venerdì 22 luglio 2011

I vecchi e i giovani

Ho votato per la prima volta alla fine degli anni ’70: c’era appena stato un rinnovamento, il leader del PSI non era più un vecchio – era ora! – ma un quarantenne rampante e mai visto prima. "Rottamati" i Nenni e i De Martino, ecco il nuovo leader: che avrebbe portato l’Italia a un deficit di bilancio spaventoso (quello che stiamo pagando ancora oggi) e il suo partito, il glorioso PSI erede dei Turati e dei Matteotti, alla scomparsa e all’ignominia. Era Bettino Craxi: io l’ho votato una volta, ma era appena arrivato. Quando ho capito chi era, ho subito cambiato partito; ma non è servito a niente, in fin dei conti era solo il voto di un ragazzo di diciannove anni.

Ripenso a queste cose ogni volta che sento parlare di rinnovamento, di giovani che devono prendere il posto dei vecchi, eccetera. Questo dei giovani che rinnovano e migliorano il mondo è il più trito dei luoghi comuni, per il quale vale la pena di ripetere quello che avevo già scritto qui riguardo alle donne in politica: la solita cosa, cioè che è bene dubitare dei luoghi comuni e che – soprattutto – non si valutano le persone per categorie, ma singolarmente e dentro il contesto in cui operano. Non esistono i giovani, i vecchi, i meridionali, i settentrionali, gli uomini, le donne, eccetera: esisto io, esisti tu, ognuno di noi ha una sua personalità. E anch’io, a guardar bene, non sono mica sempre lo stesso: alle volte sono un bel po’ aggressivo anch’io, e poi magari mi dispiace, ma ormai è fatta. Il me stesso delle 9:30 non è il me stesso delle 15:30, e anche questo dovremmo ormai saperlo tutti; invece no, siamo ancora qui a discutere se le donne sono meglio degli uomini e se i giovani sono meglio dei vecchi. E la risposta è: dipende. Dipende: chi è l’uomo, chi è la donna, chi è il giovane, chi è il vecchio, di chi stiamo parlando di preciso? Gran brutta cosa, il generalizzare. Alle volte generalizzare può essere utile, comodo, sbrigativo: ma insomma, meglio valutare passo dopo passo, e stare bene attenti a cosa succede e a dove si mettono i piedi: come facevano i miei nonni contadini, dei quali sono molto orgoglioso (e so per certo che mio nonno sapeva farsi rispettare, ma era una persona che non avrebbe mai e poi mai dichiarato guerra a nessuno).

A questo punto potrei concludere aprendo un libro di storia, andando a vedere chi ha portato dei cambiamenti in politica, e – mamma mia! – meglio non pensarci e provare a cambiare discorso. Chi ha davvero migliorato e portato avanti l’Italia? Gente anonima, grigia, di mezza età, di poche parole: De Gasperi, Ciampi, queste persone qui. Degli altri, soprattutto di chi non si conosce ancora, meglio diffidare. Già il fatto che si usi la parola “rottamare” riferito a persone è un gran brutto segno, ma pazienza: a cose come queste si può provare a rimediare con un corso di buona educazione. Va sicuramente peggio quando ci si accorge di COME i giovani e le donne si sono avvicinati alla politica: se “largo ai giovani” significa dare posti di potere a raccomandati e fidanzate e figli di papà, mi tengo stretti i vecchi, quelli nati negli anni ’20: ne sono rimasti pochi, ma hanno visto cos’è la guerra e se ne ricordano ancora. Finché c’è in giro la loro generazione, di guerre non ne vedremo di sicuro: ma quanti ne sono rimasti, al governo? E sono sempre meno, brutto segno.

giovedì 21 luglio 2011

Erbacce ( X )

