domenica 30 dicembre 2012

Heine

Anfangs wollt'ich fast verzagen,
und ich glaub't, ich trüg' es nie;
und ich hab'es doch getragen -
aber fragt mich nur nicht, wie?
(Heinrich Heine, da Liederkreis op.24 di Robert Schumann)

(da principio fui quasi disperato, credevo intollerabili simili cose; invece, le ho tollerate. Soltanto, non chiedetemi come... )

venerdì 28 dicembre 2012

Da dove viene lo spam

Lo spam invade ogni cosa, non solo internet ma anche la cassetta della posta (anche quello è spam, ma su carta), il parabrezza dell’auto, la tv (la tv è il trionfo dello spam), il telefonino, il telefono di casa, e tante altre cose ancora; il discorso da fare sarebbe quindi molto ampio. Rimanendo sul piccolo, cioè su questo blog, a me non piace mettere marchingegni antispam particolari, uso solo la moderazione dei commenti. Di solito basta e avanza, l’antispam di Blogger funziona bene; ma poco prima di Natale mi sono trovato dodici (dodici) commenti spam da buttare via, e in meno di mezza giornata; a questo punto mi sono deciso a scriverci un post. Da dove viene lo spam?

Voi magari non avete idea sul “da dove viene lo spam”, io invece comincio ad avere un identikit molto preciso. Ovviamente non posso scendere in particolari: non ne ho i mezzi (interesserà alla polizia postale? temo di no, anche lì imperversano i tagli berlusconiani-bossiani-montianpasseriani), e a far sul serio si rischia poi di passare il tempo fra tribunali e avvocati. E dunque mi limito a mettere insieme le osservazioni che ho fatto nel giro di questi ultimi mesi (ne avevo già accennato in questo post).
Prima di tutto, i post con un titolo inglese: ne fa le spese soprattutto il povero Robert Johnson, grande bluesman degli anni ’30 autore di canzoni indimenticabili, e poi anche Stockhausen (chissà perché), i Jethro Tull, e quasi tutti i post musicali in genere; ma un’origine internazionale dello spam era più che ovvia, me lo aspettavo. Più divertente notare che la funzione di “attira SPAM” arriva anche con l’inglese maccheronico, per esempio “To be back to” non esiste in inglese, me lo sono inventato io – ma lo spam arriva lo stesso. Attirano spam anche i post dove si parla di prodotti in commercio, di tv e cinema, eccetera. Fin qui, dunque, niente di strano.

La parte interessante, che sembrerebbe proprio mirata sulla mia persona, è lo spam su alcuni miei post ben precisi, titoli che non lasciano spazio a dubbi. Ecco dunque l’elenco dei titoli dei post di questo blog che attirano più spam (e probabilmente anche dei virus, se ci si fa clic sopra). Pronti? Uno, due, tre, via: i primi sei sono questi: Una razza superiore, Forza Italia, La marcia su Roma, Don Giussani? ma per piacere..., e ultimamente anche “Da Venezia a Chioggia” e "A proposito di tagli alla cultura".
Aggiungo qualche indizio o spiegazione: “Da Venezia a Chioggia” è un post dove si parla di dialetto, una citazione da Goldoni: la prefazione che Carlo Goldoni scrisse per “Le baruffe chiozzotte”, quindi in pieno Settecento. In questa prefazione, l’autore di “Arlecchino servitore di due padroni” spiega con dovizia di particolari che bastano pochi chilometri per ritrovarsi con gente che parla un idioma sconosciuto: da Venezia a Chioggia, per l’appunto. E’ un’esperienza ben nota a chi conosce davvero i dialetti, non solo a Venezia ma in ogni parte del mondo: il dialetto è una lingua locale, quindi non ha molto senso dire “la lingua veneta” o “la lingua lombarda” (c’è qualcuno che pensa che ci si possa capire se uno parla in bergamasco e l’altro in varesotto?).
Nel mio post su Don Giussani accenno ai ripetuti scandali che coinvolgono esponenti inportanti di Comunione e Liberazione; il post “La marcia su Roma” parte dal film di Dino Risi; e in “Una razza superiore” (ma anche in "L'allenatore dell'Inter e altre storie") ho messo un elenco delle invenzioni che usiamo ogni giorno, molto comode e molto utili, che dobbiamo a scienziati di religione ebraica. Eccetera.
A questo punto mi fermo, considero concluso questo post, e segnalo ai gentili spammers che ho scritto anche un post su Piazzale Loreto, questo: strano che non ve ne siate ancora accorti.
(nell'immagine qui sopra, presa da un antico Corriere della Sera, il dettaglio di una lettera spedita da Albert Einstein - che a Milano aveva abitato un paio d'anni, quindi conosceva l'italiano)

