venerdì 28 maggio 2010

Monteverdiana ( I )

Donna s'io miro voi, ghiaccio divengo;
se di mirar m'astengo,
d'un infinito ardore
mi si consuma il core.
Non so che m'abbi luoco:
mirar m'è ghiaccio, il non mirar m'è fuoco.

Ch'ami la vita mia nel tuo bel nome
par che si legg'ognora,
ma tu voi pur ch'io mora.
Se 'l ver porti in te scritto,
acqueta coi begl'occhi il cor afflitto,
acciò letto non sia
ch'ami la morte e non la vita mia.

Questa ordì il laccio, questa
sì bella man tra fiori e l'erba il tese,
e questa il cor mi prese e fu sì presta
a trarlo in mezz'a mille fiamme accese.
Or che l'ho qui ristretta,
vendetta, Amor, vendetta!
(Giovan Battista Strozzi)

Musicate da Claudio Monteverdi, Il Primo Libro de' Madrigali, 1587.

« Bisogna innanzitutto dire che il lavoro interpretativo che richiedono i Madrigali di Monteverdi, prima ancora che musicale, è squisitamente letterario. Si tratta, in altre parole, di arrivare ad un'assimilazione graduale delle strutture sintattiche, ed alla comprensione del motivo che ha spinto l'autore a scegliere un testo piuttosto che un altro. Le scelte di Monteverdi a tale proposito non erano mai casuali, ma rispondevano a precisi criteri. Prima di tutto si preoccupava che il testo fosse adatto ad essere musicato, poi badava all'intrinseco valore artistico e letterario del testo stesso. È evidente ad esempio che Monteverdi decide di musicare solo rime d'alto valore poetico, e non altre. Probabilmente si preoccupava solo in seguito della possibilità di 'teatralizzare' un certo testo. (...)»
(Rinaldo Alessandrini, da un’intervista per un suo disco dei Madrigali di Monteverdi. )

martedì 25 maggio 2010

Discesa in campo

Quando Zidane diede quella testata a un avversario e fu espulso, cominciai a spazientirmi e a desiderare di mollare il calcio. No, non quella dei mondiali: accadde molto prima, quando Zidane giocava con la Juve, in una partita importante di Coppa dei Campioni. Con lui fu espulso Davids, se non ricordo male; o magari Camoranesi, uno o l’altro non fa differenza – grandi campioni, ma di queste uscite ne avevo viste fin troppe.
Non che Zidane avesse tutti i torti, di calcioni e di insulti ne prendeva tanti e non reagiva, stava sempre zitto; e sì che Zidane è uno grande e grosso, più robusto della media dei calciatori. Poi, si sa, si sbotta tutto d’un colpo ed escono reazioni inconsulte; e per questo, nonostante tutto, quando diede quella famosa testata a Materazzi, fui tra i pochi a simpatizzare con lui; ma le testate son pur sempre testate, ti fai espellere e lasci in difficoltà i tuoi compagni, e non si può nemmeno immaginare di farla franca perché oltre all’arbitro è ormai certo che quando fai una scemenza su un campo di calcio poi ti vedono milioni di persone. Quantomeno, Zidane è un tipo che parla poco: forse in Spagna o in Francia ha rilasciato qualche intervista in più, ma adesso che ci penso quasi non so che voce abbia.
Ma, soprattutto, mio papà (che di calcio se ne intendeva, ed era anche un buon giocatore sia pure a livelli amatoriali) mi aveva spiegato da subito una cosa: che i calciatori, i ciclisti, i piloti, gli atleti in generale, non vanno presi ad esempio. Essere bravi a giocare al pallone non significa automaticamente essere anche brave persone, e gli esempi non mancavano. E questo era un concetto generale e ben diffuso: difatti era ben difficile vedere interviste ai calciatori in tv, perché cosa mai avrebbe avuto da dire un calciatore al di fuori del campo di calcio? I ciclisti del tempo di Coppi e di Bartali erano oggetto di bonaria presa in giro, ed è ancora citatissimo il “sono contento di essere arrivato uno” pronunciato da uno di quei campioni della bici.