Chiudo per ora questo mio piccolo giro fra le “erbacce”: ma il discorso sarebbe lungo, lunghissimo, forse infinito. A voler guardare, ad aver voglia di andare anche soltanto un po’ più in là con lo sguardo, pochi centimetri oltre i marchi dei vestiti, oltre l’ipod e lo smartphone e lo smalto per le unghie, c’è un mondo intero che si apre, appena si incomincia ad aprire gli occhi e a guardarsi intorno le curiosità sono infinite.
Qualche curiosità che mi è venuta per esempio con le spighe: mi sono chiesto se oltre all’orzo selvatico e all’avena selvatica, oltre alle poligonacee parenti strette del mais e della farina dei pizzoccheri, ci siano altre varietà selvatiche di piante coltivate. La ricerca sarebbe lunga, per oggi mi segno qualche piccolo punto di partenza: 1) il farro è una varietà del frumento e una varietà del farro è la spelta. 2) il miglio si chiama “panicum migliaceum” e appartiene alle panicoidee: che sono graminaceee e comprendono piante per noi molto importanti come miglio, mais, sorgo, canna da zucchero. Fin qui conoscevo solo la spiga di panìco che si dà ai canarini...
Per finire, ricordo che sulle “erbacce” nascono e crescono molte varietà di farfalle. In particolare, sul cardo e sull’ortica si trovano i bruchi delle vanesse, tra le più belle farfalle italiane. Ne metto qui qualche esempio, in chiusura: non solo la vanessa dell’ortica e la vanessa del cardo, ma anche la vanessa io, la vanessa atalanta, e altre ancora. Quando si butta il diserbante, quando si estirpano le erbacce anche là dove non danno fastidio, stiamo preparando l’estinzione di queste specie di farfalle, e di molte altre ancora. Non so, forse a qualcuno piace un mondo così, senza vita e senza colori: io invece vorrei che si continuasse a vedere volare licenidi e vanesse e macaoni, vale a dire che vorrei continuare a trovare il mondo così come l’ho trovato, cinquant’anni fa. L’impresa è quasi impossibile, qui a nord di Milano è anzi definitivamente perduta: gli ultimi 15 anni sono stati devastanti, e ne ha gravissime responsabilità la politica, in primo luogo il federalismo da strapazzo della Lega Nord, che ha consentito e favorito ogni tipo di condono edilizio e di speculazione. Per il resto d’Italia, per la Valsusa, per la Maremma e l’Umbria minacciate da un’ennesima autostrada, per il Mare Adriatico dove si stanno iniziando le perforazioni petrolifere (a pochi chilometri dalle coste dell’Abruzzo, per esempio), e per tutte le regioni d’Italia, posso solo fare i miei migliori auguri.
Quest’anno di “erbacce” ne ho viste fiorire tante, il tempo è stato favorevole e ha colto di sorpresa anche gli addetti alla “nettezza urbana”. Spero che l’evento si ripeta, e che anche i bambini del 2050 possano continuare a giocare con spighe e farfalle, così come ho fatto io e come hanno fatto milioni di bambini nei millenni precedenti all’invenzione del cemento armato.
Le fotografie delle vanesse vengono da “Enciclopedia illustrata delle farfalle” di V.J.Stanĕk. ed. Accademia 1979 e dal sito di Luciana Bartolini, http://www.lucianabartolini.net/ che è uno dei più belli di tutta internet.

mercoledì 20 luglio 2011

Erbacce ( IX )

