giovedì 8 marzo 2012

Gianni Brera ( I )

Gianni Brera è stato uno dei primi giornalisti che ho imparato a leggere e a riconoscere: avrò avuto undici o dodici anni, mio fratello comperava “Il Giorno” e io leggevo le pagine sportive. Sulle altre pagine, cominciando finalmente ad essere un po’ adulto e a leggere il giornale dall’inizio, avrei poi trovato Giorgio Bocca, e tante altre inchieste e approfondimenti. Non che fosse facile seguire la politica, già allora, ma eravamo intorno al 1969, la strage di Piazza Fontana, la strategia della tensione, anche per un undicenne c’erano tante domande – per esempio, in Piazza Fontana a Milano un bambino della mia età aveva perso una gamba, e suo nonno che era lì con lui era morto: possibile?
Sono stati proprio quegli anni, i titoloni sbagliati sull’anarchico Valpreda (che erano sbagliati lo avrebbero ammesso con certezza solo un paio d’anni dopo), l’inchiesta di Bocca e Marco Nozza sui movimenti neofascisti (ma il fascismo non era una cosa del passato?)...Insomma, in quegli anni ’60 “Il Giorno” era un bel giornale; in seguito avrei scoperto Walter Tobagi sul “Corriere”, e solo in seguito sarebbe nata “La Repubblica” (a metà anni ’70).
Leggere le pagine sportive era certamente più facile e invitante, almeno per uno che faceva la prima o la seconda media: e da lì avevo infatti cominciato, trovandoci Gianni Brera: che non era certamente una lettura facile. Leggere Brera era però una specie di sfida: me lo immaginavo vecchissimo, invece era più o meno dell’età dei miei zii, solo che aveva cominciato giovanissimo ed era ormai una specie di pontifex maximus, rispettatissimo, nel mondo del pallone.
Lo stile di Brera era da scrittore puro, il fatto che trattasse di football era quasi un aspetto secondario. Il modello era Gadda, ma non so dire se fossero solo contemporanei o se fosse un modello voluto e cercato, perché Gadda negli anni in cui si era formato Brera non era un autore “alla moda” (né lo sarebbe mai stato). Ma che Brera lo avesse letto e assimilato, all’epoca di cui parlo (fine anni ’60) mi pare più che ovvio. E se non ci fosse stato Brera, forse io non avrei mai capito Carlo Emilio Gadda.
Brera era comunque Brera, aveva una sua personalità e non era Gadda ricopiato: la prima parola che mi ricordo è “fòlber”, che sarebbe football in dialetto milanese. Come si sia arrivati a fòlber partendo da football è una questione che lascio volentieri agli studiosi, sta di fatto che “fòlber” era una parola che conoscevo, negli anni ’60 molti ancora parlavano in dialetto, e di fòlber avevo sentito parlare molto, da amici e conoscenti e vicini di casa. Fòlber è l’esatta pronuncia di “football” fatta dai nostri vecchi, in quasi tutti i dialetti milanesi: ritrovarla come parola scritta mi aveva preso alla sprovvista, e anche messo di buon umore. E così ero andato avanti a leggere quegli articoli lunghi e tutt’altro che facili.
Da Brera avrei imparato anche altre cose: mi incuriosivano i numerosi riferimenti alla mitologia classica, per esempio l’invenzione di Eupalla, musa del pallone, che sovrintendeva alle sorti calcistiche. Così come c’erano le nove Muse, una per ogni arte (Urania, Clio, Euterpe, Talia, Melpomene, Tersicore, Erato, Polimnia) così doveva esserci una Musa anche per i grandi del pallone, qualcuno che ispirasse le giocate dei grandi campioni (gli altri no, i normali pedatori non ne avevano bisogno, “o il pée o la balla” era il motto dei difensori e dei centrocampisti.). “Eu” è il prefisso che sta per “bello, positivo” in greco antico: è la radice del nome Eugenio (ben nato), del nome Europa, eccetera.
A Brera devo anche l’idea delle grandi partite come se fossero governate da un consesso di dèi seduti nell’Olimpo, sul tipo dell’Odissea e dell’Iliade: per quanto ti dai da fare, il risultato è stato deciso là in alto, vincerà Achille e non Ettore; si salverà Ulisse, ma da solo. Un’idea che può sembrare stramba, ma mi è tornata parecchie volte alla mente, da tifoso della Juve, pensando a quella finale con l’Amburgo (un attacco da favola, e nemmeno un tiro in porta), o alla tragica serata dell’Heysel, quasi che per noi fosse vietato vincere.
Intendiamoci, ogni tanto Brera svaccava, scriveva male, faceva discorsi bizzarri. Non sempre Brera era all’altezza di se stesso. E non so quanto siano leggibili oggi gli articoli di Brera: molti sono stati raccolti in volume, ma erano legatissimi all’attualità, per ovvi motivi, e non c’è niente che invecchi più in fretta dell’attualità. E’ molto probabile che i giovani tifosi del Milan di oggi non sappiano nulla di Rivera, che si ignori l’epopea del Cagliari di Riva e Scopigno, che tra i tifosi della Juve si sia persa la memoria di Del Sol e Cinesinho (con tutto quello che abbiamo vinto dopo! la Juve degli anni ’60 aveva gli Agnelli al comando, ma non era gran cosa...).
Gianni Brera ha scritto anche molti libri al di fuori del calcio, romanzi come Naso bugiardo e Il corpo della ragassa, o scritti da buongustaio come La pacciada; esiste un suo filmato RAI degli anni ’60 dove discute con Nereo Rocco (vincitore di due Coppe dei Campioni, per chi non lo sapesse) dell’utilità del buon vino e della mancanza di civiltà di chi è astemio; e ricordava sempre che Rocco e Bearzot e Blason erano tra i pochissimi calciatori che avessero studiato seriamente, fino alla licenza liceale, in tempi in cui non studiava nessuno.
Dei discorsi strani di Brera fanno parte le teorie della razza, a cui teneva moltissimo. Ma non sono le teorie che vi aspettereste da un razzista: guardando prima di tutto se stesso, ne aveva concluso che i padani (Brera era di Pavia) erano tutti “stortignàccoli”, razza fisicamente inferiore, e non potevano competere sul piano atletico con quelli del Nord Europa. Di conseguenza, l’unica era prenderli per stanchezza, innalzando mura resistenti (il famoso “catenaccio”), difendendosi e ripartendo veloci. In questa teoria era confortato dalle vittorie del Milan di Rocco in Coppa Campioni, quel Milan aveva una difesa di ferro e Rivera a lanciare Altafini, Prati, Sormani...
Sempre secondo Brera, se la razza padana era fatta di omini bassi e robusti, in un altro angolo dell’Italia c’era la “razza Piave”, friulani e veneti e trentini, alti e robusti e saldi come querce. Io sono per metà veneto e ne ero contento; meno contenta l’altra mia metà, perché Brera descriveva i suoi della Bassa come “stortignaccoli” guardando se stesso allo specchio, ma l’altra metà della mia famiglia (“ad Parmae”) non era come la descriveva lui, i miei zii e mio nonno erano tutti belli e ben proporzionati, che parlasse per lui, il buon Brera...
Quanto ai meridionali, nel calcio ce ne erano pochissimi. Ovviamente, c’era una teoria anche su questo: ma ve la risparmio. Quando la Juventus si ritrovò a vincere uno scudetto dietro l’altro con una squadra per metà composta da meridionali (i siciliani Furino e Anastasi, il pugliese Causio, il sardo Cuccureddu, e poi Gentile, Brio, eccetera) la prese malissimo e cominciò a chiamarla “maritata Cacace”. Sospettavo da tempo che io e Brera avessimo fedi calcistiche diverse, ne ebbi in quegli anni la conferma.
Ma poi non si può dire che Brera fosse razzista, era solo la mentalità di quegli anni; e poi già il fatto di vedere se stesso e i suoi come gente piccola, brutta e cattiva (dal punto di vista calcistico, si intende) lo assolve ampiamente. E una cosa ancora va detta: Gianni Brera prese parte alla Resistenza. A vent’anni era un parà della Folgore, dopo l’8 settembre 1943 capì finalmente che il Capo era un cialtrone, e andò a combattere con i partigiani della Val d’Ossola. Nel frattempo, per non doversi arruolare nella RSI era stato costretto a rifugiarsi in Svizzera: a questo proposito anni dopo, avrebbe raccontato questo aneddoto. Gianni Brera stava parlando con uno svizzero, e gli era sfuggito un “voi che siete sudditi della Confederazione”; ma lo svizzero lo aveva fermato: «No, voi siete dei sudditi. Noi svizzeri siamo Cittadini della Confederazione, è tutt’altra cosa»
(continua)

