lunedì 29 giugno 2020

Pensieri in fase 3


Siamo ormai molto avanti nella cosiddetta "fase 3", e il mio primo pensiero è per quelli e quelle che non rispettano le norme più elementari di sicurezza: anch'io non vedo l'ora di buttar via le mascherine e di non vederne più in giro, ma adesso stiamo finalmente ricominciando a respirare, avete nostalgia del lockdown? Nel resto del mondo va molto peggio, tutto potrebbe ricominciare, stiamo molto attenti ai nostri comportamenti. 
Detto questo, metto in fila qualcuno fra gli altri pensieri di questo mese di giugno:
- Un po' dappertutto mi misurano la febbre. Li lascio fare, ma penso che con la febbre a 37,5 perfino i dottori mi hanno sempre detto che non è febbre, e se con 37,5 provavi a chiedere qualche giorno di malattia eri bollato come uno scansafatiche e un furbastro. Ricordo ancora con preoccupazione e sgomento un mio conoscente, un ragazzo di vent'anni, che andò a lavorare infettato da un virus intestinale: lavorava come cuoco in una mensa. Se si fosse messo in malattia lo avrebbero lasciato a casa, non licenziato perché licenziare non serve più nel Nuovo Millennio, ma così è andata e così continua ad andare. Quasi tutti i lavoratori dipendenti non hanno tutele, e il 37,5 di oggi immagino che sia vissuto come un incubo. Magari è solo un raffreddore da fieno...
- Ricordo anche un mio parente, da bambino, che si ritrovò con febbre alta e macchie rosse sulla pelle: il medico di famiglia, interpellato al telefono, rispose "me lo porti in ambulatorio", e in casa sembrava assurdo, una cosa inaccettabile: e se è varicella o rosolia, e se ci sono donne incinte in ambulatorio? Il fatto è successo più di vent'anni fa, ma poi è diventata routine, i medici di base raramente vanno a fare visite a domicilio e rivolgersi alla Guardia Medica è quasi inutile. Di fatto, tutte le riforme sanitarie degli ultimi vent'anni, fortemente volute anche dai sindacati dei medici di base, spingono verso il Pronto Soccorso. Se volete assistenza medica, insomma, siete di fatto obbligati al Pronto Soccorso: per poi sentirvi dire, magari in tv, di "non rivolgersi al Pronto Soccorso se non per situazioni gravi". Ma io che non sono un medico come faccio a sapere se è grave o se non è grave? E se a star male è un bambino piccolo, che si fa?
- Quando io ero bambino era ancora attiva la rete dei dispensari, di fatto oggi smantellati: strutture che sarebbero state utilissime nell'odierna epidemia. I dispensari degli anni '60 curavano soprattutto la tbc, poi scomparsa grazie ai vaccini, ma sarebbe stato necessario conservarli e convertirli in strutture per la prevenzione e la cura di altre malattie potenzialmente contagiose. I dispensari, almeno di nome, esistono ancora: ma di fatto hanno subito la stessa fine dei consultori per le donne e delle strutture di sostegno per le malattie mentali, previsti dalle leggi ma mai realizzati o boicottati di continuo. Insomma, se avete dei dubbi sulla vostra salute e su quella di chi vi sta vicino rivolgetevi al Pronto Soccorso (vedi quanto scritto nel punto precedente).
- Le misure previste nel lockdown comprendevano, tra gli anziani, gli over 65 che "devono stare a casa": ma oggi bisogna lavorare fino a 67 o anche 70 anni, che si fa? Ripenso a quante volte ho sentito dire negli ultimi vent'anni che la pensione è un privilegio, che chi prende la pensione è un furbetto che danneggia i giovani, eccetera eccetera. Mah.
- Leggo delle misure per la ripresa delle scuole, a settembre: ma moltissime scuole erano fatiscenti o non sicure, ricordo bene gli articoli allarmati dopo qualche crollo di soffitto, i servizi del tg... e adesso?
- C'è spazio (e tempo) anche per David Quammen e il suo "Spillover", libro del 2013 che ha previsto l'odierna epidemia: non conosco Quammen, ne ho solo letto qualcosa sui giornali in queste ultime settimane, ma sono decenni che gli studiosi di scienze naturali, magari i sociobiologi come Edward O. Wilson, dicono le stesse cose senza che nessuno li stia ad ascoltare. Edward O. Wilson si occupa di formiche, avete idea di quanti sghignazzi susciterebbe presso i furbi che la sanno lunga? Ecco cosa hanno osservato gli studiosi come Wilson, detto molto in breve: in una comunità, la sovrappopolazione conduce a tre cose sicure: calo della natalità, aumento della violenza, e infine epidemie. Nelle prime due eravamo già dentro fino al collo (le violenze in famiglia si preferisce farle passare alla voce "femminicidio"), la terza è infine arrivata e non è detto che sia finita qui.
- avendo del tempo da perdere (il negozio in cui volevo entrare apriva alle dieci e non alle nove e trenta come avrei pensato) ho pensato bene di andare dal barbiere, cosa che non faccio ormai da trent'anni (ma ero curioso). Mi hanno chiesto dieci euro (ma io non ho quasi più capelli, ai bambini ne chiedevano sei...) e mi hanno messo davanti un foglio dove lasciare nome e cognome e numero di telefono. Ho risposto che avrei fatto da solo, ma intanto mi sono chiesto che cosa sarebbe successo se avessi firmato Giuseppe Garibaldi improvvisando un numero di telefono a caso, magari con la data della battaglia di Calatafimi. Ci sarà poi qualcuno che controlla? Chiedetelo a chi abita vicino a un bar: c'è qualcuno che controlla? Il bar è chiuso, ma fuori c'è gente che fa festa fino alle tre di notte, e nessuno interviene. Intanto, il governatore della Lombardia (Attilio Fontana) preannuncia l'obbligo della mascherina all'aperto fino a metà luglio. Mah.
- Ancora ieri ho trovato su un quotidiano molto diffuso (molti anni fa ne ero un fedele lettore e lo avrei definito "autorevole") l'ennesimo "articolo-sputacchio" molto dettagliato. Sotto il titolo "Dedicato a chi non porta la mascherina" c'erano le foto delle capsule petri con gli sputacchi ottenuti da un virologo americano starnutendo e bofonchiando con e senza mascherina. Caspita che impressione, peccato che si tratti del mondo in cui tutti noi siamo nati e cresciuti: forse che quando ci si bacia si sta a pensare a queste cose? Che il bacio (e il sesso) siano uno scambio più che certo di virus, batteri, e quant'altro (cioccolatini e mentine inclusi) lo sappiamo tutti da sempre, c'è da sempre il rischio di prendere malattie ma nessuna ragazza mi ha mai chiesto un certificato prima di iniziare, né io l'ho mai chiesto a lei... Insomma, sono cose che si sanno e per questo quando uno starnuta gli si chiede da sempre di coprirsi: c'è davvero bisogno di questi articoli?
- Aggiungerei alla lista i guanti da disinfettare, anche chi porta i guanti deve disinfettarsi e sanificarsi e sa il Cielo quanto sia giusto, ma poi tra le corsie del supermarket vedo che nessuno controlla e ognuno fa quello che gli pare. Poi, all'uscita, vedo guanti monouso buttati per terra un po' dappertutto (anche nel parcheggio dell'ospedale). A questo punto, non sarebbe meglio togliere l'obbligo dei guanti e disinfettarsi direttamente le mani?
- Infine, auspico che venga introdotto un premio per i virologi che sono rimasti zitti durante questi mesi. Magari solo un attestato su carta semplice, giusto per ringraziarli.

