Visualizzazione post con etichetta Incubi e profezie. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Incubi e profezie. Mostra tutti i post

sabato 25 aprile 2020

«Nuova normalità»


1) Quell'apparecchio, che veniva chiamato teleschermo, si poteva abbassare di volume, mai annullare del tutto.
2) Lontano, un elicottero volava fra un tetto e l'altro; se ne restava librato per qualche istante come un moscone, e poi saettava con una curva in un'altra direzione. Era la squadra di polizia, che curiosava nelle finestre della gente. Le squadre non erano granché importanti, tuttavia: quello che soprattutto contava era la polizia del pensiero, la cosiddetta Psicopolizia.
3) Si doveva vivere, o meglio si viveva per un'abitudine che era infine diventata istinto, tenendo presente che qualsiasi suono prodotto sarebbe stato udito e che, a meno di essere al buio, ogni movimento sarebbe stato visto.
(George Orwell, 1984, le prime tre pagine)
Nella cosiddetta "fase due" del periodo del Covid-19 dovremo dunque andare in giro con le mascherine sul volto, e con una "app" sullo smartphone che segnali tutti i nostri movimenti: alla tv, sui tg Rai, questa viene definita "nuova normalità". Siamo dunque ben dentro alla "neolingua" immaginata da George Orwell settant'anni fa: inventarsi una frase come "nuova normalità" è soltanto ipocrisia, perché la normalità consiste nell'andare in giro senza mascherine, nell'abbracciarsi, nello stringersi le mani. Il resto sono balle, invenzioni linguistiche senza senso, l'ennesima trovata degli inventori di slogan pubblicitari che ormai hanno invaso ogni nostra comunicazione. Che mai significa "nuova normalità"? (sarà come questa, magari) E che dire dell'altro slogan, "andrà tutto bene"? Ci sono 500 morti al giorno, da due mesi in qua: andatelo a dire ai parenti delle vittime che andrà tutto bene e vediamo cosa vi risponderanno.

Meno male che c'è il Papa a ricordarlo, ancora una volta papa Francesco dice le cose come stanno: la normalità è nel contatto umano, in un sorriso, in un abbraccio. Il resto sono balle, ipocrisia: stiamo vivendo un periodo di emergenza, prendiamo i provvedimenti più adatti e speriamo che passi presto, che si possa tornare presto alla normalità - quella senza aggettivi, per piacere. Confesso che sono molto più preoccupato del "dopo" che non del virus in sè. Siamo in un periodo molto delicato, è la democrazia stessa ad essere in pericolo. Oggi è il 25 aprile, la democrazia non è stata un regalo ma una conquista; l'auspicio è di non perdere questi ultimi 75 anni di pace e di buona convivenza, ma quello che vedo e ascolto non mi dà molte speranze.
 
La gente semplicemente non capisce, pochi hanno letto Orwell (1984) e Huxley (Brave new world) e anche tra quelli che li hanno letti pochi hanno capito. Le nuove tecnologie sono belle ma molto pericolose; in ballo c'è proprio la normalità, e la democrazia che della normalità fa parte.
Gli imbonitori non mancano: una notizia recente circola a proposito di Google view, con un giovane uomo che dice "ho rivisto mio padre": morto sette anni fa, il padre di quest'uomo era stato immortalato su Google View e non è mai stato cancellato. Le nostre immagini, riprese e mandate in diretta, dunque non vengono mai cancellate: la violazione della privacy è colossale, ma è così ben cammuffata dal modo in cui è data la notizia che quasi non ci si fa caso. I teleschermi nelle stazioni, il riconoscimento facciale, le videocamere ovunque, gli smartphone, la smart tv che memorizza le nostre preferenze, perfino le bambole che registrano cosa dicono le bambine e lo trasmettono al produttore del giocattolo (per quest'ultima cosa è in corso un procedimento giudiziario in Germania, purtroppo non è una notizia inventata). La scusa è sempre pronta: il terrorismo e la criminalità, adesso anche le malattie, fanno mettere da parte la privacy come cosa secondaria. Del resto, la privacy è stata ridotta a barzelletta da leggi e regolamenti recenti: non ci si può opporre all'invadenza, se non dai il consenso al trattamento dei tuoi dati ormai non puoi fare più niente. Sui siti internet, e purtroppo anche su Raiplay (parte del servizio pubblico) puoi dialogare solo con un tasto con su scritto "ok approvo". O approvi, o sei fuori: e così andrà anche con la app "Immuni".

Altri esempi di neolingua, o di sbadataggine pura e semplice (fate voi): nei corridoi di un ospedale comasco è apparso un cartello con una frase di Paul Claudel: «Quando pensiamo che sia giunta la fine, ecco che un pettirosso si mette a cantare». La metto a confronto con un'altra notizia, sempre dallo stesso giornale (La Provincia di Como) e nella stessa data (21 aprile 2020): a Lambrugo si costruirà un nuovo supermercato, su un'area agricola a cui è stata cambiata destinazione. C'è ancora spazio per i pettirossi? In un servizio recente del telegiornale si mostrava come si stia pensando di sostituire le api con piccoli droni, per l'impollinazione; figuriamoci cosa importa dei pettirossi a chi passa le giornate chino sullo smartphone. E, soprattutto, non sono mica tanto sicuro che i parenti dei morti in quell'ospedale (e in altri) leggano volentieri queste frasi. Per i loro cari, il pettirosso non canterà mai più.
In questi giorni, da lombardo, ho anche scoperto che quelle che io chiamavo ASL, azienda sanitaria locale, sono diventate ATS. La novità è di tre anni fa, ma io non ci avevo fatto caso e ci sono arrivato solo dopo una conferenza stampa del presidente della Regione. La A è rimasta ed è sempre quella, significa "azienda": diventare come delle aziende, che magari fanno profitti, era la parola d'ordine dei Formigoni, dei Berlusconi, dei Brunetta, della Lega. Sono passati più di vent'anni, era già neolingua.
Infine, io non ho uno smartphone. Cosa mi succederà?

sabato 4 aprile 2020

Smart working


La notizia è questa, ai primi di marzo: diversi governi hanno chiesto a Netflix di abbassare la qualità dell'alta definizione con cui trasmette i suoi film, perché con la situazione successiva al Covid-19 la rete è stata intasata da un'enorme quantità di chiamate e c'è il rischio di una saturazione. Nelle settimane successive, è il governo francese a chiedere alla Disney di fare altrettanto; e la Disney rimanda il lancio del suo nuovo canale on line.

Sono due notizie che sono subito scomparse dalle prime pagine, nascoste non solo dal Covid-19 ma anche dall'entusiasmo per lo smart working e per le lezioni on line degli scolari e degli studenti obbligati a rimanere in casa. E' un entusiasmo che ritrovo anche in molti articoli e commenti sugli acquisti on line invece che in negozio, con commenti del tipo "siamo in un momento difficile ma abbiamo finalmente sbloccato il progresso che prima era bloccato da troppe remore". Mi permetto di dire che sono commenti molto superficiali, e anche pericolosi. Pericolosi innanzitutto perché si dà per scontato che potremo contare in ogni momento sull'energia elettrica, quando invece ci sono già stati importanti e paurosi blackout in città e luoghi importanti (New York, il Canada, l'Australia, l'Italia stessa); perché in molte zone la rete è ancora irraggiungibile, perché la "fibra" da noi è appena agli inizi, perché c'è chi non può permettersi di spendere soldi per uno smartphone o per un tablet, per tanti motivi - non ultimo dei quali la posizione dei lavoratori in questo contesto. Per esempio, la consegna di merci on line è legata ai "corrieri", quasi sempre malpagati e spesso pericolosi nelle loro corse in strada (fare in fretta è la loro consegna, "a qualsiasi costo"), e il lavoro di chi è a casa e fa smart working rischia di non avere orari e di protrarsi sulle intere ventiquattro ore (provate a chiedere agli insegnanti). Ma, soprattutto, chi parla così dimostra di ignorare completamente cos'è una merce: dietro la pizza che avete ordinato ci sono campi coltivati, stagioni, grandinate, sfruttamento dei lavoratori, pesticidi, sementi modificate, e lo stesso discorso vale per qualsiasi cosa si comperi (la guerra per il coltan che ha causato milioni di morti, lo sfruttamento schiavistico nelle miniere) sulle quali non si può sorvolare con tanta facilità. Sono ormai parecchi mesi che non piove, in che condizioni è il Po? Ho provato a fare una ricerca on line: le ultime notizie sulla siccità e sul livello dell'acqua nel Po risalgono a febbraio, poi nessuno se ne è più occupato. Riusciranno a fare il raccolto, gli agricoltori padani? Se non ci riusciranno, continueranno i canadesi e gli ucraini a venderci il frumento? E se ricomincia a piovere, ci saranno ancora disastri ed alluvioni come negli ultimi anni? In che condizioni è il nostro territorio?