Gianni Brera ( II )

Un’altra cosa importante che devo a Gianni Brera è l’aver capito la differenza tra vedere le partite in tv e allo stadio. E’ una cosa che avrei capito e apprezzato bene solo una decina d’anni dopo, non andando allo stadio ma a teatro (il Piccolo Teatro, le ultime stagioni di Strehler) e ai concerti, e all’opera. La tv non è una cosa vera, la partita la si capisce solo allo stadio.
L’articolo di Brera che mi aveva fatto capire questa cosa riguardava la Nazionale: Brera aveva dato solo la sufficienza a Gianni Rivera, ed era stato subissato non solo di critiche, ma anche di lettere offese e di telefonate arrabbiate da parte dei tifosi. Brera lo aveva spiegato così: “io ho visto la partita allo stadio, gli offesi avevano visto la partita alla tv. Alla tv si vede un giocatore solo quando lo inquadra la telecamera; bastano due tocchi ben fatti e fai un figurone”. Ma allo stadio si vede tutto, puoi guardare dove vuoi, come a teatro. E, guardando dove vuoi, puoi seguire bene i movimenti dei giocatori. E’ solo allo stadio che si capisce il valore di un giocatore.
Ancora oggi, molti giornalisti di professione che passano per esperti danno del brocco al difensore centrale che sbaglia un intervento, stupendosi poi di ritrovarlo l’anno dopo a giocare da campione; ma se i difensori sono in difficoltà e fanno figure da brocchi, spesso la colpa è di chi sta davanti, dei centrocampisti che non fanno filtro. E qui ricordo un altro articolo di Brera, quando diede un otto in pagella a Romeo Benetti, che al contrario di Rivera aveva contro critica e tifosi. Erano le stesse ragioni che lo avevano spinto a dare un voto scarso a Rivera in un’altra partita: Benetti era dappertutto, non aveva sbagliato un passaggio. Ancora oggi, capita di vedere che un centrocampista o un esterno prendono voti bassi e giudizi del tipo “poco brillante, si è visto poco, poco appariscente”: è probabile che si tratti di una consegna precisa dell’allenatore, tenere la posizione.
Ma, alla tv, tutto questo non si vede: alla tv non sei tu che comandi, sei costretto a seguire la telecamera, e vedi solo quel che vuole la cabina di regia. Un discorso che vale anche per la politica, per internet, per twitter e per facebook: più hai la possibilità di alzare la testa e guardarti intorno liberamente, e meglio potrai capire. Non è detto che funzioni sempre, ma è una buona cosa averne la possibilità.
Brera è rimasto famoso per gli epiteti e i soprannomi, ancora oggi citatissimi. I più famosi sono sicuramente “Rombo di Tuono” per Riva e “abatino” per Rivera: Rivera era un grandissimo campione ma era piuttosto esile di costituzione, un po’ come è oggi Pirlo, e Brera diceva che gli sembrava un pretino dell’oratorio, più che un calciatore professionista (cosa che non gli fu mai perdonata dai tifosi). E’ il caso di ricordare che in molti paesi, come in Francia, “abate” è sinonimo di prete: lo era anche da noi ai tempi di Casanova, nel ‘700, poi il significato è cambiato. Questa dell’abatino è una battuta che molti non hanno ancora capito, nemmeno dopo cinquant’anni.
Facile da capire, per chi ha visto giocare il grande Cagliari che vinse lo scudetto, è invece il soprannome dato a Gigi Riva (scritto quasi sempre “Giggirriva”, secondo la pronuncia sarda), che non era un fine palleggiatore alla Maradona ma era un attaccante molto potente e preciso, un cannone da caricare, un rombo di tuono quando calciava in porta. A Brera piaceva molto Riva, era uno dei suoi calciatori preferiti.
Altri soprannomi meno famosi: “Massinissa” per il centravanti sardo Virdis, che si offese molto ritenendolo un insulto; a Brera toccò spiegare che Massinissa fu re di Numidia, alleato di Roma contro Cartagine, grande guerriero. Il soprannome veniva dall’aspetto di Virdis, che sembrava davvero un guerriero fenicio; ma Virdis all’epoca era solo un ragazzo di diciott’anni.
Altre polemiche per “macellarin” Rocca, velocissimo difensore della Roma e della Nazionale: gli ricordava un garzone di quelli di una volta, che andavano sempre svelti, ma fu dura spiegare che nemmeno questo era un insulto. Molto più criptico “immibimbo”, che era Sergio Gori: figlio di un oste toscano che aveva un’eccellente trattoria a Milano, molto amico di Brera, è la trascrizione volutamente buffa del modo in cui il padre del calciatore (altro protagonista dello scudetto del Cagliari) parlava di suo figlio, “il mio bimbo”.Con Brera si imparava sempre qualcosa: per esempio l’etimologia cognome Baresi, curioso per un bresciano doc: indica la barra del biroccio, quello che sta alla barra. Un cognome che deriva da un mestiere, dunque, come moltissimi altri sia da noi che all’estero (Wagner, wagoner, ha quasi la stessa etimologia).
Il lato negativo di Brera l’ho visto soprattutto nelle sue ultime esibizioni su piccole tv private, dove andava visibilmente di malavoglia. Veniva da pensare che il calcio non fosse il principale interesse della sua vita, e forse non lo era davvero mai stato. Gli dava da vivere, questo sì, e anche bene; ma dopo un po’ scrivere o parlare di calcio dà noia, o quantomeno così accade alle persone normali. Penso che fosse così anche per Brera, che in quelle ormai antiche trasmissioni (Brera è morto nel 1992) lasciava spesso di sasso lo sponsor durante le interruzioni pubblicitarie, infischiandosene del fatto di essere in onda (“parla per tì, che se no sembra che mi ma se vestissi in dalla XXXXX”) (non metto il nome della ditta per evitare querele). Oppure quando diceva che in Nazionale doveva giocare Casiraghi, non perché fosse un bravo centravanti (lo era) ma perchè “l’è vun di noster”. O magari “diglielo tu al cameramen di non inquadrarmi quando devo soffiarmi il naso che se gh’el disi mi capiss minga” (esegue in diretta, rumorosamente). Ma tutte queste cose qui gliele perdonavo, e anzi questo aspetto da showman più o meno volontario, davanti all’esterrefatto ed educatissimo maestro Vantellini (musicista e suo amico personale), erano uno spettacolo a sè, ancora meglio delle sue disquisizioni tecnico-tattiche.