AGGIORNAMENTO al 16 agosto 2020: le teorie sull'inesistenza del virus sono prive di senso, così come le relative manifestazioni (un po' in tutta Europa e anche negli Usa) di questi giorni; è evidente che non ci può essere un complotto su scala planetaria, e i morti di Bergamo e Brescia purtroppo ci sono stati veramente. Lascia invece perplessi il modo in cui vengono date le informazioni in merito, per esempio si passa da 250 a 260 contagi e si legge "aumento dei contagi", e se si passa da 260 a 280 si legge "aumento dei contagi", in realtà la situazione in questi casi è stazionaria e non dovrebbe servire una laurea in statistica per capirlo. Poi si passa a 500 o a 600 contagi, ma si scopre (con molta fatica, bisogna cercare a lungo) che si sono fatti più controlli; si torna sotto 300 e verrebbe spontaneo un sospiro di sollievo, ma poi si scopre che era domenica e si sono fatti meno controlli. Eccetera, e mai una spiegazione precisa che faccia capire cosa succede; l'unico dato a cui aggrapparsi  è che molti ormai guariscono, e che in rianimazione non siamo più alla situazione di marzo e aprile. Davanti a questo modo di fare informazione qualche domanda viene, e io metto qui l'ipotesi più leggera, cioè che ci sono molti giornalisti improvvisati o poco professionali. Vorrei aggiungere qualcosa, ma mi fermo per non ricevere querele - non si sa mai, ce ne è in giro di gente permalosa.