Sono tutte domande che fanno paura, lo so e vorrei evitare di parlarne ma l'atteggiamento di chi mi sta intorno è tutt'altro che rassicurante e mi spaventa osservare che nessuno si pone questi problemi. Della diffusione dei virus, rapida a causa della globalizzazione, si parlava già trent'anni fa, al tempo dell'Aids. Il sistema che stiamo preparando per il dopovirus è molto fragile, senza contare che ci rende tutti soggetti ad essere spiati e controllati; ma questo è un altro discorso importante e che richiederebbe molto spazio, perciò mi fermo qui e aggiungo solo una cosa: preparatevi al ritorno delle vecchie tipografie degli anni '50, torneranno utili. Spero che chi ne possiede ancora una la tenga in ordine, funzionante, con buona provvista di inchiostro e con carta abbondante: è probabile che il futuro passi ancora da lì, più che dallo smart working. (Ovviamente, mi auguro di sbagliare)

PS: ci siamo già dentro: due governi europei stanno prendendo pieghe autoritarie, in Slovenia e in Ungheria, e le "app" sullo smartphone sono uno dei punti di forza di questa svolta. Spionaggio, così potente da far impallidire il ricordo di cosa succedeva in Germania Est. Il virus passerà, ma queste cose rimarranno ed è anzi probabile che vengano potenziate.

domenica 15 marzo 2020

La cosa da un altro mondo


"La cosa da un altro mondo" (The Thing) è un film del 1951 che ebbe notevole successo e di cui ancora oggi si parla; ebbe un remake nel 1982, un po' meno fortunato ma comunque molto visto. Il film del 1951 è diretto da Christian Nyby e prodotto da Howard Hawks; il film del 1982 è di John Carpenter e ha per protagonista Kurt Russell. La storia è questa: in una base militare tra i ghiacci, al Polo, viene rinvenuta una misteriosa astronave, e a bordo c'è una forma di vita (un mostro) che si risveglia e fa strage, minacciando di espandersi. Il primo film è realizzato con pochi mezzi, ha molto dei vecchi film di guerra, c'è perfino una storia d'amore a lieto fine; il secondo è molto più truculento ma sembra che sia più fedele al racconto originale.
Visti da oggi, al di là del fatto che nei film di fantascienza il "mostro" deve avere sembianze ben riconoscibili, fa pensare alle molte "profezie" (che poi profezie non sono, ma studi scientifici molto accurate) che si conoscono da parecchi anni, relative al cambiamento climatico. Una parte cospicua della Terra è infatti costituita dal "permafrost", cioè una crosta di terreno gelato, molto spessa, che copre le regioni vicine al Polo Nord (Siberia, Alaska, parte del Canada, Groenlandia...) e l'Antartide. Questa crosta gelata si sta sciogliendo, e non sappiamo cosa ci possa essere sotto, se non in parte. Dubito che ci sia un disco volante come nel film del 1951, ma di certo ci sono metano e anidride carbonica che, liberandosi, andranno a incrementare l'effetto serra; e poi c'è la questione dei virus, dei batteri ancora sconosciuti ma capaci di resistere per millenni anche a venti gradi sotto zero. Di queste cose si parla da anni, direi da decenni; ma poi la gente vota e manda al governo chi le nega esplicitamente, come Donald Trump (in un'intervista sul supplemento di Repubblica del 13 marzo 2020 l'economista Joseph Stiglitz ricorda che Trump ha tagliato i fondi per la ricerca medica), e deride chi cerca almeno di prendere atto del cambiamento, come Greta Thunberg e i suoi "gretini" secondo la definizione che ne diedero (e che forse ancora usano) fogli come "Libero" e "Il Giornale".
Che dire, l'illustrazione giusta sarebbe quella dello struzzo che mette la testa sotto la sabbia, ma preferisco chiudere con un fotogramma del film del 1951: quantomeno, è un film e si sa come va a finire (bene).




lunedì 22 ottobre 2012

Evoluzione

L'evoluzione umana non è finita, avverte Desmond Morris. Per quanto mi riguarda, dopo aver letto questo articolo mi sono subito detto una cosa: che io non ho figli, e che quelli che invece hanno figli non appaiono affatto preoccupati di cosa succede all'ambiente in cui vivono.
L’EVOLUZIONE INFINITA
di DESMOND MORRIS,
da La Repubblica 24 giugno 2012
La scoperta scientifica annunciata qualche settimana fa sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences - la specie umana è ancora in evoluzione - sorprende tanto quanto affermare che l'acqua è bagnata. Certo che ci stiamo ancora evolvendo! (...) Procreiamo e quindi ci evolviamo. Il significato di fondo della riproduzione sessuale è insito nel fatto che essa consente a una specie di essere adattabile. Ogni generazione è il frutto dei successi riproduttivi dell'ultima generazione. E l'ultima generazione è generata sotto l'influenza dell'ambiente così come esso era durante il breve arco di tempo trascorso su questa Terra. Se quell'ambiente cambia, anche i successi procreativi cambieranno di conseguenza.
Non c'è niente di misterioso sulla morte: si tratta semplicemente di un meccanismo congenito dei nostri geni che ci consente di avere il tempo di riprodurci e di passare oltre. (...) Di conseguenza, per comprendere in che modo gli esseri umani si stiano evolvendo, tutto ciò che dobbiamo fare oggi è osservare in che modo sta cambiando il nostro ambiente. Se quest'ultimo è immutato, la nostra evoluzione si interromperà. Se viceversa è sottoposto a qualche tipo di sconvolgimento, allora la nostra evoluzione accelererà. Naturalmente, essendo noi animali di grossa taglia, il nostro processo evolutivo è molto lento.
Negli ultimi dodicimila anni abbiamo vissuto un unico grande cambiamento ambientale, come specie di primati: l'urbanizzazione. Fino al punto in cui scoprimmo l'agricoltura, avevamo sempre vissuto in piccole comunità tribali di cacciatori e raccoglitori. (...) Accadde così che la primigenia scimmia nuda antropomorfa, che si era evoluta per vivere in piccoli gruppi, all'improvviso si trovò circondata da estranei, in popolazioni urbane sempre più ampie. E questo processo perdura ancor oggi a ritmo sostenuto.
Questa è stata l'unica grande pressione esercitata dall'ambiente su noi uomini, intesi come specie. Chiunque scoprisse di essere incapace ad adattarsi a questo nuovo mondo affollato, pieno di trambusto, di stress sociale e di rumore, incontrerebbe difficoltà a metter su casa, famiglia e procreare. L'evoluzione per loro si interromperebbe e la specie andrebbe avanti.
Esistono molteplici modi con i quali l’evoluzione può accomiatarsi da soggetti di questo tipo, per esempio facendo sì che si suicidino, provocando in loro la depressione, procurando loro qualche disturbo da stress o interferendo direttamente nell'atteggiamento che hanno nei confronti dell'atto dell'accoppiamento.
Se alcune tipologie di persone non si riproducono in questo nuovo mondo urbano, ciò a poco a poco cambia la nostra specie. La cosa avrebbe un impatto anche nel caso in cui questi esseri umani diventassero "riproduttori limitati", permettendo alla nostra specie di diventare più efficiente, un nuovo tipo di Scimmia Antropomorfa Urbana.
Alcune correnti filosofiche e di pensiero hanno avuto un effetto negativo sul successo della procreazione. Per smettere di riprodursi non è necessario buttarsi giù da un alto edificio. Lo si può fare semplicemente prendendo la decisione di non riprodursi. Monaci, suore, preti cattolici, scapoli, nubili, gay e lesbiche hanno tutti probabilità di gran lunga inferiori di trasmette i propri geni e quindi di influenzare il futuro genetico della specie umana. Naturalmente, possono sempre influenzare il futuro culturale della nostra specie grazie ai loro insegnamenti o alla loro creatività. Ma il loro patrimonio genetico andrà in gran parte sprecato. Le loro uova ovuleranno, il loro sperma si formerà, ma vi saranno bassissime probabilità che si incontrino.
Un'altra categoria di persone per la quale vi sono minori probabilità di procreare può essere quella dei cosiddetti "intellettuali altruisti". Si tratta di coloro che osservando che la specie umana con i suoi sette miliardi esseri viventi oggi è già estremamente popolosa, avvertono l'esigenza - dato che questo trend non pare dar segno di voler decrescere in futuro – di limitare il numero della specie umana.
Se dunque tali individui decidono di conseguenza che è meglio non mettere al mondo figli, o quantomeno di avere una famiglia molto contenuta, contribuiranno meno al futuro della specie di coloro che non si danno pensiero di queste cose e si riproducono in piena libertà. (...)
(Traduzione di Anna Bissanti) © 2012, The Telegraph

(l'articolo per intero è disponibile sul sito di Repubblica, www.repubblica.it )
(l'illustrazione è del magnifico Winsor Mc Cay, è di inizi 900, e proviene da un numero del mensile Linus degli anni '60; il consiglio è di fare clic sopra l'immagine e guardarla ingrandita)

