di Sant’Eustorgio è collegata al culto dei Re Magi, lì vicino c’è il Museo Diocesano, c’è la Cappella Portinari, tante cose da vedere che si meritano di essere trattate a parte. Per oggi mi concentro sul Parco: che nasce negli anni ’20, al tempo della copertura dei Navigli, e che viene ampliato dopo il 1945, quando molte delle abitazioni che erano in quel posto vennero distrutte dai bombardamenti. Le case furono ricostruite altrove, qui si fece un po’ di verde: mi viene da pensare che oggi non sarebbe così. Probabilmente, ci farebbero un centro commerciale o un grattacielo, o magari una new town: più in là di queste tre cose, gli amministratori del secolo XXI non sono capaci di andare, né sanno pensare che ci sia un’alternativa al centro commerciale, al grattacielo, alla new town.
A questo proposito, il mio pensiero corre al maestro Claudio Abbado: che un paio d’anni fa propose di tornare a dirigere a Milano, la sua città, devolvendo il suo compenso all’ampliamento dei parchi milanesi. Centomila alberi in più, si diceva: il sindaco Letizia Moratti si dichiarò entusiasta, ma era solo una promessa elettorale. Alcuni spiritosi proposero di mettere gli alberi nei vasi, invece di piantarli per terra (così si accontentava il Maestro, e poi si tornava subito come prima), ma vedo che la proposta è stata completamente dimenticata, la giunta Pisapia non ne ha mai parlato, Claudio Abbado penso che lo sapesse in partenza e ha continuato a dirigere un po’ ovunque (anche gratis, lo fa spesso) ma non a Milano. Insomma, accontentiamoci di quel che c’è: che sia rimasto qualche angolo vivibile a Milano è già un successo.
Per quanto mi riguarda, questa zona è stata una delle prime che ho vissuto, a Milano. Non perché fossi un habitué della zona, ma perché qui c’era la Fiera di Sinigaglia, negli anni ’70 venivo qui a comperare i dischi di seconda mano. Avevo sedici o diciassette anni, erano i primi anni che mi interessavo di musica, non mi sembrava vero di trovare per pochi soldi quello che in negozio costava una fortuna. Eravamo in tanti, niente di organizzato, ognuno con i suoi 33 giri da scambiare o da vendere; è così che ho potuto imparare a conoscere tante cose (non solo la musica commerciale), ed è così che ho portato a casa i miei primi dischi di musica classica (Stravinskij diretto da Abbado, Schubert con Sviatoslav Richter al pianoforte). Ne ho riparlato di recente con un amico di quei tempi, ritrovato per caso: ci siamo messi a ridere, abbiamo concluso che oggi ci metterebbero tutti in galera.
E’ l’ossessione odierna della “pirateria”: ma io poi, da adulto, sono stato uno di quelli che tenevano in piedi il commercio legale, e come me tanti altri. Ho comperato tanti dischi e tanti cd, nei negozi: quando ho avuto i soldi, ho iniziato a comperare; quando ho potuto conoscere, sono andato a cercare e a comperare, tutto con bollino Siae. Ma a sedici o diciassette anni, cosa volevate che conoscessi, che sapessi? Quanti soldi ha in tasca un ragazzo di sedici anni, uno che non sia “figlio di papà”? Per me è stata un’esperienza fondamentale, oltretutto è da qui che ho imparato a conoscere Milano, da provinciale. Di Milano non sapevo niente e mi ci sono perso un bel po’ di volte, qui nel Parco della Basiliche: oggi mi viene da sorridere, a ripensarci; ma a dire il vero da questo punto di vista non sono cambiato molto, continuo a perdermi anche da adulto. Non ho mai avuto un gran senso dell’orientamento: il più delle volte è un difetto, ma qualche volta perdersi aiuta a trovare cose nuove, a vedere con il punto di vista degli altri, insomma non è che sia sempre un male, perdere la strada: a patto poi di ritrovare la via giusta.
Di quegli anni ricordo un cartello stradale, via Calatafimi: era lì sotto, su quel marciapiedi, che ci si appoggiava. C’era già gente organizzata, centinaia di dischi messi in fila nelle scatole di cartone: non so cosa abbiano poi fatto questi ragazzi, dai trent’anni in su, di certo anche questo era un inizio di imprenditoria, praticamente un negozio ma all’aperto. Volevo tornare per farci una foto, ma oggi in quelle vie non c’è niente, e capisco bene che i residenti se ne siano lamentati a lungo, perché questa non era zona da fiere e da mercati. In seguito, la Fiera di Sinigaglia si sarebbe spostata in un luogo più consono, la Darsena (zona Porta Genova); oggi esiste ancora ma è confinata in un luogo molto triste, il parcheggio della Stazione di Porta Genova. Tutto è meno eroico e meno divertente, si trova ancora qualche buona occasione (libri e fumetti, cd e dvd), ma la Milano d’inizio millennio è di un colore solo: il grigio.
PS: molti scrivono “Fiera di Senigallia”: la questione è dibattuta da sempre, esistono le due versioni, da sempre; ma io preferisco la mia versione, anche perché Senigallia è nella Marche e invece Sinigaglia è un cognome lombardo. Può ben darsi che la dizione originale sia Senigallia, così come i librai venivano da Pontremoli può ben darsi che i rivenditori di cose usate fossero marchigiani; ma dire Fiera di Senigallia mi sembra tutto troppo levigato, troppo elegante. Sinigaglia è più brusco, più dialettale, in una parola sola: più vero (il che può anche significare che, con i tempi piallati che corrono, oggi è più esatto dire Senigallia...)
PPS: di quegli anni, mi porto due dietro due rimpianti. Ovviamente, due ragazze: nel dettaglio, quella che mi ha venduto i dischi di Tim Buckley (25.9.1976) e quella che mi ha venduto “Songs of love and hate” di Leonard Cohen (7.10.1978). La prima aveva tutti i dischi di Tim Buckley, io ero ancora un po’ sprovveduto e ne ho comperati solo due (era con il fratello, mi pare), gli altri li avrei cercati e per fortuna trovati negli anni successivi, ma non da lei. La seconda era in tutto identica alle ragazze che si vedono sulle copertine dei primi dischi di Cohen: è per questo che me la ricordo ancora.
(alcune di queste foto sono mie, ma non dico quali)
venerdì 30 marzo 2012
Il Pirellone
Siamo nell’agosto 2011, e il general Formigoni parla della crisi, dei tagli governativi, che porteranno a gravi sacrifici, eccetera. E lo fa davanti alla nuova sede della Regione Lombardia, un complesso di grattacieli che è costata una fortuna: era il caso di spendere tutti quei soldi? La crisi dura da parecchi anni, il debito pubblico e il deficit di bilancio non sono certo una novità (ce li portiamo dietro dall’era di Craxi e di Andreotti): e se Formigoni tutti quei soldi non li avesse spesi, se si fosse tenuto la sede vecchia, quanti ticket sanitari in meno, quanti soldi in più per la scuola pubblica? Questi conti non li farà mai nessuno, si dirà che sono tutti soldi dei privati (si dice sempre così), e quindi mi fermo con le domande. Anzi, no, ne faccio un’altra, una soltanto: cos’aveva il Pirellone di sbagliato, perché non andava più bene come sede della Regione Lombardia?
A me è sempre piaciuto, il Grattacielo Pirelli: di solito non amo i grattacieli, ma questo qui ha delle belle forme, un aspetto gentile. Non so come ci si viva dentro, ma da visitatore o da passante tutto pare che abbia un senso, in questa costruzione, e che tutto sia stato pensato per viverci e non solo per guardarlo dal di fuori.
Gran parte del merito penso che vada ai suoi progettisti, soprattutto al più famoso, il milanese Giovanni Ponti (in arte Giò Ponti) che non fu “soltanto” un architetto ma che lavorò in molti altri settori: da non perdere i suoi lavori come ceramista per la ditta Richard Ginori. Insomma, il Grattacielo ex Pirelli è il classico caso in cui si vede una persona dietro l’opera: non un io narcisistico e strabordante, ma qualcuno in grado di armonizzare le proprie idee e i propri progetti con l’ambiente circostante, senza essere invasivo, senza volersi imporre.
Dall’alto del Pirellone, oggi, si guarda giù e si vede il Centro Commerciale – pardon, la Stazione Centrale, e la Piazza della Stazione recentemente resa in stile metafisico-razionalista-futurista, tutta marmo e cemento. Monumenti allo spreco, a Milano, ne sono sorti tanti; ma la nuova sede della Regione Lombardia, e il restyling delle piazze, e del metrò, penso che siano i monumenti allo spreco per eccellenza. Ne pagheremo le conseguenze per almeno vent’anni, questo è solo l’inizio; e tremo di raccapriccio al pensiero del giorno in cui si scoprirà come sono davvero i conti della Regione Lombardia. E mi dispiace che i nati nel nuovo millennio possano pensare che è stato sempre così: Milano non è mai stata una città bella come Venezia o Firenze, ma era una città vivibile, una delle capitali europee in tutti i sensi. Così l’ho trovata io, e così è stata fino a una quindicina di anni fa: a Milano c’era gente che si dava da fare ma senza volersi imporre, e basterà qui fare l’esempio del Piccolo Teatro, che era davvero una piccola sala, piccola e scomoda, ma che era guidato da persone capaci di diventare un punto di riferimento per tutta l’Europa. La stessa cosa succedeva un po’ dappertutto, anche nell’industria e nell’economia, a Milano: si trattava quasi sempre di persone discrete, magari di pessimo carattere e con molti difetti, ma che sapevano quasi sempre lavorare per il bene comune e non solo per il proprio. Le cose sono peggiorate lentamente, a partire da metà degli anni ’60, con il dilagare della mafia e della corruzione (si pensi a Sindona, e a tutto quel che è seguito). Ma, per non allargare troppo il discorso e per fermarsi al Grattacielo qui davanti, mi viene da pensare che sono i dittatori o i maleducati o i narcisisti quelli che vogliono lasciare in modo vistoso e prepotente la loro firma,: fate voi, chi di questi tre ci è toccato in sorte negli ultimi 10-15 anni? Secondo me, un po’ tutti e tre i tipi; e non è un caso che siano tornati di moda, piuttosto che Giò Ponti o Bruno Munari, nomi come quelli di Terragni, di Marinetti, eccetera. Brutti tempi, Marinetti fece l’elogio della guerra (zzang-tumb-tumb è il suono delle bombe e delle pallottole: a lui piaceva, pensa un po’), oggi speriamo di cavarcela, e speriamo che questa spaventosa slavina di asfalto e di cemento quantomeno si fermi. Ma ne dubito, ormai il danno è stato fatto, ormai le nuove generazioni pensano che il mondo sia questo, che la modernità sia il grigiore universale. Non credo che riuscirò mai ad abituarmi.
