martedì 29 giugno 2010

Chi vota a destra è un imbecille? ( III )

In Germania, il cancelliere Willy Brandt era amatissimo e molto popolare, quasi una leggenda: un po’ come Kennedy in America. Ad ogni elezione, il suo partito vinceva con larga maggioranza.
Poi accadde che un suo stretto collaboratore fu colto con le mani nel sacco: era una spia dell’Est.
Brandt non era stato toccato direttamente, quel fatto riguardava solo quel suo collaboratore (Günther Guillaume, se non ricordo male); ma diede ugualmente le dimissioni. Quanto meno, aveva sbagliato a scegliersi i collaboratori: e questo bastava.
In America, qualche anno prima, il presidente Nixon era stato costretto a dimettersi per un motivo che visto oggi fa perfino sorridere: persone legate a lui avevano messo microspie nella sede del partito democratico. Lo scandalo Watergate era tutto qui, ridotto ai minimi termini: ne abbiamo viste di peggio. Anche Richard Nixon era stato eletto (due volte) con un vasto mandato popolare.
Tutto questo per dire che a me basta e avanza la condanna – magari una condanna definitiva: primo grado, appello e cassazione - intorno ai sette anni di carcere – di una sola persona per togliere dalla politica tutte le persone a lui strettamente vicine. Quanto meno, che facciano un passo indietro: anche se non hanno nessuna colpa personale, così come fece Willy Brandt.

Una condanna per corruzione è una cosa seria, soprattutto se capita a un politico, ancora di più a un ministro e dirigente di partito. L’altra sera in tv si parlava di queste cose, e uno si è chiesto se quel dibattito non fosse troppo lungo e pieno di dettagli difficili da capire, soprattutto per i giovani che all’epoca dei fatti non c’erano o erano troppo piccoli per capire: ecco, sono d’accordo. Secondo me questi dibattiti non hanno senso: se Cesare Previti è stato condannato a sette anni di carcere per corruzione, tutti quelli che stavano vicino a lui devono uscire dalla politica. Punto. Se non si comincia da qui...
N.B.: dopo le dimissioni di Brandt, il suo partito vinse le elezioni: con Helmut Schmidt alla guida. Dopo le dimissioni di Nixon, il partito repubblicano perse le elezioni successive, ma poi governò per 12 anni filati, con Reagan e con Bush; e poi - dopo Clinton - per altri otto anni filati, con Bush figlio. Insomma, a dare le dimissioni in questi casi ci si fa bella figura. Se non si comincia da qui...

PS: ho pubblicato questo post per la prima volta il 5 dicembre 2009, parlando in generale; stavolta c'è una dedica ed è per il ministro Scajola - ma niente di personale, s'intende. Prima o poi, si sa, ne salterà fuori un altro: basta aspettare.

PS2: ho pubblicato questo post per la seconda volta il 4 maggio 2010, e oggi è arrivata la condanna in appello a sette anni di carcere (sette anni di carcere, in appello) per Marcello Dell'Utri. Condanna per appoggio esterno alla mafia: alla mafia. Ripeto: sette anni di carcere, condanna in appello, mafia.

giovedì 24 giugno 2010

Achille Campanile ( VI )

E' notte, ed ha paura della vita. Una volta aveva paura della morte, ma adesso ha paura della vita. Questo continuo agitarsi di tutti. Tutti fanno qualcosa. Tutti sono energici, tutti si sono sistemati, e lui no. Se appena uno si ferma, è travolto, non può più mettersi in carreggiata. Ma se ha paura della vita e della morte, dove deve andare?
Vita severa, scherzi, ma non vuoi che con te si scherzi.
(Achille Campanile, il povero Piero, cap. I )

Ci sono giorni in cui, quando si passa davanti alle vetrine a specchio, ci si trova a posto; e giorni in cui è un disastro: la testa è troppo grande o troppo piccola, e non cade a piombo sulle spalle; anzi, è troppo in avanti o troppo indietro, come se fosse stata male avvitata. Gli unici specchi che ci danno soddisfazione sono quelli dove ci guardiamo abitualmente. Gli altri ci riserbano sempre delle sorprese.(Achille Campanile, Se la luna mi porta fortuna, cap. XX )