lunedì 24 dicembre 2012

Tablet

Scrivere non era qualificante, nell'India antica, anzi, era considerato un mezzo di comunicazione di serie B, o peggio ancora, rispetto al mezzo principe: la trasmissione orale. E più un testo valeva, per sacralità o prestigio, più scriverlo - almeno fino a una certa epoca - anziché mandarlo (e farlo imparare) a memoria appariva un espediente grossolano e degradante. E poi in India il cambiamento non era di moda: orali o (più raramente) scritti, almeno esternamente i testi tendevano a ribadire la tradizione. Ne deriva che, fra i vari mezzi di controllo e repressione escogitati con grande fantasia nei regni e imperi indiani classici, la censura non avesse troppe ragioni d'essere; certo non era sensato, né salutare, inveire pubblicamente o chiacchierare segretamente contro il re. Anche perché spie e delatori, diversamente dai poco utili censori, abbondavano. (...)
(Giuliano Boccali, da www.golemindispensabile.it)
Giuliano Boccali, professore di indologia e di lingua e letteratura sanscrita all’Università degli studi di Milano, in questo articolo stava iniziando un discorso sul sistema delle caste; in seguito questi articoli sono stati pubblicati in volume, e sono tutti da leggere.

Fatta questa premessa, più che necessaria, l’argomento che mi interessa oggi è proprio quello della memoria, e della trasmissione orale della nostra cultura. A me è capitato di osservare questo: che fino a una decina d’anni sapevo a memoria e senza il minimo problema almeno dieci numeri di telefono, quelli più usati; e impararne uno nuovo non mi costava nessuna fatica. Oggi non ci riesco più, ricordo a malapena il mio telefonino. I numeri sono tutti sulla memoria della sim card, a che mi serve impararli a memoria?
Un’altra osservazione: trent’anni fa esistevano già le calcolatrici tascabili, ma io lavoravo in cucina colori in una stamperia di tessuti, e chi conosce questi posti sa che sporcarsi le mani è molto facile, ci sono momenti in cui qualsiasi cosa si tocchi si rischia di rovinarla per sempre. Di conseguenza, era molto più comodo fare i calcoli a memoria, al volo: percentuali, adattamenti di ricette, anche operazioni complesse. Riuscirci era facile, facilissimo; invece ieri mi sono trovato in difficoltà nel calcolare quante ore sono 311 minuti, vale a dire una divisione molto semplice. Anche del mio periodo da esercente ho un bel ricordo, da questo punto di vista: nessun problema con calcoli e somme, con il resto da rendere al cliente, tutto a memoria e molto velocemente.
Oggi sono ancora abbastanza giovane e non ho nessun problema a ricordare, ma mi trovo molto appesantito e imbranato: è il risultato di dieci o dodici anni passati a evitare di usare ed esercitare la memoria. Pigrizia, insomma: se voglio telefonare a mio fratello è molto più comodo digitare la prima lettera del suo nome, il numero di telefono apparirà immediatamente.