venerdì 26 giugno 2020

Arlecchino


L'Arlecchino del Piccolo lo hanno visto tutti, o almeno così credo; è uno spettacolo così famoso, e con così tante recite, che è quasi impossibile averlo perso: a meno che a teatro proprio non ci si vada mai. E' uno spettacolo che continua a rimanere in cartellone: Marcello Moretti non c'è più, Ferruccio Soleri potrebbe ancora farlo ma ha deciso di prendere un po' di tempo per sè, i sostituti sono bravi e hanno avuto un'ottima scuola, lo spettacolo è sempre bello e divertente. Strehler era bravissimo nel mettere in scena Goldoni, direi inarrivabile: tra i suoi spettacoli vanno ricordati almeno "Il campiello" e "Le baruffe chiozzotte", due capolavori sia nel testo che nella messa in scena. Per nostra fortuna, alcune di queste serate sono state filmate e ne esiste la registrazione; non è come essere a teatro, soprattutto per Arlecchino, ma è comunque bello che si possa continuare a rivedere spettacoli così belli e con attori così grandi.
"Arlecchino servitore di due padroni" è andato in scena con molti cast differenti; il giorno in cui io ero al Piccolo Teatro di via Rovello, 28 gennaio 1979, oltre a Ferruccio Soleri come protagonista c'erano Gianfranco Mauri (Brighella), Ettore Conti (Pantalone), Enzo Tarascio (il Dottore), Roberto Chevalier (Silvio), Franco Graziosi (Florindo), Elio Veller e Riccardo Magherini (camerieri), Carlo Boso (facchino), Armando Benetti (suggeritore). Le donne erano Susanna Marcomeni (Clarice), Marisa Minelli (Smeraldina) e Anna Saia (Beatrice). Scene e costumi di Ezio Frigerio, musiche di Fiorenzo Carpi, maschere di Amleto Sartori, movimenti mimici di Marise Flach. Carlo Boso, che interpretava una piccola parte, era anche il sostituto di Ferruccio Soleri e interpretò Arlecchino in diverse recite. Non c'è molto altro da aggiungere, se non il ricordo degli applausi a scena aperta per Armando Benetti nel ruolo del suggeritore: anche in un piccolo ruolo un bravo attore si nota, e i suoi duetti con Ferruccio Soleri sono da antologia, perché il teatro vive anche di queste invenzioni.



