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lunedì 6 luglio 2020

Boiacca e Buricchio


La parola "buricchio" salta fuori da un quiz televisivo: bisogna indovinare cosa significa. Io indovino subito, perché mia nonna a Parma aveva un gatto che si chiamava così, ma con la maiuscola: Buricchio. Scoprire che "buricchio" è una parola che si trova sui dizionari un po' mi sconcerta, sarà vero? Sul mio Zingarelli, per esempio, non c'è. Provo a fare una ricerca on line, e su wikipedia trovo quel che cercavo: non c'è una voce a nome "buricchio", come mi aspettavo, ma trovo comunque un rimando a un libro per bambini che si chiama "Sussi e Biribissi", scritto da Paolo Lorenzini nel 1902. Paolo Lorenzini è figlio di Carlo Collodi, come a dire il fratello di Pinocchio (Collodi è uno pseudonimo, per chi non lo sapesse), e Buricchio è un gatto amico dei due protagonisti del libro. Forse è proprio da quel libro che mia nonna aveva preso il nome del gatto che dormiva sereno sul centrotavola della sua casa.
 

I dizionari, si sa, riservano molte sorprese: una volta sistemato Buricchio, devo dire che la sorpresa più grande per me è stata trovare la voce "boiacca" sullo Zingarelli. Non me l'aspettavo proprio, e dopo tanti anni non mi sono ancora ripreso. Ho sempre pensato che fosse una voce gergale, dialettale, e invece ecco cosa mi dice il dizionario: «Boiàcca (etimologia incerta): nell'edilizia, malta cementizia fluida usata durante la messa in opera di mattoni e piastrelle di rivestimento, per farli aderire tra i loro interstizi, al pavimento o alla parete.»
Che dire, ho avuto molti muratori in famiglia, boiacca è una parola che ho ascoltato spesso e dentro di me ero ben convinto che fosse una parola veneta, magari una storpiatura di termini tecnici come "calcedrà" (calcio idrato, la calce). Invece no, boiacca ha il suo posto nello Zingarelli e adesso che lo so ne sono ben contento, perché è una parola legata al mondo del lavoro e a persone che mi sono state care.

PS: il gattino è del 1902, ma non è Buricchio.

mercoledì 26 febbraio 2020

Darwinismo sociale


Tra i luoghi comuni più ripetuti ha un suo posto particolare l'espressione "darwinismo sociale". Da dove viene, che significa? A me piace leggere gli scritti di Charles Darwin, non mi posso dire un esperto ma nei suoi libri ho trovato tantissime osservazioni, pensieri, intuizioni, ma niente che giustificasse davvero questa espressione. Darwin è un attento osservatore della realtà: parla di evoluzione delle specie, di origini comuni per specie diverse, e anche di selezione naturale ma nel senso che il meno adatto all'ambiente ha difficoltà a sopravvivere, non certo che una specie si mangia l'altra e vince il più grosso e il più cattivo. Centrale nell'opera di Darwin è lo studio sui fringuelli delle Galapagos: nati come granivori, i fringuelli migrati su isole meno ricche di vegetazione erano diventati insettivori, e nel nuovo ambiente erano stati favoriti gli esemplari dotati di un becco più lungo e sottile, più adatti alla nuova dieta.
Un adattamento all'ambiente, una lotta per la vita (struggle for life) ma non nel senso che gli vorrebbero dare sociologi ed esperti di economia, per i quali "darwinismo sociale" ricorda molto "la legge della giungla", o comunque viene quasi sempre presentato così, il lupo mangia l'agnello, il pesce grosso mangia il pesce piccolo, e così via. Non sto a tirarla troppo in lungo, l'intera storia si può trovare qui, per chi fosse interessato; la conclusione a cui sono arrivato io è che "darwinismo sociale" è una scemenza che si sono inventati i sociologi, e quando trovo questa espressione in uno scritto comincio a dare segni di insofferenza, salto qualche riga o qualche pagina, e prima o poi interrompo la lettura, a meno che proprio non ne valga la pena.

PS: mentre finisco di sistemare il post, trovo su un quotidiano importante "ferocia darwiniana": provate a leggere la biografia del povero Darwin, sarà difficile trovare una persona più mite e riservata, e quanto ai suoi libri vale quanto ho scritto sopra. Ma, ormai, i luoghi comuni hanno preso il posto delle virgole e dei punti, tutti li ripetono meccanicamente, non si pensa più a quello che si dice e si scrive, e anche questo è un segnale dei brutti tempi che stiamo vivendo. Un tempo, quantomeno, si potevano spiegare queste cose con l'ignoranza; ma oggi, in tempo di internet, l'ignoranza si potrebbe colmare facilmente. E invece...

 
(Gary Larson, dal mensile "Linus", anni '90)

lunedì 15 luglio 2019

Sbruffoncello


"Sbruffone", secondo il dizionario, è chi le spara grosse, chi minaccia e promette ma poi non combina niente. Nelle scorse settimane, il ministro degli Interni Salvini ha usato questa parola, per di più con un diminutivo ridicolizzante, per indicare una persona che invece è andata diritta per la sua strada e ha fatto quello che aveva promesso di fare. Si tratta ovviamente della tedesca Carola Rackete, capitano di una nave che ha soccorso dei profughi: le si possono imputare errori e si può discutere sulle sue decisioni, ma di certo non è una "sbruffoncella" come ha detto Salvini. Così come è più che certo la manovra effettuata dalla Rackete non è stata affatto una "azione di guerra" (altra frase usata da Salvini in quei giorni), tutt'altro. Magari una manovra pericolosa, ma di guerra non ha parlato nessuno che abbia un po' di buon senso. Le parole che si usano sono importanti, soprattutto se si ricopre un ruolo pubblico; di conseguenza, se Salvini usa le parole a vanvera e poi non le ritira scusandosi, mi viene da pensare che sia poco attendibile anche nelle sue altre dichiarazioni pubbliche. E se fosse un'altra persona verrebbe anche da chiedersi quali siano i suoi veri pensieri e i suoi veri scopi, ma con Salvini è tutto ben chiaro e alla luce del sole. Viene anche da chiedersi chi c'è dietro Salvini, che non somiglia certo a un genio della politica, ma qui mi fermo perchè sto cominciando ad andare un po' troppo in là, e francamente comincio ad aver una grande paura del futuro. Settantacinque anni di pace in Europa sono tanti, una cosa mai vista da quando esiste la memoria umana; in questi ultimi anni abbiamo scoperto che la pace e la prosperità non a tutti piacciono.

martedì 21 maggio 2013

Neolingua

C’è una dittatura, in “1984” di George Orwell; e uno dei suoi aspetti principali è la creazione di una lingua nuova, che nelle versioni italiane del romanzo di solito viene chiamata “neolingua”. Ci pensavo ieri sera, e a dire il vero ci penso ogni giorno di più perché di parole inventate o riadattate ne abbiamo sempre di più.
Provo a fare un elenco veloce delle principali:
- l’uso di “ministra” invece di ministro, e simili (sindaca, sindachessa, magistratessa...). Ieri sera, per radio, c’era appunto una signora che diceva con toni accorati che dire ministra a una donna che fa il ministro è importante e fondamentale, altrimenti si ricade nella cultura maschilista. Mah. Non dico che non se ne debba discutere, la lingua parlata è una lingua viva e cambia continuamente, come tutte le cose vive; ma se avete studiato un po’ di tedesco, o di latino, avrete imparato che esiste il genere neutro. La notizia dell’esistenza del genere neutro di regola scatena ilarità e doppi sensi negli studenti e studentesse italiani e italiane (di tutte le età, anche nei corsi per adulti), e allora l’insegnante spiega con pazienza che il genere neutro esiste anche in italiano, solo che non lo si insegna a scuola perché sarebbe una complicazione inutile. Alcuni esempi: le parole volpe, oca, gatto, cigno, e simili, indicano sia il maschio che la femmina; e sono quindi vocaboli neutri. La stessa cosa succede con parole come pubblico, studenti, passeggeri: genere neutro. Star lì a specificare ogni volta quanti sono i maschi e quante le femmine tra i passeggeri e tra gli spettatori è davvero una complicazione inutile, ma vedo che le complicazioni inutili piacciono, io non mi ci abituerò mai ma vedo sempre di più che alla gente piace moltissimo complicarsi la vita.
- femminicidio: da quando si parla di femminicidio, le donne assassinate sono state sempre di più. E’ impressionante. E non solo le donne: la madre che butta i due figli dalla finestra è di pochi giorni fa, c’è una crescita spaventosa della violenza che si vorrebbe arginare con una parola. Figuriamoci cosa importa a un pazzo omicida se l’azione che sta commettendo si chiama femminicidio o omicidio o assassinio o infanticidio, o magari geriatricidio, giulianicidio, fate voi.
- negritudine: è una parola che denota l’orgoglio di avere la pelle nera, e fu inventata da una grande persona, Léopold Sédar Senghor, primo presidente del Senegal indipendente. Adesso mi vengono a dire che dire negro è razzismo, ma negro è una parola italianissima, documentata da secoli, e anzi ci sono molte persone che fanno di cognome Negro, Negri, Negretti, Negrini, Negroni. Nell’equivoco è caduto perfino una persona di cultura come Gianni Mura: si vede che di Senghor e della negritudine mi ricordo soltanto io. Della confusione intorno alla parola “negro” ho già parlato qui, per intanto prendo atto che nessuno ha fatto notare, in questi giorni, che la presenza nelle istituzioni di razzisti dichiarati come il deputato leghista Borghezio è un gentile omaggio fatto a noi tutti dal signore che è proprietario del Milan fin dal 1994. Ne vogliamo parlare?
- Stalker: per me rimarrà sempre il film di Andrej Tarkovskij, la solitudine dello Stalker, il volto sofferto dell’attore Kajdanovskij. Volete parlare di molestie e di minacce? Ci sono le parole che usiamo da sempre, molestie e minacce. Vi pare poco? A me no, non mi piace essere molestato né minacciato, né tanto meno essere picchiato o ferito. Stalking è una parola inglese, che si usa comunemente nei paesi di lingua inglese: seguire una traccia, andare a caccia. Stalker è anche una guida attraverso luoghi sconosciuti (è questo il senso del titolo del film di Tarkovskij). Come mai si usa la parola stalking e stalker nel senso negativo, e sempre e solo in quello? Facile, c’era un ministro (pardon, ministra) in cerca di visibilità; e siccome siamo nel paese dei pubblicitari cos’altro si può fare, se non cambiare etichetta a un prodotto per dargli visibilità sugli scaffali? Siamo ormai in un immenso ipermercato, ma la verità triste è invece un’altra: il governo di cui faceva parte quella ministra ha tagliato i fondi alla polizia, e adesso le vittime delle molestie (stalking, detto in neolingua) sono più in pericolo di prima. La cronaca quotidiana ne è purtroppo la conferma.
- Austerità: in questi giorni ho sentito dire che a Cipro si licenzia perché c’è l’austerità. No, austerità è tenersi il cappotto dell’anno prima, o magari per dieci anni di fila se ci riuscite. Austerità è consumare con attenzione, non correre dietro alle mode, tenersi il telefonino se funziona ancora anche se non ha gli ultimi gadgets, queste cose qui. Se si vuole licenziare, lo dica chiaramente: LICENZIARE, tutte maiuscole e senza giri di parole, che sia ben chiaro cosa stai facendo.
- hashtag: adesso si pretende che tutti sappiano al volo che cos’è hashtag. Per conto mio, lo saprei anche ma faccio finta di non saperlo. Fino a pochi anni fa, nel mondo dei computer ci si divideva tra Apple e Windows; adesso c’è una Torre di Babele, ognuno con la sua neolingua e ognuno convinto che il suo sistema operativo sia migliore degli altri. Nel frattempo, nessuno fa più caso a quello che si dice e si scrive; l’importante è il supporto. Se vi vedono armeggiare con un dvd o un cd, non è che vi vengano a chiedere “cosa ascolti, cosa leggi”, vi dicono che hai ancora il cd e il dvd, quindi sei un minorato. Se dici che hai un blog, idem: oggi si va su facebook e su twitter, salvo poi lamentarsi della quantità di insulti che si ricevono. E se si facesse più attenzione ai contenuti, piuttosto che al supporto?
In conclusione, c’è una definizione di pigrizia che viene dal buddismo: una delle manifestazioni della pigrizia è occuparsi di questioni inutili o di poco conto. Inventandosi parole nuove si crede di affrontare il problema, invece succede il contrario: si pensa di aver affrontato il problema e invece abbiamo soltanto assecondato la nostra pigrizia.
(le immagini vengono tutte dal film "Stalker" di Andrej Tarkovskij)
PS: questo blog chiuderà domani, giorno di Santa Rita: ho ancora i cd e i dvd in casa, ho perfino dei libri vecchi di trent’anni che sfoglio regolarmente, sono davvero obsoleto. Divertitevi.

