L'unico che si è alzato su e l'ha detto, finora, è stato Romano Prodi: «Io sono padano, Bossi al massimo è un prealpino.»
Perché nessuno si alza su a dirlo, che Bossi e la Lega non rappresentano il Nord Italia? Qui nella Pianura Padana i leghisti arrivano sì e no a metà dei voti, però mettendoci anche Fini e Berlusconi; invece si parla come se fosse scontato che siamo tutti dei loro. Anche dal Sud, anche da sinistra, da quello che leggo e che ascolto, sempre più spesso, sembra che siamo tutti con quelli là. Non è così, ed è ora di cominciare a gridarlo forte e chiaro: leghista a chi?
La situazione è drammatica, ma almeno chi è di sinistra, prego, si abitui a distinguere tra chi vota per un partito e chi è nato in una zona del Paese.
(io ho antenati padani che risalgono al '400, ma per gente come Bossi, Maroni, Borghezio, non voterei mai e poi mai).
sabato 25 settembre 2010
venerdì 24 settembre 2010
Neve
Il mio paese è bello quando c’è la nebbia. La nebbia sfuma tutto; le cose perdono i loro contorni, tutto diventa surreale, fantastico. Il mio paese è bello quando c’è la nebbia. Perchè si vede di meno.
Il mio paese è bello quando nevica. Esci alla mattina presto, è appena nevicato: una bianca e soffice coltre di neve copre tutte le buche nell’asfalto sconnesso delle strade, e tutta la sporcizia dei campi abbandonati. Il mondo sembra miracolosamente rimesso in ordine da una mamma premurosa, forse da una fata.
Il mio paese è bello quando nevica. Peccato che poi sgeli, e la neve diventi fango.
Il mio paese è bello quando è festa. Ti alzi alla mattina, con le strade deserte; il paesaggio pare lunare, con le strade coperte di neve e un leggero velo di nebbia, nessuno in giro e silenzio ovattato. Una scenografia da fiaba. La gente tarda ad uscire perchè fa freddo ed è festa: il mio paese è più bello quando è festa. Peccato che poi la gente esca per strada, e rovini tutto.
- Ho perso il treno d’un soffio; il prossimo è fra tre quarti d’ora; le terrò un po’ di compagnia. Che giornata, eh? Ha visto che nevicata? Era tanto che non se ne vedeva così.
- Va be’, dieci centimetri.
- E’ tutto così bianco, così bello, non trova? Mi fa tornare alla mente quand’ero bambino, non ho più visto tanta neve d’inverno, qui da noi. Salvo che in montagna, s’intende. Ma quella ce la andiamo a cercare, e allora... A lei piace la neve?
- Non particolarmente, però...
- Eh sì, a tutti piace la neve. Si rimane tutti un po’ bambini, scommetto che anche a lei piacerebbe andare ancora a fare quattro tiri con le palle di neve, o a costruire un pupazzo... pensi che una volta, coi miei fratelli, ne abbiamo costruito uno alto tre metri, arrivava al piano di sopra. Poi gli abbiamo messo in testa il cappello del nonno, che era quasi come questo che ho in testa io adesso. Ma lei sta lavorando, la disturbo?
- No, si figuri.
Sono qui prigioniero di un rompiballe e nessuno che mi aiuta!
- C’è anche tanta gente fra noi che non ci piace la neve, che strano.
- Ognuno ha la sua testa.
- Eh, ben detto: ognuno ha la sua testa. Ognuno ragiona a modo suo, il che è un pregio e un difetto. Certo, lei è fortunato, fa un lavoro che le consente di stare in mezzo alla gente, di parlare... chissà quanta gente strana che vede, eh?
- Il mondo è bello perchè è vario.
- Ecco, ma io direi qualcosa di più. Il mondo... ecco, il mondo: il mondo si divide in un numero pressoché infinito di categorie, ognuna delle quali ha una sola persona come rappresentante.
- Bella definizione...
- Vero? Avrei dovuto fare lo scrittore, me lo dicevano sempre quand’ero ragazzo. Scrivevo bene, sa? e scrivo ancora: scrivo poesie.
Ahi, lo sapevo che finiva così.
- Scrivo ancora delle poesie: ne vuole sentire qualcuna? Ecco, questa, per esempio: ne ho giusto alcune qui con me. Me le ricordo a memoria, ma sa, qualche volta qualcosa sfugge e si perde tutto il senso. Con la poesia è così.
- Sante parole.
- Poesia. Come si fa a resistere alle lacrime? Sono radioattive ormai, come il cuore dopo Chernobyl: si piange, e chi piange nell’attesa non può vincere il pianto. L’intrattabile è morto: radiazioni illacrimate lo spensero nel diluvio della pioggia. Oppure questa, sempre sull’ecologia, in stile più moderno: All’attuale tasso demografico, fra un secolo, in Europa, di bianco rimarrà solo la biancheria. La vita svanisce nell’attesa che i padrini pubblicitari combinino per voi dei duelli con lo sporco impossibile, che rinvia sempre la sfida. Il finto sporco di cui vi sbarazzate ripasserà per le vostre viscere arricchendo la collezione dell’oncologo di nuove rarità neoplastiche.
Ma non viene nessuno? E’ colpa mia. Sono uscito di casa troppo presto. E’ festa, potevo dormire ancora un po’, e invece no: mi sono voluto alzare lo stesso.
