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martedì 27 agosto 2019

Idolatria


I protestanti ci hanno sempre rimproverato l'uso delle immagini sacre. Sulla questione ci furono molte discussioni, se ne parlò in vari concilii nei primi secoli del Cristianesimo, poi si arrivò alla frattura definitiva con Lutero e Calvino. Io sono cattolico e ho il Crocefisso in casa; nelle chiese protestanti e nelle sinagoghe sto benissimo, ma mi manca sempre qualcosa e non credo sia solo per abitudine. Però poi rimetto tutto in discussione quando mi tocca vedere uno come Matteo Salvini (per di più ministro, quindi rappresentante del mio Paese) che esibisce il Crocefisso in quel modo, incurante anche delle parole del Papa, e tutto questo mi fa pensare che abbiano invece ragione i protestanti e gli Ebrei: in questi casi la questione non si pone nemmeno e si può con sicurezza parlare di idolatria. Oltretutto, Matteo Salvini peggiora le cose con il bacino "di nascosto" all'immagine sacra mentre in Parlamento gli si ricorda quel che è buona regola di comportamento (quando sei ministro sei ministro di tutti, anche di chi non è cattolico). Salvini, insomma, si comporta come un bambino che fa i dispettucci (al Papa, prima che a Giuseppe Conte) e questo non è certo il comportamento che ci si aspetterebbe da un uomo di quarant'anni. All'estero, in Inghilterra e nei Paesi anglosassoni, pensano che noi cattolici siamo tutti così, ipocriti e idolatri, e Salvini gli sta dando ragione. Come dicevo, io ho in casa il Crocefisso e mi fermo sempre davanti alle immagini sacre, anche solo per un momento; andare a Brera o agli Uffizi significa passare davanti a Santi e Madonne (quelle di Bernardino Luini, per me inarrivabili), e tutto questo è bello ma poi basta un gesto come quello di Matteo Salvini ( o dei mafiosi nelle processioni di paese) per sporcare tutto. Difficile che Salvini riesca a capirlo se non ci è riuscito fino ad oggi, ma le vie del Signore sono infinite.

Un'altra riflessione mi viene da Pietrangelo Buttafuoco, che con viso serissimo ed espressione contrita rimprovera Papa Francesco di confondere i fedeli: i fedeli credono nella Resurrezione, dice Buttafuoco, e il Papa li sconcerta parlando invece di comportamenti civili ed etici ma non legati alla Trascendenza. Ho riassunto un po', andando a memoria, purtroppo sono questioni che conosco da vicino ed è per questo che mi permetto di riassumere; ma Buttafuoco ha detto proprio "credono alla Resurrezione" e questa frase mi ha colpito. Sicuro che sia così? A me è capitato diverse volte di accennare alla Resurrezione con fedeli cristiani battezzati, e il più delle volte mi ridevano in faccia o assumevano pose scettiche. No, la maggior parte dei fedeli non crede in ciò che è scritto nel Vangelo, non crede nelle parole di Gesù né sulla Resurrezione né sulla Misericordia, e ridacchiano o sbuffano quando gli si cita "porgi l'altra guancia", che bisogna accogliere lo straniero o che bisogna amare anche il proprio nemico. Non serve a niente nemmeno metter loro davanti il Vangelo con la pagina giusta aperta nel punto giusto, proprio non ci credono ma vanno comunque a Messa e si dicono credenti.
Credenti in che cosa, viene da domandarsi; e la risposta è che credono nel rito, nella liturgia, nell' "abbiamo sempre fatto così", nella tradizione insomma. La tradizione cattolica, il prete che sussurra sull'altare, il genuflettersi, queste cose qui. Poi, quel che c'è scritto nel Vangelo, la voce di Dio, è cosa secondaria. Magari si ascolta il Vangelo in latino, non conoscendo il latino, oppure si sta in silenzio composti e contriti ma senza ascoltare veramente. Anche qui siamo dalle parti dell'idolatria, e purtroppo stavolta vale per tutti, non solo i cattolici.

sabato 29 settembre 2012

Saluto romano

Dopo la sentenza di un tribunale (l’ennesima, sempre nella stessa direzione: qualcosa significherà) si è stabilito che il saluto romano accompagnato da esaltazione del fascismo continua ad essere reato. Curiosando su internet, anche senza volerlo, ho trovato molti commenti di persone che se ne stupiscono; e di solito aggiungono: “perché il saluto romano è reato, e il saluto col pugno chiuso no?”. La risposta è molto semplice, e mi meraviglio sempre che ci sia qualcuno che ancora non sappia rispondere, sinistra compresa; in questo non saper rispondere vedo molta malafede, e purtroppo anche molta ignoranza. La ragione è questa: il fascismo è quello di Mussolini, un fenomeno limitato agli anni che vanno dal 1920 al 1945, un regime che ha portato dopo vent’anni di governo alla disfatta totale dell’8 settembre 1943 (sorvolo su tutto il resto, ma come è andata a finire bisogna pur dirlo). Quando si fa il saluto romano e si fa l’apologia del fascismo ci si riferisce a quello, e solo a quello. Diverso è invece il caso dei simboli “comunisti”, che coprono un percorso temporale lungo più di un secolo (dal 1848 o forse ancora prima) e che per questo motivo hanno molte differenti interpretazioni. Nel saluto col pugno chiuso e nel simbolo della falce e martello si possono far rientrare movimenti molto diversi, dalla socialdemocrazia al laburismo, dall’anarchia al regime militare dell’Unione Sovietica. Si tratta dello stesso motivo per cui non è vietata la svastica: usata in senso positivo, è un simbolo antichissimo che ha molti significati, sia europei che asiatici. La svastica è anche un importante simbolo buddhista, se cercate una foto del Dalai Lama (in veste ufficiale) c’è quasi sempre una svastica vicina a lui. Nazismo e fascismo sono invece limitati a un periodo molto breve, poco più di vent’anni nella prima parte del Novecento.
E’ il caso di ricordare che la rinascita economica della Germania è dovuta in gran parte alla socialdemocrazia: Willy Brandt e Helmut Schmidt furono a lungo cancellieri, sempre nel segno del pugno chiuso e della falce e martello. E’ anche il caso di ricordare i regimi socialdemocratici scandinavi (sessant’anni di pace e di benessere), dei laburisti inglesi, e anche il lungo periodo di presidenza americana per Franklin Delano Roosevelt, che non salutava col pugno chiuso ma che fu definito “comunista” dai suoi detrattori (F.D.Roosevelt portò gli USA fuori dalla crisi del 1929 e pose le basi per una supremazia economica durata per tutto il Novecento). Ancora oggi, il Partito Socialista Europeo è ben presente nel Parlamento della UE. Insomma, limitare i simboli “comunisti” ai gulag e a Stalin è storicamente inesatto; limitare il saluto romano al periodo nazifascista è invece corretto.
Il saluto romano in sè, quello col braccio teso, ha origini dubbie. Innanzitutto perché dicendo “romano” si intende un arco di tempo lunghissimo, quasi un millennio; gli storici dicono che probabilmente i romani si salutavano mettendo una mano all’altezza del cuore (che è un bel modo di salutare, a me piace ma purtroppo non si usa più), ma anche qui bisognerebbe intendersi sul periodo (Giulio Cesare o Numa Pompilio? Costantino o Caligola?).
Una storia in proposito, e che circola da molto tempo, è che probabilmente il saluto romano come lo intendiamo oggi sia di origine cinematografica: uno dei primi Quo vadis, negli anni ’10, dove il regista fece fare questo saluto alle comparse perchè rendeva molto bene l’idea dell’omaggio al Capo. Non sono un esperto e non saprei dire di più; da quello che ho capito e che sono riuscito a leggere, pare che le fonti in proposito siano piuttosto scarse.
In conclusione, bisognerà pur dire che di per sè, senza contorno di slogan e senza sbattimento di tacchi, il semplice saluto con mano alzata e braccio teso è abbastanza banale; lo facevano anche gli indiani nei film western degli anni ’40 e ’50, lo abbiamo fatto tutti per salutare qualcuno che passa dall’altra parte della strada. Sempre nei film degli anni passati, era abbastanza facile vedere guerrieri (romani, indiani o del tempo di Riccardo Cuor di Leone) che si salutavano stringendosi reciprocamente il braccio, a metà strada fra il gomito e il polso: un saluto virile, si dirà; ma il vero significato per tutti questi gesti è un altro, dimostrare che non si hanno armi in mano.
nelle immagini, tre fotogrammi da “La marcia su Roma” di Dino Risi e il saluto a pugno chiuso di due atleti delle Olimpiadi del 1968: è un’immagine famosa, il pugno chiuso non indica il comunismo ma l’orgoglio di avere la pelle nera.

