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sabato 15 febbraio 2020

Icaro di Brueghel


Alle volte capitano delle sorprese, cose felici o comunque inaspettate, a cui non si sarebbe mai arrivati da soli; capita leggendo, guardando un film, parlando con qualcuno. Per esempio, "The man who fell to Earth" di Nicholas Roeg è un film che non ho mai amato molto e che ho guardato solo per non aver niente di meglio da fare; guardandolo ho scoperto che contiene questi versi di W. H. Auden a commento di un dipinto di Pieter Brueghel, "Icarus". E' un dipinto molto particolare, perché ci si aspetterebbe che il volo di Icaro, o comunque Icaro con le sue ali, sia in primo piano; ma questo accade in altri dipinti, non in Brueghel. In Brueghel (Pieter Brueghel il vecchio, il dipinto è del 1558 circa ) si vede in primo piano un contadino che ara la sua terra, e solo cercando bene si arriva a vedere un dettaglio (le gambe, in fondo a destra) di Icaro caduto in mare; sullo sfondo, una nave veleggia. E' il minuto 20, quando un libro viene sfogliato; la copertina del libro dice "Auden - Musée de Beaux Arts"
In Brueghel's Icarus, for instance, how everything turns away
quite leisurely from the disaster; the ploughman may
have heard the splash, the forsaken cry,
but for him it was not an important failure; the sun shone
as it had to on white legs disappearing into the green
water; and the expensive delicate ship that must have seen
something amazing, a boy falling out of the sky,
had somewhere to get to and sailed calmly on.
(Nell'Icaro di Brueghel, per esempio, come tutto si volta via comodamente dal disastro; l'uomo che sta arando ha sentito il rumore della caduta in mare, il grido di rinuncia, ma per lui non è stata una caduta importante; il sole splende come deve sulle bianche gambe che scompaiono nell'acqua verde; e la costosa delicata nave che deve aver visto qualcosa di sorprendente, un ragazzo caduto dal cielo, ha un qualche posto dove andare e naviga tranquillamente verso la sua meta.)
(Wystan Hugh Auden, 1907-1973)



giovedì 13 febbraio 2020

Hans Holbein il giovane

 
Traversarono le medesime stanze per le quali il principe era passato prima; Rogozin andava avanti e il principe lo seguiva. Entrarono in una gran sala: vi erano appesi alle pareti vari quadri: tutti ritratti di vescovi e paesaggi, nei quali non si poteva distinguer nulla. Sopra l'uscio che dava nella stanza successiva pendeva un quadro di forma piuttosto strana, lungo circa due arscini e mezzo e non più alto di sei verskì. Rappresentava il Salvatore appena deposto dalla croce. Il principe vi gettò un'occhiata di sfuggita, con l'aria di rammentare qualcosa, ma, senza fermarsi, già voleva passar oltre. Si sentiva molto a disagio e desiderava di uscire al più presto da quella casa. Ma Rogozin si fermò bruscamente davanti al quadro.
- Tutti i quadri che son qui, - disse, - furono comperati per un rublo o due nelle aste pubbliche dal babbo buon’anima: era un amatore. Un conoscitore che li esaminò tutti disse che erano robaccia, ma questo, ecco, questo quadro che sta sopra l’uscio, comperato anch'esso per due rubli, non é robaccia, disse. Un tale cercò di acquistarlo da mio padre e voleva dargli trecentocinquanta rubli, e Saveliev Ivan Dmitric', un mercante, grande amatore di quadri, arrivò fino a quattrocento, e la settimana scorsa ne offerse cinquecento a mio fratello Semion Semionic’. Io ho preferito tenerlo.
- Ma questa... questa è una copia di Hans Holbein, - disse il principe, che aveva avuto il tempo di esaminare il quadro, - e per quanto io non sia un gran conoscitore, mi pare sia una copia eccellente. Questo quadro l’ho veduto all'estero e non posso dimenticarlo. Ma... perché tu...
 
Rogozin a un tratto aveva lasciato il quadro ed era andato avanti. Certo, la sua distrazione e quello speciale umore stranamente irritabile che si era manifestato in modo così repentino in Rogozin avrebbero forse potuto spiegare quel gesto impetuoso; ma tuttavia parve strano al principe che fosse stata cosi bruscamente interrotta una conversazione che non era stata iniziata da lui e che Rogozin non gli avesse nemmeno risposto.
- Dimmi, Lev Nikolaievic, te lo volevo domandare da un pezzo, credi in Dio o no? - riprese a dire all’improvviso Rogozin, dopo aver fatto alcuni passi in avanti.
- Che strano modo d’interrogare e... di guardare! - osservò senza volerlo il principe,
- Ma mi piace contemplare questo quadro, - mormorò Rogozin, dopo un breve silenzio, come se avesse nuovamente dimenticato la propria domanda.
- Questo quadro! - proruppe a un tratto il principe, sotto l'influsso d'un subitaneo pensiero: - questo quadro! Ma più d’uno, guardando questo quadro, può perdere la fede!
- Si perde anche quella, - confermò inattesamente Rogozin. Erano ormai arrivati alla porta d’uscita.
- Come, - disse il principe fermandosi a un tratto: - che dici mai! Io quasi scherzavo e tu parli così seriamente! E perché mi hai domandato se credo in Dio?
- Così, per niente. Volevo domandartelo anche prima d’ora: ci sono molti, oggi, che non credono. Ed è vero (tu che sei stato all’estero), come mi diceva un tale ubriaco, che da noi in Russia vi sono persone che non credono in Dio più che in tutti gli altri paesi? « Per noi », diceva, - é più facile che per loro, perché noi siamo andati più avanti degli altri»...
Rogozin sorrise sarcastico; dopo aver formulato la domanda, a un tratto aperse la porta e, tenendo la mano sulla maniglia, attese che il principe passasse. (...)

Fjodor Dostoevskij, L'idiota, parte seconda capitolo quarto (ed. BUR 1954, traduzione di Giovanni Faccioli)

Note del traduttore:
- ‘L'arscin corrisponde a m, 0,711, il verskì a 4,5 cm circa
- Il Cristo morto di Hans Holbein (il Giovane), quadro di un tragico e potente reallsmo, dipinto nel 1521, aveva prodotto un'impressione straordinaria su Dostoevskij durame la sua visita al Museo di Basilea il 12 (24) agosto 1867.

il discorso sul quadro di Holbein viene ripreso in parte terza capitolo sesto (verso la fine del capitolo) con le osservazioni di Ippolit.