- Piaciuta? Belle, vero? Questa è la mia preferita: in stile un po’ ardito, è vero. Però, senta: parla dell’informatica, è attualissima, e lo stile è adeguato. Mi deve dire cosa ne pensa, ci tengo. Ahem: Tutto rùmini di tutti, e cosa ancora sputti e inputti per digitati tasti ai tremolii d’un nulla di tivù, tu che di schermi ai verdi zufolii iberni fasti e guasti, placido al nostro non poterne più? Sì, - della tua diabolica Péste Regina Elettronica! Fatuo monatto, - e davvero volevasi dimostrare che meglio sta chi sa più presto, e va beato chi è più lesto? Che più del computato è il computare essenza del reale? Ahi riposo del pensiero, ahi velocissima tua mente, e mondo senza mistero! E dunque, che ne pensa?
- Non ho parole.
-Questa qui invece è dedicata ad una donna di cui ero un po’ innamorato: si chiamava Rosa.
Me lo vedo: lui le scrive dei versi, lei gli fa dei versi.
- Guardi che sta arrivando il suo treno.
- Oh, di già? Come vola il tempo! Vado subito, sarà per un’altra volta.
Salvato in extremis.
- Allora, arrivederci!
- ( Mah! insomma... )
Quanta neve che è scesa. Mi converrà di andare a prendere la pala. Wie die Zeit vergeht...
Poesie di Dario Bellezza (Lacrima amoris), Valentino Zeichen ( Apocalisse per acqua), Giovanni Giudici ( A un computer). Pubblicate su L’Espresso del 25 ottobre 1987, articolo intitolato L’Ecopoesia, scritto da Mario Fortunato.
mercoledì 22 settembre 2010
Musica (Encina vieja)
Bajo tu casta sombra, encina vieja,
quiero sondar la fuente de mi vida
y sacar de los fangos de mi sombra
las esmeraldas liricas.
Echo mis redes sobre el agua turbia
y las saco vacìas.
Mas abajo del cieno tenebroso
estàn mis pedrerias !
(...)
(Federico Garcia Lorca, inizio di "Encina")
(sotto la tua casta ombra, vecchia quercia, voglio esplorare la fonte della mia vita; e scavare dal fango della mia ombra i lirici smeraldi. Getto le mie reti nelle acque torbide, le tiro fuori vuote. Nell'abisso del fango tenebroso stanno le mie gemme!)
(traduzione di Claudio Rendina, ed. Newton)
(Sono molto contento di avere qualche nozione su come si pronuncia l'idioma di Lorca)
quiero sondar la fuente de mi vida
y sacar de los fangos de mi sombra
las esmeraldas liricas.
Echo mis redes sobre el agua turbia
y las saco vacìas.
Mas abajo del cieno tenebroso
estàn mis pedrerias !
(...)
(Federico Garcia Lorca, inizio di "Encina")
(sotto la tua casta ombra, vecchia quercia, voglio esplorare la fonte della mia vita; e scavare dal fango della mia ombra i lirici smeraldi. Getto le mie reti nelle acque torbide, le tiro fuori vuote. Nell'abisso del fango tenebroso stanno le mie gemme!)
(traduzione di Claudio Rendina, ed. Newton)
(Sono molto contento di avere qualche nozione su come si pronuncia l'idioma di Lorca)
sabato 18 settembre 2010
Un Paese senza classe dirigente
Nel mese di luglio uscì un comunicato della CEI, i vescovi italiani, che diceva così:
«L’Italia sta vivendo un momento drammatico, appare come un Paese senza classe dirigente, senza persone che per ruolo politico, imprenditoriale, di cultura, sappiano offrire alla Nazione una visione e degli obiettivi condivisibili.» (trascrizione dal Televideo Rai, 31.07.2010, da un documento-base in preparazione della Settimana Sociale della CEI, Conferenza Episcopale Italiana, che si terrà in ottobre a Reggio Calabria).
La notizia è uscita d’estate, nel mezzo del gran caldo, e forse a molti è sfuggita; in ogni caso temo che non sia stata ripresa e commentata a dovere, e ne capisco bene le ragioni, purtroppo. Nel frattempo, abbiamo appreso che la OMSA (industria italiana di calze) si è trasferita in Serbia, che la Bialetti (industria italiana di caffettiere e affini) si è trasferita in Cina, che la Fiat – beh, lo sappiamo tutti. Nessuno si fida veramente di questa classe dirigente, al di là dei discorsi di facciata c’è un fuggi fuggi generale dall’Italia, e soprattutto dalla nascente Padania, che ricorda molto il proverbio dei topi che abbandonano la nave in punto di naufragare. Delle analisi di Tremonti non si fida nessuno, delle fantasie di Umberto Bossi hanno tutti paura: così tanta paura che gli industriali, appena possono, scappano dal Veneto e dalla Lombardia, e tra poco anche dall’Emilia. Gli industriali veneti sono già tutti in Romania, da più di un decennio.