lunedì 17 settembre 2012

Il toro in Galleria

Sul pavimento della Galleria, a Milano, c’è il disegno di un toro: un toro rampante, con le zampe davanti alzate. La Galleria, che collega Piazza Duomo a Piazza della Scala, è dedicata a Vittorio Emanuele II, che divenne re d’Italia ai tempi del Risorgimento e dell’unificazione del nostro Paese; di conseguenza, basta guardarsi un po’ in giro (anche alzando la testa, aiuta) per trovare segni e simboli di Casa Savoia, alla quale apparteneva il nostro primo re. Il toro, simbolo della città di Torino, fa parte di questi segni e simboli sabaudi.
Quando ho cominciato a frequentare la Galleria, a metà degli anni Settanta, mi hanno spiegato che c’era l’usanza di strofinare la suola delle scarpe su quel Toro, perchè si diceva che portava fortuna. Per la precisione, l’area su cui strofinare le suole è quella corrispondente ai genitali dell’animale: che in effetti era un po’ sbiadita, leggermente consumata. Di solito non ci passava sopra nessuno, ma chi conosceva l’usanza ed era un po’ superstizioso si fermava a sfiorare leggermente quella piastrella.
Le cose sono cambiate dagli anni ’90 in poi: non solo i milanesi, ma intere carovane di turisti, scolaresche in gita d’istruzione, giapponesi e americani, poi russi e cinesi, o magari fiorentini e romani, sono venuti a strofinare le suole sull’effigie di quel povero animale. Non solo strofinare, a dire il vero: calcare profondamente, insistere, fare piroette sul tacco, più volte, con accanto qualcuno che ti dice “ma no, non devi fare così, fallo bene”.
Il risultato, da una decina d’anni in qua, è che i genitali del Toro non esistono più: al loro posto c’è quasi costantemente un buco piuttosto profondo, come se ci fosse passato sopra un trapano con la punta fatta a tronco di cono (i dentisti ne hanno di questo tipo, però a misura di dente, piccoli). Chi ci passa spesso sa che non sto esagerando: è proprio un buco, largo e profondo.
Ogni tanto il Comune risistema quelle piastrelle, ma il buco si riforma presto.
Che dire? Io lo considero un simbolo, non più dei Savoia ma della stupidità di questi nostri tempi. Prima, per decenni, il toro in quel punto era solo un po’ sbiadito, lievemente consumato; da qualche anno in qua c’è invece, costantemente, un buco tipo trapano. Possibile che nessuno se ne renda conto? Possibile che chi si esibisce nelle sue evoluzioni tipo trottola non si renda conto che “le palle del toro” non ci sono più, e che sta solo scavando nel pavimento?
Possibile sì, certo che è possibile. Se passate in Galleria adesso, fateci caso: di sicuro qualcuno che sta facendo la giravolta c’è, a meno che il Comune non ci abbia messo una transenna, e se non c’è basta aspettare cinque minuti, et voilà.
Non è che ne sia arrivata una gran fortuna, da tutto questo tormentare il toro; anzi, l’economia va sempre peggio, anche in Giappone e in America hanno avuto i loro problemi, secondo me l’attuale crisi passa anche da queste cose qui. Quando passerà l’ondata di stupidità collettiva, nata negli anni ’80 e mai finita, forse anche Milano riprenderà il suo posto fra le capitali culturali ed economiche d’Europa, e forse – chissà - riprenderà perfino ad essere un posto vivibile.
PS: per i milanesi antichi, quel movimento rotatorio sul proprio asse, teso ad imitare una trottola, è indicato con una parola precisa: “pirlare”.
(due delle immagini vengono da www.wikipedia.it  , la terza è un’immagine da una rivista di moda, datata 1953, che ho preso tempo fa in rete – purtroppo non mi ricordo da dove viene di preciso, l’ho messa qui per dare almeno un tocco di eleganza a questo post)

venerdì 1 luglio 2011

Scarabeo sacro

Lo scarabeo sacro degli antichi Egizi è uno dei simboli più famosi, utilizzato non solo dagli archeologi ma anche dai film di fantascienza, dall’esoterismo, eccetera. In teoria dovrebbe essere un simbolo semplice da capire, nella pratica c’è sempre una gran confusione, a volte con effetti comici.
La verità è forse questa: che a molte persone gli insetti non piacciono, occuparsi di uno scarabeo fa un po’ schifo, soprattutto alle signore; e chi si occupa di entomologia, sia pure da dilettante (come me) viene sempre guardato con sospetto. “Come si fa ad occuparsi di bestie così schifose”, mi chiedono da sempre le mie simpatiche conoscenti, lo so e me lo aspetto sempre, fin da quand’ero bambino; e si riferiscono anche alle farfalle, alle formiche, alle lucertole, a qualsiasi cosa che non sia un cane o un orsetto più o meno di peluche. Eppure, quel simbolo è ovunque: in magia, in astrologia, in siti insospettabili, ovunque. Che gli Egizi ci abbiano preso in giro? Forse conviene fermarsi un attimo e mettere in fila le informazioni indispensabili, quelle più banali (io le ho imparate alle elementari o alle medie...).
La prima cosa da dire è che lo scarabeo non è lo scarafaggio: sono due animali che si somigliano, ma si tratta di due bestie completamente differenti. La differenza sta in questo: lo scarabeo ha la metamorfosi completa, lo scarafaggio no. E’ la grande divisione nel mondo degli insetti: alcuni hanno il passaggio bruco-crisalide-farfalla, come le farfalle; ma non è così per tutti.
Ovviamente, se appena si vede un insetto si corre a prendere l’insetticida e lo si schiaccia, ci si mette a urlare, non si capirà mai la differenza e nemmeno il significato di questo antichissimo simbolo. Ancora di recente (non credevo ai miei occhi) ho trovato il blog di un’amica che parlava di mitologia egizia usando indifferentemente le due parole come se fossero sinonimi, prima scarabeo e poi scarafaggio: ma scarabeo e scarafaggio non sono la stessa cosa. Gliel’ho fatto notare (non la conosco di persona) e mi ha risposto con gentilezza che lei non stava parlando di insetti ma di simboli, e insomma (sottinteso, ma l’ho capito benissimo) di non star lì a sottilizzare con queste storie, scarabeo, scarafaggio, scarrafone, chi se ne frega.
Provate a immaginare: un animale come il bruco è diversissimo da quello in cui si poi si trasforma. Il bruco a un certo punto sembra morire: si ferma, non mangia più, la sua pelle diventa dura e secca, è morto. Eppure no, non è morto: la pelle dura e secca si rompe, da quel corpo morto nasce qualcosa di nuovo, di alato. Provate adesso a pensare alla religione degli antichi egizi: il sarcofago, l’imbalsamazione...
La stessa cosa che capita alla farfalla capita allo scarabeo sacro. Nell’antica Grecia, e molto spesso ancora i nostri giorni, sulle lapidi veniva disegnata una farfalla: simbolo di morte e rinascita. Psyché in greco antico è la farfalla... Lo scarafaggio, nel grande schema dell’entomologia, sta invece dalla parte delle cavallette, delle cimici, delle mantidi: nasce già simile all’adulto. Magari appena nato è diverso e si fa fatica a riconoscerlo, ma non è un bruco, non è una larva, ha già le sei zampette regolamentari, non è qualcosa che somiglia a un verme, la somiglianza con l’adulto c’è.
La metamorfosi della farfalla è qualcosa di devastante. Il pensiero che anche a noi capiti qualcosa di simile è altrettanto devastante: il bruco si rende conto della sua parentela con la farfalla? La farfalla sa che cos’è un bruco, lo riconosce? La stessa cosa capita anche a noi? Ci sono intorno a noi esseri che sono un nostro stadio successivo, esseri alati?
Oggi viviamo sempre più lontani dalla natura, i diserbanti distruggono le piante di cui si nutrono i bruchi (alcune delle farfalle italiane più belle vivono sulle ortiche...), capisco bene che a una persona che passa da un monolocale a Milano a un suv e a un ufficio e una stazione sciistica queste cose sembrino strane, ma non è sempre stato così.
Una volta da bambino ho aperto una crisalide: non di farfalla (non l’avrei mai fatto) ma di mosche e di tenebrioni: larve che si usano, e si vendono, ai pescatori di fiume. Dentro non c’è niente, solo poltiglia biancastra. La larva si è completamente liquefatta. E’ come se un condominio tornasse ad essere malta e cemento liquido, per poi rinascere come Duomo di Milano: un’operazione da prestigiatore, roba da non crederci, eppure succede così, sotto i nostri occhi, continuamente, quasi come se il Signore volesse mostrarci qualcosa che dobbiamo sapere: ma noi preferiamo voltare la faccia da un’altra parte, chiudere gli occhi, guardare altrove, e forse è giusto così.
Non so come fosse il clima in Egitto in quei tempi, di certo se era com’è oggi sarà stato più facile osservare la metamorfosi di uno scarabeo piuttosto che di una farfalla (nel deserto le piante non abbondano). Gli egittologi di solito spiegano che era perché lo scarabeo sacro (si chiama anche scarabeo stercorario) sembra nascere dallo sterco: ma è una spiegazione che non mi ha mai convinto. Oltretutto, lo scarabeo stercorario è di colore poco appariscente, mentre esistono dei coleotteri suoi parenti (coleotteri, quindi con la metamorfosi completa) che hanno davvero un aspetto meraviglioso, sembrano delle pietre preziose con le ali. Gli scarabei sacri scolpiti e dipinti dagli antichi egizi, e usati come gioielli e come simboli, sono quasi sempre colorati, non grigi o nerastri come l’originale scarabeo sacro.
Ma poi, in fin dei conti, so bene che di questo discorso non importerà nulla a nessuno. E dunque, liberi e libere di confondere ancora oggi scarabei e scarafaggi e scarrafoni (“ogni scarrafone è bello a mamma sua”: lo dico io così ci togliamo il pensiero), magari traducendo frettolosamente dall’inglese; però poi se gli incantesimi non riescono non venite da me a lamentarvi. Un conto è evocare la metamorfosi dello scarabeo, un altro conto è evocare il più semplice cambiamento d’abito dell’insetto eterometabolo (cimice, scarafaggio, cavalletta, mantide).
C’è ancora da dire una cosa: come racconta magnificamente il mito di Gilgamesh, fin dai primi anni dell’umanità il fatto che alcuni animali cambiassero pelle, come i serpenti, era considerato simbolo di morte e rinascita, di immortalità. Ed era anche di grande stupore vedere che un corpo vivente fino a pochi istanti prima potesse poi disfarsi, diventare argilla, poltiglia. Ma forse leggere tutta la saga di Gilgamesh è pretendere un po’ troppo, da chi si occupa di profili facebook, di cookies, di browsers, e di oroscopi...
(le immagini che ho messo qui hanno origini molto diverse, non riesco a ricostruire da dove le ho prese e me ne dispiace; alcune vengono da libri e da riviste) (le vignette sono della Settimana Enigmistica, www.aenigmatica.it ; l'ultima è volutamente senza testo, mi interessavano i disegni delle ali).

