sabato 30 gennaio 2010

L'Euro di Prodi

- Volete anche l’amarena, bambini?
La mamma ci aveva dato i soldi per il gelato, da prendere al bar sotto casa. Io avevo sei o sette anni, mia sorella due di più; il signore che vendeva i gelati era una presenza familiare, aveva una figlia dell’età di mia sorella. Insomma, se quel signore così gentile, quasi un amico, voleva offrirci l’amarena, di quelle del vasetto, con un po’ di sciroppo dolce... Invece no, l’amarena ce l’ha fatta pagare. E cara: dei soldi che ci aveva dato la mamma non era rimasto più niente, e quel gelato con l’amarena è stato difficile da mandare giù – tanto è vero che me lo ricordo ancora oggi, dopo più di quarant’anni.

Però la lezione mi è servita, mai fidarsi. Triste da imparare a sette anni, ma così almeno ho saputo decifrare e decodificare quello che successe quando ci fu il cambio della nostra moneta, dalla lira all’euro. La destra ne fece un suo cavallo di battaglia, e il loro grido di guerra risuona ancora oggi: «L’Euro di Prodi!» (da declamare con sdegno).
In realtà, il passaggio dalla lira all’euro era un semplice fattore matematico, moltiplicare per, dividere per. Se qualche negoziante ha venduto per un euro ciò che costava mille lire, o peggio, la colpa è del negoziante e non del cambio della moneta. Si sa che, da sempre, quando vai in vacanza all’estero bisogna fare attenzione al cambio perché ti fregano. La situazione qui, con l’Euro di Prodi, era identica: bisognava fare attenzione al cambio. E non era facile, ancora oggi mi sorprendo anch’io a pensare sbagliato di fronte ai prezzi in vetrina: un paio di scarpe a cento euro sembrano regalate, invece costano care – ma penso che per i ventenni di oggi, quelli che non hanno mai pensato in lire, sia tutto più chiaro.
Mi stupisce invece che tanti siano caduti nel tranello di quello slogan disgustato, “l’Euro di Prodi”. Innanzitutto perché fu una decisione presa da tutti i governi europei insieme; si poteva e si può discutere, ma non era certo “di Prodi”. Ma soprattutto perché se un negoziante vende a dei bambini, o a degli anziani, un gelato per il doppio del prezzo, è una truffa: roba magari da poco, ma una vera vergogna. Eppure gente così esiste, non solo non si vergognano ma sono convinti che sia giusto, e che se esistono “i fessi” è bene approfittarne; e oggi c’è perfino chi lo teorizza apertamente.

Non mi ricordo se io e mia sorella ne avevamo parlato a casa, la rabbia era troppo grande e la voglia di gelato era passata, e ci volle del tempo per tornare a mangiarne volentieri. Di sicuro posso dire una cosa: che è dal 1965 che io so di che materia è fatta la gente che vive in questo Paese, e quando ne trovo conferma posso esserne rammaricato ma non certo sorpreso. Per qualche anno mi sono illuso, pareva davvero che il mondo fosse migliorato ma così non era (ma piacciono ancora ai bambini le amarene sul gelato? temo che siano passate di moda...).

Aggiornamento al luglio 2012: dopo la stagione degli europeisti, come Prodi (che fu presidente della Commissione Europea) in Europa sono arrivati al potere gli euroscettici, quasi tutti di destra. Come volete che vada a finire l'Euro, se lo affidate agli euroscettici?