Altre piante molto comuni, tra quelle che riempiono prati e rive, sono le ombrellifere: come queste nell'illustrazione. Ombrellifere, cioè portatrici d’ombrello (o d’ombra) è davvero un nome ben dato; la piantina è bella anche se non dice niente di particolare, però andando un po’ più in là con la ricerca si scoprono particolari e parentele inaspettate. Le ombrellifere fanno infatti parte della famiglia delle Apiacee: e se scorrete l’elenco delle Apiacee si trovano tante vecchie e care conoscenze, non “erbacce infestanti” ma specie coltivate e accudite con cura.
Wikipedia dice infatti che “ La famiglia comprende circa 3000 specie suddivise in 420 generi. Alcuni generi: Anethum, Anthriscus, Angelica, Apium, Arracacia, Bunium, Bupleurum, Carum, Centella, Conium, Coriandrum, Cuminum, Daucus, Eryngium, Ferula, Foeniculum, Levisticum, Myrrhis, Pastinaca, Petroselinum, Pimpinella, Smyrnium...”.
I più bravi avranno già riconosciuto il nome di qualche fratello o cugino delle ombrellifere che si trovano nei prati, per altri (come me) serve invece un aiuto. Per esempio: il finocchio (foeniculum), il prezzemolo (petroselinum), il sedano (apium graveolens), la carota (daucus carota), alcune radici commestibili, eccetera eccetera.
da http://www.wikipedia.it/ :
Le Apiaceae (o Umbrelliferae, nomen conservandum) sono una famiglia di piante dicotiledoni che comprende circa 3000 specie suddivise in 420 generi presenti in tutte le zone temperate del mondo.
È una famiglia relativamente omogenea, caratterizzata da una infiorescenza tipica, l'ombrella.
Le Apiaceae sono delle piante erbacee generalmente annuali, talvolta biennali o perenni. La famiglia conta anche degli alberi ed arbusti. Il gambo è spesso cavo, e porta all'esterno dei solchi nel senso della lunghezza. Le foglie sono alterne, senza stipole, e spesso composte da foglioline finemente traforate, ma alcune specie (es. Bupleurum rotundifolium L.) hanno, come eccezione, foglie intere. Spesso i piccioli sono allargati alla loro base, inguainando il gambo.
L'infiorescenza tipica delle Apiaceae, giustamente chiamate ombrellifere, è l'ombrella che può essere semplice o composta di ombrelluli. Le ombrelle sono spesso munite alla base di un involucro formato di brattee. I fiori, piccoli, pentameri, a simmetria raggiata, sono spesso bianchi o giallastri, talvolta rossastri come il fiore centrale dell'ombrella di carota. Sono costituiti quindi da 5 petali e 5 sepali ridotti, l'androceo è formato da 5 stami, l' ovario è infero formato da due carpelli. L'ovario porta due stili che si allargano alla base in un disco nettarifero. Talvolta, i fiori periferici dell'ombrella sono irregolari, coi petali esterni nettamente più grandi, e contribuiscono a fare dell'ombrella un "simil-fiore". I frutti, secchi, sono dei diacheni che si scindono in due a maturità, ogni parte contenente un seme. Sono molto diversificati nelle loro forme esterne: si può avere presenza di uncini o di spine, di protuberanze o di peli, talvolta di ali e sono importanti da osservare per la determinazione delle specie.
La famiglia comprende circa 3000 specie suddivise in 420 generi. Alcuni generi: Anethum, Anthriscus, Angelica, Apium, Arracacia, Bunium, Bupleurum, Carum, Centella, Conium, Coriandrum, Cuminum, Daucus, Eryngium, Ferula, Foeniculum, Levisticum, Myrrhis, Pastinaca, Petroselinum, Pimpinella, Smyrnium

Le illustrazioni vengono da “Che fiore è questo” di D.Aichele e M.Golte-Bechle, editore Franco Muzzio.

