mercoledì 5 agosto 2009

Idomeneo contro il mostro marino

L'opera incomincia così: siamo a Creta, dopo la guerra di Troia, e la principessa troiana Ilia sembra destinata a sposare un greco, il giovane Idamante figlio del re Idomeneo. Ilia è molto combattuta dentro di sè: dovrà dunque unirsi a uno dei nemici della sua patria? Ma questo è quasi un prologo, la vera azione comincia con la scena successiva, nella quale ci troviamo nel mare, sul vascello che sta riportando a casa il re Idomeneo. Il mare è in tempesta, e l'equipaggio è spaventatissimo; ma il dio Nettuno placa le onde e la nave è salva. Le prime parole di Idomeneo, appena placata la tempesta, sono queste: " Eccoci salvi, alfine..."
Ma Idomeneo, durante la tempesta, ha fatto un voto solenne, uno di quei voti così frequenti nella mitologia ma anche nelle fiabe e nei racconti popolari: che sacrificherà a Nettuno la prima persona che incontrerà. Ed ecco che si avanza la vittima inconsapevole: è suo figlio, il giovane Idamante. Idomeneo fugge via, spaventato; il figlio si interroga sul comportamento inaspettato del padre. Possiamo dire subito che ci sarà un lieto fine, un po' perché l'opera è datata 1780, ma soprattutto perché non è tanto il soggetto ad essere interessante, quanto l'uso che ne fa Mozart. Le cronache dicono che Mozart lavorò moltissimo sul libretto dell'italiano Varesco, smontandolo e rimontandolo per cercare di trovare una quadratura che in origine non aveva, dato che si trattava di uno dei soliti "pasticci" settecenteschi su soggetto mitologico; è lo stesso lavoro che farà Verdi nell'Ottocento, e che faranno i maestri del cinema nel Novecento. Sappiamo tutti, infatti, che si può trarre un buon film da un soggetto non particolarmente originale, e che si può invece fallire partendo da un capolavoro; ed "Idomeneo, Re di Creta" è dunque memorabile perché si tratta del primo vero grande capolavoro di Mozart per il teatro.
Mozart aveva già scritto molto, e anche molte opere; già a 12 anni, per esempio, era stato capace di inventarsi un vero piccolo capolavoro come l'aria del mago nell'operina (nel senso di opera per bambini) "Bastien und Bastienne". Ma con l'Idomeneo Mozart, ormai ventiquattrenne, capisce quale è la sua vera strada, quella che lo porterà ai grandi e famosi capolavori, il Ratto dal Serraglio, Le Nozze di Figaro, il Don Giovanni, e via elencando. Il modello evidente è Gluck, nell'impianto drammatico dell'opera e nell'uso del coro, che è uno dei veri protagonisti. Bellissimo, quasi cinematografico, l'arrivo di Idomeneo con la tempesta e l'incontro con il figlio sulla spiaggia; spettacolare e commovente il finale dell'atto secondo, dove si manifesta il mostro marino (che appare per un attimo però non canta, anche se forse si sarebbe potuto fare).
La "sceneggiatura" di Mozart per il finale secondo è questa: Idomeneo cerca di rimangiarsi il suo terribile voto, e allora Nettuno manda un terribile mostro a spaventare e minacciare Creta; i cretesi lo vedono arrivare, fra il crescendo della nuova tempesta che sta arrivando, e fuggono, lasciando vuota la spiaggia e anche la scena. Un finale d'atto in diminuendo, a svanire, che crea un effetto bellissimo e inaspettato.
Il mostro verrà sconfitto da Idamante, che sarà il nuovo Re e sposerà Ilia: così comanda la voce di Nettuno, e tutti si accordano volentieri al volere del Nume. Ma il lieto fine non è per tutti: rimane Elettra, figlia di Agamennone, a sfogare la sua rabbia per non aver potuto coronare il suo sogno di diventare regina sposando Idamante. Elettra è il prototipo delle future e grandi parti femminili di Mozart: la Contessa, Donna Anna, Donna Elvira. Le grandi scene corali devono ancora molto al talento di Gluck (soprattutto all'Alceste), ma è in questi personaggi che già si vede la vera vocazione di Mozart, e questa è l'importanza vera dell'Idomeneo, l'opera che aprirà la nuova stagione della Scala e che verrà trasmessa (in questo caso il servizio pubblico esiste ancora...) da Radiotre nella serata del 7 dicembre, per sant'Ambrogio ( e speriamo che si parli di Musica e non di chi c'era e chi non c'era: ma sarà molto difficile, visti i tempi che corrono).
(nell'immagine, bozzetto di Mauro Carosi per l'allestimento del 1990)
Giuliano 7 dicembre 2005

