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domenica 31 maggio 2020

Carosello

Quando si affronta la questione della pubblicità in tv la regola è porre una specie di aut-aut apocalittico: via tutta la pubblicità, oppure tutta pubblicità e senza regole. Ma questo è il modo sbagliato di porsi il problema (c'è anche chi non se lo pone affatto, il problema, e sguazza felice nella melma: ma se loro sono contenti così, noi altri poveri disgraziati mica dobbiamo seguirli come scemi, finché c'è vita c'è speranza di migliorare). Il modo giusto è dire che la pubblicità serve ed è importante, ma deve rispettare alcune regole; e la prima regola è che abbia degli spazi ben definiti, o meglio che resti dentro spazi ben definiti, da non travalicare. Il che mi riporta ai tempi di Carosello, cioè alla tv come l'ho conosciuta io, la Rai di prima dell'invasione delle tv commerciali.

Evocare Carosello è pericoloso perché parte subito una raffica di luoghi comuni da far spavento: "altri tempi, nostalgia, la durata degli spot", eccetera eccetera; ma almeno qui su questo mio blog posso fermare subito l'ondata di stupidaggini che tutti ripetono a palla, e provo a fare un discorso più ragionato. La tv devono farla i funzionari tv (e che siano ben preparati, persone colte e non raspausc), e i pubblicitari devono solo badare alla loro pubblicità. Tutto qui. Il problema, insomma, non è "pubblicità sì pubblicità no", ma usare un minimo di buon senso e di intelligenza.

Bruno Bozzetto, in un'intervista recente, ricorda quegli anni e dice che negli spot di carosello non si poteva dire il nome del prodotto: lo definisce come una cosa assurda, invece io trovo che sia stata un'idea geniale, Carosello non sarebbe stato così bello e non lo ricorderemmo ancora oggi se fosse stato puro e semplice spot. La pubblicità allora era in mano a dei veri "creativi", come Bozzetto, Pagot, Marcello Marchesi (chiedo scusa a chi mi sto dimenticando), e ancora oggi tutti si ricordano dei personaggi associati al prodotto, non solo i cartoons (molto divertenti) ma anche gli attori, Mimmo Craig, Virna Lisi, Ernesto Calindri, Cesare Polacco... Ai tempi di Carosello succedeva ogni tanto di dire "ma chi è quel cretino che se l'è inventata?". Allora succedeva ogni tanto di chiederselo, oggi succede ogni tanto di NON chiederselo. La soluzione vera, per tagliar corto, sarebbe dunque mandare via i cretini e tornare ad avere i creativi: è possibile? Direi di no, ogni volta che mi tocca guardare la pubblicità mi ritrovo sconfortato e depresso, compro certi prodotti solo perché li conosco, ma se fosse per gli spot ne farei subito a meno. Così si va verso il peggio, la gente si lamenta della qualità dei programmi ma poi non fa niente per migliorare le cose; la mia è solo una modesta proposta, rimettere (per legge) la pubblicità dentro gli appositi recinti. Tutto qui.

PS: raspausc è parola lombarda, le ultime tre lettere vanno pronunciate ush, come "uscio" insomma. Il significato penso che sia chiaro, e spero che i quattro quinti dei funzionari tv e dei "creativi" pubblicitari si riconoscano in questa parola. Se si offendono, pensino alle scemenze di cui sono responsabili, e alle cose belle e utili che si potrebbero fare avendo a disposizione un mezzo così potente.

venerdì 6 marzo 2020

Utilità della pubblicità

E così la pubblicità è arrivata anche su Raiplay: era chiaro fin dall'inizio, bastava aspettare. Quello che i pubblicitari non sanno, malgrado tutti i loro cookies, è che io elimino dalla mia lista della spesa tutte le pubblicità invadenti e tutte le pubblicità importune. Per esempio, adesso mi sono segnato una marca di cioccolatini col ripieno liquido, e qualcos'altro ancora: sei mesi di squalifica, non li acquisterò per sei mesi e forse anche di più. Per fare un altro esempio, questa volta in positivo, una famosa marca di surgelati (la "Trovaci") mi ha interrotto la visione di un film nel momento meno opportuno. Io comperavo abitualmente i piselli surgelati della Trovaci; ero un cliente abituale ma ho deciso di cambiare marca. Ebbene, la nuova marca (non pubblicizzata) è migliore. Grazie dunque alla pubblicità ho trovato qualcosa di meglio, thank you.

Il problema riguarda anche i cookies, "per darti pubblicità personalizzata" spiegano suadenti i responsabili dei siti internet (anche dei quotidiani importanti e in apparenza rispettabili). Ma io non voglio pubblicità personalizzata, non la voglio proprio. Chi vi ha mai detto che a me interessa quella marca di pasta, che io abbia voglia di comperare un'auto? Io non acquisterò mai un suv, perché me ne mettete sempre uno davanti?

E poi, come funzionano questi cookies? Per esempio, qualche settimana fa il mio mouse funzionava male e spesso faceva clic anche nel momento sbagliato e sul posto sbagliato. Poi ho comperato un mouse nuovo, ma immagino che gli intelligentissimi che si fidano degli algoritmi abbiano ancora in memoria i miei clic dovuti a un malfunzionamento del mouse. Un'altra cosa che l'algoritmo non può sapere (ci arriverà) è che io cerco di evitare il cioccolato, ne mangio il meno possibile perché mi provoca la renella (la renella è il passo precedente ai calcoli renali, per chi non lo sapesse: il cacao contiene ossalati, il calcio ossalato provoca renella, la renella produce coliche renali - meglio starne lontani).

Ma, alla fin dei conti, anche l'algoritmo in sè è innocente. Dietro c'è sempre il solito intelligentissimo creativo (o creativa), ormai in agguato dietro ogni istante della nostra vita. Faccio solo un altro esempio, l'ultimo per oggi: sto guardando su youtube il "Simon Boccanegra" diretto da Claudio Abbado; è stato diviso in due parti e ho appena finito la prima. Secondo voi, cosa guarderò dopo? Lapalissiano: la seconda parte del "Simon Boccanegra". Invece no, l'astutissimo programmatore youtube mi fa partire un'altra cosa, che con il Simon Boccanegra non c'entra niente. Fermo tutto, e cerco la seconda parte del Simone: questo no, questo no, questo no, ma dove è andata a finire?
Chissà a chi appartiene la mente geniale che ha partorito tutto questo. Se non riescono a capire che dopo la prima parte guarderò la seconda, la dizione "pubblicità personalizzata" comincia a preoccuparmi seriamente.
(Per intanto, grazie a chi ha reso visibile il "Simone": è una produzione Rai, ma la Rai lo nasconde accuratamente, e da decenni)


domenica 1 marzo 2020

Creativi o cretini?


Metto qui sotto una piccola personale antologia di cose cretine che mi tocca vedere ogni giorno più volte al giorno un po' su tutte le tv, cioè le poderose invenzioni dei cretini che si autodefiniscono creativi:
1) la didascalia fissa, per tutta la durata del film, su cosa danno questa sera. Che mi frega di Rambo, è un film vecchio di quarant'anni ed è la centocinquantesima volta che lo replicano. Io sto guardando questo film qui e se stasera danno Rambo io spengo la tv.
2) gli stacchetti musicali suadenti e allusivi, le voci morbide che prospettano estasi, "questa è casa tua, sei nelle braccia della mamma". Poi trasmettono il solito quiz o l'ennesima replica del film dei Vanzina.
3) il pubblicitario furbissimo che mette lo spot a tre minuti dalla fine: "lo ha visto tutto e quindi si guarda anche gli spot!", ma io cancello definitivamente i Loacker dalla lista della spesa, e anche tutto il resto. Oppure, sempre furbissimo, il pubblicitario mette lo spot a sei minuti dall'inizio: furbissimo, implacabile, ma chi mai starà guardando "Un marito per Anna Zaccheo" alle sette del mattino?
4) "Prima visione assoluta": bene, allora lo replicheranno presto e quindi posso andare a fare un giro col cane
5) "Prima visione assoluta": va in onda alle due di notte (vedi canali Rai...) ma la scritta è lì, implacabile, per tutta la durata del film.
6) "I Magnifici", "I Bellissimi", "I Classici": ma allora, se sono bellissimi magnifici e classici, perchè mai li trasmettete alla due di notte e li sporcate e spezzettate?
7) "Gli Imperdibili": le solite repliche ("ex RayPlayer": ah perché, esisteva una cosa chiamata RaiPlayer?). Gli Imperdonabili, viene da dire; perché poi non è che lasciando la Rai le cose migliorino, anzi va sempre peggio.
8) "Piccola gemma di cinema": mi vogliono rifilare una commediola insulsa.
9) "Una divertentissima commedia": sarà una fetecchia (lo decido io se è divertente, please, almeno questo lasciatemelo...)
10) "Un thriller mozzafiato": cadaveri, morti ammazzati, autopsie, sangue, un serial killer. Chissà che due palle... non vi basta il telegiornale?
11) l'indicazione che appare verso la fine del film: "adesso stai guardando...". Un'indicazione senza alcun dubbio utile, perché con tutte quelle interruzioni, anche di venti minuti, meteo e tg compresi, come si fa ricordarsi di che cosa avevamo cominciato a guardare?
Sono gli effetti del referendum del 1995, per chi non se lo ricordasse. Si votò per regolamentare le telepromozioni, e gli italiani a maggioranza votarono per lo spot libero. Chi è causa del suo mal pianga se stesso, si dice: ma io non sono causa di questo mal, ne sono vittima. E con me tanti altri, soprattutto gli appassionati di cinema e di musica. Una tv a misura di cretino, mi viene spesso da dire; ma poi sto zitto, non lo dico, si rischia di diventare antipatici.

lunedì 17 febbraio 2020

Bestemmie & Divani


L'ultima novità in fatto di divani è la bestemmia: non paghi del quotidiano e assillante martellamento per venderci sofà e poltrone, quelli della nota ditta (troppo nota, ahimè) passano anche, apertamente, alla bestemmia. Dapprima una voce dall'alto, sul tipo di quello che capita a don Camillo nei film tratti da Guareschi, poi una citazione blasfema su san Tommaso. Avessero detto a chiare lettera una delle bestemmie più note, lo spot non sarebbe mai passato; così è tutto più soft, la gente è distratta, l'istituto di autodisciplina dei pubblicitari è sparito chissà dove, la maggior parte dei presenti fa più o meno quello che faccio io (cambiar canale, togliere l'audio, andare in bagno, eccetera - e fanno bene) e così anche questa passa inosservata. O, meglio, questa è la migliore delle ipotesi: la peggiore (che temo sia vera) è che in Italia non si legge il Vangelo e non si sa di cosa si sta parlando. Forse, a pensarci bene, in Italia il Vangelo non si è mai letto. Forse, a pensarci bene, in Italia non si legge più niente (vedi "ogni uomo è un'isola").

