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mercoledì 5 febbraio 2020

Major Tom to Ground Control


Quando uscì "Space oddity" io ero sui quattordici anni, l'ho imparata subito a memoria e me la ricordo ancora quasi tutta; era da poco che studiavo l'inglese, non ricordo se avevo trovato il testo scritto da qualche parte ma forse non era necessario perché la dizione era molto chiara. Ricordo anche un conduttore alla radio ("Per voi giovani", credo) che aveva sottolineato: non è Odyssey, è "oddity". La stranezza dello spazio, dunque, anche nel senso dell'essere "dispari", dato che odd ha anche quel significato. Dopo averla imparata a memoria, però, il me stesso quattordicenne cominciò ad avere qualche dubbio che posso trascrivere così: sono cose da bambini, avrei potuto scriverla anch'io questa cosa. Major Tom to ground control, con tutte quelle immagini di astronauti che abbondavano negli anni '60, le passeggiate nello spazio, i primi passi sulla Luna, e andando ancora più indietro nel tempo Juri Gagarin, la cagnetta Laika che avevo tra i miei giocattoli, il bip bip dello Sputnik (proprio nell'anno in cui sono nato)...
Beh, sì, non c'era niente di davvero particolare in quella canzone, però piaceva e aveva successo. Un po' me ne vergognavo: mi era piaciuta questa cosa da tredicenni, meglio non dirlo a nessuno. Qualche tempo dopo avrei visto le fotografie di David Bowie, non mi piaceva per niente e lo avrei presto abbandonato - però vedo che per gli altri non è stato così, e ancora me ne meraviglio. E' vero che ognuno ha i suoi gusti, ma a volte mi sembra che ci sia chi prende gusto nel crogiolarsi nel se stesso da bambino. Lo penso ogni volta che sento dire "grande cantante" o "grande musicista" o magari addirittura "maestro" a questo e a quella, e magari sono canzoncine banali, da Canzonissima. Ecco, Canzonissima è stata un altro dei miei piccoli incubi da bambino o da adolescente, quante puntate me ne sono dovuto sorbire. Ne rivedo qualche estratto su "Rai Storia", c'erano cose belle o divertenti (Walter Chiari...) ma c'era tanta fuffa, battute grevi, qualunquismo a quintali (Paolo Panelli).
A quattordici anni ho buttato via quella zavorra e mi sono messo a cercare cose grandi e belle, ormai avevo un'età in cui potevo cominciare a muovermi da solo e l'ho fatto. Ho fatto anche molti errori, ma del mio percorso musicale sono contento e lascio più che volentieri le canzoni di musica leggera e "Major Tom to ground control" a chi le desidera; o meglio, lo farei volentieri ma le canzonette sono dappertutto e mi tocca subirle ancora oggi come cinquant'anni fa. Di David Bowie si parla come di un genio, è come santificato; Sanremo e Canzonissima vengono presentati come unica immagine dell'Italia, e chi non è d'accordo viene deplorato e magari, chissà, forse anche sanzionato in un prossimo futuro. Magari fosse vero che ognuno ascolta ciò che vuole, a me tocca ascoltare ancora oggi proprio tutte quelle cose che avevo scartato quando avevo quattordici anni: negozi, sale d'attesa, banca, ovunque. Mica sempre posso tapparmi le orecchie: magari fossimo fatti come gli ornitorinchi e gli ippopotami, che hanno le palpebre anche sulle orecchie!
In conclusione, e per non tirarla troppo in lungo, nelle scorse settimane ho fatto una chiacchierata con un'amica che mi ha detto di aver abitato per dieci anni in Germania, e che alle volte fa fatica a collegarsi con ciò che le dice la gente. Ecco, è la sensazione che ho anch'io, pur essendo sempre rimasto qui a casa mia: la sensazione di un buco, di una voragine. C'è gente che ha girato il mondo ma ne ha capito poco, forse proprio per via di questo rinchiudersi in quelle quattro cosette che ascoltavano da bambini. Io mi guardo indietro (ho l'età per farlo) e penso che quello che mi ha fregato, nella vita, è stato proprio nei momenti in cui ho cercato di migliorarmi. Non me lo hanno perdonato, fossi rimasto nei miei difetti, fossi stato più superficiale, sarei piaciuto di più. Per intanto, perso anch'io nello spazio siderale (ma come l'astronauta di Kubrick, non quello tarocco di David Bowie), continuo nel mio viaggio verso Giove senza la minima idea su come andrà a finire.
(disegno di Hedwig Wylie, 1962, e una pubblicità anni '60)

domenica 1 dicembre 2019

I batteristi del jazz


Mi capita di guardare un concerto jazz registrato all'inizio degli anni '60, il sestetto di Charlie Mingus. Mi sono fermato a guardarlo perché interessato dal nome importante (e famoso) ma poi scopro il batterista e non smetto più di guardarlo. Chi è, come si chiama? Alla fine, sui titoli di coda, ne trovo il nome, Danny Richmond, ma non mi dice molto. Danny Richmond non è tra i nomi leggendari del jazz, eppure è così bravo che non smetto di guardarlo e ascoltarlo. Oltretutto, sta suonando con Charlie Mingus, contrabbassista: una sezione ritmica, se non fosse per il fatto che Mingus era anche un solista.

I batteristi del jazz, anche i meno famosi, erano bravissimi e hanno influenzato fortemente anche i batteristi del rock, negli anni '60 e '70. Ci penso ogni volta che ascolto Robert Wyatt, Ginger Baker, i nomi sono tanti. Bassisti e batteristi, come Danny Thompson dei Pentangle (contrabbassista, come Mingus) o Jack Bruce e Hugh Hopper o Dave Holland, erano per noi appassionati di musica dei punti di riferimento alla pari o magari ancora più dei chitarristi e dei cantanti. Ricordo anche chi storceva il naso su Charlie Watts dei Rolling Stones, per tacere di Ringo Starr considerato pochissimo; ma ascoltandoli oggi Watts e Starr sembrano dei prodigi, con i tempi che corrono.
Per fare solo un piccolo esempio (ma internet è piena di questi esempi) metto qui il link a Robert Wyatt, ventunenne, nel primo disco dei Soft Machine.

Ripenso spesso a questi grandi batteristi e bassisti, alla loro capacità di cambiare ritmi e alla loro grande fantasia, quando si parla di rap e più in generale della musica che domina negli ultimi vent'anni, o forse anche di più - da quando esiste la batteria elettronica, intendo. L'altro giorno un rapper che va per la maggiore ha detto "c'è gente che ha dei problemi a capire il rap", ma io non ho problemi a capire il rap, anzi. Mi chiedo piuttosto, ascoltando i rapper, come si faccia ad accontentarsi di una cosa così banale che quasi non è musica. Il rap, e tutto quello che ne è seguito, è probabilmente un buon mezzo per esprimersi, ma è musica molto elementare; e i rappers non sono cantanti, ma declamatori in versi. Io sono cresciuto con questi grandi batteristi e bassisti, poi sono passato a Stravinskij (un cambio di ritmo a ogni battuta, o quasi), a Couperin, Rameau, Rossini, Weber, una lista infinita che comprende anche Johann Sebastian Bach e tutti i contrappuntisti; e mi sono sempre stupito quando ho trovato chi mi diceva che erano noiosi. Che dire, vien buono un detto che usano gli economisti: la moneta cattiva scaccia quella buona. Sembra un paradosso, ma spiega tante cose: si comincia con l'accontentarsi di poco, magari da bambini, e poi è difficile uscire da quel piccolo recinto. I miei migliori auguri a chi ci prova, basta solo un po' di costanza; oggi è più facile di quando ci sono riuscito io, abbiamo youtube e non c'è nemmeno bisogno di spendere soldi per i dischi.

lunedì 19 agosto 2019

Faccetta nera, o chissà che cosa


La notizia è questa: c'è chi chiede di far cantare Faccetta nera come "compensativo" se si canta Bella ciao. Ho letto e ascoltato molte risposte in merito, ma mi sembra che nessuno vada a cogliere il vero significato della questione, e la cosa mi sorprende. Di regola, c'è lo sdegno; che è giusto, ma magari per un adolescente di oggi è comunque difficile capire, gli adolescenti sono stati cresciuti con il dogma "uno di qui, uno di là, sono tutti uguali", e dal fascismo ci separa ormai quasi un secolo.

In casi come questi io sono per l'analisi del testo: andiamo a vedere se è giusto comparare le due canzoni, "una di qui, una di là". Comincio da "Faccetta nera", che fin dal primo dei suoi versi (bell'Abissina) svela la sua origine, la guerra in Etiopia. L'Italia fascista occupa militarmente l'Etiopia nel 1936, e la perderà molto presto, dopo cinque anni, nel 1941. Per la conquista dell'Etiopia, l'Italia fu duramente condannata dalla comunità internazionale e venne sottoposta alle cosiddette "inique sanzioni", che erano inique solo per la propaganda fascista. Nel corso della guerra per la conquista dell'Etiopia furono inoltre usate armi chimiche espressamente vietate dalle convenzioni internazionali. Il tutto è stato accuratamente documentato dallo storico Angelo Del Boca, ma anche da persone come lo scrittore Luigi Meneghello, che dopo il 1945 si trasferì in Inghilterra per insegnare all'università di Reading e scoprì che gli inglesi diffidavano di noi italiani anche (o soprattutto) per queste cose, che in Italia vennero tenute accuratamente nascoste. La propaganda fascista continua a funzionare, insomma, e neanche la documentazione storica sembra poterla intaccare; su internet ho trovato curiose risposte alla questione dei gas e delle armi chimiche usate dai fascisti in Etiopia, del tipo "gli inglesi usarono le pallottole dum dum". Dico "curiose risposte" perché è evidente che un crimine non annulla l'altro. Un morto di qua e un morto di là non fanno zero morti, la somma è di due morti. Provate a usare questo tipo di ragionamento in tribunale o magari anche soltanto a scuola, "io non ho studiato ma neanche quello là lo ha fatto"... In tribunale sarebbe un'ammissione di colpa, a scuola porterebbe alla bocciatura.
 
L'antica Abissinia corrisponde all'Etiopia, più o meno; comprendeva la Nubia e non solo le attuali Etiopia ed Eritrea. L'etimologia dice che per gli antichi greci e romani il significato del nome Abissinia è "pelle bruciata", a indicare il colore della pelle dei locali: "Faccetta nera", per l'appunto, che di per sè non è un insulto e anzi - nel prosieguo della canzone - è quasi una dichiarazione d'amore. Leggendo il testo, o cantando la canzone, appare evidente che gli attuali nostalgici di quel periodo dovrebbero accogliere a braccia aperte gli immigrati di queste settimane, almeno i somali e gli etiopi ed eritrei, come compatrioti. Io direi anche i libici, ma "Faccetta nera" parla delle belle abissine, e quindi per ora le belle libiche rimarranno fuori da quello che sto scrivendo. In effetti, va detto, ci furono molti matrimoni misti e molti italiani si comportarono bene in Etiopia e in Eritrea; non i capi militari, ma la gente comune (contadini e lavoratori) sì.