Brera aveva poi delle autentiche “fisse”, come il fatto che Facchetti dovesse giocare centravanti: date le sue teorie sulla razza (gli italiani e i padani soprattutto erano una razza fisicamente inferiore) trovandosi fra le mani un bergamasco alto un metro e novanta gli sembrava uno spreco farlo giocare terzino; ma Facchetti era velocissimo, ed erano ancora gli anni in cui i grandi sprinter erano piccoli e scattanti, come Mennea e Berruti, e non degli armadi “alla Facchetti” come sarebbe successo in seguito.
L’erede di Brera oggi è probabilmente Gianni Mura, come lui molto colto e amante della buona tavola; non certo gli imitatori permalosi, rossi in volto e sbraitanti, che di Brera hanno preso il lato peggiore. Un po’ come quelli che si credono eredi di Montanelli per il fatto di scrivere nei titoli parole come “Cretinetti”. André Deed, francese, da noi ribattezzato Cretinetti, fu un comico molto popolare negli anni ’10 del Novecento, agli inizi del cinema; Montanelli poteva ben ricordarselo, ma il fatto di essere magri e calvi o magari con la chioma fluente ma magri ed eleganti all’inglese, e citare termini che usava Montanelli, non significa affatto somigliare a lui. Pochi ci fanno caso.
Ed infine, il ricorrere volentieri a termini come padano, padania, pianura padana: per uno nato a Pavia, mi sembra una cosa normale, la deriva politica del termine Padania sarebbe arrivata solo quando Brera era già morto. Essere padani non è affatto una cosa negativa, e mi piacerebbe che si ricominciasse a parlare della Lombardia come di una terra aperta e accogliente; e poi lui scriveva sempre che i padani sono piccoli e brutti, incapaci di competere con la gente del Nord, e questo mi sembra l’esatto opposto del razzismo e del nazionalismo. Cosa esaltava Brera di lombardo, di padano? Il buon vino, la buona tavola, la convivialità. Ma qui da noi hanno cementificato e asfaltato dappertutto, tra poco il buon vino sarà solo un ricordo lontano.
Biografia, da www.wikipedia.it
Laureatosi in scienze politiche all'università di Pavia nel 1943, mentre prestava servizio come tenente paracadutista della Divisione Folgore, si rifugiò poi in Svizzera nel 1944 per sfuggire alla Gestapo, che ne sospettava la contiguità con la lotta partigiana. Rientrato in Italia, si unì alla Resistenza in Val d'Ossola, grazie all'intervento del senatore Maffi e di Giulio Seniga, che garantì per lui, salvandogli la vita. Come aiutante di campo della brigata Comoli, facente parte della Divisione Garibaldi Redi, fu l'autore del piano che sventò la distruzione per minamento del traforo del Sempione. Brera si gloriò sempre di aver attraversato tutto il periodo della Seconda guerra mondiale, da paracadutista e da partigiano, senza aver mai sparato ad un altro essere umano.
Tornato alla vita civile, nel 1945 fu chiamato da Bruno Roghi alla Gazzetta dello Sport, il più importante quotidiano sportivo italiano, testata della quale diverrà direttore nel 1949, il più giovane nella storia del giornalismo italiano, dopo un fortunato reportage dal Tour de France di quell'anno.
Sposatosi nel 1943 con Rina Gramegna (1920-2000), ne ebbe quattro figli: Franco (n. e m. 1944), Carlo (pittore, 1946-1994), Paolo (scrittore, n. 1949), Franco (musicista, n. 1951).
Tra le numerose testate su cui Gianni Brera scrisse, vi sono, oltre alla citata Gazzetta, Il Giorno, Il Giornale, il Guerin Sportivo e la Repubblica. I suoi articoli sono stati tradotti in diverse lingue. Si devono a Brera anche numerosi libri: manuali, saggi, romanzi, racconti e pièce teatrali e radiofoniche. Il suo romanzo più celebre fu indubbiamente Il corpo della ragassa che nel 1978 venne adattato per il cinema da Alberto Lattuada e diretto da Pasquale Festa Campanile.Comparve a lungo in televisione nelle trasmissioni "Il processo del lunedì" e "L'Accademia di Brera" (per l'emittente Telelombardia).
Nel 1956, quando Giulio Seniga ruppe con il Partito Comunista Italiano per i fatti d'Ungheria, si rifugiò a casa di Gianni Brera portando in una valigia un milione di dollari che rappresentavano il finanziamento dell'Unione Sovietica al Pci. Seniga utilizzò poi il denaro per l'attività politica, fondando in Svizzera la casa editrice "Azione Comune" che diresse riconoscendo a sé stesso solo uno stipendio da operaio.
Brera fu candidato alle elezioni al Parlamento nella circoscrizione di Milano-Pavia in due occasioni, con il Partito Socialista e con il Partito Radicale. Morì il 19 dicembre 1992 in un incidente automobilistico sulla strada che collega Codogno a Casalpusterlengo. Nel 2003 l'Arena Civica di Milano fu reintitolata a suo nome. Sulla tomba di Gianni Brera a San Zenone al Po ogni mese viene depositato come omaggio un sigaro toscano. (...)