martedì 7 gennaio 2020

L'urlo di Munch


Una copertina per il "Wozzeck" di Alban Berg è stata il mio primo incontro con Edvard Munch, all'inizio degli anni '80. Non avevo mai visto niente del grande pittore norvegese (1863-1944), ne ignoravo perfino il nome; l'accostamento con l'opera di Alban Berg, tratta da Georg Büchner, era perfetto e mi fece una grande impressione. "L'urlo" è del 1893, ed esiste in più versioni: quella del mio 33 giri era un'incisione a stampa, forse ancora più impressionante delle più famose versioni su tela. Ma all'inizio degli anni '80 anche "L'urlo" non era così famoso, anzi direi che non lo era affatto, almeno qui da noi; sarebbe seguita pochi anni dopo una grande mostra a Milano, che probabilmente faceva parte di un lungo tour mondiale dedicato a Munch. Sta di fatto che, dalla metà degli anni '80, "L'urlo" di Munch è diventato famosissimo, così famoso da essere ormai alla portata di qualsiasi cretino. Chiedo scusa per il termine, ma a me dispiace sempre vedere le cose importanti sporcate o derise: che sia un capolavoro musicale o dell'arte figurativa, un simbolo religioso o politico, il titolo di un saggio o di un romanzo, mi aspetterei che si capisse di cosa si tratta prima di cominciare a scherzarci sopra. Così non è, perché questo è il periodo della perdita non solo di aura (vedi Elemire Zolla, "Aure", editore Marsilio) ma anche di senso e di memoria.
Sono ormai passati cent'anni da quando Marcel Duchamp fece i baffi alla Gioconda, sarebbe anche ora di smettere di parlare di provocazione o di dissacrazione: se è una cosa che fanno tutti (che può fare qualsiasi pirla, mi viene da dire) non è più provocazione ma conformismo. Duchamp, in fin dei conti, pasticciò una cartolina mandata a un amico; e il senso era quello di invitare a guardare finalmente la Gioconda di Leonardo, a studiarsela. Inoltre, erano ancora anni in cui non eravamo così invasi dalle immagini e dai filmati; ogni libro e ogni immagine stampata, ogni fotografia o filmato, avevano un peso ben differente da quello che diamo oggi. Oggi, anche immagini pesanti e devastanti che ci arrivano in tempo reale vengono dimenticate in un istante; oggi, perfino le immagini di Auschwitz e dei campi di sterminio di ogni tempo vengono prese come qualcosa su cui scherzare. Oggi, anno 2020, se si parla di una ragazzina di tredici anni rapita e seviziata c'è chi ride e scherza come se niente fosse, ci sono perfino politici e ministri che ci ridono sopra, come si ride e si scherza sull'Urlo di Munch (sto parlando di Anna Frank e di Liliana Segre, e di centinaia di altre come loro: lo scrivo qui per i distratti e i male informati). In ordine di tempo, e tornando all'argomento con cui ho cominciato, l'ultimo cretino a fare il verso all'Urlo di Munch è un deejay della mia età, non un ragazzotto qualsiasi dunque. Questo è ciò che lasceremo come eredità alle nuove generazioni: il non prendere nulla sul serio, il ridere anche sul dolore.

PS: Se non vi è piaciuto questo post, ci risentiamo dopo il prossimo incidente automobilistico con sei morti, magari anche bambini, come quello del suv a Bolzano di domenica scorsa, o quello delle due ragazze romane (un altro suv) di pochi giorni fa. O magari dopo qualche altra notizia su cui ridacchiare, simile a quelle di cui ho parlato sopra. L'importante, si sa, è che il dolore (l'urlo) tocchi a qualcun altro.

mercoledì 27 novembre 2019

Amore e Speranza


Nel dipinto di Sidney Meteyard, la Speranza consola Amore, che è legato. Entrambi sono seduti; Amore è un giovane sui vent'anni, è seminudo, gambe e mani legate con nastri di seta, la faretra abbandonata nell'angolo di sinistra. Speranza è una giovane donna dal volto severo, vestita di una lunga tunica verde, con un mantello dorato, che tiene una mano sulla spalla del ragazzo. Sullo sfondo c'è un paesaggio, ma guardando bene il paesaggio si nota qualcosa che a prima vista era sfuggito: le ali di Cupido sono enormi. Non è una quinta o un fondale: sono le ali di Amore, enormi, che fanno da sfondo. Ali possenti, ma Amore è legato e anche Speranza sembra rassegnata.
 
 
(Sidney Meteyard, 1901)

Questo è quello che posso dire a una semplice lettura del quadro così come appare in fotografia; di più non posso fare, se non mettere qualche nota biografica sull'autore. Sidney Meteyard, 1868-1947, inglese di Birmingham, fu influenzato da Edward Burne Jones e da William Morris; ci ha lasciato tra le altre cose un ciclo di dipinti per "The Golden Legend" dell'americano Henry Wadsworth Longfellow (autore di "Hiawatha" e di una traduzione Divina Commedia). Meteyard è uno degli ultimi preraffaelliti, il movimento stava per terminare con l'inizio del Novecento - e con l'arrivo di una devastante guerra mondiale, verrebbe da aggiungere.

lunedì 18 novembre 2019

Ingres e Degas

 
Come tutte le mattine, arriva il caldaista in laboratorio: deve fare le analisi sulle acque di caldaia, il pH e la conducibilità. Il caldaista cambia a seconda del turno, le analisi no: dalla caldaia dipende anche il demineralizzatore, e per esempio la misura della conducibilità dà un'idea della durezza dell'acqua, cioè del contenuto di sali. Più sali (cioè il comune calcare) ci sono nell'acqua, e maggiore sarà la conducibilità. L'acqua distillata non conduce elettricità, difatti; e l'acqua demineralizzata, se il lavoro è ben fatto, è praticamente la stessa cosa.
Il caldaista ha con sè due vasetti, tipo quelli della marmellata o dei sottaceti, con i suoi campioni d'acqua da analizzare. Sul coperchio bianco ci sono delle scritte col pennarello: ingres e degas. Io lo so cosa significano: sono le abbreviazioni di ingresso e degaso. O, meglio, è quello che si può scrivere, delle due parole, sul coperchio del vasetto (il resto non ci stava) ; ma ogni volta che mi capita di leggerlo la tentazione è troppo forte.
- Ma tu lo sai chi erano Ingres e Degas? - chiedo al caldaista.
- Ah, non so niente, non mi interessano queste cose qui. Non l'ho mica scritto io, li ho trovati così, i vasetti. Piuttosto, queste analisi qui dovrebbe farle il laboratorio, mica noi che non siamo mica periti chimici. Va bene quel valore qui? Sei sicuro che funziona bene questo strumento?
Peccato non aver sottomano un libro di storia dell'arte. Sono sicuro che al caldaista brontolone farebbe piacere dare un'occhiata ai dipinti dei due pittori francesi; probabilmente ammirerebbe Jean Auguste Dominique Ingres (1780-1867), e di sicuro gli piacerebbero le ballerine di Edgar Degas (1834-1917). Il libro dovrò portarmelo da casa, e mi riprometto di farlo, prima o poi.
 
 
 

lunedì 28 ottobre 2019

I Bambini brutti


Girando per musei e gallerie, soprattutto quelli importanti come Brera o gli Uffizi (fate voi) è difficile non rimanere colpiti dal numero dei Bambini mal dipinti o mal disegnati. Il Bambino, di solito Gesù o san Giovannino (quello che poi da adulto scriverà il Vangelo e l'Apocalisse) è davvero un soggetto molto frequente, dal Rinascimento in poi; e stupisce vedere che anche pittori grandi o molto grandi non sappiano ritrarre un bambino in maniera soddisfacente, ma così è. Lascio eventuali spiegazioni agli esperti, io mi limito a prenderne atto e, ancora sorpreso e perplesso, metto qui sotto tre esempi, tra belli e brutti: Luca Signorelli sorprende per mancanza di proporzioni e per l'innaturalezza del bambino, in netto contrasto con la bellezza della madre e con il resto del dipinto, dove tutto è perfetto. Bernardino Luini ritrae perfettamente il bambino: la scuola leonardesca si vede e direi che si tocca con mano (per molto tempo i dipinti di Luini furono attribuiti a Leonardo).Infine Pablo Picasso, dedicato a chi ancora oggi pensa male di Picasso: è solo uno schizzo, ma da grande maestro. Il catalogo potrebbe essere molto più grande, ma io per oggi lascio perdere (non sono sicuro che valga la pena rifletterci più di quel tanto) e continuo la passeggiata per il museo. Posso solo aggiungere che il bambino dai capelli ricci di Bernardino Luini ricompare spesso nei suoi dipinti, e che quindi è molto probabile che possa essere uno dei suoi figli.