Loro, la classe dirigente, si definiscono così: “Siamo il partito del fare”. Ed è vero che si danno un gran da fare, ma il gran da fare si traduce in danno, in danno permanente, in sfregio mai più rimediabile: le colate di cemento seguenti ad ogni condono edilizio, per esempio (i condoni edilizi li ha fatti solo la destra, con la Lega di Bossi a sostegno), e le future colate di cemento che nessuno potrà più fermare, conseguenti alla legge che dà sempre più potere agli amministratori locali (quella che la Lega di Bossi chiama “federalismo” ma che è solo un ritorno al feudalesimo, con il signorotto locale che comanda e gli altri sotto, ad obbedire: come don Rodrigo ai tempi dei Promessi Sposi). Il partito del fare? Ah, se stessero un po’ fermi, che sollievo, che guadagno, andate a dormire, che è meglio. E difatti è tornato di moda citare Dante, adesso lo fa anche la rivista americana “Foreign policy”:
Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave senza nocchiero in gran tempesta
non donna di provincie ma bordello...
(Purgatorio, canto VI)
Quasi tutti, però, vanno a cadere sull’ultima parola, “bordello”. Che ci sia un gran bordello, infatti, lo sappiamo tutti; ed a molti la cosa non dispiace, ci ridono sopra, ci fanno delle battute, il bordello ha i suoi lati divertenti e la cosa finisce lì. Invece Dante, che scriveva sempre con molta cura, aveva messo tutto in ordine d’importanza, il bordello lo mette per ultimo perché è la cosa che lo preoccupa di meno. In ordine d’importanza, dunque, Dante elenca: 1) “serva Italia”: l’Italia (Padania compresa) è un Paese di servi, pronti a vendersi al miglior padrone. 2) “di dolore ostello”: un Paese che è l’albergo del dolore, poiché chiunque abbia un minimo di coscienza civica in questo Paese soffre, sta male. Ed è dolore vero, non per modo di dire. 3) “Nave senza nocchiero in gran tempesta”: ecco, questa è l’immagine centrale, quella da sottolineare e da evidenziare.
Nave senza nocchiero e in gran tempesta, un nave dove non c’è nessuno al timone, in mezzo alla tempesta e – aggiungerei – dove c’è qualcuno di molto cattivo che sta solo aspettando il momento giusto per prenderlo, quel timone. I servi per governare la nave, dopo, li troverà molto facilmente.
Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave senza nocchiero in gran tempesta...
nave senza nocchiero in gran tempesta...
nave senza nocchiero in gran tempesta...
nave senza nocchiero in gran tempesta...
nave senza nocchiero in gran tempesta...
«L’Italia sta vivendo un momento drammatico, appare come un Paese senza classe dirigente, senza persone che per ruolo politico, imprenditoriale, di cultura, sappiano offrire alla Nazione una visione e degli obiettivi condivisibili.» (trascrizione dal Televideo Rai, 31.07.2010, da un documento-base in preparazione della Settimana Sociale della CEI, Conferenza Episcopale Italiana, che si terrà in ottobre a Reggio Calabria).
La notizia è uscita d’estate, nel mezzo del gran caldo, e forse a molti è sfuggita; in ogni caso temo che non sia stata ripresa e commentata a dovere, e ne capisco bene le ragioni, purtroppo. Nel frattempo, abbiamo appreso che la OMSA (industria italiana di calze) si è trasferita in Serbia, che la Bialetti (industria italiana di caffettiere e affini) si è trasferita in Cina, che la Fiat – beh, lo sappiamo tutti. Nessuno si fida veramente di questa classe dirigente, al di là dei discorsi di facciata c’è un fuggi fuggi generale dall’Italia, e soprattutto dalla nascente Padania, che ricorda molto il proverbio dei topi che abbandonano la nave in punto di naufragare. Delle analisi di Tremonti non si fida nessuno, delle fantasie di Umberto Bossi hanno tutti paura: così tanta paura che gli industriali, appena possono, scappano dal Veneto e dalla Lombardia, e tra poco anche dall’Emilia. Gli industriali veneti sono già tutti in Romania, da più di un decennio.
Loro, la classe dirigente, si definiscono così: “Siamo il partito del fare”. Ed è vero che si danno un gran da fare, ma il gran da fare si traduce in danno, in danno permanente, in sfregio mai più rimediabile: le colate di cemento seguenti ad ogni condono edilizio, per esempio (i condoni edilizi li ha fatti solo la destra, con la Lega di Bossi a sostegno), e le future colate di cemento che nessuno potrà più fermare, conseguenti alla legge che dà sempre più potere agli amministratori locali (quella che la Lega di Bossi chiama “federalismo” ma che è solo un ritorno al feudalesimo, con il signorotto locale che comanda e gli altri sotto, ad obbedire: come don Rodrigo ai tempi dei Promessi Sposi). Il partito del fare? Ah, se stessero un po’ fermi, che sollievo, che guadagno, andate a dormire, che è meglio. E difatti è tornato di moda citare Dante, adesso lo fa anche la rivista americana “Foreign policy”:
Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave senza nocchiero in gran tempesta
non donna di provincie ma bordello...
(Purgatorio, canto VI)
Quasi tutti, però, vanno a cadere sull’ultima parola, “bordello”. Che ci sia un gran bordello, infatti, lo sappiamo tutti; ed a molti la cosa non dispiace, ci ridono sopra, ci fanno delle battute, il bordello ha i suoi lati divertenti e la cosa finisce lì. Invece Dante, che scriveva sempre con molta cura, aveva messo tutto in ordine d’importanza, il bordello lo mette per ultimo perché è la cosa che lo preoccupa di meno. In ordine d’importanza, dunque, Dante elenca: 1) “serva Italia”: l’Italia (Padania compresa) è un Paese di servi, pronti a vendersi al miglior padrone. 2) “di dolore ostello”: un Paese che è l’albergo del dolore, poiché chiunque abbia un minimo di coscienza civica in questo Paese soffre, sta male. Ed è dolore vero, non per modo di dire. 3) “Nave senza nocchiero in gran tempesta”: ecco, questa è l’immagine centrale, quella da sottolineare e da evidenziare.