martedì 6 marzo 2012

Mörike

Scavalcarono a braccetto il fossato e penetrarono nell'ombrosa abetaia, la quale, fattasi tosto fitta e tenebrosa, era interrotta solo a tratti da un tappeto di strisce di sole sul vellutato terreno muscoso. Il fresco rigenerante, nel subitaneo contrasto con la caldana di fuori, avrebbe potuto riuscir pericoloso a quell'uomo spensierato, senza le precauzioni della sua accompagnatrice. Ella riuscì non senza fatica a fargli indossare il soprabito che per precauzione aveva preso con sé.
«Dio, che splendore!» esclamò egli levando gli occhi verso gli alti tronchi. «Par d'essere in un tempio! Mi sembra di non essere entrato mai in una foresta, e di capire solo adesso cosa voglia significare un fitto popolo d'alberi! Non li ha piantati anima viva: sono cresciuti così, spontaneamente, solo perché è gradevole vivere insieme in compagnia. Vedi, nei miei primi anni ho girato per mezza Europa, ho visto le Alpi e il mare, quanto v'ha di più bello e di più grande; e adesso, qui, davanti a una semplice abetaia sul confine boemo, codesto merlo se ne sta rapito e beato a veder che una simile cosa esiste in realtà, e non è una finzione di poeti come le loro ninfe, i fauni e simili, né una foresta da scenario teatrale, macché: ma cresciuta dal suolo, nutrita dall'umidità e dal caldo lume del sole. Qui si trovano a casa loro il cervo dalla strana impalcatura ramificata sulla fronte, il buffo e ratto scoiattolo, il gallo di montagna e la ghiandaia.»
Si chinò, colse un fungo e ne decantò lo stupendo rosso fuoco dell'ombrello, le fragili lame biancastre del gambo; indi raccolse qualche pina d'abete. «Quasi si direbbe » commentò la moglie «che tu non abbia mai posto piede al Prater, in cui rarità come queste abbondano!» (...)
Eduard Mörike (1804-1875), da “Mozart in viaggio verso Praga”, trad. Felice Filippini, ed. BUR-Rizzoli

Eduard Mörike è nato e vissuto nell’Ottocento, quando Mozart non c’era più da molto tempo; di conseguenza questo è un racconto di fantasia, non sappiamo se Mozart abbia davvero pensato cose come questa; ma è un racconto che sembra vero. Posso dire come continua: arrivati nel giardino di una villa signorile, Mozart trova un albero di arance e ne coglie una. Siamo in viaggio verso Praga, nel Settecento, quindi le arance erano una rarità e una cosa preziosa; per questo Mozart verrà severamente redarguito. Ma poi il padrone di casa riconosce Mozart, sa chi è Mozart, l’incidente viene subito superato.

