Visualizzazione post con etichetta Politica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Politica. Mostra tutti i post

sabato 25 luglio 2020

Certe cose si pagano


«Quello lì è un rabbino», mi dice M. con una smorfia: e intende dire che è tirchio. Le lascio finire la frase, poi le chiedo per favore di non usare più quella parola in quel senso. Mi risponde stupita e anche un po' irritata, "ma se lo dicono tutti!". Io le rispondo che non l'avevo mai sentita usare in quel modo, e che so da tempo che un rabbino è di regola una persona di grande cultura, quantomeno in ambito religioso. Un altro ricordo recente: qui su questo blog hanno avuto un discreto successo, che dura da ormai più di dieci anni, i miei post sul "piccolo chimico", cioè la spiegazione, o il tentativo di farlo, di cosa contengono i prodotti che usiamo ogni giorno, dal cibo al detersivo. Tutto bene sul blog, dunque, ma quando ho provato a raccontare qualcosa (ma poco, sia ben chiaro) a un parente di mio cognato, incontrato al supermercato, quello mi ha guardato con aria spaventata e poi le volte successive è svicolato via vedendomi da lontano. L'espressione era proprio quella: "questo pazzo mi sta attaccando un bottone terrificante, dove posso fuggire?". A parte la questione delle simpatie personali (liberissimo di non trovarmi simpatico), era proprio l'argomento a dar fastidio: la composizione degli alimenti. Mettersi a ragionare di chimica e di alimentazione, quando al mondo esistono la formula uno, l'Inter, le canzoni di Claudio Baglioni, Valentino Rossi e Vasco Rossi? Suvvia, solo un pazzo potrebbe farlo. 
Anche un altro dei miei argomenti su questo blog, "l'entomologo-storie naturali", continua ad avere un discreto numero di lettori (soprattutto quelli sulle effimere e sul cervo volante, per chi fosse curioso) ma nella mia vita quotidiana mi tocca da sempre ascoltare aggressioni più o meno isteriche sul ribrezzo per le lucertole e per qualsivoglia altro animale che troviamo in casa, e mi guardano appunto come se solo un pazzo potesse interessarsi queste cose, come se non fossero mai esistiti Fleming, Pasteur, Lorenz, Linneo, gli scopritori della malaria e della penicillina e dei vaccini, queste cosette qui insomma, pazzi che invece di andare a ballare al Tana o a prendere il sole a Rimini studiavano muffe, zanzare, zecche, e quant'altro. Un altro dei miei argomenti preferiti, Charles Darwin e i suoi viaggi e le sue osservazioni, incontra sempre lo stesso muro - non mi ci sono mai rassegnato, ma il muro alzato ogni volta dall'ignoranza sul DNA e su Darwin è mostruoso e temo inespugnabile. Abbiamo gli ogm e l'analisi del DNA è ormai cosa comune, ma quando fai il nome di Darwin spuntano i risolini dei furbi che sanno tutto di tutto: "c'è tutto on line" è stata l'ultima risposta, e qui ho smesso di importunare il prossimo con i miei libri.
Sono solo alcuni esempi di una vasta "crosta" più o meno sotterranea che ho incontrato da sempre, e che ho sempre trovato molto ruvida e molto dura da constatare. Insomma, è come l'asfalto quando vai in bicicletta: sai che c'è, sai che fa male, ma prima o poi è inevitabile caderci sopra.
Quando ho provato a fare questi discorsi, mi hanno quasi sempre risposto "ognuno ha i suoi gusti, non possiamo essere tutti uguali" e che io devo essere più tollerante, come se la Storia dell'Arte e le bestemmie che sento salire dal bar fossero la stessa cosa, come se il quartetto d'archi che ascolto adesso potesse dare fastidio a chi ascolta il rap a diecimila watt di potenza qui sotto la finestra. E ancora: dirsi cristiani ma non leggere il Vangelo, oppure leggere il Vangelo e non capirci nulla magari sapendolo a memoria, come Trump con la Bibbia o come i seguaci di monsignor Lefebvre; pensare che il buce mettesse in galera i criminali (non è vero, in galera metteva De Gasperi) e gridarlo scandendo le parole, dando per scontato che tutti i presenti siano d'accordo. In campo musicale, trovare una ragazza che ti piace, ma poi viene a sapere che sei uno "che gli piace la lirica", che brutta cosa; conoscere e riconoscere il Don Giovanni (compreso il vero significato della parola) e il Rigoletto, e rendersi per questo antipatico; ti guardano come se fossi malato, indegno, peccato, un così bel ragazzo però gli piace Beethoven.
Nel calcio, nei rutti, nel razzismo, nel qualunquismo del "sono tutti uguali", nei bar e nelle discoteche (dove sono finiti i bar di Guccini e di Nanni Svampa? i bar di oggi sono molto differenti), nella movida e nel rumore (io non reggo il rumore), avrei avuto una vita molto più facile se fossi stato così. Un'altra ragazza, che abitava non distante da Maranello, continuava a portare il discorso sulla Ferrari, ma a me non interessa la formula uno e lo sapeva da subito, ma se non ti interessa la formula uno sei strano e quindi ci tornava sopra spesso. Potrei andare avanti per ore, ma non è questo il discorso che mi interessa fare e poi si tratta di piccole cose che si potevano superare (non sempre).
Il discorso che mi interessa fare è questo: ogni tanto leggo l'elogio dei libri, amici blogger ne scrivono, ma anche i libri sono visti male. Leggi tanti libri, hai tanti libri in casa e tanti dischi, e prima o poi la dovrai pagare, soprattutto se non sono libri qualsiasi (magari Primo Levi, o Dostoevskij, o un libro di chimica) e capisci cosa c'è scritto e te ne ricordi.

Un ricordo d'obbligo, a questo proposito, è per Umberto Eco: non l'ho mai conosciuto di persona ma io ho cominciato a pubblicare su internet proprio sulla sua rivista, Golem, quasi vent'anni fa. Eco è stato un pioniere di internet, ne ha scritto molto e ci sono molti articoli e filmati dove ne parla; ne era entusiasta e ne immaginava gli sviluppi possibili con entusiasmo. Ma poi come è andata? Golem era una bella rivista, ben fatta, con collaboratori eccellenti (non io, che ero poco più che un clandestino a bordo - ringrazio la redazione per il passaggio), ma non esiste più da anni. Non si può più nemmeno fare come si faceva con le riviste, andare a cercarle sulle bancarelle o in biblioteca: il mensile Golem è stato proprio cancellato, annichilito, dimenticato. Dimenticato con tutti i suoi articoli e tutti i suoi collaboratori, come se non fosse mai esistito; internet è andato da un'altra parte, quella che vediamo oggi, e il computer (oggi lo smartphone) è diventato di tutto, tranne che quello che auspicava Umberto Eco. E' diventato ufficio (pagare le bollette, home banking, pagare i biglietti, fatturare, eccetera) ma soprattutto internet è diventato il regno della pubblicità, delle spiate, delle fake news, dell'odio e delle cazzate. Svanito il bel sogno di Umberto Eco? Direi proprio di sì, certe cose te le fanno pagare e se ami i libri non sei una persona normale. Golem, dispiace dirlo, è stato un esperimento fallito: troppa qualità, troppe informazioni, troppo umorismo "da intellettuali", meglio una birra con cui farsi due rutti, e poi postare il video su un canale di grande successo.
Per chiudere, una notizia dalla Svizzera di un paio d'anni fa: fu negata la cittadinanza locale a un serio professionista straniero, residente da decenni nel comune, perché "non partecipa alle feste di paese". E' una persona quieta, schiva, non solo non dà nessun fastidio ma paga le tasse in maniera cospicua: perché mai negargli la cittadinanza? Essere quieti e riservati, dunque, è un grave difetto, lo è anche il non bere birra all'Oktoberfest, il non amare i cantanti di Sanremo, il non sapere chi ha vinto in formula uno, eccetera eccetera.

PS: un altro modo per rendersi antipatici, nella mia vita, è stato questo: "abbiamo scelto apposta la domenica così va bene a tutti", mi dicono parlando di una festa, ma io la domenica lavoravo, c'è tanta gente che lavora di domenica, non è che lo si faccia apposta - ma poi sei bollato, non vai alle feste, stai per conto tuo, eccetera. Eh sì, certe cose te le fanno pagare: fin da quando, da bambino, me ne stavo in disparte per leggere un libro. Sono cose che non si fanno, non fatelo fare ai vostri figli.