L'episodio di san Tommaso, dal Vangelo di san Giovanni (verso la fine, versi 24-29) tocca tutti noi profondamente, perché all'aldilà prima o poi tutti ci pensiamo. Cosa succede, dopo? Tommaso che per credere vuole toccare le ferite di Gesù è l'esempio di tutti noi. Vorremmo avere un Dio che si possa verificare, toccare, che ci venga in soccorso quando lo chiamiamo; ma così non è. Dio tace? O forse siamo noi che non vogliamo né sentire né vedere?
Per dirla con le parole di Fellini e di Benigni:
- ...sempre la stessa domanda: ma è possibile che non si sappia più niente di voi, ma niente, mai, di nessuno? Certo, siete morti tutti, lo so, siete stati bravi, bravissimi, non dev’essere facile...a me non mi è mai riuscito, io non so neanche immaginare come si fa. E non ci si può incontrare più, non può succedere, “non deve”... Ma dov’è che siete? Certe volte penso: ma ci sarà pure un posto nel mondo, dove c’è un foro, un buco, che dà da quell’altra parte?
(da "La voce della luna" di Federico Fellini, minuto 20 dall'inizio)

Insomma, vengono i brividi quando si pensa a san Tommaso, gli orizzonti che ci si aprono sono così vasti che fanno spavento. Ma, invece, ecco qui lo spot dei creativi/cretini. Da parte mia, posso aggiungere solo questo: il giorno che dovessi comperare un divano, andrò sicuramente da un'altra parte.

venerdì 6 dicembre 2019

Acqua e chef


Tra le pubblicità più noiose e antipatiche, quasi come le zanzare d'estate, metto quelle delle acque minerali. Però, fino a quando si limitano a dire "la mia acqua è buona" non mi sento di censurarle: in fin dei conti è questo il compito della pubblicità, e se hanno avuto l'ok del ministero (e dei NAS, siano sempre benedetti i NAS - nuclei antisofisticazione, i carabinieri - e chi collabora con loro) va tutto bene. Certe cose però sono vera e propria disinformazione, e questo andrebbe detto. Per esempio, quegli spot con lo chef che indica l'acqua adatta per quel cibo o per il pranzo, per di più con l'aria di chi la sa lunga. No, non esiste un'acqua più adatta. L'acqua non è il vino, requisito essenziale è infatti che sia inodore e insapore. C'è un dato importante nelle acque minerali, ed è la durezza (che può essere espressa anche alla voce "residuo fisso"); direi che è il solo dato importante perché tutto il resto, dalla mancanza di contaminazioni batteriche al pH, è un requisito di legge. Figuriamoci, se finisse sul mercato un'acqua contaminata o con il pH dell'aceto o delle saponette sarebbe uno scandalo. Detto questo, la durezza è un dato che bisogna saper maneggiare: non necessariamente un'acqua con pochi sali è migliore di un'altra, e lo stesso discorso vale per un'acqua con durezza maggiore. E, soprattutto, per mangiare vanno bene tutte le acque, sia quelle minerali che quelle del rubinetto. Insomma, lo chef vi sta dicendo una cretinata: è lì solo perché lo pagano, non perdete tempo ad ascoltarlo.
(Nel mio piccolo, delle acque minerali ho già parlato qui: penso che le informazioni siano sufficienti per cominciare a capirci qualcosa)

domenica 20 ottobre 2019

«Lezioni di etichetta»


Imperversa da mesi uno spot che dice "Lezioni di etichetta": se davvero si insegnasse a leggere le etichette degli alimentari sarebbe un'ottima cosa, ma questa è solo l'ennesima presa in giro. Non vi stanno invitando ad aumentare le vostre conoscenze, ma stanno solo tentando di vendervi il loro prodotto, che in questo caso è a base di soia. Fa bene la soia, fa male la soia? E' giusto rinunciare al latte a favore della soia, per esempio nei gelati? Trovatevi un dietologo bravo, laureato in Scienze dell'Alimentazione o meglio ancora in Medicina: questi discorsi sul colesterolo che migliora mangiando un gelato alla soia sono solo cazzate. Liberi di mangiarvi la soia, se vi piace, ma le cronache sulla coltivazione della soia non sono mica tanto simpatiche. La coltivazione della soia è responsabile di una parte cospicua della deforestazione, per esempio; e la terribile "cimice asiatica" che provoca danni irreparabili alle coltivazioni è molto probabilmente arrivata in Italia proprio con la soia (all'inizio, nel 2012, si diceva proprio "cimice della soia"...). Il latte non fa male, a meno che non siate intolleranti al lattosio: ma i medici dicono sempre, quando se ne parla, che le persone davvero intolleranti al latte e ai suoi derivati sono molto poche. Se avete dei dubbi, fatevi prescrivere dei test prima di correre a comperare roba alla soia; e, quanto al colesterolo, conviene di più mettersi a ragionare sulla quantità di cibo che si mangia. In ogni caso, consultate un medico prima di decidere di comperare questo o quello, gli alimenti non sono medicine e le truffe sono sempre in agguato (anche sugli scaffali del "bio").

Rimane l'amarezza nel vedere che si prende in giro chi cerca di fare informazione. Questa pubblicità andrebbe vietata, le "lezioni di etichetta" sono una cosa seria e ogni volta mi rattrista vedere quanta ignoranza e disinformazione viene messa in giro, per di più con tanta leggerezza.

venerdì 27 settembre 2019

Parodontopoli


Su tutte le tv circolano da tempo degli spot molto invadenti sul dentifricio "per le gengive che sanguinano". L'approccio è di quelli duri, diretti: "Avete le gengive che sanguinano?" e si vede anche lo sputo nel lavandino, sangue incluso (magari mentre noi stiamo mangiando, senza possibilità di reagire o di cambiar canale perché arriva all'improvviso e velocemente). Secondo questi geni della comunicazione, quelli che magari poi tengono i master nelle università e vengono ascoltati e riveriti come opinionisti nei talk show, il dentifricio farebbe guarire le gengive malate. Ma è sbagliato, il dentifricio serve solo per lavare i denti. E' importante lavarsi i denti, ma se avete le gengive che sanguinano è meglio andare dal medico e farsi dare un'occhiata. Se è un dentista, o uno stomatologo, meglio ancora; ma dire che tutto passi comperando quel dentifricio lì è una falsa informazione ed è più che legittimo chiedersi perché sia permesso mandarla in onda. L'ho chiesto al mio dentista, e il dentista (odontostomatologo con esperienza pluridecennale) ha allargato le braccia. Che fare, la pubblicità e la tv non dipendono mica da lui.
Cosa fare dunque, quando le gengive sanguinano? Dato che ci sono passato anch'io, e con l'aiuto dei consigli del dentista, posso mettere insieme qualche informazione utile. La prima cosa da fare è di guardare lo spazzolino: magari è troppo duro per le vostre gengive, io compero quelli più morbidi e mi ci trovo benissimo, puliscono bene e non graffiano. Il secondo consiglio è di tener presente che esistono in farmacia medicinali che curano le afte e le ferite alle gengive; sono pomate leggere, che si applicano sui punti più sanguinanti. Funzionano. Il terzo consiglio, ma qui siamo già alla prevenzione, è di non limitarsi al dentifricio ma di usare il filo interdentale e il colluttorio; il dentifricio serve, ma è paragonabile a un sapone o un detersivo e rimane nella bocca pochissimo tempo. Se avete un taglio sulla pelle di un dito, ci mettereste il sapone per farlo guarire?
Infine, se il sanguinamento persiste e se la cosa si fa seria, potrebbero servire degli antibiotici; ma gli antibiotici ve li può prescrivere soltanto un medico, e qui torniamo alla cosa più sensata da farsi: andate dal dentista. Magari basta una pulizia dei denti, di quelle serie però, fatta sulla sedia del dentista e da un dentista.
Sul perché circolino certi spot, magari anche quelli sul grasso che si scioglie con una pastiglia o sull'influenza che guarisce in tre minuti, ci stiamo interrogando tutti. Purtroppo, su certe tv private passano cose ancora peggiori, ed è triste vedere che nessuno interviene. Quantomeno, questo spot invita a lavarsi i denti; ed è già qualcosa.