Gebet
Herr, schicke, was du willst,
Ein Liebes oder Leides;
Ich bin vergnügt, dass beides
Aus deinen Händen quillt.
Wollest mit Freuden
Und wollest mit Leiden
Mich nicht überschütten!
Doch in der Mitten
Liegt holdes Bescheiden.
Preghiera
Signore, mandami ciò che vuoi, gioia o dolore: io sono contento, poiché entrambi scaturiscono dalle tue mani. Non volermi di gioie, non volermi di pene dare un sovraccarico, poiché nel mezzo sta una soave rassegnazione. (Eduard Mörike, musicata da Hugo Wolf nel 1888)

domenica 4 marzo 2012

Saggio alla fiamma

Che il fuoco abbia colori diversi, è un’osservazione abbastanza comune. Le fiamme non hanno sempre lo stesso colore: si va dal giallo-rosso del fuoco di legna fino all’incolore-azzurrino del fornello a gas, e sono solo i due tipi più comuni: basta aver visto una volta i fuochi d’artificio per rendersi conto della grande varietà di colori che si possono ottenere. Da qui a chiedersene il motivo, il passo è breve; e, come capita spesso, c’è chi da queste minime osservazioni quotidiane è riuscito a ricavare qualcosa di utile.
Per esempio, è facilissimo osservare che la fiamma del gas sul fornello di casa diventa gialla se scivola fuori qualcosa dalla pentola: il giallo è il colore del Sodio, uno degli elementi più comuni che si possano trovare in natura. Basterà pensare al sale da cucina: il suo nome preciso è “cloruro di sodio”, e dunque il sodio nell’acqua degli spaghetti ce lo avete messo proprio voi. L’altro colore che si può notare, più vicino al violetto, è quello del Potassio: altro elemento comunissimo in natura, presente nelle verdure, per esempio. Se invece mettete un filo di rame sul fornello, la fiamma diventerà verde.
E’ da queste minime osservazioni che nasce uno dei metodi d’analisi più semplici e immediati, uno dei primi a essere insegnato a scuola nelle ore di laboratorio: il saggio alla fiamma, che permette di riconoscere velocemente alcuni degli elementi più comuni in natura. (l’illustrazione qui sotto viene da uno dei miei libri di scuola, edizioni Atlas anno 1975).
Non si tratta però di una teoria semplice da spiegare, perché si tratta della struttura degli atomi; ed è una teoria che riguarda anche i colori delle cose che vediamo intorno a noi.
Dato che la luce è anch’essa una forma di energia, e che può scaldare come il fuoco, penso che l’analogia sia molto facile da capire. Gli oggetti intorno a noi, gli alberi, l’erba, il vetro, il cemento, interagiscono in modi diversi con la luce, riflettendola o assorbendola. Da questa interazione, dall’assorbire o dal riflettere la luce (energia) nascono i colori.
A questo punto penso che sia necessario mettere qui la definizione scientifica di “spettro”: che sembra complicata (e lo è), ma basterà pensare all’arcobaleno, o alle iridescenze di una pozzanghera, per superare le difficoltà lessicali. Dalla Garzantina della chimica: «Spettro: suddivisione nelle varie componenti di una radiazione elettromagnetica emessa da una sorgente, così definita per analogia con la scomposizione ottica di un raggio di luce solare (bianca) nei singoli colori componenti. (...)» Queste sono solo le prime righe di una voce che va avanti per molte pagine, e che comprende le analisi spettroscopiche, la spettrofotometria, eccetera. Nelle lampadine a incandescenza la sorgente è un filamento di Tungsteno, stavolta un elemento non comunissimo ma che dà una radiazione molto vicina alla luce solare, quindi a noi ben accetta.
Ragionando in termini storici, è proprio da queste osservazioni sui colori che nascono le prime riflessioni che porteranno alla struttura dell’atomo, alla scoperta degli elettroni, alla teoria dei quanti e alla fisica moderna. E’ con questi sistemi di spettroscopia che si riesce a capire la composizione del sole e delle stelle più lontane: ovviamente l’analisi si fa con strumenti molto più sofisticati di un accendino o di un fornello. Dal colore della luce del sole, per esempio, si può risalire all’Elio. In laboratorio, queste analisi si fanno con un filo di platino montato su una bacchetta di vetro: il platino è molto resistente e non interferisce con la radiazione. Si tratta di un metodo d’analisi oggi ovviamente superato, e che funziona solo con un numero di elementi molto limitato, ma che spero venga ancora insegnato a scuola perché dà l’idea del mondo in cui viviamo in modo certamente migliore rispetto alle tecnologie più avanzate, per le quali il più delle volte basta introdurre il campione e premere un tasto, e poi la macchina fa tutto da sola. Si fa prima, è più comodo, non ci si sporcano le mani e il risultato è molto più preciso: ma, così facendo, si finisce con l’essere anche un bel po’ fuori dal mondo reale, che è fatto di odori, di colori, di sensazioni tattili – e perfino di sapori, perché c’è ancora chi, semplicemente assaggiando la terra, vi sa dire di che cosa è composta, se è acida o basica, cosa ci si può coltivare, eccetera. Lo si faceva una volta, oggi non lo consiglierei a nessuno: le cronache recenti ci hanno purtroppo spiegato che nella nostra terra sono stati versati a tonnellate i rifiuti tossici. Qui in Lombardia, ed è ben triste doverlo dire, è finito in carcere per queste cose il vicepresidente della Regione, che è del partito di Formigoni e che si chiama Nicoli Cristiani: l’accusa (le indagini sono ancora in corso) è di aver messo i rifiuti tossici sotto i cantieri stradali, nelle fondamenta di edifici, eccetera. Quindi viene da dire, a conclusione, che se volete fare un saggio alla fiamma e vedere tutti i colori possibili è sufficiente prelevare un campione ai margini di una qualsiasi strada o cantiere, di un ospedale o di casa d’abitazione: è possibile trovarci qualsiasi cosa, dall’uranio (magari quello “impoverito” delle pallottole militari) fino allo iodio e, se siete fortunati, anche il cesio radioattivo. Non è una gran battuta, lo so: e mi dispiace terminare il post in questo modo, ma i tempi che viviamo sono questi, e anche scrivendo su un piccolo blog non mi è sempre possibile sfuggire dalla realtà.
(l’immagine del prisma sulla copertina di “The dark side of the moon” dei Pink Floyd mi ha richiamato altre due copertine molto belle, una di John Martyn, “Solid air”, e l’altra di Peter Green, “The end of the game”: non c’entrano molto con quello che ho scritto, ma sono sempre belle da vedere) (dei tre dischi, il mio preferito è quello di Peter Green)