lunedì 29 giugno 2020

Pensieri in fase 3


Siamo ormai molto avanti nella cosiddetta "fase 3", e il mio primo pensiero è per quelli e quelle che non rispettano le norme più elementari di sicurezza: anch'io non vedo l'ora di buttar via le mascherine e di non vederne più in giro, ma adesso stiamo finalmente ricominciando a respirare, avete nostalgia del lockdown? Nel resto del mondo va molto peggio, tutto potrebbe ricominciare, stiamo molto attenti ai nostri comportamenti. 
Detto questo, metto in fila qualcuno fra gli altri pensieri di questo mese di giugno:
- Un po' dappertutto mi misurano la febbre. Li lascio fare, ma penso che con la febbre a 37,5 perfino i dottori mi hanno sempre detto che non è febbre, e se con 37,5 provavi a chiedere qualche giorno di malattia eri bollato come uno scansafatiche e un furbastro. Ricordo ancora con preoccupazione e sgomento un mio conoscente, un ragazzo di vent'anni, che andò a lavorare infettato da un virus intestinale: lavorava come cuoco in una mensa. Se si fosse messo in malattia lo avrebbero lasciato a casa, non licenziato perché licenziare non serve più nel Nuovo Millennio, ma così è andata e così continua ad andare. Quasi tutti i lavoratori dipendenti non hanno tutele, e il 37,5 di oggi immagino che sia vissuto come un incubo. Magari è solo un raffreddore da fieno...
- Ricordo anche un mio parente, da bambino, che si ritrovò con febbre alta e macchie rosse sulla pelle: il medico di famiglia, interpellato al telefono, rispose "me lo porti in ambulatorio", e in casa sembrava assurdo, una cosa inaccettabile: e se è varicella o rosolia, e se ci sono donne incinte in ambulatorio? Il fatto è successo più di vent'anni fa, ma poi è diventata routine, i medici di base raramente vanno a fare visite a domicilio e rivolgersi alla Guardia Medica è quasi inutile. Di fatto, tutte le riforme sanitarie degli ultimi vent'anni, fortemente volute anche dai sindacati dei medici di base, spingono verso il Pronto Soccorso. Se volete assistenza medica, insomma, siete di fatto obbligati al Pronto Soccorso: per poi sentirvi dire, magari in tv, di "non rivolgersi al Pronto Soccorso se non per situazioni gravi". Ma io che non sono un medico come faccio a sapere se è grave o se non è grave? E se a star male è un bambino piccolo, che si fa?
- Quando io ero bambino era ancora attiva la rete dei dispensari, di fatto oggi smantellati: strutture che sarebbero state utilissime nell'odierna epidemia. I dispensari degli anni '60 curavano soprattutto la tbc, poi scomparsa grazie ai vaccini, ma sarebbe stato necessario conservarli e convertirli in strutture per la prevenzione e la cura di altre malattie potenzialmente contagiose. I dispensari, almeno di nome, esistono ancora: ma di fatto hanno subito la stessa fine dei consultori per le donne e delle strutture di sostegno per le malattie mentali, previsti dalle leggi ma mai realizzati o boicottati di continuo. Insomma, se avete dei dubbi sulla vostra salute e su quella di chi vi sta vicino rivolgetevi al Pronto Soccorso (vedi quanto scritto nel punto precedente).
- Le misure previste nel lockdown comprendevano, tra gli anziani, gli over 65 che "devono stare a casa": ma oggi bisogna lavorare fino a 67 o anche 70 anni, che si fa? Ripenso a quante volte ho sentito dire negli ultimi vent'anni che la pensione è un privilegio, che chi prende la pensione è un furbetto che danneggia i giovani, eccetera eccetera. Mah.
- Leggo delle misure per la ripresa delle scuole, a settembre: ma moltissime scuole erano fatiscenti o non sicure, ricordo bene gli articoli allarmati dopo qualche crollo di soffitto, i servizi del tg... e adesso?
- C'è spazio (e tempo) anche per David Quammen e il suo "Spillover", libro del 2013 che ha previsto l'odierna epidemia: non conosco Quammen, ne ho solo letto qualcosa sui giornali in queste ultime settimane, ma sono decenni che gli studiosi di scienze naturali, magari i sociobiologi come Edward O. Wilson, dicono le stesse cose senza che nessuno li stia ad ascoltare. Edward O. Wilson si occupa di formiche, avete idea di quanti sghignazzi susciterebbe presso i furbi che la sanno lunga? Ecco cosa hanno osservato gli studiosi come Wilson, detto molto in breve: in una comunità, la sovrappopolazione conduce a tre cose sicure: calo della natalità, aumento della violenza, e infine epidemie. Nelle prime due eravamo già dentro fino al collo (le violenze in famiglia si preferisce farle passare alla voce "femminicidio"), la terza è infine arrivata e non è detto che sia finita qui.
- avendo del tempo da perdere (il negozio in cui volevo entrare apriva alle dieci e non alle nove e trenta come avrei pensato) ho pensato bene di andare dal barbiere, cosa che non faccio ormai da trent'anni (ma ero curioso). Mi hanno chiesto dieci euro (ma io non ho quasi più capelli, ai bambini ne chiedevano sei...) e mi hanno messo davanti un foglio dove lasciare nome e cognome e numero di telefono. Ho risposto che avrei fatto da solo, ma intanto mi sono chiesto che cosa sarebbe successo se avessi firmato Giuseppe Garibaldi improvvisando un numero di telefono a caso, magari con la data della battaglia di Calatafimi. Ci sarà poi qualcuno che controlla? Chiedetelo a chi abita vicino a un bar: c'è qualcuno che controlla? Il bar è chiuso, ma fuori c'è gente che fa festa fino alle tre di notte, e nessuno interviene. Intanto, il governatore della Lombardia (Attilio Fontana) preannuncia l'obbligo della mascherina all'aperto fino a metà luglio. Mah.
- Ancora ieri ho trovato su un quotidiano molto diffuso (molti anni fa ne ero un fedele lettore e lo avrei definito "autorevole") l'ennesimo "articolo-sputacchio" molto dettagliato. Sotto il titolo "Dedicato a chi non porta la mascherina" c'erano le foto delle capsule petri con gli sputacchi ottenuti da un virologo americano starnutendo e bofonchiando con e senza mascherina. Caspita che impressione, peccato che si tratti del mondo in cui tutti noi siamo nati e cresciuti: forse che quando ci si bacia si sta a pensare a queste cose? Che il bacio (e il sesso) siano uno scambio più che certo di virus, batteri, e quant'altro (cioccolatini e mentine inclusi) lo sappiamo tutti da sempre, c'è da sempre il rischio di prendere malattie ma nessuna ragazza mi ha mai chiesto un certificato prima di iniziare, né io l'ho mai chiesto a lei... Insomma, sono cose che si sanno e per questo quando uno starnuta gli si chiede da sempre di coprirsi: c'è davvero bisogno di questi articoli?
- Aggiungerei alla lista i guanti da disinfettare, anche chi porta i guanti deve disinfettarsi e sanificarsi e sa il Cielo quanto sia giusto, ma poi tra le corsie del supermarket vedo che nessuno controlla e ognuno fa quello che gli pare. Poi, all'uscita, vedo guanti monouso buttati per terra un po' dappertutto (anche nel parcheggio dell'ospedale). A questo punto, non sarebbe meglio togliere l'obbligo dei guanti e disinfettarsi direttamente le mani?
- Infine, auspico che venga introdotto un premio per i virologi che sono rimasti zitti durante questi mesi. Magari solo un attestato su carta semplice, giusto per ringraziarli.

AGGIORNAMENTO al 16 agosto 2020: le teorie sull'inesistenza del virus sono prive di senso, così come le relative manifestazioni (un po' in tutta Europa e anche negli Usa) di questi giorni; è evidente che non ci può essere un complotto su scala planetaria, e i morti di Bergamo e Brescia purtroppo ci sono stati veramente. Lascia invece perplessi il modo in cui vengono date le informazioni in merito, per esempio si passa da 250 a 260 contagi e si legge "aumento dei contagi", e se si passa da 260 a 280 si legge "aumento dei contagi", in realtà la situazione in questi casi è stazionaria e non dovrebbe servire una laurea in statistica per capirlo. Poi si passa a 500 o a 600 contagi, ma si scopre (con molta fatica, bisogna cercare a lungo) che si sono fatti più controlli; si torna sotto 300 e verrebbe spontaneo un sospiro di sollievo, ma poi si scopre che era domenica e si sono fatti meno controlli. Eccetera, e mai una spiegazione precisa che faccia capire cosa succede; l'unico dato a cui aggrapparsi  è che molti ormai guariscono, e che in rianimazione non siamo più alla situazione di marzo e aprile. Davanti a questo modo di fare informazione qualche domanda viene, e io metto qui l'ipotesi più leggera, cioè che ci sono molti giornalisti improvvisati o poco professionali. Vorrei aggiungere qualcosa, ma mi fermo per non ricevere querele - non si sa mai, ce ne è in giro di gente permalosa.

sabato 13 giugno 2020

« Libertà è partecipazione »

Due immagini che mi tornano alla memoria dopo un servizio tv per un libro su Giorgio Gaber: la prima è un Roberto Formigoni nei suoi anni felici, trionfante e contento, che canta, anzi urla, una canzone di Gaber: "libertà è partecipazione", sottolineando e ripetendo più volte con forza il concetto, "libertà è partecipazione" (ci dev'essere ancora il filmato, in qualche teca Rai). Partecipazione agli utili, viene da dire pensando all'oggi, con Formigoni in galera per questioni legate alla Sanità.

La seconda immagine, sovrapposta alla prima, è la grande tristezza di Gaber negli ultimi anni della sua vita. Avevo conosciuto Giorgio Gaber in tv, come tutti, quand'ero bambino; e in casa circolava da sempre un 45 giri con "La ballata del Cerutti", dovrei averlo ancora in cantina. Gaber era una persona allegra, era bello, faceva subito simpatia, ed è rimasto così per tutti gli anni '60; negli anni '70 ha iniziato un percorso più riflessivo, con spettacoli in teatro e testi impegnativi, ma sempre con un sorriso di fondo. Ma poi, negli ultimi anni, Gaber non stava bene e si vedeva. Non sembrava solo una malattia fisica, la malattia c'era ma Gaber non era più lo stesso, e non credo che fosse solo la vecchiaia. Altri attori e cantanti famosi, come Enzo Jannacci e Dario Fo, pur invecchiando e ammalandosi, e subendo gravi lutti, erano comunque rimasti simili a se stessi. Nei giorni scorsi ho guardato le interviste a Francesco Guccini per i suoi ottant'anni, e Guccini è ancora Guccini anche se gli anni cominciano a pesare. Per Giorgio Gaber invece non è andata così.
Che cos'era successo a Gaber? Mi capita ancora di chiedermelo, ovviamente io non posso saperlo perché sono stato solo uno spettatore come tanti, ma quella profonda tristezza mi aveva colpito, ed è ben testimoniata anche dal suo ultimo disco. Provo a fare qualche ipotesi, per quel che vale: Gaber era deluso dalla situazione politica creatasi in quegli anni, e anche dalle persone intorno a lui. E poi, sempre visto dal di fuori, dalla tv, Gaber appariva innamoratissimo della moglie, e credo che lo sia sempre stato. Forse è qui che c'è qualcosa che non torna. Sempre ragionando da lontano (da molto lontano) vedere Ombretta Colli nello stesso partito di Formigoni penso che non sia stato piacevole. Ripenso a spettacoli come "Il signor G", e l'accostamento di quei testi di Gaber con i Formigoni e i Berlusconi, con i La Russa e i Bossi, mi provoca uno stridore insopportabile.

Sono molti, ancora oggi, quelli che storpiano Gaber, quelli che citano "cos'è la destra e cos'è la sinistra" come se Gaber fosse stato un qualunquista qualsiasi, quelli che cantano "la libertà non è star sopra un albero" ma poi pensano solo a riempirsi la pancia, ma Gaber non aveva niente a che fare con il "Polo della Libertà" berlusconiano, basta leggere o ascoltare i suoi testi per capire che era sicuramente di sinistra e la sua era una critica interna alla sinistra, relativa al comportamento di amici e conoscenti che vedeva sempre più lontani dagli ideali di una società migliore.
Questi sono anche giorni in cui mi torna in mente un altro spettacolo di Gaber, "Polli d'allevamento": guarda caso, sono gli anni in cui nascevano Salvini, Di Maio, Renzi, la Meloni, eccetera. Ovviamente, dato che lo spettacolo è degli anni '70, Gaber stava pensando ad altre persone; ma dire che aveva visto lontano mi sembra più che giusto. Già la mia generazione, quelli nati quando Gaber e Jannacci cominciavano a suonare, non è stata un gran che; ma subito dopo di me sono arrivati i paninari (quelli per cui la cosa che conta di più nella vita è la marca del giubbotto e se non hai le calze firmate sei un tamarro) e poi i figli dei paninari, e ormai siamo già alla terza generazione - aveva visto lontano Gaber... Polli d'allevamento, che non sanno che cos'è per davvero la vita, che non hanno mai lavorato, che non si sono mai sporcati le mani in fabbrica o nei campi, pronti a ridere di chi glielo fa notare. Ormai anch'io ho quasi raggiunto l'età di Gaber nei suoi ultimi anni, e comincio a capire perché fosse diventato così triste, al di là delle malattie e dell'invecchiare in sè e per sè.
 
qui per ascoltare Giorgio Gaber, e in ottima compagnia.

giovedì 4 giugno 2020

Pensieri in fase due ( II )

Proseguo con i pensieri raccolti nelle ultime settimane, la cosiddetta "fase due":

2.
- L'uso della mascherina anche all'aperto: da qui alla farmacia, cinquecento metri, non trovo nessuno. Quale mai contagio dovrei subire, o provocare? Quelli che fanno queste ordinanze vivono a Milano, Roma, Napoli, dove basta che una persona per palazzo scenda in strada per creare assembramento; ma non è così dappertutto. Capisco che scrivere ordinanze non è facile, ma mi viene da pensare che questi non sappiano cosa c'è al di fuori di Milano o della città dove abitano, e intanto c'è sempre in agguato un vigile pronto a multarti, 400 euro, magari anche l'ergastolo o la condanna a morte con esecuzione immediata sul posto. Nel frattempo, medici e infermieri continuano a non avere le mascherine; ma io sono obbligato da un'ordinanza a portarla anche se non c'è nessuno nel raggio di trecento metri intorno a me.
- prendo nota con dispiacere delle uscite scomposte del governatore De Luca in Campania: c'è modo e modo di dire le cose, e De Luca ha gli stessi modi dei leghisti. Non è l'unico: ecco perché non voto PD. Anche a Milano, Sala è un buon manager ma con la sinistra non c'entra niente e ad ogni occasione me lo ricorda. Che fare?