martedì 19 luglio 2011

Marmo e gesso

La corrosione delle statue di marmo, una vera e propria lebbra, è stato uno dei fenomeni che più hanno impressionato nel corso del Novecento. Statue centenarie o millenarie, che avevano resistito anche a guerre e bombardamenti, si sfaldavano sotto i nostri occhi. Cos’era successo, cosa stava succedendo? Dal punto di vista chimico, è una delle reazioni più semplici da spiegare, una nozione che si impara nei primissimi anni negli Istituti Tecnici, ma che magari chi ha fatto il liceo classico o ragioneria avrà dei problemi a capire. Provo a spiegare meglio che posso.
Il marmo, dal punto di vista chimico, è carbonato di calcio. Il calcio è uno degli elementi più comuni sul nostro pianeta; entra anche nella composizione delle nostre ossa, è il calcare che si forma dall’acqua nel ferro da stiro, è alla base di tutte le rocce calcaree; nel Sistema Periodico degli Elementi occupa il numero 20.
Il marmo è dunque un composto a base di calcio: l’altra metà della molecola, definita dalla parola “carbonato”, non si riferisce al carbone ma al Carbonio (l’elemento numero 6 nel Sistema Periodico) e più in particolare ad un suo composto, l’anidride carbonica. L’anidride carbonica è un gas, combinazione di carbonio e ossigeno: anche noi quando respiriamo emettiamo anidride carbonica, e si tratta quindi di un altro composto molto comune sulla Terra. Quando l’anidride carbonica si discioglie in acqua forma acido carbonico: le bollicine dell’acqua minerale e di tutte le bibite gassate.
E dunque il marmo, pietra durissima e resistente, nasconde in sè questa debolezza: una sua parte è aerea, e può essere ridestata alla sua forma originaria. Qui entra in gioco un altro elemento molto comune sul nostro pianeta, un nome che evoca scenari inquietanti e magari anche infernali: lo Zolfo, in latino sulphur, numero atomico 16.
Lo zolfo, di per sè inerte, può bruciare e trasformarsi in gas: proprio come fa il carbonio con l’anidride carbonica. I composti che lo zolfo può formare sono infiniti, quelli che ci interessano sono l’anidride solforica e l’anidride solforosa. Quando accendiamo un fiammifero, per esempio, si formano questi due composti; ma lo zolfo può essere presente nell’aria per molte altre vie, per esempio nelle eruzioni vulcaniche c’è sempre un’enorme quantità di zolfo che si sprigiona. A partire dall’Ottocento, con la rivoluzione industriale, noi umani abbiamo cominciato a bruciare molto zolfo, magari anche senza volerlo o senza saperlo: c’è zolfo nel carbone, c’è zolfo nel petrolio.
A questo punto entra in gioco l’acqua: ogni chimico, anche alle prime armi, vi potrà spiegare che aggiungendo acqua ad una anidride si forma un acido. Con l’anidride carbonica si formava l’acido carbonico, le bollicine delle bibite, qualcosa di tutto sommato innocuo e gentile; con le anidridi derivate dalla combustione dello zolfo si forma acido solforico. L’acido solforico è un acido molto forte: siamo all’origine quindi delle piogge acide. Se c’è molto zolfo nell’atmosfera, anche la nebbia può essere molto acida e arrivare a pH anche molto bassi, intorno al valore 3.
A questo punto, quando piove sul marmo, succede una cosa impensabile: il gas contenuto nella dura pietra, l’anidride carbonica del carbonato di calcio, si libera. E’ il fenomeno che un po’ tutti abbiamo provato a fare da ragazzi, con i sassi messi nella coca cola che cominciavano a fare bollicine. Dal punto di vista chimico, con le piogge acide succede proprio questo: lentamente, in modo quasi impercettibile, si formano delle bollicine e l’anidride carbonica si libera dal marmo. Al suo posto, nella pietra, è lo zolfo a combinarsi con il calcio: la superficie della statua, foss’anche il David di Michelangelo, non è più carbonato di calcio, ma solfato di calcio. Il solfato di calcio è il gesso: e il gesso si sbriciola, lo sappiamo tutti perché a scuola si usa ancora il gesso, per scrivere sulla lavagna. Ecco dunque che le statue si trasformano da durissimo marmo in gesso friabile, e si sbriciolano.
Questo fenomeno è stato contrastato con un certo successo negli ultimi quarant’anni, purificando gasolio, nafta e benzina mediante un processo di desolforazione; ma i danni alle nostre opere d’arte ormai sono permanenti, l’Italia è una mostra di scultura all’aria aperta e queste cose nel 1500, o quando iniziava a sorgere Venezia, non si potevano certo prevedere.
PS: per chi fosse curioso, l’acido presente nella Coca Cola è acido fosforico: c’è scritto sull’etichetta. L’acido carbonico delle bollicine, di per sè, sarebbe troppo debole: e poi andrebbe a scontrarsi con il suo simile presente nel marmo, e quindi lascerebbe immutata la natura di quella pietra.
Le immagini: un po' di marmi illustri, Canova (Amore e Psiche) e Michelangelo (il Mosè, un dettaglio dalla Pietà). Le formule chimiche le ho scritte su un foglietto meglio che potevo: non è il massimo dal punto di vista della grafica, ma le formule chimiche vanno scritte proprio così, con i numeri piccoli in basso, altrimenti non ci si capisce più niente; invece i correttori automatici, quando si tratta di chimica, quasi sempre ti costringono a rifare da capo quello che avevi già messo in ordine, per questo motivo ho preferito evitare di scrivere formule chimiche nel testo.

lunedì 18 luglio 2011

Le riforme

Questo delle riforme da fare, o che non sono state fatte, è uno dei luoghi comuni più stucchevoli (eufemismo) che io abbia mai incontrato nella mia vita. “Bisogna fare le riforme”; “ Il Governo ha fatto/non ha fatto le riforme”, eccetera: quante volte abbiamo ascoltato queste frasi?
Oltretutto, negli ultimi 10-15 anni c’è stata una grandissima accelerata, non passa giorno senza che non si ricominci a parlare di riforme fatte o da fare, “abbiamo fatto le riforme”, “non avete fatto le riforme”, “sì, ma se aveste fatto le riforme...”.