Se si vedesse la vita scorrer tutta in pochi minuti, ci accorgeremmo di aver commesso delitti, che non sembran tali perché diluiti nel tempo. Ma, concentrati, lo sembrerebbero. Abbiamo commesso delitti con la complicità del tempo.(Achille Campanile, In campagna è un'altra cosa, cap.III )

- Via, - dissi - non si riscaldi. Per farle piacere, darò quattro calci al mio cane.
- Lui non ha colpa. La colpa è del padrone, che dovrebbe badarvi.
- Va bene, - dico - darò quattro calci a mio zio, che è il padrone.
(Achille Campanile, In campagna è un'altra cosa, cap.I )

Ho teso corde da campanile a campanile
ghirlande da finestra a finestra
catene d'oro da stella a stella
e danzo.
(Arthur Rimbaud, les illuminations)

martedì 22 giugno 2010

Compagno

“Due scarpe compagne” sono due scarpe uguali: in tutta l’Emilia, “compagno” è sinonimo di “uguale”. «Kostké l’è compägn», “questo qui è uguale”, vi sentirete dire al mercato o in un negozio se cercate qualcosa di simile a quello che state cercando: compagno, uguale.
Questo significato della parola “compagno” è diffuso un po’ per tutta la Pianura Padana, anche in Veneto si usano espressioni simili – pardon, “compagne”.
Di conseguenza, essendo emiliano per parte materna, quando sento persone che storcono il naso di fronte a questa parola mi meraviglio sempre (ancora oggi) e mi chiedo cosa c’è dietro. Uno psicoanalista potrebbe lavorare molto, su questa paura di essere uguali; di certo nessuno di noi vuole essere uguale ad un altro, è un sentimento naturale: io uguale a quello là? Ma no, ma dai, ma va là. E se poi “quello là” è povero, peggio ancora. No, meglio non essere “compagni” di un povero...
« Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo.»
(Atti degli Apostoli 2, 44-47)

Achille Campanile ( V )

Malgrado l'ora tarda, il vecchio eremita stava con le dita nel naso.
- Mi scusino, - disse ai nuovi venuti - ma noi eremiti stiamo sempre con le dita nel naso, perché nessuno ci vede. E' l'unico vantaggio della nostra solitudine, e avremmo torto a non approfittarne.
(Achille Campanile, Se la luna mi porta fortuna, cap. X )

"Non si può leggere Campanile senza avere presente tutta la tradizione del romanzo ottocentesco, da Dumas a Salgari, sino a D'Annunzio. I personaggi di Campanile gridano "tuoni d'Amburgo!", hanno sorrisi che più nulla hanno d'umano ed esplodono in risate sataniche mentre il cuore batte loro vistosamente sotto il corsetto. (...) Certamente il riferimento costante è il romanzo d'appendice. Uno degli elementi fondamentali del feuilleton è l'agnizione, e sull'agnizione Campanile gioca, portandola all'esasperazione e poi negandola." (Umberto Eco, prefazione a "Ma che cosa è questo amore", ed. Corbaccio)
- Che ella non sappia mai - mormorò, con lo sguardo fisso nel vuoto. E, per fare commedia, disse forte:
- Io partirò. Anderò a Parigi. Spero di trovare il mare calmo.
- Ma che dici? - mormorò Filippo - A Parigi non c'è il mare.
- Allora, -disse Guerrando ad alta voce, perché tutti udissero, - spero di trovarlo calmo al mio ritorno qui.
(Achille Campanile, Se la luna mi porta fortuna, cap. XVIII )