mercoledì 19 gennaio 2011

Telepatia

La telepatia come qualcosa di arcaico, sostituita dalla parola: lo spiegava Emilio Servadio (uno dei grandi psicoanalisti italiani), in questo articolo. Nei vent'anni seguenti, le neuroscienze hanno fatto passi da gigante; mi sembra comunque che il ragionamento di Servadio sia ancora un ottimo punto di partenza. Gli animali hanno spesso comportamenti che sembrano telepatici: in realtà, come si è scoperto da tempo, hanno sensi diversi dai nostri. Il cane ha l'olfatto molto più sviluppato del nostro, l'elefante emette e percepisce suoni di frequenza molto bassa, eccetera. Il più delle volte, quello che ci sembra misterioso ha una spiegazione ben precisa.
Un fenomeno paranormale da sempre in bilico fra superstizione e scienza. Forse si tratta di un carattere arcaico risalente a prima dell’acquisizione della parola
TELEPATIA NON È TRASMISSIONE DI PENSIERO
di Emilio Servadio, corriere della sera 19 luglio 1988
(...) Sarà bene dichiarare e a scanso di equivoci, che tutti i cosiddetti esperimenti teatrali di «trasmissione del pensiero», e ripetiamo tutti, sono trucchi. In quali modi si procede per tentar di «provare» la telepatia, e, ciò che ormai conta ancor più, capire qualcosa del suo funzionamento? Le tecniche variano, anzitutto, a seconda che si basino sulla «qualità» o sulla «quantità». Nel primo caso, ciò a cui si mira è che un soggetto, posto in determinate condizioni (di veglia, di sonno, di ipnosi, di trance, eccetera) riproduca un determinato stimolo, quasi sempre un disegno, o comunque un'immagine senza il tramite della normale percezione. Il disegno, o l'immagine, fanno storia a sé, ossia non appartengono ad alcuna serie: sono, ad esempio, tracciati seduta stante da chi sperimenta, o scelti fra un numero indefinito di fotografie, o d'illustrazioni di riviste. Naturalmente, è il ripetersi di questo tipo di esperienze, e sono i ripetuti confronti fra le immagini che danno alla lunga l’impressione, se non la certezza matematica, della telepatia. (...)
Dall'ormai spettacolosa raccolta di prove a favore della telepatia, tanto spontanea quanto sperimentale, è lecito trarre alcune conclusioni di massima su questo fenomeno, che dal limbo di millenarie tradizioni è stato portato su un piano di dignitosa e obiettiva indagine scientifica.
Primo punto: la telepatia, contrariamente a quanto in genere si crede, non è trasmissione di pensiero». Nella telepatia non si «trasmette» propriamente nulla, e il suo oggetto non consiste in pensieri!
«Non si trasmette nulla»: con questo vogliamo dire che il concetto abituale, secondo cui nel fenomeno telepatico c'è Tizio che trasmette, e Caio che riceve, è stato sistematicamente smentito dall'osservazione e dall'esperimento. L'indipendenza della telepatia dal fattore distanza (essa avviene indifferentemente nella stessa camera o dall'America all'Australia), le distorsioni e le frammentazioni delle immagini, la mancanza di qualsiasi equivalente meccanico, e altre caratteristiche lungamente indagate, permettono ormai di considerare la telepatia come la «messa in comune» di elementi psichici fra due o più persone, e di metter da parte, come gratuito, qualsiasi paragone con le trasmissione della radio, e con le onde elettromagnetiche.
La telepatia è sintonia di immagini e di affetti, è un fenomeno assai più «viscerale» che non «cerebrale». Può darsi che abbia un substrato fisico, che un giorno si riuscirà a dimostrare: ma, per ora, il suo aspetto è quello di qualche cosa che è a un tempo immateriale, e appartenente a livelli elementari, vitali, dello psichismo umano.
Secondo punto: l'evento telepatico, anche il più apparentemente «spontaneo», non avviene per caso: esso è in qualche modo condizionato dai rapporti e dai legami affettivi dei partecipanti, i quali appaiono avere, sempre e comunque, qualche cosa di reciproco e di complementare che tende a sintonizzarsi o a fondersi. Con la telepatia appare provvisoriamente cancellato un dualismo, e ristabilita per qualche istante una «unità nella pluralità».
Terzo punto: la telepatia non ha nulla di progressivo e di superiore rispetto ai modi consueti, evoluti e normali di comunicazione fra gli uomini. Paragonati a un «incontro» telepatico, una telefonata o un telegramma sono di gran lunga più particolareggiati, e psicologicamente più adeguati e convenienti.
Appare dunque sempre più plausibile l'opinione, formulata da vari studiosi, secondo cui la telepatia sarebbe un mezzo «arcaico» di comunicazione, proprio a un certo livello evolutivo degli esseri viventi (si suppone che essa costituisca il modo tipico di comunicare in vari aggruppamenti animali), ma che viene grado a grado soppiantato da sistemi più articolati e specifici come il linguaggio mimico, verbale o scritto. Tale mezzo potrebbe tuttavia ripristinarsi per qualche istante, in particolari condizioni di «regressione psicoaffettiva», nelle quali due o più personalità sembrano parzialmente confondersi in un oceano psichico che le ingloba e le trascende.
(Emilio Servadio, corriere della sera, 1988)

giovedì 21 ottobre 2010

La chiave di tutti i segreti

C’è un oggetto che ogni tanto appare nei film dell’orrore, o magari in Indiana Jones: la tavola magica, il simbolo segreto che svela tutti i segreti dell’umanità; magari affidato a un faraone egizio, a un mago assiro, a Harry Potter o a un alieno di Roswell, magari un anello, un tatuaggio, una pietra o una statua da rimettere al suo posto, e che crea maledizioni e catastrofi ed effetti speciali luminosi, magari in 3D.
Lo so che è antipatico dirlo, ma questa Tavola della Magia esiste già, più o meno dal 1860; e la stiamo già usando da più di cent’anni. I chimici la studiano a scuola, e da almeno mezzo secolo è l’incubo (incubo da interrogazione e da compito in classe) dei sedicenni che fanno la scuola di perito chimico: la stechiometria, il sistema periodico degli elementi.
Così la presenta un grande medico e grandissimo scrittore, Oliver Sacks: il titolo del libro è simpatico (“Zio Tungsteno”: Sacks aveva uno zio che costruiva lampadine) ma mi è sempre sembrato un po' astruso, forse con un altro titolo sarebbe stato un bestseller perché è molto chiaro e molto divertente. Ma, attenzione: questa non è una semplice sequenza di nomi più o meno astrusi, è una visione dell’Universo, della Creazione. Fate attenzione soprattutto ad uno di questi nomi: il Carbonio, su questa Terra, è l’unico degli elementi che è connesso alla vita.
Capitolo XVI - IL GIARDINO DI MENDELEEV (by Oliver Sacks)
Nel 1945 il Museo della Scienza di South Kensington fu riaperto (dopo una lunga chiusura nel periodo della guerra) e per la prima volta vidi la gigantesca tavola periodica che vi era esposta.
La tavola, che copriva un'intera parete in cima alle scale, era in realtà una vetrina di legno scuro con una novantina di scomparti, ciascuno dei quali porta scritto il nome del proprio elemento, il suo peso atomico e il suo simbolo chimico. In ogni scomparto, poi, c'era un campione dell'elemento stesso (quanto meno, di tutti quelli che erano stati ottenuti in forma pura, e che potevano essere esposti in condizioni di sicurezza). Il cartellino informava, « La classificazione periodica degli elementi secondo Mendeleev».
I primi che vidi furono i metalli, esposti a decine in tutte le forme possibili: barrette, cubi, fili, fogli, dischi, cristalli, masse di forma indefinita. La maggior parte erano grigi o argentei, alcuni avevano sfumature azzurre o rosa. In qualche caso le superfici erano brunite e risplendevano debolmente di giallo; poi c' erano i colori intensi del rame e dell'oro.
Nell'angolo in alto a destra c'erano i non metalli - gli spettacolari cristalli gialli dello zolfo e quelli
rossi, traslucidi, del selenio; il fosforo, simile a pallida cera d'api, immerso nell'acqua; e il carbonio, sotto forma di minuscoli diamanti e grafite nera e lucente. C'era poi il boro, una polvere brunastra; e i cristalli di silicio, dalla superficie come increspata, di una lucentezza nera, intensa, simile alla grafite o alla galena.
A sinistra c'erano i metalli alcalini e i metalli alcalino-terrosi (i metalli di Humphry Davy), tutti, tranne il magnesio, immersi in bagni protettivi di nafta. Fui colpito dal litio, nell'angolo più in alto a sinistra, perché, leggero com'era, galleggiava sulla nafta; e anche dal cesio, più in basso, che formava una pozzanghera luccicante sotto la nafta. Il cesio, questo lo sapevo bene, aveva un bassissimo punto di fusione, e quello era un giorno d'estate molto caldo. Tuttavia, non mi ero del tutto reso conto, osservando le minuscole masserelle parzialmente ossidate che avevo visto fino ad allora, che il cesio puro fosse dorato: al principio lanciava solo un bagliore, un lampo d'oro, sembrava emettere un'iridescenza con una lucentezza dorata; ma poi, osservato da un'angolazione diversa, appariva di un color oro puro, e sembrava un mare d'oro, o del mercurio dorato.
C'erano poi altri elementi che fino ad allora erano stati per me solo dei nomi (oppure, in modo quasi ugualmente astratto, dei nomi associati a qualche proprietà fisica e a un peso atomico) e adesso per la prima volta li vedevo in tutta la loro diversità e la loro realtà. In quella mia prima, sensuale panoramica, percepii la tavola come un sontuoso banchetto, un enorme desco apparecchiato con un'ottantina di portate diverse.
A quell'epoca avevo ormai acquisito familiarità con le proprietà di molti elementi e sapevo che essi formavano un certo numero di famiglie naturali, come quella dei metalli alcalini, dei metalli alcalinoterrosi e degli alogeni. Queste famiglie (che Mendeleev chiamò « gruppi ») formavano le colonne verticali della tavola, con i metalli alcalini e quelli alcalino-terrosi a sinistra, gli alogeni e i gas inerti a destra, e tutto il resto collocato in quattro gruppi intermedi situati nel mezzo. Questi gruppi intermedi erano « gruppi » in un modo un po' meno chiaro - nel Gruppo VI, per esempio, vedevo lo zolfo, il selenio e il tellurio. Sapevo bene che questi tre elementi (i miei « puzzogeni ») erano molto simili - ma che ci faceva in mezzo a loro l'ossigeno, proprio in testa al gruppo?
Doveva esserci un principio più profondo - e infatti c'era. Era stampato in cima alla tavola, ma nella mia impazienza di osservare gli elementi, non gli avevo prestato attenzione alcuna. Il principio più profondo, vidi poi, era la valenza.
Il termine valenza non esisteva nei miei libri dell'epoca vittoriana, giacché era stato sviluppato correttamente solo verso la fine degli anni Cinquanta del diciannovesimo secolo. Mendeleev fu uno dei primi ad avvalersene e a usarlo come fondamento per la classificazione, offrendo così qualcosa che non era mai stato chiaro prima: una base razionale per spiegare la tendenza degli elementi a formare famiglie naturali e ad avere profonde analogie chimiche e fisiche gli uni con gli altri.
(...)La tavola che avevo dinnanzi era dominata da una periodicità in base otto, sebbene si potesse anche vedere che nella parte inferiore, all'interno dei fondamentali ottetti, erano interposti alcuni elementi extra: dieci per ciascuno nei Periodi 4 e 5, e dieci più quattordici nel Periodo 6.
Così si procedeva, osservando ogni periodo completarsi e condurre al successivo imboccando una
serie di curve da capogiro - questa, almeno, era la forma in cui l'immaginavo io, così che la solenne tavola rettangolare che avevo di fronte si trasforma nella mia mente in anse e spirali.
La tavola era una sorta di scalinata cosmica, o di scala di Giacobbe che saliva e scendeva verso un cielo pitagorico.
All'improvviso, fui travolto al pensiero di quanto dovesse esser sembrata sorprendente, la tavola periodica, ai chimici che la videro per primi – chimici che avevano una profonda familiarità con sette o otto famiglie di elementi, ma che non avevano mai compreso la base di quelle famiglie (la valenza), come esse potessero confluire a comporre un unico schema di ordine superiore. Mi chiedevo se non avessero reagito come avevo fatto io di fronte a quella prima rivelazione: «Ma certo! E così ovvio! Come ho fatto a non pensarci io? ».
Indipendentemente dal fatto che uno pensasse in termini di colonne verticali o di righe orizzontali, in un modo o nell'altro si arrivava alla stessa griglia. Era come uno schema di parole crociate, che poteva essere affrontato sia partendo dalle definizioni «verticali » che da quelle «orizzontali », salvo per il fatto che un gioco enigmistico era un costrutto arbitrario, squisitamente umano, mentre la tavola periodica rifletteva o rappresentava un ordine profondo della natura, perché mostrava tutti gli elementi disposti in base ad una loro relazione fondamentale. Avevo la sensazione che essa custodisse un segreto meraviglioso, ma si trattava di un criptogramma senza chiave: perché quella relazione era così? (...)
(Oliver Sacks, da “Zio Tungsteno”, ed. Adelphi – capitolo XVI, Il giardino di Mendeleev)