giovedì 20 dicembre 2012

"Passami il coso"

Georges Perec, da "La vita istruzioni per l’uso"
Un quadernetto parzialmente riempito di note spesso incomprensibili era scampato al fuoco. Alcuni studenti dell'Istituto di Etnologia si accanirono a decifrarle e, aiutandosi con le rare lettere che Appenzzell aveva inviato a Malinowski e a qualcun altro, con informazioni provenienti da Sumatra e testimonianze recenti raccolte presso coloro ai quali aveva, in occasioni eccezionali, riferito di sfuggita qualche particolare della sua avventura, riuscirono a ricostruire per sommi capi quello che gli era successo e ad abbozzare uno schematico ritratto di quei misteriosi "Figli dell'Interno".
Dopo parecchi giorni di cammino, Appenzzell aveva finalmente scoperto un villaggio Kubu, una decina di capanne su palafitte disposte a cerchio sul ciglio di una piccola radura. Il villaggio gli era sembrato all'inizio deserto poi aveva scorto, sdraiati su stuoie sotto la gronda dei capanni, parecchi vecchi immobili che lo guardavano. S'era fatto avanti, li aveva salutati secondo l'usanza malese con il gesto di sfiorargli le dita prima di portarsi la mano destra sul cuore, e aveva deposto accanto a ciascuno di loro un sacchetto di tè o di tabacco in segno di offerta. Ma quelli non risposero, non chinarono il capo né toccarono i doni. Poco dopo, dei cani si misero ad abbaiare e il villaggio si popolò di uomini, donne e bambini. Gli uomini erano armati di lance, ma non lo minacciarono. Nessuno lo guardò, né parve accorgersi della sua presenza.
Appenzzell trascorse vari giorni nel villaggio senza riuscire a mettersi in contatto con i suoi laconici abitanti. Esaurì in pura perdita la piccola scorta di tè e tabacco; nessun Kubu - nemmeno i bambini - prese mai uno di quei sacchetti che a sera i temporali quotidiani avevano già reso inservibili. Tutt'al più poté guardare come vivevano i Kubu e cominciare a mettere su carta quello che vedeva. La sua osservazione principale, così come la descrive brevemente a Malinowski, conferma che gli Orang-Kubu sono proprio i discendenti di una civiltà evoluta la quale, cacciata dai suoi territori, si sarebbe poi sepolta nelle foreste dell'interno regredendovi. Così, pur non sapendo più lavorare i metalli, i Kubu avevano ferri alle lance e anelli d'argento alle dita. Quanto alla lingua, era molto simile a quelle del litorale e Appenzzell la capì senza troppe difficoltà. Quello che lo colpì maggiormente, fu l'utilizzazione di un vocabolario estremamente ridotto, che non superava poche decine di parole, e si domandò se per caso, a imitazione dei loro lontani vicini, i Papua, i Kubu non avessero volontariamente impoverito il loro vocabolario, sopprimendo delle parole ogni qualvolta nel villaggio un membro moriva. Una delle conseguenze di questo fatto era che la stessa parola indicava un numero di oggetti via via più grande. Per cui Pekee, la parola malese che significa caccia, voleva dire indifferentemente cacciare, camminare, portare, la lancia, la gazzella, l'antilope, il maiale nero, il my'am, specie di spezia molto piccante abbondantemente usata nella preparazione di alimenti carnei, la foresta, l'indomani, l'alba, eccetera. Come pure Sinuya, parola che Appenzzell accostò alle parole malesi usi, la banana e nuya, la noce di cocco, indicava mangiare, pasto, zuppa, zucca, spatola, stuoia, sera, casa, vaso, fuoco, selce (i Kubu accendevano il fuoco sfregando due selci una sull'altra), fibula, pettine, capelli, hoja' (tintura per i capelli basata sul latte di cocco mischiato a terre e piante varie), eccetera.
Se, di tutte le caratteristiche della vita dei Kubu, questi aspetti linguistici sono i più noti, è perché Appenzzell li descrisse minutamente in una lunga lettera al filologo svedese Hambo Taskerson che, conosciuto a Vienna, lavorava allora a Copenaghen con Hjelmslev e Brondal. Fece anche notare, al volo, che tali caratteristiche potrebbero adattarsi benissimo a un falegname occidentale che servendosi di strumenti menti dal nome molto preciso - truschino, incorsatoio, sponderuola, pialla, bedano, barlotta, eccetera - li chiedesse al suo garzone dicendogli semplicemente: "Passami il coso". (...)
(Georges Perec, da “La vita istruzioni per l’uso”, pag.120 ed. BUR-Rizzoli 1989)
Due note mie personali:
1) questa storia della tribù che si allontana sempre più verso l’interno man mano che viene rintracciata e raggiunta mi ricorda molto “Lord Jim” di Joseph Conrad, anche per l’ambientazione malese o indonesiana; ma mi ricorda anche molto la mia attuale situazione personale. Non so cosa sia successo agli Orang-Kubu (orang in malese significa “uomo”), ma per quanto mi riguarda lo spazio per tirarmi indietro ormai è finito.
2) Non sono sicuro che il libro di Georges Perec mi piaccia per davvero, ogni volta che lo sfoglio vi trovo sempre molti difetti; detto questo, devo però confessare che “La vita istruzioni per l’uso” è esattamente il libro che avrei voluto scrivere io.

domenica 21 ottobre 2012

Bagarini

Leggendo si fanno delle scoperte curiose. Per esempio, nel Don Chisciotte si racconta anche dei bagarini: che però non sono quelli che rivendono i biglietti. L’episodio è quello di Zoraide di Granata, uno dei racconti inseriti nella storia, che non coinvolge direttamente Sancho e il Cavaliere:
(...) Come ci fummo raccolti, rimanemmo un po' incerti se sarebbe stato meglio andar prima a rilevare Zoraide, ovvero impadronirci dei Mori bagarini che vogavano al remo nel vascello; e mentre stavamo cosí perplessi, venne a noi il nostro rinnegato a dirci cosa s'indugiasse, che ora era il momento, che tutti i suoi Mori non facevano alcuna vigilanza e anzi la piú parte di essi dormiva. Gli dicemmo a cosa pensavamo, ma egli rispose che il piú importante era impadronirci prima del vascello, cosa che si poteva fare con grandissima facilità e senza alcun pericolo, e che poi potevamo andare a prendere Zoraide. Ci parve giusto a tutti quel che diceva; cosicché, senza trattenerci di piú, facendoci egli da guida, arrivammo al vascello. Egli vi saltò dentro per primo e, impugnando una scimitarra, gridò in moresco: - Nessuno di voi si muova di qui, se non vuole rimetterci la vita. (...)
(Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, parte prima capitolo XLI )
Il curatore della traduzione, Alfredo Giannini (il mio libro è la storica edizione Sansoni) aggiunge una nota che spiega il significato della parola: i Mori bagarini, dall’arabo bahar, “nave”erano i Mori che, “pagati, avevano sulle navi ufficio di rematori”. Infatti, sulle navi a remi c’erano anche lavoratori pagati, e non solo schiavi o prigionieri: succedeva così anche a Venezia, e va ricordato che Cervantes aveva un passato di combattente proprio sulle navi, e prese parte alla battaglia di Lepanto; magari le storie sono inventate, ma i dettagli ce li sta raccontando in prima persona.
Dato che con i bagarini ho avuto a che fare in passato, sono andato a cercare sul dizionario Zingarelli, che propone un’altra etimologia, sempre dall’arabo: “baggalin”, mercanti che vendono al minuto. La definizione precisa è : “incettatore di cose che si prevede di vendere a un prezzo più elevato”.
I bagarini sono un altro simbolo di come è cambiata la nostra società. Fino a tutti gli anni ’80, erano persone normali, un’attività non propriamente legale ma comunque non preoccupante. Comperare un biglietto della partita di calcio e rivenderlo a prezzo maggiorato era un modo come un altro per sbarcare il lunario, nessuno se ne è mai scandalizzato. Ma da metà anni ’90 in poi qualcosa era cambiato. A quel tempo era difficile accorgersi del cambiamento, e del resto l’attività dei bagarini non è una mai stata una cosa importante; ma da allora i vecchi bagarini sono quasi scomparsi, sostituiti quasi sempre da personaggi molto meno rassicuranti.
Ho frequentato il loggione della Scala per quasi vent’anni consecutivi, poi ho smesso. Non ho mai avuto bisogno dei bagarini perché i biglietti che comperavo io costavano poco, in inglese si chiamano “standing tickets”, i posti in piedi su in alto vicino al soffitto. E’ il posto dove si ascolta meglio, questioni di acustica. I bagarini erano sempre gli stessi, le stesse persone; ci si conosceva e ci si parlava, difficilmente venivano a chiedere o a offrire dei biglietti e questo poteva succedere perché avevano già il loro giro, negli alberghi di Milano c’era sempre qualche turista che all’ultimo momento chiedeva se c’era possibilità di andare alla Scala, e di solito in queste occasioni non si bada al prezzo.
Il giorno in cui mi resi definitivamente conto che qualcosa era cambiato è stato nel febbraio 1996, per una recita di un’opera poco nota, “Il giocatore” di Sergej Prokofiev (soggetto tratto da Dostoevskij). Un bagarino, che peraltro mi conosceva benissimo, aveva deciso che io non avevo risposto a un appello, quindi ero stato cancellato dalla lista: non era vero, ma lui aveva bisogno dei biglietti. Le code alla biglietteria erano state gestite per anni dagli spettatori stessi, anche dei bagarini ci si poteva tutto sommato fidare; ma da poco tempo era entrato in vigore un altro sistema, appoggiato in maniera non ufficiale anche dal teatro stesso.
Provo a sorvolare su quello che è successo: dico solo che sono entrato quel giorno perchè il bagarino si è reso conto che io ero molto più grosso e più alto di lui. Avrà tagliato fuori qualcun altro, suppongo. Da allora mi sono detto che non l’avrei più fatto, era la prima e l’ultima volta. Sono andato all’opera ancora per un anno, nel 1997; e sempre più raramente. Dopo, ho detto basta: mi sono guardato in giro, circolavano facce sempre meno rassicuranti, a me non piace dover litigare.
Insomma, gliel’ho data vinta: è andata così anche in politica, se ci pensate bene. Si fanno sempre più concessioni, a nessuna persona normale piace litigare, e si finisce per assecondare i bagarini – o fate voi chi, ci siamo capiti.
PS: per ulteriori riflessioni in proposito, rimando al mio post su Bartok e il Mandarino Meraviglioso.