Nave senza nocchiero e in gran tempesta, un nave dove non c’è nessuno al timone, in mezzo alla tempesta e – aggiungerei – dove c’è qualcuno di molto cattivo che sta solo aspettando il momento giusto per prenderlo, quel timone. I servi per governare la nave, dopo, li troverà molto facilmente.
Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave senza nocchiero in gran tempesta...
nave senza nocchiero in gran tempesta...
nave senza nocchiero in gran tempesta...
nave senza nocchiero in gran tempesta...
nave senza nocchiero in gran tempesta...
venerdì 17 settembre 2010
Laurea
Un medico senza laurea, che opera da parecchi anni in ospedali, magari in reparti all’avanguardia e di grande prestigio: è ormai una notizia ricorrente, di casi come questo ne sono venuti alla luce molti, ed è presumibile che ce ne siano altri. Come è possibile che nessuno ci faccia caso? Semplice, i medici senza laurea sono quasi sempre tra i migliori dell’ospedale, sia per la competenza che per la cortesia e il tatto con cui si avvicinano ai pazienti. Le testimonianze sono molte, lo stupore è sempre grande: un caso simile (un pediatra stimatissimo) mi è stato raccontato di persona poco tempo fa.
La reazione dei giornalisti è sempre quella, cioè dare del furbetto al diretto interessato (ormai siamo diventati tutti furbetti, per questi giornalisti pigri e superficiali) e invocare controlli più severi e pene severissime. Invece la domanda dovrebbe essere un’altra, visto e considerato che fare il medico, magari il chirurgo, non è propriamente una professione qualsiasi: possibile che il medico senza laurea tragga in inganno colleghi saldamente preparati e con molta esperienza? Possibile che il medico senza laurea operi senza mai creare problemi e faccia diagnosi accurate, e tutto questo per anni? Posso capire che capiti ad un avvocato, a un ingegnere, che magari hanno al loro fianco colleghi che li coprono e li aiutano, ma un medico, un chirurgo, suvvia, è impossibile.
La risposta vera, quella che spiega cosa succede, è di grande imbarazzo per chi gestisce il mondo dell’istruzione, in particolare l’Università. “Senza laurea” passa per sinonimo di ignorantone, così come sembra ormai assodato che se non hai fatto il classico è come avere la quinta elementare; ma così non è, e chi lavora lo sa; ma questo è un altro argomento e non vorrei uscire dal tema.
Così come sono strutturati (da sempre) gli esami favoriscono le persone con grande capacità di memoria e brillanti nell’esposizione; ma non è detto che queste persone siano le migliori, anzi quasi sempre è vero il contrario. La psichiatria porta numerosi esempi di “idiots savants”, gli “idioti sapienti”, capaci di memorizzare una quantità incredibile di dati ma incapaci poi di elaborarli; l’ideale sarebbe poter abbinare le due qualità insieme, cioè la grande memoria e le capacità pratiche, e per fortuna abbiamo molti ottimi esempi di persone di questo tipo, ma non è così per tutti. Può capitare, dunque, che un ragazzo che ha tutte le doti per diventare un ottimo chirurgo si blocchi davanti a un esame molto difficile, che richiede grandi capacità di memoria: ma l’importante, in camera operatoria, non è tanto sapere come si chiami quel particolare muscolo o terminazione nervosa, l’importante è sapere che ci sia. Ma, inevitabilmente, il professore che ti esamina ti darà un voto basso, o addirittura la bocciatura, se quel nome non te lo ricordi.
E’ un’esperienza comunissima che tutti abbiamo vissuto a scuola, di persona o vedendola applicata a nostri compagni di classe o di corso; ed è la spiegazione migliore di quello che raccontavo all’inizio. Esami “terribili” ne esistono in tutte le facoltà: chimica organica, anatomia, la fisica, i codici civili e penali da imparare a memoria, la matematica tutta. Superarli è difficile, e molti si fermano qui anche se avrebbero i mezzi per diventare ottimi professionisti in quel settore.
L’altra parte del discorso, e qui si rischiano querele ma si tratta anche in questo caso di un dato di fatto ampiamente raccontato in cronaca (e subito regolarmente insabbiato) è che le lauree si comprano e si vendono. Sono emersi casi clamorosi, anche in grosse e gloriose università e in grandi città di antica tradizione: gli esami si comprano e si vendono, i voti si comprano e si vendono, si paga in denaro e in natura. E queste cose sono difficilissime da scoprire.
Io all’Università non ci sono andato, ho solo il diploma di perito chimico. Ma, sul lavoro, ho imparato a distinguere i laureati l’uno dall’altro: ce ne sono di bravissimi, e ce ne sono altri che ne sanno meno di me, e magari hanno preso il massimo dei voti. Questi ultimi, spesso comandano: perché hanno dietro potenti raccomandazioni, e i raccomandati contano, e comandano, e sono anche permalosissimi, anche nell’industria privata e non solo tra gli statali. Il lavoro vero lo fanno i sottoposto, i meriti vanno al (o alla) raccomandata. Tristissimo da dire, ma vero e documentabile; e il fenomeno è largamente peggiorato con l’introduzione delle lauree brevi.