Passando a "Bella ciao", si tratta dell'elaborazione di una canzone popolare molto più antica e si riferisce, nel testo che conosciamo oggi, alla Resistenza contro il fascismo cioè dopo il 1943. I primi versi, "una mattina mi son svegliata / ed ho trovato l'invasor" mi fanno pensare a Sant'Anna di Stazzema, a Boves, a Marzabotto, a Civitella, a tutte le stragi nazifasciste di quel terribile anno 1944. E' possibile passare sopra a queste stragi nazi-fasciste? Ognuno ha la sua coscienza, non sto qui a discutere ma tengo a rimarcare che affrontare la questione con "uno di qui, uno di là" è davvero una cosa troppo superficiale per una persona con un minimo d'intelligenza.

C'è poi il lato estetico, tutt'altro che secondario. "Faccetta nera" è una marcetta molto rudimentale, una di quelle cose che ti si appiccicano addosso e non riesci più a mandarle vie. Jovanotti una volta ebbe a dire che "tanti auguri a te" è la canzone più brutta del mondo, ma secondo me si era dimenticato del trio Faccetta nera / Giovinezza/ Inno dei sommergibilisti, che meritano il primo posto ex aequo. Non per motivi storici o politici, ma proprio perché sono brutte. (Al quarto posto metterei Toto Cutugno, ma qui mi devo fermare per non uscire fuori tema). "Bella ciao", come si diceva, riprende una canzone molto più antica; Moni Ovadia ne ha trovato, nella melodia, un antecedente perfino nella musica klezmer; ma il tema musicale sembra essere ancora più antico. Dal punto di vista musicale, "Bella ciao" è una canzone ben costruita e ben armonizzata, tutt'altro che banale, come molte composizioni del nostro folklore. Non a caso, è stata ripresa e cantata da artisti di fama internazionale, come Yves Montand. Piace a tanti, "Bella ciao", al di là del testo.

Davanti alla dichiarazione di bruttezza per "Faccetta nera" c'è chi vorrebbe obiettare: e allora, "Fratelli d'Italia"? La pensavo anch'io così, tanti anni fa, ma poi ho ascoltato il nostro inno nazionale diretto da Salvatore Accardo e da Riccardo Muti, e ho cambiato idea. "Fratelli d'Italia" è spesso cantato male, ma non è così brutto come sembrerebbe. Allargando il discorso ad altri inni famosi, La Marsigliese, L'Internazionale, God save the Queen, sono musiche ben costruite e ben armonizzate, con temi e melodie non banali. Il lato estetico, la bellezza della melodia, è importante: per l'inno russo è stata conservata la musica dopo la caduta dell'Urss, così come per quello tedesco (opera di Franz Joseph Haydn, nel '700) dopo la caduta del nazismo. Non a caso, Arturo Toscanini si rifiutò di dirigere "Giovinezza" all'apertura di un concerto. Al di là delle opinioni politiche, certe musiche sono davvero troppo brutte per essere accettate in concerto.

In conclusione, la domanda d'obbligo è questa: serve poi fare l'analisi del testo, l'esegesi? No che non serve, chi canta "Faccetta nera" o "Giovinezza" non è il tipo che ascolta e che ragiona. So già cosa potrebbe succedere se qualcuno di loro leggesse ciò che ho appena scritto: farebbero come i fumatori degli anni passati, incuranti di tutto, che davanti al divieto di fumare ti buttavano il fumo in faccia. E allora per chiudere suggerisco testi alternativi: come "quando saremo a Macallè / noi mangerem la pastasciutta insieme a te". Non solo questa variazione è autentica (d'epoca) ma è divertente e nobilita molto la canzone. Buona pastasciutta a tutti.

(la foto di Abebe Bikila, due volte campione olimpico nella maratona, viene da Wikipedia.it)

lunedì 5 agosto 2019

Quando una radio è libera

Non so di preciso che anniversario sia, ma su Repubblica trovo una serie di interviste a deejay più o meno ricchi e famosi, che rievocano gli inizi della loro fortuna nelle radio private - quelle che, a metà anni '70, venivano chiamate "radio libere". Sono interviste interessanti, a loro modo un documento d'epoca, e per una certa parte sono anche i miei ricordi personali. Non le ho lette tutte, ma una cosa comunque mi sento di dirla: confermo che sono documenti d'epoca interessanti, ma aggiungo che sono anche documenti molto di parte. Uno storico serio andrebbe a cercare anche altre fonti e altri pareri, ma la storia delle radio e delle tv di quegli anni è sempre stata scritta da persone molto di parte, compreso Aldo Grasso con i suoi volumi "storici"; per queste ragioni provo ad aggiungere la mia personale testimonianza, molto piccola s'intende, certamente di minoranza, ma la lettura di queste interviste mi ha risvegliato ricordi non sempre piacevoli e quindi mi sembra giusto parlarne.

Comincio da Gerry Scotti, che ricorda un'estate in vacanza passata cercando di captare Radio 101 (One-o-one), penso intorno al 1975. All'epoca, le radio private non avevano mezzi potenti, e captare il segnale in FM (modulazione di frequenza, la vecchia radio insomma) non era sempre facile, soprattutto lontani dalle grandi città come Milano. Il secondo ricordo è quello di Alex Peroni, altro deejay oggi meno famoso di Scotti, che era invece su Radio 105: "non trovavamo musica da ascoltare (...) negli anni '70 non c'era nulla, sì, la Rai, ma quella non era musica per noi." Una frase che definirei curiosa: a quel tempo lo pensavo anch'io, soprattutto per Radiouno e Radiodue (che allora non si chiamavano così, erano il primo canale e il secondo canale), ma in genere ci si riferiva alla musica "di Sanremo", alle Rita Pavone e ai Gianni Morandi, magari a Claudio Villa e Orietta Berti. Noi quindicenni o quattordicenni avremmo voluto ascoltare i King Crimson o i Cream, e invece avevamo il Festival di Sanremo; questa era l'utopia della "radio libera", ascoltare musica nuova o magari anche vecchia, ma che non fosse quella roba lì. Andò diversamente, tanto è vero che negli anni successivi Gerry Scotti e gli altri deejay si misero tranquillamente al servizio non solo del Festival di Sanremo, ma anche di tutte le trasmissioni commerciali delle nascenti tv berlusconiane. Gerry Scotti cita la famosa canzone di Eugenio Finardi, "quando una radio è libera, ma libera veramente, piace ancor di più perché libera la mente"; ma lo fa a sproposito, non credo che fosse quel tipo di radio che aveva in mente Finardi nello scrivere la canzone. Per me, la stagione delle "radio libere" (ben presto diventate "radio commerciali" o "radio private") fu una grande delusione. Le frequenze della FM si erano riempite, traboccavano, ma trovare qualcosa di bello o di non banale era diventato difficilissimo. Nemmeno il jazz, tanto per dire. Pubblicità dappertutto, quella sì, e una compilation delle notizie più cretine apparse sui giornali; mai un approfondimento, mai una cosa seria, buttare in scherzo anche le tragedie appena possibile. C'erano delle eccezioni, s'intende: come Radio Popolare, che fece per anni ottime trasmissioni. Ma queste radio erano difficili da sintonizzare, i loro trasmettitori non erano così potenti come 101 o 105 o Milano International, e si finiva sempre, prima o poi, per ritrovarsi (senza averle cercate ) sulle altre radio, quelle ben sostenute da finanziamenti non sempre innocenti. In seguito, molti anni più tardi, sarebbe arrivata anche Radio Maria: con trasmettitori così potenti da annullare ogni altra radio sulle frequenze vicine.
C'era un gran casino, a dirla tutta: il governo non volle mai decidere, di fatto non si è mai messo ordine nel caos delle frequenze radio, e quando toccò alle frequenze tv si capì che cosa c'era sotto, ma questo è un discorso che porterebbe lontano, e per oggi mi fermo qui.
 
Aggiungo solo il mio personalissimo ricordo di uno "smanettamento" simile a quello di Gerry Scotti, ma per poter ascoltare Radiotre (terzo canale Rai) che trasmetteva la musica che aveva cominciato ad interessarmi. Radiotre fu di fatto cancellata per anni dalla FM, quasi impossibile captarla perfettamente. Ascoltavo un quartetto d'archi, e d'improvviso saltava fuori l'uzz uzz di una discodance di quelle che piacciono a Gerry Scotti. Poi ero riuscito a rimediare, in qualche modo: andando a lavorare (in fabbrica, a turni, anche le domeniche) avevo i soldi per comperarmi un impianto come si deve, e - sia pure a fatica, facendo acrobazie con l'antenna - a cancellare almeno per un po' dalla mia vita le radio commerciali e i loro deejay. Insomma, io negli anni '70 avevo cominciato un percorso che mi avrebbe portato ai concerti di Claudio Abbado e di Carlos Kleiber, al jazz, alla musica folk di ogni nazione, a John Renbourn, a Leonard Cohen, a Tim Buckley e a Nick Drake, a Robert Wyatt. Non ero certo l'unico: tengo a sottolineare che non eravamo tutti uguali e non eravamo tutti così pigri e conformisti, c'era un orizzonte così vasto da esplorare e da conoscere che sarebbe stato un peccato stare rinchiusi dentro il festival di Sanremo e i suoi immediati dintorni. Gerry Scotti ha fatto scelte diverse dalle mie, è diventato ricco e famoso, e sono ovviamente contento per lui (se lo merita, diciamolo, e andrei volentieri a mangiarmi un bel risotto con gli ossibuchi con lui), ma il mondo non finisce con Gerry Scotti e con i suoi amici deejay, e ogni tanto è giusto ricordare che esiste altro, al di là di quelle quattro cosette che ascoltate sempre in cuffia.