martedì 23 giugno 2020

La Tempesta


"La Tempesta" di Shakespeare nella regia di Giorgio Strehler è un altro degli spettacoli straordinari, probabilmente irripetibili, di quelli che ti fanno pensare che un'altra "Tempesta" sarà sempre deludente - ma poi il teatro va avanti, le nuove generazioni non sanno nemmeno di cosa stai parlando e pensano che si tratti di nostalgia (no, non è nostalgia) e magari non vanno nemmeno a teatro. Del resto, il tempo è impietoso e il teatro è fatto della sostanza di cui sono fatti i nostri sogni; della "Tempesta" diretta da Strehler esiste una buona registrazione video, più che consigliabile, ma non rende l'idea di essere lì in mezzo durante la rappresentazione, magari nella tempesta iniziale, o nei volteggi aerei di Giulia Lazzarini come Ariel (volava per davvero, un prodigio teatrale degno di Leonardo), o nel finale quando Tino Carraro nei panni di Prospero spezza la sua bacchetta, e la scenografia crolla, ormai senza vita, inutile orpello a questo punto (un colpo di scena simile a quello del finale dei "Giganti della montagna" di Pirandello, sempre con la regia di Strehler). Per chi volesse avere un'idea di cosa succedeva nella scena iniziale, con il mare in tempesta, si può consigliare un film di Maurizio Nichetti di quegli anni, "Ho fatto splash" (uscito nel 1980), dove due dei protagonisti sono coinvolti nello spettacolo; si vede anche Giulia Lazzarini, che si è prestata allo scherzo.
Io ero presente nel novembre 1978, e sarei tornato a vederlo in anni successivi. Lo spettacolo era al Teatro Lirico, e non al Piccolo Teatro di via Rovello; il Lirico era di maggiori dimensioni e si prestava meglio all'allestimento, e soprattutto ai voli di Ariel / Giulia Lazzarini. C'erano tanti ottimi attori: Massimo Foschi aveva rimpiazzato Michele Placido nel ruolo di Calibano (Placido fece solo le primissime recite, se non ricordo male), Fabiana Udenio era Miranda, Massimo Bonetti era il principe, Mimmo Craig e Armando Marra erano i due clowns, la corte reale era composta da Claudio Gora, Luciano Virgilio, Osvaldo Ruggieri, Mario Carrara, Luciano Mastellari, Marco Marelli. Il capitano della nave era Bruno Noris, il nostromo Alvaro Caccianiga; scene e costumi di Luciano Damiani, movimenti mimici di Marise Flach (importantissimi in questo spettacolo), musiche di Fiorenzo Carpi. La traduzione utilizzata era quella di Agostino Lombardo.



Prospero: ... We are such stuff
as dreams are made on ;
and our little life
is rounded with a sleep.
(William Shakespeare, La tempesta, atto 4 scena 1 )

Prospero: Now my charms are all overthrown ,
and what strength I have is my own,
which is most faint : now, 'tis true,
I must be here confined by you,
or sent to Naples.
(William Shakespeare, La tempesta, il finale)

sabato 20 giugno 2020

Re Lear


"Re Lear" nella regia di Strehler è uno degli spettacoli più famosi e celebrati, direi quasi leggendario. Ne esiste una buona registrazione, quindi si può ancora vedere (c'è anche su youtube), e anche se la magia del teatro non si può ripetere questa è comunque una buona notizia.
Io ero presente nel dicembre 1977, non avevo letto quasi nulla di Shakespeare a parte l'Amleto, e lo spettacolo mi fece una grande impressione. Ancora oggi, ripensandoci, tre particolari mi sono rimasti in memoria: l'impianto scenico spoglio, quasi inesistenti le scenografie, eppure geniale (lo scenografo è Ezio Frigerio), l'interpretazione di Tino Carraro, che in teatro diventava un gigante (il cinema e la tv lo hanno troppo spesso relegato in ruoli dimessi o minori), e poi Ottavia Piccolo.
Strehler aveva avuto un'intuizione geniale, nata forse dall'avere a disposizione proprio Ottavia Piccolo: aveva notato che Cordelia e il Matto non sono mai in scena nello stesso momento, e aveva scelto di far interpretare i due personaggi dalla stessa attrice. Il risultato fu straordinario, anche perché Cordelia e il Matto vogliono bene al vecchio Re; il Matto non lo abbandona mai, Cordelia è costretta a starne lontano ma alla fine scenderà in battaglia per aiutarlo.
Il cast completo vedeva Renato De Carmine come Gloucester, Antonio Fattorini e Giuseppe Pambieri nei panni dei due fratelli Edgar ed Edmund, Franco Alpestre (bravissimo) come Kent. Luciano Virgilio, Orlando Mezzabotta e Franco Patano erano i tre re che sposano le figlie di Lear; le due sorelle di Cordelia, Regan e Goneril, erano Anna Rossini e Lia Tanzi. Nel resto del cast, composto da attori eccellenti (Franco Sangermano, Ottavio Fanfani, Ernesto Rossi, Agostino De Berti, Fulvio Ricciardi), spicca una curiosità: uno dei tre servi era Massimo Ghini, che in seguito avrebbe avuto parti da protagonista al cinema e in tv. Le musiche erano di Fiorenzo Carpi, grande compositore troppo spesso dimenticato, che fu accanto a Strehler in moltissimi spettacoli oltre che autore di colonne sonore importanti.
Anche a questo spettacolo ero arrivato quasi per caso, in compagnia, il classico "vuoi venire anche tu?"; l'impressione fu enorme fin dall'inizio, con quel velo trasparente che simboleggiava la mappa del regno, e con Tino Carraro che vi indicava le parti spettanti alle tre figlie - ma qui vi lascio, se ancora non avete letto Re Lear vi consiglio di iniziare a conoscerlo, magari (ripensando alle scelte di Strehler) proprio da una delle battute finali, dove è davvero difficile capire se Lear stia parlando di Cordelia o del Matto:
And my poor fool's hanged...