 
(nelle immagini: dettagli da pubblicità degli anni '30 e '40)
 

mercoledì 25 settembre 2019

Oltre


 
"Non smettere mai di andare oltre" è lo slogan di questa campagna pubblicitaria. Dato che si tratta di un'automobile, la questione diventa un tantino spinosa. Se guidi un'automobile e stai andando oltre, che significa? Oltre la strada, in un fosso o in un burrone? Oltre i limiti di velocità, col rischio di farsi ritirare la patente? Oltre i limiti del buonsenso, magari da ubriaco? Mamma mia. No, non andate mai oltre, piuttosto mettete sul cruscotto quegli adesivi che si usavano una volta, la foto della mamma o dei figli con la scritta "Vai piano, pensa a me". Credetemi, è un buon consiglio.


(Bort, La settimana enigmistica)


(Brock Davis)
 

(immagine trovata on line senza indicazioni)
 

sabato 14 settembre 2019

De SUV eloquentia


La pubblicità Jeep è lapidaria: « Suv, l'invenzione più geniale del 1974. La seconda è stata il cubo di Rubik.» Esistevano già i SUV nel 1974? Non mi pare di ricordarlo, per le strade si vedeva qualche volta la Mehari della Citroen che comunque era una macchina medio-piccola, invece i SUV sono molto grandi e ingombranti. Sono molto comodi e solidi, su questo non c'è dubbio, ma basta guardare nei parcheggi per accorgersi che qualche problema c'è: un SUV nelle strisce dei parcheggi non ci sta, o ci sta a malapena. Lo stesso problema c'è nelle strade, ed è così evidente che i proprietari di SUV cominciano a chiedere strade più larghe anche nei centri abitati.
Anche La Settimana Enigmistica celebra i SUV, definendoli nelle parole crociate come "un comodo automezzo". Insomma, un successo incontrastato; ma va ricordato che non sempre ciò che piace e che funziona è anche senza problemi. L'uso delle materie plastiche, per esempio: la plastica ha avuto un enorme successo dall'inizio degli anni '60 in poi, risolvendo parecchi problemi pratici quotidiani, ma solo oggi cominciamo a capire che non è poi stata un'invenzione così geniale. Rimanendo in campo automobilistico, per decenni si è decantato il "numero di ottano" che garantiva prestazioni superiori alle benzine, per poi capire che era meglio togliere il piombo (Piombo Tetraetile, additivo che aumenta il numero di ottano) dalla benzina, e già che c'eravamo anche lo zolfo, che causava le piogge acide, da gasolio e nafta. Costi maggiori, prestazioni minori: in apparenza sembrerebbe un paradosso, ma i vantaggi per tutti noi sono stati notevolissimi e chi si ricorda i gas di scarico degli anni '90 capirà bene la differenza.
Il SUV, all'origine, era un fuoristrada: da usare in condizioni estreme, come le jeep militari dell'esercito USA negli anni '40. Si usano invece in città, dove non ce ne sarebbe bisogno; e se vengono usati davvero fuoristrada distruggono sentieri e stradine di montagna, e sarebbe meglio lasciarli a casa anche perché in montagna c'è sempre più rischio di frane. Quanto alle alluvioni, se sono di modesta entità il SUV serve, ma se arriva un'alluvione potente (e ne abbiamo viste tante, purtroppo) anche i SUV finiscono coll'accatastarsi con le altre auto, travolti dal fango.
Chi compera un SUV dice spesso che lo fa per i bambini, perché dentro c'è molto spazio; ma io ho conosciuto gente che utilizzava un furgoncino Volkswagen, o magari una Renault 4 o un'Ape Piaggio riadattata. Ai bambini piaceva, e dentro erano anche al sicuro se il lavoro di riadattamento era ben fatto. Infine, un SUV costa: costa un sacco di soldi. Chi può davvero permetterselo?
Probabilmente (è una mia impressione, non pretendo che sia la verità) chi compera un SUV è ancora influenzato da quando si era bambini e si voleva un'auto grossa, e io vorrei tanto che ognuno si comperasse quello che più gli piace ma bisogna anche porsi il problema del rapporto con gli altri e con l'ambiente in cui viviamo. Capisco bene che la pubblicità non si ponga di questi problemi, soprattutto se è autocelebrativa (chiedo scusa per il gioco di parole, è uscito da solo), ma ormai siamo nel 2020 e un'occhiata a come è stato ridotto il mondo in cui viviamo bisogna pur darla.

lunedì 9 settembre 2019

Belle con gli occhiali


Passo davanti alla tv proprio mentre l'insigne stilista e costumista sta per svelare in quale meravigliosa bellezza ha saputo trasformare una giovane donna insignificante. Mi fermo perché immagino già quale sarà stata la sua prima mossa, e infatti le ha levato gli occhiali. Perché mai?
Ho portato gli occhiali da vista per più da trent'anni, dalla seconda elementare fino ai quarant'anni passati. Non è da molto che la tecnologia permette interventi sicuri sugli occhi, fino agli anni '90 mi sconsigliavano l'intervento, poi sono arrivate nuove tecniche e mi sono fatto operare, come tanti, a entrambi gli occhi. Sono passati tanti anni e vedo ancora benissimo, dieci decimi e senza problemi a vedere da vicino, ma se si guarda bene ho ancora il segno degli occhiali sul naso. Dico subito che per me non è stato un problema, gli occhiali da miope (dieci diottrie per ogni occhio) non mi hanno impedito di piacere alle donne o di fare sport. Però mi sento ancora parte della comunità dei miopi, e vedere scene come quella dello stilista, per di più su un canale di servizio pubblico (Raidue) mi ha dato fastidio. Se quella donna portava gli occhiali era perché senza occhiali non riusciva a vedere bene. Non è che ci si possa togliere e mettere gli occhiali a piacere, e anche l'uso delle lenti a contatto non è che sia del tutto senza problemi.
Questa storia degli occhiali che "rendono brutte le donne" è particolarmente fastidiosa, e lo dico pensando a tutte le bambine e a tutti i bambini come me, che ancora oggi devono portare ogni giorno gli occhiali sul naso almeno fino ai diciott'anni (cioè fino a sviluppo fisico completo). Detto in termini precisi, quello stilista di Raidue del pomeriggio è un cretino.
Il tutto ha radici lontane: nei film di Hollywood più famosi c'è tutto lo stereotipo della donna "brutta con gli occhiali", magari bibliotecaria o professoressa, comunque legata al mondo dei libri e della cultura. L'esempio più stupido, legato a un film ancora molto famoso tra gli appassionati, è in "The big sleep" (1946, regia di Howard Hawks) quando Humphrey Bogart chiede alla bella libraia Dorothy Malone se può levarsi gli occhiali. Lui fa un cenno ammiccante, lei sorride e se li toglie seduta stante. Questo non è possibile, se non per pochi istanti e da fermi. Poi, se vuoi muoverti, gli occhiali li devi rimettere. Confesso che da allora, da quando mi capitò di vedere questo film in tv, non sono più riuscito a prendere sul serio Humphrey Bogart.

Allo stesso modo, apro un giornale e trovo un altro stilista che parla di occhiali: gli occhiali sono solo un abbigliamento di moda, da scegliere e cambiare come si vuole, voilà. No, non è così: se non ci vedi bene non puoi scegliere che montatura vuoi, devi sceglierne una robusta e non c'è molto da andare dietro alle mode. E poi le mode cambiano e fanno sentire ridicoli, e ti ritrovi con occhiali costosissimi già da buttare mentre sono ancora nuovi, e con foto che vorresti cancellare dalla tua vita ma che magari sono sulla patente o sulla carta d'identità. Diffidate degli stilisti, delle stiliste e delle vie di mezzo: molti cretine e cretini si nascondono nel campo della moda.
Che dire, donne belle con gli occhiali (anche occhiali "non di moda") ne ho incontrate tante. Piacevano, anche con gli occhiali. E non solo a me, a tutti. Alle bambine che devono mettersi gli occhiali non posso che dire: dimenticatevi dei cretini che vi tolgono gli occhiali per farvi sembrare più belle: siete già belle. La stessa cosa dico ai bambini, come ero io: le donne non sono così cretine, tenetevi gli occhiali e pensate piuttosto a mangiare meno merendine e meno creme dolci (anzi, a farne a meno del tutto: questo si può fare). Quanto alla presenza di cretini in televisione, la tv è così piena di cretini e di cretine (idem internet, youtube e social inclusi) da essere diventata inguardabile. Tenete gli occhi ben aperti, gli occhiali da vista servono anche per questo.