Concludendo (ma il discorso richiederebbe un trattato di seicento pagine, o un’inchiesta della Gabanelli), e tornando all’inizio del mio discorso, non mi resta che prendere nota che le notizie recenti parlano di scuole “che bocciano severamente” (detto con gran vanto, quasi che il fine delle scuole sia quello di bocciare e non quello di istruire), di test d’ammissione severissimi e ridicoli (sui test d’ammissione e sulle domande sceme che contengono ci sono resoconti paurosi), eccetera eccetera. Ma l’annotazione finale non può che essere questa: l’attuale ministro dell’Istruzione, la severissima e giovanissima dottoressa Gelmini, è una bresciana di Brescia, nata e cresciuta a Brescia, laureata a Brescia, che è andata a fare l’esame di abilitazione a Reggio Calabria. Strano ma vero: un motivo ci sarà, a me risulta che quegli esami lì li fanno anche a Brescia. Che abbia avuto in quei tempi un moroso calabrese? Speriamo, sarebbe già una spiegazione tranquillizzante...
La reazione dei giornalisti è sempre quella, cioè dare del furbetto al diretto interessato (ormai siamo diventati tutti furbetti, per questi giornalisti pigri e superficiali) e invocare controlli più severi e pene severissime. Invece la domanda dovrebbe essere un’altra, visto e considerato che fare il medico, magari il chirurgo, non è propriamente una professione qualsiasi: possibile che il medico senza laurea tragga in inganno colleghi saldamente preparati e con molta esperienza? Possibile che il medico senza laurea operi senza mai creare problemi e faccia diagnosi accurate, e tutto questo per anni? Posso capire che capiti ad un avvocato, a un ingegnere, che magari hanno al loro fianco colleghi che li coprono e li aiutano, ma un medico, un chirurgo, suvvia, è impossibile.
La risposta vera, quella che spiega cosa succede, è di grande imbarazzo per chi gestisce il mondo dell’istruzione, in particolare l’Università. “Senza laurea” passa per sinonimo di ignorantone, così come sembra ormai assodato che se non hai fatto il classico è come avere la quinta elementare; ma così non è, e chi lavora lo sa; ma questo è un altro argomento e non vorrei uscire dal tema.
Così come sono strutturati (da sempre) gli esami favoriscono le persone con grande capacità di memoria e brillanti nell’esposizione; ma non è detto che queste persone siano le migliori, anzi quasi sempre è vero il contrario. La psichiatria porta numerosi esempi di “idiots savants”, gli “idioti sapienti”, capaci di memorizzare una quantità incredibile di dati ma incapaci poi di elaborarli; l’ideale sarebbe poter abbinare le due qualità insieme, cioè la grande memoria e le capacità pratiche, e per fortuna abbiamo molti ottimi esempi di persone di questo tipo, ma non è così per tutti. Può capitare, dunque, che un ragazzo che ha tutte le doti per diventare un ottimo chirurgo si blocchi davanti a un esame molto difficile, che richiede grandi capacità di memoria: ma l’importante, in camera operatoria, non è tanto sapere come si chiami quel particolare muscolo o terminazione nervosa, l’importante è sapere che ci sia. Ma, inevitabilmente, il professore che ti esamina ti darà un voto basso, o addirittura la bocciatura, se quel nome non te lo ricordi.
E’ un’esperienza comunissima che tutti abbiamo vissuto a scuola, di persona o vedendola applicata a nostri compagni di classe o di corso; ed è la spiegazione migliore di quello che raccontavo all’inizio. Esami “terribili” ne esistono in tutte le facoltà: chimica organica, anatomia, la fisica, i codici civili e penali da imparare a memoria, la matematica tutta. Superarli è difficile, e molti si fermano qui anche se avrebbero i mezzi per diventare ottimi professionisti in quel settore.
L’altra parte del discorso, e qui si rischiano querele ma si tratta anche in questo caso di un dato di fatto ampiamente raccontato in cronaca (e subito regolarmente insabbiato) è che le lauree si comprano e si vendono. Sono emersi casi clamorosi, anche in grosse e gloriose università e in grandi città di antica tradizione: gli esami si comprano e si vendono, i voti si comprano e si vendono, si paga in denaro e in natura. E queste cose sono difficilissime da scoprire.
Io all’Università non ci sono andato, ho solo il diploma di perito chimico. Ma, sul lavoro, ho imparato a distinguere i laureati l’uno dall’altro: ce ne sono di bravissimi, e ce ne sono altri che ne sanno meno di me, e magari hanno preso il massimo dei voti. Questi ultimi, spesso comandano: perché hanno dietro potenti raccomandazioni, e i raccomandati contano, e comandano, e sono anche permalosissimi, anche nell’industria privata e non solo tra gli statali. Il lavoro vero lo fanno i sottoposto, i meriti vanno al (o alla) raccomandata. Tristissimo da dire, ma vero e documentabile; e il fenomeno è largamente peggiorato con l’introduzione delle lauree brevi.
