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domenica 30 dicembre 2012

Heine

Anfangs wollt'ich fast verzagen,
und ich glaub't, ich trüg' es nie;
und ich hab'es doch getragen -
aber fragt mich nur nicht, wie?
(Heinrich Heine, da Liederkreis op.24 di Robert Schumann)

(da principio fui quasi disperato, credevo intollerabili simili cose; invece, le ho tollerate. Soltanto, non chiedetemi come... )

martedì 11 dicembre 2012

Un tòpos cinematografico

Magari a vederlo non si direbbe, ma Jean Renoir è stato pilota d'aereo, in guerra. La Grande Guerra, 1914-18: i tempi del Barone Rosso, i pionieri dell'aviazione. Renoir fu ferito in un'azione di guerra, fu una lunga convalescenza e la ferita non guarì mai del tutto, lasciando il grande regista leggermente claudicante per tutta la sua vita.
Durante la convalescenza, a Parigi, Jean Renoir scopre il cinema.
Jean Renoir, da "La mia vita e i miei film":
Qualche volta di pomeriggio la sala era vuota. Mi ricorderò sempre di una proiezione in un cinema dei Boulevards che si chiamava Parisiana. Quella sala era stata un café-concerto di successo, vi avevano calcato le scene vedette come Spinelli. Io ci ero andato attratto da un film americano, evitavo i film francesi, troppo intellettuali per i miei gusti. In sala ero solo, o almeno così credevo. Dopo alcuni minuti di proiezione ebbi la sensazione di una presenza, in una poltrona non lontana dalla mia. Eppure, nonostante la semioscurítà potevo constatare che ero davvero l'unico spettatore. Mi alzai, deciso a penetrare quel mistero. Il film che proiettavano era sul fantasma di una signora assassinata che perseguitava i suoi assassini con continue apparizioni. Per quanto si rifugiassero nei nascondigli più inverosimili, il fantasma li ritrovava infallibilmente. Ormai mi aspettavo quasi di trovarmi faccia a faccia con qualche creatura dell'aldilà. Invece mi ritrovai davanti a un grosso topo che, comodamente sistemato su una poltrona, stava seguendo lo spettacolo. Ebbe una gran paura di me e fuggì via. Io potei tornare al mio fantasma.
(Jean Renoir, da "La mia vita e i miei film", ed. Marsilio, pag.40)


domenica 2 dicembre 2012

Rime ( V )

...non è vero che il nome di Margrit o di Ana sorgesse in seguito o che sia ora un modo di distinguerle nella scrittura, cose come questa si davano per decise istantaneamente nel gioco, voglio dire che in alcun modo il riflesso nel vetro del finestrino poteva chiamarsi Ana, così come non poteva neppure chiamarsi Margrit la ragazza seduta di fronte a me e che non mi guardava ed aveva lo sguardo smarrito nella noia di quell'interregno in cui tutti paiono consultare una zona che non è quella circostante, eccetto i bambini che fissano e in pieno le cose fino al giorno in cui gli viene insegnato a collocarsi anch'essi negli interstizi, a guardare senza vedere con quell'ignoranza civile di ogni vicina apparenza, di ogni possibile contatto, ognuno installato nella propria bolla d'aria, allineato fra parentesi, preoccupato della validità della minima aria libera fra ginocchi e gomiti altrui, rifugiandosi in « France Soir » o in tascabili (...)
(Julio Cortàzar, da “Manoscritto trovato in una tasca” in “Ottaedro”, ed.Einaudi 1974)

Chiudi in una stessa gabbia uccelli di specie e linguaggio diversi, e vedrai che in principio tacciono tutti allo stesso modo.
(Robert Musil, L'uomo senza qualità, pag. 164 ed.Einaudi )

sabato 1 dicembre 2012

Normalità

Esistono interpretazioni psicoanalitiche della religiosità e del misticismo come malattia; senonché morbosa è, anzitutto, nella psicoanalisi volgare, la mancanza di un'idea dell'uomo normale, l'assenza, cioè, d'un centro, e ancor più morbosa la rude teoria che vuole sano colui che non abbia atteggiamenti critici verso la società in cui si trovi a vivere.
I mistici invero descrivono appunto ciò che la psicoanalisi a suo modo indica per esclusione, elencando forme di patologica immaturità, ossia la adeguazione alla norma, all'essere che è come dovrebbe essere normativo. La confusione che fa apparire paradossale questa coincidenza nasce dall'uso di un gergo semplicista da parte della psicologia moderna (...)
(Elémire Zolla, nota introduttiva a “I mistici dell’Occidente” ed. Adelphi)