 
(Luca Signorelli, 1505)

 
(Bernardino Luini a Brera)

 
(Pablo Picasso, madre e figlio)
 

sabato 9 febbraio 2013

Futurismo

Il futurismo ha due facce: una allegra, giocosa e simpatica; l’altra truce e minacciosa, funerea.
Il futurismo nasce più o meno cent’anni fa, agli inizi del Novecento, preceduto dal Ballo Excelsior, dalla nascita del fumetto, dal Liberty. Gli esponenti dell’ala simpatica del futurismo sono molti; a me piace ricordare soprattutto Bruno Munari, grandissimo designer e architetto, che iniziò col futurismo ma che poi dal futurismo prese le distanze. Anche tra i russi si trovano esempi di futurismo simpatico e divertente, o comunque impegnato nella satira sociale (Majakovskij, La cimice); purtroppo la faccia più nota e prevalente del futurismo è l’altra, quella nefasta.
La faccia brutta del futurismo è nell’esaltazione della guerra: il suo “manifesto programmatico” è infatti un libro intitolato “zzang tumb tumb” di F.T.Marinetti, che non è una storia a fumetti ma il rumore delle bombe e delle pallottole sul campo di battaglia. A Marinetti la guerra piaceva, la chiamava “igiene del mondo”.
Il mito della velocità è l’altra faccia negativa del futurismo. Non perché la velocità in sè sia un fattore negativo (a tutti piace arrivare presto, mi sembra quasi inutile dirlo ma non si sa mai) ma per l’assoluta e dittatoriale certezza, un vero dogma, con cui viene pronunciata ed enunciata. Di recente, lo storico dell’arte Salvatore Settis ha fatto notare una cosa, dati alla mano: con il costo di pochissimi chilometri di TAV (treni ad alta velocità) si potrebbe ricostruire senza problemi il centro storico dell’Aquila, la città devastata da terremoto. Questo non succede, aggiungo io, perché la percezione di quasi tutti è che andare a trecento all’ora (mi si passi il termine) è figo, mentre ricostruire l’Aquila (città antica) è cosa noiosa. Anche questo modo di ragionare fa parte dell’eredità del futurismo marinettiano: le cose vecchie sono noiose, “uccidiamo il chiaro di luna” è una delle citazioni più famose di Filippo T. Marinetti.  Marinetti dunque esaltava la guerra, e poi si annoiava davanti al chiaro di luna: a me basta per prendere le distanze da lui e dal suo movimento.
C’è poi il mito del cemento, il cemento razionalista, che è la diretta conseguenza del mito della velocità. Con il cemento si costruisce velocemente, con il cemento armato si costruisce ancora più velocemente, il futuro è nel cemento; si dichiara dunque guerra a tutto ciò che è naturale, come il chiaro di luna, e disturba il Liberty, cioè il lavoro manuale, il piccolo piacere personale, l’individualità anche nella costruzione delle case. Il razionalismo in architettura, al di là delle sue premesse teoriche, ha portato ad un’architettura sempre più uguale in ogni parte del mondo; se individualità ci deve essere, non è quella del proprietario ma quella del costruttore o del padrone. A Roma, in nome del razionalismo e del futurismo, fu distrutta gran parte della città antica per costruire Via dei Fori Imperiali e così fare le parate militari...

Ormai sono passati cent’anni, i baffi impomatati di Marinetti e di D’Annunzio ci appaiono patetici e antichi, eppure quel topo futurista continua a rodere e a costruire, e a mangiarsi l’ambiente in cui viviamo. Speriamo che non arrivi anche un’altra guerra: a Marinetti settant’anni di pace sarebbero sembrati noiosi, il suo ideale di vita ero lo zzang tumb tumb dei campi di battaglia del 1914-18...

mercoledì 12 settembre 2012

Renoir, Rembrandt, Klee

Di Paul Klee ho già parlato qui , uno dei primi post che ho pubblicato su internet. Ogni volta che trovo qualcosa di suo mi fermo a guardarlo; per nostra fortuna Klee ha fatto un’infinità di disegni, quadri, scarabocchi (che meraviglia gli scarabocchi di Klee!), quindi non si finisce mai di scoprire qualcosa di nuovo.
Però poi mi sono accorto che di Klee so poco o niente, quindi sono stato molto contento di aver trovato questo suo breve ritratto fatto da un grande del cinema, Jean Renoir. (per i distratti: Jean Renoir era figlio di Pierre Auguste Renoir; nel 1914 il ventenne Jean Renoir combatteva nella Grande Guerra, contro i tedeschi).
Jean Renoir, da “La mia vita e i miei film”:
Sono un uomo del 1914 e come molti altri miei contemporanei, ex combattenti, sono attratto dal mondo tedesco. Devo molto ai tedeschi. A loro devo Carl Koch, senza il quale La Grande Illusion non sarebbe mai stata quello che è. Per me la Germania è il carnevale delle città renane: severi borghesi che si abbandonano alla più barbarica dissolutezza perché è carnevale, un clichè. Ma la Germania è anche il trittico di Grünewald a Colmar, in contrasto con le fantasie demoniache di Nietzsche, e questo invece è l'anti-cliché. La Germania per me era ed è ancora un'appassionante enigma. La sua facciata mi faceva indovinare una vita intensa e segreta.
Approfittai di un soggiorno a Berlino per fare la conoscenza di Alfred Flechtheim, il commerciante di quadri, artista e scrittore la cui personalità mi incuriosiva. Suonai alla porta della sua galleria e mi presentai ad un giovane dall'andatura curiosamente effeminata, in divisa da autista, che sembrava addetto all'apertura della porta. Mi fece ripetere il mio nome diverse volte, poi, esaminandomi con occhio sospettoso mi chiese di attendere. Scomparve sul fondo oscuro della galleria. Seppi più tardi che mi aveva annunciato in questi termini: «C'è uno alla porta che pretende di essere Renoir. La prossima volta ci sarà Rembrandt!».
Dopo aver superato la prova dell'equivoco cerbero, mi ritrovai davanti al padrone di casa (...). Stava conversando con un visitatore di cui mi colpì il contegno più che corretto. Era il pittore Paul Klee. Quell'unico incontro sarebbe bastato a giustificare il mio viaggio a Berlino. Lasciai Pierre Braunberger alle sue cene coi distributori cinematografici e con i miei due nuovi amici, Flechtheim e Klee, mi lanciai alla scoperta di una Berlino inaspettata. (...)
Quella serata mi persuase di qualcosa che sapevo già: la sconfitta aveva completamente destabilizzato quel popolo. E’ pericoloso l'orgoglio ferito! Una cosa certa è che i berlinesi dissimulavano il loro rancore sotto una maschera di assoluta indifferenza. Lo spirito berlinese di allora, sotto una verve sarcastica, mascherava accuratamente la sua immensa disperazione. Quella Berlino era un terreno fertile in cui poteva fiorire quanto c'è di meglio e quanto c'è di peggio.
Il meglio era una pittura come quella di Paul Klee, un teatro come quello di Bertolt Brecht, film come Caligari, La Rue sans joie o Nosferatu. Il peggio era la prostituzione femminile e maschile che arrivava a comprendere anche i rappresentanti della severa borghesia prussiana.
La sconfitta aveva corrotto la Germania, ma non di più di quanto avesse fatto in Francia la cosiddetta vittoria. Mi rendo conto adesso che, vittoria o no, le nazioni non possono sfuggire alla decadenza generata dalla guerra. Le guerre distruggono in pochi mesi ciò che una cultura lentamente assorbita ha costruito nel corso di secoli. «Non uccidere» è un comandamento in via di principio rispettato da tutti. Basta che scoppi una guerra e dall'oggi al domani diventa raccomandabile uccidere il prossimo col pretesto che appartiene a un gruppo umano diverso dal nostro. Questo inquietante spostamento dei valori morali investe soprattutto i giovani. L'età della cattiva condotta si abbassa pericolosamente. Ancora qualche guerra e saranno corrotti fin dalla culla. (...)
(Jean Renoir, La mia vita e i miei film, ed. Marsilio, pagg.82-83)
(le immagini provengono da vecchie riviste degli anni '80 e '90, probabilmente L'Espresso o qualche numero del Panorama pre-berlusconiano, prima della condanna per corruzione di Previti)

giovedì 28 giugno 2012

Renoir fils

Una pagina famosa, che rileggo sempre volentieri.