sabato 20 ottobre 2012

Idiosincrasie

Alla voce “idiosincrasie” il dizionario dà due sfumature diverse, non solo in senso negativo. La definizione dello Zingarelli è questa: « Idiosincrasie: composto di idios, “proprio” e “synkrasis”, mescolanza; “speciale mescolanza di umori e temperamento risultante da essa” (...) 1. in medicina, particolare sensibilità di alcuni individui a determinate sostanze medicamentose o alimentari 2. forte avversione per qualcosa o per qualcuno, incompatibilità ripugnanza.»
Trattandosi di qualcosa di proprio e di personale (“idios”), ognuno ha le sue proprie idiosincrasie; e questo mi sembra scontato. Oggi, più che altro per passare il tempo, porto qui le mie idiosincrasie: in senso negativo, ed evitando di parlare di argomenti troppo impegnativi (per quanto riguarda le cose serie, ho quasi tre anni di blog qui in archivio).
Per esempio, e per rimanere nella categoria delle cose fastidiose ma facilmente evitabili, non sopporto le letture ad alta voce, pubbliche e private, di poesie e di romanzi. Trovo soprattutto fastidiosi e imbarazzanti gli autori che si esaltano coi propri versi, una vera piaga che colpisce anche i migliori. Ovviamente, ci sono delle belle eccezioni: trovo magnifiche le letture fatte da Arnoldo Foà e da Romolo Valli, e apprezzo molto il lavoro sulla poesia fatto da Marco Paolini nei suoi spettacoli.
Non sopporto formula uno, moto, rallies. Un gran premio di moto o di formula uno è la cosa più noiosa che esiste, ho smesso di occuparmene da quando avevo sedici o diciassette anni.
Non sopporto gli alberghi a cinque stelle, quelli di lusso; non capisco il senso della disposizione delle posate e dei bicchieri, eccetera. Fosse per me, ci sarebbero solo delle buone trattorie: l’importante è mangiar bene, e se vado in albergo mi basta che la stanza sia pulita e in ordine.
In musica, non sopporto Frank Sinatra e tutto ciò che è swing mi irrita; anche qui con qualche eccezione, non sono mai stato un estremista e sto solo raccontando cosa mi succede. Non mi piace il rock degli anni ’50, in primo luogo trovo stomachevoli (I’m sorry) i telefilm di Happy Days, Elvis Presley e tutto il suo mito. Devo però ammettere che “Blue Moon” nel film di Jim Jarmusch (Mystery train) ci sta benissimo, e che ho un bel ricordo personale per un’inattesa “Love me tender”: forse perché sono canzoni diverse dal solito e noiosissimo Elvis.
Ho una vera avversione per Michael Jackson: aveva la mia stessa età, l’ho seguito fin da bambino perché mi aveva colpito che uno che avrebbe potuto andare a scuola con me potesse cantare e ballare così bene; l’ho ritrovato molti anni dopo e non ho mai capito come mai un bambino nero, dall’aspetto così chiaramente afroamericano, abbia finito col trasformarsi in quel modo. Soprattutto, mi stupisce molto che i neri d’America ammirino così tanto uno dei loro che si è fatto stirare i capelli, assottigliare il naso, e tutto quel che segue. La sua musica mi è sempre sembrata banale, e la sua vita mi sembra una specie di racconto dell’orrore.
Allo stesso modo, ho sempre trovato banale e irritante David Bowie; e ho sentito ripetere all’infinito frasi del tipo “Prince è un genio come Stravinskij”, del tutto incomprensibili. (chi dice queste cose sicuramente non conosce Stravinskij). Ho ascoltato Prince, non mi è dispiaciuto, ma si tratta sempre di musica abbastanza banale, niente di sorprendente comunque.
Non sopporto più tutti i cantanti italiani degli anni ’60 e ’70, erano ovunque, ne ho subìto una vera overdose e non ne posso più. Li metto tutti assieme, De André e Al Bano, Lucio Dalla e Orietta Berti, Mino Reitano e Lucio Battisti, Claudio Baglioni e Loredana Bertè, li so a memoria e continuano a ripropormeli, ma io – come direbbe Rino Gaetano – non li reggae più (a proposito, Bob Marley...un’altra cosa noiosissima).
Non sopporto le radio commerciali, radio deejay e tutti i suoi conduttori mi fanno senso per la quantità imbarazzante di luoghi comuni e di scemenze ripetute all’infinito, per di più molto compiaciuti di se stessi (è un trend, baby, è la moda, se non sei così sei uno sfigato...magari poi dicono di votare a sinistra, figuriamoci se sanno cosa significa).
Non sopporto Gabriele D’Annunzio, che io continuo a chiamare Rapagnetta (è il suo cognome originario). E’ vero, ha scritto “La pioggia nel pineto”, ma per tutto il resto lo trovo un personaggio disgustoso, a partire dell’esaltazione della guerra (cosa che lo accomuna a F.T.Marinetti, altro personaggio orribile).
Nel sesso, non sopporto cose come gli spogliarelli, il burlesque, le calze a rete, le fiere del sesso, il sadomaso, il bondage, i lifting esagerati, le labbra gonfiate alla Nicole Minetti. Ma qui vado su un discorso che vorrei evitare, se non altro perché finora sono sempre riuscito a evitare le visite sul blog con chiavi di ricerca di questo tipo, e mi dispiacerebbe trovarmi un’alluvione di visitatori importuni.
Concludo con Marilyn Monroe: ho imparato a volerle bene quando ho visto le sue foto fuori dal set, non più personaggio pubblico ma una donna normale. Ha fatto film molto brutti o poco significativi, dove le facevano fare soltanto le parti che sappiamo, l’oca bionda o poco più; in quei film non la trovo attraente, mi è invece piaciuta molto nell’unico film che ha girato con un regista davvero grande, John Huston. Per questo motivo, l’unica immagine che metto in questo post è dedicato a lei, a Marilyn Monroe: una foto dal set di “The misfits” (Gli spostati, regia di John Huston, anno 1961). L’attore che è con lei è molto famoso, ma in questa foto non è facilmente riconoscibile: Eli Wallach. Se gli fate un paio di baffi da messicano, comincia un po’ (ma poco) ad assomigliare all’amico di Clint Eastwood nei film di Sergio Leone.
quest'immagine viene dal sito http://mudwerks.tumblr.com

martedì 2 ottobre 2012

Intermezzo con traduttore automatico

Non so voi, ma io lo spam lo lascio correre; in questo blog ho messo da subito la “moderazione dei commenti” (vale a dire che prima di vedere apparire un commento lo devo leggere io), e mi sembra una soglia di difesa sufficiente. Mi aiuta molto anche il software di Blogger, che mette automaticamente lo spam in una cartellina a parte; funziona bene, ogni tanto gli dò un’occhiata e cancello via tutto. Stavolta però ho fatto un’eccezione, perché ho trovato due messaggi di spam veramente fuori dal comune. L’ho letto due giorni fa e sto ancora ridendo: il merito è tutto del traduttore automatico. Lo porto qui per far divertire anche qualcun altro (nel frattempo è stato corretto, non è più così bello).
Anonimo ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Furbetti":
Si dice Phoenicius Grammas e produce un porcheria morituro. Si strappata tra un ragno il cui veleno, condizione patto e calcolato, potrebbe cambiare verso gli uomini sopra ostacolo una specie proveniente da finora che salute. Non si esclude, proprio così, i quali tale tossico possa essere contenuto a far sottoinsieme degli ingredienti della prossima progenie che Vi agra. Con a lui oggetti nocivi del morsicatura proveniente da questo ragno, certo la fine è quella il quale desta maggiore angoscia. Nonostante, sopra certi episodi, si registrano casi che erezione prolungata negli uomini. Dubbio simile sintomo può far accompagnamento ad un'impotenza completa, è possibile i quali la tossina responsabile del priapismo potrebbe risolvere alcuni problemi proveniente da disfunzione erettile. Istintivamente il dosaggio e la somministrazione sono fondamentali e potrebbero con qualche caso succedere i classici farmaci. (...) Non tutti i ragni vengono attraverso offendere, allora. Questo invadente aracnide è fino arrivato come ragno brasiliano svagato o ragno delle banane, firma che si ripara spesso nei caschi tra banane. Minuzioso nell'America centro-meridionale, ama dissimularsi anche se tra i vestiti, sotto le rocce o nelle fessure dei muri. Le sue dimensioni sono a sufficienza massicce ed è che incarnato chiaro e di pelo rado. Il proprio offensiva viene anticipato dal sollevarsi delle zampe anteriori, mentre insieme quelle posteriori ondeggia fine un'altra volta slanciarsi. Chi subisce il di lui morsicatura soffre tra perdita di ispezione muscolare, congiuntura respiratorie e, nel infimo dei casi, la morte condizione né viene patto per mezzo di un adeguato contravveleno. (Postato da Anonimo in deladelmur alle 28 settembre 2012 18:36)