martedì 19 giugno 2012

L'invasione degli ultracorpi

Fino a qualche anno, per me era solo un bel film, di quelli che fanno paura ma poi sai che non è vero: anche da bambino, mi bastava uscire per strada per ritrovare le persone così come le avevo lasciate. Da qualche anno in qua, però, non è più così. Da quel film non riesco più a uscire, e mi sembra sempre più realtà ad ogni giorno che passa.
Sto parlando di “L’invasione degli ultracorpi”, girato nel 1956 da Don Siegel, tratto da un romanzo di Jack Finney di un paio d’anni precedente (titolo originale “The body snatchers”); un film ancora oggi molto bello ed avvincente (Don Siegel è stato uno dei grandi del cinema d’azione, maestro dichiarato di Clint Eastwood con il quale ha lavorato molto).
Il soggetto è questo: d’improvviso, ci si rende conto che qualcosa è successo, nella piccola città dove si conoscono tutti. Una donna non riconosce più suo padre, dice che è una persona diversa che gli somiglia in tutto, ma non è lui; un bambino dice sua madre non è sua madre. Il medico a cui si rivolgono da principio non ci fa caso, poi questi fatti si moltiplicano. Cosa ancora più strana: dopo una notte o due, le persone che si erano allarmate vanno a dirgli che ora è tutto a posto, di non preoccuparsi più.
Andando avanti nel film, si vede che cosa è successo: qualche misterioso agente alieno si è impadronito dei corpi degli abitanti, rimpiazzandoli in modo impercettibile. Una sola cosa tradisce gli alieni: la mancanza di emozioni. Di questa mancanza di emozioni, un bambino si accorge subito; ma poi anche il bambino verrà rimpiazzato. Che fine facciano le persone vere, nel film non è detto.
Paesi come Santa Mira, il luogo dove si svolge l’azione del film, una volta erano comunissimi. Fino a tutti gli anni ’70, anche da noi era così: un mondo a misura d’uomo, dove ci si conosce tutti (nel bene come nel male) e non c’è bisogno di mostrare pass, tesserini, smart card; dove vigili e poliziotti svolgono egregiamente il loro compito senza dare multe e senza togliere punti dalla patente, semplicemente usando il buon senso. Così è stato, ma poi è finita: ed è storia recente, recentissima. Forse i ragazzi di vent’anni non lo sanno, e se glielo si racconta non ci credono; e se provi a raccontarlo in giro, anche alle persone di cinquant’anni, neanche loro se lo ricordano più e ti danno del nostalgico. Eppure un altro mondo è possibile, e anzi questo mondo c’era, ma è stato spazzato via in meno di quindici anni.
Guardandosi in giro, viene spesso da pensare che nel frattempo gli alieni si siano fatti furbi, e usino mezzi più sottili e perfezionati rispetto ai baccelloni e agli ultracorpi. La politica di successo, in questi ultimi 10-15 anni, è stata quella che ha puntato ai nostri istinti più tirchi e più gretti, facendo leva sulle persone senza sentimento, intente solo a badare a se stesse, indifferenti anche di fronte al naufragio di una nave con più di cento persone a bordo (“ma sì, erano tutti negri e marocchini”).
Ormai anch’io, come il protagonista del film, faccio fatica a riconoscere le persone con cui parlo: qui si è accettato tutto, le legislazioni sul lavoro, sulla scuola, sulla sanità, sui trasporti; le distruzioni dell’ambiente, i regolamenti bancari e postali, tutto, ogni cosa è passata su di noi, e sono stati ben pochi a protestare.
Un film curiosamente gemello a quello di Siegel è “Vip mio fratello superuomo”, di Bruno Bozzetto. Un film del 1968, cartoni animati. Come tutti i cartoni animati, si tratta di un film buffo e divertente; eppure c’è un personaggio che inquieta: si chiama Happy Betty, è l’equivalente dei cattivi nei film di James Bond, e ha in programma non la distruzione del mondo ma la trasformazione degli umani in servi obbedienti. Il metodo usato è proprio da cartone animato: “un missile nel cervello”, con canzoncina che spiega (il film è in parte musicale). Il missile, piccolo, penetra nelle teste delle persone e viene telecomandato: niente di brutale o di doloroso, dall’esterno poi si vede solo qualcosa come un fiocco, molto grazioso. Il risultato è lo stesso di “L’invasione degli ultracorpi”: le persone smettono di pensare con la propria testa.
Ora, i missili e i baccelloni che vediamo nei due film sono due trovate da film, o da cartone animato; il dubbio che sia arrivato qualcosa di più raffinato però mi prende sempre più spesso – mi basta uscire di casa, parlare con qualcuno, esseri umani veri ne trovo sempre di meno. Una volta ne trovavo a centinaia, oggi non è più così.
Non ho ancora trovato i baccelloni in giardino o in cantina, dubito che siano mai esistiti veramente; ho invece individuato qualcosa di molto simile al “missile nel cervello” di Bruno Bozzetto, ce lo hanno in mano tutti, non se ne separano mai. Chiedo scusa per la mia conclusione, molto dura e magari in molti casi immotivata; ma la mia impressione è che non si sia molto lontani dalla verità, dicendo che la generazione degli anni ’80 è stata rincoglionita dalle televisioni e radio commerciali, quelle degli anni ’90 sono state rincoglionite dai telefonini e dai videogames, e oggi sta succedendo la stessa cosa con i tablet, i social network, con il mito del web che risolverà tutto anche in politica, eccetera.
Sono un po’ drastico, lo so; e forse anche un po’ maleducato ed eccessivo. Chiedo scusa, in fin dei conti sono solo un essere umano ancora non formattato; prima o poi anch'io smetterò di preoccuparmi.

venerdì 18 maggio 2012

Svevo profeta

«L'avvenire del mondo era di divenire tutto un'unica, una sola città. Addio campagne, addio boschi, addio prati. Come avrebbero mangiato tutti costoro? Chimicamente? Oh! disgraziati». L'idea colossale gli era venuta dalla vista di tre case coloniche con altre tre piú in là e due prima e infine altre quattro. Invadevano i campi! Egli vedeva come fra tutte queste case se ne sarebbero messe delle altre e tutte in fila. Ma però, quando il mondo sarebbe stato tutta una città, lui, sua moglie e persino suo figlio avrebbero domandato poco posto. Era giusto di tranquillizzarsi con tanto egoismo? Non sarebbe stato meglio di soffrire per i posteri? Il signor Aghios sorrise. Il mondo era costruito tanto bene che certi dolori sono impossibili. In seguito ad un altro richiamo dell'ispettore il signor Aghios arrivò a sentire ancora: «In conclusione io pretendo che il cittadino si scelga un Governo, eppoi non s'ingerisca di altro. Questa è la vera libertà ».
(Italo Svevo, da “Corto viaggio sentimentale”, pagina 79 dell’edizione Dall’Oglio del 1980)

L’esattezza della visione, che fotografa in maniera perfetta il nostro mondo del 2012, mi ha fatto subito pensare che questo brano è stato scritto quasi cent’anni fa: Italo Svevo è morto nel 1928, il racconto è stato pubblicato postumo. Nel libro, il cui titolo è una dedica a Laurence Sterne, Svevo racconta di un viaggio in treno nella Pianura Padana, da Milano fino a Trieste. Questo è il terzo capitolo, siamo nei dintorni di Padova; ma se guardate su Google Map o su qualche servizio simile, vi accorgerete – anche senza viaggiare – che il mondo, da queste parti, è ormai per davvero “tutto un'unica, una sola città”.
Ma la profezia più famosa di Svevo è sicuramente quella che chiude “La coscienza di Zeno”, proprio le ultime righe dell’ultima pagina. Le riporto qui sotto, perché anch’io ogni tanto me ne dimentico; e sulle cause di questa dimenticanza non è il caso di stare a indagare, è la più classica delle rimozioni (“La coscienza di Zeno” fu pubblicato nel 1923, quando Hiroshima e Nagasaki erano ancora soltanto i nomi di due città lontane).

....legge che fu su tutta la terra la creatrice. La legge del piú forte sparì e perdemmo la selezione salutare. Altro che psico-analisi ci vorrebbe : sotto la legge del possessore del maggior numero di ordigni prospereranno malattie e ammalati.
Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno piú, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po' piú ammalato, ruberà tale esplosivo e s'arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un'esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.
(Italo Svevo, La coscienza di Zeno, l’ultima pagina)

lunedì 2 gennaio 2012

Il libro delle macchine ( VI )

Una mia amica aveva comperato un appartamento: le era piaciuto perché le finestre si aprivano su un giardino, cosa rara a Milano. Neanche il tempo di andarci ad abitare, e il giardino era stato trasformato in un parcheggio per i dipendenti di una banca. Era facile da prevedere: alle macchine un giardino non serve, servono invece strade larghe e ben asfaltate, e parcheggi. Orti e giardini servono agli umani, e non alle macchine: se in un condominio ci sono persone con due macchine e la moto grossa, si farà quel che vogliono loro; o, per meglio dire, quello che vuole la moto e quello che vogliono le automobili. Si può magari opporsi, contrastarli, ma torneranno sempre alla carica, e alla fine vinceranno loro. E’ inevitabile: e se non sono i vostri vicini a farlo, sarà il Comune, la Provincia, il Ministero degli Interni, ad espropriare o a militarizzare orti, prati, campi coltivati e giardini: come sta succedendo un po’ ovunque in questi nostri giorni. Via quindi i giardini, via il prato dove giocano i bambini, spazio a posteggi e box, ad autostrade, aeroporti e TAV: le macchine hanno la loro casa, e siamo stati noi a costruirgliela. I bambini d’ora in avanti giocheranno in casa, con nuove macchine: i videogiochi, per esempio. Ecco un’altra specie di macchina, non meccanica ma completamente elettronica. Forse le macchine stanno per manifestarsi nella loro vera e definitiva forma: come le larve parassite che mangiano il bruco o il ragno a poco a poco, così tra breve le macchine non avranno più bisogno di noi. Fantascienza? Non so, a volte leggendo Philip K. Dick, o H.G. Wells, e anche con Samuel Butler, mi sembra invece che sia la realtà. Più passa il tempo, e più mi sembra che questi autori (e altri) abbiano anticipato la realtà che stiamo vivendo oggi, anno 2012 e seguenti.