Jean Renoir, da «La mia vita e i miei film»
ed. Marsilio (capitoli III e IV)
A mio padre piaceva dipingere i miei capelli. Questa predilezione per i miei boccoli dorati che mi scendevano fino alle spalle mi faceva disperare. A sei anni, nonostante i pantaloni, parecchia gente mi prendeva per una bambina. Per strada i ragazzini mi perseguitavano coi loro frizzi, chiamandomi «signorina» e chiedendomi dove avessi lasciato le sottane. Aspettavo con impazienza il giorno in cui sarei entrato al collegio Sainte-Croix il cui regolamento esigeva una pettinatura più conforme all'ideale borghese. Con mio grande dispiacere mio padre continuava a spostare la data di accesso, che per me significava il felice abbandono di quell'ornamento pilifero. Devo aggiungere che l'«istruzione» gli faceva orrore, al punto da approvare i ragazzi che scappavano scavalcando il muro del collegio. Il Sainte-Croíx gli piaceva per i suoi grandi giardini. La qualità dell'aria gli pareva più importante della qualità dei professori di matematica. (...)
Una mattina come un'altra mio padre dichiarò che mi voleva fare un ritratto. Mi misi a protestare. Tirai fuori che mi faceva male una gamba e per provarlo mi misi a zoppicare ostentatamente. Ma mio padre si era messo in testa di dipingermi e tutta la gente di casa, perché non venisse disturbato nel suo progetto, cercava di persuadermi. A un tratto Gabrielle ebbe un'idea. Io avevo un cammello che adoravo, non un vero cammello ovviamente, un cammello giocattolo, grande come una mano, che non veniva dall'Africa ma da un negozio di rue d'Amsterdam, vicino alla stazione Saint-Lazare. Gabrielle, tra un mio singhiozzo e l'altro, mi propose: «Lo sai, dovresti fare un vestitino al tuo cammello. Fa freddo, tra poco viene l'inverno. Il tuo cammello ha assolutamente bisogno di un vestito». L'idea mi affascinò. Mi sedetti davanti al cavalletto di mio padre e cominciai a cucire. Renoir col terrore che aveva per tutti gli strumenti taglienti o appuntiti si mostrò per un momento inquieto. Mentre incominciava a dipingere ripeteva: «Cadi su un ago che ti entra in un occhio e resti cieco per tutta la vita». Ma quella mattina i miei capelli avevano dei riflessi particolari che suscitavano il suo interesse, così dimenticò assai presto il pericolo degli aghi e si perdette nel suo dialogo con il modello. Risciacquando il pennello in un bicchiere di trementina ripeteva tra sé: «Un po’ d'oro». Capii che si trattava dei miei capelli e un po' alla volta l’idea di essere cinto d'oro prese il sopravvento sugli inconvenienti del mestiere di modello. D'altra parte, rispetto ai figli e le mogli di altri pittori, io ero un privilegiato: Renoir non esigeva l'immobilità assolluta. Ho ancora l'impressione che anzi la temesse.
(pagine 20-21)


Il regno di mio padre era un regno mobile. La ricerca di una luce diversa spingeva spesso Renoir a cambiare luogo di residenza. Così io sono stato di volta in volta un bambino borgognone che arrotava le «erre», un parigino con la erre moscia, e un meridionale dalle esclamazioni sonore.
Uno scenario che mi influenzò molto fu una villa vicino a Grasse che mio padre aveva preso in affitto durante l'inverno del 1900. Il proprietario di quella casa aveva la passione delle piante tropicali; il giardino pareva fosse stato disegnato da Rousseau il Doganiere. Da lì a immaginare che un luogo simile fosse popolato di leoni, di tigri e di serpenti, c'era solo un passo.
Avevo visto più volte una lucertola verde che veniva a godersi l'umidità del giardino. Ingrandito cento volte, quel rettile poteva fornire alla mia immaginazione un coccodrillo accettabilissimo. Gabrielle era estasiata: la sua grande passione erano i leoni, ma dove si trovano i coccodrilli si possono incontrare anche i leoni. Mi ero talmente abituato alla vicinanza del «crocó», nome che avevamo dato alla lucertola, che mi misi a collezionare rettili.
Avevo una gabbietta di vetro, costruita dal figlio del proprietario che faceva lavori di falegnameria, tutta piena di lucertole, bisce, salamandre. Le facevo dormire nella mia stanza e ne avevo sempre una addosso, nascosta sotto la camicia. Questo provocò un penoso incidente che non ho più dimenticato.
Stavamo tornando a Parigi in treno, io, Gabrielle, mio padre e mia madre. A Saínt-Raphael venne ad aggiungersi a noi un'inglese molto magra. Non smetteva un attimo di fissare i miei capelli biondi.
«Che bella bambina! Che bei capelli!» diceva, con un forte accento. Questi attestati di ammirazione mi provocavano le famose arrabbiature intime che cercavo di placare ripetendomi: «Io sono un bambino. Sono un bambino». Una lucertola che mi stavo portando a Parigi sbucò con la testa fuori dal suo nascondiglio, una blusa alla marinara di cui ero molto fiero: non ci sono ragazze in marina. A quella vista l'inglese si mise a gridare con una voce stridula. Renoir cercò invano di calmarla. Lei si precipitò in corridoio e ritornò insieme al controllore. Il funzionario si fece consegnare la lucertola. Me la prese dalle mani senza nessuna delicatezza. La pelle di una lucertola è molto fragile e il contatto di una mano grossolana deve risultarle doloroso. Il controllore senza pietà gettò il mio piccolo amico fuori dal finestrino. L'inglese rassicurata si sistemò in un angolino, insensibile alle mie lacrime, e si mise a leggere la Bibbia. (...)
(pagine 23-24)

Qualche volta andavo a giocare coi ragazzini del vicinato. Uno di loro mi chiese: «Tu fumi?». Credendo di essere furbo, risposi che fumavo sigarette di cioccolato. «Eh, sei un coglione, tu», mi disse.
(pagina 26) (da Jean Renoir, La mia vita e i miei film, ed. Marsilio)
(nelle immagini, due dipinti di Renoir padre e Renoir figlio in La regola del gioco, insieme a Paulette Dubost)

mercoledì 21 marzo 2012

Sant'Ambrogio

La chiesa dedicata a Sant’Ambrogio è stata per lungo tempo uno dei miei posti preferiti, a Milano. Il perché lo avrei capito molto tempo dopo le mie prime visite, leggendo Elemire Zolla (che a quei tempi pubblicava regolarmente sul Corriere della Sera). Il segreto, avrei scoperto, è nel romanico.
Da dove veniva quella sensazione di quiete, quel sentirmi a mio agio, che provavo a Sant’Ambrogio, e molto meno in Duomo? E’ un argomento di cui mi aveva parlato un professore a scuola, ma si sa che a scuola siamo sempre disattenti: il gotico dà l’idea di Dio come qualcosa di lontano, che incombe dall’alto, mentre il romanico (più antico, intorno all’anno Mille) è a misura d’uomo. E la chiesa di Sant’Ambrogio, a Milano, è proprio così: in mattoni, non altissima, con ampi spazi, perfino luminosa se paragonata al Duomo. Insomma, fin dal suo ingresso si vede che è un posto progettato e pensato per sedersi, pensare, pregare, un posto dove Dio finisce per essere più vicino a noi, farsi uomo, dove Dio lo si può immaginare ridere e soffrire con noi, uomo come noi, insomma, roba da Cristiani.
E’ anche per questo motivo, soprattutto per questo motivo, che qualche anno fa ho letto una notizia che mi ha riempito di sgomento: un grande parcheggio sotto Sant’Ambrogio. Mi sono detto subito che solo un pazzo o un imbecille potevano avere un pensiero simile, e invece la giunta comunale (Lega, ex Msi, Berlusconi) approvò subito il progetto, e in quattro e quattr’otto iniziarono i lavori.
Nel 2011, la nuova giunta comunale spiegò che fermare completamente il progetto era ormai impossibile, i contratti erano stati firmati, una parte dei lavori era già stata fatta, bloccando tutto si dovevano pagare penali elevatissime. Cosa fare?
Non so proprio cosa fare, ma al pensiero di un enorme cantiere in Sant’Ambrogio io sto male; e ogni volta che si alza qualcuno e spiega che non ci sono rischi a scavare sotto Sant’Ambrogio sto ancora più male. La cosa non è finita qui: è notizia di ieri che a Brescia (Lega, PDL, ex Msi) è stato approvato un piano simile, un enorme scavo sotto i luoghi storici della città; e a Firenze non so se il sindaco Renzi abbia bloccato il progetto del tram sotto il campanile di Giotto, e notizie simili ne arrivano un po’ dappertutto, sia sui monumenti e sulle chiese che su boschi e parchi e terreni agricoli. Intanto il dibattito ferve: non sulle nostre chiese e sul nostro paesaggio in pericolo, ma sulla costruzione delle moschee. Mi sta anche bene che si possa discutere delle moschee, ma per carità, qui abbiamo millenni di Storia alle nostre spalle, qui si sta distruggendo la nostra memoria.
Qualche notizia storica però devo darla: la chiesa fu davvero edificata da sant’Ambrogio, intorno al 379-386 d.C. Il luogo scelto fu quello di un sacrario dedicato ai primi martiri cristiani, e infatti la chiesa è ancora dedicata a loro.Le prime modifiche furono fatte dal vescovo Angilberto, tra l’824 e l’860; l’assetto attuale risale al 1088-1099, vescovo Anselmo. Una chiesa costruita con materiali poveri, come spiegano le guide: mattoni, legno, pietre, cose che si potevano trovare anche nei dintorni; e la bellezza semplice e profonda dello stile romanico.
Per il resto, la storia di Sant’Ambrogio è lunga e piena di avvenimenti, non escluso il bombardamento della seconda guerra mondiale; ma per queste notizie è meglio andarsi a cercare un libro di Storia: è quello che sto per fare anch’io, di curiosità me ne sono venute molte e non si finisce mai di imparare, e di ricordare.
(le immagini vengono da www.wikipedia.it  )