giovedì 1 marzo 2012

Pi Acca

Il pH è un’altra di quelle nozioni della chimica che hanno finito per far parte del lessico comune, arrivando perfino sulle etichette dello shampoo. Non è famoso come il DNA, ma poco ci manca.
Spiegare in breve che cos’è il pH non è facile, e anzi direi che è proprio impossibile; ci si può provare, ma per capire cos’è davvero il pH bisogna mettersi a studiare: e non solo la chimica ma anche la matematica. Ho incontrato molti che sono convinti di saperlo, e che dicono: “ma sì, il pH misura l’acidità”. Ma non è mica così facile, questa è solo la prima riga della definizione: oltre all’acidità si misura la basicità, e poi cosa significa “acidità”? Anche un olio può avere un’acidità, ma l’acidità di un olio non ha niente a che vedere con il pH. E sul concetto di “basicità”, come come sul suo sinonimo “alcalinità” rischia di naufragare qualsiasi tentativo di spiegazione, perché si tratta di concetti molto difficili, e qui il linguaggio comune non aiuta affatto, e anzi rischia di portare fuori strada perché nel lessico quotidiano “acidità” indica tante cose ma non quella giusta.
Per cominciare, oltre a dire che non sarò breve, bisogna mettere in fila almeno quattro cose importanti, queste: 1) il pH si misura solo nell’acqua. 2) il pH è una scala che va da zero a quattordici 3) è un concetto introdotto nei primi anni del Novecento. 4) va scritto bene, con la p minuscola e con l’acca maiuscola: non è una questione di pignoleria, e le ragioni le spiego qua sotto.
Insomma, il pH non è l’acidità: guardatevi bene dal dirlo, perché poi a scuola il professore vi guarderà malissimo.
Comincio dal punto n.4: il pH va scritto bene, con la p minuscola e l’acca maiuscola. Infatti, l’acca maiuscola è il simbolo dell’Idrogeno, del quale si misura la concentrazione nell’acqua in esame (per la precisione, la concentrazione dello ione idrogeno: ma se comincio a parlare anche degli ioni, non si finisce più). La p minuscola è un termine matematico: l’inverso del logaritmo. Purtroppo, conosco molti chimici diplomati e laureati che scrivono pH come capita capita, con molta sciatteria; inoltre, i correttori automatici (e anche l’indice di wikipedia, che tristezza) tendono a spianare tutto, il che in chimica e in matematica è un problema molto grosso e molto noioso. E’ per questo motivo che affido la descrizione del pH ad immagini scannerizzate da due libri: la Garzantina della Chimica (un libro preziosissimo) e il mio libro di chimica analitica della terza classe di perito chimico (edizioni Atlas, Tuccari Parigi, in uso nel 1974-75). Come si vede, è un concetto molto complesso.
Una volta definito il pH come “il logaritmo dell’inverso della concentrazione dello ione idrogeno” si può passare a chiedersi quando nasce questo concetto e chi se lo sia mai inventato. Come sempre, nella scienza moderna, non esiste mai “l’inventore”, e quando si arriva a una formulazione precisa c’è sempre dietro un grande lavoro collettivo: ma in questo caso si può ben dire che si tratta di due scienziati scandinavi, Arrhenius e Sorensen (Arrhenius è nella foto in alto, Sorensen nella foto qui sotto).
Lo so che sembrano due nomi inventati: se si pensa a un cognome danese, il primo che viene in mente è Sorensen o Christensen. Questo qui, poi, si chiama addirittura Søren Sørensen.
Ancora più inventato sembra il nome di Arrhenius, che pare uscire direttamente da un romanzo ottocentesco di Jules Verne, qualcosa tra il capitano Nemo, L’isola misteriosa e il Viaggio al centro della terra: invece no, per i suoi studi sulle sostanze disciolte in acqua il signor Svante Arrhenius si è meritato il Premio Nobel per la Chimica, nel 1903. Uno dei Nobel più meritati della storia, va detto: anche se per gli studenti di chimica studiarsi (sudarsi) le sue equazioni è diventato un bell’impegno. (io, per esempio, nel nome di Arrhenius mi sono beccato l’esame a settembre, quasi la bocciatura – tutto merito mio, sia ben chiaro, avevo un professore meraviglioso ma quando lo studente è una zucca vuota c’è poco da fare).
Per la precisione, da http://www.wikipedia.it/
Svante August Arrhenius (Vik, 19 febbraio 1859 - Stoccolma, 2 ottobre 1927) è stato un chimico e fisico svedese, premio Nobel per la chimica nel 1903 per la sua teoria sul trasferimento di ioni visti come responsabili del passaggio di elettricità. Nel 1860 i genitori decisero di trasferirsi a Uppsala dove il ragazzo crebbe e frequentò le scuole della Cattedrale, avendo un bravo insegnante di fisica. Qui manifestò interesse al calcolo aritmetico e, successivamente, per la matematica e la fisica, una volta giunto alle scuole superiori. Nel 1876 si iscrisse all'Università di Uppsala per studiarvi matematica, chimica e fisica. Su suggerimento dei vari insegnanti di quest'ultima materia, si trasferisce all'Accademia delle