Samuel Butler, da “Erewhon“
E’ indubbio che, se una macchina è capace di riprodurne sistematicamente un'altra, si può dire che essa possiede un sistema riproduttivo. Che cos'è infatti un sistema riproduttivo, se non un sistema per la riproduzione? E quante sono le macchine che non vengono riprodotte sistematicamente da altre macchine? Ma, direte, è l'uomo che le fa riprodurre. Lo ammetto; ma non sono forse gli insetti che permettono a molte piante di riprodursi, e intere famiglie di vegetali non sarebbero forse destinate a sparire se agenti interamente estranei ad esse non le fertilizzassero? Chi può affermare che il trifoglio dei prati non possiede sistema riproduttivo solo perché per riprodursi deve avere come paraninfi l’ape e il bombo (e solo l’ape e il bombo)? Nessuno. L’ape e il bombo fanno parte del sistema riproduttivo del trifoglio.
Tutti noi deriviamo da animaletti microscopici, la cui identità era interamente distinta dalla nostra, e che agivano secondo le leggi della loro specie, senza curarsi affatto della nostra opinione in proposito. Quelle piccole creature fanno parte del nostro sistema riproduttivo; perché allora noi non potremmo far parte del sistema riproduttivo delle macchine?
Ma le macchine che producono macchine non producono macchine della loro stessa specie. Un ditale è fatto da una macchina, ma non è, né sarà mai, fatto da un ditale. Anche qui, se interroghiamo la natura, troveremo innumerevoli analogie, e ci accorgeremo che un sistema riproduttivo può funzionare perfettamente senza che la cosa riprodotta sia della stessa specie di quella che la produce. Le creature che riproducono la loro stessa specie sono molto rare; esse riproducono sempre qualcosa che ha il potere latente di assumere la forma di chi le ha generate. Così la farfalla depone un uovo, il quale uovo diverrà bruco, il quale bruco diverrà crisalide, la quale crisalide diverrà farfalla. E benché per ora, non ho difficoltà ad ammetterlo, non si possa dire che le macchine posseggano qualcosa di più del semplice germe di un autentico sistema riproduttivo, non abbiamo forse appena visto che solo di recente esse hanno acquistato i rudimenti di una bocca o di uno stomaco? Perché non potrebbero progredire nel campo della riproduzione vera e propria come hanno progredito ultimamente in quello della nutrizione? Può darsi che, una volta sviluppatosi, il sistema rimanga in molti casi un sistema di riproduzione indiretta. Solo alcuni tipi di macchine, forse, potranno essere fecondi, mentre gli altri avranno funzioni di meccanico, proprio come la maggioranza delle formiche edelle api non partecipa alla continuazione della specie, ma si limita a procurare e a immagazzinare il cibo, senza occuparsi della riproduzione.
Non si può pretendere che il parallelismo sia perfetto o quasi perfetto; certo non adesso, e probabilmente mai. Ma non vediamo già analogie sufficienti a destare in noi serie preoccupazioni per il futuro, e a farci ritenere doveroso l'arrestare il male finchè siamo in tempo?
Le macchine possono, entro certi limiti, produrre macchine di qualsiasi tipo, per quanto diverse da esse. Ogni specie di macchina avrà probabilmente i suoi riproduttori meccanici speciali, e quelle più complesse dovranno la loro esistenza a molti genitori invece che a un solo padre e a una sola madre.
Ci inganniamo quando consideriamo come una cosa unica ogni macchina complicata; in realtà è piuttosto come una città, o addirittura una società, dove ciascun membro viene generato secondo la sua specie. Noi vediamo la macchina come un tutto, e le diamo un nome e un'individualità; pensiamo alle membra del nostro corpo, che tutte insieme formano un individuo nato da un unico centro di azione riproduttiva, e ne deduciamo che non può esistere azione riproduttiva che non scaturisca da un centro unico. Ma questa conclusione non è scientifica: il fatto che una macchina a vapore non sia mai stata prodotta interamente da un'altra macchina a vapore, o da altre due, non ci autorizza affatto a dire che le macchine a vapore non posseggono sistema riproduttivo. In realtà, ogni parte della macchina a vapore viene prodotta dai suoi genitori particolari, che hanno la funzione di creare quella parte specifica, e quella sola, mentre la combinazione delle parti in un tutto unico forma un altro settore del sistema riproduttivo meccanico, oggi incredibilmente complesso e difficile da abbracciare nella sua interezza. Complesso per ora, ma quanto più semplice e più comprensibile nella sua organizzazione può diventare in altri centomila anni ! O anche solo in ventimila ! Perché l'uomo di oggi, credendo di fare il proprio tornaconto, spende un'incalcolabile quantità di lavoro, di tempo e di intelligenza per perfezionare sempre più la creazione delle macchine. E’ gia riuscito a fare cose che sembravano irrealizzabili, e apparentemente non vi sono limiti ai risultati che si possono ottenere con tanti e tanti miglioramenti, purché tali miglioramenti vengano trasmessi di generazione in generazione e le macchine si modifichino di conseguenza.
Non bisogna mai dimenticare che il corpo umano ha raggiunto la sua forma attuale grazie alle infinite modificazioni verificatesi in molti milioni di anni; eppure il suo organismo non si è mai perfezionato ed evoluto con la millesima parte della rapidità con cui si stanno perfezionando ed evolvendo le macchine. È questo il punto più preoccupante della situazione e mi si deve perdonare se ci batto e ci ribatto tanto spesso».
(Samuel Butler, da “Erewhon“, ed. Adelphi, trad. Lucia Drudi Demby, pag.172 e seguenti)
(nota: ho dovuto correggere un errore di traduzione, nel testo pubblicato da Adelphi si legge che il calabrone partecipa all’impollinazione; si tratta invece del bombo, una grossa ape pelosa molto comune. Il calabrone è una grossa vespa, e non un’ape: si nutre di frutta e di altri insetti, e non del nettare dei fiori)

mercoledì 21 dicembre 2011

Il libro delle macchine ( I )

Siamo noi che governiamo le macchine, o è piuttosto vero il contrario, cioè che sono le macchine che governano su di noi?

Samuel Butler, da “Erewhon“
CAPITOLO XXIII Il libro delle macchine
L'autore comincia così: «Vi fu un tempo in cui la terra, almeno per quel che ne sappiamo, mancava completamente di vita vegetale e animale e, a detta dei nostri migliori filosofi, era solo una sfera incandescente coperta da una crosta che andava gradatamente raffreddandosi. Ora, se a quell'epoca fosse esistito un essere umano che, sprovvisto di ogni nozione scientifica, avesse potuto vedere la terra come un qualsiasi altro mondo a lui completamente estraneo, non gli sarebbe forse parso impossibile che da quella specie di tizzone ardente potessero nascere e svilupparsi creature dotate di una qualche sorta di coscienza? Non avrebbe egli negato che potesse contenere un germe qualsiasi di coscienza? Eppure, col volgere dei millenni, la coscienza apparve. Perché, allora, non esisterebbero nuove strade attraverso cui essa giungerà a manifestarsi, anche se per ora quelle strade sono invisibili ai nostri occhi ? E ancora. Se la coscienza, in tutte le accezioni attuali del termine, si è manifestata a un certo punto come cosa nuova e, per quanto ci è dato sapere, posteriore persino alla comparsa di un centro individuale di azione e di un sistema riproduttivo (quali vediamo esistere nelle piante anche in assenza di coscienza apparente), perché non potrebbe prodursi una nuova fase dell'intelligenza tanto diversa da tutte le fasi finora conosciute quanto l'intelligenza degli animali è diversa da quella dei vegetali? Sarebbe assurdo tentare di definire un tale stato spirituale (o comunque lo si voglia chiamare) in quanto è così estraneo all'uomo che la sua esperienza non può aiutarlo in alcun modo a concepirla Ma certo, quando pensiamo alle molteplici fasi attraverso cui la vita e la coscienza si sono evolute fino ad oggi, non possiamo affermare con sicurezza che non possano prodursene altre, né che la vita animale sia il limite estremo di tutte le cose. C'era un tempo in cui il limite di tutte le cose era il fuoco, e un tempo in cui lo erano l'acqua e le rocce».
Dopo aver dissertato per diverse pagine su questo argomento, l'autore passa a chiedersi se oggi si possano scorgere segni precursori di questa nuova fase di vita; se si notino circostanze ambientali che potranno, in un lontano futuro, favorirne lo sviluppo: se, in pratica, oggi, sulla terra, si possa rintracciare la cellula primordiale che la produrrà. Nel suo trattato egli risponde a questo interrogativo affermativamente, e indica come corrispondenti di quella cellula le macchine più perfezionate.
«Il fatto che attualmente le macchine posseggano ben poca coscienza, non ci autorizza affatto» cito le sue parole «a ritenere che la coscienza meccanica non raggiungerà col tempo il massimo sviluppo. Un mollusco non possiede gran che di coscienza. Pensate alla straordinaria evoluzione delle macchine in questi ultimi secoli, e osservate con quale lentezza progrediscono il regno vegetale e quello animale. Le macchine più altamente organizzate sono creature non di ieri, ma addirittura degli ultimi cinque minuti, oserei dire, di fronte alla storia dell'universo. Supponiamo che gli esseri coscienti esistano da venti, venticinque milioni di anni: guardate quali passi da gigante hanno fatto le macchine nell'ultimo millennio! Il mondo non può forse durare altri venti milioni di anni? Ma se dura altri venti milioni di anni, che cosa finiranno per diventare le macchine? Non è più prudente distruggere il male all'inizio e impedire loro di progredire ulteriormente?
«Chi può dire che la macchina a vapore non possieda una qualche sorta di coscienza? Dove comincia e dove finisce la coscienza? Chi può fissare il limite? Chi può fissare un qualsiasi limite? Non sono forse le cose intessute tutte l'una nell'altra? E le macchine non sono legate in mille nodi alla vita animale? Il guscio di un uovo è fatto di una materia bianca e fragile, e rappresenta a suo modo una macchina non meno di un portauovo; il guscio è uno strumento per contenere l'uovo come il portauovo è uno strumento per contenere il guscio: sono entrambi fasi della stessa funzione; la gallina fabbrica il guscio dentro di sé, ma ciò non toglie che il guscio sia un semplice recipiente. La gallina si fabbrica il nido all'esterno per ragioni di comodità, ma anche il nido è una macchina né più né meno del guscio. Una "macchina" è soltanto uno "strumento"». (...)
(Samuel Butler, da “Erewhon“, ed. Adelphi, trad. Lucia Drudi Demby, pag.172 e seguenti)

Quando Samuel Butler scriveva queste pagine, cioè nel 1872, le macchine disponibili erano ancora poche: congegni meccanici, locomotive a vapore, e poco più. Oggi siamo arrivati al computer, all’ipad, allo smartphone: l’evoluzione delle macchine è continua e sempre più rapida.
(1. continua)