Per questo ci sono rimasto male quando anche dei giornalisti che stimavo, in questi ultimi mesi, si sono messi a parlare in termini di “zero tituli” e a portare Josè Mourinho come esempio. Dico la verità: non me lo aspettavo, perché quando si parla o si scrive sono proprio le nostre battute, e gli esempi che portiamo, che svelano cosa c’è veramente dentro le teste, il bagaglio culturale a cui attingiamo, i nostri discorsi quotidiani. Se io dico “la spada di Damocle”, per esempio, significa che ho quantomeno qualche lettura classica alle spalle; ma se dico “zero tituli”, o “discesa in campo”, significa probabilmente che le mie letture sono limitate quasi soltanto ai giornali sportivi, o che comunque è in quel campo lì, il campo di calcio, che la mia mente abita più volentieri.
In questo senso, è stato proprio Josè Mourinho a stupirmi piacevolmente in questi ultimi giorni, perché in una polemica calcistica (abbastanza idiota, come sempre) per sfottere un avversario ha citato un libro di Sartre, “La nausea”, che non sentivo nominare dagli anni ’70. E, dal tono con cui l’ha detto, è più che probabile che Mourinho abbia davvero letto Sartre.
Ma di tutto questo, di Sartre e dei libri di filosofia, ai tifosi e ai giornalisti non importa un fico secco; e difatti questa citazione di Mourinho è scomparsa subito dai giornali e dalle chiacchiere tv, mentre sono rimaste quelle più stupide, come gli “zero tituli”: e le definisco stupide perché nel calcio, e nello sport in generale, si può essere grandi campioni e vincere poco o niente. Esistono gli infortuni fisici, per esempio; e soprattutto esistono i soldi, dietro a Mourinho c’è un signore che ha speso centinaia di miliardi (centinaia di miliardi: non per modo di dire, ma per davvero) per metterlo in condizione di vincere. Quando faccio notare questo dettaglio, mi si risponde che gli Abramovich, i Moratti, i Berlusconi, “hanno i soldi e possono farne quello che vogliono”.
Ecco, a questo punto, di fronte a una simile cazzata, mi fermo e mi cascano le braccia. Almeno quelli che si dicono "di sinistra" dovrebbero avere gli argomenti per rispondere a queste affermazioni, invece si accodano: chi ha i soldi fa quel che gli pare, e amen. Se gli "opinion leaders" della sinistra sono questi, così allineati alla voce del padrone e ai suoi sondaggi, difficilmente la sinistra avrà un futuro.

Continuo a seguire il calcio, ma sempre più controvoglia; vorrei non saperne niente e ignorarne perfino le regole, ma ormai sono stato infettato e non posso più tornare indietro. Rimpiango il tempo in cui il Verona vinceva lo scudetto, e il Nottingham Forest vinceva la Champions League (ne ha vinte due, di seguito) sconfiggendo gli squadroni dei ricchi scemi. Rimpiango anche il tempo in cui un atleta correndo a piedi scalzi poteva vincere la maratona alle Olimpiadi, e rimpiango soprattutto il tempo in cui i giornalisti non perdevano il loro tempo mettendo i microfoni o i taccuini davanti alle bocche dei Materazzi, dei Balotelli, dei Cassano, dei Mourinho: tanto, più che xxxxxxx, cosa vuoi che dicano? (e, se lo avessero fatto, i direttori dei loro giornali non avrebbero pubblicato niente e li avrebbero caldamente invitati a cambiare mestiere).