martedì 14 febbraio 2012

Maya Lin

Maya Lin è un nome che in Italia fa sorridere, sembra uno di quei nomi inventati per giocare, per divertirsi. Invece no, Maya Lin esiste per davvero, ed è anche un’artista interessante: è americana, e in inglese il suo nome risulta abbastanza comune.
da http://www.wikipedia.it/ :
Maya Lin Ting (Athens, Ohio, 5 ottobre 1959) è una scultrice statunitense. Conosciuta per il suo impegno nella scultura e nell'architettura del paesaggio, il suo più noto lavoro è il Vietnam Veterans Memorial a Washington, DC. E’ figlia di Henry Huan Lin, un ex ceramista e decano della Ohio University College di Belle Arti, e di Julia Chang Lin, ex professoressa di Letteratura presso l'Università dell'Ohio. È nipote di Lin Huiyin, che si dice sia la prima donna architetto della Cina.
Ha studiato all'Università di Yale (1986). Nel 1987, Yale le ha conferito il Dottorato onorario in Belle Arti. Sposata con Daniel Wolf, un fotografo di New York, ha due figlie: Rachel Wolf e India Wolf. A soli 21 anni, nel 1981, quando è ancora una studentessa universitaria, Lin vince un concorso pubblico per la progettazione di un monumento dedicato alle vittime del Vietnam. Il muro di granito sul quale sono stati incisi i nomi dei caduti di guerra, viene inaugurato il 13 novembre 1982, ad appena poco più di un anno dalla stesura del progetto. Il monumento a forma di V ha i due lati rivolti sia verso il monumento di Abraham Lincoln che quello di George Washington. L'idea ispirata di Lin che l'ha portata ad immaginare la sua opera come una voragine o ancor più drammaticamente una ferita nella terra, vuole rappresentare simbolicamente la vacuità interiore provocata dalla tragica perdita di tantissime vite umane.
In sostanza, ridotto ai minimi termini, il Memoriale per i Caduti in Vietnam è un semplice muro, un lungo muro sul quale sono stati incisi i nomi di tutti i soldati americani morti in quella guerra: la gente viene, va a cercare il nome del suo caro perduto (figlio, padre, marito, fratello, amico...). L’idea più semplice del mondo, e anche la più commovente: va ricordato che negli anni ’60 e ’70 in guerra andavano i ragazzi “di leva”, e non soltanto i volontari come accade oggi. Le manifestazioni di protesta degli anni ’60 avevano proprio quest’origine, ragazzi di vent’anni presi e costretti ad andare a morire in una guerra assurda e lontana. Se oggi non c’è più obbligo, bisogna ringraziare tutti quelli che, in quegli anni e anche prima, hanno protestato e sono andati in prigione; tra di loro, anche persone famose e al culmine della loro carriera, come il pugile Cassius Clay.
Tornando a Maya Lin e al suo Monumento ai Caduti, viene spontaneo il paragone con tanti altri edifici e monumenti costruiti in questi ultimi decenni, anche qui da noi. E viene spontaneo anche aprire un discorso su tutta la Storia dell’Arte: spesso le cose fatte negli ultimi venti o trent’anni sono del tutto insensate, quello che cinquanta o settant'anni fa, ai tempi di Duchamp o di Piero Manzoni, poteva essere una provocazione (più o meno utile o divertente), oggi viene fatta passare per arte, si diventa dei maitre à penser con poco. Cos’è dunque l’Arte? Il discorso più sensato che ho sentito (io non ho titoli per dirlo) è quello di chi faceva notare che le grandi opere d’arte del passato avevano quasi sempre una funzione quotidiana, non nascevano per caso. Una Madonna o un Crocifisso, per esempio, erano prima di tutto oggetti di culto, da collocare sugli altari; e un Palazzo o una Chiesa o una Fortezza erano prima di tutto luoghi residenziali, fortificazioni, luoghi di culto, e al primo posto c’era sempre l’utilità pratica. Poi, poteva succedere che un pittore dipingesse l’Ultima Cena sulla parete del refettorio dei frati, e che la gente la trovasse così bella da parlarne in giro, e che poi venisse altra gente da ogni parte del mondo per vederla, quell’Ultima Cena.
Non so, il Memoriale costruito da Maya Lin può anche non piacere, lo si può trovare un’idea banale, ma ai parenti delle vittime della guerra è piaciuto, piace, fa pensare, ci si commuove. A me sembra un’ottima cosa, e anche un ottimo punto di partenza per ripensare l’Arte e il ruolo dell’artista.
(le immagini vengono da wikipedia e dai numerosi siti internet dedicati a Maya Lin e al Vietnam Veterans Memorial, Washington DC)

martedì 9 agosto 2011

Prospettiva




B.C. di Johnny Hart è stato uno dei fumetti più clamorosamente divertenti che mi sia mai capitato di leggere. Soprattutto le prime strisce e le prime tavole, come questa, erano formidabili: spero che si possano ancora recuperare, magari in libreria. Io le trovavo sul mensile Linus, quello fondato da Giovanni Gandini e diretto poi per molti anni da Oreste Del Buono. Non compero più fumetti da tanti anni, ma se ci fosse ancora un giornale così, anche su internet, sarei disposto a pagare come facevo un tempo, pur di leggerlo...
B.C. è la sigla che da noi corrisponde ad a.C. ,"avanti Cristo" (before Christ): un gruppo di cavernicoli, l'immenso Grog (che forse è umano anche lui), dinosauri, sassi, uccelli, formiche, margherite, qualsiasi cosa.

domenica 15 maggio 2011

Moschee e minareti

Ogni volta che si parla di moschee e minareti succede un pandemonio. In Svizzera hanno fatto un referendum, qui da noi c’è una proposta di legge in Parlamento, importante perché viene da un partito che è al governo giù a Roma, la Lega Lombarda. Si tratta di regolamentare la costruzione delle moschee, e tra le varie norme ce n’è una che prevede un referendum tra i futuri vicini di casa della moschea. Se i cittadini votano no, la moschea non sarà costruita.