Promemoria per quanti rimpiangono la lira: di che lira state parlando? Perché c'è differenza, la lira del 1970 non è quella del 1975, in mezzo c'è la prima grande crisi petrolifera, l'inflazione galoppante... invece si continua a pensare e a dire (anche in tv, anche da commentatori famosi e rinomati) come se fosse sempre stato il dividere e moltiplicare per 1936,27: nossignori, quello era il cambio di dodici anni fa. Nel frattempo le cose sono cambiate, quel cambio, quel dividere o moltiplicare per due più gli zeri, è completamente insensato, è come vendere oro ragionando sui cambi del 1978, senza senso. Un piccolo esercizio per concludere: in uno dei suoi primi sketch in tv, appunto nel 1978, Roberto Benigni se la prendeva con il costo della tazzina di caffè al bar: centocinquanta lire, un furto. Ecco, adesso andate a prendere la calcolatrice, dividete e moltiplicate per 1936,27 e fate il confronto con il costo del caffè al bar come è oggi. Qualcosa non torna? (i cambi cambiano, lo dice la parola stessa...)

venerdì 29 gennaio 2010

«Sì, ma per fare cosa?»

Due piccole notizie apparse in questi ultimi giorni: i gridolini di giubilo verso il progresso della scuola “che non ha più i quaderni” (perché d’ora in poi si farà tutto al pc) e la protesta di alcune famiglie per aver trovato sul diario scolastico dei figli una canzone fascista, dettata dalla maestra perché fosse imparata e cantata in gita.
Per intendersi: io avevo già un Commodore negli anni ’80, a me il computer piace e mi sono sempre tenuto aggiornato – ma davanti a questi giubili ed entusiasmi perché “non si usa più la biro e il quaderno e quindi è arrivato il progresso” mi viene voglia di buttar via tutto e tornare alla penna col pennino e il calamaio. Il progresso sta nelle coscienze, se si accoppia il gadget tecnologico con le canzoni fasciste (che, per chi non lo sapesse, portano una sfiga tremenda) tanto vale tornare allo stilo e alle tavolette incerate degli antichi romani.

martedì 26 gennaio 2010

Una razza superiore

Felix Mendelssohn, Bruno Bettelheim, Gustav Mahler, Bruno Walter, Harpo Marx, Oliver Sacks, Arnold Schoenberg, Stanley Kubrick, Leonard Bernstein, Alban Berg, Ernest Bloch, Max Bruch, Daniel Barenboim, Yehudi Menuhin, Itzhak Perlman, Jakob Liebmann Meyerbeer, Jacques Offenbach, Artur Rubinstein, Jerry Lewis, Moni Ovadia, Franz Kafka, Primo Levi, Italo Svevo, Isaac B. Singer, Marc Chagall, Ignatz Semmelweiss, Siegmund Freud, Heinrich Heine, Albert Einstein, Gustav Meyrink: non finisce più, la lista di ebrei sui miei scaffali. Gente che mi ha tenuto compagnia, che mi ha insegnato tante cose, che mi ha regalato emozioni meravigliose ed esperienze che mi hanno aiutato a crescere. E pensare che c'è ancora gente così ignorante che alla parola ebreo associa subito quella di tirchio, di usuraio, di sionista. E pensare che abbiamo al governo e in Parlamento persone così ignoranti da aver “sdoganato” i neofascisti (a fine 1993: con conseguenze nefaste sulla coscienza civile della nazione) e da pensare che “par condicio” sia dare uguale spazio e pari dignità alle vittime e ai loro assassini. A me invece viene sempre più da pensare che siano davvero una razza superiore, questi benedetti ebrei; e se penso a tutte le volte che mi sono trovato a discutere, o magari a litigare, per “difenderli” (!), mi viene quasi da chiedere a loro asilo, in questo triste momento storico.
Poi ci sono tanti tanti scienziati, così tanti che non possiamo guardarci intorno senza vedere qualcosa che non sia stato scoperto da “uno di loro” (uno dei nostri, grazie al Cielo!) (a proposito, ma che brutto modo di ragionare, dire “uno dei nostri” e “uno di loro”). E poi Enrico Fermi (che aveva la moglie ebrea, e che per questo dovette scappare dall’Italia fascistarazzista del 1937), e Charlie Chaplin, che ebreo non era ma che al padre (birichino) doveva un fratello ebreo, e che così rispose sorridendo alla fatidica domanda: - No, non ho questa fortuna.
Anch’io “non ho questa fortuna” e ogni tanto mi dispiace. Ma mi dispiace ancora di più, in questo inizio di 2006, dover incontrare gente che ha studiato fare discorsi brutti e inaccettabili: passi per le persone ignoranti, ma almeno i laureati, i preti, le persone ricche e colte, i professori e i ministri, e perfino i presidenti del Senato, dovrebbero avere il compito di educare e invece fanno esattamente il contrario. E questa è davvero la tristezza più grande, in questo inizio di millennio.
PS: Questo brano l’ho scritto quattro anni fa, come si vede; ogni tanto lo aggiorno e cerco di completare la lista, che è sempre incompleta perché i nomi sono tanti e perché di solito non perdo tempo a chiedermi di che religione è uno che mi piace. Nell'anno 2009, proprio alla vigilia della Giornata della Memoria, papa Benedetto XVI ebbe un’altra uscita memorabile: ecco, almeno la Chiesa, almeno in questi giorni, quell’uscita poteva risparmiarsela. Speriamo che quest'anno vada meglio.