martedì 6 novembre 2012

Tema con variazioni

In musica, le “Variazioni su un tema” sono forse le composizioni che preferisco in assoluto. Tutta la musica è in fondo un’unica Variazione; di variazioni e modulazioni, spesso improvvisate, è fatta la musica; ma quando si parla di “Variazioni su un tema” generalmente si intende qualcosa di più preciso. Molti grandi musicisti di tutti i tempi hanno scritto delle Variazioni; le più celebri, i due punti più alti, sono probabilmente la “Variazioni Goldberg” di Johann Sebastian Bach e le “Variazioni su un valzer di Diabelli” di Ludwig van Beethoven.
Come si fa una Variazione? Si prende una melodia, un tema musicale (uno qualsiasi) e lo si suona in modo più lento o più veloce: questa è già una variazione. Si può tenere una nota più lunga o più breve: è quello che capita quando si prova ad imparare un brano, se non si rispettano le lunghezze delle note la melodia cambia ma le note sono sempre quelle. Il risultato, è ovvio, dipende dall’abilità del musicista: si scartano le cose brutte e si prende nota delle variazioni piacevoli.
Fin qui siamo alle cose elementari, queste Variazioni le può fare chiunque, anche ad orecchio. Se il musicista si è studiato bene le scale musicali, può costruire delle Variazioni passando da una tonalità all’altra, per esempio dal maggiore al minore. Detta così sembra una cosa da poco, ma se si ascolta quello che ha ricavato Gustav Mahler cambiando di tonalità niente meno che “Fra Martino Campanaro” si rimane a bocca aperta: è nella sua Prima Sinfonia, il terzo movimento. Per la precisione, la melodia di “Fra’ Martino” viene da Mahler “esposta in modo minore e sviluppata in forma di canone”. Il risultato è tutto da ascoltare.
Altre variazioni vengono effettuate dai cantanti e dai solisti in genere (violinisti, pianisti, eccetera): in questi casi si tratta di abbellimenti, di ornamenti, di trilli, di acuti e sovracuti, sul genere di “questa melodia è molto bella ma non si vede abbastanza quanto sono bravo”. Anche qui, il risultato dipende molto dal gusto e dalla bravura dell’interprete...
Gli esempi che si potrebbero fare sono molti, in ogni Sinfonia e Sonata ci sono delle variazioni; i jazzisti fanno normalmente delle Variazioni su temi musicali (come “My favorite things” di John Coltrane), i grandi chitarristi rock e blues sono capaci di far durare mezz’ora una canzone di tre minuti (si tratta sempre di variazioni su un tema dato), eccetera.
Continuando con gli esempi, sempre di clamorosa bellezza, al primo posto metterei il tema della “follia di Spagna”, un ritmo di danza che nasce nel ‘500 e che poi è stato musicato e variato continuamente fino ai nostri giorni: per gli appassionati di cinema, è il tema del duello finale e dei titoli di coda in “Barry Lyndon” di Kubrick. Prima della “follia” (che è una danza tutt’altro che scatenata) altri temi sono stati usati, come quello bello e drammatico del “Ballo di Mantova”.
La grande fama della “follia di Spagna” nasce con Arcangelo Corelli alla fine del ‘600: la composizione si chiama “Sonata in re minore op.5 n.12”, è per violino e basso continuo (cioè una piccola orchestra) e segnerà notevolmente la nascita della musica sinfonica dei secoli successivi. Questa sonata di Corelli verrà ripresa subito da Gemignani (identica ma con altro organico), poi da Vivaldi (Concerto in re minore per archi e basso continuo), dai francesi Lully e Marin Marais (per Marais due versioni diverse), da Haendel (è sua la Variazione nel Barry Lyndon), dal chitarrista Mauro Giuliani (e siamo già nell’Ottocento), da Rachmaninov (nel Novecento), e ancora ai nostri giorni. Per chi vuole provare e sa leggere la musica, metto qui sotto il tema della Follia di Spagna come è stampato sulla Garzantina della Musica.
La Follia di Spagna appare brevemente anche nelle “Variazioni Diabelli” di Beethoven, che hanno dietro una storia curiosa: il musicista viennese Anton Diabelli voleva iniziare una carriera da editore, e a questo scopo mandò a molti musicisti una sua pagina con un piccolo valzer da lui composto, chiedendo di scrivere delle Variazioni. I musicisti che risposero a Diabelli sono una quarantina, fra i quali Schubert e Liszt: che però scrissero una variazione (una). Da quella paginetta, Beethoven ha invece tratto una composizione enorme, quasi un’ora di musica, 34 variazioni spesso al limite dell’impossibile. Qualcosa di straordinario, musica meravigliosa ma anche una vera e propria impresa sia per l’esecutore che per l’ascoltatore.
Molto più rilassanti, e sempre molto belle, altre Variazioni scritte da Beethoven: a me piacciono molto le due composizioni tratte da temi mozartiani, dal “Flauto Magico”, per violoncello e pianoforte. I titoli sono un po’ complicati, si tratta di un’aria di Papageno (Ein Mädchen oder Weibchen) e del duetto fra Papageno e Pamina (“Bei Männern...”). Ancora Mozart variato da Beethoven, stavolta per violino e pianoforte, nelle “12 variazioni” tratte da un’aria delle Nozze di Figaro. Di Beethoven e delle sue Variazioni al pianoforte esiste un bel disco di Glenn Gould: le “Variazioni su un tema dall’Eroica” (cioè la Terza Sinfonia, sempre di Beethoven) e le “Variazioni su un tema originale”.
Mozart ha scritto molte Variazioni, segnalo quelle del primo movimento della Sonata per pianoforte K331 (quella che finisce con la famosa marcia turca): quando comincio ad ascoltare queste Variazioni vado avanti almeno per un mese, difficile staccarsi da una musica così bella.
Di Brahms, un altro capolavoro: le “Variazioni su un tema di Haendel”. Di Bach, le “Variazioni Goldberg” scritte per clavicembalo ma suonate normalmente anche sul pianoforte: Goldberg era il nome del musicista per le quali furono scritte.
Gli esempi sono moltissimi, la lista è inevitabilmente incompleta (mi è rimasto fuori Liszt, per esempio), ma io il post lo devo concludere e per il finale mi affido a un titolo che mi è sempre stato simpatico: Nino Rota, “Variazioni su un tema gioviale”. Non sapete chi è Nino Rota? Direi che è grave, converrà informarsi...
PS: una delle variazioni peggiori, davvero una mostruosità disturbante, da menti malate, è quella che infesta il canale Rai Auditorium (Filodiffusione). Ne è vittima l'Orfeo di Monteverdi: tu sei lì che ascolti tranquillo la tua radio, ed ecco irrompere questa schifezza fastidiosa, per di più perpetrata su un brano famoso e molto amato. Ma a chi vengono certe idee?
(nelle illustrazioni, oltre al tema dalla “Follia di Spagna” tratto dalla Garzantina della Musica, immagini dai film “Barry Lyndon” di Stanley Kubrick e “La strada” di Federico Fellini).

martedì 8 maggio 2012

Privilegi e bamboccioni

Alla manifestazione del Primo Maggio, in tv, hanno intervistato un ragazzo molto giovane che ha detto: “I vecchi hanno sperperato con i loro privilegi, adesso tocca a noi pagare il conto”. Nessuno ha ritenuto opportuno commentare questa frase, che sento ripetere sempre più spesso. E’ per questo motivo che io a quel ragazzo chiederei: “Ma tu hai fatto il servizio militare?” Lo so, a questo punto partono i “macchecentra” indispettiti, seccati.
Macchecentra, tutto attaccato, a denti stretti, come i “mavalàmavalà” dell’avvocato Ghedini, come le vecchie zitelle dei tempi passati.
E allora spiego.

I ventenni non fanno più il servizio militare, e questo è un privilegio. Penso che gli ultimi ad aver fatto la visita di leva siano ormai tutti prossimi ai trent’anni, oggi il militare lo fanno soltanto i volontari, chi vuole veramente farlo, e non tutti: ma non è stato un regalo, è stata una conquista.
Una conquista molto dura, pagata con il carcere: centinaia di obiettori di coscienza si sono fatti la galera al posto del servizio di leva, dal 1945 in qua, per decenni. E si intenda: due anni di galera invece di due anni di leva, quindici mesi di galera invece di quindici mesi di servizio militare, eccetera. Prima, prima del 1945, andava ancora peggio: l’obiezione di coscienza era diserzione, e per la diserzione si poteva essere fucilati o impiccati. E’andata così per secoli, forse per millenni: negli anni più vicini a noi lo raccontano le cronache e le testimonianze dirette, dagli anni più lontani ci sono arrivate molte ballate popolari che raccontano le storie dei disertori, in realtà persone che avevano solo il desiderio di buttare il fucile, smettere di ammazzare o di farsi ammazzare, e tornare al loro lavoro e alle loro famiglie.
Ci avrà pensato, quel ragazzo di vent’anni che parlava di privilegi? La pensione a cinquant’anni è stata una conquista, io ho visto operai e muratori anziani far fatica a lavorare, mi spaventa molto pensare a persone di sessanta o sessantacinque anni salire su un ponteggio o fare lavori pesanti, capisco che per uno di vent’anni tutta questa possa sembrare retorica, ma mio padre è morto a poco più di cinquant’anni, io ne avevo ventitrè e da allora ho smesso di dire scemenze, almeno in questo campo. Lo Statuto dei Lavoratori, del 1970, è stato una conquista preceduta da scioperi che hanno messo in pericolo l'incolumità di chi vi aderiva e decurtato, di molto, i salari e gli stipendi di chi si batteva per quelle conquiste; l’autunno caldo del 1969, del quale ancora oggi si parla, è stato solo uno dei tanti momenti in cui i cittadini hanno fatto sentire la loro voce, magari anche a rischio della propria vita. In pochi anni, meno di quindici, tutto questo è stato spazzato via: ma non sono state le pensioni degli operai a far saltare il bilancio dello Stato, sono state le ruberie e gli intrallazzi di poche e ben determinate persone. Di quelle persone abbiamo le firme, firme su leggi, regolamenti, bilanci, manovre: che se la prendano con quelle persone, e non con le date di nascita.
Siamo tutti sulla stessa barca, vecchi e giovani, donne e uomini, indigeni e immigrati. E’ dura da digerire, ma è così; e comunque buona fortuna a tutti quelli che passano di qua e mi leggono, ne abbiamo tutti un gran bisogno.