sabato 13 giugno 2020

« Libertà è partecipazione »

Due immagini che mi tornano alla memoria dopo un servizio tv per un libro su Giorgio Gaber: la prima è un Roberto Formigoni nei suoi anni felici, trionfante e contento, che canta, anzi urla, una canzone di Gaber: "libertà è partecipazione", sottolineando e ripetendo più volte con forza il concetto, "libertà è partecipazione" (ci dev'essere ancora il filmato, in qualche teca Rai). Partecipazione agli utili, viene da dire pensando all'oggi, con Formigoni in galera per questioni legate alla Sanità.

La seconda immagine, sovrapposta alla prima, è la grande tristezza di Gaber negli ultimi anni della sua vita. Avevo conosciuto Giorgio Gaber in tv, come tutti, quand'ero bambino; e in casa circolava da sempre un 45 giri con "La ballata del Cerutti", dovrei averlo ancora in cantina. Gaber era una persona allegra, era bello, faceva subito simpatia, ed è rimasto così per tutti gli anni '60; negli anni '70 ha iniziato un percorso più riflessivo, con spettacoli in teatro e testi impegnativi, ma sempre con un sorriso di fondo. Ma poi, negli ultimi anni, Gaber non stava bene e si vedeva. Non sembrava solo una malattia fisica, la malattia c'era ma Gaber non era più lo stesso, e non credo che fosse solo la vecchiaia. Altri attori e cantanti famosi, come Enzo Jannacci e Dario Fo, pur invecchiando e ammalandosi, e subendo gravi lutti, erano comunque rimasti simili a se stessi. Nei giorni scorsi ho guardato le interviste a Francesco Guccini per i suoi ottant'anni, e Guccini è ancora Guccini anche se gli anni cominciano a pesare. Per Giorgio Gaber invece non è andata così.
Che cos'era successo a Gaber? Mi capita ancora di chiedermelo, ovviamente io non posso saperlo perché sono stato solo uno spettatore come tanti, ma quella profonda tristezza mi aveva colpito, ed è ben testimoniata anche dal suo ultimo disco. Provo a fare qualche ipotesi, per quel che vale: Gaber era deluso dalla situazione politica creatasi in quegli anni, e anche dalle persone intorno a lui. E poi, sempre visto dal di fuori, dalla tv, Gaber appariva innamoratissimo della moglie, e credo che lo sia sempre stato. Forse è qui che c'è qualcosa che non torna. Sempre ragionando da lontano (da molto lontano) vedere Ombretta Colli nello stesso partito di Formigoni penso che non sia stato piacevole. Ripenso a spettacoli come "Il signor G", e l'accostamento di quei testi di Gaber con i Formigoni e i Berlusconi, con i La Russa e i Bossi, mi provoca uno stridore insopportabile.