domenica 18 dicembre 2011

Samuel Butler, Erewhon

Prima di Natale avevo trovato a poco prezzo un libro con una piccola antologia di Samuel Butler (1835-1902, inglese). Si tratta di un piccolo libro pubblicato con uno dei soliti titoli improvvisati e un po' fessi, e contiene estratti dai suoi diari e quaderni e d'appunti. Per esempio, cose come questa:
Non sono che io faccio i libri, sono loro che crescono; vengono da me e insistono per essere scritti e vogliono essere scritti a modo loro. Io non avevo intenzione di scrivere Erewhon, volevo continuare a dipingere ed è stata una insopportabile seccatura essere trascinato, mio malgrado, a scriverlo. Allo stesso modo, per tutti i miei libri, i soggetti non sono mai stati una mia scelta; si sono imposti a me con una forza a cui non potevo resistere. Se questi soggetti non mi fossero piaciuti, mi sarei tirato indietro e niente al mondo avrebbe potuto costringermi a prenderli in considerazione. Ma questi soggetti mi piacevano e i libri venivano a dirmi che dovevano essere scritti; così ho brontolato un po' e li ho scritti.
Non credo che Samuel Butler diventerà mai uno dei miei primi scrittori preferiti; però mi sono voluto togliere una curiosità e leggermi Erewhon, visto che è un libro che viene spesso citato (Borges, mi pare). E così me lo sono portato a casa.
Innanzitutto il titolo: se lo si legge alla rovescia viene fuori Nowhere (più o meno). Ed è infatti la descrizione di un "mondo alla rovescia" , nello stile di Swift e dei viaggi di Gulliver. I primi capitoli sono quelli di un libro d'avventura, e sono piuttosto belli: il giovane che parte alla ricerca di un mondo inesplorato e affronta avventure per arrivare non sa bene dove. Il punto d'arrivo (e naturalmente per arrivarci bisogna perdere la strada e ci si arriva solo per caso...) è il paese di Erewhon, nel quale il giovane arriva con un po' di timore, ma poi scopre che è abitato da gente bella e cordiale, e che somiglia molto all'Inghilterra, ma tutto è leggermente diverso. Il resto del libro è la descrizione degli usi e costumi di questo popolo misterioso.
Non sto a spiegare tutto: ma il protagonista, pur essendo stupito dall'avvenenza e dalla gentilezza degli abitanti di Erewhon, parla spesso della loro "morale aberrante". Cosa succede a Erewhon? Succede, per esempio, che la malattia è considerata come un crimine, da punire con il carcere; e che invece il furto e in genere quelli che da noi sono considerati dei crimini vengono considerati con più attenzione e meritano le cure di un "raddrizzatore" (invece i medici come li intendiamo noi sono considerati individui loschi e pericolosi) e le attenzioni amorose dei parenti e degli amici, in atttesa che chi è caduto in quella tentazione si ristabilisca. Butler sa scrivere molto bene, la descrizione nei dettagli di questi paradossi è molto fine e spesso esilarante. Pezzi forti, per esempio, la descrizione del processo a un tisico (gravissimo criminale) nel corso del quale l'avvocato difensore cerca di far credere che l'imputato si finge malato per frodare l'assicurazione (crimine molto più lieve...).

E ancora: il rapporto con la religione, dove la religione ufficiale è molto rispettata ma solo a parole, e gli edifici di culto sono splendidi ma sempre vuoti ( e in realtà tutti seguono un culto "nascosto" che - ufficialmente - aborriscono e deridono). E il rapporto con la nascita è questo: in Erewhon si crede che esista un mondo di "non nati", esseri spirituali che hanno un loro mondo organizzato più o meno come il nostro. I non nati vanno a disturbare gli uomini, e sono così noiosi ed insistenti che alla fine gli umani cedono e li fanno nascere; ma, siccome nel mondo dei non nati si vive molto bene (e loro ci conoscono benissimo, perché vivono fra di noi) solo gli stupidi ed i folli fra di loro decidono di lasciare il loro mondo. Il che spiega molte cose...
Tra le parti finali c'è "Il libro delle macchine" , che è appunto la parte più citata. Ad Erewhon le macchine sono proibite, da secoli; ce ne sono e le conoscono benissimo, ma stanno nei musei e nessuno si sogna di usarle. Ad esempio, il protagonista viene accolto molto bene, nel suo soggiorno ad Erewhon, ma se passa qualche guaio lo deve soprattutto all'orologio che aveva con sè, e che lo rende sospetto. Come si è arrivati a questo lo spiega negli estratti da un libro del filosofo (vissuto secoli prima) al quale si deve tutto questo. In breve (ma questi capitoli sono tra i più belli da leggere): il filosofo vede con un certo sgomento la grande velocità del progresso della tecnica, e si chiede se le macchine non abbiano una loro coscienza, che a noi sfugge, e che le porterà prima o poi a prendere su di noi il sopravvento. Con grande logica e buon senso, smonta tutte le obiezioni possibili, e il suo ragionamento è così ben portato che convince. Per esempio: anche noi siamo fatti di miglioramenti successivi. E' vero che le macchine attuali sono ingombranti e poco funzionali, ma anche le prime creature viventi erano rozze e limitate (l'ostrica, per esempio) o enormi e pesanti (i dinosauri), ma poi sono state perfezionate fino ad arrivare ai livelli che vediamo oggi. E, continua, non ha senso dire che le macchine non si riproducono: certo, non lo fanno come gli esseri viventi, ma lo fanno con altri mezzi. E, più precisamente, lo fanno tramite nostro: siamo noi che provvediamo al loro desiderio di evoluzione e di riproduzione... Conclude il filosofo erewhoniano: allo stato attuale, le macchine non fanno certo paura. Ma in futuro, cosa potrà succedere? Non è forse meglio intervenire ora, finché possiamo? E così fecero a Erewhon, anche se a prezzo di guerre e di lutti; ma ora è passato tanto di quel tempo che tutto ciò pare naturale, e l'interesse verso le macchine è solo di tipo archeologico, lo stesso che proviamo noi verso gli utensili in selce, per esempio, e a nessuno verrebbe in mente di rimettere in funzione una locomotiva o un orologio...

Insomma, leggendo questo libro un po' si ride e un po' viene la pelle d'oca. Considerando anche l'epoca in cui è stato scritto, Erewhon è anche il capostipite di tutti i romanzi cyborg - e che una cosa così sia stata pensata 150 anni fa dà da pensare. Butler è davvero un bravo scrittore, e questo mondo dove chi si ammala è colpevole e viene messo in galera non sembra un vero e proprio "Nowhere", ad essere sinceri. Esemplari anche i capitoli sulle "Scuole dell'Irragionevolezza" , dove ai giovani si insegnano le cose che veramente contano: non le tecniche per dipingere, per esempio, ma quali sono i quadri che si potranno vendere. E quel passo dove si accenna a chi si arricchisce, anche con mezzi illeciti: se si supera un certo livello, e si diventa davvero ricchi, si viene lasciati in pace, e anzi si viene guardati con rispetto e con stupore, perché essere così ricchi è gran merito, ed è considerata un'espressione artistica. Anche a voi Erewhon ricorda qualcosa?

PS: questo mio riassunto è del 2003, lo avevo pubblicato su un altro blog che adesso non è più on line. In questi giorni ho riletto "Il libro delle macchine", e ho deciso di portarne qui alcune pagine: comincerò nei prossimi giorni.

domenica 20 novembre 2011

Fino alla fine del mondo

Camminando per Milano (o comunque per una via affollata di una città media o grande), da un po’ di tempo, bisogna fare molta attenzione: c’è sempre più gente che cammina con lo sguardo rivolto in basso, verso il piccolo schermo dello smartphone, o dell'ipad, o di chissà che cosa. La prima volta che mi è successo di notare questa cosa ero in metropolitana: un signore giovane ed elegante mi ha sfiorato proprio vicino alle scale; non se ne è nemmeno accorto ma io mi sono un po’ spaventato. Vuoi vedere che è un avvocato, mi sono detto, e se cade poi dice che è colpa mia che non stavo attento e mi fa causa?
La cosa poi si è diffusa, oggi lo fanno in molti, e così mi è tornato alla mente un film che mi era piaciuto molto quand’era uscito. Ma nel film tutto era molto più bello e poetico: la protagonista si perdeva a guardare, dentro un piccolo schermo che stava in una mano, l’immagine di se stessa bambina recuperata da uno dei suoi sogni.

Il film è “Fino alla fine del mondo” (Bis ans Ende der Welt, 1991), di Wim Wenders, su soggetto di Wenders e di Solveig Dommartin. Ne è protagonista la stessa Solveig Dommartin, con Sam Neill, William Hurt, Max von Sydow, Jeanne Moreau, David Gulpilil, Rüdiger Vogler, e molti altri. Si tratta di questo:
Registrare i nostri sogni, e rivederli. E’ quello che succede a Solveig Dommartin, nell’ultima parte del film. Lo scienziato Max von Sydow ha inventato questo apparecchio, e adesso Solveig è persa dentro quest’immagine profonda di se stessa da bambina, un’immagine che non sapeva di aver mai sognato e che adesso può rivedere su un apparecchio molto simile ai nostri videofonini di oggi. Quest’immagine la colpisce così profondamente che non riesce più a staccarsene, e la stessa cosa accade a William Hurt, che nel film interpreta il figlio di Max von Sydow. E’ un momento davvero sconvolgente, so che tutti quelli che hanno visto il film, quando uscì, ne erano rimasti molto toccati. Sarà il marito di lei, interpretato da Sam Neill, a strapparla da quell’immagine: quando le pile si saranno esaurite, il visore non manderà più quella sequenza e Solveig avrà una vera e propria crisi di astinenza, come accade per le droghe pesanti. Ma poi le cose pian piano si rimetteranno a posto, la vita reale riprenderà il suo corso anche se Sam non riuscirà a riavere sua moglie con lui. L’apparecchio era stato inventato da Max von Sydow, in origine, per poter ridare la vista alla moglie (la interpreta Jeanne Moreau), cieca dall’età di sette anni. Per farlo, bisognava andare a pescare le immagini direttamente nel cervello, e poi riproiettarle: una cosa non facile. (...)

E’ a questo punto che l’esperimento si completa: il prototipo della macchina per vedere i sogni è pronto, la sperimentano Solveig e Hurt. La realtà sparisce, l’esterno sparisce, rimane solo il guardare dentro se stessi: autismo o narcisismo, si può dire. Le immagini dei nostri sogni più intimi diventano l’unica cosa che conta, togliere di mano l’apparecchio genera una crisi di astinenza come per l’eroina. Sam Neill, il narratore, commenta: « Mi era sempre piaciuto l’inizio del Vangelo di Giovanni, “in principio era il Verbo” (in inglese: “in the beginning there was the Word”, la Parola). Ora temevo che l’Apocalisse fosse “e alla fine c’erano solo immagini”». Ma saranno la scrittura, e la pittura nel caso di Hurt, a far tornare alla normalità, una volta esaurite le pile del nuovo gadget elettronico e finita la crisi d’astinenza. Attività antiche come l’uomo, narrare, disegnare, fare musica. (...) Il film ha un finale rassicurante, tutto torna a posto, la crisi nucleare è stata solo passeggera. Oggi Wenders è più ottimista: dice “anche a me dicevano che i fumetti mi avrebbero rovinato, invece mi hanno dato molto; forse capiterà lo stesso con i videogiochi”.
Mah, non sono sicuro che sia andata proprio così; e, quantomeno, perdersi su uno schermo che riproduce i nostri ricordi più intensi è qualcosa di tutto sommato accettabile. Molto meno accettabile, a mio parere, rincoglionirsi nel modo che ho descritto sopra (ricordo ai distratti che la casa del giovane neonazista norvegese Breivik, ottanta morti quest’estate in Norvegia, era strapiena di videogiochi “spara-spara”).
(tutte le immagini qui sopra sono fotogrammi da "Fino alla fine del mondo" di Wim Wenders: l'attrice è Solveig Dommartin, protagonista anche di "Il cielo sopra Berlino")