PS: sul tema del disertore, una delle registrazioni più belle è quella di “The deserter” dall’album “Liege and lief” dei Fairport Convention: è una ballata del ‘700, se non ricordo male. Ne riporto qui il testo. (il finale è molto consolatorio, ma non credo proprio che rispecchi la realtà).
As I was a-walking down Radcliffe highway
A recruiting party came a-beating my way
They enlisted me and treated me till I did not know
And to the Queen's barracks they forced me to go
When first I deserted, I thought myself free
Until my cruel comrade informed against me
I was quickly followed after and brought back with speed
I was handcuffed and guarded, heavy irons put on me
Court martial, court martial, they help upon me
And the sentence passed upon me, three hundred and three
May the Lord have mercy on them for their sad cruelty
For now the Queen's duty lies heavy on me
When next I deserted, I thought myself free
Until my cruel sweetheart informed against me
I was quickly followed after and brought back with speed
I was handcuffed and guarded, heavy irons put on me
Court martial, court martial, then quickly was got
And the sentence passed upon me, that I was to be shot
May the Lord have mercy on them for their sad cruelty
For now the Queen's duty lies heavy on me
Then up rode Prince Albert in his carriage and sticks
Saying "Where is that young man whose coffin is fixed?
Set him free from his irons and let him go free
For he'll make a good soldier for his Queen and country"
Recorded by Fairport Convention on Liege and Lief and by the
Young Tradition as "Ratcliff Highway"

lunedì 9 aprile 2012

Samadhi

Elémire Zolla, da "Archetipi":
(...) Samàdhi denota la mente quando si sia sganciata da tutto ciò che di norma la impegna, dopo che si è distolta dall'occhio vagante, dall'avido udito, dalla lingua golosa, dall'elettrica pelle e, scendendo nell'intimo, dall'incessante rammemorare, dall'inquieto immaginare. (...) La persona che sta vivendo l'esperienza metafisica può sembrare a chi la osservi da fuori tutta presa dagli eventi e di fatto li affronta lucidamente e con prontezza. (...) Si può vivere a fianco d'un uomo in samadhi senza notarlo: sbriga le sue faccende e lo si crede coinvolto, si proiettano su di lui i comuni sentimenti e non si ricevono smentite.
Una condizione puramente interiore è priva di connotati. Le metafore con le quali se ne parla designano fatti esterni e perciò falsificano, a cominciare dall'alternativa geometrica di dentro/fuori, esterno/interno. Quando in samàdhi, si è immedesimati in se stessi, eppure si ingloba il mondo circostante; si è ritirati nella propria interiorità e allo stesso tempo espansi nella natura; tanto si è consapevoli quanto impersonali. Nell'esperienza metafisica sfuma la differenza fra “io sono” ed “è” (...) Chi avverte estaticamente l'unità di se stesso e dell'essere, considera illusoria la molteplicità degli eventi, perciò, quando si presentano, non fa scattare la Biade automatica bene/male, amico/nemico. Si lascia attraversare, come un mare, uno specchio.
Il rovescio di samàdhi è ciò che i vecchi psichiatri chiamavano nevrastenia, l'indugio accigliato e penoso sulle cose, che ogni sensazione centellina e cincischia, su ogni immagine vagabonda indugia: non c'è circolazione, nitore mentale, e la psiche si smarrisce in un'incessante fantasticheria.
Il paradosso del nevrastenico è che sta agglutinato all'irrilevanza dei fatti come tali, e allo stesso tempo, fantasticando, ne annebbia i contorni. Si accanisce sull'esistenza bruta e trascurabile, mai illimpidita dalla meditazione, mai depurata dal raccoglimento; dell'esperienza metafisica è ignaro o si è persuaso che sia un vago intontirsi. (...) La psiche indiscriminante, nuda e vulnerabile del nevrastenico è inchiodata alla molteplicità tormentosa e irredimibile del mondo, che in samàdhi viceversa si sorvola senza restarne suggestionati, come una libellula sfiora il pelo dell'acqua: in samàdhi il mondo si inspira e si espira obliosamente.
Gli ufficiali di marina si allenavano a entrare in samàdhi quando erano messi di vedetta ad avvistare sommergibili; dovevano poggiare lo sguardo sull'estremo orizzonte senza mettere a fuoco nessun tratto di mare; così i monaci un tempo apprendevano a tenere lo sguardo sulla linea d'orizzonte della vita, a non tornare sugli eventi trascorsi, a schivare il compiacimento e l'indugio su se stessi, sorvolando il fiume della realtà e scartando i sogni di veglia.
(...)
Ai concerti si ha l'occasione di isolare e precisare quel che è samàdhi. Quando l'esecuzione è conclusa, il silenzio che segue trabocca della sostanza musicale appena trascorsa, è gremito dei suoi significati. L'ultima armonica s'è dileguata nell'aria, per un istante attonito non si sente più nulla, ma tutti i suoni dell'esecuzione sono compattamente presenti. L'applauso ancora esita; del pezzo musicale perdura l'essenza pura, il brivido. La composizione è ora concentrata in sintesi, in un punto, davanti a noi, dentro di noi, così come comparve in germe davanti al compositore, dentro di lui quando la mano gli corse febbrilmente ad annotarla. Nel silenzio che s'è spalancato, si libra l'anima della composizione; dopo le esitazioni, le insistenze, le tante invocazioni del suo svolgimento. Nell'attimo estatico della fine, l'insieme si staglia quale fu prima di assumere una veste sonora. L'ascoltatore non è in contatto con la musica stessa, che è stata eseguita, ma con la sua essenza generatrice, con la possibilità pura che l'ha fatta esistere, con come è più che con ciò che è.
L'intollerabile, estatica fusione dell'ascoltatore con la musica, l'identità di soggetto e oggetto, fa scoppiare l'applauso. Questa fusione non avviene peraltro soltanto alla fine ma, relativamente, in proporzione, per anticipo ad ogni pausa nel corso dell'esecuzione.  (...) Quando la triade dell'ente conosciuto, del conoscitore e della conoscenza forma un'unità, il conoscitore non ricorda più di essere una persona particolare e limitata, e perciò si prefigge la particella negativa “a” e risulta asafnprajnata samàdhi, un significante il cui significato si può «vedere»: è l'ascoltatore rapito, le mani plaudenti, gli occhi accortinati dalle lacrime, dimentico di sé, assorto in sé. Assorto in sé, nella sua essenza impersonale e infinita: «Quando questa è turbata e si disperde negli oggetti molteplici, si chiama mente; quando è persuasa d'una sua intuizione, si chiama intelligenza; quando stoltamente si identifica con una persona, si chiama io; quando invece di indagare in modo coerente, si frammenta in una miriade di pensieri vaganti, si chiama coscienza individuale. Quando il movimento della coscienza, trascurando l'agente, si protende verso il frutto dell'azione, si chiama fatalità (karma); quando si attiene all'idea "l'ho già visto prima" in rapporto a qualcosa di visto o di non visto, si chiama memoria.
Quando gli effetti di cose godute in passato persistono nel campo della coscienza anche se non si vedono, si chiama latenza inconscia. Quando è consapevole che la molteplicità è illusoria, si chiama sapienza. Quando, in direzione opposta, si oblia nelle fantasie, si chiama mente impura. Quando si intrattiene nell'io con le sensazioni, si chiama sensibilità. Quando resta non manifestata entro l'essere cosmico, si chiama natura. Quando crea confusioni tra realtà e apparenza, si chiama illusione (maya). Quando si discioglie nell'infinito, si chiama liberazione.  Pensa: "sono legato" e c'è l'asservimento; pensa: "sono libero" e c'è la libertà». Così enuncia tutta la metafisica in compendio Vasistha nel dialogo con Brahma dello Yogavasistharamayana, che risale a tra il sesto e il decimoquarto secolo: tale ne è la limpidezza dei concetti e delle parole, che dei criteri di datazione si fa beffe.
(Elémire Zolla, da “Archetipi”, edizioni Marsilio, il primo capitolo)
Elémire Zolla scriveva regolarmente sul Corriere della Sera, ed è lì che l’ho incontrato e ho cominciato a leggerlo; solo in seguito ho cominciato a cercare i suoi libri, e a leggerli. Come si vede, non ho fatto una gran fatica: il Corriere della Sera lo si trovava facilmente, alle volte anche senza pagare, nei bar, o in casa di qualche parente. Oggi nessuno scrive più di queste cose, né sul Corriere né altrove; non con questa chiarezza e non con questa competenza, intendo.
La questione è molto più interessante di quello che sembri a prima vista, perché Zolla parlava e scriveva, su un quotidiano a grandissima diffusione, di cose esoteriche. Esoterico significa intimo e segreto, riservato a pochi: scriverne e parlarne sul Corriere sembrerebbe quindi un controsenso, ma così non è, ed è Zolla stesso a spiegarlo in molte sue pagine: questi testi non sono esoterici perché riservati a pochi eletti, ma al contrario sono aperti a tutti ma pochi (pochissimi) hanno la costanza di leggerli, di informarsi, di porsi delle domande, di andare appena un po’ oltre l’apparenza delle cose. Ed è per questo che nel portare qui queste pagine ho fatto molti tagli: ne chiedo scusa a Zolla (ovunque egli sia) ma l’ho fatto perché mi sono reso conto, e non da oggi, che non tutti arrivano a concentrarsi sulle parole giuste.
L’esoterismo è riservato a pochi: non perché ci siano segreti da da mantenere, roba oscura da iniziati, ma perché a pochi interessa, pochi se ne occupano. Molte persone vedono, ridono, evitano con cura di approfondire. In poche parole, non ci arrivano: non ci arrivano neppure con il Vangelo, neppure con la nostra religione cristiana che pure dovremmo imparare fin da piccoli; figuriamoci l’esperienza del samadhi, che al più verrà accolta “alla Alberto Sordi”, come nei film di Verdone e di Fantozzi; e invece l’esperienza raccontata qui da Zolla è quotidiana, non c’è bisogno di essere dei “santoni” per provarla.
A me piace molto questa pagina, per esempio, perché ai concerti ci sono stato, ed è proprio così: un’esperienza comune, quindi, che ho condiviso spesso con altre millecinquecento o duemila persone, in una sala da concerto o magari alla Scala (dove entravo come loggionista: costava meno che andare al cinema).
C’è comunque una giustificazione per il comportamento superficiale di molti di noi, ed questa: appena ci si muove in questi campi, è molto facile trovare dei cretini o dei truffatori. Insomma, una persona come Elémire Zolla non è facile da trovare; molto più facile trovare qualcuno che cerca di approfittarsi di noi o dei nostri soldi. Ed è questo, purtroppo, che spinge alla prudenza nel trattare anche gli argomenti più belli, come quelli di cui, ancora oggi, ci parlano Elémire Zolla o Fosco Maraini nei loro libri.
Elèmire Zolla (da pronunciare El-Emir, se non ricordo male) nasce a Torino nel 1926, da madre inglese e padre italiano. E’ stato uno dei più grandi studiosi italiani di storia delle religioni, ed è anche un ottimo scrittore; ma tutto questo ne dice poco, forse si fa più presto a dire che era un’enciclopedia vivente, un uomo che aveva viaggiato molto e visto molto, e che aveva letto molti libri in molte lingue – i libri giusti, sia ben chiaro – e che sapeva raccontarli. Una curiosità su “Archetipi”: il libro è stato scritto in inglese, e pubblicato prima a Londra (nel 1981) e poi a New York, in Giappone, e in molti altri Paesi: la versione italiana è a cura di Grazia Marchianò.