- ci sono quelli che sembrano contenti, non vedevano l'ora di mettersi la mascherina. Anche molti giornalisti e politici tengono la mascherina anche quando non sarebbe necessaria, si vede proprio che a loro piace. E i guanti, che magari sono sporchi ma chi vuoi che ci faccia caso. Guanti e mascherina sono protocolli che sono giusti nelle corsie d'ospedale, magari nel reparto infettivi; ma nella vita quotidiana basterebbe averli con sè e usarli quando servono. Per esempio, perché tenere i guanti per tre o quattro ore anche se non si tocca nulla? in metrò o sui treni ci si potrebbe tranquillamente togliere i guanti quando ci si è seduti, spero che lo si possa fare.
- molto compiacimento anche nelle uscite di alcuni virologi, del tipo "nonni e nipoti non potranno più abbracciarsi" oppure "il vaccino non riporterà alla normalità", "abituatevi a portare la mascherina anche in casa" e via di seguito. E' una questione di modi anche questa: c'è modo e modo di dire le cose. Poi per fortuna arriva Garattini che dice quasi le stesse cose ma con miglior maniera e togliendo un po' di angoscia.  C'è chi sembra davvero contento di questa situazione, e la cosa non finisce di stupirmi. Io invece penso che è come essere tutti malati, per un certo periodo prenderemo le medicine o metteremo una doccia gessata, se è necessario si fa ma non è certo il caso di esserne felici.
- mi impressionano anche le corrispondenze dalla Cina di Giovanna Botteri, per esempio l'enfasi quando parla degli asintomatici. Sembra che non avere sintomi sia un crimine. I virologi seri usano modi diversi: "Esistono infatti pazienti asintomatici: portatori sani che pur non mostrando alcun segno della malattia sono stati contagiati e possono contagiare altre persone. Una verifica su tutti i potenziali malati, quindi, sarebbe auspicabile proprio sulla base delle indicazioni della comunità scientifica internazionale", dice il professor Crisanti. Ma se ascolto le cronache di Giovanna Botteri da Pechino mi preoccupo, sembra che sia in corso la caccia all'asintomatico: "Sto bene non ho nulla, neanche una lineetta di febbre" "Linciamolo!!!"
 
- mi segno anche l'intervista tv a uno che se l'è vista brutta ma è guarito e dice "mi ha contagiato uno che stava bene, insegnerò ai miei figli a usare sempre guanti e mascherine, a non toccare i tasti del citofono o dell'ascensore". Ne ho il massimo rispetto, immagino cosa avrà passato, ma è una persona traumatizzata e avrà bisogno di un supporto psicologico, come capita a chi ha subito una disgrazia. Spero che tra un anno sia guarito anche da questa malattia e non solo dal covid. Quello che gli è successo è la stessa cosa che è capitata a chi ha avuto un incidente stradale grave, a chi ha avuto un figlio morso da un cane, o come capitò al cestista Ossola che non voleva viaggiare in aereo perché suo padre era morto a Superga nella tragedia del Grande Torino del 1949. Sono traumi da cui è difficile uscire, ma bisogna saper tornare alla vita normale e si può fare.

- assisto allibito alla proliferazione di articoli e di video sul "droplet": a quanta distanza può arrivare una goccia di saliva? Lì per lì penso che gli studi in merito siano inglesi o americani, si sa che con l'inglese succede, basta dire "Thatcher" correttamente e lo schizzo di saliva arriva; in italiano è meno probabile, anche dicendo "Renzi" o "Salvini" o "Meloni" lo sputacchio, se uno vuole s'intende, bisogna farlo a parte. L'ipotesi di una prossima nascita di un campionato mondiale di sputo e starnuto nasce in me dopo aver visto il dodicesimo dettagliatissimo servizio sul droplet, e magari c'è anche chi si sta già allenando.

Qui inizia la "fase tre", che si preannuncia ancora triste:
- mi dicono che la CRI ti telefona a casa, per chiedere se sei disposto a uno screening: e c'è chi si meraviglia perché nessuno risponde. E' ancora quella maledetta e invasiva mentalità da marketing, ormai siamo abituati a chiudere rapidamente il telefono per le troppe molestie telefoniche di chi cerca di venderci qualcosa, e quindi non c'è da stupirsi se anche alla CRI si attacca il telefono in faccia. Mi viene da pensare che sarebbe stato più semplice chiedere ai medici di base di trovare le persone per il test, ma forse esagero...
- infine, ma non finisce qui, se non si cambia strada avremo scuole, spiagge, palestre, piscine, piste da sci, musei, e quant'altro, riservate solo ai ricchi, come negli anni '30. Messi alla porta quelli che non possono prenotare o che non hanno i soldi, i ricchi si godranno delle vacanze da favola. Per sapere cosa faranno gli altri, i non ricchi, potete provare a leggere o rileggere George Orwell: i prolet di "1984", proprio loro.

martedì 2 giugno 2020

Pensieri in fase due ( I )

1.
Siamo usciti dalla cosiddetta "fase due", con la speranza che il peggio sia alle spalle. Mi sfogo quindi con un po' di pensieri raccolti durante l'ultimo mese.
 
- Ha suscitato entusiasmi l'ormai famosa "dad", didattica a distanza", le lezioni di scuola via tubo insomma. Mi sono ritrovato a guardare un dibattito tv, tra gridolini d'entusiasmo e voci di "indietro non si torna" e io che ho il diploma di perito chimico mi chiedo: ma con i laboratori, come si fa? Nella mia scuola si fanno 20-30 ore di laboratorio a settimana, non è possibile fare il laboratorio in streaming, serve la manualità. Lo stesso vale per chi studia elettrotecnica: come si fa a saldare un circuito via streaming? Oppure le scuole d'arte, i bambini delle elementari che devono imparare a scrivere bene... Ma nessuno ne parla, evidentemente hanno tutti fatto il classico; e solo a metà dibattito arriva Landini della CGIL a ricordare che la banda larga non c'è in molte zone d'Italia. In queste settimane di "lockdown", io ho provato a fare videochiamate con mio fratello ma ho dovuto rinunciare e servirmi del telefono fisso. Non è che noi si viva tra le montagne: abitiamo entrambi nella zona tra Como, Milano e Varese. Figuriamoci cosa succede, con le lezioni in streaming, a chi abita in Valtellina; a parte questo, però, il mio pensiero principale (triste, va detto) è che mi ritengo fortunato di essere fuori da questo futuro, dato che non ho figli né nipoti.

- l'incremento dell'e-commerce, presentato anch'esso con gridolini di gioia così come la "didattica a distanza"; gridolini che raddoppiano quando si nota che stiamo usando poco contante, "la moneta elettronica!!!". Insomma, tutti contenti: ma in realtà non si è usato contante perché la gente non ha speso e con il lockdown molti sono rimasti senza soldi, senza lavoro e senza prospettive future. Il pensiero che chi scrive certi articoli e fa certi servizi in tv sia un coglione mi sorge inesorabile; oltretutto c'è stato un incremento anche delle truffe on line, soprattutto quelle legate all'emergenza, ma è così bello inneggiare all'e-commerce, mica vorrai rovinargli la festa. Intanto, scendo in cortile e constato che dovremo rifare un tombino e anche una parte di selciato: quanti furgoni e camion sono entrati in cortile in queste settimane? Come saranno le strade di fuori, quante buche nuove? E, soprattutto, qualcuno ha mai visto come guidano gli autisti dell'e-commerce? Mamma mia, se ci penso rottamerei l'auto e butterei via la patente, ma poi penso che anche da pedone la mia situazione non migliorerebbe.
- la novità del fare tutto on line coinvolge anche poste e banche: si realizza quindi il sogno dei dirigenti d'azienda del Nuovo Millennio, licenziare e chiudere e ridurre il personale. E' l'unica cosa che sanno fare, è il loro momento, lo faranno di certo. Con l'ottima scusa dell'on line e dello home banking, ecco qualche altro migliaio di disoccupati in più.
- In tv regna ovunque la soprascritta "Programma registrato prima del DPCM del 4.3.2020", che a me sembra la dichiarazione ufficiale che la Rai prende per imbecilli i suoi utenti. Ho visto perfino un Alberto Lionello del 1965, "La coscienza di Zeno", con questa scritta sopra...

- un altro pensiero, da appassionato di musica, è per "la Scala in streaming" come idea per il futuro. Chi lo ha proposto ha firmato la propria dichiarazione di aperta incompetenza in materia: prima di tutto, perché le dirette (che cos'è lo streaming se non una trasmissione in diretta?) si sono sempre fatte, via radio e via tv, da quando esistono la radio e la tv; e poi - soprattutto - perché l'acustica di una sala da concerto o di un teatro sette-ottocentesco è qualcosa di unico e di irripetibile. Un esempio: ho guardato di recente la registrazione (audio e video) del "Macbeth" di Verdi diretto da Claudio Abbado. Io ero in teatro, e il finale del primo atto era un'onda sonora che travolge tutto; e prima del finale c'è il notturno tutto a mezza voce, sussurrato, quasi in silenzio. Come si fa a rendere con dei microfoni tutto questo? La soluzione tecnica, l'unica per non far saltare tutto l'impianto di registrazione, è di abbassare il volume al momento del concertato finale. Ovviamente, così facendo, salta tutto il lavoro non solo di Giuseppe Verdi ma anche del direttore d'orchestra. Che il tecnico del suono diventi più importante del direttore d'orchestra è qualcosa che ha sempre disturbato gli appassionati di musica; a meno che non si intenda per musica un tizio o una tizia che canta qualcosa nel microfono, ma in questo caso sarebbe meglio astenersi dal parlare - che è il metodo più certo per non dire scemenze.

(continua)

giovedì 30 aprile 2020

Francesco Guccini canta "Bella ciao"

Le notizie sono due: la prima è che il 25 aprile scorso, Francesco Guccini ha messo on line un video (molto breve) dove canta una sua versione di "Bella ciao" (qui per ascoltare). Un piccolo sfogo, che molti di noi condividono e che ha causato una risposta piccata da parte di una esponente del centro destra. La seconda notizia riguarda la stessa esponente del centro destra che in questi giorni, insieme ad altri più o meno nostalgici della dittatura, ha preso posizione contro il governo definendo anticostituzionali i suoi provvedimenti contro il corona virus. Se ne può discutere, per intanto prendo atto (ed è una cosa che andrebbe sottolineata) che c'è chi contesta il 25 aprile e si dichiara disturbato da "Bella ciao", ma nel contempo si erge a difensore della Costituzione nata proprio da quel 25 aprile del 1945. Due ipotesi: o si sono finalmente convinti che la Costituzione è bella e giusta, oppure (molto più probabile) stanno mentendo con molta spudoratezza.

A me sarebbe piaciuto che qualcuno, davanti al commento di Giorgia Meloni, avesse ricordato che lei e la sua parte politica sono responsabili della perdita di efficienza della Sanità pubblica a favore di privati, e che sono stati al governo con Formigoni & Co.
Sorvolo, perché il discorso sarebbe lungo e penoso (Roberto Formigoni, presidente per quindici anni della Regione Lombardia, ha subìto una condanna definitiva a cinque anni di carcere proprio per questioni legate alla Sanità: ma non governava da solo) e torno per un attimo a Francesco Guccini. Immagino che Guccini abbia deciso questa sua uscita anche per via dei ripetuti tentativi di appropriazione delle sue canzoni da parte di simpatizzanti di Casa Pound e Forza Nuova (che non hanno dunque capito niente di Guccini), e quindi lo capisco. A Guccini, e a noi tutti, vorrei però ricordare (spiace farlo) che tra due anni sarà il centenario della marcia su Roma. Potete starne sicuri, canteranno dappertutto Giovinezza e Faccetta nera, o ci proveranno, e la scusa sarà la compensazione - ma compensazione per che cosa? O si difende la Costituzione, o si canta Giovinezza e Faccetta nera: questi si nascondono dietro il tricolore dimenticando i morti e le rovine lasciate dai fascisti, l'Italia distrutta del 1945, la fuga degli istriani dopo che i fascisti persero una parte d'Italia, anche la tragedia delle foibe non sarebbe successa senza la RSI. Ma si può ancora seguire la logica, ragionare e discutere, di questi tempi?