domenica 24 gennaio 2010

Merluzzo

Mio padre era andato a vedere una partita di calcio a Parma, e si divertiva ogni tanto a raccontare che i tifosi locali insultavano l’arbitro dicendogli “marlùss”, merluzzo. Non so bene a che periodo si riferisse, forse agli anni ’50, io ero molto piccolo e lui già ne parlava al passato.
L’epiteto era davvero bizzarro, e anch’io mi divertivo a sentirlo raccontare: dato che mia mamma è di Parma, la parola mi suonava familiare e buffa allo stesso tempo. Erano i tempi in cui il massimo della volgarità e della violenza erano del tipo “arbitro cornuto”, tempi felici (ma allora non lo si sapeva) che sarebbero durati a lungo, fino a tutti gli anni ’70. Per intenderci: il mondo del calcio aveva mantenuto una sua innocenza anche nel mezzo degli anni ’70, anni di bombe e di depistaggi, di terrorismo e rapimenti di persona, non certo anni tranquilli. Poi, da un certo momento, è cambiato tutto; e non so quanti sono oggi i padri che se la sentono di portare i bambini allo stadio. Magari ce li portano, ma con molta preoccupazione.
Come siamo arrivati a questo punto? Difficile dirlo, forse un po’ alla volta, sottovalutando i problemi, come capita sempre. Ma, di sicuro, c’è stato chi ha giocato duro, con il tifo calcistico.
Dai miei ricordi, si è cominciato negli anni ’80, con il grido “devi morire” rivolto ai calciatori in campo, quelli che avevano preso una botta e si rotolavano dal dolore; e non tutti facevano finta, le botte sulle caviglie fanno male – dura un attimo, ma è un male boia. “Devi morire” era una battuta da caserma: lo dicevano i “vecchi” (cioè quelli che erano lì da un anno, di leva) alle reclute appena arrivate. Forse in caserma queste battute avevano un senso (ne dubito), certo allo stadio erano brutte da sentire.
Poi anche il “devi morire” non è bastato più, si è passati all’apparentemente innocuo “chi non salta piripiri è” (piripiri sta per il colore della maglia dell’avversario), si è passati all’ostentazione di teschi e di simboli nazifascisti (ignorando che sono simboli di sconfitta, gli slogan mussoliniani portano una sfiga tremenda), poi alcuni politici improvvisati hanno parlato di “discesa in campo” e di “fare squadra” (la loro unica cultura essendo quella calcistica), poi si è passati alle bande organizzate... Tutto questo è stato tollerato, spesso anzi coltivato con cura, mentre gli addetti ai lavori continuavano a parlarne come di bande di giovinastri esuberanti o di hooligans: gli hooligans c’erano in Inghilterra, ma rispetto ai nostri c’era quantomeno una spiegazione, se non un’attenuante: quando commettevano delle violenze erano sempre ubriachi persi.
La strada che si sta seguendo oggi, negli ultimi mesi, è questa: la “tessera del tifoso” (qui managers e ministri vengono tutti dal marketing, il rimedio per tutti i mali è sempre una tesserina magnetica: ma negli stadi le telecamere esistono da quarant’anni, identificare i violenti e isolarli non sarebbe difficile), si parla di “fidelizzazione”, eccetera. Nelle ultime settimane, inoltre, si è decisa una grande novità, cioè che le partite si giocheranno spalmate per tutta la settimana; e io mi chiedo, come si fa a stare dietro al calcio se devi ricordarti ogni volta in che giorno gioca la tua squadra? Il calendarietto settimanale se lo faranno solo loro, gli ultras; i lavoratori, gli studenti e i padri di famiglia hanno altro a cui pensare. Forse è proprio questo che si vuole, gli stadi vuoti in mano agli ultras organizzati. Un mondo del calcio solo televisivo, con tanti abbonati “fidelizzati” che se ne stanno a casa a giocare con le loro brave carte magnetiche prepagate.
Non so, ogni tanto passano anche in tv i vecchi film degli anni ’60, dove magari c’è Gassman che fa il tifoso: i giovinastri esuberanti erano più o meno così, c’era già qualcuno che faceva a cazzotti e che aspettava l’arbitro alla fine della partita, e non era bello ma è senz’altro meno bello come si fa oggi.
Ripenso spesso a quel racconto di mio padre (grande appassionato di calcio, ma non tifoso), e ho una grande nostalgia dei “marlùss” e degli arbitri cornuti. Per quanto mi riguarda, sarei intervenuto subito. Io mi sono fermato molto prima, ai “devi morire”; gridare queste cose a un ragazzo di vent’anni è già ben oltre la mia personale sensibilità, ma ormai questi miei discorsi non hanno nessuna utilità pratica, il mondo è andato da un’altra parte. Che dire? Io avevo votato contro...