mercoledì 17 ottobre 2012

Leonardo

L’acqua disfa li monti e le valli, e vorrebbe ridurre la terra in perfetta sfericità, s’ella potesse.
(Leonardo da Vinci, citato da Luigi Veronelli su L'Espresso 16.9.94)

mercoledì 10 ottobre 2012

Mr. Collins

Sono stato pregato di scrivere la storia del Diamante, e invece di quella ho scritto la storia di me stesso. Strano, e proprio non me lo so spiegare.
(William Wilkie Collins, “La pietra di luna”, prima parte capitolo secondo, pag.23 ed. Garzanti tascabile)

domenica 11 dicembre 2011

Pascal

La frase più famosa e citata di Blaise Pascal è probabilmente questa. «Tutta l'infelicità degli uomini deriva da una cosa sola: dal non sapersene stare tranquilli in una stanza.»
Ho il massimo rispetto per Pascal, ma posso assicurare che non è così. Stare tranquilli in una stanza è la cosa che so fare meglio, fin da bambino: non si direbbe, ma crea un sacco di problemi.

giovedì 27 ottobre 2011

Guerra di classe?

«Oggi i capi azienda hanno un reddito che è 532 volte quello dei lavoratori, che è in media 42mila dollari all'anno. E' una differenza quasi impensabile. Quando io ero giovane, questo rapporto era 12:1. Che cos'è questa, se non guerra di classe? »
(Mario Cuomo, ex governatore NewYork State, da L'Espresso 12.2.2004, int. di Enrico Pedemonte)
(mi ricorda qualcuno...)

domenica 16 ottobre 2011

Rime ( IV )

Ciò che il mondo pretende dai poveri essi lo eseguivano interamente: il padre andava a prendere la colazione per i più modesti impiegati di banca, la mamma si sacrificava per la biancheria di estranei, la sorella correva a destra e a sinistra dietro al banco secondo gli ordini dei clienti, però le forze della famiglia non andavano oltre. A Gregor la ferita sulla schiena riprendeva a dolere più di prima (...)
Franz Kafka, La metamorfosi, parte terza


E’ ben risaputo che i limitati di mente adorano l’oro dei galloni, gli emblemi del potere, lo scintillio delle divise, si rapiscono all’esecuzione di comando-obbedienza, provano frenetica gioia ad essere parte intima di un rito.
Mario Tobino, Gli ultimi giorni di Magliano, pag.95

giovedì 26 maggio 2011

Piumini e Buzzati

IL TRENO ELASTICO
Per chi vuole partire, ma anche un po’ restare,
c’è il treno elastico:
il primo vagone giunge a destinazione
ma l’ultimo rimane alla stazione.
Per chi vuole partire ma anche un po’ tornare
c’è il treno elastico.
Si siede in testa al treno e va lontano
e poi se ha nostalgia
attraversa i vagoni fino in coda
e torna alla partenza piano piano.
( Roberto Piumini )

Il treno per me era come stare in famiglia, mio zio era ferroviere, avevo molti amici in ferrovia e molti ne ho ancora. Si faceva il biglietto, si saliva in carrozza, e via: se trovo chi ha riempito le stazioni di tornelli, di obliteratrici, di spot e di televisori implacabili, di prenotazioni obbligatorie, di "diverse tipologie di treni"... Mah, meglio non pensarci. Tra l'altro, la cosa non sembra interessare a nessuno: forse avete ragione voi, voi che ve ne fregate, e ho torto io, io che mi divertivo a viaggiare in treno.
Anche le montagne, i boschi, perfino la linea dell'orizzonte, sono diventate cose da eliminare e da distruggere. Se vi guardate attorno e c'è un albero, fosse anche in campagna, state sicuri che verrà abbattuto quanto prima.