da www.wikipedia.it
Il Grattacielo Pirelli o Palazzo Pirelli, chiamato comunemente “Pirellone”, è l'edificio di Milano ove ha sede il Consiglio regionale della Lombardia. Si innalza all'angolo sud-ovest di piazza Duca d'Aosta, dove si trova anche la Stazione Centrale. Il Grattacielo Pirelli fu progettato nel 1950 e incluso nel nascente "Centro Direzionale". Fu costruito tra il 1956 e il 1961 su progetto di Gio Ponti, Giuseppe Valtolina, Pier Luigi Nervi, Antonio Fornaroli, Alberto Rosselli, Giuseppe Rinardi e Egidio Dell'Orto; Gio Ponti diresse anche tutte le fasi costruttive. L'aspetto strutturale venne curato da Giuseppe Valtolina, in collaborazione con i consulenti Pier Luigi Nervi, Arturo Danusso, Piero Locatelli e Guglielmo Meardi. La realizzazione venne affidata all'impresa della Bonomi in collaborazione con Comolli e Silce. È un'opera architettonica importante, propria del razionalismo italiano; con i suoi 127 metri di altezza, distribuiti su 31 piani (altri 2 piani sono sotterranei) è uno degli edifici in calcestruzzo armato più alti al mondo. Originariamente il palazzo fu costruito per ospitare gli uffici della celebre azienda italiana di pneumatici Pirelli: nell'area su cui sorge esistevano degli stabilimenti del gruppo, distrutti dai bombardamenti aerei durante la seconda guerra mondiale. (...) La tradizione vuole che nessun edificio a Milano possa essere più alto della Madonnina del Duomo, tradizione che divenne negli anni trenta anche legge comunale, salvo deroghe. Quando fu realizzato l'edificio e quindi violata la tradizione, si decise di porvi in sommità, in segno di rispetto, una piccola replica della statua che sovrasta i marmi di Candoglia del Duomo. Dietro la tradizione ci sono tuttavia problemi tecnici e strutturali: pochi metri sotto la superficie della città c'è la falda freatica ed inoltre, poiché anticamente la pianura Padana era un mare, è assente una base rocciosa in profondità. Nel 1978 il grattacielo venne acquistato dalla Regione Lombardia, per farne la propria sede principale dopo una ristrutturazione ad opera dell'architetto Bob Noorda. (...) L'ingresso che per molto tempo è rimasto l'accesso principale, si trova in piazza Duca d'Aosta: è rialzato rispetto al piano della piazza tramite una struttura detta "collina", che contiene al suo interno uno spazio adibito ad auditorium. Oggi si accede alla sede della Regione dal retro dell'edificio. (...) Il 18 aprile 2002 un aereo da turismo pilotato dall'italo-svizzero Luigi Fasulo, 64 anni, si schiantò contro il 26º piano del palazzo, danneggiando gravemente la struttura esterna e sventrando due piani. La collisione causò tre vittime: il pilota e due donne, dipendenti della Regione Lombardia. Oggi il 26º piano ospita il "Luogo della memoria" dedicato alle due donne morte, Anna Maria Rapetti e Alessandra Santonocito (...) da fine maggio 2005 è tornato ad ospitare il Consiglio regionale della Lombardia. La Giunta regionale invece si è trasferita nel 2011 a Palazzo Lombardia.
A me è sempre piaciuto, il Grattacielo Pirelli: di solito non amo i grattacieli, ma questo qui ha delle belle forme, un aspetto gentile. Non so come ci si viva dentro, ma da visitatore o da passante tutto pare che abbia un senso, in questa costruzione, e che tutto sia stato pensato per viverci e non solo per guardarlo dal di fuori.
Gran parte del merito penso che vada ai suoi progettisti, soprattutto al più famoso, il milanese Giovanni Ponti (in arte Giò Ponti) che non fu “soltanto” un architetto ma che lavorò in molti altri settori: da non perdere i suoi lavori come ceramista per la ditta Richard Ginori. Insomma, il Grattacielo ex Pirelli è il classico caso in cui si vede una persona dietro l’opera: non un io narcisistico e strabordante, ma qualcuno in grado di armonizzare le proprie idee e i propri progetti con l’ambiente circostante, senza essere invasivo, senza volersi imporre.
Dall’alto del Pirellone, oggi, si guarda giù e si vede il Centro Commerciale – pardon, la Stazione Centrale, e la Piazza della Stazione recentemente resa in stile metafisico-razionalista-futurista, tutta marmo e cemento. Monumenti allo spreco, a Milano, ne sono sorti tanti; ma la nuova sede della Regione Lombardia, e il restyling delle piazze, e del metrò, penso che siano i monumenti allo spreco per eccellenza. Ne pagheremo le conseguenze per almeno vent’anni, questo è solo l’inizio; e tremo di raccapriccio al pensiero del giorno in cui si scoprirà come sono davvero i conti della Regione Lombardia. E mi dispiace che i nati nel nuovo millennio possano pensare che è stato sempre così: Milano non è mai stata una città bella come Venezia o Firenze, ma era una città vivibile, una delle capitali europee in tutti i sensi. Così l’ho trovata io, e così è stata fino a una quindicina di anni fa: a Milano c’era gente che si dava da fare ma senza volersi imporre, e basterà qui fare l’esempio del Piccolo Teatro, che era davvero una piccola sala, piccola e scomoda, ma che era guidato da persone capaci di diventare un punto di riferimento per tutta l’Europa. La stessa cosa succedeva un po’ dappertutto, anche nell’industria e nell’economia, a Milano: si trattava quasi sempre di persone discrete, magari di pessimo carattere e con molti difetti, ma che sapevano quasi sempre lavorare per il bene comune e non solo per il proprio. Le cose sono peggiorate lentamente, a partire da metà degli anni ’60, con il dilagare della mafia e della corruzione (si pensi a Sindona, e a tutto quel che è seguito). Ma, per non allargare troppo il discorso e per fermarsi al Grattacielo qui davanti, mi viene da pensare che sono i dittatori o i maleducati o i narcisisti quelli che vogliono lasciare in modo vistoso e prepotente la loro firma,: fate voi, chi di questi tre ci è toccato in sorte negli ultimi 10-15 anni? Secondo me, un po’ tutti e tre i tipi; e non è un caso che siano tornati di moda, piuttosto che Giò Ponti o Bruno Munari, nomi come quelli di Terragni, di Marinetti, eccetera. Brutti tempi, Marinetti fece l’elogio della guerra (zzang-tumb-tumb è il suono delle bombe e delle pallottole: a lui piaceva, pensa un po’), oggi speriamo di cavarcela, e speriamo che questa spaventosa slavina di asfalto e di cemento quantomeno si fermi. Ma ne dubito, ormai il danno è stato fatto, ormai le nuove generazioni pensano che il mondo sia questo, che la modernità sia il grigiore universale. Non credo che riuscirò mai ad abituarmi.
da www.wikipedia.it
Il Grattacielo Pirelli o Palazzo Pirelli, chiamato comunemente “Pirellone”, è l'edificio di Milano ove ha sede il Consiglio regionale della Lombardia. Si innalza all'angolo sud-ovest di piazza Duca d'Aosta, dove si trova anche la Stazione Centrale. Il Grattacielo Pirelli fu progettato nel 1950 e incluso nel nascente "Centro Direzionale". Fu costruito tra il 1956 e il 1961 su progetto di Gio Ponti, Giuseppe Valtolina, Pier Luigi Nervi, Antonio Fornaroli, Alberto Rosselli, Giuseppe Rinardi e Egidio Dell'Orto; Gio Ponti diresse anche tutte le fasi costruttive. L'aspetto strutturale venne curato da Giuseppe Valtolina, in collaborazione con i consulenti Pier Luigi Nervi, Arturo Danusso, Piero Locatelli e Guglielmo Meardi. La realizzazione venne affidata all'impresa della Bonomi in collaborazione con Comolli e Silce. È un'opera architettonica importante, propria del razionalismo italiano; con i suoi 127 metri di altezza, distribuiti su 31 piani (altri 2 piani sono sotterranei) è uno degli edifici in calcestruzzo armato più alti al mondo. Originariamente il palazzo fu costruito per ospitare gli uffici della celebre azienda italiana di pneumatici Pirelli: nell'area su cui sorge esistevano degli stabilimenti del gruppo, distrutti dai bombardamenti aerei durante la seconda guerra mondiale. (...) La tradizione vuole che nessun edificio a Milano possa essere più alto della Madonnina del Duomo, tradizione che divenne negli anni trenta anche legge comunale, salvo deroghe. Quando fu realizzato l'edificio e quindi violata la tradizione, si decise di porvi in sommità, in segno di rispetto, una piccola replica della statua che sovrasta i marmi di Candoglia del Duomo. Dietro la tradizione ci sono tuttavia problemi tecnici e strutturali: pochi metri sotto la superficie della città c'è la falda freatica ed inoltre, poiché anticamente la pianura Padana era un mare, è assente una base rocciosa in profondità. Nel 1978 il grattacielo venne acquistato dalla Regione Lombardia, per farne la propria sede principale dopo una ristrutturazione ad opera dell'architetto Bob Noorda. (...) L'ingresso che per molto tempo è rimasto l'accesso principale, si trova in piazza Duca d'Aosta: è rialzato rispetto al piano della piazza tramite una struttura detta "collina", che contiene al suo interno uno spazio adibito ad auditorium. Oggi si accede alla sede della Regione dal retro dell'edificio. (...) Il 18 aprile 2002 un aereo da turismo pilotato dall'italo-svizzero Luigi Fasulo, 64 anni, si schiantò contro il 26º piano del palazzo, danneggiando gravemente la struttura esterna e sventrando due piani. La collisione causò tre vittime: il pilota e due donne, dipendenti della Regione Lombardia. Oggi il 26º piano ospita il "Luogo della memoria" dedicato alle due donne morte, Anna Maria Rapetti e Alessandra Santonocito (...) da fine maggio 2005 è tornato ad ospitare il Consiglio regionale della Lombardia. La Giunta regionale invece si è trasferita nel 2011 a Palazzo Lombardia.
mercoledì 28 marzo 2012
Milano, l'arengario
Le prime volte che venivo a Milano, devo ammetterlo, che ci fosse un Arengario mi era proprio sfuggito. C’erano tante cose da vedere, in Piazza del Duomo: i piccioni per esempio (a me piacciono molto i piccioni, e anche le tortore, e anche i bambini e i turisti che si fanno fotografare coi piccioni), ma anche il cavallo del monumento, il leone, tante cose. Dell’Arengario (che non sapevo ancora che si chiamasse così) più che altro mi aveva colpito il grande terrazzo, e ci ero andato sopra con una ragazza (a dire il vero, mi ci aveva portato lei: sono sempre le ragazze che insistono per andare in alto, sulle terrazze, sulle guglie del Duomo, nei piani alti del caffè in Galleria...). Avrei capito solo in seguito che cos’era, da dove veniva, e già mi era poco simpatico all’inizio, figuriamoci dopo. Ma, in fin dei conti, non è mica colpa sua, se è così brutto: casomai di chi l'ha progettato e costruito.
Comunque sia, il mio parere è esattamente questo:
- Torniamo a Milano. Il Museo del Novecento non le è piaciuto.
«No. A mio avviso l'errore principale sta nel rapporto tra contenitore e contenuto. Credo che sia mancata un'analisi di cos'era l’Arengario, del perché era stato costruito: un luogo, cioè, da cui Mussolini poteva arringare le folle. Dall'assenza di un brivido di orrore penso nasca la mancata riuscita dell'impresa. Anche i tempi veloci di messa in opera non li considero un fatto positivo. Si è avuta l'impressione che la volontà politica di arrivare a un'inaugurazione in tempo per le scadenze elettorali abbia avuto la meglio su rigore e pensiero. Speriamo che si proceda a dei correttivi. Ma i Morandi e i De Chirico sui pianerottoli, tra scale mobili e segnali acustici degli ascensori, come dentro una Fnac o un Coin, temo resteranno».
- E il Quarto Stato di Pelizza da Volpedo sulla rampa d'ingresso?
«La collocazione odierna penalizza moltissimo il dipinto. Sembra un grande poster».
(Giovanni Agosti, storico e critico d’arte, dal Venerdì di Repubblica 7 ottobre 2011)
Non so bene chi sia Giovanni Agosti e non lo conosco di persona, ma in quest’occasione ha espresso benissimo anche il mio pensiero in proposito, e per questo lo ringrazio.
Ma poi che cos’è, di preciso, un arengario? Questa è la definizione secondo la Garzantina: «Arengario: in epoca comunale, il luogo dell’assemblea popolare, poi l’assemblea stessa, e infine l’edificio o il pulpito da cui si “arringava” il popolo.» «Arengo: nei comuni medievali, assemblea di tutta la cittadinanza (parlamento). Pur convocato raramente, aveva ampi poteri deliberativi.»
Un Arengario è quindi una costruzione medievale, dell’epoca dei Comuni; l’origine del nome è la stessa di “arringare”, l’arringa dell’avvocato, arringare la folla, queste cose qui. Essendo una costruzione che risale agli anni ’20 del Novecento, l’arengario di Milano è quindi un arengario solo per modo di dire, non autentico. Invece a Monza, per chi volesse farci un giro, c’è un Arengario vero: medievale, e non farlocco come questo di Milano
(la foto dell’Arengario è mia, è la stessa dell’altro giorno per Palazzo Reale, qui non si butta via niente e non si spreca niente.)