Qui ricordo cosa scrive Boccali, nel brano che ho riportato all’inizio: “Scrivere non era qualificante, (...) anzi, era considerato un mezzo di comunicazione di serie B, o peggio ancora, rispetto al mezzo principe: la trasmissione orale. E più un testo valeva, per sacralità o prestigio, più scriverlo - almeno fino a una certa epoca - anziché mandarlo (e farlo imparare) a memoria appariva un espediente grossolano e degradante (...)” Questa pigrizia, questo nostro diventare sempre più grossolani e faciloni nel ricordare, passa anche attraverso l’uso del tablet, della scrittura elettronica. Lo so che è antipatico da dire, ma scrivere a mano aiuta molto la comprensione di un testo e la sua memorizzazione. Aiuta molto anche NON usare il correttore di testi automatico, io non uso mai nemmeno il dizionario (a meno che non sia quello d’inglese o di tedesco), e vorrei tanto riuscire a ricordare a memoria intere pagine o interi poemi, ma su queste cose mi sono accorto da subito, fin dal tempo della scuola, di non essere particolarmente portato. A pensarci bene, un po’ mi dispiace anche di essere nato nell’epoca dei dischi e delle registrazioni sonore: forse nell’800 avrei imparato a suonare uno strumento, magari non benissimo, invece di star qui ad ascoltare dischi, cd, mp3. Vuoi mettere, saper suonare la chitarra, il flauto, la fisarmonica, il sax, il piano? Avevo iniziato a farlo, ed ero anche arrivato a un buon punto, ma poi la pigrizia – ancora la pigrizia – la comodità di mettere su un disco o di aprire un lettore mp3, vuoi mettere?
Ci si ritrova un po’ rincoglioniti, e chiedo scusa per il termine, alla fine di questo lungo percorso di scrittura elettronica, di calcolo elettronico, di musica registrata da ascoltare. L’Iliade e l’Odissea, la Bibbia e il Mahabharata, vale la pena di ricordarlo, sono arrivati a noi con la trasmissione orale: a memoria, intatti, trasmessi da persona a persona. By heart, come dicono gli inglesi: la traduzione letterale è “col cuore”, ma il significato è proprio quello che si diceva all’inizio: “a memoria”.

Un altro fatto sensazionale, e a suo modo erotico, della mia prima infanzia fu l'apprendimento di una poesia intitolata Il faro. La studiava mia sorella Mary, la imparai io con preoccupante facilità, assaporando il gusto sottilmente malato che promana dall'incongruo, dalla clandestinità e - appunto - dalla precocità. Nacque di sicuro da quell'evento il germe della mia successiva impazienza per chi stenti ad apprendere mnemonicamente. Gli attori che non sanno la parte, che non la sanno subito, anzi paradossalmente che non la sanno «già da prima», li ho sempre apparentati a quella mia sorella maggiore, per un verso adorata e stimata, per un altro recisamente esclusa dalla dimensione euclidea, quella dei bambini capaci di incamerare nella memoria qualsiasi parola captata, specie quelle di cui non si comprenda il significato (...)
(Vittorio Gassman, da “Un grande avvenire dietro le spalle”, ed. Longanesi, pag.8)

giovedì 20 dicembre 2012

"Passami il coso"