La solitudine, i posti senza case e senza strade,
i boschi, le montagne, diventeranno cose preziosissime.
( Dino Buzzati )

venerdì 15 aprile 2011

Apparenze

- Chi l'avrebbe detto! - esclamò sbalordito Mr. Winkle.
- Nessuno, spero - rispose Bob Sawyer - altrimenti a cosa servono le apparenze?
(Charles Dickens, Il circolo Pickwick,
pag.587 ed. tascabili Garzanti)

venerdì 25 marzo 2011

Ombra

Sono Simcha Rabinowicz, venditore d'ombre.
A chi vendo le mie ombre? A gente che l'ha persa. Un'ombra si perde per troppa luce, per troppa oscurità... Per troppo vizio o troppa virtú.
Va da sé che la maggior parte dei miei clienti appartiene alla categoria dei viziosi: per questo sono più interessanti.
(Moni Ovadia, dallo spettacolo teatrale “Oylem Goylem”) (libro e dvd pubblicati da Einaudi)

giovedì 24 marzo 2011

Esilio

La nostra musica, i nostri canti e le nostre parole sono canti, musica e parole di gente esiliata.
Noi siamo abituati a considerare l'esilio come qualcosa di negativo, ed è giusto che sia cosí. L'esiliato è costretto a lasciare il proprio Paese in condizioni dolorose, frequentemente costrittive e violente. L'esiliato deve abbandonare affetti, focolare, proprietà e perfino gli sguardi che hanno arricchito i suoi occhi.

Ma l'esilio, paradossalmente, ha anche aspetti positivi. L'esiliato non può concedersi il lusso di riposare sulle certezze e i sonni dell'autoctono: deve costantemente riflettere sulla sua condizione esistenziale, e per questo il suo spirito si fa vigile e inquieto. Nasce un'anima dell'esilio mobilissima e ubiqua.

Uno dei nostri Maestri, il Maggid di Meseritsch, cosí si esprimeva a proposito dell'esilio:
«Ora nell'esilio lo Spirito Santo scende piú facilmente che nei tempi in cui era in piedi il Santuario.
Un re fu scacciato dal suo regno e dovette andare ramingo; se arrivava allora in una povera casa dove veniva malamente cibato e malamente alloggiato ma accolto de re, il suo cuore era lieto e parlava con la gente di casa cosí familiarmente come una volta nella sua corte soltanto coi più intimi. Cosí fa anche Dio, da quando è in esilio.»
(Moni Ovadia, dallo spettacolo teatrale “Oylem Goylem”) (libro e dvd pubblicati da Einaudi)

sabato 29 gennaio 2011

O Cuneo, o Sondrio

«Sono un uomo di mondo, ho fatto il militare a Sondrio!» dice Totò in “Sette anni di guai”, anno 1951: resta adesso da vedere (è una questione filologica importantissima) se Sondrio viene prima della più famosa Cuneo; e chissà dove ha fatto veramente il militare, il nostro eroe.
Io propendo per Sondrio, e suppongo che si sia poi virati su Cuneo per questioni fonetiche: forse non tutti lo sanno, ma i librettisti d’opera evitavano di mettere acuti in parole con la o; e Sondrio di o ne ha tante. Provateci voi, a fare un acuto sulla o.
Gli acuti andavano sempre sulla i, come in “All’armi!”, e la u – come quella di Cuneo – era invece ottima per virtuosismi “Abbonda di virtù chi è senza pena...”. In ogni caso, la u è molto più sonora della o: che si presta invece benissimo alle note gravi dei bassi (Donizetti, La Favorita: “ma l’ultim’ora per lei suonò”). L’acuto più famoso nella storia dell’opera è però sulla e: “O teco almeno...” dal Trovatore (nel manoscritto di Verdi questo acuto non c’è, ma “O teco” si presta benissimo, e i tenori ci tengono). La lettera a è invece abbastanza neutra, si può usare oppure no, dipende dalla frase e dal contesto.
Non mi ricordo più quale è il film dove Totò dice “sono un uomo di mondo, ho fatto il militare a Cuneo”; però posso dire che in “Sette anni di guai” ci sono anche Carlo Campanini e Renato Castellani, che la regia è di Metz e Marchesi, e che l’azione si svolge in un manicomio, una “casa di matti” che permette molte battute degne di Lewis Carroll, ma in italiano e con ottimi attori (tutti quanti, non solo i tre che ho nominato).
Non è un gran film, ma è piacevole (a Totò si chiede un umorismo alla Buster Keaton, e non è il suo terreno migliore), e ci sono molte belle vedute di Roma e di Marino, le vecchie corti e gli abiti tradizionali delle donne del Lazio, che nel 1951 si usavano ancora.
Una cosa mi stupisce: che ci siano in giro dei film di Totò che non ho ancora visto. Incredibile, ma vero...