(nelle immagini: Anouk Aimée e Anita Ekberg nei film di Federico Fellini; la scena degli occhiali in The big sleep; la modella Lauren Hutton con un paio di occhiali di gran moda in una foto di Richard Avedon)

sabato 7 settembre 2019

La perfida Albione


"La perfida Albione". quante volte l'avete sentito dire? A me è successo anche l'altro ieri, in tv, e per di più dalla voce di Corrado Augias - uno che a queste cose dovrebbe starci attento, almeno in teoria. Allo stesso modo circolano ancora antiche frasi di propaganda fascista del periodo bellico, del tipo "spezzeremo le reni alla Grecia", "le inique sanzioni", e così via. Smontare questi luoghi comuni è abbastanza semplice, e basterebbe un po' di attenzione per smettere di ripeterli. La propaganda fascista è infatti ancora attiva, e in questi ultimi anni abbiamo visto che nonostante tutto continua a funzionare. Come per la pubblicità, come per tutte le forme di pubblicità, è però bene non fidarsi di ciò che ci viene detto e cominciare a ragionare su quel che ci viene detto e ripetuto. E' vero che un detersivo lava più bianco dell'altro, o che una merendina fa bene alla salute? Mai fidarsi, meglio controllare e informarsi.
Comincio dalla frase più spesso ripetuta in questi ultimi anni, "il fascismo ha fatto anche delle cose buone". Beh, sono rimasti al governo vent'anni senza opposizione, se in vent'anni non fai anche una cosa buona è davvero grave; ma io di solito rispondo indicando lo smartphone. Come funziona lo smartphone? Funziona con i satelliti artificiali; e dato che il primo satellite artificiale, nel 1957, fu messo in orbita dai sovietici, ecco che "anche l'Unione Sovietica ha fatto delle cose buone". E' una buona ragione per tornare all'Unione Sovietica? Io direi proprio di no.
Vediamo cosa sono queste "cose buone" fatte dal fascismo: al primo posto si cita sempre la bonifica della Palude Pontina, poi ci si aggiunge Cinecittà, la Radio (l'Eiar), il sistema pensionistico. C'è sempre del merito nell'iniziare qualcosa, ma va detto che si tratta delle tecnologie che nascevano in quell'epoca: la bonifica delle paludi fu possibile grazie ai camion e alle ruspe, che prima della guerra 1915-1918 non c'erano o erano molto rudimentali. Nella "Grande Guerra" si usano per la prima volta i mezzi cingolati, e vengono prodotti mezzi pesanti che possono muoversi anche nel fango. Prima degli anni '20 del Novecento, insomma, la bonifica delle paludi andava fatta a mano e con i carri trainati da animali; dato che c'era il rischio concreto di malaria, l'inevitabile lentezza nei lavori avrebbe significato la perdita di molte vite umane. Lo stesso discorso si può fare per la radio: è negli anni '20 del Novecento che nasce la radio "broadcast", l'invenzione di Marconi aveva meno di vent'anni e per ascoltare la radio nei suoi primi anni bisognava mettersi delle cuffiette e aspettare che qualcuno cominciasse a comunicare qualcosa, in maniera non molto diversa da come funzionava il telefono. Cinecittà è contemporanea alla nascita di Hollywood, e certo è un merito averla costruita ma il grande boom di Cinecittà arriva dopo il fascismo, negli anni '50. Lo spiega bene Mario Monicelli, che cominciò a lavorare nel cinema nel 1935: «... finita la guerra, tutti noi che avevamo fatto un po' di cinema negli anni del fascismo eravamo sicuri che arrivando gli americani, i film americani eccetera, avrebbero spazzato via, distrutto, il cinema italiano. Invece con questa cosa miracolosa di "Roma città aperta" e del neorealismo ci fu un'esplosione di cinema per cui, a un certo momento, tutti trovavano lavoro. » (Mario Monicelli, minuto 30 del documentario "Monicelli - La versione di Mario").
Il sistema pensionistico è di origine socialista, merito dell'ex socialista averlo fatto divenire legge; ma non è certo un'idea fascista (fu poi la destra ad affossarlo, in anni recenti: i Brunetta e i Tremonti, per esempio, ebbero un ruolo decisivo a inizio Duemila).

Dire che il fascismo ha il merito per la radio e per il cinema è come dire che De Gasperi ha il merito per la tv, o Romano Prodi per internet: sono invenzioni maturate negli anni in cui erano al governo, così come per le medicine: antibiotici e sulfamidici sono invenzioni degli anni '30, e da noi si diffusero dopo il fascismo. Allo stesso modo, c'è chi fa ironie sul mancato sfruttamento fascista del gas e del petrolio durante l'occupazione della Libia; ma negli anni '30 sarebbe stato ben difficile organizzarsi in tal senso, e il consumo di gas e di petrolio si sarebbe sviluppato solo nel dopoguerra.

Si dice anche: "ai tempi del fascismo l'Italia era tenuta in considerazione nel mondo". E' vero il contrario: fu l'Italia di De Gasperi che negli anni '50 entrò nelle maggiori organizzazioni internazionali e cominciò ad avere un peso nelle decisioni. Un peso che prima non aveva: è vero che Churchill aveva buoni rapporti con Mussolini, ma era un po' come capitò a noi con Gheddafi negli anni '70. La verità è che ci consideravano inaffidabili, proprio come noi facevamo con i libici, e un dittatore sembrava l'unica cosa che ci potesse tenere sotto controllo. Non un bel punto di vista, ma poi grazie a De Gasperi l'Italia cominciò ad essere rispettata come nazione civile, considerazione che poi continuò nei decenni successivi con persone come Moro, Fanfani, Berlinguer, Ciampi.

Ci sono poi i "treni sempre in orario": qualcuno è mai andato a controllare le statistiche? esistono dei dati in proposito? Io ricordo che la domanda fu posta anni fa a un dirigente delle Ferrovie, che rispose: "ai tempi del fascismo c'erano molti meno treni rispetto ad oggi", che è poi il modo di porre in modo corretto la questione. Un conto è gestire dieci corse al giorno, un altro conto è gestirne cento o duecento, o magari mille.

Sul piano storico uno dei luoghi comuni è rifarsi al "fascismo degli inizi": gli inizi sono nel 1920-1922, e già abbiamo l'aggressione a Gobetti, a don Minzoni. L'omicidio Matteotti è del 1924, ed è dimostrato che Matteotti stava portando in Parlamento documenti sui grandi scandali bancari di quel tempo, in cui erano coinvolti i vertici del partito fascista. I fascisti degli inizi rubavano e ammazzavano, caso mai è nella prima metà degli anni '30 - a cose sistemate - che comincia ad apparire un po' di normalità. Poi, però, arrivarono presto le leggi razziali e l'inizio della catastrofe, un periodo liquidato dai nostalgici con un "peccato per la guerra" che sarebbe da commedia se non fosse per quello che c'è dietro. La frase tipo è questa: "Mussolini ha fatto delle cose buone, peccato poi per la guerra". Come se l'entrata in guerra fosse una bazzecola... Ho ascoltato spesso dire (anzi, gridare) "ci vorrebbe Benito Mussolini" con riferimento alla criminalità: come se al tempo del duce non ci fossero ladri e assassini. Va ricordato che la censura sui giornali e sulla radio era ferrea, che tutti i direttori dei giornali erano stati sostituiti con fedelissimi al regime. Passavano solo le notizie che non disturbavano o che servivano al regime, l'impressione che non ci fosse criminalità e che eventuali ladri o assassini non se ne andassero impuniti era, per l'appunto, solo un'impressione. Si può ricordare che il fascismo mise in galera Alcide De Gasperi, tanto per fare un nome, mentre gli assassini di Matteotti e di don Minzoni la passarono liscia.

Tornando alla propaganda pura e semplice, agli slogan e alla comunicazione più in generale, si può far notare che fotografie e filmati mostrano Mussolini come un uomo imponente, ma in realtà era di statura mediobassa e tendente alla pinguedine. Lo si vede bene nei filmati non italiani, nelle visite di Stato, dove Mussolini è accanto a persone più alte di lui come capita nella vita normale; è quasi impossibile accorgersene nei filmati di propaganda fascista. Non che sia grave essere alti un metro e sessantacinque, ma a queste cose i dittatori stanno molto attenti, in tutte le latitudini.

La "perfida Albione", che sarebbe poi la Gran Bretagna, fu ritenuta colpevole di averci inflitto "le inique sanzioni". La realtà storica è che la Gran Bretagna non era affatto perfida, e che anzi subì l'aggressione nazista con le V1 e V2, e che le sanzioni erano più che giustificate perché causate dall'aggressione fascista all'Etiopia, fatto condannato da tutto il mondo civile (ma in Italia quello che successe in Etiopia, compreso l'uso dei gas, fu sempre censurato anche ben dopo il fascismo).
Un'altra frase famosa è "spezzeremo le reni alla Grecia", ma poi fu la Grecia a spezzare le reni agli aggressori. La verità storica è che dopo vent'anni di fascismo l'Italia militare fu spazzata via in pochi mesi e su tutti i fronti: in Africa, in Russia, dovunque si vada a vedere, la storia militare del fascismo è una serie di sconfitte catastrofiche. Poi ci si nasconde dietro ai "mancò la fortuna, non l'onore" (lapide ad El Alamein) e in effetti i soldati italiani furono ottimi combattenti lodati dai loro avversari; ma erano appunto i soldati e gli ufficiali, mandati allo sbaraglio dai loro capi fascisti. L'opinione degli storici su El Alamein è che la fortuna non ebbe nulla a che fare con la vittoria sul campo, gli inglesi e gli americani avevano molti più mezzi e la loro vittoria era inevitabile. Ma, in Italia, ancora oggi queste cose subiscono censure inaspettate.
 
La propaganda fascista era basata spesso su Gabriele D'Annunzio, che però (gli appassionati d'opera lo sanno da sempre) copiava volentieri dall'incolpevole Arrigo Boito (1842-1918) a partire proprio dalla parola duce: l'Otello di Verdi (su testi di Boito) comincia proprio con "è la nave del duce" e il duce è ovviamente Otello e nessun altro, dato che siamo nel 1887. Anche nell'Aida (1871, libretto di Ghislanzoni) si ascolta spesso la parola "duce": che equivale a condottiero, ma ha il pregio (per un librettista d'opera lirica) di essere un bisillabo. Si potrebbe continuare ma mi fermo qui, e dato che domani è l'8 settembre voglio mettere una parola in positivo su Badoglio. Badoglio fu considerato da nazisti e fascisti come un traditore; io non voglio entrare in questioni storiche complesse, ma per me il nome di Badoglio ha sempre significato la fine di una dittatura, e quindi per me ha un suono positivo. Poi, si sa, dopo l'8 settembre 1943 venne un anno terribile, con le stragi nazifasciste durante la ritirata e la Repubblica di Salò che le difendeva. La colpa però non è di Badoglio e dei badogliani, delle stragi furono colpevoli quelli che dicevano (e dicono ancora) "continuare la guerra dalla parte dove è stata cominciata". No, quella guerra non andava cominciata. Non andava cominciata per mille motivi di carattere morale, ma anche (o soprattutto, dal punto di vista militare) perché dopo un ventennio di retorica e di propaganda l'esercito fascista non era pronto, di fatto, e subì rovinose sconfitte su tutti i fronti. Forse, si può dire che l'unica impresa vittoriosa fascista è stata il bombardamento di Guernica... Non è proprio così, ma di certo a bombardare il piccolo villaggio indifeso di Guernica furono gli aviatori italiani - pardon, fascisti.