Mi sento di dirlo una volta per tutte: le riforme non servono a niente. Serve il lavoro quotidiano, l’impegno, il saper valutare giorno per giorno cosa c’è da fare, eccetera: queste cose qui.
Lavorare, impegnarsi, tener pulita la nostra casa e il nostro posto di lavoro, e poi – ma non sempre, ogni tanto – fermarsi e valutare se c’è qualche cosa da cambiare.
Lo so che così è noioso, che si fa fatica, e che poi non si prendono voti: ma le riforme il più delle volte sono inutili, e poi – soprattutto!!! - le riforme bisogna saperle fare. Se non siete capaci di fare le riforme necessarie, o peggio ancora se pensate di essere capaci ma tutti sanno che non è così, astenetevi. Non fatele le riforme, andiamo avanti come si è sempre andati avanti, non c’è bisogno di buttar giù la casa, si dà un’occhiata e magari si scopre che basta un’imbiancatura.
Il resto sono chiacchiere, fesserie, frasi fatte buttate lì per nascondere i veri problemi e per accontentare gli allocchi: che, del resto, come si è più visto in più occasioni, non è che manchino. Anzi, abbondano.

domenica 17 luglio 2011

Tre ministeri a Monza

Ecco una notizia che quasi certamente vi è sfuggita:
Ad personam
IL REATO CHE VISSE DUE VOLTE (PER I LEGHISTI)
Errare è umano, ma impiegare più di un anno per porre rimedio allo sbaglio, e soprattutto sfruttarlo per evitare un processo, non è un grande esempio di virtù. Quando l'anno scorso il ministro Roberto Calderoli (nella foto sotto) cancellò il reato di associazione militare per scopi politici in un impeto di «semplificazione normativa», il suo collega Ignazio La Russa disse che si trattava di una distrazione e che sarebbe stato reinserito presto. Casualmente era proprio quello il reato di cui erano accusati Calderoli e altri 35 leghisti, tra cui Bossi, Maroni e Speroni, per aver formato la «Guardia nazionale padana». Calderoli però non tornò indietro e il novembre scorso il giudice ha scagionato tutti perché il fatto non costituiva più reato. Pochi giorni fa un comunicato della Presidenza del consiglio ha fatto sapere che é stato varato un decreto per «l'inserimento della nuova norma che disciplina il divieto di associazione militare». È uguale a quella cancellata, perciò il termine «nuova» non le si addice proprio. Ma ormai non fa più paura.
(r. bian.), Il Venerdì di Repubblica, 8 luglio 2011 (trafiletto seminascosto a pagina 33)

Voi pensavate che le ronde leghiste fossero state un flop? Errore, quasi sicuramente sono servite per legalizzare qualcosa che non vorrei vedere in giro tra qualche anno.
Questi sono tempi fatti così: si fa un gran parlare di “toghe rosse” e di anarchici, ma il reato di ricostituzione del partito fascista non viene mai perseguito da nessuno, e sull’istigazione al reato di banda armata e associazione militare i risultati sono questi. Vi sentite più sicuri? Io mica tanto...

PS: il titolo che ho messo a questo post non è sbagliato ma è volutamente “fuori tema”: quando si parla dei ministeri da portare in Lombardia, si tratta della classica manovra per parlare d’altro. E’ un po’ la versione politica della tattica usata dai borseggiatori: vi danno uno spintone e vi chiedono scusa, aiutandovi a rialzarvi; e voi magari siete capaci di ringraziarli e di dire che non è successo niente.