PS: intervistato dal "Corriere della Sera" per il suo compleanno (auguri!) Guccini spiega:
- L’hanno criticata per la sua versione di Bella ciao, in cui si augura che i partigiani portino via Salvini, Berlusconi e la Meloni. Che le ha risposto: dove ci vorrebbe portare Guccini?
«Hanno la coda di paglia: subito hanno pensato a piazzale Loreto. Ma io non avevo intenzioni malevole. Mi basta mandare Salvini al mare con il mojito, e restituire Berlusconi alle sue tv e alle sue fidanzate. Nel frattempo la Meloni potrebbe spezzare le reni alla Grecia».
(dal Corriere della Sera 7 giugno 2020, per gli ottant'anni di Francesco Guccini)

sabato 25 aprile 2020

«Nuova normalità»


1) Quell'apparecchio, che veniva chiamato teleschermo, si poteva abbassare di volume, mai annullare del tutto.
2) Lontano, un elicottero volava fra un tetto e l'altro; se ne restava librato per qualche istante come un moscone, e poi saettava con una curva in un'altra direzione. Era la squadra di polizia, che curiosava nelle finestre della gente. Le squadre non erano granché importanti, tuttavia: quello che soprattutto contava era la polizia del pensiero, la cosiddetta Psicopolizia.
3) Si doveva vivere, o meglio si viveva per un'abitudine che era infine diventata istinto, tenendo presente che qualsiasi suono prodotto sarebbe stato udito e che, a meno di essere al buio, ogni movimento sarebbe stato visto.
(George Orwell, 1984, le prime tre pagine)
Nella cosiddetta "fase due" del periodo del Covid-19 dovremo dunque andare in giro con le mascherine sul volto, e con una "app" sullo smartphone che segnali tutti i nostri movimenti: alla tv, sui tg Rai, questa viene definita "nuova normalità". Siamo dunque ben dentro alla "neolingua" immaginata da George Orwell settant'anni fa: inventarsi una frase come "nuova normalità" è soltanto ipocrisia, perché la normalità consiste nell'andare in giro senza mascherine, nell'abbracciarsi, nello stringersi le mani. Il resto sono balle, invenzioni linguistiche senza senso, l'ennesima trovata degli inventori di slogan pubblicitari che ormai hanno invaso ogni nostra comunicazione. Che mai significa "nuova normalità"? (sarà come questa, magari) E che dire dell'altro slogan, "andrà tutto bene"? Ci sono 500 morti al giorno, da due mesi in qua: andatelo a dire ai parenti delle vittime che andrà tutto bene e vediamo cosa vi risponderanno.

Meno male che c'è il Papa a ricordarlo, ancora una volta papa Francesco dice le cose come stanno: la normalità è nel contatto umano, in un sorriso, in un abbraccio. Il resto sono balle, ipocrisia: stiamo vivendo un periodo di emergenza, prendiamo i provvedimenti più adatti e speriamo che passi presto, che si possa tornare presto alla normalità - quella senza aggettivi, per piacere. Confesso che sono molto più preoccupato del "dopo" che non del virus in sè. Siamo in un periodo molto delicato, è la democrazia stessa ad essere in pericolo. Oggi è il 25 aprile, la democrazia non è stata un regalo ma una conquista; l'auspicio è di non perdere questi ultimi 75 anni di pace e di buona convivenza, ma quello che vedo e ascolto non mi dà molte speranze.
 
La gente semplicemente non capisce, pochi hanno letto Orwell (1984) e Huxley (Brave new world) e anche tra quelli che li hanno letti pochi hanno capito. Le nuove tecnologie sono belle ma molto pericolose; in ballo c'è proprio la normalità, e la democrazia che della normalità fa parte.
Gli imbonitori non mancano: una notizia recente circola a proposito di Google view, con un giovane uomo che dice "ho rivisto mio padre": morto sette anni fa, il padre di quest'uomo era stato immortalato su Google View e non è mai stato cancellato. Le nostre immagini, riprese e mandate in diretta, dunque non vengono mai cancellate: la violazione della privacy è colossale, ma è così ben cammuffata dal modo in cui è data la notizia che quasi non ci si fa caso. I teleschermi nelle stazioni, il riconoscimento facciale, le videocamere ovunque, gli smartphone, la smart tv che memorizza le nostre preferenze, perfino le bambole che registrano cosa dicono le bambine e lo trasmettono al produttore del giocattolo (per quest'ultima cosa è in corso un procedimento giudiziario in Germania, purtroppo non è una notizia inventata). La scusa è sempre pronta: il terrorismo e la criminalità, adesso anche le malattie, fanno mettere da parte la privacy come cosa secondaria. Del resto, la privacy è stata ridotta a barzelletta da leggi e regolamenti recenti: non ci si può opporre all'invadenza, se non dai il consenso al trattamento dei tuoi dati ormai non puoi fare più niente. Sui siti internet, e purtroppo anche su Raiplay (parte del servizio pubblico) puoi dialogare solo con un tasto con su scritto "ok approvo". O approvi, o sei fuori: e così andrà anche con la app "Immuni".

Altri esempi di neolingua, o di sbadataggine pura e semplice (fate voi): nei corridoi di un ospedale comasco è apparso un cartello con una frase di Paul Claudel: «Quando pensiamo che sia giunta la fine, ecco che un pettirosso si mette a cantare». La metto a confronto con un'altra notizia, sempre dallo stesso giornale (La Provincia di Como) e nella stessa data (21 aprile 2020): a Lambrugo si costruirà un nuovo supermercato, su un'area agricola a cui è stata cambiata destinazione. C'è ancora spazio per i pettirossi? In un servizio recente del telegiornale si mostrava come si stia pensando di sostituire le api con piccoli droni, per l'impollinazione; figuriamoci cosa importa dei pettirossi a chi passa le giornate chino sullo smartphone. E, soprattutto, non sono mica tanto sicuro che i parenti dei morti in quell'ospedale (e in altri) leggano volentieri queste frasi. Per i loro cari, il pettirosso non canterà mai più.
In questi giorni, da lombardo, ho anche scoperto che quelle che io chiamavo ASL, azienda sanitaria locale, sono diventate ATS. La novità è di tre anni fa, ma io non ci avevo fatto caso e ci sono arrivato solo dopo una conferenza stampa del presidente della Regione. La A è rimasta ed è sempre quella, significa "azienda": diventare come delle aziende, che magari fanno profitti, era la parola d'ordine dei Formigoni, dei Berlusconi, dei Brunetta, della Lega. Sono passati più di vent'anni, era già neolingua.
Infine, io non ho uno smartphone. Cosa mi succederà?

venerdì 10 aprile 2020

Il fantasma del maestro Fuscetto

Difterite: la prima volta che ne ho sentito parlare è stata con mia mamma, che negli anni '30 scampò alla difterite. Doveva essere tra il 1936 e il 1939, perché andava già a scuola; rimasero uccisi bambini e bambine che andavano a scuola con lei, o vicini di casa. Anche mia zia, sua sorella maggiore, prese quella malattia ma riuscì a superarla. La difterite è una malattia terribile, ti impedisce di respirare, come uno strangolamento; l'unico rimedio era la tracheotomia, ma bisognava muoversi velocemente. Della difterite non si ricorda più nessuno, è una malattia completamente scomparsa; tutti i nati dopo gli anni '40 sono stati vaccinati contro la difterite, già quando io ero bambino, all'inizio degli anni '60, non se ne parlava più e anche il nome era stato dimenticato. Ho ripensato alla difterite, e al racconto di mia mamma, leggendo su Repubblica del 9 aprile scorso questo titolo che mi ha fatto venire l'angoscia: - “Altro che privacy! Le app per controllare la diffusione del virus? Dovrebbero essere gestite da istituzioni pubbliche e diventare obbligatorie come i vaccini”. Lo dice Shoshana Zuboff sociologa di Harvard, autrice di "Il capitalismo della sorveglianza", libro pubblicato l'anno scorso e che mette in guardia dall'invadenza delle moderne tecnologie. In estrema sintesi, si tratta una "app" da mettere sullo smartphone che certifichi la nostra sanità fisica; in Cina è già in uso, segnala dove sei e chi hai avvicinato, in ogni istante. Premesso che io non ho nemmeno lo smartphone, mi sembra un'idea terrificante.
Le epidemie passano, per una volta mi sento di essere ottimista: tra un anno avremo il vaccino anche contro il Covid-19, già oggi sono state trovate cure che funzionano, e le notizie in merito si trovano su tutti i quotidiani e i tg, con sempre maggiore frequenza. Nel 2021 saremo tutti vaccinati, e molto probabilmente nel 2022 anche il Covid-19 sarà un ricordo; dovremo affrontare altre emergenze, perché stare al mondo non è uno scherzo, ma non è detto che siano necessariamente emergenze sanitarie. E, anche se arrivasse un'altra malattia, non è detto che abbia le stesse modalità di trasmissione: il "morbo del legionario", per esempio, si diffuse attraverso tubature infette, l'Aids attraverso il sangue, e la meningite colpisce a tradimento quando meno te lo aspetti e senza che si sappia da dove è arrivata e perché.

Tra le emergenze da affrontare, una volta sconfitto il Covid-19, c'è certamente quella della sanità mentale: mascherine, guanti, distanziamento sociale e tutte le altre cose che vediamo oggi sono situazioni dovute all'emergenza, ma spero che svaniscano presto così come sono arrivate una volta finita l'emergenza. Se uno si rompe una gamba, per esempio, non è che poi porta il gesso per tutta la vita: lo si porta per il tempo necessario. Il tempo necessario, per guanti e mascherine, può anche essere di diversi mesi; ma poi basta, per piacere, altrimenti si cade in un altro tipo di malattia, ben conosciuta e ben descritta anche nelle facoltà di Medicina. Le cronache degli ultimi anni riportavano casi di donne che avevano l'abitudine di lavare i figli con l'alcool (con conseguente ricovero al pronto soccorso del disgraziato bambino), e i guanti se portati troppo spesso portano a dermatite. Insomma, bisogna saper distinguere tra quando c'è una emergenza e quando dobbiamo vivere la nostra vita; spero che quando sarà finita questa storia si inizi una campagna di pubblicità progresso che spinga la gente a baciarsi, abbracciarsi, stare vicini, stringersi le mani. Questa è la vita, una volta terminata la malattia dovrà essere così, altrimenti che senso ha stare al mondo? Non credo che andrà tutto bene, non lo credo affatto. Il virus verrà sconfitto, ma queste deviazioni dalla normalità resteranno.

Chiudo con un piccolo ricordo personale: nei miei primi due anni di scuola, 1964 e 1965, mi è toccato un maestro che aveva di queste fisime "igieniche". Per lui, tutto il mondo era sporco: se cadeva per terra una penna, la faceva rompere calpestandola e chiamava il bidello per portare via quell'orrore (è successo a me), se cadeva un quaderno lo si faceva lavare con acqua e sapone (il quaderno aveva dentro i compiti, non si poteva buttar via), e altre amenità del genere. I genitori protestarono, per fortuna lui era spesso assente e il programma didattico fu portato avanti da supplenti senza tare mentali, ed è il motivo per cui (ne sono ben felice) nelle foto ricordo che si facevano a scuola lui non c'è. Il suo nome non era Fuscetto, come ho scritto nel titolo, ma molto simile; ho conservato la rima ma ho cambiato una vocale (più improbabile vi sembrerà il nome, più ci sarete vicini). Magari qualcuno se lo ricorda ancora, io purtroppo sì, anche perchè tirava schiaffi agli alunni e si vociferava su certe sue attenzioni sulle bambine. Il fantasma del maestro Fuscetto, dopo così tanti anni, è tornato a visitarmi: auguro a tutti voi che sparisca presto dalle nostre vite, insieme ai guanti, alle mascherine, e alle app di controllo sul telefonino.