Un’altra versione, nello stesso giorno:
Anonimo ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Erbacce ( VII )":
Si pronuncia Salutoris Nigriventer e produce un tossico morituro. Si tratta proveniente da un ragno il cui astio, se trattato e dosato, potrebbe divenire attraverso gli uomini sopra complicazione una forma proveniente da fino ad ora proveniente da salute. Né si esclude, in realtà, che simile tossico possa entrare a far pezzo degli ingredienti della prossima progenie proveniente da Via gra. Con a loro oggetti nocivi del morsicatura che questo ragno, certo la distruzione è quella i quali desta più agitazione. (...) I ricercatori fanno informazione a un credibile carica della corpo velenosa quandanche nella cruccio delle disfunzioni sessuali femminili, sebbene siano tuttora vaghi le modalità svendita (...) Né tutti i ragni vengono attraverso rovinare, quindi. Questo curioso aracnide è fino celebre alla maniera di ragno brasiliano errante o ragno delle banane, firma i quali si ripara compatto nei caschi tra banane. Effuso nell'America centro-meridionale, ama annidarsi quandanche con i vestiti, giù le rocce oppure nelle fessure dei muri. Le sue dimensioni sono a sufficienza massicce ed è proveniente da colore tenue e proveniente da pelo rado. Il suo offensiva viene anticipato dal rincorarsi delle zampe anteriori, finché per mezzo di quelle posteriori ondeggia pure a poi slanciarsi. Chi subisce il particolare morso soffre tra perdita che controllo muscolare, congiuntura respiratorie e, nel infimo dei casi, la fine condizione non viene trattato verso un adeguato antidoto. (Postato da Anonimo in deladelmur alle 29 settembre 2012 02:44 )
Esprimo qui tutta la mia ammirazione per “Dubbio simile sintomo”: mi appassiona molto la poesia barocca, da Metastasio a Busenello, ma un verso sdrucciolo di questo tipo non l’avevo ancora mai letto (raro e difficile, molto musicale, miracoloso!).
Lo spamming ha alcuni aspetti interessanti: ho notato che da me arriva quasi soltanto nei post con titoli in inglese (gli va bene anche un inglese inventato, of course) o dedicati a persone famose (cantanti, scrittori, gruppi rock e folk), e fin qui non ci sarebbe niente di strano; mi arriva spam anche sui post che ho dedicato alle Erbacce (vogliono vendermi il diserbante, ma a me le erbacce non danno nessun fastidio, caso mai le tolgo con lo zappino).
Più interessanti i messaggi spam che arrivano sui post dedicati alla marcia su Roma (nel senso del film di Dino Risi con Gassman e Tognazzi) o su altri post sulla Lega Nord e sulla destra berlusconiana: sono parecchi, ne arrivano quasi tutti i giorni e sempre negli stessi post. E’ facile supporre che in questo caso ci sia un disegno preciso, e che si tratti di uno spam di origine umana (non elettronica) e assai mirato; probabilmente facendo clic si va ad attivare qualche virus selettivo e distruttivo. Il mio pensiero in proposito va ovviamente anche un po’ più in là, riguardo all’origine di questo spam, ma lascio continuare a chi mi sta leggendo.
Nel salutarvi per oggi, vi annuncio che d’ora in avanti “Né tutti i ragni vengono attraverso rovinare” sarà il mio motto araldico; e soprattutto spero che l’astio del ragno errante non vi inquieti troppo nei vostri notti, quandanche nel infimo caso arrivi a turbare la vostra sogni. Vi saluto adunque, e vi lascio in compagnia dell’ottimo Vittorio Zucconi, che tempo fa su www.repubblica.it si era già occupato dell’annosa questione.
Ha fatto molto ridere la tragica traduzione da ignoranti pigri, fatta con Google Translate, della parola "pecorino", il formaggio, contenuta in un bando di concorso del Ministero Istruzione, in inglese come "doggy style", che indica una nota posizione di accoppiamento sessuale umano, alla maniera dei cagnolini (si vede che l'anglosassone cinofilo preferisce i canidi agli ovini). Ma forse molti si sono dimenticati la esilarante traduzione di "spiagge" in "plagues" (piaghe, pestilenze) anziché "plages" offerta dal magnifico e costoso sito web della Brambilla per incrementare il turismo francese in Italia, che quindi suonava come "accorrete a godervi le meravigliose pestilenze in Italia". Restano poi indimenticabili le purtroppo scomparse biografie del governo Berlusconi 2001, nelle quali fra le altre bestialità il v.presidente Fini era descritto come l'ex presidente della "Forehead of Youth", "La Fronte della Gioventù" perché il traduttore automatico aveva scambiato la "fronte" (forehead) con "il fronte". Morale della favola: la prodigiosa ignoranza delle lingue straniere, testimoniata anche da ricerche della Unione Europee, continua in Italia. Basta ascoltare un TG per rendersene conto. Non che l'italiano sia conosciuto molto meglio.
(Vittorio Zucconi, Repubblica on line, febbraio 2012)
PS: quest’estate ho fatto una ricerca su wikipedia per sapere qualcosa del calciatore basco Fernando Llorente, che era stato avvicinato alla Juve: c’era scritto che era stato ricoverato a 18 anni, però in una squadra di calcio della Liga. L’ho capito lo stesso e non mi sono preoccupato più di quel tanto: significava che aveva cambiato squadra. (adesso hanno sistemato la frase, però mi è rimasta la curiosità di sapere quale era la parola spagnola originale...)
(nelle immagini, la scatoletta di carne in scatola che ha dato il nome allo “spamming”: pare che avesse una pubblicità particolarmente noiosa, in USA o in Gran Bretagna. La pubblicità delle zoccole arriva invece da un ritaglio di giornale di almeno vent’anni fa, forse un Corriere della Sera. )

sabato 9 giugno 2012

Luddismo

Ogni volta che comincio a parlarne, di questi argomenti, c’è sempre qualcuno che tira in ballo il luddismo. Direi quindi che è il caso di andarsi a leggere la definizione: che cos’è il luddismo?
LUDDISMO: movimento popolare britannico ostile all’introduzione delle macchine nell’industria, ritenuta causa di disoccupazione e di bassi salari. Nato a inizio Ottocento, negli anni fra il 1811 e il 1816 effettuò numerosi atti di vandalismo contro macchinari industriali, e subì sanguinose repressioni. Il nome deriva da Ned Ludd, che nel 1779 avrebbe infranto un telaio meccanico per questi motivi. (fonte: Enciclopedia Universale Garzanti, “Garzantina”).
Direi che c’è molto di cui parlare, queste poche righe d’enciclopedia rischiano di essere molto più chiare, sull’attualità di questo 2012, di quasi tutti i commenti e le analisi degli economisti e degli editorialisti più influenti.

Dalla lettura di questa definizione nascono in me due pensieri contrastanti fra loro: il primo è che la disoccupazione è un dramma, il secondo è che le nuove tecnologie sono quasi sempre belle e utili. Belle e utili, ma producono disoccupazione: soprattutto il computer ha provocato lo svuotamento di fabbriche e uffici, quanti licenziamenti ci sono stati a causa dell’informatizzazione, e quanti ce ne saranno ancora? Di queste cose la politica deve interessarsi, e preoccuparsi.
E’ troppo facile dire che si fa prima e si è più comodi, questo lo vede anche un bambino: ma che si fa quando hai centinaia di migliaia di disoccupati e di disperati? Il mio pensiero è che era sbagliato essere luddisti ai tempi di Ned Ludd, perché i telai meccanici portarono benessere, e perché le macchine agricole alleviarono la fatica dei contadini e permisero maggiore produzione, sconfiggendo le carestie: ma anche questo mi sembra un pensiero scontato. Così come mi sembra ovvio dire che i televisori di oggi sono molto meglio di quelli con il tubo catodico (per spostarne uno, servivano due persone) e che se negli anni ’70 avessi avuto un i-pod invece del mangianastri sarei stato molto contento (altrettanto ovvio). Però queste sono riflessioni molto facili e molto superficiali, perché in giro si vedono cose molto preoccupanti ed è obbligatorio tenerne conto, altrimenti sarà la realtà, quella che noi cerchiamo di ignorare, ad occuparsi di noi; e anzi lo ha già fatto ampiamente.

La disoccupazione crescente è la prima grande preoccupazione, ed è qualcosa di enorme e di terribile; ma ce ne sono altre più o meno piccole, una delle quali è l’entusiasmo eccessivo per twitter: pochi giorni fa c’è stato un terribile terremoto, al tg parlavano solo di twitter e di come è utile twitter, dimenticandosi che in quelle zone le comunicazioni telefoniche sono rimaste interrotte per diverse ore. L’entusiasmo per twitter, che pure è una tecnologia buona e utile, non riesco a provarlo per almeno due buoni motivi: 1) il fatto che magari fra due anni di twitter non si ricorderà più nessuno, verrà di moda qualcos’altro e mi diranno “ah, ma tu hai ancora twitter?” 2) il fatto che si enfatizzi la forma di scrittura breve, i 140 caratteri. Non è che lo si presenti come un’opportunità, lo si indica come forma unica ed eccellente di comunicazione.
Anche la recente notizia che si vendono sempre più suv è vista come cosa positiva, ma più i mezzi che circolano sono grossi e pesanti (e potenti) più aumenta la distruzione del suolo, crescono le famigerate pm10 (che vengono in gran parte dai dischi dei freni e dalle gomme delle auto, ma guai a dirlo). Gli esempi sarebbero infiniti, ma se si comincia a mettere in discussione l’eccessivo entusiasmo (e in certi casi perfino il fanatismo) verso la nuova tecnologia, ecco tirare in ballo il Luddismo. Davanti all’evocazione di Ned Ludd e dei moti del 1811, si sa, bisogna rimanere ammutoliti, ti guardano male, vorrai mica spaccarmi il tablet nuovo di pacca che ho appena comperato? No, però l’idea di togliere il giocattolo di mano a questa e quello mi è venuta più volte, lo ammetto (in casi come questi, sia ben chiaro, mi limito a togliere il disturbo e a non farmi più vedere).
In questo contesto, mi ha divertito ma non stupito un piccolo incidente della settimana scorsa fra la conduttrice di Radio Popolare (Telefono aperto, dalle ore 20) e la telefonata in cui le si diceva “non voglio essere costretta a comperare un computer”: l’ascoltatrice era stata molto maleducata, ma la questione esiste. Non si tratta solo di essere moderni e all’ultima moda (quanto durerà l’entusiasmo per Twitter e Facebook? Due anni? Tre?) ma di prendere atto del fatto che tablet, cellulari e computer sono prodotti costosi, e molte persone, sempre di più, con le paghe di oggi non arrivano nemmeno a pagarsi le spese di casa. E qui siamo tornati al tema di partenza, il luddismo e la disoccupazione crescente.

L’altra accusa frequente, dopo quelle di luddismo e di essere vecchi e un po’ rincoglioniti, è legata al catastrofismo: ma andate a chiedere a Cavezzo, a Mirandola, a Medolla, a Finale Emilia; o magari nelle Cinque Terre, o nei paesi del Messinese, o nei paesi alluvionati del Veneto. Il futuro potrebbe essere anche questo, e non dovremmo mai dimenticarcelo: i nostri nonni, anche in caso di terremoto, potevano raccogliere le macerie e intanto continuare a mungere le vacche, ma oggi a Cavezzo e a Finale Emilia questo non è più possibile. Anche a New York, nell’ultima grande nevicata (l’inverno scorso, non duecento anni fa) i telefoni cellulari non funzionavano: di queste cose dovremmo imparare a tenere conto, la tecnologia è utile ma rischia di lasciarci tutti un po’ troppo imbranati. Un ultimo esempio: ottima cosa la chirurgia endoscopica, ma ci sarà ancora un chirurgo capace di fare un intervento di fortuna, d’emergenza? Se manca la corrente, per un’appendicite o una tracheotomia, o magari solo per cucire una piccola ferita, dovremo rivolgerci ai chirurghi di Emergency e di Medecins Sans Frontieres?