Comunque sia, il mio parere è esattamente questo:
- Torniamo a Milano. Il Museo del Novecento non le è piaciuto.
«No. A mio avviso l'errore principale sta nel rapporto tra contenitore e contenuto. Credo che sia mancata un'analisi di cos'era l’Arengario, del perché era stato costruito: un luogo, cioè, da cui Mussolini poteva arringare le folle. Dall'assenza di un brivido di orrore penso nasca la mancata riuscita dell'impresa. Anche i tempi veloci di messa in opera non li considero un fatto positivo. Si è avuta l'impressione che la volontà politica di arrivare a un'inaugurazione in tempo per le scadenze elettorali abbia avuto la meglio su rigore e pensiero. Speriamo che si proceda a dei correttivi. Ma i Morandi e i De Chirico sui pianerottoli, tra scale mobili e segnali acustici degli ascensori, come dentro una Fnac o un Coin, temo resteranno».
- E il Quarto Stato di Pelizza da Volpedo sulla rampa d'ingresso?
«La collocazione odierna penalizza moltissimo il dipinto. Sembra un grande poster».
(Giovanni Agosti, storico e critico d’arte, dal Venerdì di Repubblica 7 ottobre 2011)
Non so bene chi sia Giovanni Agosti e non lo conosco di persona, ma in quest’occasione ha espresso benissimo anche il mio pensiero in proposito, e per questo lo ringrazio.
Ma poi che cos’è, di preciso, un arengario? Questa è la definizione secondo la Garzantina: «Arengario: in epoca comunale, il luogo dell’assemblea popolare, poi l’assemblea stessa, e infine l’edificio o il pulpito da cui si “arringava” il popolo.» «Arengo: nei comuni medievali, assemblea di tutta la cittadinanza (parlamento). Pur convocato raramente, aveva ampi poteri deliberativi.»
Un Arengario è quindi una costruzione medievale, dell’epoca dei Comuni; l’origine del nome è la stessa di “arringare”, l’arringa dell’avvocato, arringare la folla, queste cose qui. Essendo una costruzione che risale agli anni ’20 del Novecento, l’arengario di Milano è quindi un arengario solo per modo di dire, non autentico. Invece a Monza, per chi volesse farci un giro, c’è un Arengario vero: medievale, e non farlocco come questo di Milano
(la foto dell’Arengario è mia, è la stessa dell’altro giorno per Palazzo Reale, qui non si butta via niente e non si spreca niente.)
lunedì 26 marzo 2012
Metropolitana ( II )
I posti come la metropolitana, gli aeroporti, le stazioni, le sale d’attesa in generale sono stati studiati in un bel libro dell’antropologo Marc Augé, che li ha chiamati “non-luoghi”. I non-luoghi sono i luoghi dove si è soli pur essendo in tanti, con “l’individuo sempre più omologato ma paradossalmente sempre più convinto di emergere dal gruppo”. «...ad esempio, si può accedere all’anonimato dei non-luoghi solo dopo aver dato prova della propria identità, mostrato passaporto, biglietto di viaggio, carta di credito (...)» (Marc Augé, citato sul Corriere della sera il 15.11.1993)
Il libro è Marc Augé, “Non luoghi – Introduzione ad un’antropologia della surmodernità”, editore Eleuthera, pag. 111, lire sedicimila: il fatto che il prezzo sia ancora in lire è dovuto al fatto che si tratta di un mio appunto ormai quasi ventennale, e direi che rende bene l’idea del tempo che è passato, per l’appunto quasi vent’anni.
Nel frattempo, che cosa è successo? E’ successo questo, che qualcuno ha pensato di intervenire sui “non-luoghi” cercando di renderli un po’ meno anonimi, un po’ meno impersonali; ed è stato un gravissimo errore, perché non è detto che i non-luoghi siano di per sè cose brutte. L’importante è la pulizia, in primo luogo; che ci si possa sedere, per esempio. E poi la sicurezza, certamente; ma senza esagerare, come purtroppo è successo e succede (anche con casi gravi, purtroppo, sia come invasione della nostra privacy che per cose peggiori). Ma riempire ogni spazio con musica e pubblicità, come si è fatto di recente, è davvero un rimedio peggiore del male: innanzitutto, perché non si deve imporre di ascoltare qualcosa a chi non è interessato ad ascoltarla. A casa mia, se arriva qualcuno spengo la tv o abbasso il volume della musica che sto ascoltando: al limite chiedo se piace, magari accendo il registratore, evito comunque di imporre agli altri qualcosa che gli altri non hanno voglia di ascoltare. Mi sembra il livello minimo della decenza, e della buona educazione.
Invece, non è andata così; per consolarmi, metto qui sotto un altro brano che parla della metropolitana, sperando che siano in arrivo tempi migliori. Si tratta di un grandissimo artista, è un brano a cui sono molto affezionato, e sono contento di poterlo rimettere in circolazione.
«Ho un figlio. E’ un bambino ritardato, vive in una casa di cura con altri diciotto bambini. Io me ne occupo molto e lui mi dà molto, richiede attenzioni e amore, io gliene dò e questo mi permette di restare un bambino, di esprimermi in modo semplice e chiaro. Non parlo di solito di questo, non c’è niente da dire e non c’è niente da nascondere, è la vita. Gli ho telefonato ieri, e mi ha chiesto se a New York avevo preso la metropolitana, se era silenziosa come quella di Parigi, se era pulito; e io gli risposto “no, ci sono i graffiti ed è molto rumoroso”. E lui ha concluso che era la stessa cosa. Gli ho detto: “spero di tornare a New York per portarti a vedere l’esposizione”. Mi ha chiesto: “Che cosa c’è nel museo?” e io gli ho detto: “Un tempio egizio, i giardini cinesi, i battelli africani”; e lui mi ha risposto che preferiva il metrò. Allora verrò a New York il mese prossimo per mostrare il metrò a mio figlio. Lo amo molto, lui ama guardare la vita e io non potrei vederla senza di lui.» (Jean Michel Folon, intervista con Luciana Capetti da L’Europeo 21 aprile 1990)
I gestori odierni della Metropolitana, oltre ai restyling chiassosi (da locale disco o da videogame) ci hanno regalato autentiche finezze burocratiche: ai tornelli non basta più obliterare, adesso devi indovinare dove devi obliterare (siamo dunque all’arzigogolo, ma temo che non sia ancora finita). I passeggeri abituali – mi sembra quasi inutile dirlo ma non si sa mai - lo sanno da per loro (milanesismo dialettale), così come sanno schivare i pilastri, e sanno dove scendere fino ai binari e che direzione prendere; ma per quelli non abituali è sempre un grosso problema non sapere se il treno è quello che va nella direzione giusta. Quando io prendo la metropolitana trovo sempre (sempre) persone che mi chiedono informazioni, io mi guardo in giro e le informazioni sono diventate davvero difficili da trovare, soprattutto sulle linee più nuove; va a finire che c’è tanta gente obbligata a risalire le scale e andare sulla banchina opposta, il che può costare caro in termini di tempo, di appuntamenti, di coincidenze ferroviarie. Queste informazioni dovrebbero essere ovunque, e dovrebbero essere – come si dice – a misura di idiota. L’idiota per il test, se volete, mi offro di farlo io: è un ruolo nel quale mi sento perfettamente a mio agio, e con i tempi che corrono (e con i dirigenti e politici che mi tocca sopportare, che hanno scritto questi regolamenti e queste leggi, e che i miei compatrioti hanno ripetutamente eletto) essere un idiota mi sembra che venga sempre più assomigliare ad un titolo onorifico.
(nelle immagini: una cartolina milanese ritrovata su internet, Folon a Firenze con una sua scultura, e qui sopra un disegno famoso di Folon)
Il libro è Marc Augé, “Non luoghi – Introduzione ad un’antropologia della surmodernità”, editore Eleuthera, pag. 111, lire sedicimila: il fatto che il prezzo sia ancora in lire è dovuto al fatto che si tratta di un mio appunto ormai quasi ventennale, e direi che rende bene l’idea del tempo che è passato, per l’appunto quasi vent’anni.
Nel frattempo, che cosa è successo? E’ successo questo, che qualcuno ha pensato di intervenire sui “non-luoghi” cercando di renderli un po’ meno anonimi, un po’ meno impersonali; ed è stato un gravissimo errore, perché non è detto che i non-luoghi siano di per sè cose brutte. L’importante è la pulizia, in primo luogo; che ci si possa sedere, per esempio. E poi la sicurezza, certamente; ma senza esagerare, come purtroppo è successo e succede (anche con casi gravi, purtroppo, sia come invasione della nostra privacy che per cose peggiori). Ma riempire ogni spazio con musica e pubblicità, come si è fatto di recente, è davvero un rimedio peggiore del male: innanzitutto, perché non si deve imporre di ascoltare qualcosa a chi non è interessato ad ascoltarla. A casa mia, se arriva qualcuno spengo la tv o abbasso il volume della musica che sto ascoltando: al limite chiedo se piace, magari accendo il registratore, evito comunque di imporre agli altri qualcosa che gli altri non hanno voglia di ascoltare. Mi sembra il livello minimo della decenza, e della buona educazione.
Invece, non è andata così; per consolarmi, metto qui sotto un altro brano che parla della metropolitana, sperando che siano in arrivo tempi migliori. Si tratta di un grandissimo artista, è un brano a cui sono molto affezionato, e sono contento di poterlo rimettere in circolazione.
«Ho un figlio. E’ un bambino ritardato, vive in una casa di cura con altri diciotto bambini. Io me ne occupo molto e lui mi dà molto, richiede attenzioni e amore, io gliene dò e questo mi permette di restare un bambino, di esprimermi in modo semplice e chiaro. Non parlo di solito di questo, non c’è niente da dire e non c’è niente da nascondere, è la vita. Gli ho telefonato ieri, e mi ha chiesto se a New York avevo preso la metropolitana, se era silenziosa come quella di Parigi, se era pulito; e io gli risposto “no, ci sono i graffiti ed è molto rumoroso”. E lui ha concluso che era la stessa cosa. Gli ho detto: “spero di tornare a New York per portarti a vedere l’esposizione”. Mi ha chiesto: “Che cosa c’è nel museo?” e io gli ho detto: “Un tempio egizio, i giardini cinesi, i battelli africani”; e lui mi ha risposto che preferiva il metrò. Allora verrò a New York il mese prossimo per mostrare il metrò a mio figlio. Lo amo molto, lui ama guardare la vita e io non potrei vederla senza di lui.» (Jean Michel Folon, intervista con Luciana Capetti da L’Europeo 21 aprile 1990)
I gestori odierni della Metropolitana, oltre ai restyling chiassosi (da locale disco o da videogame) ci hanno regalato autentiche finezze burocratiche: ai tornelli non basta più obliterare, adesso devi indovinare dove devi obliterare (siamo dunque all’arzigogolo, ma temo che non sia ancora finita). I passeggeri abituali – mi sembra quasi inutile dirlo ma non si sa mai - lo sanno da per loro (milanesismo dialettale), così come sanno schivare i pilastri, e sanno dove scendere fino ai binari e che direzione prendere; ma per quelli non abituali è sempre un grosso problema non sapere se il treno è quello che va nella direzione giusta. Quando io prendo la metropolitana trovo sempre (sempre) persone che mi chiedono informazioni, io mi guardo in giro e le informazioni sono diventate davvero difficili da trovare, soprattutto sulle linee più nuove; va a finire che c’è tanta gente obbligata a risalire le scale e andare sulla banchina opposta, il che può costare caro in termini di tempo, di appuntamenti, di coincidenze ferroviarie. Queste informazioni dovrebbero essere ovunque, e dovrebbero essere – come si dice – a misura di idiota. L’idiota per il test, se volete, mi offro di farlo io: è un ruolo nel quale mi sento perfettamente a mio agio, e con i tempi che corrono (e con i dirigenti e politici che mi tocca sopportare, che hanno scritto questi regolamenti e queste leggi, e che i miei compatrioti hanno ripetutamente eletto) essere un idiota mi sembra che venga sempre più assomigliare ad un titolo onorifico.