mercoledì 2 novembre 2011

Io sono un classico, lo so per certo

Porto qui “allo scarico” tre dichiarazioni sulla musica che ho purtroppo letto o ascoltato e che non mi escono più dalla testa. Spero che scrivendole qui la mia situazione migliori.
1) Un compositore quarantenne marchigiano che dichiara “io compongo musica classica, dato che scrivo ogni nota”: vado un po’ a memoria, ma il concetto era proprio questo. Dopo le primissime apparizioni tv mi ero fatto una buona opinione di lui, in attesa di ascoltare anche la sua musica; oggi, dopo qualche anno, confesso di essere rimasto deluso. Che significa, “io faccio musica classica”? Un’autocertificazione? Mi sembra quasi di non parlare la stessa lingua del compositore quarantenne marchigiano. Un classico, nella lingua italiana, è qualcosa che dura nel tempo e che piace a più generazioni: non è l’autore a dire di se stesso “sono un classico”, sono gli altri a dirlo, si vedrà col tempo. La musica del compositore quarantenne marchigiano la ascoltiamo da meno di dieci anni; se fra trenta o quarant’anni si ascolterà ancora questa musica, il compositore quarantenne marchigiano sarà diventato un classico: è così che funziona. Mozart e Beethoven sono dei classici non perché lo hanno detto loro ma perché dopo 250 anni li ascoltiamo e suoniamo ancora: sono 250 anni che ogni giorno qualcuno suona o ascolta le loro musiche, senza interruzione. Auguro una gran fortuna al compositore quarantenne marchigiano, ma il mondo è pieno di musicisti che hanno scritto per esteso ogni più piccola nota delle loro partiture, ma che non sono mai diventati dei classici. Oltretutto, dato che il compositore quarantenne marchigianodice di aver fatto il Conservatorio, dovrebbe sapere che “classici” propriamente detti sono i compositori come Haydn e J.S. Bach, cioè quelli che sono stati presi a modello dai loro contemporanei e da quelli che sono venuti dopo. Io ho studiato da perito chimico e lo so, lui che ha passato gli esami al Conservatorio non lo sa? Mi sembra un po’ grossa, a me per saperlo è bastato leggere Massimo Mila (“Breve storia della musica”, ed. Einaudi: un libro piuttosto piccolo).
2) Un altro personaggio che mi è simpatico, il rapper Francesco Di Gesù (Frankie HiNRG), quest’estate ha detto che a scuola bisogna insegnare non solo Bach e Beethoven ma anche Lady Gaga. Beh, c’è qualche differenza. Innanzitutto, non c’è bisogno della scuola per sapere chi è Lady Gaga: gli studenti ci arrivano anche da soli, se vogliono e anche se non vogliono. Ringraziando il cielo, l’interrogazione con il voto su Lady Gaga, almeno questa, fin qui ce la siamo risparmiata. Io non ho avuto bisogno della scuola per sapere chi erano i cantanti e i gruppi degli anni ’70 e ’60, penso che la cosa valga anche oggi. Invece Bach e Beethoven richiedono qualche aiuto, ma è importante conoscerli perché Bach è uno di quelli che hanno messo le basi del sistema musicale su cui tutti suoniamo e cantiamo da quattrocento anni, compresi i rappers e i gruppi heavy-metal. Frankie fa il musicista di professione e non lo sa? Mi sembra grave, ma so che è un’ignoranza molto diffusa anche fra i musicisti.
3) Ultima della fila, ma solo per oggi, è la grande pianista Yuja Wang, che a La Repubblica il 30 ottobre scorso spiega che anche lei (interprete di Bach e di Liszt, di Stravinskij e di Chopin, di Ravel e di Scarlatti) ascolta Lady Gaga, e che divide la musica in due categorie, “quella che mi piace e quella che non mi piace”. Che dire, Yuja Wang è molto bella e molto brava (ascoltare per credere!), ma a me è successo di incontrare e parlare con dei musicisti eccellenti, che però oltre al saper suonare a meraviglia non è che avessero una gran coscienza di quello che facevano. So che molti pianisti non amano suonare Schubert, “perché è troppo facile”: facile tecnicamente, è questo che intendono, oltre al discorso sulla difficoltà tecnica con loro non si riesce ad andare. Eppure i più grandi pianisti hanno sempre avuto in repertorio Schubert, e per un motivo facile da intuire: è musica straordinaria. Un flautista a cui avevo chiesto se aveva in repertorio l’assolo dall’Orfeo di Gluck (danza degli spiriti beati) mi fece un risolino dicendo “e che ci vuole...”. E in effetti è grande musica, ma non è musica difficile da suonare, quasi quasi certe cose di Mozart e di Gluck stavo riuscendo a suonarle anch’io, ma poi mi sono accorto che non era cosa per me, che non è da tutti saper suonare, ho mollato tutto e ormai chi si ricorda più come si fa. Però mi ricordo di cosa diceva Eugenio Montale sui musicisti: aveva tentato la carriera da baritono, ma si era accorto che fare il musicista di professione significava dover ripetere venti, trenta, quaranta, cento volte al giorno sempre quelle stesse poche battute. E’ così che funziona, i vicini dei casa dei musicisti lo sanno. I nuotatori professionisti passano ore e ore in piscina, i musicisti professionisti passano ore e ore su un solo passaggio, i ballerini professionisti passano ore e ore alla sbarra, il rischio – se non ci si sta attenti – è magari di ritrovarsi un po’ intronati, a ripetere sempre gli stessi gesti, quasi come gli operai alle catene di montaggio di Pomigliano d’Arco e di Fiat Mirafiori.
PS: Eugenio Montale c’era andato giù un po’ pesante, io mi sono permesso di censurarlo; ma se qualcuno me lo chiedo gli mando il testo da dove ho preso la sua dichiarazione.

sabato 27 agosto 2011

Starobinski

- Perché l’opera è il luogo dell’incanto per eccellenza?
- Perché nasce a cavallo tra finzione, mito, seduzione e virtuosismo. Le sue convenzioni non la obbligano alla verità (...) il suo unico obbligo è piacere, permettere la felicità. E quando l’opera porta in scena le muse incantatrici, propone allora la rappresentazione del suo stesso potere. (...) In fondo, molto spesso l’opera è stata la rappresentazione lecita della seduzione illecita. (...) La sorgente del suo incanto si trova nell’elementare potere del canto, lo stesso potere che agisce sulla ninna nanna che riesce a calmare un bambino (...) tale incanto si trova nel profondo delle nostre esperienze elementari, arricchito però da un bisogno di elaborazione raffinata. (...) Il mondo è apparso disincantato quando gli uomini lo hanno visto dominato solamente dalle concatenazioni delle cause fisiche, quando è stato abbandonato al calcolo della scienza, dell’economia e dell’industria. La musica, e in particolare l’opera, si sono allora viste attribuire il compito di restituire al mondo una certa profondità magica, ma anche di innalzarlo al di sopra delle servitù dell’utilitarismo economico attraverso l’ironia e il comico. La creazione poetica e la musica hanno ricevuto la missione, specialmente per Hoffmann, di affermare un principio di libertà spirituale. (...) E.T.A. Hoffmann fa riferimento proprio a Mozart per confortare le sue idee sul valore liberatorio della favola e dell’ironia; ma evoca anche Carlo Gozzi, che fu l’ispiratore delle “Fate”, la prima opera di Wagner. (...)
- E allora perché i giovani e l’opera sono due mondi che difficilmente comunicano?
- Spesso si parla dei giovani come di un’istanza decisionale, capaci di definire e legittimare scelte ragionate. In realtà sono troppo spesso il riflesso passivo di ciò che le diverse industrie del divertimento riescono a vendere loro quando sono ancora immaturi, non abbastanza preparati. Ne risulta un impoverimento di fatto che è difficile da combattere. (...)
(Jean Starobinski, intervista a L’Espresso 14 settembre 2006, F.Gambaro)
Il libro a cui si accenna è “Le incantatrici” di Jean Starobinski (EDT Torino edizioni), che al tempo dell’intervista era stato appena pubblicato in Francia. Starobinski, svizzero di lingua francese, è nato nel 1920; è medico psichiatra ma è anche laureato in lettere classiche.

mercoledì 17 agosto 2011

Riccardo Muti e il flautino a scuola

Intervista con Riccardo Muti
di michele smargiassi, rep ven 26 novembre 2010
RAVENNA. E’ difficile dirigere un'orchestra preoccupata per il suo futuro, è una gran fatica fare cultura in un Paese sfiduciato. Nello «stellato soglio» della sua bella casa di Ravenna Riccardo Muti recupera le forze per affrontare all'Opera di Roma una vera impresa: il Moise di Rossini, versione francese del Mosé in Egitto, debutto il 2 dicembre, oltre quattro ore di musica, canto e balletto su allestimenti imponenti; ma non riesce a farlo del tutto serenamente. (...)
- Ce la farà? Il Mar Rosso rischia di richiudersi prima ancora dell'ouverture: deficit ripianato a fatica, musicisti preoccupati...
«In Italia faccio sempre più fatica a concentrarmi. Primum vivere deinde philosophari, quant'è vero. Sono abituato a spendere anche un'ora su una singola nota, su un timbro, ma mi sento a disagio se devo chiedere questa concentrazione a musicisti che non sanno se arriverà lo stipendio a fine mese o che cosa sarà del loro lavoro fra un anno. Vale per tutti i mestieri, ma se un impiegato può tirare a campare, l'artista sa che deve dare tutto, perché il suo compito non è intrattenere ma arricchire. Non ho mai visto un'orchestra a cui piaccia suonare male, ma per suonare bene devi essere sereno, devi sapere che puoi permetterti una visita medica e mantenere i figli a scuola. Quando i ragazzi della Cherubini, l'orchestra giovanile che dirigo, i più talentuosi o fortunati allievi dei nostri conservatori, mi dicono "grazie Maestro, ma dopo?", che cosa racconto?».
- Già, che risponde?
«Può fare cultura solo chi sa di poter vivere una vita dignitosa. Ma oggi i teatri italiani fanno fatica a programmare, alcuni rischiano la chiusura, le orchestre sono ormai decimate».
- La crisi c'è per tutti... (...)
«Paghiamo il fatto che le classi dirigenti non hanno cultura musicale. Tranne Napolitano e pochi altri, non vedi mai politici ai concerti. Anche l'idea dei licei musicali è un errore: togli la musica da tutte le altre scuole per confinarla in un ghetto. La musica va insegnata ovunque, e non dico far suonare quei tremendi flautini, intendo la storia, l'ascolto».
- Ma se la tivù è piena di bambini che cantano...
«Appunto, in televisione musica significa bambinetti allo sbaraglio che imitano gli adulti su palchi luccicanti; mentre nessuno fa vedere esperienze straordinarie come la banda cittadina di Delianuova, in Calabria, che ho voluto dirigere al Ravenna Festival, ottanta ragazzi di disciplina oxfordiana che hanno preso in mano un clarino invece che un fucile».
- Intanto crollano le case di Pompei. Lei è nato a Napoli, maestro, come ha preso la notizia?
«Come si dice in italiano, vediamo... incazzato? Non so di chi è la colpa, ma non mi parlino della pioggia. Quel che non fece neppure lo sterminator Vesevo, come lo chiamava Leopardi, ha fatto l'incuria. I gioielli si proteggono. Se Pompei è patrimonio dell'umanità, dovrebbero licenziarci come custodi incapaci. In Italia la cultura non è una ricchezza, è un fardello sulle spalle, un sacco pieno di toppe. Cultura, cultura, questa parola si riveste solo di retorica, finiremo per essere come i pregamorti della mia Puglia, quelli che piangono a comando nei funerali». (...) «Io sono sempre stato via, in realtà, ma posso dire queste cose perché un lavoro per il mio Paese continuo a farlo. Il mio amore per l'Italia è enorme e mi sento in debito. Vengo dai conservatori italiani, che hanno dato una chance a un ragazzino nato a Napoli e cresciuto a Molfetta che poi è finito a dirigere quattro volte i concerti di Capodanno a Vienna».