martedì 20 settembre 2011

Orwell 2012

1.
Quell’apparecchio, che veniva chiamato teleschermo, si poteva abbassare di volume, mai annullare del tutto.
(George Orwell, 1984, prima pagina)
Nelle stazioni e nelle sale d’aspetto, e in metropolitana, è già così: non era così fino a pochi anni fa (pochissimi) ma, in contemporanea con una crisi economica gravissima che ha fatto togliere ai cittadini anche i servizi essenziali, i nostri politici hanno speso una enorme quantità di soldi in teleschermi. I teleschermi sono ovunque, e non trasmettono quasi mai informazioni ma pubblicità e altri messaggi più o meno subliminali; a differenza di quello che succede a casa nostra, non abbiamo il telecomando in mano, non c’è la manopola del volume. Si può pensare che questo sia solo un ulteriore passo verso qualcosa di più sottile: ormai la tecnologia lo consente, con i satelliti, con i telefonini, con gli smart phone, con facebook, con internet e con la tv digitale, siamo da tempo ben oltre a quello che poteva immaginarsi Orwell.
Una cosa Orwell non ha previsto, né poteva prevederla: che gli umani sarebbero stati ben contenti di essere controllati, e che anzi avrebbero pagato contenti pur di non rimanere senza quei gadget che permettono di controllarli, giungendo fino al punto di disprezzare chi non ne sente il bisogno e di disperarsi quando ne sono momentaneamente privi.

2.
Lontano, un elicottero volava fra un tetto e l’altro; se ne restava librato in aria per qualche istante, come un moscone, e poi saettava con una curva in un’altra direzione. Era la squadra di polizia, che curiosava nelle finestre della gente. Le squadre non erano granché importanti, tuttavia: quello che soprattutto contava era la polizia del pensiero, la cosiddetta Psicopolizia.
(George Orwell, 1984, seconda pagina)
La Guardia di Finanza usa già da tempo elicotteri per sorvegliare nel dettaglio i cittadini: lo fa (per adesso) per usi nobili, come la lotta all’evasione fiscale (piscine non dichiarate al catasto, eccetera). Sta di fatto che la tecnologia immaginata da Orwell oggi esiste: non solo, ci sono anche in giro i cosiddetti “droni”, mezzi volanti senza pilota, molto piccoli, con telecamera incorporata. Non solo: abbiamo da tempo Google View, Google Map, le riprese dal satellite, i navigatori satellitari, le videocamere nelle strade nelle banche nelle scuole e nei negozi (prossimamente anche in fabbrica), e altre tecnologie ancora. Ho controllato la via dove abito su uno di questi servizi: c’è tutto nel dettaglio, meno male che quando hanno scattato le fotografie avevo le tende abbassate. Per adesso cancellano le persone: ma è da supporre che da qualche parte gli originali siano conservati e, d’altra parte, una delle persone più influenti oggi sul pianeta, il signor Zuckerberg inventore di Facebook, ha espresso più volte pubblicamente il suo pensiero in proposito: per lui la privacy è un valore superato, roba da buttare via.

3.
Si doveva vivere (o meglio: si viveva, per un’abitudine che era infine diventata istinto) tenendo presente che qualsiasi suono prodotto sarebbe stato udito e che, a meno di essere al buio, ogni movimento sarebbe stato visto.
(George Orwell, 1984, terza pagina)
Penso che siano in pochi, pochissimi, ad aver letto il libro di Orwell dalla prima all’ultima pagina: i più lo citano pensando che sia un libro sull’Unione Sovietica, molti pensano che sia un libro ormai vecchio, sorpassato (se il titolo è 1984, figuriamoci, siamo ormai nel 2012...), altri infine (i più indottrinati dall’ideologia dominante) pensano che si riferisca solo ed unicamente al bieco comunismo. E quindi converrà ricordare che il titolo è un semplice cambio di cifre fra il 1948, anno in cui fu scritto il libro, e un anno che nel primo dopoguerra era ancora molto lontano ma non lontanissimo; che Orwell al comunismo vero e proprio e a quello che vide in URSS ha dedicato un altro libro, l’apologo di “La fattoria degli animali”; e che infine – questo è importante e mi sta molto a cuore – che “1984” ha molte chiavi di lettura, una delle quali riguarda la nostra stessa vita e il passare del tempo. E’ come se il protagonista vedesse se stesso in diverse fasi della sua vita, essendo presente in diverse forme contemporaneamente; ma questo è un discorso complesso e magari se ne può parlare più avanti. Si può però ancora aggiungere che è fortissima la tematica religiosa e trascendente: chi è quest’Essere che tutto vede e tutto controlla? Ai tempi di Orwell, non c’era nemmeno la tv...

PS: aggiornamento fine dicembre 2011: tutti i conti correnti verranno controllati, e tutti dovranno avere un conto corrente. Anche i pensionati non potranno più avere la pensione in contanti, per ora la soglia è 500 euro, domani si abbasserà ancora. Un passettino alla volta, ci si abitua a tutto: e intanto il vicepresidente della Regione Lombardia (Nicoli Cristiani, di CL) aveva in casa buste da centomila euro in contanti...

domenica 28 novembre 2010

Incubi e profezie ( n.7 )

Incubi e profezie, n.7 – Il mandarino di Bartok
Di fascisti, o sedicenti tali, ne ho messi a tacere parecchi, quando ancora si poteva parlare.
In effetti, non è difficile: gli argomenti non mancano e sono sotto gli occhi di tutti, basta una normale cultura scolastica (una volta bastava: oggi, a dire il vero, non so più e ne dubito, perché loro stanno manipolando tutto, anche i nostri figli.) Per esempio: davanti ad una serie di vanterie, io rispondo che Mussolini è stato ladro e traditore della Patria, e che per di più era un cialtrone. L'interlocutore conosce già la mia posizione sulle prime due questioni (Matteotti e le sue denunce sulla corruzione dei fascisti, le leggi razziali del 1937 e la Repubblica di Salò che consegnarono l'Italia e gli italiani ad un paese straniero), e non insiste per non dover ascoltare; ma sulla terza si inalbera.
- Cialtrone! Come puoi dire una cosa del genere, come la giustifichi?
Eccetera. Ma il gioco è troppo facile: Mussolini fu davvero un cialtrone, per esempio perché ha sempre insistito sulla necessità di cambiare gli italiani e di farne un popolo guerriero, insistendo molto su questo punto e avendo vent'anni di tempo a disposizione; e, dopo vent'anni (una generazione intera da lui costruita) al momento di fare la guerra eravamo clamorosamente impreparati, e i nostri alpini furono mandati a combattere in Russia con le scarpe di cartone. E alcune domande a cui non si sa, né si vuole rispondere: chi ha vinto ad El Alamein? chi c'era al governo prima dell'8 settembre? chi ha causato la disfatta dell'esercito e della Patria giunta al suo culmine quell'8 settembre del 1943? Quando fu ucciso Matteotti, in che anno? E perché fu ucciso, e da chi? Come fu combattuta la guerra in Grecia e in Albania?
Il colpo è duro, e il mio interlocutore tace; ma io so già che sarà per poco tempo, e che già domani riprenderà con i suoi discorsi, qui sul lavoro o altrove.
Tutto questo, unito ai discorsi di questi ultimi giorni, mi torna in mente riascoltando "Il Mandarino meraviglioso" di Béla Bartok (nella foto, interpretato da Luciana Savignano alla Scala). Un soggetto strano, per un balletto: una donna subisce un'aggressione da parte di un misterioso "mandarino", e pur essendo aiutata da tre altri uomini, non riesce a respingerne l'assalto. Alla fine, pur ferito e morente, il Mandarino riesce a ottenere ciò che vuole. Mi sono sempre chiesto cosa avesse trovato Bartok in questo soggetto, e purtroppo ho trovato la risposta. Loro sono come il mandarino meraviglioso del balletto di Bartok: non si fermano mai, qualsiasi cosa succeda. Sono sempre pronti a ripartire, come i morti viventi dei film del terrore, finché non hanno ottenuto quello che vogliono; e tenerli lontani è difficile, impegnativo. Ogni tanto, noi ci stanchiamo e abbassiamo la guardia: ma loro sono sempre lì. Non mollano mai, sono come una malattia grave e subdola, e purtroppo sono parte di noi stessi e della nostra società.

mercoledì 3 novembre 2010

Incubi e profezie: Ghostbusters

Qualcuno si ricorda ancora di Ghostbusters? Era un film divertente, e in più c'era una splendida Sigourney Weaver. Il primo film della serie uscì nel 1984, scritto da Dan Aykroyd per la regia di Ivan Reitman. Protagonisti erano gli "acchiappafantasmi" del titolo, tre tipi simpatici che all'inizio del film avevano poco da fare, ma che poi si trovavano in mezzo ad un seguito di apparizioni spettrali sempre più imponente, un crescendo continuo con un finale da panico. Sotto la città scorreva un fiume oscuro, che conteneva tutti i mali che fin lì erano stati sotto controllo e che erano pronti a riemergere; è l’immagine del film che più mi ha impressionato, rivedendolo oggi. Gli acchiappafantasmi erano un po' imbranati, come da copione, ma poi il film finiva bene: con sollievo di tutti, perché le apparizioni demoniache erano sempre più potenti e inaspettate.