(nelle immagini: una cartolina milanese ritrovata su internet, Folon a Firenze con una sua scultura, e qui sopra un disegno famoso di Folon)
domenica 25 marzo 2012
Metropolitana ( I )
Sulla metropolitana si è scritto molto, ci sono tante cose da leggere e da vedere (Dino Buzzati aveva collocato nella metropolitana milanese l’ingresso degli inferi: è in “Poema a fumetti”, metà anni ‘60). E quindi passo volentieri la mano, caso mai aggiungo qualche mia osservazione alla fine.
NEL METRÒ PARIGINO CON JULIO CORTÀZAR
di Julio Cortàzar, da La Repubblica 5 febbraio 2012
Il testo che anticipiamo è tratto da “Carte inaspettate”, raccolta di testi inediti di Cortazar (317 pagine, 20 euro) che Einaudi pubblica con prefazione di Antonio Tabucchi. In libreria dal 7 febbraio.
Può darsi che ancora una volta all'origine delle cose ci siano le parole, che il lessico dei treni metropolitani sia in parte la spiegazione di quel contatto permanente che mantengo con il metrò, e che da lì provengano le tante pagine che io gli ho dedicato o lui ha dedicato a me in racconti e romanzi, boomerang del verbo che torna alla mano e agli occhi. “Correspondance”, per esempio, è il termine che indica le corrispondenze tra le linee della metropolitana parigina, ma come quasi tutta la nomenclatura del nostro Ade urbano, è un termine carico. Quando arrivai a Parigi nel 1949, portando con me la bussola della letteratura francese, la mia guida era Charles Baudelaire. Il primo giorno volli conoscere l'Hótel Pimodan, nell'Ile SaintLouis, e quando domandai quale metrò portava in riva alla Senna, il padrone del mio albergo mi indicò la linea e aggiunse: -Non è difficile, c'è una sola correspondance-. In quel momento la mia mente tornò al celebre sonetto di Baudelaire e di colpo sentii che tutto filava liscio, fra me e Parigi non ci sarebbero stati problemi. Sono trascorsi ventinove anni e le corrispondenze fra noi persistono e aumentano. In Inghilterra e negli Stati Uniti, le corrispondenze si chiamano changes e nel mio paese combinaciones. Ognuna di queste tre parole contiene una carica analoga, suggerisce una mutazione, una trasformazione, una metamorfosi. L'uomo che scende nel metrò non è lo stesso che torna in superficie; tuttavia, bisogna che si sia tenuto l'obolo trai denti, che abbia meritato quello spostamento che per molti altri non è che un viaggio tra diverse stazioni, un oblio immediato.
In principio ci furono gli odori. Io avevo otto o nove anni, e dalla periferia di Buenos Aires dove vivevamo mia nonna mi portava in visita da certi amici. Si cominciava con un treno locale, dopo si prendeva un tram e infine, già in centro città, il metrò, che gli abitanti chiamano «subte», come se avessero paura della parola completa e volessero neutralizzarla mediante un taglio desacralizzante. Oggi so che quel percorso in metropolitana non durava più di venti minuti, ma allora lo vivevo come un viaggio interminabile nel quale tutto era meraviglioso dal momento stesso in cui si scendeva nella penombra della stazione. Respirare quell'odore che si sente solo nei metrò, un odore diverso in ogni città.
Mia nonna mi teneva per mano (il suo vestito nero, il cappello di paglia con la veletta che le copriva il viso, la sua invariabile tenerezza), e c'erano quei minuti di attesa sul binario quando vedevo la profondità del tunnel perdersi nel nulla, i semafori rossi e verdi nell'oscurità, e poi il fragore crescente, il treno dragone che ruggiva e sferragliava, i sedili di legno che rifiutavo per restarmene in piedi accanto al finestrino con la faccia incollata al vetro. Quando il treno prendeva velocità le pareti del tunnel si animavano, diventavano uno schermo mobile con cavi come serpenti neri ondeggianti al ritmo sincopato delle luci, e sempre quell'odore nell'aria spessa e lenta che nulla aveva a che vedere con quella di fuori. In un momento che mi sembrava meraviglioso, il treno risaliva in superficie, i finestrini si riempivano di sole e di fogliame; era al contempo il sollievo dopo la breve stagione all'inferno e la monotonia di tornare alla normalità, la strada, la gente, il tè coi pasticcini che ci aspettava invariabile a ogni visita mensile. Ma potevo sempre dirmi che il viaggio non era finito, la sera avrei ripreso il metrò, di nuovo il tunnel, i serpenti e l'odore, ancora quell'interregno eccezionale che in qualche modo mi condannava a scrivere cose come questa, cinquant'anni dopo.
E’ per cose come questa si può mantenere un commercio furtivo con il metrò, una relazione silenziosa che a volte ricompare nei sogni e in quell'altro modo di sognare che sono i racconti fantastici. In tali racconti e in alcune pagine di romanzi si è coagulato nel corso degli anni quel sentimento di passaggio che non ha nulla a che vedere con lo spostamento fisico da una stazione all'altra. (...)
Come a teatro o al cinema, nel metrò è sempre notte. Ma la sua notte non ha l'ordine circoscritto, il tempo scandito e l'atmosfera artificialmente piacevole delle sale da spettacolo. La notte del metrò è soffocante, umida come una serra e inoltre infinita, in qualsiasi punto e a qualsiasi ora sentiremo il suo prolungarsi nei tentacoli dei tunnel, in qualsiasi stazione pulserà uno dei molti cuori dell'immensa piovra nera che abbraccia la città. La notte del metrò non ha né inizio né fine, tutto si connette e si travasa, le stazioni terminal sono di arrivo e di partenza e chiamarle terminal è una forma di difesa contro l'indefinibile timore che ci aspetta nella penombra del primo corridoio, del primo binario. Il metrò come mediatore fra la routine condizionante della strada e la momentanea comparsa di altri stati di coscienza.
A differenza della strada, dove le opzioni e la vigilanza sono incessanti, basta iniziare la discesa perché una mano invisibile s'impadronisca della nostra e ci conduca senza alcuna possibilità di scelta verso la destinazione prefissata. Non si va in due modi diversi dalla stazione Étienne Marcel alla stazione Ranelagh: divieti, passaggi, cartelli e scale annullano ogni possibilità di capriccio, ogni zigzag da superficie. Passeggeri e treni si muovono all'interno della stessa orologeria predeterminata, ed è allora che le potenze della superficie si addormentano e cominciamo a sprofondare in altri livelli. Affrancandoci dalla libertà, il metrò ci rende temporaneamente disponibili, porosi, aperti a tutto ciò che la libertà della superficie ci toglie, poiché essere liberi lassù comporta pericolo, inevitabili scelte, semaforo rosso, attraversare gli incroci guardando dalla parte giusta.
Se fossero vissuti nel nostro tempo, poeti come Gérard de Nerval e Baudelaire avrebbero amato il metrò; Nerval per l'aspetto allucinatorio, ciclico e ricorrente, Baudelaire per il carattere totalmente artificioso di una micropoli dove non ci sono piante, uccelli o cani (ratti sì, ma il ratto è dalla parte del poeta, lotta contro il sistema, lo mina e lo contamina in una battaglia feroce che dura fin dalla prima città degli uomini e durerà fino all'ultima). (...)
I volti dei passeggeri di un autobus riflettono sempre qualcosa di ciò che li circonda e invade attraverso i finestrini, i loro occhi si lasciano distrarre dai cartelli pubblicitari, dal passaggio delle automobili, dal ritmo delle vetrine, dai passanti sul marciapiede. Invece nel metrò tutto diventa rigido e senza tempo, non c'è niente da vedere, da odorare o da ascoltare, la vita è ricorrente, ciclica, forzosa e quasi identica in ogni stazione. I cartelloni pubblicitari durano in eterno e forse nessuno si rende conto che periodicamente cambiano. La luce e l'aria hanno sempre la stessa consistenza, tutti abbiamo letto centinaia di volte le avvertenze, i divieti e le istruzioni municipali, e continueremo a leggerli perché nel metrò gli occhi hanno sempre fame, cercano un impiego, qualcosa che li distragga da quell'andare e venire nel nulla. (...)
Paradossalmente, la codificazione fredda e immutabile del metrò favorisce in alcuni passeggeri l'irruzione dell'insolito. Sappiamo della disponibilità, della porosità creata dalla routine, della sonnolenza indotta da indicazioni e percorsi risaputi. Il solito è talmente sottolineato che la minima trasgressione si manifesta con una forza impensabile in superficie. (...)
D'altra parte, la rottura della monotonia può nascere da quello stato di ozio mentale che il metrò favorisce come poche altre situazioni. Penso a un mio racconto, ancora inedito, che nasce da un commento umoristico sul numero di passeggeri che un certo giorno erano scesi al subte Anglo a Buenos Aires e di quanti erano tornati in superficie (ne mancava uno). Uno scherzo, un errore, tutto tendeva a minimizzare un episodio che, tuttavia, mi sembrava grave, forse orribile, e che nella sua proiezione immaginaria diventava il preludio di una scoperta abominevole. E poi c'è quel fascino che il passeggero funzionale e frettoloso ignora, il richiamo più profondo, l'invito a restare, a essere metrò. Si tratta ancora una volta dell'attrazione del labirinto, ricorrente maelstrom di pietra e di metallo. L'insolito vi si esprime come un richiamo che esige la rinuncia alla superficie, la ricodificazione della vita. Poveri Ulisse legati dall'urgenza degli orari e degli appuntamenti, i passeggeri si tappano le orecchie con ogni tipo di oggetti o esercitandosi nella vuota contemplazione della carrozza o del binario. Alcuni, però, ascoltano il canto delle sirene degli abissi e io ho imparato a riconoscerli, sono quelli che mentre aspettano un treno voltano la schiena alla stazione e fissano le tenebre del tunnel. (...)
«Raster», Amsterdam, n. 12,1980. © Heirs of Julio Cortazar, 2009 ©Aurora Bernardez and Carles Alvarez Garriga, 2009 Edition prepared by Aurora Bernardez and Carles Alvarez Garriga(Traduzione di Jaime Riera Rehren)
Cortàzar scriveva questo testo nel 1980; scrivere oggi qualcosa di simile sarebbe impossibile perchè la pubblicità, anche nel metrò, si è fatta violenta e invasiva. Non è più possibile stare con i propri pensieri, fantasticare aspettando che arrivi il treno, anche leggere un libro o il giornale è diventato difficile. Dai teleschermi arrivano cose insulse e senza alcuna pausa, dal metrò non ci si può allontanare, magari si potesse ascoltare il canto delle sirene. In più, nel recentissimo “restyling” i colori della metropolitana milanese sono diventati più accesi, quasi violenti. Nei primi anni ’60 si era cercato di rendere almeno un po’ confortevole l’ambiente sotterraneo, oggi prevale l’ambiente da videogame; e mi ha fatto quasi sorridere leggere, un paio d’anni fa, che perfino il sindaco di allora (Letizia Moratti: notizia reperibile su Repubblica 20.03.2009) sarebbe stata favorevole a un ripristino dell’arredo originale di Bob Noorda (nell'occasione, venne interpellato lo stesso Noorda, che abita a Milano, e che si dichiarò disponibilissimo). Ma qui sorvolo, rinvio alla prossima puntata, e metto qualche riga su Cortàzar, sempre presa da La Repubblica 5 febbraio 2012
Julio Cortàzar nasce in Belgio nel 1914; il padre è un diplomatico argentino. Torna nel paese d’origine a quattro anni. Diventerà professore di Lettere, poi inizierà a studiare filosofia. Nel 1946 pubblica su Los Anales di Borges “Il gioco del mondo” (1963) è il romanzo della consacrazione. “Il Persecutore” ha per protagonista il jazzista Charlie Parker. Dona i diritti delle sue opere per aiutare i prigionieri politici di varie nazioni. Avversa il peronismo, viaggia in Cile e Nicaragua. Muore a Parigi, la città dove vive di più, nel 1984. “Le bave del diavolo” ispira Antonioni per il film Blow-Up. “L'autostrada del Sud” è alla base di Weekend di Godard. E anche Il persecutore è diventato un film in Argentina
(le immagini della metropolitana milanese in costruzione, in zona centralissima, vengono da “Il posto” di Ermanno Olmi, film del 1961)
NEL METRÒ PARIGINO CON JULIO CORTÀZAR
di Julio Cortàzar, da La Repubblica 5 febbraio 2012
Il testo che anticipiamo è tratto da “Carte inaspettate”, raccolta di testi inediti di Cortazar (317 pagine, 20 euro) che Einaudi pubblica con prefazione di Antonio Tabucchi. In libreria dal 7 febbraio.