Metto da parte le reazioni più emotive e provo a ragionarci sopra. La motivazione ufficiale è che costruendo una moschea sorgerebbero molti problemi, per esempio i parcheggi, l’afflusso di persone, la delinquenza che ne seguirebbe, eccetera. Se è così, concludo, sono d’accordo: se passa questo principio, la legge si potrà facilmente estendere anche alle discoteche, agli stadi di calcio, ai grattacieli, alle autostrade, e magari anche alle costruzioni civili.
Qualcuno vuole costruire un palazzo di sette piani o un grattacielo davanti a casa vostra? Referendum. Qualcuno vuole costruire un centro commerciale dove adesso ci sono campi e prati? Referendum. Qualcuno vuole aprire una discoteca sotto casa vostra? Non sia mai, parcheggi selvaggi, baccano fino alle quattro del mattino, bottiglie rotte, adolescenti drogati e ubriachi. Referendum anche qui. Referendum, referendum su ogni cosa: perché mai limitarsi solo a moschee e minareti?
Se io fossi in Parlamento, riempirei di emendamenti questo progetto di legge. Mica perché credo che ci si possa fare qualcosa, ma così, solo per divertimento e per far passare il tempo.

venerdì 13 maggio 2011

De architectura

Gli architetti sono persone strane: costruiscono cose che ti trovi davanti e che sei obbligato a vedere, e con le quali sei obbligato a convivere; ma non ti chiedono mai cosa ne pensi.
Se nonostante tutto dici cosa ne pensi, ti guardano come se fossi un cretino: non hai capito, non puoi capire, scuotono la testa e non ti degnano più di uno sguardo. Possono farlo, perché gli architetti – i Grandi Architetti – sono sempre vicini a chi ha i soldi e a chi detiene il potere. Ed è ovvio: se ci tieni tantissimo a costruire un grattacielo, chi vuoi che te li dia i soldi e i mezzi per farlo? Via, non scherziamo, con i soldi che ho io si farebbe fatica anche a costruire un pollaio.
Quando leggo le interviste con i Grandi Architetti mi diverto sempre molto: ormai mi sono rassegnato, mi aspetto che giustifichino qualsiasi cosa, anche che si costruisca nei letti dei fiumi, sugli argini, nei parchi nazionali, tutto, e quindi prendo la cosa con sommo divertimento (beh quasi...). E non importa chi sia il Grande Architetto, se sia di destra o di sinistra, giapponese o australiano, svizzero o iraniano, prima o poi, con maggiore o minore durezza, con maggiore o minore educazione, ci si arriva sempre: «i miei progetti sono magnifici, e voi non avete il diritto di contestarli». Si fanno le domande e poi si danno ragione da soli, gli architetti: forse è vero che architettura e dittatura viaggiano sempre insieme, come diceva non ricordo più chi; e non a caso gli architetti ammirano sempre moltissimo Speer e Terragni, architetti di regime come pochi altri.

Per esempio (ma sono solo gli ultimi due esempi che ho trovato, ce ne sarebbero a bizzeffe):
“Coop Himmelb(l)au”, nata nel 1968, sta edificando gli edifici più radicali del pianeta. «Siamo ancora dei rivoluzionari – dice uno dei fondatori, Wolf D. Prix – ma abbiamo imparato che non si può avere tutto e subito».
FANTASIA AL POTERE? NOI, INTANTO, LA COSTRUIAMO
(...) - Il Comune di Parigi ha dato uno storico via libera alla costruzione di grattacieli. E anche Roma sta rompendo il tabù. Lei è d'accordo?
«Il grattacielo è diventato una sorta di archetipo dell'architettura. Credo che in una città multifunzionale non vada escluso a priori nessun tipo di costruzione» (...)
- Cosa spera che pensino e sentano i fruitori delle sue opere?
«Spesso, nei nostri edifici, noi progettiamo aree che non sono pensate per uno scopo preciso. Sono aree comunitarie che saranno poi le persone a decidere se e come utilizzare. Non progettiamo personal living spaces. Vogliamo anzi che tutti possano fruire nel modo più libero possibile delle nostre opere, noi non vogliamo imporre soluzioni». (...)
(di d.castellani perelli, il venerdì di repubblica 25.02.2011)
Insomma, si fanno le domande e si danno ragione da soli... Magari chiedono “cosa ne pensi” alle persone che frequentano, e così un giornalista, quattro ristoranti e due vetrine diventano “cosa ne pensa la gente”. Eppure le domande da porre sarebbero molte: per esempio, è possibile continuare a costruire grattacieli dopo Fukushima? Il terremoto in Giappone ha messo in crisi sia l’energia idroelettrica che quella nucleare, e i grattacieli richiedono moltissima energia elettrica per funzionare. E, inoltre, i grattacieli significano parcheggi, automobili, fognature, depuratori, acqua potabile, non mi sembra che si tenga davvero conto di tutto questo quando si dice “Il grattacielo è diventato una sorta di archetipo dell'architettura. Credo che in una città multifunzionale non vada escluso a priori nessun tipo di costruzione”.

Gli architetti (“archistar”) quando rispondono (se rispondono) dicono che usano le nuove tecnologie, e quindi il loro grattacielo è “ecologico”. Apriti cielo. Quante cave sono state svuotate per costruire un grattacielo? Basterebbe questa domanda per far drizzare i peli su per la schiena... Chiedo scusa per lo sfogo, ma questa è proprio l’arroganza inarrivabile dei potenti e dei fighetti, arroganza perché loro fanno quello che vogliono, e se uno di noi prova ad alzare un sopracciglio viene subito bollato a fuoco. Figuriamoci poi se si scrive, se si parla...
La domanda finale è però questa: ho messo in questo post un po’ di esempi di progetti effettivamente realizzati e mi chiedo se ci sia un senso in queste costruzioni, al di là del fatto puramente estetico. Come si vive in questi edifici? Cosa ne pensano le persone che ci vivono e ci lavorano? Quanto costa la manutenzione di queste strutture?
Per spiegarmi meglio: una volta sono andato con mia zia nel Palazzo della Pilotta, a Parma, e mia zia ha osservato che, con lo spessore di quelle mura, sul davanzale di una finestra della Pilotta ci poteva stare tutto il suo locale da bagno, vasca compresa. Ed era vero, i muri della Pilotta sono spessi anche due o tre metri: la Pilotta era una fortezza, e le mura dovevano reggere alle cannonate. Ecco dunque giustificata la spesa enorme e la grande fatica di costruire mura così spesse.
Si può dire la stessa cosa della casa a forma di binocolo costruita da Gehry, o dei grattacieli elegantemente curvi che sorgeranno a Milano? E’ funzionale per i musicisti lo scempio che è stato fatto da Botta dei palazzi dietro la facciata della Scala, a Milano? E che dire del quartiere ZEN a Palermo, di Punta Perotti a Bari, dei mostruosi edifici a Roma e a Napoli, tutte opere che portano firme importanti? Mah: io non ho mai trovato nessuna risposta a queste domande, sui giornali e in tv c’è spazio solo i politici e gli “archistar” che si dicono bravi da soli.
(nelle immagini ho messo soltanto costruzioni di Frank Gehry, ma avrei potuto tranquillamente estendere il lavoro a chiunque altro. Le fotografie vengono quasi tutte da varie riviste degli anni passati, soprattutto L'Espresso degli anni '90). (La casa a binocolo è a Venice, California).