 
Nelle immagini: Benito Juárez, presidente indio del Messico, da "La Settimana Enigmistica" (il nome Benito venne scelto in suo omaggio dal padre di Mussolini), Giacomo Matteotti; un Mussolini "africano" (da Tuttolibri, se non ricordo male, anni '70); un naso da ripulire; un cartone animato del 1939; e infine Guernica di Picasso, esposto a Milano nel 1958)
 

mercoledì 4 settembre 2019

Quello che abbiamo dentro


L'acqua bolle, vuoto una mezza scatola di pasta nella padella, metto il sale, dò una mescolata e poi sto per buttar via il cartone quando mi cadono sotto gli occhi delle parole che fin lì non avevo ancora notato: "E' quello che abbiamo dentro a renderci unici". Quello che hanno dentro? Perché, che cosa c'è dentro? Che cos'hanno, oggi, le mie mezze penne? Santo Cielo, che cosa sarà mai? La pasta si fa con acqua e grano, cosa mai avranno dentro per essere uniche, queste mezze penne?
Inquieto, vado avanti a leggere: "Il segreto? Una combinazione di grani duri eccellenti, sottili rigature in superficie, e una forma che esalta il carattere avvolgente di questa pasta". Le parole "grani duri eccellenti", "sottili rigature in superficie", "forma" e "avvolgente" sono in neretto, cioè evidenziate affinché il consumatore (cioè io) ne rimanga colpito e ammaliato. Veramente, a questo punto non serve che io sia colpito e ammaliato: le mezze penne sono già in pentola, ho comperato la scatola senza guardare cosa c'era scritto sopra, è una vita che in casa mia si compera questa pasta e fino ad oggi non avevo mai avuto dubbi. Da oggi, invece, qualche dubbio comincia a crescere.
E' vero, c'è scritto che dentro c'è il grano duro; ma, e poi? E' tutto qui il segreto, o c'è dell'altro? Le "sottili rigature", inoltre, non sono "dentro" ma sono fuori, in superficie. Che mi si stia nascondendo qualcosa, distraendomi e portando la mia attenzione sulle rigature? E poi, se magari volessi comperare delle mezze penne non rigate (in commercio ci sono), che fine farebbe il sugo che "va trattenuto con passione"? Scivolerà mica via subdolamente e senza passione dalla pasta, finendo sulla mia camicia? Troppi dubbi. Butto via la scatola di cartone (raccolta differenziata, qui la facciamo da vent'anni), finisco di preparare la tavola, e concludo che continuerò a comperare questa marca. Però, ormai il tarlo del dubbio ha cominciato a lavorare, e comincerò a guardarmi in giro, la prossima volta. Sugli scaffali ci sono tante marche di pasta, magari ne proverò una che non ha segreti dentro.
Infine, la pasta è in tavola. E' anche buona, alla faccia di tutte le scemenze che scrivono i pubblicitari.
 
PS: sì, la scatola nella foto è di fusilli e non di mezze penne: cambio spesso formato, ormai la scatola delle mezze penne non l'avevo più in casa. Anche i fusilli sono buoni, comunque.

giovedì 15 agosto 2019

Dieci anni di TAV

Sui giornali e in tv circolano gli spot per i dieci anni dell'Alta velocità; sono ormai passati dieci anni e l'andare da Milano a Roma in tre ore è ormai cosa normale. Intanto continuano i dibattiti sui No-TAV, anche in Parlamento; il cantiere TAV in Val di Susa è infatti una della cause della crisi di governo appena iniziata in questi giorni. La cosa che più mi colpisce è che non si sia mai aperto un vero dibattito sulla questione: sembra un dialogo tra sordi, o meglio una delle due parti (la stragrande maggioranza) è sorda e non ascolta l'altra. Provo a fare un po' d'ordine: serve l'Alta velocità? certo che sì, era ed è il sogno di tutti quello di spostarsi velocemente, di tornare a casa o andare in vacanza in un amen. Rimangono però intatte - purtroppo - tutte le considerazioni sui treni locali, e sull'impatto ambientale. Ora, è chiaro che a uno spot celebrativo non si possono chiedere approfondimenti, ma provate a chiedere ai pendolari cosa pensano delle condizioni dei treni che devono usare, della loro frequenza, del sovraffollamento, delle soppressioni di treni in orari di punta. Sui treni pendolari sono anche successi incidenti gravi o gravissimi: è possibile parlarne? Conosciamo già la risposta di Trenitalia: dei treni locali si devono occupare le Regioni. Direi che è comodo fare il manager in questo modo, io mi occupo di Milano e di Roma, magari se sono proprio costretto anche di Firenze e Bologna, ma per carità non chiedetemi di Mantova e di Voghera o della Circumvesuviana, uffa che barba, non mi sporco le mani con queste cose. Io mi ricordo ancora quando si cominciò a parlare di "queste cose", a fine anni '90, con la discussione sui "rami secchi": venne definito "ramo secco" anche la ferrovia Milano-Lecco, e a molti sembrò una cosa assurda. Collegare bene Milano e Lecco, con il treno, significava e significa ancora togliere dalle strade migliaia di automobili. Era vero che quella ferrovia "non rendeva", ma un governo serio (soprattutto in Regione) avrebbe visto l'occasione di investimenti per un miglioramento delle condizioni di vita di noi tutti. Invece, si fecero investimenti per nuove strade e autostrade; e per la TAV, che di Lecco e della Brianza non si occupa per niente.
E poi c'è la questione dell'ambiente: gli abitanti della Val di Susa si preoccupano delle condizioni del luogo in cui vivono, è per questo che sono No-TAV. Non sono contrari alle grandi opere, si chiedono che fine farà la loro valle con un cantiere così devastante e destinato a durare almeno vent'anni. Ma nei dibattiti sulla TAV dell'ambiente non si parla nemmeno, in Val di Susa è il centro delle proteste ma manager e politici rispondono sempre che è un'opera essenziale per la viabilità. Un circolo chiuso, una porta sbarrata, o se si vuole un dialogo tra sordi, o meglio "non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire". Eccetera. La verità è però che dell'ecologia si ridacchia o si sbuffa, anche la gente comune che incontro tutti i giorni alza le spalle o si allontana spazientita quando si affrontano questi argomenti, e giornali molto diffusi fanno titoli a tutta pagina sui "gretini" che se ne preoccupano. Intanto succede questo: frane che bloccano intere valli, da Nord a Sud, inondazioni devastanti, siccità altrettanto devastanti, bombe d'acqua, trombe d'aria. Da qui dovrebbe partire il dibattito sui No-TAV della Val di Susa, invece ogni volta torna il solito cavallino della giostra: le opere essenziali, la circolazione delle merci, "chi mai vorrebbe tornare a impiegare otto ore per andare da Roma a Milano?".

E dunque, l'Alta Velocità è bella ed è giusto celebrarla, ma quale è il vero prezzo che stiamo pagando? Anche sorvolando sul denaro (l'analisi dei costi TAV in Italia confrontata con tratti analoghi in Francia è terrificante), la vera domanda è: a che prezzo? E' la domanda di Faust, in fin dei conti. Anche Faust, nella seconda parte dell'opera di Goethe, sogna le Grandi Opere, e le realizza. Fa anche del bene, ma c'è un prezzo. Sappiamo bene chi c'è dietro alle grandi opere del dottor Faust, non sappiamo ancora cosa ci riserva il futuro ma i dati sull'ambiente in cui viviamo sono ogni giorno più allarmanti, eppure questo non sembra interessare a nessuno. Qui mi fermo, e per il resto, cioè per il prezzo da pagare, chiedete ai pendolari per esempio, o a chi vive in posti che erano bellissimi e ora sono cemento. Nell'anno 2019, decennale della TAV, ci sono ormai intere valli e paesi in cui ci si comincia a chiedere se si può continuare ad abitare lì, tra frane e inondazioni; interessa a qualcuno parlarne?
 