Può darsi che ancora una volta all'origine delle cose ci siano le parole, che il lessico dei treni metropolitani sia in parte la spiegazione di quel contatto permanente che mantengo con il metrò, e che da lì provengano le tante pagine che io gli ho dedicato o lui ha dedicato a me in racconti e romanzi, boomerang del verbo che torna alla mano e agli occhi. “Correspondance”, per esempio, è il termine che indica le corrispondenze tra le linee della metropolitana parigina, ma come quasi tutta la nomenclatura del nostro Ade urbano, è un termine carico. Quando arrivai a Parigi nel 1949, portando con me la bussola della letteratura francese, la mia guida era Charles Baudelaire. Il primo giorno volli conoscere l'Hótel Pimodan, nell'Ile SaintLouis, e quando domandai quale metrò portava in riva alla Senna, il padrone del mio albergo mi indicò la linea e aggiunse: -Non è difficile, c'è una sola correspondance-. In quel momento la mia mente tornò al celebre sonetto di Baudelaire e di colpo sentii che tutto filava liscio, fra me e Parigi non ci sarebbero stati problemi. Sono trascorsi ventinove anni e le corrispondenze fra noi persistono e aumentano. In Inghilterra e negli Stati Uniti, le corrispondenze si chiamano changes e nel mio paese combinaciones. Ognuna di queste tre parole contiene una carica analoga, suggerisce una mutazione, una trasformazione, una metamorfosi. L'uomo che scende nel metrò non è lo stesso che torna in superficie; tuttavia, bisogna che si sia tenuto l'obolo trai denti, che abbia meritato quello spostamento che per molti altri non è che un viaggio tra diverse stazioni, un oblio immediato.
In principio ci furono gli odori. Io avevo otto o nove anni, e dalla periferia di Buenos Aires dove vivevamo mia nonna mi portava in visita da certi amici. Si cominciava con un treno locale, dopo si prendeva un tram e infine, già in centro città, il metrò, che gli abitanti chiamano «subte», come se avessero paura della parola completa e volessero neutralizzarla mediante un taglio desacralizzante. Oggi so che quel percorso in metropolitana non durava più di venti minuti, ma allora lo vivevo come un viaggio interminabile nel quale tutto era meraviglioso dal momento stesso in cui si scendeva nella penombra della stazione. Respirare quell'odore che si sente solo nei metrò, un odore diverso in ogni città.
Mia nonna mi teneva per mano (il suo vestito nero, il cappello di paglia con la veletta che le copriva il viso, la sua invariabile tenerezza), e c'erano quei minuti di attesa sul binario quando vedevo la profondità del tunnel perdersi nel nulla, i semafori rossi e verdi nell'oscurità, e poi il fragore crescente, il treno dragone che ruggiva e sferragliava, i sedili di legno che rifiutavo per restarmene in piedi accanto al finestrino con la faccia incollata al vetro. Quando il treno prendeva velocità le pareti del tunnel si animavano, diventavano uno schermo mobile con cavi come serpenti neri ondeggianti al ritmo sincopato delle luci, e sempre quell'odore nell'aria spessa e lenta che nulla aveva a che vedere con quella di fuori. In un momento che mi sembrava meraviglioso, il treno risaliva in superficie, i finestrini si riempivano di sole e di fogliame; era al contempo il sollievo dopo la breve stagione all'inferno e la monotonia di tornare alla normalità, la strada, la gente, il tè coi pasticcini che ci aspettava invariabile a ogni visita mensile. Ma potevo sempre dirmi che il viaggio non era finito, la sera avrei ripreso il metrò, di nuovo il tunnel, i serpenti e l'odore, ancora quell'interregno eccezionale che in qualche modo mi condannava a scrivere cose come questa, cinquant'anni dopo.
E’ per cose come questa si può mantenere un commercio furtivo con il metrò, una relazione silenziosa che a volte ricompare nei sogni e in quell'altro modo di sognare che sono i racconti fantastici. In tali racconti e in alcune pagine di romanzi si è coagulato nel corso degli anni quel sentimento di passaggio che non ha nulla a che vedere con lo spostamento fisico da una stazione all'altra. (...)
Come a teatro o al cinema, nel metrò è sempre notte. Ma la sua notte non ha l'ordine circoscritto, il tempo scandito e l'atmosfera artificialmente piacevole delle sale da spettacolo. La notte del metrò è soffocante, umida come una serra e inoltre infinita, in qualsiasi punto e a qualsiasi ora sentiremo il suo prolungarsi nei tentacoli dei tunnel, in qualsiasi stazione pulserà uno dei molti cuori dell'immensa piovra nera che abbraccia la città. La notte del metrò non ha né inizio né fine, tutto si connette e si travasa, le stazioni terminal sono di arrivo e di partenza e chiamarle terminal è una forma di difesa contro l'indefinibile timore che ci aspetta nella penombra del primo corridoio, del primo binario. Il metrò come mediatore fra la routine condizionante della strada e la momentanea comparsa di altri stati di coscienza.
A differenza della strada, dove le opzioni e la vigilanza sono incessanti, basta iniziare la discesa perché una mano invisibile s'impadronisca della nostra e ci conduca senza alcuna possibilità di scelta verso la destinazione prefissata. Non si va in due modi diversi dalla stazione Étienne Marcel alla stazione Ranelagh: divieti, passaggi, cartelli e scale annullano ogni possibilità di capriccio, ogni zigzag da superficie. Passeggeri e treni si muovono all'interno della stessa orologeria predeterminata, ed è allora che le potenze della superficie si addormentano e cominciamo a sprofondare in altri livelli. Affrancandoci dalla libertà, il metrò ci rende temporaneamente disponibili, porosi, aperti a tutto ciò che la libertà della superficie ci toglie, poiché essere liberi lassù comporta pericolo, inevitabili scelte, semaforo rosso, attraversare gli incroci guardando dalla parte giusta.
Se fossero vissuti nel nostro tempo, poeti come Gérard de Nerval e Baudelaire avrebbero amato il metrò; Nerval per l'aspetto allucinatorio, ciclico e ricorrente, Baudelaire per il carattere totalmente artificioso di una micropoli dove non ci sono piante, uccelli o cani (ratti sì, ma il ratto è dalla parte del poeta, lotta contro il sistema, lo mina e lo contamina in una battaglia feroce che dura fin dalla prima città degli uomini e durerà fino all'ultima). (...)
I volti dei passeggeri di un autobus riflettono sempre qualcosa di ciò che li circonda e invade attraverso i finestrini, i loro occhi si lasciano distrarre dai cartelli pubblicitari, dal passaggio delle automobili, dal ritmo delle vetrine, dai passanti sul marciapiede. Invece nel metrò tutto diventa rigido e senza tempo, non c'è niente da vedere, da odorare o da ascoltare, la vita è ricorrente, ciclica, forzosa e quasi identica in ogni stazione. I cartelloni pubblicitari durano in eterno e forse nessuno si rende conto che periodicamente cambiano. La luce e l'aria hanno sempre la stessa consistenza, tutti abbiamo letto centinaia di volte le avvertenze, i divieti e le istruzioni municipali, e continueremo a leggerli perché nel metrò gli occhi hanno sempre fame, cercano un impiego, qualcosa che li distragga da quell'andare e venire nel nulla. (...)
Paradossalmente, la codificazione fredda e immutabile del metrò favorisce in alcuni passeggeri l'irruzione dell'insolito. Sappiamo della disponibilità, della porosità creata dalla routine, della sonnolenza indotta da indicazioni e percorsi risaputi. Il solito è talmente sottolineato che la minima trasgressione si manifesta con una forza impensabile in superficie. (...)
D'altra parte, la rottura della monotonia può nascere da quello stato di ozio mentale che il metrò favorisce come poche altre situazioni. Penso a un mio racconto, ancora inedito, che nasce da un commento umoristico sul numero di passeggeri che un certo giorno erano scesi al subte Anglo a Buenos Aires e di quanti erano tornati in superficie (ne mancava uno). Uno scherzo, un errore, tutto tendeva a minimizzare un episodio che, tuttavia, mi sembrava grave, forse orribile, e che nella sua proiezione immaginaria diventava il preludio di una scoperta abominevole. E poi c'è quel fascino che il passeggero funzionale e frettoloso ignora, il richiamo più profondo, l'invito a restare, a essere metrò. Si tratta ancora una volta dell'attrazione del labirinto, ricorrente maelstrom di pietra e di metallo. L'insolito vi si esprime come un richiamo che esige la rinuncia alla superficie, la ricodificazione della vita. Poveri Ulisse legati dall'urgenza degli orari e degli appuntamenti, i passeggeri si tappano le orecchie con ogni tipo di oggetti o esercitandosi nella vuota contemplazione della carrozza o del binario. Alcuni, però, ascoltano il canto delle sirene degli abissi e io ho imparato a riconoscerli, sono quelli che mentre aspettano un treno voltano la schiena alla stazione e fissano le tenebre del tunnel. (...)
«Raster», Amsterdam, n. 12,1980. © Heirs of Julio Cortazar, 2009 ©Aurora Bernardez and Carles Alvarez Garriga, 2009 Edition prepared by Aurora Bernardez and Carles Alvarez Garriga(Traduzione di Jaime Riera Rehren)
Cortàzar scriveva questo testo nel 1980; scrivere oggi qualcosa di simile sarebbe impossibile perchè la pubblicità, anche nel metrò, si è fatta violenta e invasiva. Non è più possibile stare con i propri pensieri, fantasticare aspettando che arrivi il treno, anche leggere un libro o il giornale è diventato difficile. Dai teleschermi arrivano cose insulse e senza alcuna pausa, dal metrò non ci si può allontanare, magari si potesse ascoltare il canto delle sirene. In più, nel recentissimo “restyling” i colori della metropolitana milanese sono diventati più accesi, quasi violenti. Nei primi anni ’60 si era cercato di rendere almeno un po’ confortevole l’ambiente sotterraneo, oggi prevale l’ambiente da videogame; e mi ha fatto quasi sorridere leggere, un paio d’anni fa, che perfino il sindaco di allora (Letizia Moratti: notizia reperibile su Repubblica 20.03.2009) sarebbe stata favorevole a un ripristino dell’arredo originale di Bob Noorda (nell'occasione, venne interpellato lo stesso Noorda, che abita a Milano, e che si dichiarò disponibilissimo). Ma qui sorvolo, rinvio alla prossima puntata, e metto qualche riga su Cortàzar, sempre presa da La Repubblica 5 febbraio 2012
Julio Cortàzar nasce in Belgio nel 1914; il padre è un diplomatico argentino. Torna nel paese d’origine a quattro anni. Diventerà professore di Lettere, poi inizierà a studiare filosofia. Nel 1946 pubblica su Los Anales di Borges “Il gioco del mondo” (1963) è il romanzo della consacrazione. “Il Persecutore” ha per protagonista il jazzista Charlie Parker. Dona i diritti delle sue opere per aiutare i prigionieri politici di varie nazioni. Avversa il peronismo, viaggia in Cile e Nicaragua. Muore a Parigi, la città dove vive di più, nel 1984. “Le bave del diavolo” ispira Antonioni per il film Blow-Up. “L'autostrada del Sud” è alla base di Weekend di Godard. E anche Il persecutore è diventato un film in Argentina
(le immagini della metropolitana milanese in costruzione, in zona centralissima, vengono da “Il posto” di Ermanno Olmi, film del 1961)
giovedì 22 marzo 2012
Stazione Centrale
Arrivato davanti alla Stazione Centrale comincio a rendermi conto che questo mio piccolo giro per Milano sta diventando quasi una via crucis, e me ne scuso ma in fin dei conti non è colpa mia. Non è colpa mia, intendo, se negli ultimi dieci o quindici anni si sono fatte tante devastazioni e tanti errori, alcuni dei quali ormai irrimediabili. Davanti alla Stazione Centrale mi viene da piangere e da scappar via, ma invece cerco di ricompormi e di mettere almeno un po’ d’ordine in quello che sto pensando.