PS: «Quella nave passeggeri non doveva essere lì, così vicina alla costa. Non posso che pensare a una grave negligenza da parte del personale in servizio alla plancia di comando, a meno di un imprevisto di natura tecnica», dice il comandante Giuseppe Baici, nato a Cherso 71 anni fa, comandante di navi da crociera, all'epoca per conto della Società Adriatica. «Non capisco come sia stato possibile uscire dalla rotta in quel modo». Baici conosce bene quel tratto di mare e ha solcato infinite volte il corridoio tra l'Argentario e l'isola del Giglio. «Si parla di inconvenienti tecnici, ma ritengo che tutto possa essere ovviabile: se in plancia c'è attenzione, questi incidenti non succedono. L'unità è uscita dalla rotta e il personale di guardia alla plancia di comando se ne sarebbe dovuto accorgere». E ancora: «E’ buona regola non affidarsi completamente alla tecnologia. Un marinaio esperto mantiene sempre il controllo. Ai miei tempi i turni di guardia in plancia prevedevano almeno la presenza di un ufficiale, un sottufficiale e un timoniere».
(articolo di Paolo Rumiz per il naufragio della Costa Concordia, dal Venerdì di Repubblica del 3 febbraio 2012 http://www.repubblica.it/  )

sabato 26 novembre 2011

Grana Padano e Gazzettino Padano

L’altro giorno un deputato leghista, o comunque una delle teste pensanti della Lega, ha dichiarato in pubblico che la Padania esiste, perché ci sono il gazzettino padano e il grana padano; aggiungendo che “si sa che da noi si mangia bene”. Tutto questo è stato filmato, il filmato gira in rete e sembra che susciti molta ilarità, con battute del tipo “sì, come l’insalata russa”. Io trovo invece tutto questo molto avvilente, e – visto che fin qui non lo ha ancora fatto nessuno - mi vedo costretto a spiegare che cos’è il Grana Padano, e magari anche il Gazzettino Padano.
Da tempo immemorabile, più di mille anni, lungo il corso del Po si produce un formaggio stagionato chiamato grana. Non si riesce a produrlo altrove: non così buono. Si sa che per i prodotti alimentari la geografia e l’orografia sono importantissimi: le cipolle di Tropea vengono così buone solo a Tropea in Calabria, se le trapiantate e le coltivate a casa vostra il sapore cambia, e di molto. La stessa cosa capita per i vini, per quasi tutti i formaggi (l’Asiago viene buono solo sull’altipiano di Asiago, l’Emmenthal buono è solo quello svizzero, eccetera), per i prosciutti (il prosciutto di Parma viene così buono solo in determinati paesi della provincia di Parma, per via dell’aria, dell’umidità, eccetera). Tutto questo è risaputo, o almeno dovrebbe esserlo.
Il grana prodotto nella Pianura Padana è diviso in due grandi consorzi: il Parmigiano-Reggiano, che si produce in un’area ben delimitata tra le provincie di Parma e di Reggio Emilia, e il Grana Padano, che si produce nelle zone limitrofe, a Cremona ma anche nel sud del Piemonte, per esempio. Non è solo una questione di geografia: i due consorzi hanno regole diverse sull’alimentazione delle mucche che danno il latte per il formaggio. La descrizione completa sarebbe molto lunga, e rimando per questo ai siti ufficiali o magari a wikipedia; qui si può dire per brevità che il consorzio del Parmigiano-Reggiano ha norme molto restrittive, le mucche possono mangiare solo il fieno e l’erba dei pascoli, niente mangimi preparati. Così facendo, si vede anche solo a occhio cosa stanno mangiando le mucche: il sapore del latte dipende moltissimo da quello che mangiano le mucche. Nel consorzio del Grana Padano la qualità è sempre garantita, ma le regole su cosa mangiano le mucche sono meno restrittive: è per questo che c’è una differenza di prezzo fra i due formaggi.
Esistono caseifici che producono il grana anche al di fuori dei due consorzi, e spesso è anche buono, ma non possono usare né il marchio “parmigiano-reggiano” né il marchio “grana padano”: sono le stesse regole del DOC e del DOCG dei vini, a volte discutibili (bastano pochi chilometri al di là del confine geografico per negare il marchio?), il più delle volte essenziali per mantenere alta la qualità del prodotto. Non è una cosa da poco: è grazie a queste norme, per esempio, che l’Italia è rimasta fuori dal problema della “mucca pazza” (in altri Paesi europei alle mucche si davano da mangiare cose ignobili), o da altre gravi degenerazioni.

Il discorso sul Gazzettino Padano invece è molto più breve: si chiama così, da tempo immemorabile, il giornale radio RAI per la Lombardia. Lo ascoltavo sempre con mio papà, negli anni ’60: la sigla risorgimentale della “bella gigogìn” ne avvertiva l’inizio, ma si tratta di un giornale radio regionale e nulla di più. Invece, a me pare che i leghisti intendano per padania qualcosa che va da Sondrio a Ferrara ad Aosta a Belluno, località dove i notiziari milanesi non sempre arrivano e non sempre interessano.
Mi dispiace perdere tempo a specificare cose note e stranote, ma la Lega Nord è fatta così: mi ricordo bene, per esempio, quando a Umberto Bossi chiesero l’origine del suo federalismo, e lui rispose: «Ma sì, Carlo Cattaneo», come se fosse cosa ovvia e scontata. Dato che Carlo Cattaneo fa parte dei programmi scolastici, mi sono sempre meravigliato che nessuno lo fermasse per chiedergli: «Ma lei sta parlando di quel Carlo Cattaneo nato nel 1801 e morto nel 1869? Quello che nel 1848 voleva unire l’Italia, dalle Alpi alla Sicilia?”.

Se ci fate caso, e se vi capita di percorrere la Milano-Bologna, troverete molte nuove uscite dell’autostrada. Sono le zone in cui si produce il Grana Padano, il Parmigiano-Reggiano, il prosciutto di Parma, il culatello, il salame di Felino, il lambrusco, i tortellini, la salama da sugo...Forse non ci avete mai pensato, ma ad ogni nuova uscita dell’autostrada corrisponde una lottizzazione implacabile. Tutti i campi dove si producono quelle cose che fanno dire “da noi si mangia bene” stanno per scomparire. E, per questo, bisogna ringraziare le amministrazioni leghiste e berlusconiane, i loro infiniti condoni edilizi nel governo nazionale, e via elencando (perfino Sassuolo, provincia di Modena, ha oggi un’amministrazione berlusconiana-leghista).
Ma qui mi fermo, non ne posso più di quest’alluvione di scemenze e di inesattezze da correggere, spacciate per verità e per ovvietà, e che nessuno mai corregge (nemmeno La Repubblica, nemmeno L’Unità, nemmeno il TG3). Mi stupisce piuttosto una cosa: che dal consorzio produttore del Grana Padano non sia arrivata una denuncia per violazione del copyright, o per abuso del marchio.Di solito ci stanno molto attenti, ma si sa che la Lega Nord è oggi molto potente e che con i potenti bisogna stare attenti a quel che si dice.
Avremo ancora il Parmigiano-Reggiano, il Lambrusco, il Prosciutto di Parma, nei prossimi anni? La vedo dura, e il primo a sparire sarà proprio il Grana Padano, ormai completamente accerchiato da superstrade, autostrade, centri commerciali, speculazioni edilizie, discariche, inceneritori.

PS: se i leghisti ci stessero più attenti, si sarebbero accorti che la Padania ha perfino avuto il Premio Nobel per la Letteratura. Indovinate chi... (un ghigno, uno sberleffo, uno sghignazzo, in purissimo dialetto padano: già ai tempi di Mistero Buffo, e forse ancora prima, c'era Dario Fo che usava questa benedetta parola)

giovedì 2 giugno 2011

Darwinismo

Darwinismo: osservazione attenta della realtà.
Per la parola “darwinismo” ogni altra definizione è da ritenersi sbagliata, arbitraria, approssimativa. Questa è l’unica definizione che accetto, non la troverete sui dizionari ma se trovate una buona biografia di Darwin (ne esiste una recente in dvd, pubblicata da “Le Scienze” http://lescienze.espresso.repubblica.it/ ) non potrete evitare di trovarvi d’accordo con questa definizione.
Avete mai preso in mano un libro di Darwin? “L’origine delle specie”, per esempio, che è il suo più famoso: ad ogni pagina troviamo una enorme quantità di minute e precisissime osservazioni. Osservazioni, non teorie: Charles Darwin non era un filosofo e non ha mai fondato nessuna religione. Charles Darwin osservava il mondo che era intorno a lui, lo descriveva, ci ragionava sopra e sottoponeva le sue osservazioni alla critica degli altri scienziati. Tutto qui. E’ il metodo galileiano: vi pare poco? Le osservazioni e le teorie vanno messe alla prova, verificate. Con la filosofia non si può fare, con le osservazioni “sul campo” invece è possibile.
Ad osservatori attenti come Darwin, come Newton, o come lo svedese Karl von Linné (Linneo per noi italiani) dobbiamo le comodità del mondo così come è oggi. A questi osservatori attenti della realtà, e a quelli come loro (il russo Mendeleev, per esempio; ma anche il francese Lavoisier, il danese Niels Bohr, il tedesco Max Planck, e molti altri) dobbiamo molto, moltissimo, eppure questi nomi e queste persone vengono ignorati e derisi, si fa spallucce quando li si nomina, e anche peggio. Questi comportamenti, nei riguardi di persone che hanno lavorato molto per noi e che lo hanno fatto disinteressatamente, non meriterebbero nemmeno una risposta; si tratta di ignoranza pura e semplice (dispiace dirlo, ma è così),  l’ignoranza è molto consolatoria e quindi con l’ignoranza dobbiamo convivere.
In particolare, Charles Darwin non ha mai detto che l’uomo discende dalla scimmia: ha fatto invece questo disegno qui sopra, che spiega bene le sue osservazioni: un albero. Nell’albero le radici sono in comune, i rami sono sempre più distanziati tra loro. Discendiamo da progenitori comuni, ma non si sa quanto lontani; al tempo di Darwin si potevano fare solo delle ipotesi, oggi abbiamo le analisi del DNA e lo sappiamo con certezza. E questa è una cosa ben curiosa: l’analisi del DNA è ormai diventata cosa comune (ne parlano perfino i telefilm e i telegiornali), si discute delle cellule staminali e degli embrioni, ma si perde ancora tempo a contestare Charles Darwin, che con le sue teorie ha anticipato la genetica e la biologia. Vale la pena di ricordare la data di nascita di Darwin: 1809, duecento anni fa. E’ impressionante notare che duecento anni dopo la sua nascita la medicina e la genetica hanno confermato le sue intuizioni (le sue e anche quelle di Linneo): l’ultima scoperta è questa, per chi ancora non lo sapesse: che le mutazioni avvengono sempre e comunque, quasi come se fossero casuali, per tentativi: è poi l’ambiente in cui si vive a decidere quali sono quelle utili alla sopravvivenza della specie.
Delle scimmie Charles Darwin si occupò solo in tarda età, quando aveva ormai pubblicato i suoi libri più importanti ed era già diventato, suo malgrado, una persona famosa: un orango e un gorilla che vide allo zoo di Londra. La maggior parte degli studi di Darwin riguardano i fringuelli delle Galapagos, la selezione degli animali da allevamento e dei piccioni da competizione (numerosissimi gli appassionati in Inghilterra), i cirripedi (molluschi marini, conchiglie), la botanica (un giardino e un orto curatissimi), e perfino i lombrichi (che dimostrano di avere un’intelligenza propria e capacità di adattamento).
Quando Darwin, al termine della sua vita e alla sua opera, prova ad allargare il discorso facendo osservazioni sociologiche e politiche, sta uscendo dal suo campo professionale. Esprime un parere personale, e qui torna ad essere “filosofo”: non ragiona più sui fatti ma fa speculazioni più o meno astratte, tutte da verificare. Com’è ovvio, i diplomati del liceo classico hanno letto solo questa parte, e su questa discettano: è l’unica che possono capire.
A tutti quelli che non hanno capito offro quest’immagine, presa da “L’origine dell’uomo” di Charles Darwin: l’embrione di un cane e l’embrione umano. Entrambi hanno la coda, e sono difficilmente distinguibili ad una prima osservazione. Un’osservazione dura da digerire, ma è una cosa che si sapeva già dalla metà dell’Ottocento. Se quest’osservazione vi dispiace, e se vi dispiace imparare che l’embrione umano nelle prime settimane di vita ha le branchie come i pesci (coda e branchie vengono poi riassorbite durante lo sviluppo), potete sempre continuare a ignorare il fatto: l’ignoranza, si sa, è molto calda e molto comoda.
L'uomo va scusato se prova un certo orgoglio di essersi elevato, sebbene non per merito suo, alla sommità della scala dei viventi; ed il fatto di essere salito cosí in alto, invece di esservi stato collocato in origine, può dargli speranza per un destino ancora migliore in un lontano avvenire. Ma non si tratta qui né di speranze, né di timori, ma solo della verità, per quanto la nostra ragione ci permette di scoprirla. Io ho cercato di darne la prova con tutto il mio ingegno. Dobbiamo riconoscere, mi sembra, che l'uomo con tutte le sue nobili qualità, con la simpatia che sente per gli esseri piú degradati, con la benevolenza ch'egli estende non solo agli altri uomini, ma anche alle piú umili delle creature viventi, con un intelletto quasi divino che è penetrato nel movimento e nella costituzione del sistema solare - con tutte queste potenti facoltà - l'uomo conserva ancora nella sua struttura somatica il segno indelebile della sua origine da una forma inferiore.
(Charles Darwin, L’origine dell’uomo, il finale).
Tutte le opere di Charles Darwin sono liberamente consultabili sul sito http://www.darwin-online.org.uk/
Le immagini di questo post vengono dalla mia copia personale di “L’origine dell’uomo” (Editori Riuniti, comperata nel gennaio 1976 nella libreria del signor Fiume, a Como in via Diaz), dalla Settimana Enigmistica (http://www.aenigmatica.it/ ) e da articoli di quotidiani di qualche anno fa, molto probabilmente La Repubblica o il Corriere della Sera.