martedì 10 maggio 2011

De Chirico e il razionalismo

Mi piaceva molto De Chirico, e devo dire che lo ammiro molto anche adesso, ma davanti a quelle sue piazze vuote oggi sento crescere dentro di me uno strano malessere.
Le piazze vuote disegnate da Giorgio De Chirico (1888-1978), abitate solo da manichini di legno, sono quelle dei sogni. Nei nostri sogni notturni capita spesso di vedere piazze così, locali così, posti abitati da ombre oppure deserti, con luci innaturali, passanti misteriosi che non si fermano e camminano via rasente ai muri, senza mai sostare o sedersi. E’ dunque la rappresentazione di un sogno, il mondo di De Chirico: siamo vicinissimi al surrealismo. Nella realtà quotidiana, la cosa più vicina a un quadro di De Chirico, fino a pochi anni fa, era camminare in una delle nostre piazze all’alba, o magari nel primo pomeriggio in un giorno d’estate; altrimenti, le nostre piazze erano sempre piene di gente, e a me piaceva che le piazze fossero piene di gente.
Mai e poi mai avrei pensato che qualcuno avrebbe preso le piazze vuote di De Chirico e le avesse progettate e costruite sul serio. Le piazze senza gente di De Chirico sono belle solo nei quadri e nei rendering degli architetti: trasportate nel mondo vero producono città inabitabili, cimiteriali, abitate da gente frettolosa, spaesata, impaurita.
L’altro modello degli attuali governatori del nostro vivere quotidiano sono i marmi bianchi e funerei del Razionalismo, presi a modello soprattutto dagli studi del comasco Terragni. Il risultato sono luoghi come la piazza davanti alla Stazione Centrale di Milano: dove prima c’era un gran casino ma tutto sommato si stava meglio. Sono sparite le edicole, i bar, persino le fontanelle d’acqua se avevi sete, quelle che bastava premere una levetta e veniva su uno spruzzo fresco e gentile, ottimo anche per fare scherzi agli amici quando hai sedici anni e cominci a scoprire il mondo, partendo dalle Stazioni. Adesso bisogna pagare tutto, nelle Stazioni: anche l’acqua da bere, sissignore. Anche se ti scappa la pipì, bisogna avere le monete da un euro in tasca altrimenti sono guai (ai bambini scappa sempre la pipì, nelle Stazioni: fonte sicura di guadagno, quindi; quattro bambini quattro euro, e se la fanno sul posto ancora meglio, scatta la multa per i genitori e l’introito decuplica). Lo stesso criterio l’ho visto adottare a Como, e in altre città: il modello dominante oggi è quello, marmi bianchi, autobloccanti ovunque, fontane di metallo, via le edicole, via le panchine, via tutto, il mondo come un’enorme rendering, e al posto di noi umani tanti omini del Lego, che non sporcano e non rompono e non delinquono.
La Stazione Centrale al suo interno è diventata un enorme centro commerciale: la biglietteria è stata collocata in fondo in fondo, per arrivarci bisogna fare una bella camminata (provare per credere). Anche l’accesso ai treni è stato modificato: prima bastava salire la scala mobile, adesso devi fare un giro tortuoso che ti fa passare davanti a negozi e vetrine – ma beni di lusso, perché la Stazione Centrale non è mica un posto per gente qualsiasi e bisogna selezionare bene i clienti. Perché di clienti si tratta, e non più di viaggiatori: e gente che spenda, mi raccomando, e non straccioni con pochi soldi in tasca.
La Stazione Centrale, al suo esterno, è diventata una piazza di De Chirico: marmi ovunque, vuoto infinito davanti a te e in ogni dove, se provi a sederti il vicesindaco De Corato (De Corato, non De Chirico) prima ti multa e poi fa annaffiare i marmi, così se ti siedi ti bagni. E se hai preso una storta? Se sei anziano e hai bisogno di riposare cinque minuti? Se sei una mamma con dei bambini e hai bisogno di sederti un attimo per sistemare qualcosa che quei discoli ti hanno combinato? E se vuoi mangiare un gelato passeggiando?
Chi se ne frega, questa è una piazza del Razionalismo, marmi bianchi, spettrale e irreale come i palazzi dell’Eur; mica ci si siede e si fa schiamazzo, mica si mangia il gelato con la morosa, al Monumentale. Questa è una piazza di De Chirico, costruita su misura per i manichini: cosa ci fate qui, voi esseri umani?

(nella foto qui sopra, presa da La Repubblica edizione milanese del 6 maggio 2011, gli addetti dell’Amsa mentre bagnano i marmi davanti alla Stazione Centrale di Milano) (il primo dipinto di De Chirico ha per titolo “Malinconia”, il secondo è "Piazza d'Italia", del terzo qui sotto non so più il nome ma quello lì in mezzo potrebbe anche essere il Pirellone, nell'immaginazione di chi innaffia le piazze tutto è possibile)

sabato 4 settembre 2010

Christo Javacheff

L’acqua che si ripulisce passando attraverso la terra, da bambino, mi era sembrata una cosa incomprensibile. Come è possibile, mi chiedevo: caso mai, l’acqua nella terra si sporca, perché la terra è sporca; altrimenti, perché mi fanno lavare le mani dopo che ho giocato con la terra?
Questo era ciò che mi suggeriva la mia esperienza immediata, e so che era così (forse lo è ancora) per molti adulti; invece no, la terra filtra l’acqua e la depura. L’avrei imparato bene molti anni dopo, a scuola, studiando chimica: non tutta la terra filtra l’acqua, c’è terra e terra, ma se l’acqua che peschiamo dalle falde sotterranee e dalle sorgenti è pura e leggera è proprio perché passa attraverso la terra. La stessa cosa viene fatta oggi, artificialmente, con i depuratori e i demineralizzatori: che fanno passare l’acqua attraverso delle resine, ma quelle resine altro non sono che terra, terra opportunamente selezionata e trattata per aumentarne l’efficienza.
Ora, immaginiamo cosa potrebbe succedere all’acqua se stendessimo un enorme velo di domopak o di polietilene su tutta la superficie terrestre. L’acqua piovana non finirebbe più dove vuole lei, ma dove la incanaliamo noi: nelle fogne, nei tombini. Di conseguenza, l’operazione di filtraggio non avverrebbe più.
Non è una fantasia, è esattamente quello che abbiamo fatto negli ultimi cinquant’anni e che stiamo continuando a fare: asfalto e cemento impermeabilizzano il suolo, l’acqua viene incanalata nelle fogne, e di conseguenza i fiumi sono inquinati, le falde sono inquinate, e c’è bisogno dei depuratori (detto per inciso, anche i depuratori hanno un forte impatto ambientale: i depuratori sono delle enormi piscine, anch’esse fatte di cemento e di materie plastiche).
Seguendo questi ragionamenti, ho finalmente capito l’arte del bulgaro Christo Javacheff, diventato famoso per i suoi “impacchettamenti” ambientali, e che si è sempre fatto chiamare con il solo nome di battesimo, Christo.
Christo ha impacchettato di tutto, fiumi, isole, monumenti, palazzi e grattacieli. Non ho mai capito cosa ci fosse di artistico in questi impacchettamenti, adesso finalmente ci sono arrivato: più o meno consciamente, Christo (che ha iniziato a “lavorare” nell’epoca in cui nacquero le borse di plastica usa e getta) ha trovato il modo di esprimere la perfetta metafora di quello che l’uomo stava facendo al suo ambiente. Le generazioni future si ricorderanno di noi per queste cose, per aver distrutto completamente le aree coltivabili e per aver avvelenato aria e acqua; e Christo Javacheff ha rappresentato benissimo questo nostro incessante lavoro di soffocamento.
PS: Christo non è uno pseudonimo: in Bulgaria è d’uso normale chiamare i figli con il nome di Cristo, così come in Spagna si usa molto Jésus. Da noi non si usa, e anzi fa un po’ impressione: ma adesso che ci penso, trovo che l’idea delle sofferenze di Cristo inchiodato alla Croce siano perfette per esprimere le sofferenze di questa nostra povera madre Terra.
PPS: nelle foto, Christo con la moglie (coautrice delle sue opere); un impacchettamento sul mare vicino a Sydney, uno in Colorado, e un'isola che non ricordo più dov'è. (volendo, c'è anche qualcosa fatto a Milano, piazza del Duomo).