giovedì 31 dicembre 2009

Colori

Il rosso è il sangue, e il nero sono i pirati. Il bianco invece è l'onore, e l'azzurro è il mare, oppure il cielo: il verde invece è la terra. Lo diceva, in un'intervista di qualche anno fa, un vecchio signore inglese, discendente di pirati e fondatore di un immaginario e personale principato che ha sede su una piattaforma petrolifera.
L'intervista mi aveva molto divertito, e so che ci sono molti altri studi legati al significato dei colori; ma questi abbinamenti mi piacciono molto, ed è per questo che li ho memorizzati. Il riferimento ai colori faceva parte di un ragionamento su simboli, stemmi, insegne e bandiere, una cosa della quale ci siamo completamente dimenticati ma che una volta, ai tempi di sir Francis Drake o di Giovanni dalle Bande Nere, aveva grande importanza.
Alcuni di questi accostamenti sono facili da capire: il verde è il colore dell'islam, per esempio. Quale altro colore poteva essere scelto da gente che vive nel deserto? Il verde, in questo caso, è sicuramente associato al Paradiso; ma non è detto che sia sempre così. Nelle nostre campagne, dove il verde era invece abbondantissimo, le case avevano spesso colori tendenti al rosso e al rosa antico, che bilanciavano tutto quel verde. Oggi i colori antichi non si usano più, a Milano anche i palazzi storici sono stati sbiancati e ridotti ad un marmo funereo: anche questo è un segno dei tempi che stiamo vivendo.
Per i tempi che stiamo vivendo, è curioso vedere che un partito politico abbia scelto proprio il verde come suo simbolo: la Lombardia è ormai quasi tutta cementificata ed asfaltata, da 15 anni in qua il verde è ormai in estinzione quasi ovunque, e adesso stanno sparendo anche i giardini delle ville sul lago di Como. Si naviga sul lago, si guarda in su, verso quel cielo di Lombardia che è così bello quando è bello, e si vedono garage e villette a schiera. Quei giardini erano privati, e si sa che nelle case private ognuno fa quel che gli pare e non ci sono vincoli da rispettare: così si dice e forse dal punto di vista ideologico (cioè burocratico e notarile) è esatto - ma il panorama, a dire il vero, dovrebbe essere di tutti.
Il mio pensiero di uomo del XX secolo (pardon, XXI ) leggendo quell'articolo era però corso subito alle squadre di calcio: per esempio l'accostamento di rosso e nero (Milan e Foggia, con tanto di simboli satanici; ma sono anche colori della Chiesa) non mi aveva mai entusiasmato, ed ecco una conferma ai miei ragionamenti inconsci. L'onore, ma anche i pirati: ecco il bianco e il nero accostati, una squadra di campioni eleganti e corretti come Platini e come Scirea, ma anche di filibustieri e rudi soldati come Gentile e come Montero, o magari come Sivori che riuniva in sè sia il bianco (la classe del campione inarrivabile) che il nero (recordman nelle squalifiche, calcioni dati e presi): ecco la mia Juventus.
Ma, a dire il vero, i miei colori preferiti sono sempre stati il rosso e il blu accostati: come il Genoa, il Cagliari, il Bologna. Trovo molto belli anche il nero e il verde del Venezia, o il rosa e il nero del Palermo. Oggi va di moda (per via del marketing) cambiare sempre le maglie delle squadre di calcio, ed è un peccato. La Juve gioca con maglie blu oppure gialle o rosse o grigie, l'Inter con croce rossa su fondo bianco o con improbabili strisce orizzontali da rugbista, la Lazio abbandona i colori del Vaticano per un grigino stinto che tira al verdesino pallido, e la Roma veste tutta di nero o color senape: perché mai? Per contrabbandare qualche maglietta in più, approfittando della stupidità dei tifosi? E' un altro segno del degrado del mondo che ci circonda.
Mi chiedo cosa penseranno mai i bambini, vedendo i loro campioni giocare con colori sempre diversi, e con insegne così confuse da renderli simili agli avversari. Mi chiedo anche tante altre cose, ma il bianco e il nero abbinati continuano a piacermi, qualsiasi cosa succeda so di stare dalla parte giusta, dalla parte dei miei sentimenti più veri e più profondi; lontano da qualsiasi razionalità, ma vicino al cuore.

sabato 26 dicembre 2009

Il Presepio

Il presepio è un simbolo così semplice e così comprensibile che non avrei mai creduto di dover avere dei problemi nel parlarne: avrei voluto metterlo qui per Natale ma proprio non ci sono riuscito, e me ne scuso.
Quando la politica mette le mani sui simboli, soprattutto quelli che sono di tutti, è sempre triste; quando poi lo si fa in questo modo, con la rozzezza e la violenza in cui lo si è fatto in queste ultime settimane, per di più insultando il Vescovo di Milano, la tristezza diventa grande. E la tristezza non si addice al Natale, ma intanto io sono qui che guardo le mie statuine con pensieri tristi, e dubito che passi. Non passerà presto, questo è certo.
Ho ancora negli occhi quel signore, alto dirigente di CL, che in tv diceva che Gesù non è nato povero, era figlio di un artigiano e quindi di famiglia benestante. C’è del vero in questa affermazione, ma come nasce Gesù lo sappiamo tutti, in una stalla, tra povera gente, e la sua famiglia è stata respinta da tutti. Oltretutto, il tono con cui venivano dette queste affermazioni era quello di chi spiega, sorridendo ma con una certezza che non ammette dubbi, che Gesù non uno straccione qualsiasi, anzi. Mancava solo che dicesse: Gesù era brianzolo, protettore delle piccole imprese.
Lì vicino, il monaco Enzo Bianchi, priore di Bose in Piemonte, strabuzzava gli occhi e non credeva alle sue orecchie; ma è una persona educata, non si è alzato mandando a quel paese l’altro signore, ma ha spiegato quello che dovremmo davvero sapere tutti, se osiamo chiamarci Cristiani: non solo Gesù nasce povero, ma i pastori erano disprezzati, a quel tempo. I pastori vivono in mezzo alle pecore, e nel lavorare si sporcano e puzzano, proprio come le pecore. Si sa che il disprezzo per la gente che lavora è purtroppo molto antico; ma è a loro, ai pastori, che l’Angelo si rivolge per accogliere Cristo: ai pastori, e non alla Confartigianato.
La scena del presepio è presente in uno solo dei quattro Vangeli, quello di Luca.
Luca 2, 1-21 Nascita di Gesù e visita dei pastori
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nàzaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta.
Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo. C'erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l'angelo disse loro: « Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia ». E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste che lodava Dio e diceva: « Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama ».
Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: « Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere ». Andarono dunque senz'indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore.
I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro. Quando furon passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima di essere concepito nel grembo della madre.
testo da “La Sacra Bibbia” della CEI (Conferenza Episcopale Italiana) “editio princeps 1971”
PS: Non è ancora passato un anno da quando questo Papa, Benedetto XVI, papa Ratzinger, teologo conservatore, è andato a pregare – da Cristiano - in una moschea: le spiegazioni del gesto hanno riempito pagine e pagine di giornali, ma in tv se ne è parlato poco. Il senso si può riassumere così: “Pace in terra agli uomini di buona volontà”, e gli uomini di buona volontà possono anche non essere cristiani. La stessa cosa aveva fatto il Papa precedente, Giovanni Paolo II, papa Woytila, polacco, anticomunista: e con tutte le religioni. Le foto e i filmati di questi incontri sono su internet, sui libri, basta cercarle. Il Vescovo di Milano, il lombardissimo Cardinal Tettamanzi, non ha fatto che leggere quello che c’è scritto sul Vangelo: il Cristianesimo è questo ed esiste da duemila anni, se non si vuole essere Cristiani che lo si dica apertamente.
PPS: L’affresco della Natività è di Bernardino Luini.