(il disegno di Andrea Pazienza viene dal mensile Linus, maggio 1982)

lunedì 24 gennaio 2011

Ingratissimo Amor,

Ingratissimo Amor, perché sì raro
corrispondenti fai nostri desiri?
Onde, perfido, avvien che t'è sì caro
il discorde voler ch'in dui cor miri?
Ir non mi lasci al facil guado e chiaro
e nel più cieco e maggior fondo tiri:
da chi disìa il mio amor tu mi richiami,
e chi m'ha in odio vuoi ch'adori et ami.
( Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, canto 1°)

Se mi dimanda alcun chi costui sia,
che versa sopra il rio lacrime tante,
io dirò ch'egli è il re di Circassia,
quel d'amor travagliato Sacripante;
( Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, canto 1°, stanza 45)

Non son, non son io quel che paio in viso:
quel ch'era Orlando è morto, ed è sotterra;
la sua donna ingratissima l'ha ucciso:
sì, mancando di fè, gli ha fatto guerra.
Io son lo spirto suo da lui diviso,
che in quest'inferno tormentandosi erra,
acciò con l'ombra sia, che sola avanza,
esempio a chi in Amor pone speranza.
(Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, canto 23°)

Con le sue arti magiche, Armida affascina Rinaldo: quando l’incantesimo finisce, Rinaldo scoprirà che la donna che aveva così tanto amato non era bella come aveva creduto. Come è potuto succedere? Facile pensare: per forza, è una maga, le illusioni sono il suo mestiere.
E invece è una cosa molto più normale, qualcosa che capita tutti i giorni e che sta di certo capitando anche in questo momento: quando finisce un amore, si cominciano a vedere i difetti della persona che ci sta accanto. Non è che la cellulite o la calvizie, per esempio, nascano da un giorno con l’altro: c’è tutto il tempo per vederle fin dall’inizio, ma quando si è innamorati non ci si fa caso. E’ dopo, quando si rompe l’incantesimo, che si notano i difetti: anche quelli che non ci sono... (esiste una versione al femminile del mito di Armida e di Rinaldo? Nella vita sì, in letteratura, sul momento, non mi viene in mente niente).
Un altro esempio:
Il paladino Orlando, così come ce lo presentano, non è solo un grande guerriero: è anche una persona saggia e competente, e tutti si rivolgono a lui anche solo per un consiglio. Ma il prode paladino, che ne ha viste di tutti i colori, va fuori di matto per una ragazzina che gli preferisce un ragazzo qualsiasi. Non un prode cavaliere pari a lui, ma un ragazzo come ce ne sono tanti. Angelica ha beffato tutti, ma non l’ha fatto apposta: a lei piaceva quel ragazzo lì, e gli si è concessa - ecco tutto. E così che capiterà anche a noi, e mica una volta sola.
Per sistemare le cose, il paladino Astolfo dovrà volare sulla Luna a cavallo dell’Ippogrifo, e recuperare il senno d’Orlando: Astolfo sull’Ippogrifo è l’immagine che preferisco, ma a questo punto mi sono balzate davanti talmente tante immagini e suggestioni che preferisco fermarmi, anche un po’ spaventato (ma confesso che l’Ippogrifo l’ho conosciuto di persona, è venuto davvero a trovarmi, una decina d’anni fa – a dire il vero ne sento la mancanza, spero sempre che torni a fare una chiacchierata).
La vita riserva molte sorprese: per esempio, che quello che vi capita in amore e nelle relazioni affettive è già stato descritto in passato con la massima precisione, e mica una volta sola.
Si potrebbe partire dalla mitologia più antica, o da Eschilo e Euripide, o dalla Bibbia: ma non ho competenze così vaste, e dunque mi fermo all’Ariosto. Anzi no, vado avanti ancora per qualche riga:
«La cosa più inaspettata che accada a chi entra nella vita sociale, e spessissimo a chi v’è invecchiato, è di trovare il mondo quale gli è stato descritto, e quale egli lo conosce già e lo crede in teoria. L’uomo resta attonito di vedere verificata nel caso proprio la regola generale.»
(Giacomo Leopardi, Zibaldone, Firenze 4 dicembre 1832)

(l'illustrazione è di Gustave Doré) (per chi ancora non lo sapesse, "ire" è "andare": "non mi lasci andare là dove è facile attraversare il fiume...)