Concludendo (ma il discorso richiederebbe un trattato di seicento pagine, o un’inchiesta della Gabanelli), e tornando all’inizio del mio discorso, non mi resta che prendere nota che le notizie recenti parlano di scuole “che bocciano severamente” (detto con gran vanto, quasi che il fine delle scuole sia quello di bocciare e non quello di istruire), di test d’ammissione severissimi e ridicoli (sui test d’ammissione e sulle domande sceme che contengono ci sono resoconti paurosi), eccetera eccetera. Ma l’annotazione finale non può che essere questa: l’attuale ministro dell’Istruzione, la severissima e giovanissima dottoressa Gelmini, è una bresciana di Brescia, nata e cresciuta a Brescia, laureata a Brescia, che è andata a fare l’esame di abilitazione a Reggio Calabria. Strano ma vero: un motivo ci sarà, a me risulta che quegli esami lì li fanno anche a Brescia. Che abbia avuto in quei tempi un moroso calabrese? Speriamo, sarebbe già una spiegazione tranquillizzante...
martedì 14 settembre 2010
E-book
La storia di quelli che comperano i libri per decorare il salotto ce la siamo raccontata tutti, negli anni passati: persone che non amano i libri e non ne leggono, ma sanno che avere una bella libreria fa fino, e allora li comperano a stock, tutti i classici, Dante Manzoni Tolstoi Verlaine e Rimbaud, possibilmente con la copertina in tinta, finto pelle. O magari gli Adelphi, ma questa è roba per raffinati. Adesso, finalmente, con l’e-book, si potrà smettere di fare finta: basterà dire “ah sì, l’ho scaricato”, si potranno liberare pareti e scaffali dai libroni ingombranti e pesanti, che prendono un sacco di polvere. Via anche l’enciclopedia, che non serve più.
A me l’e-book va benissimo, mi vanno benissimo anche i giornali su i-pad (tutti i quotidiani e i settimanali stanno facendo l’edizione i-pad, si vede che questa è la volta buona). Soprattutto, l’e-book eviterà ai bambini e alle bambine di andare a scuola con lo zaino da 45 Kg, e questo è un vantaggio enorme. Quanto alla diffusione della conoscenza, direi proprio di no, che si va nella direzione opposta. La potenzialità del libro elettronico è enorme, ma all’atto pratico la gente smetterà di leggere (è quello che ha sempre desiderato) e questo avrà ripercussioni anche in politica, più gravi ancora di quello che è capitato in questi anni.
Un altro pericolo grave del libro elettronico è questo, un pericolo che chi scrive su internet già conosce da tempo:
«(...) Prendiamo in considerazione la scannerizzazione di un libro in forma digitale. Lo storico George Dyson ha scritto di aver sentito dire una volta da un esperto di informatica di Google: «Noi non scannerizziamo tutti questi libri perché siano letti dalla gente, ma perché siano letti da un'intelligenza artificiale». Se dobbiamo ancora vedere in che modo funzionerà il lavoro di scannerizzazione dei libri da parte di Google, una visione macchino-centrica del progetto potrebbe incoraggiare l' uso di un software che tratti i libri come acqua per il proprio mulino, alla stregua di frammenti decontestualizzati inseriti in un unico grande database, invece di espressioni separate di singoli autori. Con un simile criterio, i contenuti dei libri saranno ridotti ai loro elementi base costitutivi, a informazioni aggregate, e gli autori stessi, i sentimenti delle loro voci, le loro prospettive differenti, andranno irrimediabilmente perduti.
Tutto ciò in conclusione ci porta all' idea stessa che l' intelligenza artificiale ci fornisce una pretesto per evitare di essere chiamati a rispondere del nostro operato sostenendo che le macchine possono accollarsi sempre più responsabilità umana. (...) »
(da SE IL COMPUTER DIVENTA UN DIO di Jaron Lanier – pubblicato su Repubblica, 11 agosto 2010 )
Un problema che già esisteva, per esempio con i libri di aforismi: gli aforismi sono belli ma rari, e non è detto che quello che leggete sia davvero un aforisma. Più facilmente, è un pezzettino ritagliato da un discorso più ampio, una battuta di un personaggio da un’opera teatrale, un arbitrio più o meno grave rispetto alle intenzioni dell’autore. Per esempio, si legge spesso questa asserzione: che Shakespeare abbia detto “fragilità, il tuo nome è femmina”. Sbagliatissimo: non lo dice Shakespeare, lo dice Amleto, un suo personaggio. E Amleto non si riferisce a tutto l’universo femminile, ma ad una donna sola, sua madre: che dopo aver collaborato all’uccisione del marito si è subito risposata. Ma per sapere queste cose bisogna proprio aver letto l’Amleto di Shakespeare, non ci sono scorciatoie.
«L’Amleto? Ah sì, l’ho scaricato...Ho scaricato tutto, di Shakespeare. »
A me l’e-book va benissimo, mi vanno benissimo anche i giornali su i-pad (tutti i quotidiani e i settimanali stanno facendo l’edizione i-pad, si vede che questa è la volta buona). Soprattutto, l’e-book eviterà ai bambini e alle bambine di andare a scuola con lo zaino da 45 Kg, e questo è un vantaggio enorme. Quanto alla diffusione della conoscenza, direi proprio di no, che si va nella direzione opposta. La potenzialità del libro elettronico è enorme, ma all’atto pratico la gente smetterà di leggere (è quello che ha sempre desiderato) e questo avrà ripercussioni anche in politica, più gravi ancora di quello che è capitato in questi anni.