PS: ho fatto scorrere i trecentoventidue nuovi canali del digitale terrestre: trecentonove sono dedicati completamente alle xxxxxxx. Si vede che è un genere che piace, e ormai non me ne stupisco più, visti i risultati delle elezioni in politica, e vista anche la nostra economia nazionale.

lunedì 24 maggio 2010

La Divina Commedia

Ogni tanto qualcuno prova a immaginarsi una nuova “Divina Commedia”, per colmare il vuoto d’informazione: dai tempi di Dante fino a noi, chi sarà mai finito all’Inferno, nelle fiamme eterne, a far compagnia a Ciacco e al Conte Ugolino? E chi in Purgatorio, in Paradiso?
Per l’inferno, alcuni nomi sono scontati: Mussolini, Pinochet, Hitler, Pol Pot, i dittatori argentini degli anni ’70, Stalin, eccetera. Ma questi, più che dannati, sono forse autentici diavoli discesi in terra. Ci sono invece persone che per la loro posizione avrebbero potuto fare del bene e invece non l’hanno fatto: è qui che l’elenco potrebbe dare delle sorprese, perché si tratta di uno dei peccati capitali e perché, una volta o l’altra, ci siamo cascati tutti. Ovviamente, la lista sarebbe lunga; e per finire all’inferno non penso che basti un piccolo peccato, una piccola omissione: per questi c’è il Purgatorio. Per l’inferno, invece, ce ne vogliono di grossi.

Quando morì Ronald Reagan, per esempio, il vignettista Vauro non ebbe dubbi su dove collocarlo; e io sono pienamente d’accordo. Anche la lancia con falce e martello impugnata dal diavolaccio del comitato d’accoglienza non ha significato politico, sta solo a significare l’impoverimento di operai e contadini (e anche di molti impiegati) sotto le politiche egoiste e avide di Reagan, che ebbero tanti imitatori. Va però detto che Reagan non era un economista ma solo un prestanome di altri che operavano alle sue spalle; fu invece una donna, Margaret Thatcher, a iniziare quelle politiche (fece anche una guerra, le persone così senza guerre non vivono: una guerra lontana e piccolina, alle Falkland/Malvinas, di più non si poteva fare a quei tempi). Cercando su wikipedia ho scoperto due cose: che la Thatcher è ancora qui con noi, e che quasi tutte le sue leggi contro i lavoratori e contro le famiglie sono state confermate dai governi successivi. Il che significa che almeno altri due o tre politici insospettabili hanno già il loro posto pronto nella futura Divina Commedia (noi ce ne dimentichiamo subito, ma di là a queste cose badano moltissimo, anche dei barconi di emigranti affondati prima di arrivare a Lampedusa, e degli emigranti fatti morire in Libia, terranno gran conto).

domenica 23 maggio 2010

Antivirus

Tutti i giorni il mio antivirus parte in automatico, e tutte le volte, bastano anche cinque minuti, mi trova un “tracking cookie” e me lo segnala. Il che significa che basta collegarsi a internet per avere qualcuno che ti appiccica addosso un’etichetta, un chip, un marcatore: “so che sei passato di qui”.
Raramente, sempre più raramente, l’Antivirus mi segnala delle vere minacce: con i tracking cookies il rischio è basso, il fedele servitore me lo dice subito e quindi non mi preoccupo.