lunedì 21 giugno 2010

Radici cristiane

Non dirò che mi sono fatto quattro risate, leggendo e ascoltando in questi giorni le dichiarazioni dei vertici Fiat (Marchionne), dei vertici Confindustria (la signora Emma Marcegaglia), di esponenti del Governo Italiano (Umberto Bossi, Calderoli, Castelli, La Russa), e anche di autorevoli opinionisti e commentatori (lista interminabile); non mi sono messo a ridere perché l’argomento è serissimo, drammatico. Ma, mettendo in fila tutte queste dichiarazioni e pensando ai continuamente risorgenti dibattiti sulle “radici cristiane” dell’Europa e del nostro Paese, uno sghignazzo ci può anche stare; ed è uno sghignazzo preoccupatissimo, un riso davvero amaro.
Marchionne, per esempio, sfotte i lavoratori: dice che scioperano per vedere le partite di calcio, e che c’è assenteismo, e che allora vado in Polonia dove fanno meno storie. La signora Marcegaglia spiega alle donne che è giusto lavorare fino a settant’anni; e lo spiega nei dettagli, con un ghignetto soddisfatto, anche lei come Marchionne. Silvio Berlusconi dalla sua dorata cadrega di premier vara una manovra di sacrifici (per gli altri) proprio mentre suo figlio vara uno yacht enorme nuovo nuovo, lussuosissimo. Umberto Bossi e i vertici della Lega hanno una sola cosa in testa: federalismo (non equivochino gli Svizzeri e i Tedeschi: la traduzione letterale è “magna magna”), con secessione inclusa, così i problemi di quelli là se li risolvono loro, che non se ne può più dei poveri ed è giusto che i poveri non mangino alla mensa insieme ai miei figli.
Eccetera: si potrebbe continuare per pagine e pagine, e sono tutte dichiarazioni autentiche, spontanee, entusiaste, ineccepibilmente registrate da tutti i telegiornali.
Provo a dare qualche risposta alle battute idiote e alle asserzioni senza diritto di replica: l'assenteismo può anche essere dovuto alle madri e ai padri che vogliono stare dietro ai figli quando si ammalano, o quando ce n'è bisogno per evitare che finiscano male; la pensione a settant'anni può andar bene per i notai, gli avvocati, i parlamentari e i figli di papà (o le figlie di papà) che si sono trovati ricchi e felici senza nemmeno aver avuto bisogno di chiederlo; ma il pensiero di un muratore di sessantotto anni che va su e giù da un ponteggio mi fa soltanto spavento. Eccetera, anche qui gli esempi potrebbero essere infiniti: ma chi se ne frega, c'è da fare i sacrifici, lo chiede l'UE, c'è il deficit del bilancio, e io che c'entro?
Tutte queste persone sono in prima fila (primissima) quando c’è da fare un richiamo alle radici cristiane. Da quanto tempo questa gente non legge il Vangelo? Hanno almeno una vaga idea di quello che significa Cristianesimo? Da quello che dicono e da come si comportano, si direbbe di no: tra Dio e Mammona (Matteo 6,24 e Luca 16,13) hanno scelto Mammona senza ombra di dubbio e senza la minima esitazione.

