Quando uscì "Space oddity"
io ero sui quattordici anni, l'ho imparata subito a memoria e me la
ricordo ancora quasi tutta; era da poco che studiavo l'inglese, non
ricordo se avevo trovato il testo scritto da qualche parte ma forse
non era necessario perché la dizione era molto chiara. Ricordo anche
un conduttore alla radio ("Per voi giovani", credo) che
aveva sottolineato: non è Odyssey, è "oddity". La
stranezza dello spazio, dunque, anche nel senso dell'essere
"dispari", dato che odd ha anche quel significato. Dopo
averla imparata a memoria, però, il me stesso quattordicenne
cominciò ad avere qualche dubbio che posso trascrivere così: sono
cose da bambini, avrei potuto scriverla anch'io questa cosa. Major
Tom to ground control, con tutte quelle immagini di astronauti che
abbondavano negli anni '60, le passeggiate nello spazio, i primi
passi sulla Luna, e andando ancora più indietro nel tempo Juri Gagarin,
la cagnetta Laika che avevo tra i miei giocattoli, il bip bip dello
Sputnik (proprio nell'anno in cui sono nato)...
Beh, sì, non c'era niente di davvero particolare in quella canzone, però piaceva e aveva successo. Un po' me ne vergognavo: mi era piaciuta questa cosa da tredicenni, meglio non dirlo a nessuno. Qualche tempo dopo avrei visto le fotografie di David Bowie, non mi piaceva per niente e lo avrei presto abbandonato - però vedo che per gli altri non è stato così, e ancora me ne meraviglio. E' vero che ognuno ha i suoi gusti, ma a volte mi sembra che ci sia chi prende gusto nel crogiolarsi nel se stesso da bambino. Lo penso ogni volta che sento dire "grande cantante" o "grande musicista" o magari addirittura "maestro" a questo e a quella, e magari sono canzoncine banali, da Canzonissima. Ecco, Canzonissima è stata un altro dei miei piccoli incubi da bambino o da adolescente, quante puntate me ne sono dovuto sorbire. Ne rivedo qualche estratto su "Rai Storia", c'erano cose belle o divertenti (Walter Chiari...) ma c'era tanta fuffa, battute grevi, qualunquismo a quintali (Paolo Panelli).
Beh, sì, non c'era niente di davvero particolare in quella canzone, però piaceva e aveva successo. Un po' me ne vergognavo: mi era piaciuta questa cosa da tredicenni, meglio non dirlo a nessuno. Qualche tempo dopo avrei visto le fotografie di David Bowie, non mi piaceva per niente e lo avrei presto abbandonato - però vedo che per gli altri non è stato così, e ancora me ne meraviglio. E' vero che ognuno ha i suoi gusti, ma a volte mi sembra che ci sia chi prende gusto nel crogiolarsi nel se stesso da bambino. Lo penso ogni volta che sento dire "grande cantante" o "grande musicista" o magari addirittura "maestro" a questo e a quella, e magari sono canzoncine banali, da Canzonissima. Ecco, Canzonissima è stata un altro dei miei piccoli incubi da bambino o da adolescente, quante puntate me ne sono dovuto sorbire. Ne rivedo qualche estratto su "Rai Storia", c'erano cose belle o divertenti (Walter Chiari...) ma c'era tanta fuffa, battute grevi, qualunquismo a quintali (Paolo Panelli).
A quattordici anni ho buttato via
quella zavorra e mi sono messo a cercare cose grandi e belle, ormai
avevo un'età in cui potevo cominciare a muovermi da solo e l'ho
fatto. Ho fatto anche molti errori, ma del mio percorso musicale sono
contento e lascio più che volentieri le canzoni di musica leggera e
"Major Tom to ground control" a chi le desidera; o meglio,
lo farei volentieri ma le canzonette sono dappertutto e mi tocca
subirle ancora oggi come cinquant'anni fa. Di David Bowie si parla
come di un genio, è come santificato; Sanremo e Canzonissima vengono
presentati come unica immagine dell'Italia, e chi non è d'accordo
viene deplorato e magari, chissà, forse anche sanzionato in un
prossimo futuro. Magari fosse vero che ognuno ascolta ciò che vuole,
a me tocca ascoltare ancora oggi proprio tutte quelle cose che avevo
scartato quando avevo quattordici anni: negozi, sale d'attesa, banca,
ovunque. Mica sempre posso tapparmi le orecchie: magari fossimo fatti
come gli ornitorinchi e gli ippopotami, che hanno le palpebre anche
sulle orecchie!
In conclusione, e per non tirarla
troppo in lungo, nelle scorse settimane ho fatto una chiacchierata
con un'amica che mi ha detto di aver abitato per dieci anni in
Germania, e che alle volte fa fatica a collegarsi con ciò che le
dice la gente. Ecco, è la sensazione che ho anch'io, pur essendo
sempre rimasto qui a casa mia: la sensazione di un buco, di una
voragine. C'è gente che ha girato il mondo ma ne ha capito poco,
forse proprio per via di questo rinchiudersi in quelle quattro
cosette che ascoltavano da bambini. Io mi guardo indietro (ho l'età
per farlo) e penso che quello che mi ha fregato, nella vita, è stato
proprio nei momenti in cui ho cercato di migliorarmi. Non me lo hanno
perdonato, fossi rimasto nei miei difetti, fossi stato più
superficiale, sarei piaciuto di più. Per intanto, perso anch'io
nello spazio siderale (ma come l'astronauta di Kubrick, non quello
tarocco di David Bowie), continuo nel mio viaggio verso Giove senza la minima idea su come andrà a finire.
(disegno di Hedwig Wylie, 1962, e una pubblicità anni '60)
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Distratto da altri pensieri, ho girato pagina e poi sono tornato indietro: no, un “tonno Petruzzelli” non l’avevo mai sentito, suonava bene ma il nome Petruzzelli nella mia memoria era associato un’altra cosa. Ed eccolo lì, il teatro d’opera di Bari che si fa pubblicità con una pagina intera su un noto settimanale: la stagione d’opera, concerti e balletti del Teatro Petruzzelli di Bari. Ma perché mai il Teatro Petruzzelli si fa pubblicità su un giornale nazionale? Forse al Petruzzelli non ci va nessuno e hanno bisogno dei turisti per riempirlo, come fa da tempo l’Arena di Verona?