Un servizio molto utile, e ho anche pagato per averlo: mica poco, tra l’altro. Però intanto che sono qui e ci penso, mi rendo conto che di gente si interessa a dove vado e che mi mette addosso un cookie ce ne è tanta, e mica solo su internet. Anzi: internet è un posto tutto sommato discreto.
Ogni volta che vado a trovare una mia amica, per esempio, so che in quel palazzo dove lei abita è in azione una videocamera: per la nostra sicurezza, è ovvio. Sempre per la nostra sicurezza, sono “cookizzato” anche quando esco dall’edicola; videocamere in azione anche al bancomat, sempre per la mia sicurezza e sperando che di videocamere ce ne sia una sola, quella della Banca. Cookies anche al supermercato, sanno tutto quello che ho comperato negli ultimi dieci anni e se lo ricordano barattolo per barattolo. Cookies anche su tutte le mie telefonate, of course: sms compresi. In settimana ho letto altre due notizie inquietanti: che dai satelliti tra poco ci daranno anche le multe in automobile, e che in Cina è già possibile spiare quando uno esce di casa, tramite la chiave e la serratura. A pensarci bene, già oggi, quando si accende il riscaldamento col telefonino, o quando si controlla l’antifurto, si può essere marcati e registrati.
Che fine fanno tutti questi cookies? Per adesso è vietatissimo utilizzarli, ma: 1) non controlla nessuno; 2) basta un governicchio compiacente e anche la mia lista del supermercato, così come già accade per il mio numero di telefono, potrà essere utilizzato dalla tentata vendita.
E i filmati delle videocamere? Li butteranno via veramente alla fine della giornata, o c’è chi li colleziona e prende nota? Una volta c’erano le zitelle pettegole che spiavano dietro le veneziane chi entrava e usciva, adesso ci sono sicuramente tizi e tizie che fanno collezione di filmati, e chissà che genere di filmati saranno. Attenti dunque a tutto quello che fate, quando andate in un qualsiasi albergo; e quanto a me, meno male che la mia amica non è sposata o fidanzata, altrimenti chissà cosa potrebbe succedere. Però, in futuro, chissà, tutti e due potremmo essere ricattabili...Qualcuno potrà tirar fuori le registrazioni dei miei ingressi da quel portone e chiedermene conto: “come mai lei passava da via Garibaldi numero 25 portone B scala A alle ore 14,30 del 25 febbraio 1997 ?”. E io dovrò ricordarmene, avere una qualche scusante, una pezza d’appoggio, altrimenti chissà cosa potrà succedere.
Io stesso sono dunque un tracking cookie, il mio corpo, la mia immagine registrata o riflessa sono dei tracking cookies... Tutto questo francamente mi spaventa, e non ho che una soluzione a portata di mano, questa: pensare che il significato originale di “cookie”, in inglese, è “biscotto”.
Ecco, ho appunto una scatola di biscotti appena aperta, di là, nella credenza; e qui, fra vecchie credenze e dolci biscotti, credetemi, annegherò quest’angoscia (a proposito, c’è mica anche un po’ di alkermes, o di rosolio?).