lunedì 21 dicembre 2009

Tuta mimetica

La tuta mimetica è fatta per nascondersi nel bosco. Una tuta mimetica indossata a Milano, davanti al Duomo, è l’esatto contrario: serve a farsi vedere. Se la indossa un militare, pazienza; se la indossa un cittadino qualsiasi (o magari una cittadina, perché fa moda) ottiene l’effetto di un evidenziatore: è come diventare luminosi e fosforescenti, o circolare con un cartello indicatore sopra la testa – e questo almeno fino al giorno in cui tutti circoleremo in tuta mimetica (spero il più tardi possibile).
Un effetto simile lo sta facendo un altro abito “di servizio” che ormai è diventato d’uso comune, questo sì fosforescente e riflettente o catarifrangente: la giacca a vento impermeabile con le strisce antinebbia “per farsi vedere di notte”, che in pieno giorno e in città non serve a niente, ma ormai fa tendenza e guai a non metterla.
Intendiamoci, non c’è niente di male: sono indumenti comodi e utili, ma è come un volersi mettere in uniforme, tutti uguali; e l’uniforme è parente stretta della livrea, quella che indossavano i servi. Ricordo sempre che, in fabbrica, era normale prendere un po’ in giro quelli che circolavano in paese con gli abiti da lavoro o con la giacca a vento della ditta. Gli si dava del tirchio, o gli si chiedeva: “ma hai così voglia di tornare a lavorare, che non riesci a staccarti dalla tuta?”. La risposta era semplice, spesso con tono di scusa: “Ma no, stavo facendo dei lavori in casa, ero vestito così e sono uscito a prendere la vernice che mi mancava per finire la parete che sto imbiancando”.
Adesso invece sono tutti fieri dell’uniforme, anche le giovani crocerossine escono di casa con i catarifrangenti, e le ronde fortemente volute dalla Lega Bossiana sono tutte in giacca a vento anti-mimetica.
Non ho un giudizio da dare, o meglio ho il mio: che vale quel che vale, il tempo di leggerlo e dimenticarsene (non ho mai amato né le mode né le uniformi, cerco da sempre di vestirmi nel modo più anonimo possibile: ma forse è solo perché sono alto un metro e novanta, penso che sia più che altro una forma di difesa naturale, del tutto indipendente dalla mia parte razionale). Però la moda della tuta mimetica ha riferimenti precisi, i film di Rambo e il mito dei lagunari. Quando ci si mette la tuta mimetica, magari con gli anfibi (se siamo al 31 di luglio pazienza), un bel bazooka fra le mani completerebbe perfettamente il look. Cerco di non pensarlo mai, soprattutto davanti a dei militari in servizio in Piazza del Duomo, ma di questi tempi dimenticarsi delle uniformi è davvero dura.
PS: Il disegno è una copertina del mensile “Linus”, che usciva negli anni ’80. Uno dei maggiori filosofi novecenteschi, lo Snupius, si sta chiedendo: “ma come si fa a perdersi dentro un albero?”

mercoledì 16 dicembre 2009

Il Crocifisso

Ogni tanto qualcuno, di solito uno che viene da fuori, di un’altra religione, lo fa notare: “è un cadavere, nudo, su una croce”. E ci sono reazioni sdegnate, scandali, urla e discussioni insensate.
Eppure è proprio così, basterebbe guardare: un uomo nudo, appena coperto da un panno; ed è morto, su una croce, esposto al pubblico ludibrio. Forse ci abbiamo fatto caso da bambini, ma ormai ci siamo così abituati che non lo vediamo nemmeno più.
Eppure tutti dovremmo essere andati al catechismo, e tutti – se ci diciamo Cristiani - dovremmo sapere come rispondere, ed essere orgogliosi di quel cadavere nudo, di quel Dio che è morto per noi: il Crocifisso è uno dei simboli principali della nostra religione. E l’essere nudo sta a significare miseria, il non avere più niente: meno che essere mendicanti. Forse è il caso di ricordare, en passant, che la nudità come simbolo unicamente sessuale è una cosa abbastanza recente, per secoli nudo è stato sinonimo di squallido, di sporco, di sconfitta.
Se avessimo letto i Vangeli (cosa della quale dubito fortemente) conosceremmo tutta la storia: ma non sto qui a ricapitolarla, il Vangelo è un libro di poche pagine, chi non sa o non ricorda può anche andare a leggerselo.
Gesù ci dice due cose fondamentali: di amare il nostro prossimo (lo dice nell’Ultima Cena) e che la nostra vita non finisce qui. Il primo messaggio è chiarissimo ma anche di una difficoltà estrema (amare il nostro prossimo? anche quell’antipatico là? anche chi mi ha fatto del male?); il secondo messaggio è molto meno comprensibile – almeno finché siamo qui su questo mondo.
E’ sconvolgente l’episodio di San Tommaso: che non crede ai propri occhi. Come può essere questo il mio amico, se il mio amico è morto? E Gesù gli prende la mano e gli fa toccare le piaghe, quelle che lo avevano ridotto cadavere: e da amico gli dice “sì, sono proprio io; ma con la morte non finisce tutto.”
Un altro argomento che lascia perplessi i non cristiani è quello del Dio che muore. Come possiamo adorare un Dio che muore? Per molte religioni, un Dio che muore è addirittura ridicolo.
Anche qui, un cristiano dovrebbe saper rispondere: ma ormai dubito che il Cristianesimo interessi davvero agli italiani, men che meno a certi lombardi e a certi veneti. Pochi giorni fa il Cardinale di Milano è stato insultato per avere detto che Cristo è solidarietà e accoglienza; gli hanno risposto – a parte le parole offensive, sulle quali vorrei sorvolare (ma non so se è possibile sorvolare, torneranno presto) – che loro preferiscono il presepio. E questa è una risposta interessante: noi tutti amiamo il presepio, che è la vita che nasce, Gesù Bambino, e in fin dei conti non amiamo molto quel povero uomo senza niente addosso, vilipeso e stracciato, che teniamo appeso nelle nostre case e nelle nostre scuole.
Molti preferirebbero che nel Vangelo ci fosse scritto come precetto di pestare i negri e i mendicanti, ma così non è - meglio comunque non dirlo troppo in giro, stringiamoci intorno al cardinal Tettamanzi e preghiamo affinché l’ondata cattiva passi senza portare troppi danni.

martedì 15 dicembre 2009

Falce e Martello


Falce e martello, contadini e operai: simboli del lavoro. Simboli del passato, mi si fa notare: ottocenteschi o d’inizio novecento. Capisco benissimo che chi viene da un Paese dell’Est possa non gradirne la vista, ma questo è un simbolo tra i più belli.
Bisognerebbe finalmente imparare a guardare chi c’è, come persona fisica, dietro ai simboli: chi porta avanti le idee o dice di farlo. E questa è una cosa che andrebbe sempre detta, fin dalla prima infanzia: diffidare delle singole persone, confrontare sempre le idee con la strada che si sta facendo. Perfino dietro al Crocifisso si sono nascosti (e si nascondono tutt’oggi) persone spregevoli – ma questo è un discorso lungo che mi porterebbe fuori strada.
Falce e martello sono il simbolo della fatica, la fatica fisica: è per questo che appaiono così fuori moda. Lavorare costava grande fatica e resistenza fisica: oggi andiamo in palestra e giochiamo con la playstation, è normale che questo simbolo ci appaia vecchio e incomprensibile.
Il martello si usa per il bricolage, la falce è proprio estinta: anche per pochi centimetri quadrati di prato ormai si usa la motofalciatrice, vuoi mettere? Oppure si asfalta tutto, si mettono gli autobloccanti, si usa il diserbante: l’uomo del Duemila in questo modo è convinto di risolvere tutto.
E io, che la falce non l’ho mai usata, penso invece a mio nonno: che era alto e magro, ma aveva dei muscoli eccezionali, così duri che parevano di legno. Forte come una quercia, si diceva una volta; e mio nonno era già anziano al tempo di questo ricordo. Dimenticatevi i culturisti: quelli dei contadini erano muscoli veri, non roba gonfiata. Mio nonno era sempre gentile e sorridente, una persona mite (somigliava un po’ a Stan Laurel, ma solo nelle foto dove Stanlio era serio), ma in casa si raccontava ancora che era stato capace di fronteggiare un toro fuggito dalla stalla, almeno due volte, e di riportarlo alla calma.
La falce piccola, il falcetto del simbolo, a dire il vero qualche volta l’ho usata: ma non sapevo come fare, era tutt’altro che facile e richiedeva molta pratica. La falce grande, quella per segare il frumento, evoca ricordi maestosi; ed era anche molto pericolosa, richiedeva grande abilità manuale.
In anni lontani ho visto da vicino lo spettacolo (perché era davvero uno spettacolo) dell’affilare le falci con la cote: esercizio pericolosissimo, che andava ripetuto più volte nel corso della giornata. E l’atto del falciare, così come quello del seminare, ha molto a che vedere con la nascita della musica: è un atto ritmico, quasi una danza lenta. Se si semina male, andando fuori tempo, non in maniera ordinata, il frumento crescerà male; se si falcia male, il lavoro risulterà più difficile e più duro.
Le misure di lunghezza e di superficie dell’Ottocento, spesso antichissime, sono state tutte soppiantate dal metro e dai suoi derivati. Avevano nomi che oggi appaiono strani, perfino ridicoli: pertiche, biolche; e variavano sensibilmente da un posto all’altro, anche a poca distanza. Al di là della comodità dell’uso del sistema metrico, va ricordato che non erano semplici misure lineari o di superficie, ma tenevano conto anche del tempo e delle difficoltà da superare. Fare cento metri in salita non è la stessa cosa che fare cento metri in piano; allo stesso modo, arare un campo di terra morbida non è la stessa cosa che arare un campo di terra dura e sassosa. La superficie è la stessa, ma il lavoro richiede più tempo: di tutte queste cose si teneva conto. Il sistema metrico va benissimo per i geometri, che devono solo sbancare e costruire: per il contadino, quello che usa la falce, forse era davvero meglio pensare in biolche.
Da mio nonno, a Parma, si parlava in termini di parsón e di piana: una “piana” era la porzione di terreno che si poteva lavorare in un giorno, e il “parsón” era una suddivisione della piana, il tempo (e la distanza) necessari per andare avanti e indietro, come la navetta nel telaio, e ripartire per fare un’altra porzione (forse l’etimologia è questa?) della “piana”.
Mio zio, suo figlio, classe 1927, mi diceva sempre (anche lui sorridendo) “voi siete nati nella bambagia, queste cose qui non le capite”. E aveva ragione. Lui faceva il muratore, ed era fiero del suo mestiere; al cantiere gli affidavano sempre le cose difficili, quelle da fare con precisione. Gli archi, le volte, le piastrelle. Il lavoro manuale costa molta fatica, ma costruire un muro a regola d’arte, o falciare perfettamente un prato, sono cose che danno soddisfazione.
A noi, di tutto questo, è arrivato poco o niente. La mia generazione è davvero cresciuta nella bambagia (cioè nel cotone, sul morbido), ma quelle successive sono generazioni di plastica e di mondi virtuali, da videogioco o da omini del Lego, dove per la fatica fisica non c’è posto – a meno di andare in palestra per le arti marziali.
Per tutto il resto, c’è un libro bellissimo, breve e di facile lettura, che si chiama “La fattoria degli animali”(autore George Orwell, testimone oculare). In URSS è andata così: ma io, figlio di operai, ho potuto studiare e fare la vita del signore. Nell’Ottocento, quando nacque e si diffuse il simbolo della falce e martello, non mi sarebbe andata così bene: e per sapere come mi sarebbe andata si potrebbe provare a leggere un libro qualsiasi di Dickens, basta anche “Oliver Twist”.
N.B.: potrei essere stato impreciso nei termini che ho usato. Innanzitutto per la pronuncia: il dialetto non è una lingua scritta, e il parmigiano (pramsàn) è davvero difficile da rendere con l’italiano. La esse di “parsón” è un suono intermedio tra esse e zeta, e le A di “piana” sono diverse da quelle dell’italiano. Anche tutto il resto andrebbe verificato, però il concetto è quello: le antiche misure di superficie tenevano conto anche del tempo, e della fatica fisica.