L'eredità di Re Silvio

Per chi non segue l'opera, sarà necessario ricordare che Katia Ricciarelli è stata una grande promessa della lirica, 30-35 anni fa; poi quelle promesse le ha mantenute solo in parte, e - a quel che mi risulta - non canta un'opera intera in palcoscenico da 10-15 anni. Insomma, la signora Ricciarelli in questi ultimi 10-15 anni ha fatto altro, e ce ne siamo tutti fatti una ragione. Ma, da vecchio appassionato d'opera, mi viene sempre un sussulto quando la sento definire "la regina della lirica", come capita spesso in questi giorni nei quali l'ex signora Baudo partecipa ad un reality show in televisione.
Questa inesattezza, di per sé piccola ma molto ripetuta in tv, è solo una delle tante informazioni raffazzonate o taroccate che vengono rifilate agli spettatori disattenti e - cosa molto più grave - anche ai giovani e ai bambini. Un'imprecisione che stona molto, soprattutto parlando di musica. La musica confina, o forse coincide, con la matematica: essere esatti, andare a tempo e tenere la nota giusta, è indispensabile. Ma non è solo la lirica: sono riusciti a taroccare anche il calcio, in tv. Ho appena finito di leggere sull'Espresso un'intervista a Fabio Capello (non il primo che passa per strada, dunque) che si lamenta del modo in cui vengono fatte le riprese delle partite. Prima c'erano tre telecamere e si riusciva a seguire l'azione, oggi le telecamere sono infinite e non si riesce a capire come giocano le squadre in campo, e spesso non si sa più nemmeno dove sono i calciatori, se a metà campo o in area, se a destra o a sinistra oppure al centro: perché la ripresa tv è diventata un'orgia continua di stacchi e di primi piani. Così le partite in tv, oggi, si riducono spesso a primi piani di sputi, insulti, calcioni nelle caviglie, e a infiniti replay di presunti fuorigioco. Ma nessuno pare lamentarsene, in questa tv firmata - da un quarto di secolo - più da Berlusconi che da altri. Quando io avevo 18 anni e cominciavo a interessarmi all'opera e al teatro, la tv (con solo due-tre canali, tra l'altro) faceva davvero da servizio pubblico, ed era abbastanza facile vedere concerti, opere, teatro di prosa, eccetera: se qualcosa cominciava a piacerti, c'erano abbastanza informazioni per continuare. Oggi abbiamo 54 canali tv ed è scomparso tutto, a meno di non andare sulle tv a pagamento, ma anche lì non è così facile. Bisogna proprio andarsele a cercare, certe cose: oggi, con le nuove tecnologie, per un bambino è molto più facile vedere un film porno che un'Aida dall'Arena di Verona, ed è tutto dire.
Ma fermo subito lo sfogo che stava per partire, e scrivo questo post solo per denunciare, per l'ennesima volta, il pressappochismo e il lavaggio del cervello effettuato da chi dice di non aver mai mischiato gli affari con la politica, e che magari si erge a paladino dei valori cristiani. Per le tv commerciali quello che conta sono solo i soldi, che arrivano attraverso gli spot, e tutto il resto non conta. Quindi ben vengano gli sputi al rallentatore dei calciatori invece delle partite, e ben vengano le caricature di tenori (Al Bano, per esempio) invece dei tenori veri (Juan Diego Florez, magari), e le ex cantanti in disarmo a fare la caricatura del soprano (un soprano da barzellette, da quel che si vede in tv, e un pessimo servizio alla lirica). Ho fatto due esempi, ma se ne potrebbero fare mille, in ogni campo della nostra vita: e la politica è la prima vittima, ovviamente. Ormai il danno è fatto e ben radicato, e dalle berlusconaggini non ci libereremo più, anche se il responsabile dello scempio della cultura italiana, quello che voleva mettere Mike Bongiorno fra i senatori a vita, dovesse perdere le elezioni (io ne dubito ancora, intrecciamo le dita e speriamo). PS: L'altra sera, da Roma, Mariella Devia dava lezioni di canto interpretando un'opera di Donizetti: e Mariella Devia ha la stessa età della Ricciarelli. Non è "famosa" perché non appare in tv, e non appare in tv perché i professionisti veri, quelli seri, non hanno tempo di andare in tv: o studiano o sono in teatro a cantare. E, nel caso in cui si sentisse il bisogno di individuare una Regina della Lirica (cosa non del tutto necessaria), penso proprio che si dovrebbe andare a trovare Mirella Freni a Modena. Ma, nel caso lo si volesse fare, Mirella Freni ci accoglierebbe con una bella risata, e - da brava emiliana - ci risponderebbe di lasciar pur là, che lei non ha tempo da perdere con queste cose.
Giuliano 28 marzo 2006