AGGIORNAMENTO al 18 aprile 2020: entro in un negozio e trovo un cartello, "lavarsi le mani se non si indossano i guanti". Come se indossando i guanti non ci si potesse mettere le dita nel naso, o chissà in quale altro posto. I guanti, nuovi, andrebbero indossati quando si entra nel negozio, o in farmacia (eccetera), altrimenti che senso ha? Eseguo, prendo la bottiglietta dell'igienizzante (quanti l'avranno toccata prima di me?) e non faccio polemiche, ma almeno qui posso scriverlo: hanno creato un mondo di alienati, ci sarà un gran lavoro per gli psichiatri negli anni a venire.
AGGIORNAMENTO al 29 aprile 2020: finalmente, in tv, qualcuno comincia a far presente che anche i guanti si sporcano, esattamente come le mani. Faccio appena in tempo ad esserne contento, quando ecco (ore 17 circa, su Raitre) che un ineffabile dimostratore spiega come bisogna fare: se entrate al supermercato dovete mettere i guanti (e fin qui, ci può stare) ma poi se volete prendere frutta e verdura oppure il pane dovete indossare degli altri guanti sopra i guanti che avete appena indossato. Non è finita: i guanti vanno smaltiti dentro un sacchetto di plastica, che a sua volta va messo in un altro sacchetto di plastica. Mi immagino che poi si aggiunga di mettere il tutto dentro una serie di sarcofagi di piombo e di seppellire il tutto in un apposito sito di stoccaggio situato sul pianeta numero otto della costellazione di Alfa Centauri. Battute a parte, si potrebbe far notare che fino a pochi anni fa nei supermercati c'era del personale che ci serviva come in salumeria, si indicava cosa si voleva e la persona addetta riempiva sacchetti e contenitori, idem per il pane: queste persone sono state licenziate, sarebbe bello se il lavoro lo facessero loro, in questa emergenza, e non il cliente. Una volta detto che il mondo non è così sporco, e che con le mascherine addosso non si sporca, e che basterebbe disinfettare le mani evitando così di riempire il mondo di plastica su plastica e di lattice su lattice, mi è bastata un'occhiata in giro per vedere, in strada, i guanti monouso buttati dove capita, accanto alle cacche di cane. Prima c'erano per strada cicche di sigaretta e cacche di cani, oggi abbiamo cicche di sigaretta, cacche di cane, e guanti monouso. Così va.
AGGIORNAMENTO al 15 maggio 2020: cominciano a vedersi, sempre più frequenti, articoli e interviste che parlano in toni allarmati dello smaltimento di guanti monouso e mascherine. E' quasi tutta plastica (i guanti dei supermercati, per esempio), lattice, fibre sintetiche (quindi ancora plastica). La situazione rischia di divenire allarmante, non solo in terra ma anche nell'acqua, nei fiumi, nei mari, nei laghi, e presto anche nelle falde acquifere dove prendiamo l'acqua potabile. Ci sarebbe una soluzione da applicare subito: servono davvero i guanti monouso? Servono sicuramente nelle corsie d'ospedale, ma per il resto ho molti dubbi. Il più delle volte, per esempio entrando in un negozio o in farmacia, basterebbe una goccia di gel disinfettante.

lunedì 6 aprile 2020

L'obbligo della mascherina (che non c'è)

L'ordinanza della Regione Lombardia sull'obbligo della mascherina anche all'aperto ha qualcosa di surreale: le mascherine non ci sono. Non ci sono da sempre, da subito, fanno fatica ad averle anche i medici e gli infermieri. In farmacia non si trovano, e se si trovano sono del tipo molto simile a quelle che si fabbricano in casa. Nel frattempo, sono morti ottanta medici e molti infermieri. A me è parsa surreale anche l'intervista tv alla dottoressa di Parma, sicuramente molto competente, che ha difeso l'ordinanza del govermatore Fontana: la dottoressa ha detto che il fatto che le mascherine non si trovano non è un'osservazione scientifica, ed è ovviamente vero - ma se le mascherine non ci sono, che si fa? Sui giornali on line trovo anche il video - curioso anche questo, date le circostanze - del chirurgo che spiega come sono le mascherine e le definisce altruiste, egoiste, perfette. Altri servizi giornalistici spiegano la differenza fra i vari tipi di mascherina, con dettagli tecnici come se fosse una gara di Formula Uno. Ma le mascherine non si trovano, cosa sto a perdere tempo con questi video e con questi servizi. Piuttosto, dato che di mascherine da chirurgo, con i filtri, ne vedo parecchie in giro, mi piacerebbe sapere come mai queste persone le hanno, dove le hanno ordinate, quanto le hanno pagate, come mai loro le hanno e i chirurghi e gli infermieri fanno fatica a trovarle. Più interessante la lezione di un'altra dottoressa sull'uso dei guanti: dato che ci sono passato anch'io sul mio posto di lavoro, mi permetto di mettere un link a me stesso - non da esperto, ma come esempio vita vissuta. I guanti si sporcano, proprio come le mani nude, e andrebbero cambiati o lavati ogni volta.

E' una deriva che è iniziata un quarto di secolo fa, o anche prima, con Margaret Thatcher, con Ronald Reagan: i tagli alla Sanità pubblica, a favore dei privati (che vogliono farci soldi, come se fosse una fabbrica) purtroppo poi seguiti anche da persone non dello stesso schieramento (Tony Blair, per esempio, o Ignazio Marino). Gli ospedali nuovi messi in piedi a tempo di record, quello degli alpini a Bergamo e quello alla Fiera di Milano, non sarebbero stati necessari se non fossero stati chiusi decine e decine di "piccoli ospedali" negli ultimi quindici o vent'anni.

Intanto, penso a me stesso in giro per le strade del mio paese alle sette e trentacinque del mattino, nessuna persona in giro nel raggio di trecento metri. Mi metto la mascherina, quella che ho recuperato, quando entro nel negozio o nella farmacia: in un ambiente chiuso, davanti a persone che stanno lavorando. Capisco che a Milano sui navigli o in corso Buenos Aires o a via Padova sia diverso, ma che senso ha mettersi la mascherina quando non c'è nessuno in giro?
Concludo dicendo che non ho mai votato per Formigoni (governatore della Lombardia per 15 anni di fila, oggi in galera), non ho mai votato per Maroni (governatore per 5 anni), non ho mai votato per Attilio Fontana (governatore oggi, e autore di questa ordinanza). Non ho mai votato per loro e ne sono orgoglioso, ma purtroppo non è servito a niente.
PS: chiudo con una notizia che riprendo al volo dalla radio: le mascherine che verranno distribuite nelle farmacie sono sei milioni, gli abitanti della Lombardia sono dieci milioni, le mascherine sono monouso.

AGGIORNAMENTO al 20 maggio 2020: la nuova ordinanza di Fontana è l'obbligo dei guanti sui mezzi pubblici e in altri posti. Ovviamente, sono spariti i guanti monouso dai negozi: che sia una specie di bacchetta magica? Suggerisco a Fontana di rendere obbligatorie le zanzare con un'ordinanza, magari funziona per davvero...

mercoledì 19 febbraio 2020

Lavorare con i guanti


Sono al reparto salumi e formaggi, e aspetto il mio turno; mentre aspetto guardo cosa succede. Il salumaio, o la salumaia, prende il prosciutto dallo scaffale e lo mette sull'affettatrice; ha i guanti monouso e si direbbe che usi tutte le precauzione. Finisce l'operazione, rimette a posto il prosciutto, e chiede se il cliente desidera altro. La risposta è, magari, il pane: senza cambiarsi i guanti, si prende il pane, lo si pesa, un sorriso e via. La stessa cosa capita con altri formaggi, mai visto cambiare i guanti o lavarsi le mani passando da una cosa all'altra, cioè da una crosta "vissuta" come è quella del taleggio o del grana, o magari dall'esterno del prosciutto o della coppa, o da un salame, e poi toccare pane, ricotta, primosale. La scena è sempre la stessa, così frequente e costante che non me la prendo neanche più e faccio finta di niente, ma se cominci a notarla è impossibile non farci caso.

Una mia parente che lavorava in un supermercato, qualche anno fa, me lo aveva raccontato: se lavori senza guanti la gente te lo fa notare, c'è anche chi ordina e pretende che si usino i guanti. I guanti monouso, tipo clinica; magari azzurri, così si vede bene che vengono indossati. Ma i guanti non proteggono affatto la merce che comperiamo; andrebbero usati come in clinica, una volta e via. Non è che medici e infermieri tocchino tutti i pazienti senza cambiarsi i guanti, o senza lavarsi le mani. Se non cambi i guanti ogni volta, il risultato è che l'operatore è protetto (il che è un'ottima cosa) ma quello che viene toccato non lo è.

Lo avevo notato anche sul mio posto di lavoro, il laboratorio di un'industria chimica: da un certo momento in avanti, più o meno dalla metà degli anni '90, un paio dei miei colleghi iniziarono a lavorare tutto il giorno con i guanti addosso. Io non l'ho mai fatto, in primo luogo perchè non ce ne era davvero bisogno, non per tutto il giorno (tanto per intenderci: i guanti li usavo sempre per maneggiare i prodotti pericolosi, non per lo shampoo o per il docciaschiuma diluito che si produceva in quella ditta) e poi perché per natura ho le mani molto calde e se usassi i guanti tutto il giorno poi mi troverei le mani sudate chiuse nel lattice per otto ore e alla fine dovrei ricorrere al dermatologo per curarmi. D'estate mi basta un minuto per avere le mani sudate, usando i guanti di lattice o di gomma; sudando e tenendosi addosso materiali che non fanno traspirare, le malattie della pelle sono quasi garantite.
Comunque sia, ognuno sarebbe in teoria libero di attrezzarsi come crede; e il mio racconto finirebbe qui se non fosse per un dettaglio tutt'altro che secondario. Lavorando con i guanti otto ore su otto, infatti, se ci si sporca è difficile accorgersi che si hanno le mani sporche, e il risultato è questo: ogni cosa che si tocca con le mani imbrattate (ma coperte dai guanti) diventa sporca. Maniglie sporche, rubinetti sporchi, documenti sporchi, strumenti sporchi (compresi quelli di precisione), stare attento se ti toccano perché poi ti ritrovi sporco. Mi ricordo ancora gli accidenti che tiravano i visitatori di passaggio, anche solo toccando una maniglia per aprire la porta; poi magari ci si va a lavare e anche il rubinetto del lavandino è impastato e si peggiora la situazione. Peggio che in un film di Stanlio e Ollio, ma i guanti parevano il toccasana, guai a toccare l'argomento. Oltretutto, lavorando in un laboratorio chimico, cosa mai sarà quello sporco? Semplice unto, o magari qualcosa di corrosivo?

Quantomeno, il salumaio o la salumaia che mi sta servendo deve preoccuparsi solo dell'unto, o magari delle muffe del taleggio, o della stagionatura della pelle del salame; tutte cose che poi ritroverò sul pane, o sulla ricotta, fate voi. Che fare? Secondo me aiuterebbe un po' di buonsenso, ma ormai il buonsenso è diventato merce rara. Oltretutto, comincio a chiedermi, cosa mai succederà quando il salumaio si ritira per qualche minuto nel retrobottega? Meglio non pensarci, in fin dei conti di anticorpi ne ho ancora a sufficienza.

P.S.: in uno dei supermercati dove vado, la direzione ha risparmiato sul personale, e il pane lo prendono direttamente i clienti: con i guanti, è sottinteso. Basta fermarsi cinque minuti per accorgersi che così non è, non tutti quelli che maneggiano il pane prendono i guanti monouso. Lo scrivo anche per sottolineare che molto spesso il problema è la direzione, i capi possono essere peggiori dei loro sottoposti.