Un altro pericolo grave del libro elettronico è questo, un pericolo che chi scrive su internet già conosce da tempo:
«(...) Prendiamo in considerazione la scannerizzazione di un libro in forma digitale. Lo storico George Dyson ha scritto di aver sentito dire una volta da un esperto di informatica di Google: «Noi non scannerizziamo tutti questi libri perché siano letti dalla gente, ma perché siano letti da un'intelligenza artificiale». Se dobbiamo ancora vedere in che modo funzionerà il lavoro di scannerizzazione dei libri da parte di Google, una visione macchino-centrica del progetto potrebbe incoraggiare l' uso di un software che tratti i libri come acqua per il proprio mulino, alla stregua di frammenti decontestualizzati inseriti in un unico grande database, invece di espressioni separate di singoli autori. Con un simile criterio, i contenuti dei libri saranno ridotti ai loro elementi base costitutivi, a informazioni aggregate, e gli autori stessi, i sentimenti delle loro voci, le loro prospettive differenti, andranno irrimediabilmente perduti.
Tutto ciò in conclusione ci porta all' idea stessa che l' intelligenza artificiale ci fornisce una pretesto per evitare di essere chiamati a rispondere del nostro operato sostenendo che le macchine possono accollarsi sempre più responsabilità umana. (...) »
(da SE IL COMPUTER DIVENTA UN DIO di Jaron Lanier – pubblicato su Repubblica, 11 agosto 2010 )
Un problema che già esisteva, per esempio con i libri di aforismi: gli aforismi sono belli ma rari, e non è detto che quello che leggete sia davvero un aforisma. Più facilmente, è un pezzettino ritagliato da un discorso più ampio, una battuta di un personaggio da un’opera teatrale, un arbitrio più o meno grave rispetto alle intenzioni dell’autore. Per esempio, si legge spesso questa asserzione: che Shakespeare abbia detto “fragilità, il tuo nome è femmina”. Sbagliatissimo: non lo dice Shakespeare, lo dice Amleto, un suo personaggio. E Amleto non si riferisce a tutto l’universo femminile, ma ad una donna sola, sua madre: che dopo aver collaborato all’uccisione del marito si è subito risposata. Ma per sapere queste cose bisogna proprio aver letto l’Amleto di Shakespeare, non ci sono scorciatoie.
«L’Amleto? Ah sì, l’ho scaricato...Ho scaricato tutto, di Shakespeare. »
lunedì 13 settembre 2010
Inti Illimani
Gli Inti Illimani arrivarono in Italia nel 1973, dopo il terribile colpo di Stato in Cile. Furono accolti con molto affetto, così come altri esuli politici cileni: che sarebbero rimasti volentieri nel loro Paese, ma le stragi del dittatore Pinochet non glielo avevano permesso. Moltissimi giovani cileni e argentini, in quegli anni ’70, persero la vita a causa delle dittature militari; chi poteva, si rifugiava all’estero.
Gli Inti Illimani, in Cile, stavano studiando e riproponendo la tradizione musicale del loro Paese; essendo dei bravi musicisti gli si chiese di fare dei concerti, e in poco tempo la loro musica divenne conosciuta anche da noi, e molto eseguita. E’ musica piacevole, in quel periodo pochissimo conosciuta, che si incontrò anche, in modo del tutto casuale, con il successo di film come “Aguirre furore di Dio” di Werner Herzog: che si svolgeva non in Cile ma in Perù, comunque sulle Ande, dove i confini tra gli Stati sono spesso solo un’invenzione dei politici.
Un’operazione simile a quella degli Inti Illimani la stavano facendo in molti, in quegli anni, un po’ in tutto il mondo: da noi c’era la Nuova Compagnia di Canto Popolare, che esplorava il grande repertorio napoletano guidata dal musicologo Roberto De Simone (in seguito direttore del Conservatorio di Napoli); in Francia c’era il bretone Alan Stivell a ripescare le cornamuse e l’arpa celtica; in Inghilterra e in America il recupero delle tradizioni popolari c’era da molto tempo, a partire da Woody Guthrie e da Bob Dylan, passando per gruppi come i Pentangle e i Fairport Convention, e molti altri. Queste operazioni di recupero della cultura popolare e della tradizione, in contrasto con la musica napoletana e sudamericana “di maniera” , commerciale, erano molto ben accette e anche molto belle, in quegli anni sono stati registrati dischi diventati famosi e ancora oggi validissimi, ben conosciuti anche fra gli appassionati del rock e del blues (il rock e il blues hanno le loro radici nella musica popolare dell’Africa nera, detto per inciso).
E’ quel fenomeno che in seguito si sarebbe chiamato “musica etnica” o “world music”, ma che negli anni ’70 non si aveva paura di chiamare con il suo nome giusto, musica popolare, folklore, folk music. In Italia, la ricerca sulla musica popolare la portavano avanti persone diversissime tra loro, come Roberto Leydi (grandissimo musicologo) e Virgilio Savona (musicologo attento anche lui, ma più famoso nel repertorio leggero come membro del Quartetto Cetra), e tanti altri, compresi il Duo di Piadena, e molti altri ancora.
Di tutto questo, cosa è arrivato? Già allora, già negli anni ’70, gli Inti Illimani vennero da molti trattati come se fosse musica qualsiasi; non come qualcosa da conoscere ma come qualcosa da giudicare con i “mi piace / non mi piace” da festival di Sanremo o da radio commerciale. Per molti, ancora oggi, gli Inti Illimani sono legati unicamente alla politica; e anche questo è un fraintendimento doloroso.