domenica 20 giugno 2010

Gulag e crociate

Ho letto poco di Josè Saramago, e me ne dispiace molto perché quello che ho letto era di altissima qualità; ma si fa spesso così, si rimanda, ed è un peccato. Di conseguenza, non avrei parlato di Saramago se non fosse stato per un titolo che mi ha colpito: l’Osservatore Romano che gli rimprovera di aver parlato delle Crociate ma non dei gulag.
Che dire? La prima cosa che mi è venuta in mente è che non si può parlare di tutto e occuparsi di tutto: probabilmente Saramago aveva un interesse particolare verso le Crociate. C’è chi si occupa del periodo napoleonico, chi di Roma antica, si vede che a Saramago piaceva quel periodo storico.
Ma poi, subito dopo, ho pensato: che bisogno c’è di condannare i gulag? Sui gulag la condanna è unanime, la verità è nota fin dalla morte di Stalin: cioè dal 1953. Dal 1953 in qua, nessuno ha mai contestato la verità sui gulag: tanto più che le notizie sui gulag, con i dettagli, furono diffuse dagli stessi vertici dell’URSS. Io sono nato nel 1958, e da che mi ricordo non ho mai trovato nessuno che fosse nostalgico di Stalin, o che parlasse bene di Stalin; ho trovato alcuni rari e sporadici leninisti (Lotta Comunista), ma stalinisti mai. Perché dunque Saramago avrebbe dovuto sfondare una porta aperta? Le Crociate invece hanno un’attualità, un riflesso nel presente; normale che ci sia chi se ne occupa ancora, anche al di fuori degli specialisti.
Piuttosto, come mai la Chiesa tace sul rinascente nazifascismo? Questa sì che è un dato preoccupante: l’ultima volta che ci fu un tale numero di fascisti e nazisti in Europa correva l’anno 1939, e si sa cosa venne dopo il 1939: vennero il 1940, 1941, 1942, 1943...
Piuttosto, come mai la Chiesa tace sulle dittature cilene e argentine degli anni ’70? Ci sono addirittura delle foto imbarazzantissime, con papa Woytila a braccetto di Pinochet, in anni ancora recenti, quando la verità sui campi di concentramento cileni e sui desaparecidos era lampante e documentatissima.
Dei gulag si parla poco perché non c’è bisogno di parlarne, la condanna è sempre stata unanime anche e soprattutto a sinistra: ecco probabilmente la ragione per cui Saramago non ha sentito il bisogno di parlarne. Volendo fare cosa utile, bisognerebbe forse tornare a parlare di cosa è successo in Serbia e in Croazia in anni recentissimi, o di cosa succede ancora oggi con le navi dei migranti africani... Ma forse è chiedere troppo, i tempi sono questi e non sono bei tempi.
PS: già che ci sono, un saluto affettuoso a Dino Boffo, ex direttore dell’Avvenire, quotidiano dei vescovi. Spero che stia bene e che se la passi bene, nonostante tutto.

sabato 19 giugno 2010

Achille Campanile ( IV )

Andiamo a fare colazione a Nervi. Che cosa strana: questa costiera è battuta dal sole dall’alba al tramonto, è esposta a mezzogiorno, pure ha qualcosa di nordico. Forse è il suo mare deserto, o sono le sue rocce strapiombanti, o le lontane terre azzurrognole all’orizzonte, che fanno pensare alla Norvegia. E’ un’idea, s’intende, che viene a quelli che non sono mai stati in Norvegia. Ma il senso esatto d’un paese non possono averlo che quelli che non ci sono mai stati.( Achille Campanile, "Battista al Giro d’Italia" )
Come dice Umberto Eco nella prefazione a "Ma che cosa è questo amore" (ed. Corbaccio), "L'esempio più bello è quello di Cervantes: tutto quello che Don Chisciotte fa è comico. Ma Cervantes non si limita a ridere d'un pazzo che scambia un mulino a vento per un gigante. Cervantes lascia capire che anche lui, Cervantes, potrebbe essere Don Chisciotte - anzi lo è. Come Don Chisciotte, ha combattuto contro i turchi credendo in un ideale di cui ora dubita, ha perso una mano e la libertà, non ha trovato la gloria. Il Don Quijote è perciò un grande romanzo umoristico."

- Per amare, - disse Carl'Alberto, - per sognare, non ci voglion palazzi incantati. Bastano due cuori innamorati e una piccola casa in riva al mare.
Tuttavia, Lucy fece osservare che, non essendovi a portata di mano una piccola casa in riva al mare, era forse più opportuno raggiungere in albergo la baronessa Irene, che certo li aspettava. Così fecero. Ma la baronessa riposava ancora, a giudicare dal rumore che s'udiva salendo le scale.
A questo punto sarà bene lasciarli un po' soli. In attesa che tornino all'aperto, l'Autore, per passare il tempo, condurrà i lettori a fare una passeggiatina per l'isola di Capri.
Volete? Allora andiamo.
Questa è Capri, questa è Anacapri, Marina piccola, Marina grande, salto di Tiberio e Faraglioni.
Ecco fatto. Non c'è altro da vedere.
Siccome è troppo presto per andare a disturbare il riposo di Carl'Alberto e di Lucy, fermiamoci un po' al caffè. (...)
(Achille Campanile, Ma che cosa è questo amore, cap.
VIII)