AGGIORNAMENTO al 23 marzo 2020: mi piacerebbe molto anche che i miei condomini sempre attrezzati con guanti e mascherina dedicassero un po' d'attenzione al corrimano delle scale, magari solo una passatina con uno dei disinfettanti che sicuramente hanno in casa. Non dico lavare le scale (qualcuno dovrà pur farlo), ma almeno il corrimano, la maniglia del portoncino... So già che non succederà.

lunedì 10 febbraio 2020

Foibe e negazionismo

Sulla tragedia delle foibe, nel primo dopoguerra, c'è stato un lungo silenzio. Nessuno ne parlava, io stesso ne ho sentito parlare per la prima volta già da adulto, dopo i vent'anni. Di conseguenza, un negazionismo non c'è mai stato, e spiace che anche il presidente Mattarella si sia fatto spingere a dire una cosa che non è vera. Piuttosto, nella ricorrenza di quella strage, bisognerebbe chiedersi il perché di quel silenzio: che è il silenzio dei governi democristiani, perfino di De Gasperi, di Moro, di Fanfani, di Andreotti. Perché nessuno parlò delle foibe dal 1946 in qua, per quasi quarant'anni? Il silenzio si deve alla situazione che si era creata in quegli anni, ed è stato in primo luogo un silenzio voluto dagli americani, dagli Usa. In Jugoslavia si era venuto a trovare un governo antistalinista, ed era una notizia inattesa e, sempre nel contesto di quegli anni, buona per gli americani e per la Nato che stava nascendo. Il governo di Tito non andava contrastato, perché faceva da cuscinetto contro l'avanzata dell'URSS (che già si era presa Ungheria, Polonia, Bulgaria, Cecoslovacchia, metà Germania...). Da qui, l'invito degli americani di lasciar perdere, di far silenzio. Qualcosa di simile avvenne con i processi di Norimberga: ci furono molti processi a Norimberga, che durarono fino all'inizio degli anni '60. I primi processi furono durissimi, poi la durezza venne attenuata e alla fine ci fu l'ordine di lasciar perdere, di attenuare: era la pacificazione che interessava, venne ritenuto inutile rinfocolare ricordi pesanti e dolorosi, e i familiari delle vittime dovettero rassegnarsi e abituarsi a convivere con quelli che avevano denunciato e mandato a morte i loro cari (questa vicenda è descritta, fra l'altro, nel film "Vincitori e vinti" del 1961, regia di Stanley Kramer, con Spencer Tracy nel ruolo dell'anziano giudice spedito a Norimberga dal governo americano: il titolo originale è "Judgement at Nuremberg")

Mattarella, nel suo discorso di domenica scorsa, ha fatto il gioco dei negazionisti, quelli veri: usare le foibe contro Auschwitz. Il gioco dei negazionisti è chiaro e sporco, direi lurido più che sporco, ed è un gioco due volte infame: infame contro le vittime dei lager nazisti, e ancora più infame verso le vittime delle foibe usate come una clava o come un megafono per nascondere altri crimini. La somma di due crimini non è zero crimini, ma una cifra enorme di morti innocenti. Oltretutto, è infame agitare le foibe anche per nascondere la strage delle Fosse Ardeatine, o le innumerevoli stragi compiute dai nazisti e dai fascisti repubblichini nel 1944: Marzabotto, Sant'Anna di Stazzema, Boves, quante sono queste stragi? Quasi impossibile ricordarle tutte, per alcune ci fu un silenzio paragonabile a quello sulle foibe... Perché da destra si tace sempre su queste stragi? Si può essere di destra anche senza coprire le dittature, invece da destra si giustificano perfino i Pinochet e le dittature militari dell'Argentina anni '70 (le storie dei desaparecidos sono paragonabili a quelle delle foibe, e durarono per molti anni). 

Ma qui mi fermo, della strage nelle foibe avevo già scritto qui  qui e  qui  molto tempo fa, portando testimonianze importanti; spiace doversene occupare ancora, in questi termini, anche nel 2020. Le foibe furono una tragedia orribile, ma non furono "i comunisti" a compierla, fu una strage etnica che si spiega meglio con ciò che avvenne a metà anni '90 con il dissolvimento della Jugoslavia: nazionalisti croati e serbi si ammazzarono anche tra fratelli, e stragi paragonabili a quelle delle foibe furono compiute in Bosnia. Tutto già dimenticato? La vera colpa per la strage delle foibe va ricercata nel nazionalismo esasperato, nel sovranismo oggi tanto di moda, nell'intolleranza.

PS: Anche la storia degli esuli fiumani e istriani andrebbe raccontata meglio: come mai Fiume e l'Istria passarono alla Jugoslavia, di chi fu la colpa? De Gasperi dovette lavorare duramente per non perdere anche Trieste, e le altre città perdute da Mussolini in una guerra disastrosa voluta dal fascismo. Nel caso si volesse dare delle colpe ai "comunisti", consiglio i documentari realizzati dal triestino Franco Giraldi: la storia dell'Isola Calva, per esempio, raccontata dai superstiti in "Ex Jugoslavia - Fogli di viaggio" e in "Trieste 1948", prodotti dalla Rai nel 1994. Anche per questa storia, come per le foibe, c'è stato un silenzio totale; che, in questi casi, dura ancora.

mercoledì 5 febbraio 2020

Major Tom to Ground Control


Quando uscì "Space oddity" io ero sui quattordici anni, l'ho imparata subito a memoria e me la ricordo ancora quasi tutta; era da poco che studiavo l'inglese, non ricordo se avevo trovato il testo scritto da qualche parte ma forse non era necessario perché la dizione era molto chiara. Ricordo anche un conduttore alla radio ("Per voi giovani", credo) che aveva sottolineato: non è Odyssey, è "oddity". La stranezza dello spazio, dunque, anche nel senso dell'essere "dispari", dato che odd ha anche quel significato. Dopo averla imparata a memoria, però, il me stesso quattordicenne cominciò ad avere qualche dubbio che posso trascrivere così: sono cose da bambini, avrei potuto scriverla anch'io questa cosa. Major Tom to ground control, con tutte quelle immagini di astronauti che abbondavano negli anni '60, le passeggiate nello spazio, i primi passi sulla Luna, e andando ancora più indietro nel tempo Juri Gagarin, la cagnetta Laika che avevo tra i miei giocattoli, il bip bip dello Sputnik (proprio nell'anno in cui sono nato)...
Beh, sì, non c'era niente di davvero particolare in quella canzone, però piaceva e aveva successo. Un po' me ne vergognavo: mi era piaciuta questa cosa da tredicenni, meglio non dirlo a nessuno. Qualche tempo dopo avrei visto le fotografie di David Bowie, non mi piaceva per niente e lo avrei presto abbandonato - però vedo che per gli altri non è stato così, e ancora me ne meraviglio. E' vero che ognuno ha i suoi gusti, ma a volte mi sembra che ci sia chi prende gusto nel crogiolarsi nel se stesso da bambino. Lo penso ogni volta che sento dire "grande cantante" o "grande musicista" o magari addirittura "maestro" a questo e a quella, e magari sono canzoncine banali, da Canzonissima. Ecco, Canzonissima è stata un altro dei miei piccoli incubi da bambino o da adolescente, quante puntate me ne sono dovuto sorbire. Ne rivedo qualche estratto su "Rai Storia", c'erano cose belle o divertenti (Walter Chiari...) ma c'era tanta fuffa, battute grevi, qualunquismo a quintali (Paolo Panelli).
A quattordici anni ho buttato via quella zavorra e mi sono messo a cercare cose grandi e belle, ormai avevo un'età in cui potevo cominciare a muovermi da solo e l'ho fatto. Ho fatto anche molti errori, ma del mio percorso musicale sono contento e lascio più che volentieri le canzoni di musica leggera e "Major Tom to ground control" a chi le desidera; o meglio, lo farei volentieri ma le canzonette sono dappertutto e mi tocca subirle ancora oggi come cinquant'anni fa. Di David Bowie si parla come di un genio, è come santificato; Sanremo e Canzonissima vengono presentati come unica immagine dell'Italia, e chi non è d'accordo viene deplorato e magari, chissà, forse anche sanzionato in un prossimo futuro. Magari fosse vero che ognuno ascolta ciò che vuole, a me tocca ascoltare ancora oggi proprio tutte quelle cose che avevo scartato quando avevo quattordici anni: negozi, sale d'attesa, banca, ovunque. Mica sempre posso tapparmi le orecchie: magari fossimo fatti come gli ornitorinchi e gli ippopotami, che hanno le palpebre anche sulle orecchie!
In conclusione, e per non tirarla troppo in lungo, nelle scorse settimane ho fatto una chiacchierata con un'amica che mi ha detto di aver abitato per dieci anni in Germania, e che alle volte fa fatica a collegarsi con ciò che le dice la gente. Ecco, è la sensazione che ho anch'io, pur essendo sempre rimasto qui a casa mia: la sensazione di un buco, di una voragine. C'è gente che ha girato il mondo ma ne ha capito poco, forse proprio per via di questo rinchiudersi in quelle quattro cosette che ascoltavano da bambini. Io mi guardo indietro (ho l'età per farlo) e penso che quello che mi ha fregato, nella vita, è stato proprio nei momenti in cui ho cercato di migliorarmi. Non me lo hanno perdonato, fossi rimasto nei miei difetti, fossi stato più superficiale, sarei piaciuto di più. Per intanto, perso anch'io nello spazio siderale (ma come l'astronauta di Kubrick, non quello tarocco di David Bowie), continuo nel mio viaggio verso Giove senza la minima idea su come andrà a finire.
(disegno di Hedwig Wylie, 1962, e una pubblicità anni '60)

sabato 25 gennaio 2020

Crozza & Razzi


«Parlare di un politico inetto con la satira spesso è tagliargli le gambe» dice l'attrice Anna Bonaiuto in un'intervista (Il Venerdì di Repubblica, 27 settembre 2019). Ne siamo proprio sicuri? Basta guardare a cosa è successo in questi ultimi anni, per esempio con la caricatura del deputato Razzi fatta da Maurizio Crozza. In teoria, Razzi poteva uscirne distrutto; all'atto pratico, la satira "terribile" fatta da Crozza con la sua imitazione lo ha fatto diventare famoso e popolare. Senza Crozza, Razzi sarebbe stato dimenticato in poche settimane; grazie a Crozza, oggi Razzi se la cava benissimo e anzi se la gode. Ricordo brevemente come divenne famoso Razzi: eletto nel partito di Di Pietro, trasmigrò immediatamente da Berlusconi, insieme ad altri, per potergli garantire di governare. Si dice che Razzi sia stato letteralmente comperato da Berlusconi, comunque sia non un bel comportamento davanti agli elettori. Ricordo anche le imitazioni di Berlusconi fatte da Sabina Guzzanti: satira graffiante, da uscirne distrutto, e invece Berlusconi è ancora qui a spiegarci cosa si deve fare per raddrizzare il bilancio dello Stato, anche dopo una condanna penale definitiva e pesantissima (cinque anni per frode ai danni dello Stato, tanto per la precisione). Gli esempi sarebbero tanti, infiniti; preferisco fermarmi qui e scrivere cosa penso davanti a certe satire tv, Crozza compreso: complimenti per il successo, ma cosa c'è da ridere? La situazione è tragica, e io non riesco a riderci sopra. Oggi ci sono addirittura politici che fanno battute su ragazzine di tredici anni rapite e magari uccise, ed hanno grande successo (Matteo Salvini quando parla di Liliana Segre e Anna Frank, tanto per capirci). In un altro programma televisivo, pochi giorni fa (quello di Serena Dandini) ho ascoltato una battuta (pessima, oltretutto) perfino sulla catastrofe degli incendi in Australia. Tanti auguri ad Anna Bonaiuto, quindi, per il suo nuovo spettacolo; ma la situazione è quella che è. Una situazione che preoccupa, e non poco.
 