Santo subito

"Opera proibita" è il titolo dell'ultimo cd di Cecilia Bartoli; si riferisce al fatto che l'opera lirica, a Roma, fu per lungo tempo proibita alle donne. Siamo nel 1700, trecento anni fa: i papi dell'epoca vietarono sia l'opera lirica (sostituita dagli "oratori" su soggetto sacro, da eseguire in forma di concerto) sia il fatto che nei concerti intervenissero interpreti di sesso femminile.
Come spiega bene la Bartoli in un'intervista, " Quando Haendel ebbe la prima del suo oratorio "La Resurrezione" a Palazzo Bonelli, residenza dell'allora marchese Ruspoli, ci furono dei problemi. Si vide entrare, nei panni della Maddalena, la cantante Margherita Durastanti, e a quei tempi le donne artiste non erano viste di buon occhio. Tanto che si racconta di un'ammonizione di "Sua Beatitudine". In conseguenza di ciò, alle recite successive l'interprete femminile fu sostituita da un sopranista castrato. (...)."
In questo disco, Cecilia Bartoli interpreta per l'appunto alcune delle arie che, all'epoca dell'arrivo del giovane Haendel a Roma (1706) una donna non avrebbe mai potuto cantare in pubblico. E' una cosa che può fare impressione (a me ne fa ancora tanta), ma in quell'epoca le voci dei cantanti "castrati" erano considerate normali, e per la Chiesa di Roma far cantare una donna era fonte di peccato, mentre far castrare dei bambini per poterli far cantare da soprano era cosa normale e preferibile all'avere una donna cantante... Eh già, perché il punto è questo, e chi conosce un po' la storia della musica lo sa: per far cantare un adulto con voce da soprano è necessario castrarlo da bambino, prima della muta della voce; e così si faceva, col beneplacito di papi e cardinali (ma poi non è detto che l'operazione andasse a buon fine, in senso artistico: e c'erano molti disgraziati castrati da piccoli senza purtroppo aver potuto poi diventare cantanti da adulti). I compositori si adattavano, trovavano dei bravi cantanti (a volte eccellenti) e li scritturavano, in alternativa alle donne, usando di volta in volta, secondo le esigenze del momento, donne o castrati: perché la scrittura musicale non cambia, si tratta sempre di soprani e di contralti e il pentagramma non fa distinzioni di sesso.
Era il gusto del tempo, e ci sono rimasti molti grandi capolavori (di Haendel, di Gluck, di Scarlatti...) in cui il protagonista è maschile, magari un Giulio Cesare o un Nerone, ma canta con voce da soprano o da contralto: un effetto straniante al quale ci si abitua anche oggi, perché è chiaro da subito che questo genere di teatro ha ben poco a spartire con il mondo reale, ma si nutre di musica e di sogni. Poi i gusti sono cambiati, grazie soprattutto all'opera buffa, che prediligeva le voci "normali e quotidiane"; e già Mozart alla fine del Settecento smette di scrivere per i castrati, che pure ancora circolavano per i teatri. E poi arriverà l'Ottocento, con l'avvento delle voci di tenore e di baritono, e dei castrati si perderà quasi la memoria. In teatro, però: perché nella Cappella Sistina continueranno a cantare i castrati, e l'ultimo di loro (il Moreschi) farà in tempo a incidere dei dischi, cent'anni fa.
Beh, ormai è storia, questi incubi appartengono al passato e oggi, per nostra grande fortuna, se qualcuno provasse a ripetere quell'operazione su un bambino finirebbe in un manicomio criminale; ma io penso a quante critiche si è preso papa Giovanni Paolo II, negli anni scorsi, per aver osato chieder scusa degli errori della Chiesa. E' stato un atto dovuto, e molto coraggioso perché si presta a letture stupide e maligne, quasi che chiedendo scusa degli errori si metta in discussione anche tutto il buono che è stato fatto... Anche Papa Wojtyla ha fatto qualche scelta discutibile, nel suo pontificato; ma per questa sua richiesta di scuse a quanti hanno subìto del male per via di quante volte ci siamo discostati, noi cristiani, dal messaggio di Cristo ( quello vero, quello che è scritto a chiare lettere nei quattro evangeli, rimasti immutati in questi duemila anni eppure spesso non letti o interpretati a capocchia) , per il suo abbraccio con il rabbino di Roma, per i suoi incontri con le altre religioni, mi permetto di unirmi al coro di chi lo vorrebbe Santo, e magari subito.
Giuliano 27 ottobre 2005