 
(Delacroix, disegno per il Faust di Goethe)
 

venerdì 9 agosto 2019

Un uomo non è un'isola


Una delle specialità dei pubblicitari è quella di trasformare in una cretinata, con il loro tocco da Re Mida alla rovescia, anche le cose più belle e più grandi. Per esempio, e questo è il caso minimo, si prende un brano musicale a cui si è affezionati e lo si abbina a un prodotto che non compreremmo mai; oppure si prende un brano di un autore importante e lo si arrangia e banalizza per lo spot. Dato che i pubblicitari hanno ormai da decenni invaso anche la programmazione tv, il problema comincia a diventare pesante. Non lo dico per scherzo: c'è tanta gente, per fare un solo esempio, che collega ormai il nome di Darwin a quella trasmissione lì, ma se Charles Darwin fosse vivo partirebbe una citazione per danni miliardaria.
Dato che di cretini (e di cretine) è strapieno il mondo della pubblicità, provo a rimediare mettendo qui l'originale di una frase storpiata da un "creativo" (o creativa) per uno spot che torna in continuazione proprio nei rari momenti in cui tengo la tv accesa, cioè nei dintorni del telegiornale:

Nessun uomo è un'isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l'Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell'umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te.
John Donne (1572-1631, inglese) Da Meditazione XVII in Devozioni per occasioni d'emergenza, Editori Riuniti, Roma, 1994, pp. 112-113

"Nessun uomo è un'isola" (No Man Is an Island, Harcourt Brace, New York 1955) è un saggio di Thomas Merton. (1915-1968, monaco cristiano, americano) Il titolo, ripreso da un passo del "Devotions Upon Emergent Occasions" (1624) del poeta John Donne (No man is an Iland, intire of it selfe; every man is a peece of the Continent, a part of the maine...), vuole significare che ogni uomo è una componente integrante dell'umanità, una parte di un tutto: «Quello che faccio viene dunque fatto per gli altri, con loro e da loro: quello che essi fanno è fatto in me, da me e per me. Ma ad ognuno di noi rimane la responsabilità della parte che egli ha nella vita dell’intero corpo»
Thomas Merton, Nessun uomo è un'isola, Garzanti, Milano 1995
(le citazioni sono tratte da www.wikipedia.it)

 
(Stanley Spencer, 1911, John Donne in Heaven)

PS: a causa di questa pubblicità avrei cancellato dalla mia vita quel supermercato, per uno spot così cretino e così insistente, ma dalle mie parti quel supermercato non c'è e quindi non posso vendicarmi. (Dalle mie parti, zona Como-Varese-Milano, dominano incontrastati altri supermercati e le cooperative sono da sempre fuori dai giochi - ma questo è un altro discorso).


mercoledì 7 agosto 2019

Bersi il profumo

Una fascinosa Cindy Crawford passeggia per le vie di una storica città italiana, camminando elegantemente tra scalinate e monumenti; altrettanto elegantemente si siede al tavolo di un caffè e le versano del profumo da bere. A questo punto Cindy beve il profumo, e io mi chiedo cosa mai stia succedendo - poi capisco, non è profumo, è la bottiglietta di un tè freddo (uno dei tanti tè in bottiglia) che è uguale a quella del profumo, ma dentro il profumo non c'è (almeno, lo spero). Una trovata degli astutissimi managers del marketing: la bottiglietta sexy che differenzia quel tè dagli altri tè più volgari e ordinari.

Che dire, la prima cosa che mi viene da pensare è che bere il profumo lo avevo visto fare solo nei film americani, con gli alcoolizzati che bevono ogni cosa che abbia dentro dell'etanolo. La seconda immagine che mi viene in mente è il tè dei distributori automatici, una delle cose peggiori che mi sia mai capitato di bere nella mia vita. Il tè dei distributori automatici è acqua bollente, acido citrico, colorante, e una tonnellata di zucchero. Forse c'è anche del tè, chissà, ma come si fa a saperlo?

I tè freddi in bottiglia o in lattina sono più o meno identici a quelli dei distributori automatici, con la differenza che oggi ci mettono gli edulcoranti, o dolcificanti, al posto dello zucchero. I dolcificanti hanno un sapore terribile. Lo so, non dovrei scriverlo e non lo scrive mai nessuno, ma il sapore dei dolcificanti (tutti quelli che ho avuto la disgrazia di assaggiare) non solo è orribile, ma ti rimane in bocca per ore ed ore. Anche la gazzosa dei supermercati, ho scoperto, è strapiena di dolcificanti: ne avevo già messa una nel carrello, poi mi è venuto in mente di leggere l'etichetta (lo faccio quasi sempre) e l'ho rimessa sullo scaffale, inorridito. La gazzosa, o gassosa, è acqua, zucchero e limone: una delle bevande gassate più semplici e più antiche. Non è una cosa indispensabile, si può anche non berla; idem per il tè freddo, che è un po' più complicato da produrre. Alle volte, per dissetarsi basta un po' di acqua del rubinetto.
 
Provo a pensare ad un bel tè fatto come si deve, freddo o caldo che sia. Non importa neanche che sia un tè di qualità pregiata, basta anche quello delle bustine che si trovano nei negozi: "quanto zucchero vuole?". Anche niente, grazie, io mi sono abituato a bere tè e caffè senza zucchero e mi ci trovo benissimo. "Latte o limone?" Qui dipende dalle giornate, alle volte mi piace il latte ma se c'è un bel limone non trattato (senza il difenile nella buccia, intendo) mi piace una fettina sottile di limone, che è anche bella da vedere. Mi rendo conto che sto sognando, chi mai ti venderebbe un bicchiere di tè freddo vero?
Le pubblicità del tè in tv sono tra le più brutte in assoluto, così brutte che mi vergogno perfino a citarle. Lo vendono, quindi può darsi che io mi sbagli; comunque sia preferisco vedere Cindy Crawford che beve il profumo piuttosto che ascoltare il tizio che ti dice che "bere il tè freddo sviluppa gli addominali quando sei in spiaggia". Cretinata per cretinata, mi tengo Cindy Crawford; ma poi il tè freddo me lo preparo in casa mia, e se sono fuori casa evito, non si sa mai cosa ti possono portare.


(come sarebbe a dire, "chi è Cindy Crawford?" Cindy Crawford è Cindy Crawford, se non sapete chi è siete dei tamarri - chiedo scusa, sto scherzando, se avete meno di trent'anni siete più che autorizzati a non conoscere le top model di fine millennio)
(nelle immagini: una pubblicità inglese anni '30; un poster francese di inizio '900; Cindy Crawford in una foto di Irving Penn del 1994)

venerdì 14 settembre 2012

Pubblicità 28

«Io e il mio gatto siamo uguali» dice il ragazzo della pubblicità. Alla sesta o settima volta che vedo lo spot, cioè dopo due giorni (passa tantissimo, sempre in orario di punta; chissà quanto hanno speso) il pensiero mi sorge spontaneo: «Poveretto, anche lui castrato? Così giovane, che tristezza.»
Lasciando perdere il cibo per gatti (chissà cosa ci mettono dentro, meglio non pensarci), è comunque impressionante la quantità di stupidaggini che passano ogni giorno in tv e su internet. E non vale dire “cambia canale” perché non esistono canali senza pubblicità, prima o poi lo spot stupido devi vederlo, è ormai obbligatorio e li trasmettono a raffica anche in stazione e nelle sale d’aspetto, ovunque.
E non vale nemmeno dire “io non li guardo, io non compero i prodotti di cui fanno pubblicità”: è un atteggiamento lodevole che appoggio in pieno, ma se poi facciamo la conta si scopre che siamo in pochissimi a pensarla così. Per esempio, la pubblicità sugli schermi nelle stazioni: io non ci resisto, alla terza volta che parte il jingle della compagnia telefonica (o quello degli gnomi da giardino, “puzza puzza puzza”, eccetera) mi meraviglio sempre che nessuno protesti, e invece.
Ogni tanto qualcuno si alza e protesta, ma se è una persona che appare in tv o che scrive sui giornali si vede che lo fa per finta, senza crederci davvero. Per esempio, ho beccato una volta Alessandra Mussolini che protestava contro gli spot di assorbenti e carta igienica trasmessi regolarmente all’ora di pranzo (compresi quelli sul prurito nelle parti intime), e mi era venuta una gran voglia di dirle che lei è da molti anni in Parlamento dalla stessa parte del signore che ha imposto la pubblicità su ogni rete e ad ogni momento (cioè Silvio Berlusconi), ma poi si sa che non serve a niente, ci tocca accettare tutto.
Ci tocca accettare anche il cretino che dà nomi mitologici al caldo estivo (Caronte è nel regno delle ombre, dove c’è lui fa freddo), le cretinette che passano il tempo ad accarezzare i materassi (ma chi è che ha mai accarezzato un materasso? i materassi si sbattono...), i messaggi criminali del tipo “mangia quello che vuoi e poi prendi una pastiglia” (alla faccia delle campagne contro anoressia e bulimia!), perfino la pubblicità della chirurgia estetica alle adolescenti (vista, e più volte, su reti importanti), eccetera eccetera eccetera.
Una delle più fastidiose è quella che appare su una delle tv mediaset del digitale terrestre: «Iris, la tv a tutto cinema». Peccato che su quella rete il cinema venga maltrattato e spezzettato: i film più importanti vengono mandati in onda a orari impossibili, o tenuti in magazzino; nei film che vengono trasmessi la scure della pubblicità cade come una ghigliottina a intervalli regolari, tagliando dialoghi a metà, imbottendo di cretinate anche i momenti più drammatici o divertenti.