La denuncia del grande direttore d'orchestra in un'intervista all'Adnkronos "Abbiamo perso la capacità di sentire il 'bello', che per secoli abbiamo dato al mondo"
MUTI: "L'ITALIA HA ABDICATO ALLA SUA STORIA MUSICALE"
Riccardo Muti (da La Repubblica, 9 gennaio 2010 )
«L'Italia ha abbandonato la musica al suo destino, come se fosse un fenomeno obsoleto, mentre nel resto del mondo, compresi i Paesi emergenti a cominciare dalla Cina, c'è rispetto e interesse per la cultura occidentale.» La denuncia viene dal maestro Riccardo Muti. «L'Italia ha abdicato alla sua storia culturale e musicale in particolare, a causa di una concezione generale della cultura che non riguarda solo i politici di oggi, ma è una storia lunga nel tempo», dice il grande direttore d'orchestra italiano in un'intervista all'agenzia Adnkronos. «Noi italiani – aggiunge - abbiamo dimenticato che la musica non è solo intrattenimento, ma è una necessità dello spirito. Questo è grave perchè significa spezzare delle radici importanti della nostra storia».
Muti punta il dito contro alcune "trasmissioni televisive dove la musica e soprattutto l'opera lirica, vengono presentate come cose obsolete. Così si respingono i giovani invece di interessarli". Al contrario, racconta, "in Cina, dove sono appena stato per dirigere l'orchestra di Shanghai, stanno puntando molto sulla musica occidentale, preparando i giovani musicisti i quali studiano nei conservatori occidentali e poi tornano in Cina per suonare nelle loro orchestre. I cinesi costruiscono nuove sale da concerto e scommettono culturalmente su quello che noi italiani invece stiamo esaurendo. In Italia abbiamo perso la capacità di sentire il 'bello', quel 'bello' che per secoli abbiamo dato al mondo e che adesso non sentiamo più".

Sono d’accordo su tutto, però passando vicino alla scuola elementare del mio paese, la primavera scorsa, ho ascoltato una bella esecuzione della “marcia turca” dalla Nona Sinfonia di Beethoven, tutta fatta con i flautini. Evidentemente, mi vien da pensare, molto dipende anche dall’insgenante...
PS: la marcia turca, nel quarto movimento della Nona Sinfonia di Beethoven, è da sempre molto famosa; e fu resa molto popolare anche dall’arrangiamento elettronico in “Arancia meccanica” di Stanley Kubrick.

lunedì 15 agosto 2011

Micrologus

Uno dei concerti più belli tra quelli a cui ho assistito, forse il più bello in assoluto - roba da applausi ritmati e gente che non se ne vuole più andare, per intenderci – è stato quello dell’Ensemble Micrologus di Assisi. Era un concerto di musica antica, di quelli che passano per noiosissimi: il pubblico, dapprima un po’ perso (che si fa? si applaude o si sta in religioso silenzio?) capisce presto cosa bisogna fare e fin dal secondo brano applaude senza risparmiarsi. Mai un momento di noia, viene anzi voglia di mettersi in marcia, di mettersi a ballare, la sedia col posto numerato diventa un impaccio, si vorrebbe essere per strada, ballare, cantare, danzare. Anche noi, e non solo i musicisti.
Un amico umbro mi aveva poi spiegato che da loro si faceva così, e forse lo si fa ancora: le processioni si fanno con musica come questa, fin da ragazzi ti insegnano a suonare gli strumenti adatti, poi si canta, si balla, si sta seri, ci si commuove, ma non c’è niente di obbligato, è davvero una festa; e dunque il nostro impulso a saltare su dalla sedia a ballare e cantare era del tutto naturale, ed era proprio l’effetto che volevano raggiungere i musicisti.

Nel dopoconcerto, anch’io mi sono mescolato ai musicisti; un ricordo particolare è la breve chiacchierata con Patrizia Bovi, mia quasi omonima, “umbra da generazioni”, non solo voce straordinaria ma anche donna bellissima (l’emozione del ricordo nasce anche da qui).

da www.wikipedia.it
Il gruppo viene alla luce nel 1984, fra i primi che si propongano di far conoscere la musica medievale a quel tempo poco eseguita. Su impulso di quattro musicisti: Patrizia Bovi, Gabriele Russo, Adolfo Broegg e Goffredo Degli Esposti, nasce Micrologus. Il bagaglio professionale dei componenti, tutti esperti di musica medievale, li spinge ad esplorare, in particolare, la musica sacra dal XII al XIV secolo con un occhio di riguardo alle forme della sacra rappresentazione e del dramma sacro. Il loro approccio al repertorio si indirizza alla lettura filologica degli spartiti ed al recupero delle sonorità del tempo a mezzo della costruzione di strumenti dell'epoca e dello studio delle vocalità del tempo in cui furono composte le opere da loro rappresentate. Ben presto riescono ad imporsi a livello europeo ed internazionale portando i loro spettacoli in giro per l'Europa, in Nordafrica ed in Asia. Fra i paesi in cui hanno dato concerti si ricordano, in ordine alfabetico, Austria, Belgio, Canada, Francia, Germania, Giappone, Inghilterra, Marocco, Olanda, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Spagna, Svizzera, Slovenia, e Ungheria. Il 23 aprile 2006 la prematura scomparsa dell'artista Adolfo Broegg lascia un vuoto incolmabile.
Componenti: Patrizia Bovi - Canto, arpa gotica; Gabriele Russo - Ribeca, viola da gamba, liuto; Goffredo Degli Esposti - Canto, organo portativo Il gruppo ha organico variabile in base all'opera rappresentata e varia di volta in volta con l'aggiunta di altri cantori e strumentisti.
La loro discografia è costituita da 20 CD dei quali si riporta qui di seguito un parziale elenco:
Landini e la Musica Fiorentina (1994); Anonimo, Llibre vermell de Montserrat S. XIV, Discant CD-E 1008 (2001); Anonimo, Laudario di Cortona, Edizioni Disc CD M00010/3 (1999); Anonimo, Cantico della terra, Opus 111 OPS 30-277 (1999); Autori vari, Napolitane, villanelle, arie, moresche, Opus 111 OPS 30-214 (1998); Anonimo, Napoli Aragonese, Opus 111 OP 30-215 (2000); Gloria et Malum (2007)
Il Micrologus è un trattato sulla musica medievale scritto da Guido Monaco intorno al 1026. Egli lo dedicò al vescovo di Arezzo Tedaldo; l'autore gli attribuisce una parte importante nel suo abbandono di uno stile di vita molto ritirato: «Mentre io desiderava di condurre vita almeno in parte solitaria, la vostra benigna estimazione è venuta a ritormene, per associare a sè stessa la mia piccolezza nello studio della divina parola.» (Testo originale: "Ad sacri verbi studium meam sibi sociari voluit parvitatem. Non quod vestrae desint excellentiae multi et maximi spiritales viri, et virtutum effectibus abundantissime roborati et sapientiae studiis plenissime adornati" , traduzione di Antonio Brandi da “Guido Aretino, monaco di S. Benedetto”, pag. 132) Il trattato si occupa delle modalità di canto ed insegnamento del gregoriano, e discute estesamente la composizione di musica polifonica. Fu uno dei trattati di musica più diffusi nel Medio Evo. L'opera tratta l'organum parallelo e libero, riportando anche alcuni esempi a due voci; esse sono contrapposte e talvolta si incrociano. Mette in guardia il lettore dall'uso della quinta giusta e della seconda minore, consigliando invece la seconda maggiore e la quarta giusta (ma consentendo anche l'introduzione di terze). Una parte importante è la sua trattazione dell'occursus (letteralmente "incontro"), un antenato della cadenza. Esso si verifica quando due voci si avvicinano all'unisono. Guido Monaco suggerisce che tale avvicinamento avvenga per moto contrario da una terza maggiore o per moto obliquo da una seconda maggiore.
Il concerto a cui mi riferisco è quello del 21 maggio 1993 a Cantù, Basilica di San Vincenzo in Galliano, musiche dal Llibre Vermell di Montserrat e canti di pellegrini italiani. L’Ensemble Micrologus di Assisi ha un suo sito, http://www.micrologus.it/  , dove si trovano tutte le date dei loro prossimi concerti.
Il mio primo incontro con l’Ensemble Micrologus nasce da un ascolto radiofonico: le canzoni di Francesco Landini, anno 1200 (esiste anche un cd tratto da quei concerti). Il concerto era magnifico, trascinante; in casi come questi (mica solo per i Rolling Stones) i bis diventano inevitabili.
Poco tempo fa ho trovato sui giornali un’intervista a Stefania Sandrelli, che stava promuovendo un suo nuovo film di cui è anche regista; diceva che avrebbe voluto mettere le musiche dell’epoca, ma, si sa, “sono così noiose”. Lo diceva dandolo per scontato, l’intervistatore acconsentiva con ogni evidenza, ecco un altro luogo comune confermato. Ma i luoghi comuni, anche se hanno qualche fondamento, confinano sempre con la pigrizia: a mio parere la signora Sandrelli avrebbe potuto fare una chiacchierata con Patrizia Bovi, prima di dire queste scemenze.  Più tardi, in tv, un documentario con intervista al cantautore inglese Donovan, che ha un ricordo simile delle musiche del 1200 risalente al tempo della sua collaborazione con Franco Zeffirelli, negli anni ’60. A quel tempo, la riscoperta degli strumenti antichi e della musica antica stava per cominciare: si tornava a eseguire quel repertorio, ma senza sapere ancora bene come fare di preciso. Ma da allora di acqua ne è passata, sotto i ponti: e quando mai, va detto, della gente si è radunata ad ascoltare musica con l’intento preciso di annoiarsi? Se ci si annoia, se non ci si commuove, se non viene voglia di alzarsi e ballare, questo significa soltanto una cosa: esecutori non all’altezza, oppure – molto più probabile - ascoltatori non all’altezza.