Poco tempo fa, nel rivedere il film, pensavo che non mi sarei mai aspettato che un film pieno di gags come questo potesse trasformarsi in qualcosa di reale. Mai visti tanti spettri del passato tornare a vivere nelle nostre città come accade oggi: lo spettro del nazionalismo, per esempio; o quello del fascismo, visto che siamo in Italia; o quello del razzismo e dell'intolleranza... Adesso sta arrivando a gran galoppo il fantasma dello scontro generazionale, i giovani contro i vecchi; e non è ancora finita, le violenze, gli omicidi, le rapine, hanno avuto una crescita esponenziale e non passa sera che al tg non se ne abbia notizia.
Mi fermo perché il semplice elenco dei demoni che sono già tornati in circolazione mi fa un po' impressione. Speriamo che ci siano già in giro anche dei Ghostbusters efficienti: ne dubito, ma sperare non costa nulla.
(Giuliano, anno 2003)

sabato 4 settembre 2010

Christo Javacheff

L’acqua che si ripulisce passando attraverso la terra, da bambino, mi era sembrata una cosa incomprensibile. Come è possibile, mi chiedevo: caso mai, l’acqua nella terra si sporca, perché la terra è sporca; altrimenti, perché mi fanno lavare le mani dopo che ho giocato con la terra?
Questo era ciò che mi suggeriva la mia esperienza immediata, e so che era così (forse lo è ancora) per molti adulti; invece no, la terra filtra l’acqua e la depura. L’avrei imparato bene molti anni dopo, a scuola, studiando chimica: non tutta la terra filtra l’acqua, c’è terra e terra, ma se l’acqua che peschiamo dalle falde sotterranee e dalle sorgenti è pura e leggera è proprio perché passa attraverso la terra. La stessa cosa viene fatta oggi, artificialmente, con i depuratori e i demineralizzatori: che fanno passare l’acqua attraverso delle resine, ma quelle resine altro non sono che terra, terra opportunamente selezionata e trattata per aumentarne l’efficienza.
Ora, immaginiamo cosa potrebbe succedere all’acqua se stendessimo un enorme velo di domopak o di polietilene su tutta la superficie terrestre. L’acqua piovana non finirebbe più dove vuole lei, ma dove la incanaliamo noi: nelle fogne, nei tombini. Di conseguenza, l’operazione di filtraggio non avverrebbe più.
Non è una fantasia, è esattamente quello che abbiamo fatto negli ultimi cinquant’anni e che stiamo continuando a fare: asfalto e cemento impermeabilizzano il suolo, l’acqua viene incanalata nelle fogne, e di conseguenza i fiumi sono inquinati, le falde sono inquinate, e c’è bisogno dei depuratori (detto per inciso, anche i depuratori hanno un forte impatto ambientale: i depuratori sono delle enormi piscine, anch’esse fatte di cemento e di materie plastiche).
Seguendo questi ragionamenti, ho finalmente capito l’arte del bulgaro Christo Javacheff, diventato famoso per i suoi “impacchettamenti” ambientali, e che si è sempre fatto chiamare con il solo nome di battesimo, Christo.
Christo ha impacchettato di tutto, fiumi, isole, monumenti, palazzi e grattacieli. Non ho mai capito cosa ci fosse di artistico in questi impacchettamenti, adesso finalmente ci sono arrivato: più o meno consciamente, Christo (che ha iniziato a “lavorare” nell’epoca in cui nacquero le borse di plastica usa e getta) ha trovato il modo di esprimere la perfetta metafora di quello che l’uomo stava facendo al suo ambiente. Le generazioni future si ricorderanno di noi per queste cose, per aver distrutto completamente le aree coltivabili e per aver avvelenato aria e acqua; e Christo Javacheff ha rappresentato benissimo questo nostro incessante lavoro di soffocamento.
PS: Christo non è uno pseudonimo: in Bulgaria è d’uso normale chiamare i figli con il nome di Cristo, così come in Spagna si usa molto Jésus. Da noi non si usa, e anzi fa un po’ impressione: ma adesso che ci penso, trovo che l’idea delle sofferenze di Cristo inchiodato alla Croce siano perfette per esprimere le sofferenze di questa nostra povera madre Terra.
PPS: nelle foto, Christo con la moglie (coautrice delle sue opere); un impacchettamento sul mare vicino a Sydney, uno in Colorado, e un'isola che non ricordo più dov'è. (volendo, c'è anche qualcosa fatto a Milano, piazza del Duomo).

lunedì 14 giugno 2010

L'armatura morbida


La storia è questa: tre sarti si presentano dal Re, e gli propongono un modello nuovissimo in esclusiva. Si tratta dell'armatura morbida: mai sentita nominare? Il Re è curioso e la vuole provare; la indossa con fatica e gli sembra rigida come le altre, ma i tre sarti lo rassicurano: "una volta che l'avrete indosso non vorrete più toglierla!".
Davanti allo specchio, il buon Re è perplesso:
- Bella, anche se terribilmente pesante.
- Naturale. All'inizio è sempre così. Il prezzo è 13.847,50.
- 13.847,50 ??
- E' argentata. Modello De Luxe. Per i Capi di Stato.
Il Re compra, e va a casa dove trova sua moglie che gli chiede cosa fa con quell'affare indosso.
- Ma è l'armatura morbida, cara. E' morbida, leggerissima.
Ma non appena il Re si siede, a tavola, la sedia si schianta sotto il peso.
- Credo che ti abbiano fatto su, caro.
- Il Re non si fa mai fare su: ho bisogno di una sedia morbidizzata, ecco tutto.

La storia, a fumetti, è opera del cartoonist Bob Blechman, e l'ho ritrovata su un vecchio numero di Linus (molto vecchio: del 1973). E' una variante della favola di Andersen (I vestiti nuovi dell'Imperatore) , e la trovo sempre più inquietante più vedo come prosegue il mondo.
I disegni non sono belli, e anche la storia non è delle più allegre: ma non so cosa farci, mi torna sempre in mente e provo a liberarmene riassumendola qui (occupa sette pagine, nell'originale...)
E dunque il Re si rivolge ancora ai tre sarti, che gli forniscono anche la sedia morbidizzata: costosissima, enorme, e pesante. Ma, siccome il Re ha questa nuova armatura morbida, tutta la corte si adegua: anche le dame e i cavalieri corrono a comperare l'armatura morbida, ormai indispensabile.
E così ecco come si presenta il Castello del Re: moglie morbidizzata, letto morbidizzato, cortigiani e ministri morbidizzati, e perfino il gatto ha la sua armatura morbida, anche se il Re, distratto, finisce col pestargli la coda. Ma ecco che, dalla lontana Università, torna il figlio del Re: senza armatura, perché fin là la nuova moda non è ancora arrivata.
E siamo alla tragedia: il Re stringe al petto l'amato figlio, e l'armatura morbida lo uccide. Disperazione, cosa mai è successo? Come è potuto succedere?
La Regina ha la risposta pronta: - Quella tua armatura morbida!
I due genitori si raccolgono sul corpo del principe, piangendo. La Regina si rialza e dice:
- Spero che tu abbia imparato la lezione.
- Oh sì, oh sì... - dice il Re, disperato. - In un mondo senza armatura morbida, nessuno è sicuro.

Sipario, e fine della tragedia a fumetti. Se anche a voi è venuto in mente qualche paragone con il mondo reale, penso proprio che non si tratti di un caso.


PS: Questo post è già stato pubblicato il 28 dicembre 2009. Lo ripubblico oggi perché ho appena letto che il ministo Maroni vuole mettere i "body scanner" anche nelle stazioni ferroviarie. Per quanto riguarda me, cercherò di non viaggiare mai più: se anche per andare da Milano a Bologna bisogna sottoporsi a queste cose, significa che è ormai finita, hanno vinto i terroristi.

giovedì 26 novembre 2009

Incubi e profezie ( n.1 )

Incubi e profezie, n.1 – Io sono la leggenda
Ci sono letture, o film, che ti rimangono dentro. Non sono necessariamente capolavori: anzi, spesso è vero l'opposto. I grandi capolavori ti rimangono dentro come una visione completa, con grandi personaggi e grandi temi, in positivo o in negativo. Per esempio, uno dei grandi interrogativi del Novecento, il terrorismo, è già quasi tutto nei Demoni di Dostoevskij. Ma io sto parlando di libri più piccoli, meno noti, o noti solo a cultori di genere, o che hanno avuto grande notorietà ma sono ormai - come dire? - passati di moda e magari è diventato difficile trovarli.
Il primo di questi miei incubi ricorrenti è un libro che è sempre stato reperibile, per fortuna; lo si trova tra negli scaffali dedicati alla fantascienza, ha avuto molte versione cinematografiche (quasi tutte brutte, meglio evitarle), ed è un piccolo capolavoro che nell'originale si chiama "I am the legend", opera di Richard Matheson.
Vi si immagina un mondo dove un misterioso morbo ha trasformato via via gli uomini in vampiri; il protagonista, rimasto isolato, li deve combattere duramente di notte mentre di giorno va in giro a cercare altri superstiti sani; e ne approfitta per eliminare i mostri che dormono. Ma, alla fine del libro, dovrà arrendersi alla realtà: il mondo si è rovesciato, ed ora è lui, il nostro eroe, ad essere in minoranza. Anzi, ad essere indicato come mostro e a incutere terrore: come prima capitava ai vampiri, che ora sono la normalità. "Adesso, sono io la leggenda…" sono le sue ultime parole; e così Matheson chiude il libro.
Un mondo rovesciato, dove il male e l'orrore sono la normalità; dove tutto quello di buono che ti è stato insegnato è stato messo in discussione. Un mondo che abbiamo cominciato a intravedere, in questi ultimi anni, con il revisionismo fascista per esempio. Potrebbe essere solo una mia suggestione, ma (ahimè) i ministri (ministri!) che si dichiarano orgogliosamente fascisti e razzisti non sono una mia invenzione: "La realtà è quella cosa che non se ne va quando tu smetti di pensarci", diceva Philip K. Dick. Speriamo che passi presto, che l'incubo finisca e che si possa tornare a dormire tranquilli…

Incubi e profezie ( n.2 )