Numerologia

L'altra settimana Luciano Ligabue ha fatto 200mila spettatori, al suo concerto di Reggio Emilia. Duecentomila persone, tutte in una sera sola, solo per lui che suonava: complimenti. Il giorno dopo, vedo in tv Gigi Proietti e il direttore d'orchestra Gianluigi Gelmetti ricordare due recenti eventi romani: il "Don Giovanni" e il "Flauto Magico" di Mozart rappresentati a Roma, in piazza, davanti a 100mila persone. Musicista e regista erano, ovviamente, molto contenti di questo successo inaspettato: oltretutto, ricordava Gelmetti, il "Flauto Magico" era cantato in tedesco.
Da vecchio appassionato di musica e di teatro, sono contento anch'io: però non posso non pensare a quello che direbbe un moderno dirigente tv davanti a queste cifre. Storcerebbe il naso, o si farebbe grasse risate: centomila, duecentomila, mezzo milione di spettatori? Ridicolo, una miseria, e poi non ci si potrebbe neanche mettere uno spot in mezzo. Qualche anno fa, l'allora presidente della Rai Enzo Siciliano s'impuntò e fece trasmettere in diretta la prima della Scala, che era il Macbeth di Verdi diretto da Riccardo Muti. Risultato: un milione di spettatori, in diretta, per un'opera lirica. Ma anche questo non basta: un milione di spettatori, o di contatti, in prima serata di sabato? Una miseria, e non importa se sia opera, teatro, basket o hockey su ghiaccio. Certamente c'è una logica dietro a tutto questo, ma è soltanto la logica del profitto e non direi che sia l'unica da seguire, se si parla di televisione (e non importa se sia pubblica o privata!). Ma poi mi dovrebbero spiegare come mai la Rai ha fatto fuori Michele Santoro, che di spettatori ne faceva sette milioni a sera, per sostituirlo con Socci e con altri personaggini simili che al loro primo apparire, prima ancora di aver capito chi sono e da che parte stanno, spingono la gente a cercare il telecomando e ad azionarlo immediatamente. Ma mi rendo conto che chiedo troppo, e poi m'immagino già le risposte. Tiro un sospiro, alzo le spalle, saluto gli amici di stile libero e torno a leggermi il Don Chisciotte (un bestseller di 400 anni fa, per chi fosse interessato a queste cose).
Giuliano 30 settembre 2005

Marinetti

«Le locomotive dall’ampio petto...»
Ma chi è che ha scritto questa cosa? Sulla lapide c’è scritto: ah, ecco. Adesso è tutto chiaro, solo un grande xxxxx come Filippo Tommaso Marinetti poteva inventarsi una cosa come questa.
E chi l’ha messo qui su questa lapide? C’è scritto anche questo, a futura memoria: i posteri saranno contenti e riconoscenti, un ex sindaco in un impeto d’orgoglio. Il monumentino, per fortuna defilato, è formato con due vecchie traversine incrociate: tutto qui, molto semplice e neanche sgradevole, se non fosse per quella lapide tronfia.
Marinetti è l’uomo che elogiò la guerra, «la guerra come igiene del mondo»: come si fa ad avere simpatia per uno così? Uno che si inventa lo “zzang tumb tumb” (elogio, per l’appunto, del rumore igienico delle bombe e dei proiettili sul campo di battaglia), e lo fa quando già erano stati inventati i fumetti, come si fa a farlo passare per un grande artista? Da bambino ero curioso, poi ho conosciuto meglio Marinetti e la curiosità mi è passata.
Ho ancora una certa simpatia per il futurismo, soprattutto per i russi e per quelli che l’hanno seguito, ma nei suoi aspetti migliori, con umorismo e ironia: e penso a belle persone come Bruno Munari, che dal futurismo è partito. Ma su F.T.Marinetti, via, cos’altro dire? Uno che elogia la guerra come igiene del mondo, e lo fa subito dopo i milioni di morti della Grande Guerra, con l’orrore dei gas e della guerra in trincea, non può che essere un grandissimo xxxxx: parola di cinque lettere, se genio o pirla o pazzo o pippa decidetelo voi; intanto io vado a prendere le tavole di Winsor Mc Cay, anno 1905 e anche prima, e mi ci perdo dentro come sempre. Per uno come Marinetti non voglio sprecare altro tempo.