sabato 7 novembre 2009

Fascio


Una spiga da sola non fa forza; tante spighe legate insieme fanno un bastone, qualcosa con cui far leva, il manico di un’ascia. Il simbolo del fascio si spiega con facilità, anche se il disegno in sè è sempre poco chiaro; ed è l’ennesimo simbolo positivo che poi si trova ad essere frainteso e traviato.
Conosco questa spiegazione perché me l’hanno detta i miei vecchi: per chi è nato negli anni ’20 e ’30, in Italia, l’educazione fascista era obbligatoria e non si poteva scappare né svicolare: a scuola, tutti in divisa da balilla o da giovane italiana, e via con l’indottrinamento a martello. Molti conservano un buon ricordo di quei tempi, e li capisco perché i princìpi di base erano buoni, così come buono era il simbolo di partenza; ma mi chiedo come mai ci sia ancora chi non si sappia distinguere tra il principio in sè e la sua applicazione pratica.
Prendiamo il motto numero uno: Dio, Patria e Famiglia. Santo Cielo! La disastrosa campagna di Russia, la perdita dell’Istria e di Fiume, le truppe mandate alla sconfitta in Albania e in Grecia, i racconti stupefatti dei nostri fanti ad El Alamein davanti all’organizzazione militare vera dei tedeschi e degli inglesi, le leggi razziali, le stragi di civili in Libia e in Etiopia, la disfatta dell’8 settembre 1943, la fuga del re, la svendita dell’Italia del Nord ai nazisti con la RSI, morti e feriti, macerie e distruzione... No, meglio dimenticarselo, il fascismo: se solo lo si potesse fare. Almeno c’era la scusa che una volta la gente era ignorante, ma non per sua colpa; oggi essere ignoranti significa proprio non voler sapere né vedere. Il Fascio Littorio viene dall’antica Roma, e all’antica Roma, una romanità d’accatto, fanno capo tutti i simboli fascisti, dall’aquila imperiale in giù: a significare una grandezza militare che era solo cialtroneria e slogan, parole al vento, alpini con le suole di cartone mandati a sicura morte in Ucraina. Ma sull’antica Roma penso che sia facile reperire informazioni, e bene o male a scuola tutti ne abbiamo studiato la storia. In ogni caso, l’antica Roma fu davvero una potenza militare e culturale: una cosa ben diversa dall’Italietta fascista.
Il simbolo del fascio, l’unione fa la forza, tutti insieme per lavorare meglio, sembrerebbe una cosa di sinistra: e infatti Mussolini lo prese dal suo passato di socialista, il movimento dei Fasci Siciliani.

Ecco cosa ne dice wikipedia:
« I Fasci siciliani (anche Fasci Siciliani dei Lavoratori) furono un movimento di massa di ispirazione democratica e socialista, nato in Sicilia fra il proletariato contadino, minatori ed operai dal 1891 al 1893. Fu sopito solo dopo un intervento militare. Sull'esempio dei fasci operai nati nell'Italia centro-settentrionale, il movimento fu un tentativo di riscatto delle classi meno abbienti, inizialmente formato dal proletariato urbano ed a cui si aggiunsero braccianti agricoli, "zolfatai" (minatori), lavoratori della marineria ed operai. Essi protestavano sia contro la proprietà terriera siciliana, sia contro lo Stato che appoggiava apertamente la classe benestante. La società siciliana era allora parecchio arretrata, il feudalesimo pur se abolito (dagli stessi aristocratici illuminati) agli inizi del XIX secolo aveva condizionato la distribuzione delle terre e quindi delle ricchezze. L'unità d'Italia dall'altro lato, non aveva portato i benefici sociali sperati ed il malcontento covava fra i ceti più umili. Il movimento chiedeva fondamentalmente delle riforme, soprattutto fiscali ed una più radicale nell'ambito agrario, che permettesse una revisione dei patti agrari (abolizione delle gabelle) e la redistribuzione delle terre.
I Fasci furono ufficialmente fondati il 1 maggio del 1891, a Catania e guidati da Giuseppe de Felice Giuffrida. Il movimento era però nato in maniera spontanea già alcuni anni prima a Messina. A questo fece seguito il Fascio di Palermo (29 giugno 1892) guidato da Rosario Garibaldi Bosco e la costituzione del Partito dei Lavoratori Italiani (agosto 1892). A questi due fasci se ne aggiunsero altri e già a fine 1892 il movimento si era diffuso in tutto il resto dell'isola con sedi in tutti i capoluoghi tranne Caltanissetta. Il 20 gennaio 1893 a Caltavuturo (PA) 500 contadini di ritorno dall'occupazione simbolica di terre di demanio vengono dispersi da soldati e carabinieri con i fucili e tredici manifestanti cadono vittime. Al massacro di Caltavuturo seguono numerose manifestazioni di solidarietà da parte dei Fasci e sul piano nazionale e tendono ad aumentare l'esasperazione dello scontro sociale.
Il 21 e 22 maggio 1893 si tiene il congresso di Palermo vi parteciparono 500 delegati di quasi 90 Fasci e circoli socialisti. Venne eletto il Comitato Centrale, composto da nove membri: Giacomo Montalto per la provincia di Trapani, Nicola Petrina per la provincia di Messina, Giuseppe De Felice Giuffrida per la provincia di Catania, Luigi Leone per la provincia di Siracusa, Antonio Licata per la provincia di Girgenti, Agostino Lo Piano Pomar per la provincia di Caltanissetta, Rosario Garibaldi Bosco, Nicola Barbato e Bernardino Verro per la provincia di Palermo. L'apice del movimento fu raggiunto nell'autunno del 1893, quando il movimento organizzò scioperi in tutta l'isola e tentò un'effimera insurrezione. La società siciliana fu sconvolta, ovunque si ebbero violenti scontri sociali, ed il movimento dettò le proprie condizioni alla proprietà terriera per il rinnovo dei contratti.
In questo contesto il presidente del consiglio Francesco Crispi, siciliano, nel tentativo di ristabilire l'ordine ascoltò le sole istanze dei possidenti, ed adottò la linea dura con un intervento militare. Il movimento fu sciolto e i capi vennero arrestati dal Commissario Regio Roberto Morra di Lavriano. Il 30 maggio il tribunale militare di Palermo condannò Giuseppe de Felice Giuffrida a 18 anni di carcere, Rosario Bosco, Nicola Barbato e Bernardino Verro a 12 anni di carcere quali capi e responsabili dei Fasci siciliani. L'on. de Felice fu difeso in sede giudiziaria dall' avvocato siciliano G.B. Impallomeni. Nel 1895 con un atto di amnistia venne concessa la clemenza a tutti i condannati in seguito ai fatti dei Fasci siciliani.
Si concludeva così in modo violento il primo vero movimento organizzato contro i proprietari fondiari, e di emancipazione delle classi più umili. »

PS: il dipinto è "Le spigolatrici" di Millet; il fascio di di spighe e di fiori l'ho trovato in un catalogo di fiorista su internet ma ho perso l'indirizzo (e me ne dispiace molto, è davvero bello).
PPS: Non c’entra con il discorso sui simboli, ma ho notato che su internet ogni volta che si fa il nome di Giorgio Bocca, anche su un blog minuscolo, prima o poi arriva il commento di disturbo: “Bocca fu fascista!” : viene da pensare che ci sia dietro un’organizzazione capillare, sistematica e anche molto paziente. Anche Bocca è nato negli anni ’20, come Enzo Biagi, come Dario Fo, come tanti altri antifascisti di destra, di sinistra e di centro; l’essere fascista a quei tempi era obbligatorio e quasi inevitabile, va a grande merito di Bocca e di tutti gli altri l’aver abbandonato il fascismo prima di aver raggiunto la maggiore età.