Georges Perec, da "La vita istruzioni per l’uso"
Un quadernetto parzialmente riempito di note spesso incomprensibili era scampato al fuoco. Alcuni studenti dell'Istituto di Etnologia si accanirono a decifrarle e, aiutandosi con le rare lettere che Appenzzell aveva inviato a Malinowski e a qualcun altro, con informazioni provenienti da Sumatra e testimonianze recenti raccolte presso coloro ai quali aveva, in occasioni eccezionali, riferito di sfuggita qualche particolare della sua avventura, riuscirono a ricostruire per sommi capi quello che gli era successo e ad abbozzare uno schematico ritratto di quei misteriosi "Figli dell'Interno".
Dopo parecchi giorni di cammino, Appenzzell aveva finalmente scoperto un villaggio Kubu, una decina di capanne su palafitte disposte a cerchio sul ciglio di una piccola radura. Il villaggio gli era sembrato all'inizio deserto poi aveva scorto, sdraiati su stuoie sotto la gronda dei capanni, parecchi vecchi immobili che lo guardavano. S'era fatto avanti, li aveva salutati secondo l'usanza malese con il gesto di sfiorargli le dita prima di portarsi la mano destra sul cuore, e aveva deposto accanto a ciascuno di loro un sacchetto di tè o di tabacco in segno di offerta. Ma quelli non risposero, non chinarono il capo né toccarono i doni. Poco dopo, dei cani si misero ad abbaiare e il villaggio si popolò di uomini, donne e bambini. Gli uomini erano armati di lance, ma non lo minacciarono. Nessuno lo guardò, né parve accorgersi della sua presenza.
Appenzzell trascorse vari giorni nel villaggio senza riuscire a mettersi in contatto con i suoi laconici abitanti. Esaurì in pura perdita la piccola scorta di tè e tabacco; nessun Kubu - nemmeno i bambini - prese mai uno di quei sacchetti che a sera i temporali quotidiani avevano già reso inservibili. Tutt'al più poté guardare come vivevano i Kubu e cominciare a mettere su carta quello che vedeva. La sua osservazione principale, così come la descrive brevemente a Malinowski, conferma che gli Orang-Kubu sono proprio i discendenti di una civiltà evoluta la quale, cacciata dai suoi territori, si sarebbe poi sepolta nelle foreste dell'interno regredendovi. Così, pur non sapendo più lavorare i metalli, i Kubu avevano ferri alle lance e anelli d'argento alle dita. Quanto alla lingua, era molto simile a quelle del litorale e Appenzzell la capì senza troppe difficoltà. Quello che lo colpì maggiormente, fu l'utilizzazione di un vocabolario estremamente ridotto, che non superava poche decine di parole, e si domandò se per caso, a imitazione dei loro lontani vicini, i Papua, i Kubu non avessero volontariamente impoverito il loro vocabolario, sopprimendo delle parole ogni qualvolta nel villaggio un membro moriva. Una delle conseguenze di questo fatto era che la stessa parola indicava un numero di oggetti via via più grande. Per cui Pekee, la parola malese che significa caccia, voleva dire indifferentemente cacciare, camminare, portare, la lancia, la gazzella, l'antilope, il maiale nero, il my'am, specie di spezia molto piccante abbondantemente usata nella preparazione di alimenti carnei, la foresta, l'indomani, l'alba, eccetera. Come pure Sinuya, parola che Appenzzell accostò alle parole malesi usi, la banana e nuya, la noce di cocco, indicava mangiare, pasto, zuppa, zucca, spatola, stuoia, sera, casa, vaso, fuoco, selce (i Kubu accendevano il fuoco sfregando due selci una sull'altra), fibula, pettine, capelli, hoja' (tintura per i capelli basata sul latte di cocco mischiato a terre e piante varie), eccetera.
Se, di tutte le caratteristiche della vita dei Kubu, questi aspetti linguistici sono i più noti, è perché Appenzzell li descrisse minutamente in una lunga lettera al filologo svedese Hambo Taskerson che, conosciuto a Vienna, lavorava allora a Copenaghen con Hjelmslev e Brondal. Fece anche notare, al volo, che tali caratteristiche potrebbero adattarsi benissimo a un falegname occidentale che servendosi di strumenti menti dal nome molto preciso - truschino, incorsatoio, sponderuola, pialla, bedano, barlotta, eccetera - li chiedesse al suo garzone dicendogli semplicemente: "Passami il coso". (...)
(Georges Perec, da “La vita istruzioni per l’uso”, pag.120 ed. BUR-Rizzoli 1989)
Due note mie personali:
1) questa storia della tribù che si allontana sempre più verso l’interno man mano che viene rintracciata e raggiunta mi ricorda molto “Lord Jim” di Joseph Conrad, anche per l’ambientazione malese o indonesiana; ma mi ricorda anche molto la mia attuale situazione personale. Non so cosa sia successo agli Orang-Kubu (orang in malese significa “uomo”), ma per quanto mi riguarda lo spazio per tirarmi indietro ormai è finito.
2) Non sono sicuro che il libro di Georges Perec mi piaccia per davvero, ogni volta che lo sfoglio vi trovo sempre molti difetti; detto questo, devo però confessare che “La vita istruzioni per l’uso” è esattamente il libro che avrei voluto scrivere io.