(satira politica del 2004: Plantu su "Le Monde")
 

lunedì 20 gennaio 2020

Le meraviglie del 5G


Dal 2020 partirà il 5G e potrò finalmente avere ciò che ho sempre ardentemente desiderato per tutta la mia vita: un frigorifero che mi dice che cosa devo comperare e che fa gli ordini direttamente per me al supermercato o magari online. Wow. Il frigo dialogherà con il telefono e mi ordinerà on line la spesa, pensa un po'. Così quando compero una scatola di salsa perché non ho trovato la mia solita marca, ne sono poco soddisfatto e ho deciso di non comperarla più, il frigorifero smart farà partire in automatico l'ordine e un corriere me ne recapiterà a casa cinque scatole - ma a me quella marca non è piaciuta... Chi paga?
Ci scherzo sopra, so che ci sono tante cose belle nel futuro e perfino nel presente, ma mi spaventa la superficialità da barzelletta su come vengono annunciate queste cose. Questo sistema, il frigorifero "intelligente" che legge le scadenze e le giacenze e fa partire gli ordini in automatico, è l'ideale per i supermercati e per i negozi; ma a casa mia a cosa serve? Mi basta aprire il frigo e dare un'occhiata, come ho sempre fatto. In America, negli Usa, è già in vigore un etilometro in cui bisogna soffiare prima di poter far partire l'automobile; pare che tra non molto diventerà obbligatorio. Mi immagino cosa potrebbe succedere in caso di emergenza, quando bisogna accendere e partire subito, magari a un semaforo o a un passaggio a livello; vado avanti a leggere e scopro che ci sono dei modelli in cui bisogna soffiare nell'etilometro anche durante la marcia, e che questo obbligo ha già provocato degli incidenti perché "distrae il guidatore durante la guida": chi l'avrebbe mai detto. Se uno è astemio, si può essere esentati? Temo di no, e temo che presto questo congegno sarà obbligatorio anche da noi. Se è disponibile, arriverà.
Sono solo due esempi, molti altri se ne potrebbero fare (con i nuovi contatori per l'elettricità, sempre per esempio, è possibile rubare la corrente elettrica a distanza, o far pagare le proprie bollette a un altro); ma come sarà il mondo nuovo con il 5G? Anche sorvolando sugli interrogativi per la salute (in Svizzera ne parlano da tempo, qui da noi silenzio assoluto...), direi che ci sarà un mondo di poveri, questo è certo, che non potranno permettersi di avere forse nemmeno la casa, figuriamoci il 5G - ma io no, diranno i soliti furbi. E invece... Per intanto, smetto di pensare alle cose serie e provo a immaginare cosa ne scriverebbe Achille Campanile se fosse qui insieme a noi (in realtà non se ne è mai andato, l'assurdo, il refuso e la complicazione sono sempre ben presenti nelle nostre vite). Come si comporterà il frigosmart con le scadenze dei prodotti alimentari? secondo me, un raggio laser distruggerà senza scampo la confezione di latte scaduta, e ovviamente partirà subito l'ordine via corriere. Dunque attenzione alle dita, quando metterete le mani nel frigo intelligente; e anche una maschera da saldatore comincia a sembrarmi indispensabile.

PS: finisco di scrivere e trovo in tv una pubblicità con la caldaia che mi dice "hai l'acqua fredda, rischi di fare la doccia gelata! accendimi". Un'altra cosa di cui non sento alcun bisogno, se ho una buona caldaia l'acqua calda arriva in pochi minuti. Dev'essere una caldaia scadente, mi segno la marca e la eviterò con cura.

(la vignetta viene da "La Settimana Enigmistica")

venerdì 27 dicembre 2019

Comic strip


Mentre sto finendo di fare la spesa al supermercato mi rendo conto che il mio carrello è rotto. Che fare, lo metto via così o lo dico? Il mio senso civico mi spinge a recarmi all'apposito sportello all'ingresso e a segnalare il fatto: il carrello è rotto proprio dove ci si appoggia con le mani, spezzato in due, e qualcuno potrebbe farsi male. La commessa capo, efficientissima, mi ascolta e si complimenta con me: ma certo, ma grazie, ha fatto proprio bene a segnalarcelo. Poi mi chiede se ho messo nel carrello una moneta o un gettone: rispondo che è una moneta da un euro ( il gettone lo avevo ma purtroppo non lo trovo più). La gentile signora mi dice di lasciare il carrello alla guardia giurata fuori dall'ingresso (è già stata avvertita) ma prima va a prendere la moneta e me la porge con un gran sorriso: ecco. Ammetto di aver preso quella moneta con una certa riluttanza. Siamo sicuri che sia una moneta da un euro, questa cosa qui? Non ne ha il colore, non ne ha l'aspetto, fa persino un po' schifo a vedersi, devo proprio toccarla? Ma lei mi sorride come se fossimo appena usciti dal libro Cuore, in effetti la scena è quella, e prendo con due dita quel coso. Lo guardo: sì, forse è proprio una moneta da un euro ma Dio solo sa cosa può esserle capitato e da dove sia stata recuperata. Il mio euro, prigioniero del carrello, era invece nuovissimo e perfino brillava. Siccome si direbbe che sia stata lavata (sembrerebbe pulita) mi rassegno e con un sospiro la metto nel portafogli. Vado dalla guardia giurata, è un tipo cordiale e gli abbandono il carrello: ho diversi amici che fanno o hanno fatto quel mestiere, so come funziona, conosco i turni di diciotto ore consecutive, non farei mai polemica con uno di loro. Prendo le mie due borse in mano, e mi allontano verso l'automobile.
 

E' finita qui? No, purtroppo no. Passa qualche settimana e ritrovo proprio quel carrello, o comunque uno rotto proprio nella stessa identica maniera e nello stesso punto. Cha fare? Il pensiero mi torna a quella povera moneta che mi sono vergognato di spendere (ho chiesto scusa in quel momento), e decido di lasciar perdere. Non è proprio più il tempo del libro Cuore, penso; e aggiungo altre considerazioni sulle quali è meglio sorvolare.

(illustrazione da "Fun magazine", 1893)

lunedì 23 dicembre 2019

Spreco

- Non può mettere tutto in una vaschetta sola?
No, mi risponde che non può; so bene che altrove lo fanno, ma non insisto perché siamo in un supermercato e so che la direzione potrebbe riprendere duramente la commessa. Così faccio un piccolo inventario: tre sacchetti di carta, tre scontrini autoadesivi, tre vaschette di carta nera, tre fogli grandi di alluminio. Poi arrivo a casa e metto tutto in un piatto solo (ci sta comodamente), non senza aver lavorato duramente per districarmi fra tutto quello scarto e poi fare la raccolta differenziata: qui l'alluminio, qui la carta nera, e per gli scontrini appiccicati come faccio? Li stacco, li ritaglio? Ci vuole più tempo a mettere via che gli imballi che a mangiare tutto...

La "rivoluzione culturale" della plastica e della lotta agli sprechi può partire solo dalla grande distribuzione, oltre che da una campagna di informazione capillare che deve partire fin dalle scuole. E la colpa non è della plastica in sè: io, per esempio, non posso andare con una tanica nel supermercato e prelevare il detersivo o l'ammorbidente sfuso, perché questo servizio non c'è in nessuno dei supermercati (non piccoli) che frequento. Se non si parte da qui, dalla grande distribuzione, non si otterrà mai niente; e bisogna anche fare attenzione per non far ricadere i costi sui consumatori, cosa che si rischia di fare con la prossima "plastic tax" e che è già successa con le buste di plastica. Ci avete fatto caso? Premesso che nessuno vieta al supermarket di farvi lo sconto di un euro a fine spesa (tanto più se avete una tessera di quel supermarket), c'è chi per la busta di plastica fa pagare un centesimo e chi ne fa pagare quindici.

Mi fermo qui, perché la plastica è ormai dappertutto (anche nella ristrutturazione delle facciate delle case: ci avete mai pensato?) e probabilmente ci siamo mossi troppo tardi, ma alla fine non riesco a togliermi di testa che è tutto un problema di educazione e di sensibilità personale. Io non ho mai visto i miei genitori buttare per strada una borsa di plastica, e io stesso ho sempre usato per settimane e anche per mesi le stesse buste di plastica, prima di buttarle via nell'apposito contenitore. Lo abbiamo fatto in tanti, ma non tutti lo hanno fatto; e se tutti avessero fatto così, non saremmo messi poi tanto male; ma, appunto, ormai è tardi e molti non si accorgeranno del danno nemmeno quando toccherà a loro finirci dentro. Compresi quelli che ridono dei "gretini", intendo.


domenica 8 dicembre 2019

Settimana bianca


« Odio la neve » dice Roberta, e io rimango sorpreso perché so che pratica diversi sport, pallavolo e ginnastica artistica se non ricordo male (sono passati tanti anni). Lo dice in risposta a due o tre dei nostri compagni di classe, che stanno insistendo con tutti noi per la settimana bianca. A scuola, si sa, ci sono di queste occasioni: non ci sono solo le gite istruttive, c'è anche la possibilità di divertirsi in compagnia. Il problema, a scuola, è che per andarci serve un numero minimo di aderenti, e il numero minimo non c'era. Lo avevano chiesto anche a me: « E' un affare, conviene, una settimana bianca normale costa quasi il doppio! Dai, vieni anche tu! » Io avevo risposto che non avevo l'attrezzatura per andare a sciare, loro avevano insistito: gli sci si noleggiano, idem gli scarponi; e poi sulla neve puoi andare con i jeans. Sì, i jeans sulla neve... roba che se si bagnano poi servono due giorni per farli asciugare. Avrei dovuto spendere una montagna di soldi, partendo da zero, e tutto per fare un piacere a loro che già andavano a sciare con papà e mamma. Non sarei mai andato dai miei genitori a chiedere quella cifra, avevo solo quattordici o quindici anni ma stavo già attento a quello che succedeva in casa; sapevo bene che quella cifra, "un affare", equivaleva a metà busta paga di mio padre. E' stato probabilmente in quell'occasione che ho cominciato a percepire qualcosa che esisteva sottotraccia, in modo sottile: anche nei paesi meno grandi c'era una divisione tra famiglie "bene" e poveracci, e io stavo toccando quel limite. Si andava nella stessa scuola, ma poi la cosa finiva lì. Niente di che, s'intende: il figlio di un assicuratore, il figlio di un negoziante, queste cose qui. Ma loro potevano permettersi la spesa per la settimana bianca, io no.

Penso che qualcosa di simile sia passato anche per la testa di Roberta, figlia di un dipendente comunale e con l'aggravante di essere la prima della classe. Secchiona, quindi antipatica: ma a me non era antipatica, anzi era piacevole parlare con lei. Ripensandoci, forse Roberta sarebbe andata volentieri a fare la settimana bianca, ma scegliendosi meglio la compagnia: questi qua erano gli antenati dei paninari, e oggi starebbero con Casa Pound e Forza Nuova. Forse i loro figli e nipoti ci sono per davvero, in Casa Pound e Forza Nuova: all'epoca si insultavano chiamandosi "operaio", facevano già battute sui forni crematori e sui lager, dicevano "spastico" e "mongoloide". Insomma, erano all'avanguardia e di sicuro in questo duemilaventi si trovano benissimo. Inutile dire che da adulti se la sono passata bene, piacevano alle mamme, hanno sposato le ragazze più belle, hanno fatto mestieri dove non ci si sporcava le mani.

Andare a sciare costa. Non è come andare al mare, o in piscina; non è come giocare al pallone, e non è nemmeno come andavano a sciare i montanari di una volta, che usavano gli sci per spostarsi quando nevicava. Costano i vestiti, costano gli skypass, costa andare e venire dalla montagna. Per andare a fare una camminata, invece, basta un buon paio di scarpe; ed è quello che ho fatto io da adulto, qualche buona camminata in montagna ma senza mai toccare sci e scarponi. Lo so che è divertente sciare, non sto dicendo che sia sbagliato, ma io non ne ho più voluto sapere. Mi sono divertito molto con partite di tennis improvvisate con quel che c'era, con partite a pallone alla come viene viene, con la bicicletta, ma di settimane bianche non ho più voluto sentir parlare. Mi è costato qualcosa, lo so, ma preferisco essere così come sono, con tutti i miei difetti.

martedì 3 dicembre 2019

Belle di faccia


Mi ha sempre fatto impressione vedere nelle cronache della moda sfilare ragazze magrissime, al limite dell'anoressia, e quindi sono contento che oggi si cerchi di porre rimedio, facendo fotografie e sfilate anche con donne dall'aspetto più consono a quelle che incontriamo ogni giorno. Per questo motivo ascoltavo con simpatia due giovani donne, in tv, che raccontavano la loro esperienza di "non magre", compresi gli insulti sulle loro pagine in rete. A un certo punto, però, la mia simpatia comincia a diminuire: succede quando, nell'elenco delle persone che fanno commenti molesti, finiscono anche i medici che dicono di mettersi a dieta. Allora guardo meglio: le due ragazze non hanno soltanto qualche chilo in più, ma parecchi; e il medico ha fatto bene a dire loro di stare attente al peso. Fa parte dei doveri del medico: un bravo medico ti dirà sempre di non fumare, di stare attento al peso, e se hai dei tatuaggi un bravo dermatologo non può far altro che dirti che stai sbagliando, se non altro perché i melanomi esistono, e con un tatuaggio rischi di non vedere quando si formano. Anch'io sono sovrappeso, e anche a me il medico dice sempre di fare movimento, di mettermi a dieta: ha ragione, e so che lo dice nel mio interesse. Cos'altro dovrebbe fare, un medico?