venerdì 6 novembre 2009

La triplice cinta druidica


Ho giocato spesso con la trea, o tria: è la tavola da gioco che si trova sul retro della scacchiera tradizionale, e in casa l’abbiamo tutti. Non avrei mai pensato che ci fosse dietro tutta questa storia; quando mi capitò fra le mani il libro di René Guénon, uno dei più grandi studiosi di Storia delle Religioni, non credevo ai miei occhi e – lo ammetto – davanti a un’illustrazione che riproduceva un oggetto così familiare era impossibile non ridere, e la risata mi sorse spontanea. Eppure...
René Guénon Simboli della Scienza sacra ed. Adelphi
cap. 10, La triplice cinta druidica
Paul Le Cour ha segnalato, in « Atlantis » (luglio-agosto 1928), un curioso simbolo tracciato su una pietra druidica scoperta verso il 1800 a Suèvres (Loir-et-Cher), che era stata precedentemente studiata da E.C. Florance, presidente della Società di Storia naturale e di Antropologia del Loir-et-Cher. Questi pensa addirittura che la località ove fu trovata la pietra potrebbe essere stato il luogo della riunione annuale dei druidi, che secondo Cesare era situato ai confini del paese dei Carnuti. La sua attenzione fu attirata dal fatto che si trova lo stesso segno su un sigillo d'un oculista gallo-romano, rinvenuto verso il 1870 a Villefranche-sur-Cher (Loir-et-Cher); ed espresse il parere che esso potesse rappresentare una triplice cinta sacra.
Questo simbolo è effettivamente costituito da tre quadrati concentrici, legati fra di loro da quattro linee ad angolo retto (fig. 7).Nel momento stesso in cui usciva l'articolo di « Atlantis », veniva segnalata a Florance l'esistenza del medesimo simbolo inciso su una grossa pietra di basamento di un contrafforte della chiesa di Sainte-Gemme (Loir-et-Cher), pietra che sembra d'altronde di provenienza anteriore alla costruzione della chiesa, e che potrebbe risalire anch'essa al druidismo.
È sicuro del resto che, come molti altri simboli celtici, e in particolare quello della ruota, questa figura è rimasta in uso fino al Medioevo, giacché Charbonneau-Lassay l'ha rilevata tra i 'graffiti ' del torrione di Chinon, assieme a un'altra non meno antica, formata da otto raggi e circoscritta da un quadrato (fig. 8), che si trova sul 'betilo' di Kermaria studiato da J. Loth e al quale abbiamo già avuto occasione di alludere altrove. Le Cour informa che il simbolo del triplice quadrato si trova anche a Roma, nel chiostro di San Paolo, del secolo XIII, e che, d'altra parte, non era conosciuto nell'antichità soltanto dai Celti, poiché egli stesso l'ha notato parecchie volte sull'Acropoli di Atene, sulle lastre del Partenone e su quelle dell'Eretteo.
L'interpretazione del simbolo in questione come figura di una triplice cinta ci pare assai giusta; e Le Cour stabilisce a questo proposito un collegamento con ciò che dice Platone, il quale, parlando della metropoli degli Atlantidi, descrive il palazzo di Poseidone come un edificio al centro di tre cinte concentriche collegate fra di loro da canali, il che costituisce effettivamente una figura analoga a quella in questione, però circolare anziché quadrata.
Ora, quale può essere il significato di queste tre cinte? Abbiamo subito pensato che dovesse trattarsi di tre gradi di iniziazione, sicché il loro insieme avrebbe rappresentato, in certo modo, la figura della gerarchia druidica; e il fatto che la medesima figura si trovi anche altrove indicherebbe che esistevano, in altre forme tradizionali, delle gerarchie costituite sullo stesso modello, cosa questa perfettamente normale.
La divisione dell'iniziazione in tre gradi è d'altronde la più frequente e, potremmo dire, quella fondamentale; tutte le altre rappresentano in definitiva, rispetto a essa, soltanto delle suddivisioni o degli sviluppi più o meno complicati. Ci ha fornito quest'idea l'essere venuti una volta a conoscenza di documenti i quali, in certi sistemi massonici di alti gradi, descrivono questi gradi precisamente come altrettante cinte successive tracciate intorno a un punto centrale; sicuramente, tali documenti sono incomparabilmente meno antichi dei monumenti di cui si parla qui, ma si può ugualmente trovarvi un'eco di tradizioni a essi molto anteriori, e in ogni caso ci fornivano nella circostanza un punto di partenza per interessanti accostamenti.
È opportuno notar bene che la spiegazione che ne proponiamo non è per nulla incompatibile con certe altre, come quella accolta da Le Cour, secondo la quale le tre cinte si riferirebbero ai tre cerchi dell'esistenza riconosciuti dalla tradizione celtica; questi tre cerchi, che si ritrovano sotto altra forma nel cristianesimo, sono d'altronde la stessa cosa dei ' tre mondi ' della tradizione indù.
In quest'ultima, d'altra parte, i cerchi celesti sono talvolta rappresentati come altrettante cinte concentriche circondanti il Méru, cioè la Montagna sacra che simboleggia il 'Polo' o l"Asse del Mondo', ed è anche questa una notevolissima concordanza.
Lungi dall'escludersi, le due spiegazioni si accordano perfettamente, e si potrebbe anche dire che in un certo senso coincidono, giacché, se si tratta d'iniziazione reale, i suoi gradi corrispondono ad altrettanti stati dell'essere, e sono questi stati che tutte le tradizioni descrivono come altrettanti mondi diversi, perché si deve tenere ben presente che la ' localizzazione ' ha soltanto carattere simbolico.
Abbiamo già spiegato, a proposito di Dante, come i cieli siano propriamente delle `gerarchie spirituali ', cioè dei gradi d'iniziazione, e va da sé che essi si riferiscono al tempo stesso ai gradi dell'esistenza universale, poiché, come dicevamo allora,' in virtù dell'analogia costitutiva del Macrocosmo e del Microcosmo, il processo iniziatico riproduce rigorosamente il processo cosmogonico.
Aggiungeremo che, in linea di massima, è proprio di ogni interpretazione veramente iniziatica di non essere mai esclusiva, ma, al contrario, di abbracciare sinteticamente tutte le altre interpretazioni possibili; è per questa ragione inoltre che il simbolismo, con i suoi significati molteplici e sovrapposti, è il mezzo di espressione normale di ogni vero insegnamento iniziatico.
Grazie a questa stessa spiegazione, il senso delle quattro linee disposte a forma di croce che collegano le tre cinte diventa immediatamente chiaro: sono dei canali, attraverso i quali l'insegnamento della dottrina tradizionale si comunica dall'alto in basso, a partire dal grado supremo che ne è il depositario, distribuendosi gerarchicamente negli altri gradi.
La parte centrale della figura corrisponde dunque alla « fonte d'insegnamento » di cui parlano Dante e i` Fedeli d'Amore', e la disposizione cruciforme dei quattro canali che ne dipartono li identifica ai quattro fiumi del Pardes.
A tale proposito, conviene osservare che tra le due forme circolare e quadrata della figura delle tre cinte c'è un'importante sfumatura da notare: esse si riferiscono rispettivamente al simbolismo del Paradiso terrestre e a quello della Gerusalemme celeste, secondo quanto abbiamo spiegato in una nostra opera. Infatti, vi è sempre analogia e corrispondenza tra l'inizio e la fine di qualunque ciclo, ma, alla fine, il cerchio è sostituito dal quadrato, e ciò indica la realizzazione di quella che gli ermetisti designavano simbolicamente come « quadratura del cerchio »:'o la sfera, che rappresenta lo sviluppo delle possibilità mediante espansione del punto primordiale e centrale, si trasforma in un cubo quando questo sviluppo è completo ed è raggiunto l'equilibrio finale per il ciclo considerato."
Applicando specificamente queste considerazioni alla questione che ora ci occupa, diremo che la forma circolare deve rappresentare il punto di partenza di una tradizione, ed è proprio questo il caso dell'Atlantide, e la forma quadrata il suo termine, che corrisponde alla costituzione di una forma tradizionale derivata. Nel primo caso, il centro della figura sarebbe allora la fonte della dottrina, mentre, nel secondo, ne sarebbe più propriamente il serbatoio, avendo qui l'autorità spirituale soprattutto una funzione di conservazione; ma, naturalmente, il simbolismo della « fonte d'insegnamento » si applica a entrambi i casi." Dal punto di vista del simbolismo numerico, bisogna ancora notare che l'insieme dei tre quadrati costituisce il duodenario. Disposti altrimenti (fig. 9), questi tre quadrati, ai quali s'aggiungono pure quattro linee in croce, costituiscono la figura nella quale gli antichi astrologi inscrivevano lo zodiaco; tale figura era considerata d'altronde quella della Gerusalemme celeste con le sue dodici porte, tre per ogni lato, e vi è in ciò un rapporto evidente con il significato che abbiamo appena indicato per la forma quadrata. Ci sarebbero senza dubbio ancora molti altri accostamenti da esaminare, ma pensiamo che queste poche note, per quanto incomplete, contribuiranno già a portar qualche lume sulla misteriosa questione della triplice cinta druidica.
(da René Guénon "Simboli della Scienza sacra" ed. Adelphi)

martedì 3 novembre 2009

Svastica


Nella nostra vita quotidiana usiamo parole, segni e simboli che pensiamo di conoscere, che ci sembrano familiari. In questi casi, ho imparato a non fidarmi della troppa familiarità con segni e simboli, e con le parole: consultare un dizionario, cercare un’etimologia, avere sottomano un buon libro, è sempre utile e spesso indispensabile.
Comincio con uno dei simboli più famosi, la svastica: la prima sorpresa è che uno dei più grandi studioso di Storia delle Religioni, René Guénon, ne parla al maschile: lo svastica.
E’ una parola antichissima, un simbolo che si può vedere addosso al Dalai Lama, e che io ho trovato al Museo di Heraklion, a Creta, su un vaso dell’epoca minoica. Può stupire, ma è un simbolo in origine positivo: Guénon ci ricorda però che esistono due tipi di svastica, e invita a fare attenzione al senso di rotazione. (Per capire bene questo concetto, se non ci avete mai pensato, forse vi conviene provare ad aprire e chiudere un vasetto di marmellata: o di sottaceti, secondo quello che più vi piace.)