Di recente, ed è questa la ragione per cui ne parlo adesso (ma gli Inti Illimani ci sono ancora, e sono ancora in giro a far concerti come quarant’anni fa), capita di ascoltare frasi come “negli anni ’70 stavano lì ad ascoltare gli Inti Illimani”, battute superficiali che rivelano solo l’ignoranza di chi le fa – ed è purtroppo un’ignoranza voluta e coltivata con cura da adulti della mia generazione, in questo caso non mi sento di incolpare i giovani se non riescono a inquadrare bene quegli anni ormai lontani, perché è stato quasi impossibile, negli ultimi vent’anni, ascoltare e conoscere qualcosa che non sia musica commerciale (spesso di bassa qualità). Gli Inti Illimani sono semplicemente un gruppo musicale che propone musica andina, e negli anni ’60 e ’70 ognuno ascoltava quello che gli pare: a molti la musica andina piaceva (me incluso), altri la trovavano noiosa; ma, soprattutto, c’era una vastità di scelta e di novità (novità vere, musica nuova e non facce e corpi nuovi) che in seguito non c’è più stata. Risolvere tutto con i “mi piace / non mi piace”, o peggio ancora con i “kepalle” non è un bel segnale, e non soltanto per quanto riguarda la musica.
Gli Inti Illimani, in Cile, stavano studiando e riproponendo la tradizione musicale del loro Paese; essendo dei bravi musicisti gli si chiese di fare dei concerti, e in poco tempo la loro musica divenne conosciuta anche da noi, e molto eseguita. E’ musica piacevole, in quel periodo pochissimo conosciuta, che si incontrò anche, in modo del tutto casuale, con il successo di film come “Aguirre furore di Dio” di Werner Herzog: che si svolgeva non in Cile ma in Perù, comunque sulle Ande, dove i confini tra gli Stati sono spesso solo un’invenzione dei politici.
Un’operazione simile a quella degli Inti Illimani la stavano facendo in molti, in quegli anni, un po’ in tutto il mondo: da noi c’era la Nuova Compagnia di Canto Popolare, che esplorava il grande repertorio napoletano guidata dal musicologo Roberto De Simone (in seguito direttore del Conservatorio di Napoli); in Francia c’era il bretone Alan Stivell a ripescare le cornamuse e l’arpa celtica; in Inghilterra e in America il recupero delle tradizioni popolari c’era da molto tempo, a partire da Woody Guthrie e da Bob Dylan, passando per gruppi come i Pentangle e i Fairport Convention, e molti altri. Queste operazioni di recupero della cultura popolare e della tradizione, in contrasto con la musica napoletana e sudamericana “di maniera” , commerciale, erano molto ben accette e anche molto belle, in quegli anni sono stati registrati dischi diventati famosi e ancora oggi validissimi, ben conosciuti anche fra gli appassionati del rock e del blues (il rock e il blues hanno le loro radici nella musica popolare dell’Africa nera, detto per inciso).
E’ quel fenomeno che in seguito si sarebbe chiamato “musica etnica” o “world music”, ma che negli anni ’70 non si aveva paura di chiamare con il suo nome giusto, musica popolare, folklore, folk music. In Italia, la ricerca sulla musica popolare la portavano avanti persone diversissime tra loro, come Roberto Leydi (grandissimo musicologo) e Virgilio Savona (musicologo attento anche lui, ma più famoso nel repertorio leggero come membro del Quartetto Cetra), e tanti altri, compresi il Duo di Piadena, e molti altri ancora.
Di tutto questo, cosa è arrivato? Già allora, già negli anni ’70, gli Inti Illimani vennero da molti trattati come se fosse musica qualsiasi; non come qualcosa da conoscere ma come qualcosa da giudicare con i “mi piace / non mi piace” da festival di Sanremo o da radio commerciale. Per molti, ancora oggi, gli Inti Illimani sono legati unicamente alla politica; e anche questo è un fraintendimento doloroso.
Di recente, ed è questa la ragione per cui ne parlo adesso (ma gli Inti Illimani ci sono ancora, e sono ancora in giro a far concerti come quarant’anni fa), capita di ascoltare frasi come “negli anni ’70 stavano lì ad ascoltare gli Inti Illimani”, battute superficiali che rivelano solo l’ignoranza di chi le fa – ed è purtroppo un’ignoranza voluta e coltivata con cura da adulti della mia generazione, in questo caso non mi sento di incolpare i giovani se non riescono a inquadrare bene quegli anni ormai lontani, perché è stato quasi impossibile, negli ultimi vent’anni, ascoltare e conoscere qualcosa che non sia musica commerciale (spesso di bassa qualità). Gli Inti Illimani sono semplicemente un gruppo musicale che propone musica andina, e negli anni ’60 e ’70 ognuno ascoltava quello che gli pare: a molti la musica andina piaceva (me incluso), altri la trovavano noiosa; ma, soprattutto, c’era una vastità di scelta e di novità (novità vere, musica nuova e non facce e corpi nuovi) che in seguito non c’è più stata. Risolvere tutto con i “mi piace / non mi piace”, o peggio ancora con i “kepalle” non è un bel segnale, e non soltanto per quanto riguarda la musica.
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