lunedì 4 aprile 2011

Audience

1.
- (...) per Clint Eastwood, in “Hereafter”, lei si tuffa in un personaggio difficilissimo, in una storia davvero dell'altro mondo: un operaio che si mette in contatto con l'aldilà.
«Non avevo mai pensato di poter arrivare dove sono, non immaginavo neppure di poter fare l'attore, il regista, lo sceneggiatore, figuriamoci la stella del cinema. Però, ecco, dopo il successo di The Bourne Identity, The Bourne Supremacy e The Bourne Ultimate, me lo sono chiesto: che cosa vuoi davvero? Puoi continuare a restare legato a un cliché e fare un sacco di soldi e avere il telefono che non smette mai di squillare. Oppure puoi decidere di fare solo i film che vuoi fare. E rischiare. La verità è che nel momento in cui ti fermi lì a difendere il tuo pezzo di territorio - a proteggere quello che hai costruito - ecco: allora sei morto davvero. E qui l'insegnamento di Clint è impareggiabile».
- Come attore o come regista?
«Ma guardatelo. A ottant'anni è un uomo felice e in pace con se stesso. Perché in tutta la sua straordinaria carriera non si è mai preoccupato di che cosa la gente pensasse del suo lavoro: dai western a Mystic River a Million Dollar Baby. Se avesse pensato di seguire il business avrebbe smesso di fare film quarant'anni fa».
(intervista a Matt Damon, il Venerdì di Repubblica, 7 gen 2011)

2.
Per me il pubblico è il destinatario che esige tutto il rispetto. C'è chi - invitato in salotti di amici - si prepara vestito elegantemente per essere bene accolto; c'è chi durante il tragitto pensa le battute che dirà per divertire i presenti... Nel fare questo però molte volte si tradisce se stessi. Il modo di essere che si adegua a una presunta richiesta di altri, ritengo sia sbagliato prima ancora che nei confronti di questi altri, nei confronti di noi stessi. Perché recitare un ruolo che non è mio per farmi accettare?
Se io mi rivolgessi a una persona cara, alla quale voglio molto bene, non andrei mai a farle dei discorsi pieni di complimenti, lusinghe, blandizie eccetera, ma le direi sempre la verità, presentandomi come effettivamente sono, anche a costo di non essere bene accettato... Di conseguenza io mi presento al pubblico con la problematica che ho dentro, anche se è ovvio che questa problematica risente di fattori che vengono dall'esterno. Non voglio ingannare il pubblico attraverso quelle astuzie che rientrano nel cosiddetto "spettacolo".
(Ermanno Olmi, da “I volti e le mani”, volume allegato al dvd Feltrinelli per i film di Olmi alla Edison)

3.
- Ma lei sa che il pubblico moderno...
«Ah, ma stavo girando un film, e un film non è mai fatto per il pubblico. Un lavoro drammatico è fatto per il pubblico. Il film è fatto per se stesso.»
- Non pensa mai alla gente che lo vedrà?
«Mai!»
- In altre parole, è una specie di suo solipsismo personale?
«È interamente personale, perché il pubblico di un film non esiste. È impossibile immaginarlo. È fatto di duecento berberi dall'altra parte dei monti dell'Atlante. Di un gruppo di intellettuali negli archivi cinematografici di Atene. Di settecento borghesi che hanno votato per Nixon. Di un singolo individuo che guarda la televisione. Quel pubblico non esiste. E io sto scrivendo la mia manciata di film anche per la posterità, dove ci saranno altri generi di pubblico che non riesco neanche a immaginare. È impossibile rivolgersi a un pubblico, a meno che non ci si rivolga a un pubblico ben definito, come hanno fatto Godard, Fellini, o Bergman. Quando metto in scena un'opera teatrale, mi rivolgo a un pubblico di quest'anno in questa città. Quando faccio un film, faccio un film e basta.»
- Anche quando gira un film negli Stati Uniti?
«Certo.»
- Quindi Quarto potere non era orientato verso un pubblico americano?
«Si possono orientare le cose quanto si vuole, ma cosa ne penserà poi il pubblico americano? Io non ne avevo la più pallida idea. Non si tratta di disprezzo per il pubblico, è solo che il pubblico di un film davvero non è concepibile. Il sessanta per cento del pubblico non sentirà mai le parole che diciamo, perché il film sarà doppiato. Forse dieci milioni di persone lo vedranno soltanto in seguito, quando saremo tutti morti. Sono poveri, sono ricchi, sono grandi, sono piccoli. Non sappiamo chi sia il pubblico di un film, perciò non possiamo far altro che qualcosa in cui crediamo.»
(Orson Welles, intervista del dicembre 1974, filmata per la tv francese) (da “It’s all true” ed. minimumfax, pag.233 e seguenti)

4.
- Lei pensa mai agli spettatori?
- No, come avrei potuto? Cosa rappresentano per me? Devo insegnare loro qualcosa? Ho qualche mezzo per sapere cosa pensa John Smith a Londra o Vasil Ivanov a Mosca? Davvero dovrei essere un ipocrita a dichiarare di conoscere i pensieri, il mondo interiore di un'altra persona. Se voglio creare qualcosa posso farlo solo col mio linguaggio, trattando il pubblico come un partner a pari livello. Se ho qualche problema penso che anche il pubblico lo abbia e cerco di usare il mio film per fare chiarezza per me e per gli spettatori. Non sono né piú intelligente, né piú stupido, la mia dignità è ugualmente vulnerabile. Niente di piú facile che fare un film con lo sguardo rivolto alle tasche degli spettatori, ma non è la mia vocazione...
ANDREJ TARKOVSKIJ, intervista raccolta a Londra da Irena Brežnà (pubblicata da “Frigidaire” , circa 1982)

Una volta erano tutti così, ed è con queste persone che nascono i capolavori, e non solo al cinema. Questi concetti, ognuno a suo modo, li ripetevano anche Fellini, Kubrick, Antonioni, tutti i più grandi. Un artista lavora per se stesso, prima di tutto; e poi cerca un modo per comunicare con il suo prossimo. L'unica nostra speranza, se si vuole che il mondo torni a girare per il verso giusto, è che si torni a fare così: in tutti i campi, prima di tutto nell'industria.
In tutto questo, il concetto di “audience”, che è puramente commerciale (una parola inventata dai pubblicitari, che è utile solo ai pubblicitari) non c’entra proprio niente: è proprio guardando all’audience che si appiattisce tutto. Può anche piacere, non dico di no, a qualcuno so che piace, ma che tristezza.

domenica 27 marzo 2011

La casta

Una casta è qualcosa che esiste da secoli, da millenni, forse da sempre. La casta dei sacerdoti, le caste dell’India, i bramini, i notai italiani che si perpetuano di padre in figlio dall’anno mille, queste si possono chiamare caste, nel bene come nel male. Qui invece siamo di fronte a qualcosa di nuovo, i Renzo Bossi e le Marina Berlusconi vengono da vicino, da meno di vent’anni. Chi li ha votati, da dove vengono, si poteva evitare? La responsabilità, insomma, è nostra: della nostra generazione, è responsabilità di persone viventi e non di antenati più o meno mitici.