Sono molti, ancora oggi, quelli che storpiano Gaber, quelli che citano "cos'è la destra e cos'è la sinistra" come se Gaber fosse stato un qualunquista qualsiasi, quelli che cantano "la libertà non è star sopra un albero" ma poi pensano solo a riempirsi la pancia, ma Gaber non aveva niente a che fare con il "Polo della Libertà" berlusconiano, basta leggere o ascoltare i suoi testi per capire che era sicuramente di sinistra e la sua era una critica interna alla sinistra, relativa al comportamento di amici e conoscenti che vedeva sempre più lontani dagli ideali di una società migliore.
Questi sono anche giorni in cui mi torna in mente un altro spettacolo di Gaber, "Polli d'allevamento": guarda caso, sono gli anni in cui nascevano Salvini, Di Maio, Renzi, la Meloni, eccetera. Ovviamente, dato che lo spettacolo è degli anni '70, Gaber stava pensando ad altre persone; ma dire che aveva visto lontano mi sembra più che giusto. Già la mia generazione, quelli nati quando Gaber e Jannacci cominciavano a suonare, non è stata un gran che; ma subito dopo di me sono arrivati i paninari (quelli per cui la cosa che conta di più nella vita è la marca del giubbotto e se non hai le calze firmate sei un tamarro) e poi i figli dei paninari, e ormai siamo già alla terza generazione - aveva visto lontano Gaber... Polli d'allevamento, che non sanno che cos'è per davvero la vita, che non hanno mai lavorato, che non si sono mai sporcati le mani in fabbrica o nei campi, pronti a ridere di chi glielo fa notare. Ormai anch'io ho quasi raggiunto l'età di Gaber nei suoi ultimi anni, e comincio a capire perché fosse diventato così triste, al di là delle malattie e dell'invecchiare in sè e per sè.
 
qui per ascoltare Giorgio Gaber, e in ottima compagnia.

giovedì 11 giugno 2020

I due interisti

Devo essere in fabbrica per le 22, ma come al solito arrivo mezz’ora prima. Non è una mia prerogativa: lo fanno tutti, per antica e sana consuetudine. Si arriva presto, così il collega che sta finendo il turno ha il tempo di tirare un po’ il fiato, di prepararsi per le consegne, magari anche di andare a fare la doccia prima di tornare a casa. La mattina dopo, il collega renderà il favore, e così via. Beh, non lo fanno proprio tutti: le pecore nere ci sono, non manca mai chi se ne approfitta – ma questo è un altro discorso.
Dunque, sono le 21:40 e sono già in laboratorio, pronto per mettermi a lavorare nel turno di notte in fabbrica. Ma i miei due giovani colleghi sono distratti: è una sera di maggio del 1998, e c’è la finale di Coppa dei Campioni. I due hanno portato un piccolo televisore, lo hanno sistemato in bagno e lo stanno guardando con attenzione e partecipazione: la partita è Real Madrid-Juventus, a me non interessa molto ma a loro sì. C’è una cosa che non torna: lo juventino sono io, i miei due colleghi sono interisti...

Sono ormai le 22:10, ma i miei due colleghi non se ne vanno. Sono ancora lì, a “gufare”; ogni tanto il più giovane dei due esce dal cesso (pardon, spogliatoio) e mi fa dei gestacci, soprattutto quando lo jugoslavo Mijatovic segna un gol per il Real Madrid. Rifletto, intanto che vado avanti con il lavoro: il minore dei due interisti ha 22 anni, abita a quindici minuti da qui, fossi in lui me ne andrei a casa, o al bar, o meglio ancora a morosa. Il maggiore ha 31 anni, è sposato, ha una moglie giovane e bella e abita anche lui a dieci minuti da qui: cosa ci sta a fare, a quest’ora, vicino al cesso, a sbirciare in un televisore così piccolo?
E ora veniamo alle mie colpe: avendo a che fare con persone più giovani di me, quando la Juve ha sconfitto l’Inter, una ventina di giorni fa, avevo ritenuto opportuno ricordare alcune cose fondamentali nello sport, e cioè – per esempio – che le partite durano 90 minuti, che l’Inter perdeva a dieci minuti dalla fine, che non ci si può appoggiare ad un rigore dato o non dato, che l’Inter schierava Ronaldo e Zamorano e che la difesa della Juve era fatta da giocatori logori o mediocri, a parte Ciro Ferrara: le cose che mi diceva mio padre quando io avevo quattordici anni, insomma, e guardavamo le partite insieme (mio padre non era juventino). Ma, niente: ne avevo ricavato solo una serie di insulti che stasera sto riascoltando in sequenza e con varianti, e con gestacci irripetibili rivolti alla mia persona. Adesso io non sono più l’amico e collega con cui tanto si andava d’accordo, quello che se hai bisogno ti cambia sempre il turno anche di domenica, sono solo un perfido gobbo juventino come tanti altri: il che, secondo me, non giustifica il fatto che loro due siano ancora chiusi qui dentro, alle 22:40, invece di andare a casa o a morosa. Tra l'altro, mentre loro guardavano il primo tempo della partita il lavoro è rimasto fermo, e adesso io devo correre per rimettermi in pari. Ben mi sta, così imparo ancora qualcosa della vita, all’alba dei 40 anni: così sono fatti gli operai, purtroppo, e dovevo ancora impararlo. Altre sorprese mi sarebbero arrivate negli anni successivi, e anche se sono sempre rimasto amico dei miei colleghi, da allora ho quasi smesso di parlare di calcio e anche di interessarmene. Purtroppo, del calcio non si può fare a meno, non in un ambiente quasi completamente maschile.