da “Simboli della Scienza sacra” di René Guénon, editore Adelphi.
capitolo VIII: L'idea del Centro nelle tradizioni antiche
(...) Lo swastika è lungi dall'essere un simbolo esclusivamente orientale come si crede talora; in realtà, è uno di quelli più generalmente diffusi, e lo si incontra quasi dappertutto, dall'Estremo Oriente all'Estremo Occidente, poiché esiste persino tra certi popoli indigeni dell'America del Nord.
Al giorno d'oggi, è conservato soprattutto nell'India e nell'Asia centrale e orientale, e probabilmente solo in quelle regioni se ne conosce ancora il vero significato; tuttavia anche in Europa non è interamente scomparso. In Lituania e in Curlandia, i contadini tracciano ancora questo segno nelle loro case; molto probabilmente non ne conoscono più il senso e vi scorgono solo una specie di talismano protettore; ma la cosa forse più curiosa è che essi gli danno il suo nome sanscrito di swastika.
Nell'antichità, troviamo questo segno in particolare tra i Celti e nella Grecia pre-ellenica; e, sempre in Occidente, come ha detto Charbonneau-Lassay, esso fu anticamente uno degli emblemi di Cristo, e restò in uso come tale fin verso la fine del Medioevo. Come il punto al centro del cerchio e come la ruota, questo segno risale incontestabilmente alle ere preistoriche; e da parte nostra non esitiamo a scorgervi un vestigio della tradizione primordiale.
Ma non abbiamo ancora esaurito la serie dei significati del Centro: se esso è anzitutto un punto di partenza, è anche un punto d'arrivo; tutto è derivato da esso, e tutto deve alla fine ritornarvi. Poiché tutte le cose esistono grazie al Principio e non potrebbero sussistere senza di esso, dev'esserci tra questo e quelle un legame permanente, raffigurato dai raggi che uniscono il centro con tutti i punti della circonferenza; ma tali raggi possono essere percorsi nei due sensi : dal centro alla circonferenza, e dalla circonferenza, di ritorno, verso il centro. Si direbbero due fasi complementari, la prima delle quali è rappresentata da un movimento centrifugo e la seconda da un movimento centripeto; queste due fasi possono esser paragonate a quelle della respirazione, secondo un simbolismo al quale si riferiscono spesso le dottrine indù; e, d'altra parte, vi si ritrova anche un'analogia non meno notevole con la funzione fisiologica del cuore.
Infatti, il sangue parte dal cuore, si diffonde per tutto l'organismo vivificandolo, poi ritorna al cuore; la funzione di quest'ultimo come centro organico è dunque veramente completa e corrisponde esattamente all'idea che dobbiamo farci, in modo generale, del Centro nella pienezza del suo significato.
Tutti gli esseri, che dipendono dal loro Principio in tutto quel che sono, devono, consciamente o inconsciamente, aspirare a ritornare verso di esso; questa tendenza al ritorno verso il Centro possiede anche, in tutte le tradizioni, la sua rappresentazione simbolica.
Vogliamo parlare dell'orientazione rituale, che è propriamente la direzione verso un centro spirituale, immagine terrestre e sensibile del vero “Centro del Mondo”; l'orientazione delle chiese cristiane non ne è in fondo che un caso particolare e si riferisce essenzialmente alla stessa idea, comune a tutte le religioni. Nell'Islam, quest'orientazione (qibla) è quasi la materializzazione, se così possiamo dire, dell'intenzione (niyya) in forza della quale tutte le potenze dell'essere devono esser dirette verso il Principio divino; e si potrebbero facilmente trovare molti altri esempi.
Ci sarebbe molto da dire su tale questione; avremo senza dubbio altre occasioni di tornarvi sopra nel seguito di questi studi; ci accontentiamo quindi, per il momento, di accennare brevemente all'ultimo aspetto del simbolismo del Centro. In sintesi, il Centro è al tempo stesso il principio e la fine di tutte le cose; è, secondo un simbolismo conosciutissimo, l'alpha e l'omega. Meglio ancora, è il principio, il mezzo e la fine; e questi tre aspetti sono rappresentati dai tre elementi del monosillabo Aum, al quale Charbonneau-Lassay aveva alluso in quanto emblema di Cristo e la cui associazione allo swastika, tra i segni del monastero dei Carmelitani di Loudun, ci sembra particolarmente significativa.
Infatti, questo simbolo, molto più completo dell'alpha e dell'omega, e suscettibile di assumere significati che potrebbero dar luogo a sviluppi pressoché indefiniti, è, per una delle concordanze più straordinarie che si possano incontrare, comune all'antica tradizione indù e all'esoterismo cristiano del Medioevo; e, in entrambi i casi, è ugualmente e per eccellenza un simbolo del Verbo, che è realmente il vero 'Centro del Mondo'.

(...) Una delle figure più sorprendenti, nelle quali si riassumono le idee che abbiamo appena esposto, è quella dello swastika (figg. 5 e 6), che è essenzialmente il “segno del Polo”; pensiamo per altro che finora nell'Europa moderna non se ne sia mai fatto conoscere il vero significato.
Si è cercato vanamente di spiegare questo simbolo con le teorie più fantasiose, giungendo addirittura a vedervi lo schema di uno strumento primitivo destinato alla produzione del fuoco; in verità, se esso ha talvolta un certo rapporto con il fuoco, è per tutt'altra ragione.
Il più delle volte, se n'è fatto un segno “solare”, cosa che esso è potuto divenire soltanto accidentalmente e in modo abbastanza indiretto; potremmo ripetere qui quel che dicevamo prima a proposito della ruota e del punto al centro del cerchio.
I più vicini alla verità sono stati quelli che hanno ritenuto lo swastika un simbolo “del movimento”, ma anche questa interpretazione è insufficiente, poiché non si tratta di un movimento qualunque, ma di un movimento di rotazione che si compie intorno a un centro o a un asse immutabile; ed è precisamente il punto fisso l'elemento essenziale a cui si riferisce direttamente il simbolo in questione.
Gli altri significati sono tutti derivati da quello : il Centro imprime il movimento a ogni cosa e, siccome il movimento rappresenta la vita, lo swastika diventa per ciò un simbolo della vita, o, più esattamente, della funzione vivificante del Principio in rapporto all'ordine cosmico.
Se confrontiamo lo swastika con la figura della croce inscritta nella circonferenza (fig. 2), possiamo renderci conto che sono, in fondo, due simboli equivalenti; ma la rotazione, invece di esser rappresentata dal tracciato della circonferenza, è indicata nello swastika soltanto dalle linee aggiunte alle estremità dei bracci della croce e formanti con essi degli angoli retti; queste linee
sono delle tangenti alla circonferenza, che segnano la direzione del movimento nei punti corrispondenti. Poiché la circonferenza rappresenta il Mondo, il fatto che essa sia per così dire sottintesa indica assai chiaramente che lo swastika non è una figura del Mondo, bensì dell'azione del Principio in rapporto al Mondo.
Se si riferisce lo swastika alla rotazione di una sfera quale la sfera celeste intorno al suo asse, occorre supporla tracciata nel piano equatoriale, e allora il punto centrale sarà la proiezione dell'asse su questo piano, che gli è perpendicolare. In quanto al senso della rotazione indicata dalla figura, la sua importanza è soltanto secondaria; di fatto, si incontrano entrambe le forme da noi sopra riprodotte, e questo senza che sia necessario vedervi sempre un'intenzione di stabilire fra di esse una qualche opposizione?
Sappiamo bene che, in certi paesi e in certe epoche, si sono potuti produrre degli scismi i cui seguaci hanno volontariamente dato alla figura un'orientazione contraria a quella in uso nell'ambiente da cui si separavano, per affermare il loro antagonismo con una manifestazione esteriore; ma questo non intacca minimamente il significato essenziale del simbolo, che rimane lo stesso in tutti i casi.

note
6. La parola swastika è, in sanscrito, la sola che serva a designare in tutti i casi il simbolo in questione; il termine sauwastika, che taluni hanno applicato a una delle due forme per distinguerla dall'altra (che allora sarebbe l'unico vero swastika), è in realtà soltanto un aggettivo derivato da swastika, e indica ciò che si riferisce a questo simbolo o ai suoi significati.
7. La stessa osservazione si potrebbe fare per altri simboli, e in particolare per il monogramma di Cristo costantiniano, nel quale la P è talvolta rovesciata; talvolta si è pensato che bisognasse allora considerarla un segno dell'Anticristo; questa intenzione può effettivamente esser esistita in certi casi, ma ve ne sono altri in cui è manifestamente impossibile ammetterla (nelle catacombe, per esempio). Allo stesso modo, il “quatre de chiffre” corporativo, che del resto è soltanto una modificazione di questa medesima P del monogramma di Cristo [si veda, sotto, il cap. 67], è indifferentemente volto nell'un senso o nell'altro, senza che si possa nemmeno attribuire questo fatto a una rivalità fra corporazioni o al loro desiderio di distinguersi, poiché si trovano le due forme nei segni appartenenti a una stessa corporazione.
8. Non alludiamo qui all'uso del tutto artificiale dello swastika, in particolare da parte di taluni gruppi politici tedeschi, che ne hanno fatto con totale arbitrio un segno di antisemitismo, con il pretesto che tale emblema sarebbe proprio della presunta 'razza ariana'; questa è pura fantasia.
9. Il lituano è d'altronde, fra tutte le lingue indoeuropee, quella che ha una maggiore somiglianza col sanscrito.
10. Esistono diverse varianti dello swastika, per esempio una forma a bracci curvi (simile a due S incrociate), che abbiamo già visto in particolare su una moneta gallica. D'altra parte, certe figure che hanno conservato un carattere puramente decorativo, come quella cui si dà il nome di 'greca', sono all'origine derivate dallo swastika.
da “Simboli della Scienza sacra” di René Guénon, editore Adelphi.