Dicendo “la casta”, invece, sembra che la questione non ci riguardi, che sia una specie di castigo celeste, qualcosa che ci è piovuto addosso. Ma tutte le cose hanno un inizio: nel nostro caso, un inizio vicinissimo. Quelli che comandano oggi non sono i figli e i nipoti di De Gasperi, o di Giolitti, o di Carlo Alberto, e nemmeno di Enrico Cuccia o di Cefis o di Carlo Magno e di Nerone: sono cose recenti, sono i figli dei Craxi, dei Bossi, dei Ligresti, dei Sindona. E ci sono tante persone nuove, alcuni ancora giovani: i Fiorani, i Maroni, gli Alfano, i Formigoni, i Cota-Zaia. Non è una casta, è qualcosa di nuovo, qualcosa che si poteva evitare. Quando andate a votare, la prossima volta, fate più attenzione.

venerdì 25 marzo 2011

Ombra

Sono Simcha Rabinowicz, venditore d'ombre.
A chi vendo le mie ombre? A gente che l'ha persa. Un'ombra si perde per troppa luce, per troppa oscurità... Per troppo vizio o troppa virtú.
Va da sé che la maggior parte dei miei clienti appartiene alla categoria dei viziosi: per questo sono più interessanti.
(Moni Ovadia, dallo spettacolo teatrale “Oylem Goylem”) (libro e dvd pubblicati da Einaudi)

giovedì 24 marzo 2011

Esilio

La nostra musica, i nostri canti e le nostre parole sono canti, musica e parole di gente esiliata.
Noi siamo abituati a considerare l'esilio come qualcosa di negativo, ed è giusto che sia cosí. L'esiliato è costretto a lasciare il proprio Paese in condizioni dolorose, frequentemente costrittive e violente. L'esiliato deve abbandonare affetti, focolare, proprietà e perfino gli sguardi che hanno arricchito i suoi occhi.

Ma l'esilio, paradossalmente, ha anche aspetti positivi. L'esiliato non può concedersi il lusso di riposare sulle certezze e i sonni dell'autoctono: deve costantemente riflettere sulla sua condizione esistenziale, e per questo il suo spirito si fa vigile e inquieto. Nasce un'anima dell'esilio mobilissima e ubiqua.

Uno dei nostri Maestri, il Maggid di Meseritsch, cosí si esprimeva a proposito dell'esilio:
«Ora nell'esilio lo Spirito Santo scende piú facilmente che nei tempi in cui era in piedi il Santuario.
Un re fu scacciato dal suo regno e dovette andare ramingo; se arrivava allora in una povera casa dove veniva malamente cibato e malamente alloggiato ma accolto de re, il suo cuore era lieto e parlava con la gente di casa cosí familiarmente come una volta nella sua corte soltanto coi più intimi. Cosí fa anche Dio, da quando è in esilio.»
(Moni Ovadia, dallo spettacolo teatrale “Oylem Goylem”) (libro e dvd pubblicati da Einaudi)

mercoledì 23 marzo 2011

Traduzioni ( III )

Un altro esempio di traduzioni “strane” è quando si traduce qualcosa che è già in italiano. I risultati possono essere divertenti, e Umberto Eco nei suoi libri ne ha raccolti molti; ma il più delle volte escono cose un po’ tristi, come queste due che ho trovato io:

- Ho letto per la prima volta “Cuore di cane” di Bulgakov, un romanzo breve molto divertente, quando ancora non sapevo niente di musica; e mi ero incuriosito leggendo del dottore che canticchiava in continuazione. Cosa cantava, quel dottore, novello Frankenstein, che tramuta un cane in un uomo? Cantava l’Aida, e anche se non ne sapevo niente di niente era abbastanza facile capirlo: “Su, del Nilo al sacro lido...”, c’era scritto. Lo aveva scritto Bulgakov, in russo, e il traduttore aveva semplicemente messo i versi giusti, quelli del lecchese Antonio Ghislanzoni, anno 1871.
Parecchi anni dopo, invece, dopo aver letto anche “Uova fatali” e “Il maestro e Margherita” mi era venuto in mente di cercare altre cose di Bulgakov: e così avevo comperato un libro dove c’erano molti racconti che non conoscevo, e dove c’era anche una diversa traduzione di “Cuore di cane”. E lì ho avuto una sorpresa, perché era stata tradotta dal russo anche l’Aida di Giuseppe Verdi. I versi che canta il Re, alla fine del primo atto, erano diventati così: “alle sacre rive del Nilo”. Una traduzione magari corretta, ma perché tradurre in italiano una cosa che era già in italiano? L’Aida è famosissima, bastava poco, bastava chiedere, informarsi...
(Per i curiosi: l’edizione corretta è quella della BUR 1975, traduzione di Giovanni Crino curata da Angelo M. Ripellino; quella che ha riscritto Verdi è l’edizione Einaudi traduzione Clara Coisson, volume dei Racconti pag.182) (magari nel frattempo hanno corretto l’errore...)

- La stessa cosa, cioè la traduzione di versi che nell’originale sono già in italiano, e anche molto famosi, l’ho trovata in una biografia del medico ipnotista Mesmer scritta da Jean Thuillier, edizione Bur 1996, traduzione di Maria Grazia Meriggi. Mesmer mi interessava perché fu contemporaneo di Mozart, e lo aiutò a mettere in scena la sua prima opera, a Vienna: Mozart aveva dodici anni. Mozart, vent’anni dopo, ricorderà Mesmer prendendolo amabilmente in giro nell’opera “Così fan tutte”, dove si simula una guarigione tramite “fluidi magnetici”, usando una calamita. Tutto questo è ampiamente citato a pagina 337 del libro, eppure mi è toccato leggere questa cosa qui: «ecco, il magnete ve lo dimostrerà; è questo magnete che Mesmer ha usato un tempo, Mesmer originario dei cantoni di Germania e così celebre in Francia.»
L’originale del “Così fan tutte” è in italiano, e in italiano è cantato in tutto il mondo, da più di duecento anni, senza interruzioni. I versi originali, scritti da Lorenzo Da Ponte, sono questi:
«Questo è quel pezzo / di calamita / pietra mesmerica / ch’ebbe l’origine / nell’Alemagna / e poi sì celebre / là in Francia fu.» (atto primo scena 16). Tra l’altro, per chi non lo sapesse, Da Ponte scriveva in un italiano magnifico, che non è affatto invecchiato: qui sta imitando un medico e il suo linguaggio aulico e non si nota molto, ma anche solo leggersi il “Don Giovanni” o “Le nozze di Figaro” sarebbe utile e divertente.
Le perle di questo volume non sono però finite: a pag.69 si legge di una “Cecchina” musicata da Puccini (Puccini è nato cent’anni dopo Mozart: il musicista in questione è Piccinni), e a pag.150 di un quartetto a corde, che naturalmente sarà stato un quartetto d’archi: è la stessa cosa, ma in italiano “quartetto a corde” non l’ho mai sentito dire da nessuno.

E, per finire, ancora sottotitoli: a dicembre accendo la tv e c’è in diretta “La Valchiria” di Wagner, dalla Scala, con i sottotitoli per capire: è una moda che si è diffusa da qualche anno, lo si fa anche in teatro. “Così gli spettatori capiscono anche se non hanno mai letto il libretto”, spiegano gli esperti. Tutto bene, in teoria; peccato che poi sul video escano cose come questa: DIODISCHIERE A TE ATTENDE...(“diodischiere” tutto attaccato), ed altre che mi sfuggono. E’ un’antica versione ritmica, quindi non una traduzione; ma forse in questo caso era meglio lasciar perdere il libretto originale e scrivere un riassunto...
Già che c’ero, mi sono immaginato altri libretti “sottotitolati per far capire meglio”: per esempio le famose “cimbe natanti sovra il mar degl’anni”, dall’Ernani di Giuseppe Verdi e F.M.Piave (anno 1844). O magari l’Aida: uno si guarda l’opera in tv, legge L’ABORRITA RIVALE A ME SFUGGÌA e comincia a interrogarsi: che mai vorrà significare? Ora che ha capito cosa ha letto e comincia a raccapezzarsi, è finito l’atto ed è calato il sipario. Spero che un po’ di musica gli sia rimasta in testa, magari proprio quel “Su, del Nilo al sacro lido / accorrete egizi eroi...” dal quale ero partito per scrivere queste mie riflessioni.

martedì 22 marzo 2011

Traduzioni ( II )

«La parola “zingaro” viene dall’Egitto – spiega con compunzione l’esperta in tv, una giovane conduttrice di non so più quale programma – l’etimologia è chiarissima, del resto.» E conclude con un bel sorriso convinto.
Beh, a dire il vero da “zingaro” ad “Egitto” c’è una bella differenza, non è mica tanto chiara quest’etimologia. Si tratta, con tutta probabilità, di qualcosa che è stato mal tradotto dall’inglese, e adattato all’italiano senza fare il minimo controllo: in inglese, zingaro si dice “gypsy”, e qui direi che ci siamo: da “egyptian” a “gypsy” il passo è davvero breve, anticamente si pensava che gli zingari venissero dall’Egitto, e forse qualcosa di vero c’è, perché anche la parola spagnola “gitano” somiglia molto a “egiziano”.

Metto qui di seguito altre traduzioni affrettate e incomprensibili che, sia pur con quel poco di inglese che conosco (davvero poco) nel corso degli anni sono infine riuscito a decifrare:
- La “teoria delle stringhe” esiste in Fisica e se ne è parlato molto in questi ultimi anni: ma “string” in inglese è la corda degli strumenti musicali, dei violini, delle chitarre. “String theory” è una teoria che sarebbe complicato riassumere qui, ma che si basa proprio sulla somiglianza con la vibrazione e la risonanza delle corde dei violini, dei violoncelli, della chitarra. La stringa delle scarpe è invece “lace”, laccio.
- In inglese, “to shoot” è sparare ma è anche fare una foto, girare un film: ricordo in un dibattito tv un deputato scandalizzato che andò avanti per un quarto d’ora a dire «...hanno perfino girato un film che si chiama “Berlusconi shooting”, “sparare a Berlusconi!!”», e questo senza che nessuno dei presenti (conduttore incluso) glielo facesse notare. Eppure al cinema era appena uscito “Palermo shooting” di Wim Wenders...
- Un altro errore comune è tradurre “sceneggiatura” invece di “scenografia”, e viceversa: ma “sceneggiatura” sono i dialoghi, e “scenografia” sono gli arredi, i fondali dipinti. Due cose diverse: qui è facile fare confusione perché anche in inglese e in francese i termini si prestano a ingarbugliarsi, quindi si può capire l’errore. Però mi ha fatto molta impressione trovare stampato “scenografia” invece di “sceneggiatura” per ben due volte a pag.80 di un libro di Ingmar Bergman (Lanterna Magica) tradotto e stampato da Garzanti nel 1987. Una volta passi, può scappare: ma due volte di fila nella stessa pagina...
- E infine (chiedo scusa per la volgarità, che cercherò di attenuare) nei film inglesi e americani si dice spesso “fuck”, che è un imperativo o un infinito, e che andrebbe tradotto, più o meno, “fottere” oppure “fottiti” (nel qual caso la frase completa è “fuck you”). Invece nei film italiani “fuck” diventa sempre “babangala” (spero che si capisca, mi sono censurato) vale a dire che non siamo più all’infinito o all’imperativo, ma ci si mette un complemento oggetto, cioè si fornisce una destinazione precisa a qualcosa che nell’originale non era invece stato specificato. Questo complemento oggetto, questa destinazione precisa quando nell’originale si rimane sul vago, meriterebbe un’attenta psicoanalisi, ma è un compito che un po’ mi spaventa e che delego volentieri ad altri, magari a qualche studente di etnologia o di sociologia che sta cercando un argomento per la sua tesi di laurea.

lunedì 21 marzo 2011

Traduzioni ( I )

Una delle prime cose che mi hanno insegnato, quando facevo le scuole medie e cominciavo ad imparare l’inglese, è che “soup” è la minestra. L’insegnante di inglese, in prima media, ci aveva detto più o meno così: “bambini, attenti: soup è la minestra in generale, è anche la zuppa ma non solo la zuppa. Quando fate la traduzione e trovate soup, abituatevi a pensare alla minestra: anche perché capita spesso che le parole inglesi siano simili alle italiane ma abbiano un significato diverso”.
Invece, crescendo, ho scoperto che nei film americani e inglesi tutti mangiavano sempre la zuppa: misteri della traduzione, o piuttosto pigrizia e pressappochismo? Eppure nel film si vedeva benissimo che non era una zuppa, che nessuno metteva il pane in quella minestra, che magari era solo un brodo leggero...