Quando finalmente se ne vanno, ormai verso le 23, mi siedo e penso: penso al ‘68, all’autunno caldo, alle grandi manifestazioni che hanno portato allo Statuto dei Lavoratori. Forse non ce lo meritiamo, forse hanno ragione i padroni che chiedono di ricontrattare tutto, forse – se queste sono le nuove leve della fabbrica - abbiamo dato troppe cose per scontate, democrazia compresa.
 
PS: sono passati più di vent'anni, sono successe tante cose ma questo piccolo fatto continua a darmi fastidio e a tornarmi alla memoria. All'epoca mi sembravano piccole cose, questa e le altre che mi sono successe, invece segnavano un cambiamento epocale. In quello stesso periodo, dal 1998 in poi, sono arrivate le nuove norme sul lavoro: il precariato, insomma, del quale oggi ci si lamenta. Io ormai sono fuori dal mondo del lavoro, i due interisti (Enzo e Stefano) invece ci sono ancora ben dentro. Sono loro, quelli che con te si lamentano ma poi davanti ai capi abbassano la testa e dicono sempre di sì, a mantenere il posto di lavoro mentre gli altri vengono buttati fuori - almeno finché la multinazionale non decide di chiudere e trasferire la produzione altrove, s'intende; e sono cose che capitano, ma lamentarsene a cose fatte è un po' ipocrita, a meno di non avere vent'anni ed essere appena entrati in questa gabbia di matti che è il mondo del lavoro.


martedì 9 giugno 2020

Karl Fischer


- Dai, fammi un calfisch veloce così spedisco via subito nel serbatoio - mi dice Tùtolo, insinuandosi tra i banconi del laboratorio.
- Non posso, sto facendo le analisi sull'impianto e sono urgenti. Lascia qui il campione che poi ti telefono.
- E dai, un calfiscerino, che ci vuole?
Una volta specificato che "calfisch" e "calfiscerino" sono in realtà delle analisi con il reattivo di Karl Fischer (una iodometria, che serve a determinare il contenuto d'acqua in un liquido), capisco le ragioni di Tùtolo ma io proprio non posso mollare quello che sto facendo per dare retta a lui.
- Se mi dai dieci minuti di tempo...
Ma lui sbuffa, forse anche impreca, e si attacca a qualcun altro dei miei colleghi, lamentandosi del mio comportamento.

Il Karl Fischer è un'analisi che si può fare anche a mano, ma noi abbiamo (come tutti, ormai) un apparecchietto molto utile che fa quasi tutto da solo. Quasi tutto, perché la manutenzione dobbiamo farla noi analisti: tenere pulito, prima di ogni altra cosa. Non solo c'è un elettrodo che è piuttosto delicato, ma la vaschetta in cui è immerso ogni tanto si riempie e va vuotata. Andrebbe vuotata ogni volta, a essere pignoli, ma non siamo in un'industria farmaceutica e qualche margine d'errore ci può stare. Oltre a curare che la vaschetta non trabocchi, bisogna anche controllare che le due bottiglie con i reattivi siano piene: sembrerà banale, ma lasciare le bottiglie da riempire a quello che viene dopo è una pratica molto comune e qui con me a lavorare ci sono almeno due specialisti in materia, veri virtuosi dello scaricabarile. Difatti, la mia collega che ha preso in consegna il "calfiscerino veloce" di Tutolo adesso ne avrà per almeno un quarto d'ora, perché sono capitate le due cose nello stesso tempo: le bottiglie dei reattivi vuoti, e la vaschetta strapiena e strabordante. Una volta riempite le bottiglie ed effettuata la pulizia dell'elettrodo, bisognerà calcolare il fattore di correzione; e dopo si potrà fare l'analisi. Dieci minuti è già un tempo ottimistico.