domenica 23 gennaio 2011

Fotocopia

- Non parlare male degli uomini, io debbo difenderli...
- Perché schiaffeggiano i loro amici?
- Non sanno fare di meglio!
- Istruiamoli! Vuoi? Insieme con me!
- Non si lasciano istruire!... Oh, se il nostro lamento potesse raggiungere gli dèi del cielo...
- Raggiungerà il Trono!... Sai cosa vedo in questo specchio?... Il mondo per dritto!... Sì, perché in sé è a rovescio!
- Come fu rovesciato?
- Quando ne fecero la copia...
- Ecco, l'hai detto! La copia... Ho sempre dubitato che fosse una copia sbagliata... E via via che ricordavo i modelli, diventavo scontento di tutto... Gli uomini chiamarono questo insoddisfazione, il vetro del diavolo nell'occhio, e altro ancora...

(August Strindberg, Il sogno)
(dialogo tra l’avvocato e la figlia di Indra, pag.43 edizione Adelphi Piccola Biblioteca)

martedì 11 gennaio 2011

Precisione

Come si può governare il mondo senza forza, senza potere e senza leggi (o quasi senza leggi)? Confucio inventa un sistema di governo semplice e complicato. La prima cosa da fare, in qualsiasi società, è di rettificare i nomi. Ogni persona e ogni oggetto debbono corrispondere al proprio nome: il signore deve essere un signore, il suddito un suddito, il padre un padre, il figlio un figlio, la rosa una rosa. Se non esistono più i nomi e le parti, se il signore diventa suddito, il padre figlio, il figlio padre, la rosa garofano, il mondo precipita nel disordine e nel caos. Nessuno di noi può più agire o governare o scrivere libri: perché se usiamo parole imprecise e inesatte, scriveremo un libro pessimo, che dovremo subito gettar via.
(Pietro Citati su Confucio, La Repubblica 25 luglio 2006)

(bisognerà spiegare: un signore deve dimostrare di essere davvero un signore, e un suddito deve voler essere un suddito; ma non è questo che mi importava qui, mi importava il discorso sull'esattezza delle parole che usiamo. C'è una gran confusione in giro: cosa significa dirsi cristiano, per esempio? Cristiano secondo il Vangelo, secondo l'Opus Dei, secondo Comunione e Liberazione, secondo Lefebvre... Qui si dicono tutti cristiani, ma cristiano cosa significa davvero? - idem per tante altre parole che di sicuro vi verranno in mente, per esempio sicurezza, biologico, ecologico, Patria, Libertà...) (converrà a tutti riprendere in mano il dizionario) 

venerdì 7 gennaio 2011

Bufala cosmica

"Bufala cosmica" è il nome di un piccolo gruppo di autori che furono pubblicati dal mensile Linus negli anni '90, nella rubrica di Ennio Peres, di Giampaolo Dossena, dei Wutki - insomma uno di loro, ma adesso non ricordo bene chi era di turno in quel momento (magari Zrcadlo?) (magari già Enzo Baldoni?).
Ne riporto qui qualcosa, perché si tratta di cose divertenti. Forse uno di loro necessita una spiegazione, perché è da tempo immemorabile che non sento recitare gli scioglilingua, del tipo "tigre contro tigre, tre tigri contro tre tigri" oppure "trentatré trentini entrarono trotterellando in Trento". Lo metto comunque, e avverto che ho dovuto ricostruirlo a memoria perché non ho ritrovato dove lo avevo appuntato. (Bufala Cosmica mi scuserà, spero; o almeno spero che mi scusino Alessandra Berardi e Marco Ardemagni, che forse si possono reperire on line - quasi quasi ci provo...)

Bufala cosmica:

VICO
Cosa sarà che tragici
eventi rende comici ?
Cinici adeguamenti,
o atteggiamenti topici?
Le polveri lunari, o accadimenti cosmici ?
Appuntamenti ciclici, o pensieri pletorici ?
Cari, son solamente
morsi e rimorsi storici.
(Alessandra Berardi)


L'UVA PASSA
L'uva passa,
veloce più dei treni;
il vino resta,
e si deposita sui reni.
(Alessandra Berardi)


Dei trentatré de Trent
non s’è savù pù gnent :
i starà ancora andando
tutti trotterellando?
(Silvana Mongioj, da Linus ottobre 1994)


NOEMI
Nemmeno un uomo amò,
o ne amò uno;
e io, un omonimo...
non mi ammonì, ma non mi nominò.
ANNA
Un anno, una nenia:
è una iena, e io un inane.
MIMMA
Mimò mia mamma,
ma mai m'amò.
(Marco Ardemagni: composizioni bi- e monoconsonantiche)