venerdì 22 gennaio 2010

Il segreto del successo

Ermanno Olmi, da un'intervista a "La Repubblica" del 6 gennaio 2010
(...)
- Cosa prova nel rivedere i suoi film?
«Non provo nulla, perché non li rivedo. Perché in fondo non amo il cinema.»
- È un'affermazione paradossale detta da lei.
«Non lo amo come ragione principale della mia vita. Quando ho terminato un film, tutti gli scarabocchi, le cartacce, gli appunti che sono serviti per la preparazione, li butto via. Li distruggo. Non voglio restare prigioniero di frammenti di vita che è stata vissuta e non ho più l'opportunità di rivivere. E’ come per un bambino. L'energia che mi resta è rivolta all'attesa di accadimenti futuri che possono darmi la soddisfazione di sentirmi ancora vivo e presente al mondo».
- È strano, avrei detto che prediligeva il passato: la grande tradizione contadina, il cristianesimo, i mondi che rischiano di scomparire.
«C'è un cinema per sognare e un cinema per capire. E il cinema non può fare a meno del passato se vogliamo comprendere che cosa siamo diventati. Quando guardo indietro lo faccio soprattutto per vedere cosa ci accadrà nei prossimi anni. Lo dico senza smanie di profezia. La buona arte non può fare a meno del passato, ma d'altra parte non ne può restare prigioniera».
- A quale scrittore si sente più legato?
«Senz'altro Tolstoj: è una fonte inesauribile di ispirazione. Una forza che ha attraversato la letteratura, la società, la vita».
- E il regista?
«Rossellini, il suo Paisà, che vidi nel 1947 fu alla base del mio interesse per il cinema».
- Come reagisce di fronte a una stroncatura?
«Non mi arrabbio, se è questo che vuol sapere. Non ci resto male. Perché fare un film non è diverso da altre azioni della nostra vita: possono riuscire bene o meno bene. Tutto dipende dal momento, da quella misteriosa umoralità che in un certo istante ti attraversa. E poi, dico la verità, quando preparo un film non mi sento in gara per il successo. Ho sempre avuto la fortuna di non sentirmi in competizione con qualcuno. E non mi aspetto dal critico niente di più e niente di meno di ciò che pensa».