sabato 1 agosto 2009

Gaberscik

Nei giorni intorno al 27 luglio, contrariamente alle mie abitudini recenti (prima ero un forte lettore), mi sono trovato a leggere un po' di giornali. Così mi sono trovato davanti ad un bel po' di domande, come ai bei vecchi tempi, e adesso provo a rispondere meglio che posso.
La prima domanda è facile facile: Gaber è di sinistra? Se lo chiedono a Viareggio, e ne dà notizia Repubblica del 21.07.2005. Mi sembra una domanda oziosa: Gaber era certamente di sinistra, ed oggi si riconoscerebbe bene nell'Ulivo. Ma, siccome era una persona intelligente, guardava ai risultati più che alle parole. E' facile dichiararsi di sinistra, magari comunisti, e poi comportarsi in tutt'altro modo. E' facile, facilissimo, dichiararsi cristiani e poi comportarsi in tutt'altro modo. Lo fanno in tanti, lo si è sempre fatto: Gaber era attento e registrava quel che vedeva intorno a sé, anche se non gli faceva piacere. L'entusiasmo iniziale per le idee di sinistra si trasforma in delusione, delusione che deriva da fatti e comportamenti, e le sue canzoni lo spiegano bene. D'altra parte, chi ci ha provato lo sa: fare politica, e farla bene, costa molto sul piano personale: porta via del tempo, che viene sottratto alle cose che ci piacciono di più, e alla nostra famiglia e ai nostri amici. Perché fare politica, allora? O per forte motivazione morale, oppure per altri motivi - che non sto qui a elencare, perché tanto lo sappiamo già tutti, come va il mondo.
In più, come tutte le persone veramente di sinistra (quelle intelligenti, perché gli stupidi ci sono anche da noi) Gaber era spiritoso e autoironico: e non è un caso che i nostri migliori umoristi siano di sinistra. (Per i dubbiosi, ascoltarsi bene "Qualcuno era comunista").
Rileggo quello che ho scritto e mi accorgo che ci sono almeno venti righe di troppo. Il concetto era già chiaro in partenza, ed era già stato espresso meglio qualche anno fa (quando Gaber c'era ancora) dalla mente perversa (ma infinitamente malinconica, in questo caso) di Daniele Luttazzi: "Chiedersi che cos'è la destra e cos'è la sinistra è una domanda di destra. Se te lo chiedi e sei di sinistra, significa che hai sposato Ombretta Colli. "
(Giuliano 27 luglio 2005)

Una radiolina portatile

Ad un certo punto, in "Au hasard, Balthazar" , compare una radio a transistor. Siamo nel 1966, le radio portatili erano ancora una novità: non tutti ce l'avevano. Il ragazzo a cui viene regalata l'accende subito, e ne esce una musica insipida che però piace, e non poco; il ragazzo la porta con sé ovunque. Robert Bresson, l'autore del film, non lascia nulla al caso, e la presenza di questa radiolina, per di più in mano ad un personaggio negativo, è il segnale del cambiamento che sta avvenendo nel mondo. Un mondo - il nostro - che è rimasto uguale a se stesso per millenni, ma che da allora ha cominciato a cambiare, repentinamente: non so quanto un ragazzo di vent'anni oggi se ne possa rendere conto, ma i miei nonni facevano parte di quel mondo e forse la mia è l'ultima generazione che può arrivare a capire questo film.
La radiolina, accesa in aperta campagna, rompe un incanto che durava da sempre. E' la fine di un'epoca: anche l'asino protagonista del film (l'asino Balthazar) viene ripetutamente dichiarato vecchio, inutile, sorpassato, ridicolo: fino alla sua morte, nel finale. L'asino di Bresson è l'ultimo testimone di un'epoca, e il nuovo che avanza è comodo e bello, ma è anche invadente, volgare, stupido, inutilmente rumoroso. Con lui, muore anche l'onesto maestro di scuola con i suoi princìpi all'antica e vincono il rumore, la volgarità, la violenza. Come Pasolini, col suo discorso sull'omologazione e la sua paura della tv, anche Bresson era in anticipo di 40 anni e ha fotografato benissimo, da così lontano, i tempi che stiamo vivendo e dei quali la radiolina a transistor, che rompeva l'incanto del bosco e della campagna, era solo l'inizio, la prima crepa della frana che poi è smottata su di noi (la pubblicità, la volgarità, la stupidità dilagante). Abbiamo buttato via una cultura vecchia come l'umanità, e tutti gli archetipi ad essa associati, per avere in cambio una radiolina qualsiasi, che trasmette soltanto dediche, canzoncine e (soprattutto) pubblicità. Ci siamo venduti l'anima: non per denaro o per conquistare il mondo, ma per una radiolina portatile...