Che dire, per oggi mi fermo qui. Tutta la mia solidarietà al giovane signore elegante così tristemente simile al suo gatto, e una citazione da un film non memorabile ma interessante:
«Se dovessi morire, non lasciare che io venga sepolto fra tutti questi cartelloni pubblicitari» (dal film “Le tre sepolture”, regia di Tommy Lee Jones, ambientato sul confine tra Usa e Messico).
(i gatti nelle immagini di questo blog sono rigorosamente non castrati; il gatto Felix è opera di Mr.Sullivan, nella foto qui sopra)

sabato 28 luglio 2012

Pubblicità 27

Uno chef che ti consiglia l’acqua da bere? Ma via, non scherziamo: l’acqua è per definizione inodore, insapore, incolore. Lo spiegano anche a scuola, dovrebbero saperlo anche i bambini di prima media; e invece no, la pubblicità è implacabile, quando c’è da diffondere una scemenza eccola sempre in prima linea. A volte sono scemenze innocue e divertenti, altre volte no.
Questa storia di far passare l’acqua minerale come prodotto di lusso, con bottiglie di lusso, etichette inventive, roba da iniziati, è iniziata da un po’ di tempo (anche nei ristoranti, mi dicono) e non riesco proprio a mandarla giù. L’acqua minerale, l’acqua gassata, io l’ho sempre vissuta come qualcosa di casalingo, di familiare: roba da bambini, sempre meglio che bere bibite zuccherate. Invece adesso me la vogliono imporre come roba di lusso, e io mi chiedo quando finirà questa valanga di xxxxxxx che è iniziata negli anni ’80 (il periodo dei “paninari”, oggi quarantenni al potere) e che sembra non finire mai.
Una delle ultime invenzioni dei pubblicitari è “La litro”: la bottiglia di design particolarmente figo (chiedo scusa per il termine, mi sto adeguando al livello mentale dei paninari e dei loro discendenti), sempre per l’acqua minerale. Vale a dire: vi vendo la bottiglia, anche perché dentro c’è solo acqua; e l'acqua, gira e rigira, rimane sempre acqua, comunissima acqua.
Bisognerebbe fare un falò di tutte le etichette dell’acqua in bottiglia, e rivedere le poche cose che vi dovrebbero essere scritte. C’è un solo dato che dovrebbe essere evidenziato: quella che i chimici chiamano DUREZZA. Durezza, cioè il contenuto di sali: espressa in gradi francesi (o gradi tedeschi, un calcolo matematico leggermente diverso), è una scala semplicissima. Al grado zero c’è l’acqua distillata; intorno a 8 c’è l’acqua più leggera, come la Fiuggi (ma ce ne sono molte paragonabili); intorno al 20 c’è l’acqua mediamente mineralizzata; intorno a 40 gradi francesi le acque più dure, come Ferrarelle, Uliveto e Rocchetta.
Sono tutte acque buone, potabili. Inodori, insapori, incolori. La differenza è questa: se avete corso e sudato molto, meglio un’acqua a 40 gradi francesi; se invece andate soggetti a calcoli renali e renella (come me, detto per inciso) è più indicata un’acqua a 8 gradi francesi. In mezzo, tutte le altre acque: che sono sempre inodori, insapori, incolori – alla faccia dello chef della pubblicità.
Il discorso cambia con le acque termali, che possono avere un sapore (solforose, ferruginose, eccetera), ma alle terme ci si va su consiglio del medico.
Tutte le altre cose che trovate sulle etichette vanno inserite in queste due categorie: 1) informazioni utili e interessanti ma non essenziali, come l’analisi completa dell’acqua. 2) fesserie e stupidaggini inventate dai pubblicitari.
Nella categoria delle definizioni interessanti ma non essenziali metterei anche la dizione “acqua minerale naturale”: se ci si sofferma un attimo sul significato delle singole parole, si comprende presto che è una definizione che va benissimo anche per l’acqua del rubinetto. Accanto alla durezza, andrebbe indicato soltanto se l’acqua è gasata oppure non gasata.
Quanto al “batteriologicamente pura”, ok, lo scrivano pure: ma, santo Cielo, davvero c’è qualcuno disposto a imbottigliare e mettere in commercio un’acqua contaminata dal colera o dalla salmonella?
Volendo poi buttare tutto in politica (ma qui è Politica con la P maiuscola) è il caso di ricordare che un anno fa c’è stato il referendum sull’acqua potabile, e l’assoluta maggioranza degli italiani ha votato per l’acqua come bene pubblico, non in mano ai privati. Invece le notizie recenti sono cose come queste: le terme di Fiuggi vicine al fallimento, ore e ore di costosissima pubblicità in tv, e la sponsorizzazione milionaria di squadre di calcio da parte di marche d’acqua in bottiglia. Tutti quei soldi, con l’acqua di fonte?
Mi vengono tante altre cose da dire, ma a questo punto è meglio se mi fermo: mi sto muovendo in acque pericolose (minerali, ma pericolose). Insomma, qui in giro c’è gente permalosa, non ho soldi per pagarmi gli avvocati, e in fin dei conti sono solo uno sfigato di mezz’età che scrive su un blog, mezzo antiquato e fuori moda: abbiate pietà di me.
le immagini: Ziche e Minoggio, dal mensile Linus (anno 1988); dalla rivista Esquire (1957, http://mudwerks.tumblr.com/ ) e dalla Settimana Enigmistica (http://www.aenigmatica.it/  )

martedì 5 giugno 2012

Pubblicità 26

Nei giorni peggiori del terremoto in Emilia, preoccupato e spaventato, mi sono collegato al sito di uno dei principali quotidiani italiani in cerca di notizie, e vi ho trovato invece la pubblicità di un caffè.
Inutile cercare di spostarsi col mouse, di leggere dietro lo spot, niente, impossibile: c’era solo e soltanto lo spot del caffè. Che fare? Ho cambiato sito, mi sono segnato la marca di quel caffè (non lo comprerò mai più), e mi sono ripromesso di scriverne qualcosa appena possibile, più che altro come sfogo perché ormai so che anche davanti alle cose peggiori nessuno protesta, figuriamoci davanti a questa.
Ormai è prassi consolidata: se leggete su un quotidiano on line la notizia di una strage, di una catastrofe, di un omicidio, di una violenza carnale, state sicuri che se fate clic parte una pubblicità. “Lo spot terminerà entro dieci secondi” avverte una didascalia, e io rispondo: “Prenditi pure tutto il tempo che vuoi, fai pure con calma”; e intanto prendo nota, ho già una mia lista di proscrizione piuttosto lunga e ho anche buona memoria. Questi prodotti non li comprerò più.
Non vorrei usare la parola “sciacallaggio” in casi come questi, ma certo è la prima parola che mi viene in proposito. Direi che non siamo molto lontani dalla realtà: associare il proprio nome a una strage, a una violenza, a una catastrofe, secondo me è controproducente – ma ai pubblicitari, ai maestri della comunicazione, è stato insegnato che l’unica cosa che conta è l’audience; e dunque il terremoto fa audience, vero? Una violenza carnale fa audience, vero? E allora, mettiamoci caffè, merendine e salamini, e immagini di mamme giovani e sorridenti. Un incidente catastrofico in autostrada? E’ l’occasione giusta per un megaspot di un’automobile, magari identica a quella che ha causato l’incidente...

Però non voglio essere troppo negativo, non in questi giorni, e allora provo ad aggiungere qualcosa che somiglia a una comica finale dei bei tempi andati. Un mese fa ho fatto delle ricerche su http://www.imdb.com/  , un database straordinario dedicato al cinema. Giusto qualche curiosità, ho anche un sito dedicato al cinema, consulto spesso IMDB. Poi ho notato che su alcuni siti che non avevano nessuna affinità con il cinema, uno dedicato al calcio e il portale di una compagnia telefonica presso la quale ho una vecchia mail che uso pochissimo, cominciavano a spuntare inviti a comperare dei dvd: esattamente quei titoli che avevo cercato, facilmente riconoscibili nella loro sequenza precisa. Mi sono chiesto: ma come si fa a essere così coglioni? Io non spenderei mai un centesimo per quei film, e sul mio blog di cinema ne ho scritto malissimo; però ero curioso di sapere in che anno erano stati realizzati, stavo solo facendo una ricerca per una curiosità molto superficiale, e adesso mi trovo evidenziati e prezzati proprio quei film per cui non spenderei mai e poi mai un centesimo. Insomma: mi spiano, ma sono coglioni. Idem quando pubblico un post, lo pubblico e mi trovo proposte pubblicitarie su una parola presa da quel post: ovviamente non è un caso, siamo proprio spiati. La cosa mi fa paura per due motivi: perchè sono spiato, e perché sono spiato da dei coglioni. E’ vero che io ho dedicato un post a quel soggetto, ma ne parlavo malissimo. Un giorno, per queste cose, potrei vedermi piombare qualcuno in casa: è già successo ad altre persone. A questi “spioni computerizzati” poco importa, per esempio, se io scrivo che detesto la pedofilia, “detesto” sparisce e rimane invece la parola che dà il nome a ciò che detesto. Pochi anni fa, alcuni ragazzi americani rischiarono l’arresto perché si erano scambiati via sms un verso di una canzone famosa; erano in aeroporto, e nella canzone c’era la parola “bombe”. Che dire, avevo amici appassionati d’opera che per le feste si dicevano “a te la malapasqua” (dalla Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni): stavano scherzando, ma forse oggi conviene sorvolare anche su queste cose.

Già che ci siamo, consiglierei di fare attenzione anche gli acquisti al supermarket: ogni cosa viene registrata, e lo sarà ancora di più se non pagate in contanti. Per ipotesi, potrei vedermi negare un’assicurazione perché nel 1997 ho comperato una bottiglia di cognac, e poco vale dire “sì, ma la uso per cucinare” . Per adesso è vietato, ma i dati sono lì e non credo proprio che siano stati cancellati, qualcuno ha messo da parte la lista con tutti i nostri acquisti, e aspetta solo il governo amico che dia l’autorizzazione (arriverà, come è già successo con i nostri numeri di telefono).
La cosa più grave di tutte è che ho provato a parlarne in giro, non gliene frega niente a nessuno. Anzi, molti già pensano che sia figo (molto figo, very very cool) andare in giro con un chip tatuato sulla pelle: con tutti i nostri dati, sempre controllabili, peggio ancora che in “1984” di George Orwell.