sabato 16 luglio 2011

Notizie dagli USA

Due notizie recenti che vengono dagli USA: la prima riguarda la crisi economica dell’orchestra di Philadelphia, che l’ha costretta al fallimento; la seconda notizia è che nello Stato dell’Indiana da oggi in avanti i bambini a scuola non avranno più carta e penna, ma solo il computer.
L’orchestra di Philadelphia è una delle più famose nel mondo: e la conosciamo davvero tutti perché è quella che si esibisce in “Fantasia” di Walt Disney. Ha una storia più che centenaria (111 anni, per la precisione) ed ha avuto alla sua guida alcuni tra i più grandi direttori d’orchestra del mondo: non sto qui a farne la lista completa ma basta cercare su internet per avere altre notizie. Il caso della Philadelphia Orchestra mi ha sorpreso e non poco, ma poi è bastato ragionarci sopra un attimo per capire che non c’era alcuna ragione di stupirsi, ero io che mi ero distratto e non ero stato al passo con i tempi. In USA, e non poteva essere diversamente, sta succedendo la stessa cosa che capita qui da noi: le nuove generazioni hanno perso interesse alla grande musica, e alla cultura in generale. Da sempre ci hanno raccontato le meraviglie dei privati americani, i grandi mecenati che finanziavano teatri, scuole, orchestre, musei; come Peggy Guggenheim, tanto per fare un nome solo. Ed era veramente così, ma evidentemente le cose stanno cambiando. Forse anche i ricconi americani stanno diventando come i nostri e come gli arabi del petrolio, vale a dire che se hanno una decina di milioni da parte li usano per pagare l’ingaggio a un calciatore? E’ presto per dirlo, ma temo che sia proprio così.
L’altra notizia prevede uno scenario ancora più drastico, e cioè il taglio netto non con una storia lunga un secolo ma con una storia vecchia di migliaia di anni, vecchia come l’umanità. Usare il computer al posto della penna significa eliminare l’ultimo residuo di manualità a noi rimasto, o quasi: alle nuove generazioni diventerà difficile non solo fare un disegno anche dei più semplici, o mettere la propria firma, ma anche girare una maniglia. L’unica attività fisica diventerebbe così lo sport, la palestra, il jogging, la mountain bike con il casco il testa, tutto rigorosamente con abiti e attrezzature costosissimi e firmati. Possibile? Io direi che ci siamo già, già la mia generazione quanto a manualità è stata un disastro, adesso andiamo sempre peggio, e il futuro a base di apps e di tastiere virtuali lascia intendere che proprio in quella direzione stiamo andando. Mi permetto di aggiungere: in quella direzione lì c’è un disastro mica da poco.

Non c’è mai stato prima, nella storia dell’umanità, un taglio così netto e drastico con il nostro passato e con le nostre tradizioni; e il taglio con la tradizione e con la nostra storia avviene proprio mentre sono al governo partiti e movimenti che della Tradizione fanno il loro cavallo di battaglia. Paradossalmente, negli anni ’60, gli anni passati alla storia come quelli in cui si contestava la tradizione, Bob Dylan cantava le canzoni tradizionali americane, e tutti gli artisti, anche quelli a prima vista più trasgressivi, avevano radici ben solide nella cultura dei loro antenati. Ma, se si smette di scrivere a mano, se si usa un mezzo elettronico e virtuale invece di penne, carta ed inchiostri, non sarà più così. Che sia un bene o che sia un male lo lascio decidere ad altri (per me è un male), però siamo ormai di fronte al fatto compiuto, la storia va in questa direzione e solo un drammatico colpo alle nostre attuali fonti energetiche potrà cambiare il senso di questa marcia. Già oggi in Giappone e in Cina molti giovani non sono in grado di leggere gli ideogrammi; e anche da noi il corsivo rischia di essere dimenticato in fretta, molti giovani già scrivono soltanto in stampatello.
Il rischio, come è già successo con la tv e con i videogiochi, è perdere la capacità di attenzione e di concentrazione. Per esempio, oggi va di moda “scaricare”: mentre Stanley Kubrick impiegava degli anni a progettare e realizzare un film, io lo “scarico” in venti secondi, salto le parti che considero noiose, guardo un pezzettino qui e uno là, leggo velocemente qualche parere in proposito (quello che mi fa più comodo, naturalmente) e così facendo penso di aver capito tutto, confortato in questo dai pareri di più o meno illustri commentatori che pensano che sia questo il futuro. E’ancora civiltà tutto questo?

Il futuro invece, se si vuol continuare a parlare di civiltà, è nel tornare a insegnare come comprendere un testo, un film o una sinfonia; insegnare ad avere costanza e pazienza, insegnare che un libro di mille pagine vale la pena di essere letto, insegnare che la Quinta Sinfonia di Beethoven non è solo quelle tre note iniziali, insegnare (come si fa coi bambini piccoli) che un acino d’uva non va fatto girare in bocca e poi sputato, se si fa così è solo un oggetto liscio e insapore, l’acino d’uva va morsicato.
Però, alla fin dei conti, questo è solo un post su un piccolo blog, io sono ormai una persona di età avanzata (dai trent’anni in su nessuno più ti offre un lavoro, e io i trent’anni li ho compiuti nel millennio scorso), che fare: in definitiva, sto solo perdendo tempo – mi prendo solo un’altra riga per ricordare che Leonardo da Vinci si fabbricava da solo sia l’inchiostro che le penne, e così si è fatto per secoli. Forse un po’ di fatica è necessaria, forse è necessario continuare a sporcarsi le dita per ottenere qualche risultato.