La Stazione Centrale di Milano è sempre stata brutta, e questo lo si sapeva da tempo; per quanto mi riguarda, l’ho trovata così, e pazienza. A renderla bella, infatti, ci pensava la gente che ci stava dentro: le persone, uomini donne e bambini, quelli di passaggio, i viaggiatori, e quelli che ci lavoravano dentro, bigliettai, ferrovieri, edicolanti, bar e panini, e via elencando. La Stazione Centrale, come tutte le stazioni, era un posto accogliente e pieno di vita, e che fosse brutta era ormai un fatto secondario. Era anche un po’ scomoda, oltre che brutta, con quelle enormi scalinate, quei marmi, ma in fin dei conti la scala mobile portava diritta ai binari, non c’era bisogno di fermarsi e guardarsi in giro. So che c’è qualcuno a cui piace la Stazione Centrale, non solo gli interni ma anche vista dal di fuori, da lontano; io invece so come sono le stazioni vere, qualcuna l’ho visitata, altre le ho viste al cinema, in fotografia. Per fare solo qualche esempio, sono magnifiche quelle americane, altrettanto antiche, che si vedono in “Witness” di Peter Weir o in “Mystery train” di Jim Jarmusch; bellissime anche molte europee, in Svizzera, in Finlandia, l’elenco sarebbe infinito. A noi milanesi invece ci è toccata questa cosa qua, forse ce la siamo anche meritata, ma in fin dei conti la sua funzione la svolgeva, e pazienza.
Pochi, pochissimi anni fa, hanno fatto un restyling: non solo qui, ma un po’ in tutte le stazioni. Lì per lì mi ero detto “bene, se dalla metropolitana si arriva direttamente alla Stazione dev’essere un buon progetto”, e invece la realtà si sarebbe rivelata diversa.
La realtà è questa, ormai visibile a tutti: 1) le biglietterie, che prima erano nell’ingresso, ora sono lontanissime e bisogna camminare un bel po’ per raggiungerle. Dal solerte ufficio stampa è arrivata pronta una risposta: che il biglietto oggi si può fare comodamente via internet. Ma se è una cosa è comoda per me, vorrei essere io a deciderlo. Io ero e sono comodissimo con la biglietteria, oltretutto i bigliettai davano sempre informazioni, risolvevano dubbi, le macchinette invece non lo fanno e a me non piace passare la mia vita a litigare con una macchinetta che non dà il resto alle mie cinquanta euro se il biglietto ne costa dodici. 2) la scale mobili, che prima portavano direttamente ai binari, non ci sono più. Ora ci sono i tapis roulant, modernissimi, meravigliosi, ma che avvolgono come un pitone tutta la stazione: volete arrivare ai binari, o voi passeggeri? Ci vorrà almeno un quarto d’ora, perché prima dovete guardare le vetrine. E non lamentatevi: solo i tamarri vanno di corsa a prendere il treno e solo un tamarro non ha soldi da spendere. 3) sparite le sale d’attesa: giusto qualche seggiola qui e là. Le sale d’attesa ci sono, ma per entrarci bisogna pagare e avere un’apposita tesserina che certifichi di non essere un tamarro. 4) sparite anche le toilettes, nel senso che è tutto a pagamento e senza personale. Non avete la moneta, non avete l’apposita tesserina del club? Ve la potete anche fare addosso, voi tamarri e i vostri bambini (tamarri anche loro, naturalmente). 5) teleschermi e pubblicità ovunque, in ogni angolo, a volume altissimo, ventiquattrore su ventiquattro.
Vado avanti? no, mi fermo, ce n’è abbastanza e chi viaggia sa bene cosa aggiungere: i tagli alle corse e gli aumenti dei prezzi dei biglietti, per esempio, ma on line ci sono molti siti pieni di esempi e di fatti, con numerose testimonianze di viaggiatori e pendolari esasperati. Non che prima viaggiare fosse facile, ma prima c’era pur sempre questo: che le stazioni e i treni erano pensati e costruiti intorno ai passeggeri, e non viceversa. Anche il treno più brutto e scassato, anche la stazione più polverosa e invivibile, erano comunque residuo di qualcosa che era stato pensato per facilitare il viaggio.
Che in un periodo di crisi economica, di tagli sanguinosi e di bilanci pubblici da risanare si trovino i soldi per queste opere, per i Restyling per i Grattacieli, per le Nuove Sedi della Regione e per le Grandi Opere Inutili, è un fatto davvero strano, ma vedo che su queste cose sta indagando la magistratura, il fatto dunque comincia ad essere un po’ meno strano e quindi mi fermo (così evito anche querele, o peggio: c’è gente molto cattiva in giro).
Queste opere recenti servono quasi soltanto a mettere in mostra l’ego dei politici e degli architetti, il “sono stato qui”, il lasciare la propria firma come un graffito sugli affreschi di Leonardo, in eterno. Il sogno dei sindaci e dei governatori del Duemila è costruire enormi grattacieli che si vedano anche da lontano, “rovesciare la città come un calzino”, fare in modo che la gente non si dimentichi più di te, più o meno come avvenne al tempo della costruzione della Stazione Centrale. Servirebbero invece strutture accoglienti e ben pensate, che vadano ad armonizzarsi con l’esistente; e invece dei costosissimi restyling il più delle volte basterebbe un’imbiancatura, la messa in sicurezza degli impianti, l’ordinaria manutenzione, queste cose qui.
Se si voleva trasformare la Stazione Centrale in un centro commerciale, era comunque possibile farlo e io non mi sarei opposto: lo si è fatto altrove, in Francia per esempio dove c’era una stazione oggi c’è un museo importante. Lo si poteva fare, bastava costruire una stazione nuova.
C’è qualcosa in più da dire? No, direi di no: Milano si merita una bella stazione, aperta, accogliente.
Vorrei comunque concludere con qualcosa di positivo, e cioè un ricordo di quello che si poteva fare fino a ieri, avendo diciott’anni e un po’ di soldi in tasca. Lo scrivo perché questo post rischia di essere incomprensibile per i sedicenni e i diciottenni del 2012: in treno si facevano amicizie, si poteva parlare con la gente, qualche volta le amicizie duravano nel tempo. Per esempio, una volta che andavo a Firenze partendo dalla Stazione Centrale mi sono trovato lo scompartimento invaso da cinque ragazze del liceo tedesco di Milano, tedesche ma milanesi, una di loro si è accorta che io capivo qualcosa di quel che dicevo e lo ha detto alle sue amiche, “state attenti che lui capisce”, e mi dispiace che la cosa non abbia avuto seguito (in questo caso no, in altre sì). Oggi, se avessi diciott’anni, mi troverei invece davanti a un muro di ipad, di smartphone e di cuffiette nelle orecchie, e forse è per questo che nessuno si è ancora ribellato ai padroni delle stazioni e ai loro regolamenti incivili.
La Stazione Centrale di Milano è sempre stata brutta, e questo lo si sapeva da tempo; per quanto mi riguarda, l’ho trovata così, e pazienza. A renderla bella, infatti, ci pensava la gente che ci stava dentro: le persone, uomini donne e bambini, quelli di passaggio, i viaggiatori, e quelli che ci lavoravano dentro, bigliettai, ferrovieri, edicolanti, bar e panini, e via elencando. La Stazione Centrale, come tutte le stazioni, era un posto accogliente e pieno di vita, e che fosse brutta era ormai un fatto secondario. Era anche un po’ scomoda, oltre che brutta, con quelle enormi scalinate, quei marmi, ma in fin dei conti la scala mobile portava diritta ai binari, non c’era bisogno di fermarsi e guardarsi in giro. So che c’è qualcuno a cui piace la Stazione Centrale, non solo gli interni ma anche vista dal di fuori, da lontano; io invece so come sono le stazioni vere, qualcuna l’ho visitata, altre le ho viste al cinema, in fotografia. Per fare solo qualche esempio, sono magnifiche quelle americane, altrettanto antiche, che si vedono in “Witness” di Peter Weir o in “Mystery train” di Jim Jarmusch; bellissime anche molte europee, in Svizzera, in Finlandia, l’elenco sarebbe infinito. A noi milanesi invece ci è toccata questa cosa qua, forse ce la siamo anche meritata, ma in fin dei conti la sua funzione la svolgeva, e pazienza.
Pochi, pochissimi anni fa, hanno fatto un restyling: non solo qui, ma un po’ in tutte le stazioni. Lì per lì mi ero detto “bene, se dalla metropolitana si arriva direttamente alla Stazione dev’essere un buon progetto”, e invece la realtà si sarebbe rivelata diversa.
La realtà è questa, ormai visibile a tutti: 1) le biglietterie, che prima erano nell’ingresso, ora sono lontanissime e bisogna camminare un bel po’ per raggiungerle. Dal solerte ufficio stampa è arrivata pronta una risposta: che il biglietto oggi si può fare comodamente via internet. Ma se è una cosa è comoda per me, vorrei essere io a deciderlo. Io ero e sono comodissimo con la biglietteria, oltretutto i bigliettai davano sempre informazioni, risolvevano dubbi, le macchinette invece non lo fanno e a me non piace passare la mia vita a litigare con una macchinetta che non dà il resto alle mie cinquanta euro se il biglietto ne costa dodici. 2) la scale mobili, che prima portavano direttamente ai binari, non ci sono più. Ora ci sono i tapis roulant, modernissimi, meravigliosi, ma che avvolgono come un pitone tutta la stazione: volete arrivare ai binari, o voi passeggeri? Ci vorrà almeno un quarto d’ora, perché prima dovete guardare le vetrine. E non lamentatevi: solo i tamarri vanno di corsa a prendere il treno e solo un tamarro non ha soldi da spendere. 3) sparite le sale d’attesa: giusto qualche seggiola qui e là. Le sale d’attesa ci sono, ma per entrarci bisogna pagare e avere un’apposita tesserina che certifichi di non essere un tamarro. 4) sparite anche le toilettes, nel senso che è tutto a pagamento e senza personale. Non avete la moneta, non avete l’apposita tesserina del club? Ve la potete anche fare addosso, voi tamarri e i vostri bambini (tamarri anche loro, naturalmente). 5) teleschermi e pubblicità ovunque, in ogni angolo, a volume altissimo, ventiquattrore su ventiquattro.
Vado avanti? no, mi fermo, ce n’è abbastanza e chi viaggia sa bene cosa aggiungere: i tagli alle corse e gli aumenti dei prezzi dei biglietti, per esempio, ma on line ci sono molti siti pieni di esempi e di fatti, con numerose testimonianze di viaggiatori e pendolari esasperati. Non che prima viaggiare fosse facile, ma prima c’era pur sempre questo: che le stazioni e i treni erano pensati e costruiti intorno ai passeggeri, e non viceversa. Anche il treno più brutto e scassato, anche la stazione più polverosa e invivibile, erano comunque residuo di qualcosa che era stato pensato per facilitare il viaggio.
Che in un periodo di crisi economica, di tagli sanguinosi e di bilanci pubblici da risanare si trovino i soldi per queste opere, per i Restyling per i Grattacieli, per le Nuove Sedi della Regione e per le Grandi Opere Inutili, è un fatto davvero strano, ma vedo che su queste cose sta indagando la magistratura, il fatto dunque comincia ad essere un po’ meno strano e quindi mi fermo (così evito anche querele, o peggio: c’è gente molto cattiva in giro).