(Intervista con Ermanno Olmi, a cura di Antonio Gnoli, La Repubblica 6 gennaio 2010 )

giovedì 21 gennaio 2010

Servizio traduzioni

Una volta, non so più se su “Cuore” o su “Tango” o su un altro giornale satirico, c’era il servizio traduzioni: cioè cosa ci sta dicendo veramente una persona al di là delle frasi di circostanza.
Siccome ne ho molta nostalgia, inizio qui una piccola serie; che si potrà eventualmente aggiornare un po’ alla volta (i contributi esterni sono benvenuti).
Per esempio:
- “Bisogna aiutarli a casa loro” (traduzione: “Non me ne frega niente e non muoverò un dito”)
- “I veri razzisti sono quelli che li fanno venire qui senza tutele” (traduzione: “I negri e gli extracomunitari non li sopporto”) (qui il servizio traduzioni ha inserito un gentile eufemismo e ha fatto qualche piccolo taglio per i lettori più sensibili)
- “Non si può continuare a dire che Berlusconi è brutto e cattivo” (traduzione: voto per Berlusconi e lo ammiro molto, ma mi vergogno ancora a dirlo)
- “A sinistra hanno ancora il mito del posto fisso” (traduzione: mio figlio ha il posto fisso, e io sono in pensione da tempo).
- “I disoccupati devono darsi da fare, rimboccarsi le maniche” (traduzione: “Non me ne frega niente e non muoverò un dito”).
(continua)

martedì 19 gennaio 2010

Mallory

Non è una cosa grave, ma non sopporto più i malloristi. Che non sono i seguaci di un ipotetico Mallory, ma quelli che parlano con te e ti rispondono "Ah, ma allora tu...".
Lo so, non è grave e c'è di peggio: ma è ben difficile ragionare con un (o una) mallorista. (Forse la grafia esatta dovrebbe essere "maallorista", ma sarebbe un po' troppo complicato).
Come si comporta un (o una) mallorista? Si sta conversando tranquillamente, tu esponi il tuo punto di vista, e la risposta che arriva, quasi sempre un po' brutale e aggressiva, e spesso anche ironica, è una di queste: "Ah, ma allora tu pensi..." oppure "Ah, ma allora tu credi..." . E invece noi non pensavamo niente, non credevamo niente: stavamo solo chiacchierando del più o del meno, per passare il tempo, magari riportando una notizia appena letta sul giornale, ma senza una nostra personale interpretazione. Di tutte, la più terribile: "Ah, ma allora tu pensi di essere migliore degli altri!": alla quale affermazione (disponibile in più varianti, per esempio: “ah, ma allora tu pensi di essere perfetto, hai la verità sempre pronta, chi ti credi di essere?”, eccetera ) non c'è modo di rispondere - non in modo educato quantomeno.
Lo so, c'è ben di peggio, a questo mondo. Ma, ormai, i malloristi li riconosco da lontano e cerco di evitarli; e, siccome sono una razza in continua crescita (insieme a quelli che, sempre di ispirazione televisiva, ti intimano: "lasciami finire, non interrompermi!" se provi a mettere una virgola nei loro discorsi di tre quarti d’ora filati), mi sono fatto una rapida fama di orso e di uomo dal pessimo carattere.
Per quello che ne ho capito degli orsi (ne ho incontrati pochissimi, nella mia vita), direi che hanno tutte le loro bravi ragioni, per avere quel carattere lì. Chissà quanti malloristi che hanno incontrato, mentre si grattavano felici la schiena contro un albero.