PS: sono riuscito a far finire la storia del “pedinamento filmico”. Volete sapere come ho fatto? Sono andato su IMDB e ho fatto clic 40 volte su tutti i Fratelli Marx, e su “Duck soup” (La guerra lampo dei fratelli Marx), che in dvd è fuori catalogo da tempo immemorabile (vergogna!). Poi ho ripetuto l’operazione con alcuni titoli importanti del cinema muto, per esempio quelli di Fritz Lang, cliccando ostentatamente sui nomi degli attori più sconosciuti. Il risultato è stato ottimo, adesso posso occuparmi del calciomercato senza nessuno che mi proponga cose da comperare: un mio grande successo, dunque: ma durerà?

giovedì 23 febbraio 2012

Pubblicità 25

Un’altra forma di pubblicità, anche se un po’ atipica, è sicuramente l’elenco dei programmi tv e radio. Con la moltiplicazione dei canali tv e radio, avere sottomano un elenco di cosa si trasmette è diventato fondamentale: altrimenti, se su una tv passa una cosa che mi interessa, come faccio a saperlo e a sintonizzarmi? Se non si danno le comunicazioni giuste, e in forma breve e veloce, va a finire che nessuno ti guarda, e quindi si buttano via soldi. La capacità di comunicazione è diventata molto importante soprattutto per le tv piccole e per quelle che vanno oltre il numero 30 del digitale terrestre: penso che siano davvero in pochi a fare lo zapping su trecento canali, e anche per quei pochi sarà ben dura arrivare per caso sul canale giusto nel momento giusto.
Lasciando da parte il discorso sui giornali specializzati in programmi tv e radio (che hanno molto spazio a disposizione, per ovvi motivi), e mettendo in un angolo anche la pubblicità sulle reti della concorrenza (la accettano, ma bisogna pagare), rimangono due vie d’informazione molto importanti e facilmente accessibili: il televideo o teletext, e l’apposito tasto sul telecomando che permette di sapere quale programma stiamo guardando e quale programma verrà dopo. Quest’ultima possibilità è molto comoda, e io provo spesso ad utilizzarla: cos’è il film che sto vedendo? Che programma viene dopo? Il risultato è quasi sempre deludente: del film mi danno la trama (ma se lo sto guardando, cosa vuoi che me ne faccia della trama?), e non la lista degli attori e del regista. Magari mi interessa sapere chi è quell’attore o quell’attrice, ma per saperlo devo andare su http://www.imdb.com/  che è di consultazione gratuita, come http://www.wikipedia.it/  ; infatti esistono da tempo database ben accessibili e molto dettagliati.
Ma la triste verità è purtroppo questa: se premete il tasto delle informazioni non appare niente, oppure appaiono informazioni vecchie di qualche giorno, o completamente sbagliate. Dico che è una triste verità per un motivo molto semplice, e che ormai si può dare per scontato: e cioè che per fare questo servizio serve pur sempre qualche persona che lo faccia, che tutti i giorni si metta a inserire dati. Queste persone vanno pagate, magari poco ma vanno pagate, e devono anche essere abbastanza competenti: due peccati gravissimi, nell’era del precariato e del pressappochismo. Secondo l’ideologia corrente, i lavoratori non sono più una risorsa ma sono un costo; se ci sono si licenziano, se non ci sono non si assumono. Poi viene da chiedersi perché mai si perdano soldi e tempo per aprire una tv, ma si vede che ormai il contenuto, cioè quello che si trasmette, è diventato del tutto secondario. Con i risultati che si vedono.
Poi c’è il televideo (o teletext), che è utilissimo e molto pratico, ma anche qui la sciatteria e la mancanza di aggiornamenti sono cronici. Un televideo ben fatto richiede pur sempre del personale, è una redazione giornalistica a tutti gli effetti, i programmi cambiano tutti i giorni e tutti i giorni serve una persona che digiti i testi con chiarezza e competenza.
I programmi tv, sul televideo RAI, sono alla pagina 505 e successive, e comprendono anche le reti mediaset, La7, MTV; più avanti ci sono le pagine dedicate ai film in tv (la 514) e i programmi delle altre reti RAI del digitale terrestre. Un buon teletext c’è anche sulle reti mediaset; però poi sulle altre tv, quelle locali, il televideo/teletext non è quasi mai aggiornato e quasi sempre pasticciato. Viene da chiedersi perché, dato che si tratta quasi sempre dell’unico metodo per conoscere i programmi di quell’emittente, sintonizzarsi, registrare, far crescere l’audience e attirare i soldi degli inserzionisti. Ma forse non sono questi gli intenti dei proprietari delle tv private.
Tornando al televideo RAI, quello per il quale paghiamo il canone, prendo in esame RAI Storia, uno dei nuovi canali del digitale terrestre e uno dei miei preferiti, ed è subito evidente che qualcosa non va, e che c’è troppa confusione.
Il televideo con i programmi di Rai Storia è a pagina 526: ci si imbatte in una foresta di parole criptiche e scritte in maiuscole, del tipo DIXIT, CRASH, REWIND, RES GESTAE, RESTORE, RES TUBE, perfino MILLE PAPAVERI ROSSI. Che saranno mai, cosa c’è dietro a queste sigle misteriose? Ci sono le repliche dei programmi più interessanti nei sessant’anni della RAI, inchieste, grandi servizi giornalistici, ottimi documentari con immagini rare e meravigliose, film e sceneggiati di grande successo, musica, danza, reportage di grandi giornalisti, filmati storici di grande interesse.
Nel televideo c’è poco spazio a disposizione, per evitare che un canale della tv pubblica diventi un servizio per iniziati a una setta segreta basterebbe poco, pochissimo. Per esempio, basta dare un’occhiata alla schermata che riporto qui per capire che si guadagnerebbe un’enormità di spazio eliminando alcune parole, e cioè proprio quelle cazzatine lì, i restore e i crash e i dixit. Eliminando i “contenitori” inventati per l’occasione e queste siglette criptiche però si toglierebbe sicuramente “la qualifica” a qualche dirigente o aspirante dirigente, e soprattutto non si potrebbe dire alla morosa o alla zia o al vicino di casa “sono il curatore di Restore Crash”: una questione fondamentale, come si capirà.
Il “contenitore” in tv è un’invenzione dei pubblicitari, e risale agli anni ‘80. Non si sa mai che cosa c’è dentro, magari c’è qualcosa che mi interessa ma io come faccio a saperlo? Nel dubbio, io negli anni ’80 e ’90 lasciavo perdere e andavo a farmi un giro con gli amici, o andavo a teatro, al cinema, tutto meno che guardare quel contenitore lì. Per esempio, negli anni 80 da Pippo Baudo c’erano spesso Benigni o Troisi, ma io non guardo mai Pippo Baudo, e non guardavo nemmeno Mike Bongiorno, quindi mi sono perso qualcosa che avrei visto volentieri (per fortuna, in questi casi, si può recuperare). Quello che si vuole è una “fidelizzazione del cliente”, altro termine caro ai pubblicitari e al marketing: un marchio, un prodotto da spingere. Tutte le trasmissioni di Rai Storia diventano una sola, fidelizzazione anche questa: quelli pensano che io guardi Res Tore e Res Tube, o magari “Mille papaveri rossi” (cioè la storia del Novecento); e invece no, io guardo l’intervista a Dino Buzzati, guardo il documentario di Folco Quilici e l’inchiesta di Enzo Biagi, ascolto la voce di Carlo Emilio Gadda e di Albert Camus, e soprattutto guardo incantato Bruno Munari che nel 1955, in una trasmissione per bambini, costruisce davanti ai nostri occhi uno strumento a corde giapponese (funzionante!) partendo da una scatola di sigarette e da qualche graffetta...
Ma so già come finirà questa storia: alla prima occasione, Rai Storia verrà chiuso. Peccato, perché (per esempio) se fuso con Rai News può diventare la nuova RAI 1, e ragionando in prospettiva di servizio pubblico sarebbe un’ottima cosa, ma chi ragiona più in questi termini? Le ultime proposte sul futuro della RAI vanno tutte in direzione opposte, privatizzare e vendere, per esempio (Bersani in prima fila). Al di là del vendere, privatizzare, liberalizzare, licenziare, precarizzare, i dirigenti di oggi non sanno andare. Non vedono più in là del loro naso, insomma, e i risultati cominciamo a vederli: la crisi odierna nasce anche da questa pochezza degli attuali dirigenti, tutti usciti dal mondo del marketing e dalla pubblicità.
(le vignette vengono dal "Corriere dei Piccoli", anno 1972)

AGGIORNAMENTO al 30 giugno 2013: anche i siti internet della Rai sono stati tutti modificati, vale a dire che prima bastava un clic, adesso ne servono tre o quattro (se va bene). Mi viene da dire che ormai ci sono sempre dei cretinetti o delle deficientine pronti a complicarci la vita e a cambiare le cose che funzionano, non solo in Rai ma purtroppo ovunque; poi ci penso e mi accorgo che il ritardo è calcolato, serve per caricare la pubblicità e per avere più clic sul contavisite. Il concetto di servizio pubblico dunque non esiste più.
Che dire, a me sembrava già una scemenza vent'anni fa vedere sui giornali indicazioni del tipo "il sommario è a pagina 64" (se lo metti a pagina 64, a cosa serve?) ma anche in questi casi la spiegazione è semplice semplice: lo metto a pagina 64 così il lettore per cercare il sommario si guarda tutta la pubblicità ma proprio tutta tutta, wow.  Pensate che la crisi venga dal nulla? No, viene anche da cretinette e deficientini come questi che ci governano oggi, e che nei siti internet ormai sono la maggioranza assoluta.