Un’altra parola che mi disturba sempre ascoltare nei film è “mostarda”: nei film americani c’è sempre gente che spalma la mostarda sui wurstel. Se vi pare una cosa possibile, o se non ci avete mai fatto caso, è solo perché a voi non piace la mostarda e non la mangiate mai: la mostarda cremonese, che a me piace moltissimo, è fatta di frutta intera immersa in uno sciroppo denso che contiene senape. La senape dà quel sapore forte che contrasta con il dolce; non a tutti piace, ma quelli a cui non piace la mostarda non sanno cosa si perdono.
Sui wurstel (pardon: sugli hot-dog), gli americani spalmano la senape: che in inglese si dice “mustard” e in francese “moutarde”; l'etimologia è probabilmente latina e viene da "mosto" (lo zucchero è stato prodotto solo in tempi moderni, ma la mostarda è molto antica). E’ da questa parola che ha preso il nome la mostarda cremonese, e quindi in teoria non sarebbe scorretto dire “mostarda” anche per la salsa densa gialla (ben visibile e ben riconoscibile anche nei film) che si mette sulle salsicce e nei panini, ma sta di fatto che in italiano “senape” e “mostarda” sono due parole diverse, e io non ho mai sentito nessuno indicare la senape come mostarda e viceversa. E’ vero che esiste un tipo di mostarda (mantovana o vicentina, o forse tutte e due) che si fa solo con le mele e che è spalmabile, ma qui si va sullo specialistico, queste cose le sanno solo gli appassionati di buona cucina, e in ogni caso la mostarda è ottima per il bollito, ma sugli hot dog e sui wurstel è meglio mettere la senape.
Gli esempi che si potrebbero fare sono molti, e ogni volta che ne incontro uno mi dispiace molto perché io con l’inglese mi arrangio, non sono mica un esperto: e se ci sono arrivato io, mi viene da dire, perché mai quelli che fanno i traduttori di mestiere sono spesso così pigri e superficiali?

Ci sono molte parole inglese che sono “falsi amici”, come spiegano nei corsi d’inglese: somigliano alle parole italiane (dalle quali derivano) ma hanno preso un altro significato. “Morbid” si traduce morboso, “actually” è “effettivamente, realmente”, e via elencando.
Sono osservazioni tutt’altro che nuove, che le persone esperte, soprattutto quelli che l’inglese lo parlano sul serio, fanno da parecchi anni; ma rispetto a quand’ero bambino le cose stanno peggiorando, non migliorano né rimangono stazionarie, ma peggiorano nonostante la maggior diffusione dei corsi di lingue.
La causa principale di questa esplosione di pigrizia e di pressappochismo è l’invenzione dei traduttori automatici: che danno una mano, è vero, ma che portano a traduzioni che vanno continuamente riviste, rilette, ripensate. Invece (ed è incredibile, ma ormai funziona così) si trovano sempre più spesso traduzioni stranissime, al limite del ridicolo e magari oltre, perché anche tra i professionisti dell’editoria c’è chi pensa che il traduttore automatico vada bene così, che quelle traduzioni si possano prendere e stampare senza problemi così come sono venute.
Non solo: ho letto che anche i sottotitoli per i non udenti vengono preparati ormai sempre più con questo criterio. I sordi veri, cioè le persone a cui è destinato il servizio, e che in molti casi sanno leggere sulle labbra di chi parla, ogni tanto scrivono ai giornali rilevando con raccapriccio le differenze (chiamiamole così) tra quello che dice un attore e quello che gli fanno dire i sottotitoli – ed è ovvio, se fa tutto il computer e se poi nessuno controlla...

Queste cose, davvero tristi, non nascono per caso: nascono dalla voglia di risparmiare, di non pagare il personale, di pagarlo male, di scegliere tra due traduttori quello che costa meno, eccetera. Malattia, o meglio ideologia, che si è sempre più diffusa negli ultimi 15-20 anni, da quando cioè si è cominciato a dire che il lavoro è un costo e non una ricchezza. E, di conseguenza, anche quei pochi soldi che potrebbero essere pagati a un semplice controllo (da correttore di bozze) sul lavoro fatto in automatico dal computer , sembrano una spesa spropositata: ma così non è, il controllo finale o in fase di lavorazione è fondamentale in ogni campo lavorativo, e mi sembra perfino strano il doverlo ripetere. Sulla mostarda nei film si può sorvolare, ma su quello che succede in altri ambiti con questa smania del risparmiare a tutti i costi (pensate soltanto alle buche nelle strade) c’è solo da spaventarsi.
Ma qui rischio di andare fuori tema, mi fermo e riparto domani perché qualche altro esempio curioso me lo sono segnato e vorrei riportarlo qui, magari anche solo come divertimento.

venerdì 18 marzo 2011

Extracomunitario

George Clooney è un extracomunitario. Lo so che sarà uno shock per molte, ma è la verità. Oddio, cosa avrà fatto di male? Sembrava una così brava persona... E’ proprio vero che non ci si può più fidare di nessuno. Anche Ronaldinho è extracomunitario, anche Eto’o, ma quello lì, almeno si vede, ha la pelle scura, si vede che non è italiano. Ma Clooney no, non me l’aspettavo e sono fortemente deluso. Non ci si può fidare più di nessuno.
Che dire? Non so altrove, ma qui nel triangolo Como-Milano-Varese “extracomunitario” è diventato sinonimo di criminale, di barbone, di ladro e violentatore, di qualcuno che non si lava e puzza e che trama sempre qualcosa contro di noi. E sia ben chiaro che non sto scherzando, provate un po’ ad ascoltare cosa dice la gente.
Stavolta non faccio il giochino di mettere la voce presa dal dizionario, anche perché il mio Zingarelli è vecchiotto e “extracomunitario” non c’è: si tratta infatti di una parola nuova, nata pochi anni fa. Del resto, il significato è chiarissimo: extracomunitario è chi sta fuori dalla comunità, che in questo caso è la Comunità Europea. Tutti gli svizzeri sono extracomunitari, e sono anche ben contenti di esserlo: hanno anche votato contro, più volte, alle proposte per l’ingresso della Confederazione nella UE. Me li immagino, gli Svizzeri, che ci guardano con disprezzo e indicandoci col dito pensano: “Comunitari!!!”.

Ogni tanto capita (anzi, capita spesso) che si propongano parole per sostituirne altre logorate e diventate dispregiative. Per esempio, “non vedente” al posto di cieco; o “down” al posto di mongoloide, “di colore” invece di negro. Il risultato è che in pochissimo tempo “di colore” diventa un insulto, “down” diventa un insulto, eccetera eccetera. Anche “extracomunitario” ha seguito lo stesso percorso, e io non so cosa dire. Tutti questi termini, “mongoloide”, “negro”, “sordomuto”, non sono mica insulti: provate a leggerli bene. “Mongoloide” significa che chi ha il morbo di Down assume tratti simili a quelli della popolazione della Mongolia, “negro” è parola italianissima e prima ancora latina che può sembrare razzista solo a chi è di lingua inglese, dove “nero” si dice “black” e “nigger” è chiaramente un insulto. Anche “baluba” indica una nazione, i Ba-Luba dell’Africa centrale. Ma per molti di quelli che crescono qui, complice una classe politica che è poco definire indecente, anche “marocchino” è diventato un insulto, anche “romeno”.
Ma tanto poi cosa ne parlo a fare? L’unica speranza è che la questione sia presa a cuore da Massimo Boldi e Christian De Sica. Magari se nel prossimo film di Natale ci mettono una battuta del tipo “uei che bella extracomunitaria”, forse qualcosa cambia. Hai visto mai?

mercoledì 16 marzo 2011

Nomade

« Ma che nomadi sono se stanno sempre fermi??». La domanda è più che legittima, direi anzi ottima. Già, che razza di nomadi sono quelli che stanno sempre fermi in un campo nomadi?
La risposta c’è, ma per rispondere bisogna fare un attimo di riflessione, e tornare indietro nel tempo: non molto, bastano una cinquantina d’anni. Gli zingari hanno percorso l’Europa per secoli, e facevano mestieri molto utili e molto richiesti: lavoravano i metalli, soprattutto il rame, ed addestravano cavalli. Oggi viviamo nell’era dell’usa e getta, ma non è sempre stato così: riparare oggetti costosi e d’uso quotidiano, in prima linea pentole e paioli, era importante. Così come era importante avere cavalli ben addestrati e ben ferrati. Gli zingari si muovevano, andavano ovunque, arrivavano con le loro carovane, sceglievano un campo incolto, o una radura, e piantavano tenda per un po’. Va anche detto che molti di loro erano ottimi musicisti, molto richiesti nelle feste e nei matrimoni.
Intendiamoci, gli zingari hanno sempre avuto cattiva fama: scuri di pelle, stranieri, eccetera. Ma non è questo il punto, io non sto scrivendo un saggio: il punto è che non ci sono più spazi liberi, radure, campi incolti. Abbiamo costruito dappertutto. Dove potrebbe piantare le tende un nomade di buona volontà? Anche chi va in giro col camper, in vacanza, mica può parcheggiare dove gli pare.
Devo questa riflessione a Zygmunt Baumann, che ha dedicato molti dei suoi libri a dare risposte a domande come questa. E’ una riflessione che può dar fastidio, e si capisce bene il perché: il problema a questo punto non sono più i nomadi, siamo noi. Abbiamo costruito dappertutto, da Milano andando verso nord, verso Como e Varese, verso il confine svizzero, spazi liberi non ce ne sono quasi più, ed in certi punti la linea dell’orizzonte è solo un ricordo letterario. Milano, Roma, Napoli, Torino, stanno diventando sempre più simili a Calcutta, al Cairo, a Rio de Janeiro: agglomerati urbani di 40-50 Km, senza soluzione di continuità, case strade svincoli autostrade palazzi parcheggi aeroporti centri commerciali villette a schiera. Tra poco metteranno una tassa anche sui giardini, o forse sarà severamente vietato averne uno.


Si può aggiungere ancora qualcosa sulla nascita dei "campi nomadi", che iniziano a sorgere negli anni '70: prima, i nomadi (così come gli appassionati di campeggio) potevano a fermarsi ovunque. In seguito, si decise di regolamentare la sosta, sia dei nomadi che dei camperisti. Anche in questo caso, viene da pensare che la ragione principale sia stata non tanto l'ordine pubblico quanto la mancanza di spazi conseguente alla speculazione edilizia.