venerdì 17 giugno 2011

Mozart, K 560

Un piccolo gioco per gli amici appassionati di musica è far ascoltare il canone K559 di Mozart e chiedere che cos’è. La risposta è ovvia, automatica: tono solenne e ispirato, lingua latina, senza dubbio musica sacra. E invece no, è uno scherzo che Mozart fece a un amico cantante.
Ecco come viene ricostruito lo scherzo da Poggi e Vallora in “Il catalogo è questo”, un bellissimo libro che racconta in questo modo tutte le composizioni di Mozart, pubblicato da Einaudi.
Ecco lo scherzo al povero Peierl, nel racconto di Paumgartner: «Questo signor Peierl, un tenore di Monaco, aveva un difetto di pronunzia per cui gli amici spesso lo prendevano in giro. Una sera, trovandosi riunita l'allegra brigata, a M, venne l'idea di scrivere un canone sulle parole latine "Difficile lectu mihi Mars" che avrebbero preso comico risalto quando Peierl, con la sua pronunzia difettosa, le avesse cantate (lo scherzo consisteva nell'assonanza tra la frase latina "Difficile lectu mihi Mars" e quella tedesca "Difficile leckst du mich im Arsch" ossia "Difficilmente mi lecchi il culo"). Facendo in modo che questi non se ne avvedesse e cadesse nel tranello, scrisse a tergo dello stesso foglio l'altro canone che inizia "Oh asino d'un Peierl!" Lo scherzo riuscí. Non appena, fra l'ilarità generale, le insidiose parole latine uscirono dalle labbra di Peierl nel modo previsto, M. voltò il foglio e tutti trionfalmente intonarono:
O Peierl asinesco, O asino peierlesco!
Il seguito non è difficile da indovinare. Alle parole "Nepomuk Peierl, perdonami!" il tono del canone si fa implorante: è la riconciliazione col mortificatissimo tenore».
K559-K560
CANONE per voci: « Difficile lectu mihi Mars »
CANONE per voci: «O du eselhafter Peierl» («Oh asino d'un Peierl» )
TONALITÀ Fa maggiore - Fa maggiore
ORGANICO K 559: n, 3 voci K 560: n. 4 voci
DATA 2 settembre 1788 (32 anni)
LUOGO Vienna
EDIZIONE Breitkopf & Härtel, Leipzig 1804
TESTO K 559:
Difficile lectu mihi Mars
Et jonicu difficile
K 560: O asino d'un Peierl! O Peierl asinesco! O asino, peierlesco! Sei sfaticato come un ronzino
che non ha né testa né garretti (...)
NOTE Questi due Canoni, anch'essi concepiti nel corso dell'estate del 1788 e riuniti da Mozart nel suo catalogo personale sotto la data del 2 settembre, fanno parte della serie di dieci Canoni - compresi fra il K 553 e il K 562 - inventati da Mozart, nei momenti di svago e di divertimento fra amici. Un esempio della passione mozartiana per i giochi goliardici e gli scherzi scurrili (quelli che già avevano colorato le lettere alla cuginetta Bäsle di Augusta) ci viene proprio offerto da queste due pagine concatenate - piccoli capolavori sotto il profilo musicale - che vennero architettate come pesante scherzo alle spalle del tenore viennese Peierl. Si segnala che esiste anche un'altra versione del K 560, musicalmente identica ma «dedicata» a un'altra vittima di Mozart, precisamente il famoso tenore tedesco Philip Jacob Martin («Oh asino d'un Martin, O Martin asinesco»).
È curioso che Saint-Foix, dinanzi a certe intemperanze, si sia chiesto se l'origine della «truculenza dei testi mozartiani » non fosse da ascrivere all'esempio di M. Haydn, amico e collega salisburghese, noto per la sua volgare personalità.
COMMENTO Paumgartner: «In essi il maestro, messo di buonumore dagli amici buontemponi, rinnova gli stravaganti scherzi della commedia dell'arte, trasponendoli nella Vienna del suo tempo».
(“Il catalogo è questo”, di Poggi e Vallora, un libro con tutte le composizioni di Mozart in ordine cronologico, pubblicato da Einaudi)

Si tratta quindi, nelle intenzioni dell’autore, di una paginetta buttata giù per scherzo: ma è musica bellissima, chissà quanti compositori pagherebbero per averla scritta. Mozart poteva permetterselo, e non è nemmeno l’unica volta che “butta via” una melodia meravigliosa: si pensi all’aria di Barbarina nelle “Nozze di Figaro”, meno di due minuti, un personaggio secondario, una scena che si potrebbe anche eliminare, eppure è qualcosa che va subito a toccare nell’anima chi la ascolta. Lo stesso discorso si potrebbe fare per il mottetto “Ave verum corpus”, pochi minuti di musica semplice e indimenticabile.
Non è stato nemmeno il solo Mozart a potersi permettere di questi “sprechi”: mi vengono in mente esempi simili per Puccini, per Prokofiev, ma anche per Britten o per Nino Rota, e tutto il Falstaff di Verdi è fatto di melodie come queste, brevissime e meravigliose, buttate là quasi per scherzo.
Mi viene da dire (e chiedo scusa per il termine, ma Mozart mi capirebbe) che quello in cui viviamo è un tempo di ingegni stitici, in cui si incensa e si dà del maestro e del capolavoro a questo e a quello, e in cui si copia a man bassa e si rifanno sempre le stesse quattro cose, ma guai ad ammetterlo.
Mozart era uno che poteva permettersi di “buttare via” un canone come questo, valutandolo cosa da poco: ed è un pensiero che ogni volta mi lascia stupefatto.

(nelle immagini, la prima riga dei due frammenti mozartiani, sempre dal libro citato, e due immagini dei divertimenti di Mozart con i suoi amici, nella ricostruzione - penso molto fedele - fatta da Milos Forman nel film "Amadeus").

sabato 2 aprile 2011

Musica diffusa a Banca Intesa

Qualcuno che vi parla nelle orecchie: cosa c’è di peggio, quando dovete scrivere un numero o prendere un appunto? E se quello/quella canticchia, declama spot e numeri proprio mentre voi state digitando il PIN del Bancomat?
E’ quello che si faceva da bambini, per fare un dispetto: poi passa l’età della stupidera e si impara a rispettare il prossimo. E’ quello che succede da poche settimane anche a Banca Intesa: e infatti, prima di rendermi conto di cos’era successo, ho sbagliato a digitare il mio PIN: due volte di fila. Era la prima volta che mi succedeva, ed ero preoccupato, poi mi sono reso conto: la musica diffusa, la radio di Banca Intesa.
Mi sono poi reso conto che la radio è accesa ovunque, in Banca. Mi sono anche reso conto che radio e tv sono ormai accesi ovunque, in Banca e in Metropolitana e nelle Ferrovie: accese, soprattutto, sugli spot.
Che fare? Protestare? So già come va a finire, ho capito da tempo: da quando un lettore di un importante quotidiano scrisse per protestare contro gli schermi tv accesi in metropolitana, e dall’Ufficio Relazioni Pubbliche della Metropolitana gli fu risposto che avevano fatto un sondaggio, e che la maggioranza aveva deciso che gli spot erano belli. Sondaggio? Con chi, a chi, per chi? Mai sentito di sondaggi, avrei partecipato volentieri. E, soprattutto, io pensavo che vicino ai binari c’era già abbastanza rumore, che le comunicazioni diffuse sono importanti in caso di pericolo, che digitare un numero complicato richiede un minimo di silenzio intorno, eccetera. Tutto questo viene ormai liquidato con un sorrisetto storto di sarcasmo, e magari la tua lettera o la tua protesta fanno il giro dei blog e di facebook: non per solidarietà, ma per prenderti in giro.
Che dire, qui pensano che “se una cosa piace a me, allora piace a tutti”: dicono che il totalitarismo cominci così; siamo già a buon punto. Ma voglio essere ottimista, lancio una proposta: che la musica diffusa si possa interrompere, anche per soli cinque minuti, con un semplice tasto. Almeno Banca Intesa potrebbe farlo...
PS: Non so chi abbia preso queste decisioni in Banca Intesa, però conosco il nome di chi mette gli schermi giganti e implacabili in Lombardia: si chiama Raffaele Cattaneo, di Comunione e Liberazione, vicinissimo ad Abelli e a Formigoni. Vado a prendere il dvd di Alex Drastico, prendo appunti, e poi comincio a recitare.

Questo post l'ho già pubblicato il 17 dicembre 2010: lo ripubblico oggi, perché nel frattempo mi sono accorto che questa scemenza si sta sempre più allargando, alle stazioni per esempio, ma anche all'aperto, ovunque. Un'epidemia di stupidità, calata dall'alto: perché queste sono scelte che vengono fatte in alto, molto in alto - e dunque è qualcosa di preoccupante, perché dimostra in maniera lampante che abbiamo al governo (non solo in politica, anche nelle banche e nelle ferrovie) persone che non si preoccupano affatto del loro prossimo.
Ho chiesto un po' in giro, tutti sono concordi su un fatto: che prima di tutto, per educazione, bisognerebbe chiedere il permesso. Io faccio così da sempre, per educazione: quando entra qualcuno in casa mia io spengo il televisore, spengo la radio, stacco il cd. Non è detto, infatti, che chi entra in casa mia sia nel mio stesso stato d'animo. La stessa cosa faccio, da sempre, con l'autoradio.
Ma, soprattutto, ho chiesto ai dipendenti, a chi ci lavora otto ore filate, in quegli ambienti: la musica diffusa è un disturbo continuo, se ne esce col mal di testa e il giorno dopo si ricomincia da capo.

PS: sarebbe interessante sapere a chi vanno i diritti d'autore delle musiche trasmesse, nel senso della SIAE e dei soldi che arrivano. Sono tanti soldi, a lungo andare: e secondo me la chiave di lettura è questa.