mercoledì 19 maggio 2010

La vita terrena

Rinvenni subito, corsi al boccaporto che dava sullo spazio dell'equipaggio e gridai: « Equipaggio ! Compagni !Venite subito ! Un estraneo mi ha cacciato via dal timone ! » Quelli accorsero lentamente, salirono sulla scaletta di bordo, stanche figure imponenti che barcollavano. « Sono io il timoniere ? » chiesi loro. Essi annuirono, ma guardavano soltanto l'estraneo, si misero in semicerchio intorno a lui e quando egli disse in tono imperioso: « Non seccatemi ! » si raccolsero, mi fecero un cenno e ridiscesero la scaletta di bordo.
Che razza di gente ! Pensano anche, o strisciano solo i piedi sulla terra inutilmente ?
(Franz Kafka, Il timoniere)


- Lei non è del Castello, lei non è del paese, lei non è nulla. Eppure anche lei è qualcosa, sventuratamente. E' un forestiero, uno che è sempre di troppo e sempre fra i piedi.
...
Che cosa avrebbe potuto attirarmi, in questo paese così tetro, se non il desiderio di rimanervi?
(Franz Kafka, da "Il Castello ")

martedì 18 maggio 2010

I calzettoni di Sivori

Il digitale terrestre, il casco per i ciclisti, e i parastinchi dei calciatori: cosa unisce tutte queste cose tra loro diversissime? Ecco qua, lo spiego subito: vado in ordine e comincio dall’inizio.
Oggi ho passato tre quarti d’ora a sistemare i televisori di casa, perché non si vedevano più molti canali; il motivo è che la Lombardia è passata al digitale terrestre. Però non del tutto, oggi dovevano sparire solo Raidue e Retequattro; invece era sparita anche Raitre, e qualcos’altro ancora. Se mia madre fosse stata da sola in casa, oggi non avrebbe visto i suoi programmi preferiti; invece c’ero io e ho trafficato per tre quarti d’ora, perché non solo bisogna resettare tutto, ma poi il decoder non mette i canali nell’ordine che interessa a me (e a mia mamma) ma in quello che hanno deciso lorsignori a Milano. Non mi dilungo ulteriormente, ma è chiaro che qui si pensa che la tv sia al centro di ogni nostro pensiero. Non è così: io me ne ero completamente dimenticato, della scadenza del 18 maggio. Sono semplicemente arrivato a casa e mi sono accorto che non si vedeva niente, mi sono chiesto perché, e solo dopo un po’ – mentre apparecchiavo e cuocevo la pasta - ci sono arrivato: lo sapevo, certo, ma, appunto, io sapevo solo di Raidue e Retequattro, non mi aspettavo certo di vedere sparire tutto e di dover dedicare tutto questo tempo al televisore.
E passo al casco per i ciclisti: stava per passare una legge che obbliga tutti a usare il casco quando si va in bicicletta. Sorvolo per brevità sui discorsi più ovvi e scontati: con il casco in testa si è più sicuri, se si cade. Ma se si cade (esperienza diretta) le cose più a rischio sono le mani e le ginocchia; per cadere e picchiare la testa bisogna andare forte e spericolati, roba da ciclismo agonistico. E’ vero che se mi urtano posso cadere malamente, ma allora il problema non sono io: il problema sono le automobili e i camion. E’ anche vero che posso scivolare e cadere facendo la doccia: che fare, rendiamo obbligatorio anche il casco sotto la doccia?
Concludo anche qui: conosco generazioni e generazioni di ciclisti, nessuno si è mai rotto la testa andando a fare la spesa in bicicletta o comperando il giornale, neanche ai tempi in cui le strade non erano asfaltate ed erano piene di buche. E il punto, secondo me, è proprio questo: che nessuno usa più la bicicletta come semplice mezzo di trasporto, per fare la spesa o per andare a comperare il giornale. Per quello si usa la macchina, l’automobile; la bicicletta serve per fare sport, e non si chiama più bicicletta, ma mountain bike, cross bike, bici da corsa. Usare la bici come facevano mio padre e mio nonno è da sfigati, andare a piedi è da sfigati, solo gli sfigati vanno in giro in bici. E dunque, se è mountain bike, se si va a fare cross, se ci si allena per le corse, adesso sì che ho capito: si corrono davvero dei rischi, qui serve veramente il casco. E le leggi, si sa, non le fanno gli sfigati che vanno in bici a comperare il pane. (Per inciso: qui in paese, ormai da parecchi anni, il più giovane ad usare la bici per andare a comperare il pane sono io – la bicicletta è proprio passata di moda, almeno in Lombardia).
E concludo il tutto – ma ce ne sarebbero tante di cose da dire... – con una foto di Enrique Omar Sivori, in lieta compagnia. Sivori è stato uno dei più grandi calciatori di tutta la storia del calcio, quando iniziò a giocare Maradona si disse che ricordava Sivori. Ed eccolo qua, Omar Sivori: con i suoi bravi calzettoni abbassati. Giocava sempre così, con i polpacci e gli stinchi completamente scoperti: prendeva calci, e ne dava anche tanti. Che io ricordi, l’ultimo calciatore di serie A a giocare così fu Gianluca Vialli, negli anni ’80: dopodiché furono resi obbligatori i parastinchi e i calzettoni fino al ginocchio. Maggior sicurezza, diranno i bambini saggi: certamente sì, i calci negli stinchi fanno male. Ma Sivori, e Vialli, e Corso, con i loro calzettoni abbassati erano magari poco eleganti, ma anche identici ai bambini loro coetanei che giocavano a pallone nei prati e nelle strade. Il calcio, e il ciclismo, erano vicini alla gente; e alla televisione non si dava tutto questo peso, la tv era solo un accessorio che si poteva anche tenere spento.