La scena si ripete diverse volte, Tùtolo viene da me e io non posso sempre dargli retta, anche perché lui lavora in un reparto che si chiama "miscele": lì non ci sono reazioni chimiche in corso, non c'è un impianto di solfatazione che produce diecimila litri di prodotto in un'ora, da Tutolo ci sono solo pentoloni dove miscelare due o tre cose e secondo logica è lui quello che deve aspettare, non gli altri reparti. Far attendere una resina epossidica in macchina può significare un mezzo disastro, se la resina si solidifica nella macchina poi servirà il martello pneumatico per tirarla fuori; se Tutolo arriva e mi chiede di fargli subito il calfiscerino io lo faccio aspettare, perché questo è il modo in cui bisogna lavorare. A me sembra ovvio, glielo spiego, penso che i miei colleghi capiscano, e invece no.
Tutolo va in giro a dire che io non lo sopporto, che non capisce perché lo mando sempre via (non è vero, quando ho tempo lo accontento), e i miei colleghi abboccano. A me sembra semplice: se ti dico che in produzione stanno aspettando questi dati d'analisi, perchè insisti? Ma i miei colleghi tutti si convincono, perchè glielo dice lui, dice che mi sta antipatico ed è per questo che gli dico sempre di mettere lì il campione che poi ti telefono: invece c'è il dottor Biribò (direttore di produzione) che aspetta proprio da me questi dati d'analisi che sto facendo, e che è già un bel po' in ansia. Possibile che sia così difficile da capire? Possibile che dopo 15 anni passati in questo posto pensino queste cose di me? In mezzo a che gente sono vissuto?

Ma, eccolo qui di nuovo. Ed ecco arrivare Christian, che dopo averlo servito mi dà una pacca sulla spalla e mi fa la battuta:
- Ecco, Giuliano, è andato via, il Tùtolo cattivo.
Queste cose, nel corso del tempo, fanno del male. Me ne accorgerò a suo tempo, il lavoro di Tùtolo è stato costante e Tùtolo, anche se è soltanto un operaio di livello medio basso, è molto ascoltato, anche in direzione. Tutolo è uno di quelli che sanno cercare e trovare appoggi e simpatie, cosa per la quale io sono negato; in ditta fa un po' di tutto, piccoli commerci, sigarette, confidenze, non per nulla prima di venire qui faceva il rappresentante di commercio. Così, dunque, imparo quanto sia sbagliato ragionare quando lavoro, dare delle precedenze non in base alle simpatie personali (io non ho niente contro Tùtolo) ma secondo le istruzioni dei miei capi e l'ormai lunga esperienza. Alle volte, sembrerà strano ma è proprio così, la cosa peggiore da fare sul lavoro è seguire le istruzioni dei superiori. La prossima volta che rinasco, mi dedicherò di più alle pubbliche relazioni - è così che si fa carriera.

Da wikipedia:  Karl Fischer (Monaco di Baviera, 24 marzo 1901 – 16 aprile 1958) è stato un chimico tedesco, inventore del metodo omonimo. Karl Albert Otto Franz Fischer studiò dal 1918 al 1924 alla Universität Leipzig di chimica. Nel 1925 con la tesi "Untersuchungen über den Einfluß verschiedener Magnesiumoxydpräparate hinsichtlich ihrer Wirkung auf Vulkanisation und Eigenschaften des Kautschuks" si laureò dottore in chimica. Rimase fino al 1927 come assistente Hochschulassistent a Lipsia. Successivamente entrò nell'industria petrolchimica. Noto è lo sviluppo nel 1935 di un sistema di titolazione per la quantificazione del contenuto d'acqua in fluidi e materiali solidi (Karl-Fischer-Verfahren), ancora oggi impiegato nell'analisi chimica nei laboratori di tutto il mondo e divenuto standard per la farmacopea. Il suo lascito è presso l'Institut für Geschichte der Pharmazie der Philipps-Universität Marburg.