T'AMO PIO BO'
T'amo pio bo',
più ancor santo un incanto
di vigoria tranquilla al cor m'infondi
quando posato, tipo un grosso impianto,
guardi i prodotti d'anarchici fondi,
o di pigliar il giogo ti fai vanto
dal vispo al cui bisogno corrispondi:
colui pungola, aizza, tardo intanto
con l'occhiata paciosa gli rispondi. (...)
( Ruggero Campagnoli - Yves Hersant,
lipogramma in « e » , da Carducci )

mercoledì 29 dicembre 2010

'o presepe

San Francesco semiologo, cui si attribuisce la prima edilizia presepiale, certamente ha voluto in ogni figura iconizzare le varianti delle emozioni umane di fronte alla greppia santa, nella notte fatidica: ed ecco la semplice donazione di primizie, il trepidante sacrificio dei lattonzoli, il balbettio d'una preghiera nuova, l'accorrere speranzoso dei diseredati, la solerzia dei pastori, la curiosità dei maghi. Sì, un mondo simbolico, una preghiera plastica e vivacissima che comprende, certo, il «Gloria a Dio», ma anche «Pace agli uomini di buona volontà». E lo sanno anche la lavandaia, il pescatore, il guardiano di porci, i cammelli, le galline, il negretto con gli ananas, la fruttivendola, i viandanti, le papere sullo specchio, le pecore e agnelli. Lo sanno perfino i lupi che, quando sono animali, riescono anche a dialogare con i Santi.
Lo sa anche quello lì, immerso nel sonno all'ombra d'un palmizio di cartoncino verde e marrone?
C'è in tutti i presepi, il dormiente. Dorme il sonno beato del negligente. Il suo sonno è simbolico, è il sopore della ragione neghittosa. Gli scolastici definiscono come neglegentia un peccato che consiste nel non scegliere (dal latino nec-eligo). Oggi, motteggiando, si allude a questa renitenza a scegliere dicendo «non so, non c'ero e se c'ero dormivo». Ma la fantasia popolare non è pigra: riflette, comprende, racconta e tramanda. E assolve il dormiente. Il mondo che descrive non s'accontenta della celebrazione ossequiosa, è un mondo problematico. E annovera Cristi, poveri Cristi e dormienti riottosi, con quel sonno, a scegliere d'essere scelti.
(Michele Mirabella, dal Venerdì di Repubblica, Natale 2005)

martedì 28 dicembre 2010

"A chi sei cane tu?"

Una volta scoprii Eduardo De Filippo che parlava con un cane. Eravamo a Bari, davanti al Teatro Piccinni. Con discrezione ascoltai. Sembrava un colloquio amichevole e abituale. L'uomo parlava a bassa voce, fitto fitto. Il cane ascoltava compreso, scodinzolando.
Eduardo chiedeva al cane, un bellissimo esemplare multirazziale, pezzato, con uno sguardo dolcissimo, «A chi sei cane?». Pensai di non aver capito e drizzai le orecchie, come, del resto, fece anche la bestiola. Eduardo chiese ancora: «Ne', si può sapere a chi sei cane?».
Il cane rispose con un guaito che era un lamento come per dire: «Caro Maestro, purtroppo non sono cane a nessuno. Mi piacerebbe molto essere cane a qualcuno ma, evidentemente, sono figlio di un dio minore e, quindi, non sono cane a nessuno». Eduardo capì, lo accarezzò sconsolato come per dirgli che avrebbe voluto che potesse diventargli cane, ma che non poteva, che non doveva e che la sua vita e il suo lavoro glielo impedivano. Si allontanò meditabondo verso l'ingresso del palcoscenico e io lo accompagnai, consapevole che quel cane ci avrebbe seguito con lo sguardo triste di chi non è cane a nessuno. Eduardo non parlava e io non mi azzardavo a rompere la sua magistrale pausa di sìlenzio, poi mi disse: «Quando si nasce cane è meglio nascere cane "a qualcuno"». Solo allora compresi il mirabile dativo di possesso, con il quale sanciva il rapporto strano e bellissimo tra questo umile amico dell'uomo e l'uomo quando l'uomo è onesto. Un rapporto che migliora entrambi i contraenti. Forse perché uno è una bestia.
(di Michele Mirabella, dal venerdì di Repubblica 15.07.2005)