martedì 18 dicembre 2012

Amminoteca

- C’è il pesce in mensa, oppure sei tu che stai caricando l’ammina?
Il dubbio sorgeva, e sorge ancora, nella ditta dove ho lavorato per molti anni: la Dimetillaurilammina ha infatti un caratteristico odore di pesce, molto marcato. Non propriamente una puzza, ma l’odore esatto del banco del pesce al mercato. Altre ammine hanno odori diversi, o non ne hanno affatto; ma la DMLA è un liquido incolore che puzza di pesce, ed è quindi facilmente riconoscibile anche a distanza, anche se non la si vede.
“Dimetillaurilammina” è una parola così complicata che si fa fatica perfino a leggerla, però per me era diventata familiare, e se la si scompone diventa più facile da capire: dimetil-lauril-ammina, un’ammina costruita su un olio o su un grasso.  E’ qualcosa con cui avete avuto sicuramente a che fare, anche se non sembra: si tratta di un intermedio per la produzione di uno dei principali antibatterici in commercio. Basta prendere un collirio e questo antibatterico ce lo trovate, magari in fondo alla lista degli ingredienti perché ne serve pochissimo: «benzalconio cloruro» (che in realtà è l’abbreviazione di un nome ancora più complesso). Il principio attivo del collirio è sempre un altro, il benzalconio cloruro (dimetillaurilammina in reazione con cloruro di benzile) serve solo per evitare contaminazioni batteriche.
Una volta detto che “lauro” è l’alloro, e che dunque si indica un punto di partenza vegetale (l’acido laurico è presente anche nell’olio di cocco e un po’ in tutto l’olio di semi), e che la metilazione (di-metil) serve per preparare l’olio alla reazione successiva, resta da spiegare che cos’è un’ammina, impresa tutt’altro che semplice. Eppure, le ammine e i gruppi amminici sono presenti ovunque, per esempio nel DNA e negli amminoacidi; ma dato che a scuola la chimica viene ostinatamente presentata come una cosa astrusa e incomprensibile, siamo veramente in pochi a saperlo: il che è veramente un peccato, al quale cercherò di rimediare come posso.
Il punto di partenza è l’Azoto, cioè l’aria in cui siamo immersi: l’aria che respiriamo è per tre quarti Azoto. L’azoto dell’aria, così come l’ossigeno, è di per sè inerte, ma può reagire e dà luogo a un’infinità di composti. I più comuni sono tutti i gas di combustione, per l’azoto ma anche per l’ossigeno dell’aria. L’azoto è presente in natura anche nel mondo dei minerali, soprattutto nei nitrati (usati come fertilizzanti), ed è uno dei quattro elementi alla base della vita sul nostro pianeta: Carbonio, Idrogeno, Ossigeno, Azoto. Il tristemente famoso monossido di azoto, causa di intossicazioni se una stanza non è ben aerata, è il primo passo verso la formazione dell’ammoniaca e delle ammine, dei nitrati, e di tutti i composti azotati. Questo avviene regolarmente tramite il nostro metabolismo e quello delle piante, e fa parte del ciclo di trasformazione della materia, che è la cosa che abbiamo in comune con minerali, vegetali, animali. Nel nostro organismo, i composti azotati non utilizzati dal metabolismo finiscono nelle urine; dalle urine si genera ancora ammoniaca, e il ciclo ricomincia. L’ammoniaca è quindi un composto molto importante nel ciclo di trasformazione della materia.
A scuola insegnano che le ammine si costruiscono a partire dall’ammoniaca: non è così nell’industria, ma per far capire funziona perfettamente. Per chi non sa niente di chimica, la molecola dell’ammoniaca si può infatti immaginare come una sfera (l’azoto) dove vengono inserite tre palline più piccole (gli atomi di idrogeno). Sostituendo uno degli idrogeni (una delle palline più piccole) si avrà un’ammina primaria; sostituendone due si avrà un’ammina secondaria, sostituendo tutti e tre gli atomi di idrogeno inseriti nell’atomo d’azoto (quello più grande) si avrà un’ammina terziaria. C’è un’ulteriore possibilità, dovuta alla conformazione dell’atomo di azoto: in questo caso si arriva alle ammine quaternarie, che nell’industria e nell’uso quotidiano sono ben presenti come disinfettanti e come ammorbidenti per i tessuti, nel lavaggio. Va ricordato, en passant, che tutte le sostanze che disinfettano sono anche un po’ veleni. Una cosa da tenere sempre ben presente: quando ci si sterilizzano le mani con un disinfettante (uno qualsiasi) si assorbe sempre anche un po’ di veleno.
Tornando alla mia ammina “di pesce”, quella da cui ero partito, per arrivare al disinfettante la si fa reagire con il cloruro di benzile, che è un altro liquido dall’odore particolare: non un odore cattivo, ma un po’ stucchevole e dolciastro. Il risultato finale, il benzalconio cloruro, ha un odore più lieve che a me ricorda quello della coccoina, la colla che si usava molto a scuola (spero che la si usi ancora, ne ho un buon ricordo) – però non so bene con cosa sia fatta la coccoina, dovrò informarmi. E, soprattutto, il benzalconio cloruro si usa sempre in quantità minime, sotto l’uno per cento: in queste condizioni non si sente ovviamente nessun odore.
Per finire la mia chiacchierata sulle ammine (faticosissima da scrivere, una delle più difficili di questa serie) aggiungo ancora due nomi, giusto per l’inventario: la ciclammina, ammina ciclica (niente a che vedere con i ciclamini, of course) e le ammidi, che sono invece molto presenti nella nostra vita e che sono parenti strette delle ammine; ma qui il discorso si farebbe troppo specialistico, veramente da chimico, e adesso che ci penso non mi ricordo più nemmeno io come è fatta un’ammide – però so dove se ne possono trovare, per esempio in cosmetica o nel nylon (che è una fibra poliammidica). Ma, niente paura: anche le ammidi sono composti ben presenti in natura, soprattutto nel mondo vegetale.
Le immagini: una cartolina d’epoca vittoriana (dal sito http://mudwerks.tumblr.com  ), una vignetta di Bruno D’Alfonso dedicata a Jacovitti (dal mensile Linus, 1983), alcuni estratti dal mio libro di chimica organica di quando andavo a scuola, per chi volesse approfondire (Stocchi-Mesiani, Chimica organica razionale, ed.La Prora 1974), e una vignetta di Jacovitti quello vero, che non c’entra niente con le ammine ma che qui sta a rappresentare le bastonate che mi merito quando scrivo questi raccontini così imprecisi.