Incubi e profezie, n.2 – La visione del Grande Lama
"Orizzonte perduto" è un gran bel film: risale al 1937 e fu girato da Frank Capra. E' tratto da un romanzo di James Hilton, e vi si racconta del favoloso mondo di Shangri-La, una valle felice nascosta tra le alte cime di un Tibet immaginario. In quel mondo isolato si perdono, o vogliono perdersi, alcuni occidentali; non è esattamente un monastero buddista, ma si tratta di una sintesi tra cristianesimo e buddismo, forse immaginata da Hilton pensando agli avventurosi gesuiti del 1600, come padre Matteo Ricci (che, per inciso, per il suo sincretismo fu quasi scomunicato da Roma: e così si perse un'occasione storica per favorire il cristianesimo in Cina, ma pazienza – ormai è acqua passata).
"Orizzonte perduto" è rimasto famoso anche perché vi si parla dell'eterna giovinezza, della vita che si prolunga quasi all'infinito, come se il tempo rallentasse: un segreto dei monaci, o forse l'aria della valle. Ma il protagonista del libro, Robert Conway, ha dei dubbi e li espone al Grande Lama: perché allungare la vita oltre i suoi limiti?
Conway, militare e addetto diplomatico inglese, è rimasto seriamente colpito dalla sua esperienza nella Grande Guerra. Non che abbia sofferto particolarmente (ci tiene a precisarlo), ma dopo (dopo quello che ha visto e vissuto) è stato come se avesse perso tutte le sue passioni e le sue energie, e da allora il suo desiderio principale è di essere lasciato in pace, e di vivere in pace: un atteggiamento che ha provocato solo danni alla sua carriera militare e diplomatica. Il Grande Lama si aspettava l'obiezione, ed è pronto a rispondere: ma prima di darvi la sua risposta vorrei fare soltanto notare un particolare, e cioè che il libro uscì nel 1933. Non un anno qualsiasi, come ben sappiamo.
- Ma cosa contano contro il ferro e l'acciaio le opinioni degli uomini ragionevoli? Mi creda, quella visione si avvererà. Per questo, mio caro, io sono qui; per questo lei è qui; e per questo preghiamo di sopravvivere alla catastrofe definitiva che da ogni parte ci minaccia. (…) Poi, figliolo, quando i forti si saranno divorati a vicenda, allora forse si compirà finalmente l'etica cristiana, e i deboli avranno in eredità la terra. ( capitolo 8)
- Sarà una tempesta, figlio mio, di cui il mondo non ha mai visto l'eguale. Non ci sarà salvezza con le armi, né aiuto dalle autorità, né risposta nella scienza. Infurierà finché ogni fiore di cultura non verrà calpestato e tutte le cose umane non verranno ridotte a un caos enorme. (capitolo 10)
- (…) Ma l'età oscura che verrà coprirà di un unico drappo funebre il mondo intero; non ci saranno né rifugi né santuari, se non quelli troppo segreti o troppo umili per essere scoperti o notati. E Shangri-La può sperare di essere uno di questi. Il pilota che porterà i suoi carichi di morte verso le grandi città non passerà sopra di noi; e anche se per caso dovesse farlo non sprecherà una bomba per noi. (capitolo 10)
Shangri-La è il mondo dove è preservata la bellezza, e dove la pace è l'unico vero valore. Questo è il suo segreto; e forse esiste davvero, da qualche parte, magari dentro di noi. Fuori di Shangri-La, appena al di fuori della Valle Incantata, anche le cose belle si deteriorano, invecchiano, non vengono più considerate come importanti. E forse questa è la vera importanza di questo libro, al di là della terribile profezia, scritta ben prima che si potesse pensare all'atomica e purtroppo ancora attuale.

Incubi e profezie ( n.3 )

Incubi e profezie, n.3 – Waterworld
Mi era sempre sembrato più un fumettone che un film vero e proprio, questo "Waterworld" con Kevin Costner: e gli avevo dato un'occhiata distratta. Ma poi, l'anno scorso, è arrivata l'inondazione di New Orleans. Che cosa c'entra, si dirà: era un uragano, e poi c'è stata una grave incuria nella manutenzione delle dighe (per dirottare i fondi sulla guerra in Iraq, si è detto: chissà se è vero, certo dà da pensare). Però già da diversi anni capita di imbattersi in ardite ricostruzioni di quello che potrebbe capitare con l'effetto serra, e sono ricostruzioni impressionanti. Tutte le città sul livello del mare sono a rischio, si dice in quelle inchieste: se ne fanno i nomi (una lista molto facile da scrivere, e molto impressionante: Londra, Venezia, New York, Napoli...) e uno di questi esempi impressionanti era proprio New Orleans. Abbinate alle immagini dello tsunami in Thailandia e Indonesia, che avevano aperto il 2005, è diventato difficile dimenticarsene.
E' così che ho riscoperto questo filmetto di per sé innocuo, in una ennesima replica televisiva; e questa volta mi ha colpito più di quanto non avesse fatto in passato, e sono rimasto a vedermelo fino alla fine. Il mondo è sommerso dalle acque, completamente; si favoleggia di un residuo di terre asciutte, ma i superstiti (che vivono su navi gigantesche, vecchie petroliere e portaerei) quasi non ci credono più, e il buon vecchio Kevin Costner, mezzo uomo e mezzo pesce per via di mutazioni genetiche, li guiderà verso la salvezza, non senza prima aver sconfitto i pirati.
Ah già, i pirati: nelle storie di mare dei pirati non si riesce proprio a fare a meno; e sono pirati che fanno un po' sorridere, come incarnazione del male non sono gran cosa, questi contro cui combatte Kevin Costner. Forse non avevano abbastanza immaginazione, mi viene da dire, questi signori di Waterworld; o forse non guardavano mai il telegiornale, dove di cattivi inquietanti, con i loro degni seguaci, ne vediamo fin troppi.

Incubi e profezie ( n.4 )

Incubi e profezie, n.4 – Il blackout finale
Di questo romanzo fino a poco tempo non ricordavo il titolo né il nome dell'autore, perché l'ho letto tanti anni fa in un una vecchia collana di fantascienza, forse un Urania che girava per casa. Cercando su internet ho trovato il nome dell’autore, e anche la copertina di quel vecchio Urania: René Barjavel, “Diluvio di fuoco”, pubblicato nel 1954 e fuori catalogo da decenni.
Inizia così, con toni quasi comici: siamo in un futuro non molto lontano, dove i sarti hanno avuto l'idea di sostituire bottoni e zip con chiusure magnetiche. Ma, appunto, succede qualcosa di strano, comico e inaspettato: tutti gli impiegati dell'ufficio, in un moderno grattacielo, si ritrovano in mutande. Si ride, ma il problema si rivela ben presto grave: manca l'elettricità ovunque, e non solo l'elettricità ma tutto quello che vi è connesso, comprese appunto le polarità magnetiche; anche quelle leggerissime che tenevano chiusi gonne, camicette e pantaloni.
E' l'inizio di una catastrofe spaventosa, narrata per tutto il libro come il pellegrinaggio di pochi superstiti fra incendi e distruzioni, carcasse di automobili inservibili, aerei che precipitano in volo, e via elencando, alla ricerca di un'oasi di salvezza. L'umanità ne esce quasi distrutta, almeno nelle grandi città; il protagonista e pochi altri scampano al disastro rifugiandosi nelle campagne più isolate, e fondano una nuova comunità che, per forza di cose, sarà rurale e quasi primitiva.
Poi passano gli anni e il nostro protagonista, ormai anziano, è il patriarca e il capo di questa comunità pacifica di contadini e allevatori. Ma ecco che, d'improvviso, uno dei suoi discendenti arriva con un trattore: ne ha sentito parlare, è riuscito a rimetterlo in funzione, e ne è entusiasta: ora potremo lavorare con meno fatica, dice. Ma il vecchio patriarca non è di questo parere: lo affronta e lo uccide. Mai più, mai più macchine, mai più ingannevoli aiuti alla fatica umana: questo è l'ammonimento che lancia il vecchio patriarca, che un tempo fu eroe, alle giovani generazioni.

Incubi e profezie ( n.5 )

Incubi e profezie, n.5 – Il dottor Moreau
Herbert George Wells non ha bisogno di presentazioni, i suoi romanzi sono ancora famosissimi: "La guerra dei mondi", oppure "L'uomo invisibile", si leggono da generazioni. Per "L'isola del dottor Moreau", ricordo particolarmente l'ultimo film che ne è stato tratto, con Marlon Brando nel ruolo del titolo: era davvero impressionante, e anche piuttosto brutto ad essere onesti; ma illustrava in modo perfetto l'assunto del libro. Moreau, da vero scienziato folle, romantico e isolato, aveva creato su un'isola deserta questi ibridi metà uomo e metà animale, uomini cane, uomini cavallo, donne uccello e donne gatto. E anche gli uomini-iena, per l'appunto: la sua prima creazione, esseri a lui devoti e decisamente umani; ma la loro natura più profonda verrà inevitabilmente a galla, per imporsi.
Oggi, nella realtà, non si tratta più di scienziati folli che lavorano misteriosamente in isole deserte: gli eredi di Moreau lavorano in ordinati laboratori e sono ben sovvenzionati da industrie chimiche e farmaceutiche. Con lo sviluppo dell'ingegneria genetica questi risultati cominciano e vedersi, ibridi sono già stati prodotti, anche tra maiali e meduse, o tra lucciole e granoturco. E io comincio a guardarmi in giro, con uomini iena e donne gatto ho già avuto a che fare, e riesco a spiegarmi un bel po' di cose, con questa teoria del dottor Moreau. Mi spiego perché io non sono agile e non so ballare, per esempio; e perché ci sono gli assassini e le persone gentili, perché alcuni sanno nuotare senza problemi e altri no, eccetera. E ripenso anche al buon vecchio Darwin, per dirmi che la selezione naturale forse non è stata l'unica discriminante, e soprattutto, e anche questo è chiaro e basta saper osservare, che non discendiamo tutti dalla stessa scimmia. E' infatti evidente, anche a voler escludere gli altri animali (un'ibridazione un po' troppo spinta, ma chissà, forse in futuro), che alcuni di noi discendono dagli oranghi, altri dagli scimpanzé, altri dai gorilla, e altri ancora (mani e braccia lunghe, fisico snello e sottile) dai macachi e dai gibboni, oppure (bassi, robusti, aggressivi, volto sporgente) magari dai babbuini.
E anche questo incubo, o profezia, è servito: e se vi piace il tema, c'è anche un bel racconto di Primo Levi, che si intitola "Disfilassi" e che apre scenari di ibridazione ancora più inquietanti e scabrosi.