Queste opere recenti servono quasi soltanto a mettere in mostra l’ego dei politici e degli architetti, il “sono stato qui”, il lasciare la propria firma come un graffito sugli affreschi di Leonardo, in eterno. Il sogno dei sindaci e dei governatori del Duemila è costruire enormi grattacieli che si vedano anche da lontano, “rovesciare la città come un calzino”, fare in modo che la gente non si dimentichi più di te, più o meno come avvenne al tempo della costruzione della Stazione Centrale. Servirebbero invece strutture accoglienti e ben pensate, che vadano ad armonizzarsi con l’esistente; e invece dei costosissimi restyling il più delle volte basterebbe un’imbiancatura, la messa in sicurezza degli impianti, l’ordinaria manutenzione, queste cose qui.
Se si voleva trasformare la Stazione Centrale in un centro commerciale, era comunque possibile farlo e io non mi sarei opposto: lo si è fatto altrove, in Francia per esempio dove c’era una stazione oggi c’è un museo importante. Lo si poteva fare, bastava costruire una stazione nuova.
C’è qualcosa in più da dire? No, direi di no: Milano si merita una bella stazione, aperta, accogliente.
Vorrei comunque concludere con qualcosa di positivo, e cioè un ricordo di quello che si poteva fare fino a ieri, avendo diciott’anni e un po’ di soldi in tasca. Lo scrivo perché questo post rischia di essere incomprensibile per i sedicenni e i diciottenni del 2012: in treno si facevano amicizie, si poteva parlare con la gente, qualche volta le amicizie duravano nel tempo. Per esempio, una volta che andavo a Firenze partendo dalla Stazione Centrale mi sono trovato lo scompartimento invaso da cinque ragazze del liceo tedesco di Milano, tedesche ma milanesi, una di loro si è accorta che io capivo qualcosa di quel che dicevo e lo ha detto alle sue amiche, “state attenti che lui capisce”, e mi dispiace che la cosa non abbia avuto seguito (in questo caso no, in altre sì). Oggi, se avessi diciott’anni, mi troverei invece davanti a un muro di ipad, di smartphone e di cuffiette nelle orecchie, e forse è per questo che nessuno si è ancora ribellato ai padroni delle stazioni e ai loro regolamenti incivili.
(il film è "Witness", di Peter Weir; l'immagine in bianco e nero è la Stazione Centrale di Milano)
mercoledì 21 marzo 2012
Sant'Ambrogio
La chiesa dedicata a Sant’Ambrogio è stata per lungo tempo uno dei miei posti preferiti, a Milano. Il perché lo avrei capito molto tempo dopo le mie prime visite, leggendo Elemire Zolla (che a quei tempi pubblicava regolarmente sul Corriere della Sera). Il segreto, avrei scoperto, è nel romanico.
Da dove veniva quella sensazione di quiete, quel sentirmi a mio agio, che provavo a Sant’Ambrogio, e molto meno in Duomo? E’ un argomento di cui mi aveva parlato un professore a scuola, ma si sa che a scuola siamo sempre disattenti: il gotico dà l’idea di Dio come qualcosa di lontano, che incombe dall’alto, mentre il romanico (più antico, intorno all’anno Mille) è a misura d’uomo. E la chiesa di Sant’Ambrogio, a Milano, è proprio così: in mattoni, non altissima, con ampi spazi, perfino luminosa se paragonata al Duomo. Insomma, fin dal suo ingresso si vede che è un posto progettato e pensato per sedersi, pensare, pregare, un posto dove Dio finisce per essere più vicino a noi, farsi uomo, dove Dio lo si può immaginare ridere e soffrire con noi, uomo come noi, insomma, roba da Cristiani.
E’ anche per questo motivo, soprattutto per questo motivo, che qualche anno fa ho letto una notizia che mi ha riempito di sgomento: un grande parcheggio sotto Sant’Ambrogio. Mi sono detto subito che solo un pazzo o un imbecille potevano avere un pensiero simile, e invece la giunta comunale (Lega, ex Msi, Berlusconi) approvò subito il progetto, e in quattro e quattr’otto iniziarono i lavori.
Nel 2011, la nuova giunta comunale spiegò che fermare completamente il progetto era ormai impossibile, i contratti erano stati firmati, una parte dei lavori era già stata fatta, bloccando tutto si dovevano pagare penali elevatissime. Cosa fare?
Non so proprio cosa fare, ma al pensiero di un enorme cantiere in Sant’Ambrogio io sto male; e ogni volta che si alza qualcuno e spiega che non ci sono rischi a scavare sotto Sant’Ambrogio sto ancora più male. La cosa non è finita qui: è notizia di ieri che a Brescia (Lega, PDL, ex Msi) è stato approvato un piano simile, un enorme scavo sotto i luoghi storici della città; e a Firenze non so se il sindaco Renzi abbia bloccato il progetto del tram sotto il campanile di Giotto, e notizie simili ne arrivano un po’ dappertutto, sia sui monumenti e sulle chiese che su boschi e parchi e terreni agricoli. Intanto il dibattito ferve: non sulle nostre chiese e sul nostro paesaggio in pericolo, ma sulla costruzione delle moschee. Mi sta anche bene che si possa discutere delle moschee, ma per carità, qui abbiamo millenni di Storia alle nostre spalle, qui si sta distruggendo la nostra memoria.
Qualche notizia storica però devo darla: la chiesa fu davvero edificata da sant’Ambrogio, intorno al 379-386 d.C. Il luogo scelto fu quello di un sacrario dedicato ai primi martiri cristiani, e infatti la chiesa è ancora dedicata a loro.Le prime modifiche furono fatte dal vescovo Angilberto, tra l’824 e l’860; l’assetto attuale risale al 1088-1099, vescovo Anselmo. Una chiesa costruita con materiali poveri, come spiegano le guide: mattoni, legno, pietre, cose che si potevano trovare anche nei dintorni; e la bellezza semplice e profonda dello stile romanico.
Per il resto, la storia di Sant’Ambrogio è lunga e piena di avvenimenti, non escluso il bombardamento della seconda guerra mondiale; ma per queste notizie è meglio andarsi a cercare un libro di Storia: è quello che sto per fare anch’io, di curiosità me ne sono venute molte e non si finisce mai di imparare, e di ricordare.
(le immagini vengono da www.wikipedia.it )
Da dove veniva quella sensazione di quiete, quel sentirmi a mio agio, che provavo a Sant’Ambrogio, e molto meno in Duomo? E’ un argomento di cui mi aveva parlato un professore a scuola, ma si sa che a scuola siamo sempre disattenti: il gotico dà l’idea di Dio come qualcosa di lontano, che incombe dall’alto, mentre il romanico (più antico, intorno all’anno Mille) è a misura d’uomo. E la chiesa di Sant’Ambrogio, a Milano, è proprio così: in mattoni, non altissima, con ampi spazi, perfino luminosa se paragonata al Duomo. Insomma, fin dal suo ingresso si vede che è un posto progettato e pensato per sedersi, pensare, pregare, un posto dove Dio finisce per essere più vicino a noi, farsi uomo, dove Dio lo si può immaginare ridere e soffrire con noi, uomo come noi, insomma, roba da Cristiani.
E’ anche per questo motivo, soprattutto per questo motivo, che qualche anno fa ho letto una notizia che mi ha riempito di sgomento: un grande parcheggio sotto Sant’Ambrogio. Mi sono detto subito che solo un pazzo o un imbecille potevano avere un pensiero simile, e invece la giunta comunale (Lega, ex Msi, Berlusconi) approvò subito il progetto, e in quattro e quattr’otto iniziarono i lavori.
Nel 2011, la nuova giunta comunale spiegò che fermare completamente il progetto era ormai impossibile, i contratti erano stati firmati, una parte dei lavori era già stata fatta, bloccando tutto si dovevano pagare penali elevatissime. Cosa fare?
Non so proprio cosa fare, ma al pensiero di un enorme cantiere in Sant’Ambrogio io sto male; e ogni volta che si alza qualcuno e spiega che non ci sono rischi a scavare sotto Sant’Ambrogio sto ancora più male. La cosa non è finita qui: è notizia di ieri che a Brescia (Lega, PDL, ex Msi) è stato approvato un piano simile, un enorme scavo sotto i luoghi storici della città; e a Firenze non so se il sindaco Renzi abbia bloccato il progetto del tram sotto il campanile di Giotto, e notizie simili ne arrivano un po’ dappertutto, sia sui monumenti e sulle chiese che su boschi e parchi e terreni agricoli. Intanto il dibattito ferve: non sulle nostre chiese e sul nostro paesaggio in pericolo, ma sulla costruzione delle moschee. Mi sta anche bene che si possa discutere delle moschee, ma per carità, qui abbiamo millenni di Storia alle nostre spalle, qui si sta distruggendo la nostra memoria.
Qualche notizia storica però devo darla: la chiesa fu davvero edificata da sant’Ambrogio, intorno al 379-386 d.C. Il luogo scelto fu quello di un sacrario dedicato ai primi martiri cristiani, e infatti la chiesa è ancora dedicata a loro.Le prime modifiche furono fatte dal vescovo Angilberto, tra l’824 e l’860; l’assetto attuale risale al 1088-1099, vescovo Anselmo. Una chiesa costruita con materiali poveri, come spiegano le guide: mattoni, legno, pietre, cose che si potevano trovare anche nei dintorni; e la bellezza semplice e profonda dello stile romanico.
Per il resto, la storia di Sant’Ambrogio è lunga e piena di avvenimenti, non escluso il bombardamento della seconda guerra mondiale; ma per queste notizie è meglio andarsi a cercare un libro di Storia: è quello che sto per fare anch’io, di curiosità me ne sono venute molte e non si finisce mai di imparare, e di ricordare.
(le immagini vengono da www.wikipedia.it )
lunedì 19 marzo 2012
Milano via del Circo
Della Milano più antica, quella di epoca romana, è rimasto ben poco. Il posto più visibile e più frequentato è la zona delle colonne di San Lorenzo; ma in un’altra parte di Milano ci sono i resti del Circo, cioè di un’antica arena che non doveva essere molto differente da quella di Verona o dal Colosseo. L’idea di un’antica arena a Milano è molto suggestiva, ma i resti sono veramente poca cosa e spero che nessuno illuda i turisti raccontandone meraviglie; vale comunque la pena di farci un giro, anche perché si passa per alcune vie dove Milano è ancora Milano, il vero centro storico e non un posto qualsiasi dove si va solo per fare shopping. Il modo più semplice per arrivarci è probabilmente da corso Magenta, una delle vie storiche della città; la via da imboccare (andando a piedi, s’intende) è la via Bernardino Luini, che si chiama così perché costeggia San Maurizio, affrescata dal grande pittore lombardo (già che ci siamo, vale la pena di entrare e guardarsi in giro: Luini merita la visita, basterà dire che fino all’Ottocento neanche gli esperti riuscivano a capire quali quadri erano suoi e quali di Leonardo). In fondo alla via Luini ci sono delle vie che si chiamano via Cappuccio, via del Circo, via Brisa, i resti dell’antica arena sono lì, e il nome “via del Circo” parla chiaro.
Non c’è molto da vedere, come si diceva; anzi, a pensarci bene la cosa più importante da vedere è l’erba verde. Questo è forse l’unico posto di Milano dove ancora si può vedere l’erba; se si ha un po’ di pazienza magari spunta anche una lucertola, e non soltanto topi e scarafaggi come nel resto della città (detto per inciso, le lucertole mangiano gli scarafaggi, purché non siano troppo grossi – altrimenti, quando gli scarafaggi sono adulti, serve almeno un’iguana). Ma, sul pensiero dell’erba vista solo come sporcizia e come un impaccio da eliminare, divento davvero triste e preferisco sorvolare: fin da quand’ero bambino mi è sempre piaciuto girare fra i prati e i bordi delle strade, ma oggi è diventato impossibile farlo, e non soltanto a Milano. Negli ultimi trent’anni è infatti successo questo: che si sono visti con chiarezza tutti gli errori commessi a Milano, se ne è preso atto, e li si è trasportati e ampliati fino al confine con la Svizzera e in tutte le direzioni possibili, senza dimenticarsi nemmeno delle aiuole e dei vasi da fiore. E, di conseguenza, andate pure in via Circo: lì c’è qualcosa di ancora più raro dei resti romani, c’è un po’ di erba verde, finchè ce la lasciano.