martedì 1 giugno 2010

Il futuro dell'Opera in Italia

Quando ho visto questa pagina di pubblicità qui a fianco, sviato anche e soprattutto dal fatto che la ballerina è capovolta e non facilmente individuabile a prima vista, ho pensato alla réclame di un tonno in scatola.
Distratto da altri pensieri, ho girato pagina e poi sono tornato indietro: no, un “tonno Petruzzelli” non l’avevo mai sentito, suonava bene ma il nome Petruzzelli nella mia memoria era associato un’altra cosa. Ed eccolo lì, il teatro d’opera di Bari che si fa pubblicità con una pagina intera su un noto settimanale: la stagione d’opera, concerti e balletti del Teatro Petruzzelli di Bari. Ma perché mai il Teatro Petruzzelli si fa pubblicità su un giornale nazionale? Forse al Petruzzelli non ci va nessuno e hanno bisogno dei turisti per riempirlo, come fa da tempo l’Arena di Verona?
Sono interrogativi tutt’altro che banali, anche e soprattutto alla luce dei recenti tagli governativi agli enti lirici e a tutto il mondo della cultura. Vedo quindi di ragionarci sopra un po’ e parto dalla mia esperienza personale: a casa mia nessuno si interessava di musica, al massimo qualche canzone. Anche tra i vicini di casa, e tra i parenti, non c’era nessuno appassionato di musica, a parte il festival di Sanremo e la musica per andare a ballare, niente di niente. Però io sapevo cos’era l’Opera: non mi piaceva per niente, ma sapevo che c’era: in tv davano spesso opere e concerti, anche in diretta; il mio maestro alle elementari ci aveva fatto ascoltare dei dischi (penso che fossero suoi) con il coro del Trovatore, eccetera. E poi c’era anche la radio, il terzo canale si prendeva facilmente, e poi c’erano solo tre canali di radio da prendere, prima o poi ci si finiva sopra e si ascoltavano quelle cose strane e ridicole, chissà mai cosa ci troveranno, chissà come fanno ad ascoltarla.
Però qualcosa mi era rimasto dentro, e dopo i 18 anni mi sono accorto che c’era molto di buono, e da allora ho ascoltato tutto l’ascoltabile o quasi, sono andato ai concerti e ho frequentato i teatri d’opera, eccetera. Quando decisi di comperare un’Aida (anno 1979, avevo quasi ventun anni), cioè la prima opera completa della mia vita, trovai a Como un negozio dove un signore onesto e competente, dopo aver visto che ne capivo poco o niente e avevo pochi soldi in tasca, mi consigliò un’edizione discografica un po’antica ma molto ben fatta.
Ecco, facciamo il paragone con quello che è successo dopo. Non ho raccontato queste cose per fare la mia autobiografia (chi se ne frega), ma per fare un confronto con quello che è successo dagli anni ’80 in qua: quante opere liriche può aver visto in tv, o ascoltato alla radio, un bambino di questi ultimi vent’anni? Come fa a sapere se l’opera gli piace oppure no? La risposta è semplice: se non ha nessuno in casa che è appassionato di musica, può arrivare anche a venticinque o trent’anni senza aver mai ascoltato niente di niente, festival di Sanremo e radiodigei a parte.
L’ultima opera lirica trasmessa in diretta dalla Rai è un Macbeth che apriva la stagione della Scala: fece un milione di ascoltatori, e i commentatori ridacchiarono e insultarono sprezzanti chi aveva preso quella decisione: il comico Panariello, il sabato sera, ne faceva sei milioni; e poi nel Macbeth non si poteva mettere la pubblicità, due ore senza neanche un minuto di pubblicità, che spreco, che bestemmia. Di conseguenza, si decise una volta per tutte che il comico Panariello era sei volte meglio di Giuseppe Verdi: sipario chiuso, e non se ne parlò più.
Tutto quello che è venuto in seguito non è che la conseguenza di questi fatti. Ormai siamo a due generazioni di giovani (25 anni di tv commerciale non sono mica pochi) che sono cresciuti senza sapere che cos’è l’Opera e che cos’è una Sinfonia, o un Quartetto d’archi: significa un taglio netto e irreparabile con la tradizione e con il nostro passato.
Lo si voglia o no, è così. Milioni di giovani, e anche di quarantenni e di cinquantenni, trovano patetico e ridicolo uno strumento musicale non elettronico, e violini e violoncelli gli sembrano soltanto un pezzo di mobile – e un mobile antico, di quelli del bisnonno, perché oggi i mobili di legno non si fanno più.
Conclusione: se fate scorrere i nuovi canali della tv digitale, non ce n’è uno dedicato alla cultura. Eppure, la Rai da sola adesso ha tredici canali a disposizione: fare un canale come “Arte” avrebbe costi bassissimi, visto il magazzino Rai, e magari qualcuno potrebbe appassionarsi ancora a queste vecchie e ridicole cose. Ma non se ne parla nemmeno, non c’è nessun dibattito in corso, si dà per scontato che i nuovi canali servono per raccogliere pubblicità e per le partite di calcio da trasmettere a pagamento, con l’apposita smart card. E i dischi, i cd, i dvd? Tutta roba vecchia, obsoleta, ormai si scarica da internet, i negozi gestite da persone competenti capaci di consigliarti sono completamente scomparsi, non solo nelle piccole città ma anche a Milano.
E’ la fine, la fine di una tradizione che ha tenuto alto il nome dell’Italia nel mondo: negli anni ’30 eravamo famosi più che altro per i gangsters i fascisti e i mafiosi, ma poi c’era Toscanini; negli anni ’70 e ‘80 eravamo sempre mal visti come italiani, ma poi c’era Claudio Abbado, c’era Giulini, c’erano Muti e Chailly, c’era Maurizio Pollini, Pavarotti, Mirella Freni... Fine della corsa. L’Italia ha voltato pagina, e per sempre: se volete l’Opera andate in Cina, in Corea, o magari a Berlino.

martedì 23 marzo 2010

Nostalgia

Le città tedesche sono piene di alberi e di parchi. Non “il verde” striminzito degli architetti, quello degli alberelli stentati messi a languire nel cerchietto di cemento, trattati come se fossero lampioni: ma veri e propri alberi, anche centenari, con parchi grandi e ben tenuti tutt’intorno. Ricordo che di Bonn, quand’era capitale della Germania ovest, alcuni fra i tedeschi si lamentavano perché non sembrava una capitale, ma un giardino.
Il maestro Claudio Abbado, che è milanese ma che nei paesi di lingua tedesca ha vissuto gran parte della sua vita, a capo delle orchestre sinfoniche più importanti del mondo e portando molto prestigio al nostro Paese, ha sempre detto che gli sarebbe piaciuto molto che anche Milano fosse così, che somigliasse un po’ a Vienna, a Bonn, alle altre città grandi e piccole che hanno grandi parchi naturali al loro interno. Di recente ha espresso questo pensiero, che riassumo a memoria sperando di non essere troppo impreciso: “Tornerei volentieri a dirigere alla Scala, però invece di essere pagato vorrei che con quei soldi si piantassero diecimila alberi”.
La risposta della classe politica milanese, attentissima al marketing e agli spot, è stata – a parole – entusiasta; nei fatti molto meno. Comunque sia, Claudio Abbado (che è una persona ottimista e propositiva, e che ha fatto molto nel campo del sociale per tutta la sua vita, anche senza propagandarlo) tornerà alla Scala, a giugno: è casa sua, manca da tanti anni, ne aveva una gran voglia, eccetera. Si può anche non essere contenti della sua decisione (io avrei preferito che stesse lontano da questa Milano), ma quello che è successo dopo è davvero curioso, ed è un sintomo evidente del degrado a cui siamo giunti.
Si è cominciato a criticare “il verde” in città (si sa, in città ci vuole solo il grigio cemento, al limite il marmo purché sia bianco funerario); si è cominciato a dire “mettere le piante nei vasi”; si sono cominciate teorie strampalate; sono piovute critiche pesanti su Claudio Abbado; si è detto che chi era d’accordo con Abbado era un nostalgico sessantottino. E il dibattito è finito lì. Il sogno del maestro Abbado (perché un sogno è destinato a restare, questo è evidente a tutti e anche lui lo sa benissimo) è dunque naufragato in mezzo alle polemiche degli “intellettuali” milanesi.

Sembra la lezione di un maestro zen: io vi posso anche indicare la via, ma poi sta a voi realizzarla. E il maestro Abbado (mi dispiace ma stavolta devo dirlo) oggi è un uomo anziano, ed è stato molto malato in questi ultimi anni: non sta a lui risolvere i problemi, sta a noi.
Il gesto di Claudio Abbado ha anche evidenziato la materia di cui è composta la nostra classe dirigente, politica e non solo politica: mala tempora currunt, dicevano gli antichi romani (ma non avevano ancora visto i nostri tempi). Una classe politica pronta a fare il pieno di voti alle prossime elezioni, perché gli astutissimi lombardi hanno già deciso: non sia mai che qualche pericoloso estremista come il maestro Abbado arrivi a prendere il potere.
(Nel frattempo, godetevi il blocco del traffico e l’ecopass e le targhe alterne, e tutto per il vostro bene, s’intende: per combattere l’inquinamento e abbattere il pericoloso mostro del pm10).

domenica 16 agosto 2009

Jean Philippe Rameau e le emozioni in musica

In uno dei post precedenti ho chiamato in causa il mio vecchio e caro gatto, oltre al piacere del ricordo, perché ogni tanto leggo sui giornali articoli più o meno scientifici che parlano del rapporto tra musica e cervello, l’incremento delle capacità intellettuali attraverso la musica, eccetera. Di solito sono articoli molto superficiali, che danno informazioni parziali e distorte: purtroppo capita quasi sempre così con l’informazione scientifica, ed è un peccato. A volte sembra che i neuroni migliorino grazie a Mozart, altre volte il titolista spara che è l’heavy metal a rendere più intelligenti, e che l’effetto Mozart non esiste ed è stato sconfessato completamente quello studio del’93; e così non ci si capisce più niente.
Non sono un neurologo e nemmeno un musicista, però so per certo che per capire la grande musica, Mozart e Beethoven ma soprattutto i contrappuntisti, occorre sapere cosa stanno facendo. Se non si ha nozione di quello che accade in Bach, o in Couperin o in Scarlatti, la loro musica sembrerà assurda e noiosa; ma avendone qualche nozione, o essendo predisposti in partenza alla musica e alla matematica, certamente il nostro cervello ne trarrà vantaggio. Del resto, è un ragionamento così semplice che in altri campi ci arriviamo subito tutti: mettere in mano Dante ad un analfabeta, o a una persona che non ha nessuna voglia di leggere, è del tutto inutile; così come un trattato di fisica o di chimica risulterà illeggibile se non c’è qualcuno a spiegare almeno i primi rudimenti.
Un’altra certezza è che il nostro primo suono musicale è il tamburo: è il battito del cuore di nostra madre, prima ancora di nascere. Un suono semplice, ritmato, forte: anche qui non si scopre nulla di nuovo, è il grande fascino dei ritmi tribali, dell’heavy metal, ma è anche l’inizio della Prima Sinfonia di Brahms.
Fu Jean Philippe Rameau, grandissimo musicista e di grande successo in vita (cosa che capita a pochi) a cercare di mettere anche gli affetti e le emozioni nella teoria musicale: lo fece nel 1722, pubblicando il suo “Trattato dell’armonia ridotta ai suoi principi naturali”: la musica non è solo un rapporto matematico, sembrerebbe dire Rameau. I suoi critici dicono che è un discorso confuso, solamente teorico, poco utile nella pratica, ed è per questo che il suo sistema è stato messo da parte. Oggi il trattato di Rameau lo leggono solo gli eruditi, e io non so nemmeno suonare tre battute messe in fila senza interrompermi; ma posso garantirvi che il la minore è davvero triste e malinconico, che l’accordo di do maggiore è chiaro e luminoso e quello di do minore è inquietante, che il si minore è la tonalità del ricordo. E tante altre cose, come per esempio che, ascoltando distrattamente un cd, di solito sobbalzo e mi fermo davanti ad una tonalità ben precisa, senza nemmeno sapere cosa sto ascoltando: ed è il mi bemolle maggiore, bello e strano come i nostri sogni migliori.