Scienze di Stoccolma sotto la guida del professore E. Edlund. Le sue ricerche lo portarono a studiare le affinità tra la chimica e l'elettricità (un'affinità già sospettata da Berzelius) elaborando la tesi di dottorato sul passaggio di elettricità attraverso le soluzioni. L'idea che stava alla base del suo lavoro era che fossero gli ioni i responsabili del fenomeno dell'elettrolisi: un'idea che, in occasione della sua dissertazione alla facoltà di Uppsala, non convinse la comunità scientifica. Con le sue idee controverse, presto divenne un giovane ricercatore, sorprendendo sempre di più i personaggi di spicco dell'ambiente scientifico dell'epoca. Nel 1884 ricevette la cattedra di chimica fisica, fino a quel momento inesistente in Svezia. Nel 1889 formulò l'equazione di Arrhenius che metteva in relazione la costante di velocità con la variazione di temperatura. La stessa comunità scientifica non mancò comunque di premiare nel 1903 le sue idee: in quell'anno, Arrhenius vince il premio Nobel per la chimica grazie alla sua teoria sul trasferimento di ioni visti come responsabili del passaggio di elettricità. Ora i suoi interessi era presi dalla chimica dell'atmosfera,un campo nel quale studiò l'incidenza dell’anidride carbonica sul clima, alla fisica cosmica e all'astrochimica, ambito nel quale rimase famosa la sua ipotesi che fosse la pressione della radiazione stellare a diffondere nell'universo il fenomeno vita sotto forma di spore, una teoria nota oggi con il nome di panspermia. Negli ultimi anni della sua carriera si dedicò alla divulgazione scientifica scrivendo libri che vennero presto tradotti in molte lingue. Nel 1902 fu insignito della Medaglia Davy.
Søren Peter Lauritz Sørensen (Havrebjerg, 9 gennaio 1868 - 13 febbraio 1939) è stato un chimico danese, noto per aver coniato il termine pH (potenziale idrogenionico) nel 1909 ed avere introdotto la relativa scala di misura dell'acidità. Laureatosi all'Università di Copenaghen, divenne dal 1901 direttore del prestigioso Laboratorio Carlsberg, fondato dall'industriale danese che creò l'omonima birreria. Fu particolarmente attivo nel campo dell'analisi delle proteine e nello studio degli aspetti termodinamici della chimica delle proteine. Nel 1909 introdusse il significato di pH (...).Riguardo l'etimologia del termine pH è nata una questione. Secondo alcuni la "p" indicherebbe semplicemente l'operatore matematico descritto precedentemente, altri invece pensano che stia per"pondus" ("peso" in latino), oppure "power" (potenza in inglese). Queste ultime due interpretazioni sono alquanto illogiche visto che Sørensen non pubblicò che in tre lingue: tedesco, francese e danese. È interessante notare che Sørensen ha utilizzato spesso la "q" invece della "p" per designare l'elettrodo di riferimento (ad idrogeno). Originariamente Sørensen utilizzò come simbolo "Ph", il quale poi mutò "PH" e solo negli anni '20 divenne il definitivo "pH", dove "p" ha la nota funzione di operatore matematico. (...)
Infine, il pH va da zero a quattordici perché si tratta pur sempre una misura di concentrazione, e oltre questi limiti è più comodo usare altre scale di misura, come i grammi per litro o la concentrazione in percentuale. Per fare un esempio di cosa si intende, pH=1 significa una concentrazione di 0,1 e pH=2 significa una concentrazione di 0,01. Ne consegue che con pH=7 si tratta di sette cifre dopo la virgola, e con pH=14 ne servono addirittura quattordici (non indico l’unità di misura perché per questo esempio non è indispensabile, e si complicherebbero troppo le cose).
Si potrebbe pensare che, con tutti quegli zeri dopo la virgola, a pH=14 il bicchiere che abbiamo davanti sia del tutto innocuo e neutro, ma non è così: sono pericolosi sia il pH=1 che il pH=14. La neutralità e l’innocuità sono a metà scala, intorno a pH=7. Questo è il punto più difficile da spiegare: oltre alla misura delle ione idrogeno, con il pH si misura infatti anche lo ione ossidrile: si tratta delle due parti in cui si divide la molecola dell’acqua. Ma qui mi fermo, perché spiegare la dissociazione elettrolitica (che valse il Nobel ad Arrhenius) è veramente un’impresa titanica, e questo post è già fin troppo lungo.
Posso però far notare una cosa: che nella formula qui sopra, quella della dissociazione dell’acqua, ci sono due frecce che vanno in entrambi i sensi. Infatti queste reazioni chimiche sono reversibili, il pH non è mai del tutto stabile, e con il passare del tempo anche nelle acque più tranquille succede sempre qualcosa. Forse la rappresentazione grafica che spiega meglio il pH è questa, lo yin-yang delle filosofie e religioni orientali: ma non ditelo al professore di chimica, vi darebbe un brutto voto.
(le immagini, oltre che dai libri citati e da wikipedia, vengono dal film “L’arco”, del grande regista coreano Kim Ki-duk)