Anche a Como, la mia città natale, c’era un posto così: le antiche terme. Da un paio d’anni, ci hanno costruito sopra un autosilo: ovviamente, costosissimo e con prezzi da far spavento se siete costretti a lasciarci la macchina.
(una o due di queste foto sono probabilmente mie, ma non mi ricordo quali: nel caso deprecabile in cui si dovesse scoprire che per ipotesi fossero proprietà di qualcuno, le levo subito e vado una scappata a farne un paio di esattamente identiche, sperando che nel frattempo le rovine non si siano stufate di stare lì).
Non c’è molto da vedere, come si diceva; anzi, a pensarci bene la cosa più importante da vedere è l’erba verde. Questo è forse l’unico posto di Milano dove ancora si può vedere l’erba; se si ha un po’ di pazienza magari spunta anche una lucertola, e non soltanto topi e scarafaggi come nel resto della città (detto per inciso, le lucertole mangiano gli scarafaggi, purché non siano troppo grossi – altrimenti, quando gli scarafaggi sono adulti, serve almeno un’iguana). Ma, sul pensiero dell’erba vista solo come sporcizia e come un impaccio da eliminare, divento davvero triste e preferisco sorvolare: fin da quand’ero bambino mi è sempre piaciuto girare fra i prati e i bordi delle strade, ma oggi è diventato impossibile farlo, e non soltanto a Milano. Negli ultimi trent’anni è infatti successo questo: che si sono visti con chiarezza tutti gli errori commessi a Milano, se ne è preso atto, e li si è trasportati e ampliati fino al confine con la Svizzera e in tutte le direzioni possibili, senza dimenticarsi nemmeno delle aiuole e dei vasi da fiore. E, di conseguenza, andate pure in via Circo: lì c’è qualcosa di ancora più raro dei resti romani, c’è un po’ di erba verde, finchè ce la lasciano.
Anche a Como, la mia città natale, c’era un posto così: le antiche terme. Da un paio d’anni, ci hanno costruito sopra un autosilo: ovviamente, costosissimo e con prezzi da far spavento se siete costretti a lasciarci la macchina.
(una o due di queste foto sono probabilmente mie, ma non mi ricordo quali: nel caso deprecabile in cui si dovesse scoprire che per ipotesi fossero proprietà di qualcuno, le levo subito e vado una scappata a farne un paio di esattamente identiche, sperando che nel frattempo le rovine non si siano stufate di stare lì).
sabato 17 marzo 2012
Il Duomo di Milano
Il recente restauro della facciata del Duomo è stata una delle più belle sorprese di questi ultimi anni. La facciata era già stata ripulita e sistemata negli anni ’90, temevo (ed era una preoccupazione comune a molti) che si trattasse di soldi e tempo sprecati, invece non è stato così: il risultato è sotto gli occhi di tutti. Non sono un esperto di restauro, ovviamente; sono solo un passante come tanti, ma mi sono reso conto del grande lavoro fatto, in tutti e due i restauri, guardando in tv (su Rai Storia, canale 54 digitale terrestre) due film molto belli che avevano proprio il Duomo come protagonista. Si tratta di “L’Italia vista dal cielo” di Folco Quilici (1970) e del documentario di Ermanno Olmi su Milano dalla serie “Le capitali della cultura” (1982): il Duomo era davvero sporco, e quella roba lì l’abbiamo respirata per anni. Ho anch’io il ricordo di pomeriggi passati in centro a Milano, e dopo tre o quattro ore in quell’aria anche un gesto semplice come soffiarsi il naso poteva fare impressione: il fazzoletto aveva una netta impronta di nero.
Da allora, da trent’anni fa, sono cambiate alcune cose, in meglio e in peggio: i lombardi hanno cambiato quasi tutti l’automobile (a loro spese: anche con gli incentivi, la macchina nuova ce la siamo pagata di tasca nostra), molte caldaie sono passate dalla nafta al metano o al teleriscaldamento, e questo è il lato positivo. Il lato negativo è la speculazione edilizia spaventosa, che ha coperto di cemento e di asfalto non più solo la città di Milano, ma ogni luogo della pianura padana, da Pavia alla Svizzera, da Torino a Venezia. Insomma, un passo avanti e tre indietro: e i danni provocati all’ambiente negli ultimi dieci-dodici anni rimarranno per secoli alle generazioni future, non basterà un lavaggio della facciata per dare aria pulita a Milano e alla Lombardia.
Tornando al Duomo, oggi si può vedere il suo vero colore: che non è bianco sepolcrale, ma colorato in rosa tenue. E’ il colore del marmo di Candoglia, con il quale fu costruito il Duomo di Milano.
Candoglia è in Val d’Ossola, frazione del comune di Mergozzo; a Candoglia ci sono le cave di questa “pietra granitica, di colore bianco-rosa o grigio-rosa”, come spiegano i testi ufficiali. Avendo studiato un po’ di chimica, posso dire che il colore rosa o rosso nelle pietre e nella terra è quasi sempre dovuto alla presenza di Ferro: il colore degli ossidi del ferro, cioè della ruggine.
I marmi di Candoglia arrivavano a Milano attraverso le vie d’acqua: dal piccolo lago di Mergozzo passando poi sul Lago Maggiore, sul Ticino, e infine nei Navigli. I Navigli milanesi scorrono ancora oggi vicini al Duomo ma non si vedono più perché sono stati coperti negli anni ’30. A due passi dal Duomo, verso via Sforza, c’è via Laghetto; il nome di questa via penso che a questo punto sia facile da capire: era il punto d’arrivo delle chiatte che portavano il marmo per la costruzione del Duomo (il laghetto non c’è più, inutile cercarlo).
Un’altra curiosità è legata alla frase “mangiare a ufo”, che deriva da “ad usum fabricae operis”: le chiatte che arrivavano con il marmo di Candoglia erano esentate dalle tasse, e portavano ben visibile l’abbreviazione della frasetta che permetteva loro di non pagare dazio.
Devo dire però, a conclusione di questo breve racconto, che purtroppo entrare nel Duomo (così come in molte altre grandi chiese o cattedrali d’Italia) è diventato una cosa un po’ triste. Fuori ci sono i soldati che ti perquisiscono, e magari tocca fare la coda perché è arrivata una comitiva (e a questo punto io rinuncio a entrare); ed è ormai in dirittura d’arrivo un biglietto d’ingresso. Per ora, i cinque euro da pagare per entrare in chiesa sembrano essere riservati solo alle comitive; per il futuro si vedrà. Insomma, la burocrazia è ormai arrivata ovunque: capisco bene che ci siano delle ragioni per farlo, spero solo che questa storia non venga presentata come modernità e progresso, come spesso (purtroppo per noi tutti) succede sempre più spesso e in svariati campi, lavoro compreso.
PS: e spero che a nessuno venga mai in mente di vietare ai passanti di sedersi sugli scalini: sarebbe un’infamia, ma altrove è già stato fatto. Anche questa, una triste novità di questo inizio di millennio.
AGGIORNAMENTO 2013: non si può entrare dalle entrate laterali, come si era sempre fatto. Adesso il Duomo ha gli ingressi e le uscite, come gli ipermercati. (al peggio non c'è mai fine, le grandi menti sono sempre al lavoro e ci rovinano la vita un po' ogni giorno). (la giovine militaressa che me lo ha fatto notare la prima volta me lo ha detto come se fosse una cosa ovvia e naturale, come l'acqua che sgorga dal cielo quando piove: "Signore, questa è l'uscita!" detto con sorrisino cortese e comprensivo. Santo Cielo, e dunque per più di quarant'anni consecutivi io ero in errore, e nessuno me lo aveva mai fatto notare???)
(le immagini dei Navigli vengono da “L’albero degli zoccoli” di Ermanno Olmi, che però si riferisce al lato opposto rispetto a Candoglia, cioè da Bergamo verso Milano)
Da allora, da trent’anni fa, sono cambiate alcune cose, in meglio e in peggio: i lombardi hanno cambiato quasi tutti l’automobile (a loro spese: anche con gli incentivi, la macchina nuova ce la siamo pagata di tasca nostra), molte caldaie sono passate dalla nafta al metano o al teleriscaldamento, e questo è il lato positivo. Il lato negativo è la speculazione edilizia spaventosa, che ha coperto di cemento e di asfalto non più solo la città di Milano, ma ogni luogo della pianura padana, da Pavia alla Svizzera, da Torino a Venezia. Insomma, un passo avanti e tre indietro: e i danni provocati all’ambiente negli ultimi dieci-dodici anni rimarranno per secoli alle generazioni future, non basterà un lavaggio della facciata per dare aria pulita a Milano e alla Lombardia.
Tornando al Duomo, oggi si può vedere il suo vero colore: che non è bianco sepolcrale, ma colorato in rosa tenue. E’ il colore del marmo di Candoglia, con il quale fu costruito il Duomo di Milano.
Candoglia è in Val d’Ossola, frazione del comune di Mergozzo; a Candoglia ci sono le cave di questa “pietra granitica, di colore bianco-rosa o grigio-rosa”, come spiegano i testi ufficiali. Avendo studiato un po’ di chimica, posso dire che il colore rosa o rosso nelle pietre e nella terra è quasi sempre dovuto alla presenza di Ferro: il colore degli ossidi del ferro, cioè della ruggine.
I marmi di Candoglia arrivavano a Milano attraverso le vie d’acqua: dal piccolo lago di Mergozzo passando poi sul Lago Maggiore, sul Ticino, e infine nei Navigli. I Navigli milanesi scorrono ancora oggi vicini al Duomo ma non si vedono più perché sono stati coperti negli anni ’30. A due passi dal Duomo, verso via Sforza, c’è via Laghetto; il nome di questa via penso che a questo punto sia facile da capire: era il punto d’arrivo delle chiatte che portavano il marmo per la costruzione del Duomo (il laghetto non c’è più, inutile cercarlo).
Un’altra curiosità è legata alla frase “mangiare a ufo”, che deriva da “ad usum fabricae operis”: le chiatte che arrivavano con il marmo di Candoglia erano esentate dalle tasse, e portavano ben visibile l’abbreviazione della frasetta che permetteva loro di non pagare dazio.
Devo dire però, a conclusione di questo breve racconto, che purtroppo entrare nel Duomo (così come in molte altre grandi chiese o cattedrali d’Italia) è diventato una cosa un po’ triste. Fuori ci sono i soldati che ti perquisiscono, e magari tocca fare la coda perché è arrivata una comitiva (e a questo punto io rinuncio a entrare); ed è ormai in dirittura d’arrivo un biglietto d’ingresso. Per ora, i cinque euro da pagare per entrare in chiesa sembrano essere riservati solo alle comitive; per il futuro si vedrà. Insomma, la burocrazia è ormai arrivata ovunque: capisco bene che ci siano delle ragioni per farlo, spero solo che questa storia non venga presentata come modernità e progresso, come spesso (purtroppo per noi tutti) succede sempre più spesso e in svariati campi, lavoro compreso.
PS: e spero che a nessuno venga mai in mente di vietare ai passanti di sedersi sugli scalini: sarebbe un’infamia, ma altrove è già stato fatto. Anche questa, una triste novità di questo inizio di millennio.
AGGIORNAMENTO 2013: non si può entrare dalle entrate laterali, come si era sempre fatto. Adesso il Duomo ha gli ingressi e le uscite, come gli ipermercati. (al peggio non c'è mai fine, le grandi menti sono sempre al lavoro e ci rovinano la vita un po' ogni giorno). (la giovine militaressa che me lo ha fatto notare la prima volta me lo ha detto come se fosse una cosa ovvia e naturale, come l'acqua che sgorga dal cielo quando piove: "Signore, questa è l'uscita!" detto con sorrisino cortese e comprensivo. Santo Cielo, e dunque per più di quarant'anni consecutivi io ero in errore, e nessuno me lo aveva mai fatto notare???)
(le immagini dei Navigli vengono da “L’albero degli zoccoli” di Ermanno Olmi, che però si riferisce al lato opposto rispetto a Candoglia, cioè da Bergamo verso Milano)
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