venerdì 14 maggio 2010

Marketing

«Dal mese prossimo – ricorda un Gerry Scotti insolitamente serio, ma cordiale – questa trasmissione potrà essere vista solo sui canali digitali terrestri. Per continuare a vederci, dunque, è necessario procurarsi un decoder. Se non l’avete ancora fatto, ricordatevi di procurarvi un decoder, e dite ai vostri amici di procurarsene uno anche loro.»
Magnifico. Questo messaggio, ripetuto molte volte e non solo da Gerry Scotti, è davvero fantastico, qualcosa da campionare e mettere in bacheca. “Procuratevi un decoder”, dice il simpatico conduttore televisivo: o bella, e come ce lo si procura un decoder? Cresceranno nei campi, i decoder, o bisogna raccoglierli dagli alberi? Quando fioriscono, i decoder? Si raccolgono in primavera, ai bordi dei fossi, oppure in autunno, come l’uva? Si possono coltivare in un vaso, sul balcone? Data la forma e le dimensioni, opterei piuttosto per qualcosa che cresce a terra, come le zucche, o magari bisogna scavare per tirarlo fuori, come le patate. O forse è un animale: procurarsi un decoder significa magari andare al canile, o dal veterinario, e vedere se ne hanno lì uno abbandonato da portare in casa. Escludo subito la prima cosa che mi era venuta in mente: cioè che si tratti di un’istigazione al furto. No, non è possibile: uno come Gerry Scotti non può aver detto “procuratevi un decoder” dandogli quel senso lì.
No, il decoder va comperato in apposito negozio, previo pagamento di denaro. Ecco dunque la parola proibita, quella che non va mai pronunciata: PAGARE. Il decoder va pagato, e dovete pagarvelo voi: in alternativa, potete cambiare il televisore (tutti i tv che avete in casa, mica uno solo), e anche il videoregistratore è meglio cambiarlo, se no registrare diventa un casino. E ancora: il decoder ha un suo telecomando, distinto da quello del televisore: se volete guardare la tv col televisore vecchio e il decoder, dovete usare due telecomandi (se avete anche il decoder del satellite, tre telecomandi: uno per ogni mano). E non è finita: bisogna chiamare anche l’antennista, non è detto che la vostra vecchia antenna vada bene. Io sono stato fortunato, abito in un condominio e la spesa (quella dell’antennista, non quella dei decoder) è stata divisa per otto: ma chi abita da solo dovrà pagare tutto da solo. Finita l’operazione del digitale terrestre, quando ce l’avremo tutti, è probabile che tutte le trasmissioni diventino a pagamento: se vuoi vedere qualcosa, comperi l’apposita tesserina e paghi. Prima non era possibile, adesso sì: è questo il progresso.

Solo un piccolo esempio, perché ormai tutto funziona così. Un tempo c’era “anche” la pubblicità, oggi esiste “solo” la pubblicità: e io sono in grave difficoltà, i messaggi pubblicitari di regola li cestino, invece oggi arrivano sotto forma di spot anche i contratti. «Dai sfogo alla tua voglia di sms!» leggo sul mio telefonino: io un messaggio che inizia così non lo leggo nemmeno, lo cancello alla prima riga. Invece no, sotto c’è una proposta di contratto. «Tre mesi di telefonate gratis!»: sì, ma dopo? Giro e rigiro la pagina di pubblicità, vado sul sito, rileggo l’sms, niente: non c’è scritto. Ok per i tre mesi gratis, ma dopo? A chi lo chiedo, al 187? Compongo il numero, e parte un jingle: pubblicità anche qui...Quando si arriva al contatto desiderato, dopo almeno cinque minuti di telefonata, c’è un messaggio registrato che ripete esattamente quello che diceva lo spot.

Non so, può darsi che in origine il marketing fosse una cosa seria: io non ho mai lavorato alle vendite e non lo so. So invece cosa è diventato oggi, marketing è sinonimo di fregatura.
(e abbiamo al governo il re delle televendite: ma nel 1995 sulle televendite c’è stato un referendum, avremmo potuto fermare tutto e non l’abbiamo fatto.)

PS: questo post è già stato messo on line il 9 gennaio scorso. Adesso tocca alla Lombardia: stessi spot e stessa terminologia (mai dire che il decoder bisogna comperarlo, pagarlo, spenderci soldi!) con l'aggiunta di piccoli spot dove si spiega alle gentili massaie che non serve cambiare l'antenna. Anche dove abito io non abbiamo cambiato l'antenna, ma abbiamo dovuto "procurarci" un antennista (cioè pagarlo) per fare le necessarie modifiche...