sabato 15 dicembre 2012

Forza Italia

(vignetta di Altan del 29 aprile 2010, quasi tre anni fa, da L'Espresso) (basterà una vita per ripulire il nostro Paese? temo proprio di no)

venerdì 14 dicembre 2012

Full HD, 3D, Widescreen, al plasma.

"MASH" è stato un grande successo commerciale: la Fox ci guadagnò una cifra intorno al miliardo di dollari, e la serie tv che ne fu tratta è stata a lungo replicata, circola ancora in tv, e continua a dare profitti.
- Come sei riuscito a conferire al film quell'aria grezza?
- A eccezione della scena della partita di football, sulla macchina da presa mettemmo i filtri nebbia numero tre, in modo da distruggere l'immagine a colori rendendola sporca e togliendole nitidezza e luminosità. All'epoca di Combat giravamo in bianco e nero, ed era più facile evocare quel genere di cose. Con il colore era tutta un'altra storia.
(Robert Altman, pag.58 di “Altman racconta Altman”, a cura di David Thompson, ed. Feltrinelli 2010)
(per il film “MASH”)
- La fotografia di Vilmos Zsigmond è molto inusuale, con i suoi toni sul giallo. Hai ottenuto questo effetto esponendo la pellicola alla luce prima di svilupparla?
- Sì. È stato un grosso rischio, probabilmente un'idiozia. Era però l'unico modo per ottenere quell'effetto, visto che all'epoca non c'erano tutte le tecniche di post-produzione che ci sono adesso, non si poteva fare dopo. E, avendolo fatto sul negativo, lo studio non aveva scelta: doveva accettare il fatto compiuto. La ragione principale per cui l'ho fatto, e poi l'ho ripetuto nel Lungo addio, è che volevo distruggere la nitidezza del film, ricorrendo perfino all'uso di filtri nebbia numero tre. (...)
(Robert Altman, pag.70 di “Altman racconta Altman”, a cura di David Thompson, ed. Feltrinelli 2010)
(per il film “Mc Cabe & Mrs.Miller, in Italia uscito col titolo “I compari”)

Voi cosa ci guardate, con la tv HD? Bruno Vespa, le partite dell’Inter, X factor, L'isola dei famosi?
(nelle immagini: Karen Black in “Nashville”, e Robert Altman alla premiazione per l’Oscar)