mercoledì 29 febbraio 2012

Omicidio stradale

Qualche anno fa avevo ascoltato un famoso giurista (non ne ricordo il nome e mi dispiace) che, parlando di cosa si intende per semplificazione delle Leggi aveva fatto questo esempio: il reato di stupro è, a tutti gli effetti, un sequestro di persona; e quindi si potrebbe benissimo mettere il reato di stupro alla voce “sequestro di persona”. Si tratterebbe di un aggravio di pena, e consistente: ma la gente lo percepirebbe come una depenalizzazione, e il giorno dopo i giornali avrebbero titolato “abolito il reato di stupro”. Il giurista concludeva dicendo che per cose come queste si rischia di creare confusione, e che invece sarebbe importante portare avanti una riforma dei Codici che vada in questo senso.
Questo esempio, essendo molto forte, mi è rimasto nella memoria; e mi torna spesso davanti quando vedo decisioni recenti, come quella del reato di “stalking”: in inglese “to stalk” e “stalker” sono due parole comuni, che inglesi e americani usano normalmente nella loro lingua; invece da noi sono due parole nuove. E così è sembrato che ci fosse un grande impegno nella “lotta contro lo stalking”, quando invece nel nostro Codice questo reato era già punito alla voce “molestie” e “molestie aggravate”. Vi sembra cosa da poco? Non è affatto così, e si deve aggiungere che se il molestatore è particolarmente insistente e pericoloso si passa direttamente ad altre voci del Codice Penale, ancora più gravi. (“a cat stalking”, ho letto l’altro giorno su una didascalia a un libro sugli animali: un gatto che si acquatta inseguendo la preda, questa è l’immagine corrispondente a “stalker”, che ha anche il significato di “guida, tracciatore di sentieri”).
Adesso leggo che si vuole introdurre il reato di “omicidio stradale”: ma anche questo è un reato che c’è già, nella voce “omicidio colposo” rientrano infatti anche i comportamenti pericolosi alla guida.
La realtà dietro a queste voci, purtroppo, ancor più che le famose “grida” di cui parla il Manzoni, sono i tagli alla polizia e ai carabinieri, e a questo proposito si rimane stupefatti pensando che l’anno scorso perfino poliziotti e carabinieri sono scesi in piazza a protestare – ma di queste cose si è parlato pochissimo. Del resto, questo è un altro dei paradossi del nostro Paese: che ha un Parlamento pieno di giuristi e di avvocati ma che ha affidato le Riforme a un elettrotecnico (Bossi) e la Semplificazione Legislativa a un dentista (Calderoli). E’ quindi più che normale, dato che il Parlamento a tutt’oggi è composto dalle stesse persone, che il governo successivo vada avanti sulla strada degli spot e dei proclami. Cos’altro ci si poteva aspettare?
PS: il vero problema non lo ammetterà mai nessuno: ci sono troppe automobili in giro, bisognava potenziare i mezzi pubblici e invece si sono abolite tratte intere, stazioni, biglietterie...

martedì 28 febbraio 2012

Il Bancomat è sporco

La tattica è antica e funziona sempre: vi danno uno spintone, più o meno leggero, e poi si scusano. Se vi hanno fatto inciampare, vi aiutano a rialzarvi; e avete perfino il tempo di pensare “ma che persona gentile, meno male che esistono ancora persone educate”. Prima di accorgervi che non c’è più il portafogli, passa quel tanto di tempo da rendere inutile qualsiasi allarme.
E’ così che funziona, da secoli e forse da millenni. E’ anche per questi motivi che bisogna stare attenti quando vi parlano dei rom, dei fannulloni, degli extracomunitari, degli statali, delle generazioni precedenti che adesso noi giovani dobbiamo pagargli i debiti, o magari, come è successo in questi giorni con il sindaco di Tradate, dei bancomat sporchi.
E già, le tastiere dei bancomat sono quasi sempre sporche. Un grave problema, certamente: il sindaco minaccia multe salatissime alle banche, era ora che qualcuno gliela facesse pagare, alle banche! Questo del bancomat sporco sembra ormai il tema del giorno, che schifo il bancomat sporco, ha proprio ragione quel sindaco.
Questa vale per oggi, 28 febbraio 2012: domani ne arriverà un’altra, poi un’altra ancora. Del resto, non è mica una novità. La tattica è antica, e funziona da sempre.
George Orwell, da “1984“
(...) Nessun tentativo era mai stato fatto di metterli a parte della dottrina e dell'ideologia del Partito. Non era da augurarsi che i prolet avessero forti sentimenti politici. Si richiedeva soltanto che nutrissero una specie di elementare patriottismo sul quale si potesse contare tutte le volte che fosse necessario aumentare le ore di lavoro e diminuire le razioni. E anche quando succedeva che tradissero segni di malcontento (il che, pure, qualche volta succedeva) non c'era da preoccuparsene perché, essendo sprovveduti di idee generali, riuscivano a concentrarlo solo in certe stupidissime lamentele su questioni specifiche e sempre di nessun conto. I mali maggiori riuscivano invariabilmente a sfuggire all'attenzione delle loro menti. (...)
Ma i prolet, se soltanto fossero riusciti a rendersi conto di quale era effettivamente la loro potenza, non avrebbero avuto alcun bisogno di cospirare. Avevano soltanto bisogno di levarsi e di scuotersi, proprio come un cavallo che si scuote di dosso le mosche. Se l'avessero voluto, avrebbero potuto fare a pezzi il Partito anche l'indomani mattina. Prima o poi avrebbero dovuto capirlo! Eppure...
Ricordava d'una volta che stava camminando in una strada affollata e aveva udito un tremendo urlio di centinaia di voci che andava man mano crescendo (erano voci di donne) e a una traversa s'era accorto donde proveniva. Era un formidabile grido di rabbia e di disperazione, un altissimo "oh-o-o-oh!" che cresceva come l'eco sonora dei rintocchi d'una campana. Il suo cuore aveva fatto un balzo. È cominciata! s'era detto. Una sommossa! I prolet hanno infranto la loro schiavitú. Raggiunto che ebbe il luogo donde veniva il fracasso, vide una folla di due o trecento donne che si assiepava attorno ai banchetti d'un mercatino, con i volti in cui si leggevan l'ansia e la disperazione dei passeggeri d'una nave che stia naufragando. Ma proprio in quel momento il tumulto generale andava trasformandosi in una serie di litigi individuali (...)
(George Orwell, dal settimo capitolo di “1984” – ed.Oscar M., traduzione di Gabriele Baldini)