domenica 16 agosto 2009

Manierismo


(9 maggio 2003)
E finalmente sono andato a Parma, alla bella mostra sul Parmigianino. Per dire le cose come stanno, la mostra si chiama così: Parmigianino e il manierismo europeo. La mia amica di Reggio mi fa delle domande, pensando che io sappia; ma si sbaglia, perché la mia cultura è sempre un po' incerta, davo un po' troppe cose per scontate e non mi sono preparato. Perciò arrivo a casa e prendo il dizionario:
Manierismo: corrente artistica del tardo Rinascimento, tendente all'imitazione esasperata di Michelangelo e di Raffaello. Per estensione: ogni orientamento che, in arte o in letteratura, si basa sull'imitazione di un modello ricercando l'originalità nella variazione stilistica e nella complicazione formale (manierismo alessandrino) . Eccetera. Alla voce manierista c'è anche scritto: artista, scrittore privo di originalità. Pian piano comincio a rimettere insieme i pezzi. Sì, mi ricordavo il giudizio negativo sul manierismo: in pratica, è come dire con belle parole che si copia. Ma poi penso al Pontormo, e al Parmigianino stesso, e magari ai preraffaelliti inglesi dell'800: sono dipinti straordinari, e il conto non mi torna. E' proprio vero che queste sono definizioni molto scolastiche, e valgono solo come metodo per studiare e poi ricordare; e che ogni artista ha la sua personalità, che poi sta stretta nelle definizioni. E continuando a ragionare mi ricordo di un'altra definizione che ho trovato sul Manierismo, ma questa volta più positiva: il manierismo è anche una maniera di fermarsi a riflettere e a ripensare, dopo anni di avvenimenti importanti.
Fermarsi e fare un po' d'ordine nei nostri pensieri, insomma: come facciamo noi dopo aver fatto un bel viaggio, per esempio, o dopo aver conosciuto delle belle persone. E nel Novecento è successo davvero di tutto: forse è il caso di fermarsi, ripensare e riflettere, e darsi almeno per un po' ad un sano Manierismo, almeno nell'arte...

mercoledì 5 agosto 2009

Marinetti

«Le locomotive dall’ampio petto...»
Ma chi è che ha scritto questa cosa? Sulla lapide c’è scritto: ah, ecco. Adesso è tutto chiaro, solo un grande xxxxx come Filippo Tommaso Marinetti poteva inventarsi una cosa come questa.
E chi l’ha messo qui su questa lapide? C’è scritto anche questo, a futura memoria: i posteri saranno contenti e riconoscenti, un ex sindaco in un impeto d’orgoglio. Il monumentino, per fortuna defilato, è formato con due vecchie traversine incrociate: tutto qui, molto semplice e neanche sgradevole, se non fosse per quella lapide tronfia.
Marinetti è l’uomo che elogiò la guerra, «la guerra come igiene del mondo»: come si fa ad avere simpatia per uno così? Uno che si inventa lo “zzang tumb tumb” (elogio, per l’appunto, del rumore igienico delle bombe e dei proiettili sul campo di battaglia), e lo fa quando già erano stati inventati i fumetti, come si fa a farlo passare per un grande artista? Da bambino ero curioso, poi ho conosciuto meglio Marinetti e la curiosità mi è passata.
Ho ancora una certa simpatia per il futurismo, soprattutto per i russi e per quelli che l’hanno seguito, ma nei suoi aspetti migliori, con umorismo e ironia: e penso a belle persone come Bruno Munari, che dal futurismo è partito. Ma su F.T.Marinetti, via, cos’altro dire? Uno che elogia la guerra come igiene del mondo, e lo fa subito dopo i milioni di morti della Grande Guerra, con l’orrore dei gas e della guerra in trincea, non può che essere un grandissimo xxxxx: parola di cinque lettere, se genio o pirla o pazzo o pippa decidetelo voi; intanto io vado a prendere le tavole di Winsor Mc Cay, anno 1905 e anche prima, e mi ci perdo dentro come sempre. Per uno come Marinetti non voglio sprecare altro tempo.

sabato 25 luglio 2009

A proposito di tagli alla cultura

Ecco una piccola lista di cose e persone, necessariamente incompleta, che un ragazzo di 15 o 20 anni non ha mai visto in tv (tantomeno sulla Rai, servizio pubblico): Charlie Chaplin, Buster Keaton, un concerto di Beethoven, un’intervista a Claudio Abbado, un’opera lirica, il teatro di Pirandello, l’hockey su ghiaccio, il curling, Carlos Kleiber, un quartetto d’archi, il basket NBA, Raoul Casadei, “Rashomon” di Kurosawa, “La strada” di Fellini, un balletto classico, un balletto moderno, un cantastorie siciliano, un fisarmonicista vero, eccetera eccetera eccetera.
Quand’ero ragazzo io, e fino a una decina d’anni fa, queste cose in tv passavano con grande facilità. Insomma, c’era la possibilità di farsi un’idea del mondo indipendente dalle campagne pubblicitarie e da tutto il resto che tanto piace a chi ci comanda oggi. O, per dirla meglio: “Alcune sere fa si è verificata a Roma una concomitanza di eventi. All’Auditorium, Claudio Abbado dirigeva la Settima Sinfonia di Mahler; al teatro Sistina, Enrico Montesano debuttava con il suo varietà “Noio vulevam savuar”. Con tutto il rispetto per Montesano, i due eventi erano assolutamente incomparabili. Ad ascoltare Mahler c’era il Presidente della Repubblica; a vedere il varietà c’era Silvio Berlusconi. Ognuno passa le serate come crede, ovviamente; ma, passandole come crede, si rivela. In cinque anni, il capo del Governo non ha mai, dico mai, manifestato il minimo interesse, la minima premura, per libri, cinema, teatro, arti figurative, musica, insomma la cultura. Dirò di più: questa parola, “cultura”, egli non l’ha mai pronunciata. Ci meravigliamo se, dal profondo della sua insensibilità, egli abbia detto sul teatro d’opera, a cominciare dalla Scala, le offensive sciocchezze che ha detto? (…)” (Corrado Augias, 21 ottobre 2005, La Repubblica- rubrica lettere)

I portici di Santa Maria Novella

Tre anni fa, il 23 giugno del 2002, ero a Firenze e faceva un caldo boia, prologo a quello memorabile che sarebbe venuto l'anno seguente, e che sarebbe durato quasi tutta l'estate. Era quasi mezzogiorno, ed ero dentro Santa Maria Novella; stavo pensando a dove andare a ripararmi dal caldo, ma nei portici del chiostro c'era un quartetto d'archi, e stava per iniziare un concerto. E così mi siedo su un gradino, in un angolo ben riparato, e mi metto in ascolto con le altre persone presenti. E si stava bene, sotto gli antichi portici, nell'atrio dell'antico chiostro. Ogni volta che si parla di caldo, del gran caldo (e lo si è fatto spesso, soprattutto nei tg, in questi ultimi anni...) ripenso a quel mio mezzogiorno fiorentino, e all'abilità di quegli antichi costruttori, che sapevano bene cosa stavano facendo e perché lo facevano. Oggi abbiamo dei materiali migliori, almeno in teoria: ma si costruiscono cose senza senso, in cemento, senza alberi, senza portici (costano troppo e non portano soldi), in fretta; e sembra quasi che gli architetti, quando li lasciano lavorare, s'inventino forme strabilianti solo per distinguersi gli uni degli altri, ma senza una vera utilità pratica per chi, poi, nelle città ci dovrà vivere.
E invece io quel giorno a Firenze, come i fiorentini dei secoli passati e lontani, mi sono riparato dal caldo e sono stato bene per un'ora. A proposito, il programma del concerto era questo: Haydn, Quartetto in re maggiore op.65 n.5 "L'allodola" ; Cherubini: Quartetto in fa maggiore n.5, op. post.; Mozart: Rondò "in una pagina sola". Intorno a me, gli affreschi di Paolo Uccello (danneggiati dall'alluvione del 1966, che peccato); e, sulle colonne, una decorazione fantastica con uccelli simili a gufi o barbagianni, decisamente curiosa e molto rossiniana, sui quali vanno a posarsi i passeri e i piccioni, incuriositi o forse disturbati dal concerto. All'ora canonica, le campane di Santa Maria Novella si fanno sentire e il primo violino s'interrompe per un attimo, sorridendo e indicando il cielo con l'archetto: ubi maior... A fine concerto, all'uscita nella piazza assolata, i piccioni sostano sulle quattro tartarughe alla base dell'obelisco col giglio, e paiono formare una strana bestia, forse una nuova specie d'ippogrifo pronta a volare via (ma, forse, è solo l'effetto del caldo che torna a farsi sentire nella mia testa...)