Capita sempre più spesso: ascolti persone che raccontano la loro esperienza personale, e all'inizio si prova simpatia e si è d'accordo, però più vanno avanti a parlare e più nascono perplessità. C'è un punto in cui ci si dovrebbe fermare. Gli esempi sono molti, purtroppo: la stessa impressione mi è arrivata (non sempre, per fortuna) ascoltando parlare i mancini, i dislessici, le donne con il velo islamico, gli omosessuali, i vegani, gli afroamericani che prendono posizione contro Socrate e Johann Sebastian Bach rei di essere bianchi ed europei... Si comincia ad ascoltare con simpatia ed empatia, perché i problemi sono seri e sono reali, ma poi cominciano a dispiacere l'espressione di superiorità, l'espressione da furbi di chi la sa lunga, l'elenco di soprusi immaginari che da un certo punto in avanti finiscono per nascondere i veri soprusi. Questi "falsi problemi" occupano spazi informativi e pagine su pagine, ma dei veri problemi ormai ci siamo dimenticati da tempo. Se è vero che sono esistiti ed esistono mancini e dislessici dotati di genio, è altrettanto vero che essere mancini o dislessici non significa automaticamente essere geniali (magari fosse vero!) e che se esistono i vegani è anche perché in questo periodo storico e in questa parte del mondo abbiamo cibo in abbondanza e la pancia piena. E' difficile essere vegani quando si muore di fame o di sete, e quando sei in una zona di guerra sotto i bombardamenti gli altri problemi passano in secondo piano, e bisognerebbe pensare a questo quando ci si lamenta. Mi piacerebbe, per esempio, che le donne che vogliono mettere il velo islamico pensino almeno un attimo alle donne iraniane finite in carcere (o peggio) perché non lo vogliono mettere; mi piacerebbe tanto che ci si fermasse a un certo punto, Socrate e Bach sono due belle persone da conoscere indipendentemente da dove siamo nati e dal colore della nostra pelle. Poi, è ovvio, migliorare anche la nostra società di oggi è un dovere civile e morale; detto questo, mi rimetto in ascolto e lascio parlare chi ha qualcosa da dire.

PS: "Belle di faccia" è un libro pubblicato dalle due giovani donne (non mi sono segnato i loro nomi, mi spiace ma penso che sia comunque facilmente rintracciabile). E' una frase che ho detto molte volte anch'io, "ha un bel viso": non mi sembra un insulto. Quante volte lo hanno detto anche a me, "se solo mettessi giù qualche chilo"... E avevano ragione, e hanno ragione ancora oggi, purtroppo per me.

mercoledì 20 novembre 2019

Questione di target

"No alla violenza sulle donne", dice il manifesto appeso davanti alla biblioteca, per una conferenza con dibattito. E' la quinta o sesta volta che passo di qui, il messaggio è più che chiaro: ma perché vengono a dirlo a me? Io non ho mai picchiato nessuno, né maschi né femmine, e spero di poter continuare così la mia vita. Anche in tv, finisco sempre sui programmi che parlano di violenza sulle donne: sono più che informato, ma perché vengono a dirlo a me?
Vi sembrerà una stupidaggine, invece siamo davanti a un clamoroso errore di comunicazione. Hanno sbagliato il target, direbbero i pubblicitari. I veri violenti non leggeranno mai questi poster, non guarderanno mai quelle trasmissioni, e quanto ad andare a quella conferenza pubblicizzata dal manifesto davanti alla biblioteca, figuriamoci. Se proprio uno di loro volesse andarci, sarebbe per farsi quattro risate.
Intendiamoci, è un problema serio. Che fare? La stessa cosa succede con chi irride i lager nazisti, con chi esalta il fascismo, con il bullismo... L'ultima uscita in ordine di tempo, quella spaventosa del sindaco di centrodestra che definisce "di parte" l'informazione su Auschwitz, parla purtroppo molto chiaro. Come è stato possibile arrivare fino a questo punto?

Pongo il problema perché mi sembra che si stia sbagliando, e tanto. Ci troviamo sempre tra di noi, sempre gli stessi e già più che informati, a dirci quanto è brutto e quanto è necessario intervenire, ma poi i "femminicidi" aumentano, idem le stragi in famiglia, idem le esaltazioni del fascismo e le irrisioni su Auschwitz. Penso a queste cose anche quando leggo gli interventi di Moni Ovadia, come l'ultimo sulle minacce e sulle ironie verso Liliana Segre: a un certo punto segue una dotta spiegazione sull'attuale governo di Israele, con i necessari distinguo, e vorrei tanto dire a Moni Ovadia (da lui ho imparato tanto, fin dai tempi del Gruppo Folk Internazionale; ho i suoi dischi e i suoi dvd) che sta sbagliando bersaglio anche lui, perché è inutile sensibilizzare chi è già sensibilizzato. L'attuale risorgere dell'antisemitismo e del nazifascismo nasce prima di tutto negli stadi del calcio, tra gli ultras: è con quella gente lì che bisogna confrontarsi, e non è facile. Io ho un ricordo nitido, purtroppo molto nitido, di battute e sarcasmi ascoltati negli ultimi quarant'anni, già a scuola, e poi sul lavoro; nel mio piccolo ho cercato di rispondere, di informare, ma l'ignoranza è una brutta bestia e con chi fa sarcasmi sulle ragazzine di tredici anni rapite e seviziate (come Anna Frank, come Liliana Segre) i dibattiti e i distinguo non servono. Possono essere utili ragionandone tra di noi, ma - appunto - siamo sempre qui a parlarne tra di noi, loro se ne fregano (citazione storica, ahimè) e pensano anche di essere furbi. E anche Michele Serra, che prende fiera posizione sui pagamenti senza contante, dimentica sempre di ricordare che con trecento o cinquecento euro al mese è dura tenere aperto un conto corrente; e su queste cose la destra specula e non poco, con le conseguenze che vediamo quando si va a votare.
 
E' un discorso complicato, lo so, e francamente non sono io quello che può salvare il mondo; ma le cure sbagliate, e le diagnosi sbagliate, non curano le malattie. Anche adesso, pochi minuti fa, ho sentito dire in tv (ed è l'ennesima volta) che la colpa di tutto è dei maschi, che i maschi sono violenti per natura, che qui sta il male. Mah. Io sono un maschio, per di più grande e grosso, ma non ho mai picchiato nessuno; e se volete vi porto un centinaio di esempi di maschi come me che non hanno mai picchiato nessuno, o di matrimoni felici che durano da quarant'anni e anche più. In compenso, sta aumentando il bullismo tra le ragazze. Mala tempora currunt, ma noi stiamo qui a contarcela tra di noi, ci innamoriamo di soluzioni semplicistiche, e anche questa è una forma di pigrizia mentale.

AGGIORNAMENTO al 3 dicembre 2019: adesso salta fuori anche il negazionista (professore universitario di diritto, pensa un po') che si appella alla libertà di pensiero per poter elogiare il nazismo; le risposte che leggo e ascolto sono poco adatte ai tempi che viviamo. Una risposta chiara e semplice è questa: dunque in un dibattito sulla pedofilia questo signore metterebbe un pedofilo di qua e le sue vittime di là, in nome della libertà di pensiero? E in un dibattito sui ladri in casa metterebbe un ladro di qua e un derubato di là, sempre in nome della libertà di pensiero?
Viviamo in tempi in cui la gente è distratta e smemorata, mai dimenticarselo quando si risponde: soprattutto se scrivi su Repubblica, sul Corriere, o se parli in tv.

giovedì 7 novembre 2019

Il razzismo negli stadi


La questione del razzismo negli stadi torna periodicamente, e con molta frequenza. Le domande da porsi sono molte, la questione si trascina da tanto di quel tempo che finisce per sembrare irrisolvibile; per provare a fare un po' di ordine prendo le dichiarazioni del capo degli ultras del Verona, apparse in questi giorni sulla stampa.

La prima cosa che mi ha colpito è l'appartenenza di questo capo ultras a Forza Nuova: se non ho capito male, un dirigente di Forza Nuova. Non è una novità, praticamente tutti gli ultras sono di estrema destra, e spesso confondono il tifo per una squadra di calcio con un'organizzazione paramilitare. Questo è il primo punto di cui si dovrebbe discutere, cioè come sia stato possibile che organizzazioni dichiaratamente nazifasciste e dichiaratamente razziste abbiano potuto prosperare in tutti questi anni (venti, forse trent'anni di propaganda senza che si sia cercato seriamente di fermarli).

Il secondo punto è la parola "negro": qui il capo ultras ha ragione, è una parola italiana e di per sè non va considerata offensiva. Negro viene dal latino, niger, nigra...in quasi tutti i dialetti italiani parole molto simili a "negro" equivalgono a "nero". In spagnolo, "negro" è proprio la parola che si usa per definire il colore nero. Su questo punto si potrebbe sorvolare ed evitare di fare polemiche che fanno perdere tempo, tanto più che perfino Martin Luther King usa spesso le parole "Negro people" nei suoi discorsi, e Leopold Senghor usò la parola "Négritude" (Negritudine) con orgoglio. Ma so già che è una battaglia persa, la parola "negro" resterà come un'arma nelle mani dei razzisti quando invece potrebbe essere smontata facilmente con un sorriso.

Il terzo punto riguarda la presenza di calciatori dalla pelle scura in tutte le squadre di calcio, a tutti i livelli. Quando il capo ultras del Verona fa notare che anche nella sua squadra ci sono dei "negri", dice una cosa ovvia e andrebbe ascoltato. E' dunque razzismo quello che c'è negli stadi? Io direi che è qualcosa di peggio, è pura e semplice stupidità, una stupidità colossale. L'idea dei cori razzisti nasce dal pensiero di mettere in difficoltà i calciatori avversari: e per far questo ogni cosa va bene. Se si viene a sapere che a un calciatore della squadra avversaria è morta la madre, si fanno cori contro la madre di questo calciatore. Se si viene a sapere che il figlio di un calciatore avversario ha una grave malattia, si fanno cori contro il figlio (bambino) del calciatore avversario. Funziona questa tattica? Alle volte sì, per esempio in un Inter-Napoli il senegalese Koulibaly venne talmente esasperato da avere una reazione nervosa (non violenta) per la quale venne espulso: volete sapere come finì la partita? Koulibaly scontò la sua squalifica, gli autori della provocazione rimasero impuniti.

Quarto punto, poi mi fermo perché tanto so già che non serve a niente ragionare e che tutto continuerà come prima, ad offendersi sulla parola "negro" per esempio. Il capo ultras del Verona dice un'altra cosa interessante, questa: "Che cosa mi faranno? Mi faranno arrestare dalla commissione Segre?". Una frase terrificante, orribile se si pensa che Liliana Segre è passata, da bambina, attraverso i lager nazisti. "Una vecchia non eletta in Parlamento", si aggiunge; ed è ancora più orribile, perché in Parlamento sono stati eletti di recente dei capi ultras. Vale a dire: invece di fermare il fenomeno degli ultras li si è incoraggiati, non solo a Bergamo o a Verona ma anche (soprattutto) a Roma, sui due versanti Roma e Lazio.

Che dire? Questi ultras sono pericolosi, spesso protagonisti di scontri di piazza con poliziotti feriti e città messe a soqquadro (eufemismo). Il capo ultras del Verona irride polizia e magistrati, e purtroppo per noi può farlo. Ci sono responsabilità politiche precise dietro questa deriva, e mi fa effetto vedere che nessuno le ricorda, e che anzi i promotori e i difensori di movimenti come Forza Nuova e Casa Pound siano intervistati in merito e dicano parole di circostanza.
Il razzismo negli stadi è una maschera, dietro la quale si nascondono interessi preoccupanti. O, meglio, che dovrebbero preoccupare: invece ci si nasconde dietro a parole ormai svuotate di senso.
Cosa si può fare, dunque? Molto: tanto per cominciare, a Torino la Juventus ha denunciato questi ultras, e la polizia è intervenuta; e la società calcistica del Verona ha vietato l'ingresso alle partite a questo capo ultras per i prossimi dieci anni. Cosa aspettano le altre società?