giovedì 31 dicembre 2009

Colori

Il rosso è il sangue, e il nero sono i pirati. Il bianco invece è l'onore, e l'azzurro è il mare, oppure il cielo: il verde invece è la terra. Lo diceva, in un'intervista di qualche anno fa, un vecchio signore inglese, discendente di pirati e fondatore di un immaginario e personale principato che ha sede su una piattaforma petrolifera.
L'intervista mi aveva molto divertito, e so che ci sono molti altri studi legati al significato dei colori; ma questi abbinamenti mi piacciono molto, ed è per questo che li ho memorizzati. Il riferimento ai colori faceva parte di un ragionamento su simboli, stemmi, insegne e bandiere, una cosa della quale ci siamo completamente dimenticati ma che una volta, ai tempi di sir Francis Drake o di Giovanni dalle Bande Nere, aveva grande importanza.
Alcuni di questi accostamenti sono facili da capire: il verde è il colore dell'islam, per esempio. Quale altro colore poteva essere scelto da gente che vive nel deserto? Il verde, in questo caso, è sicuramente associato al Paradiso; ma non è detto che sia sempre così. Nelle nostre campagne, dove il verde era invece abbondantissimo, le case avevano spesso colori tendenti al rosso e al rosa antico, che bilanciavano tutto quel verde. Oggi i colori antichi non si usano più, a Milano anche i palazzi storici sono stati sbiancati e ridotti ad un marmo funereo: anche questo è un segno dei tempi che stiamo vivendo.
Per i tempi che stiamo vivendo, è curioso vedere che un partito politico abbia scelto proprio il verde come suo simbolo: la Lombardia è ormai quasi tutta cementificata ed asfaltata, da 15 anni in qua il verde è ormai in estinzione quasi ovunque, e adesso stanno sparendo anche i giardini delle ville sul lago di Como. Si naviga sul lago, si guarda in su, verso quel cielo di Lombardia che è così bello quando è bello, e si vedono garage e villette a schiera. Quei giardini erano privati, e si sa che nelle case private ognuno fa quel che gli pare e non ci sono vincoli da rispettare: così si dice e forse dal punto di vista ideologico (cioè burocratico e notarile) è esatto - ma il panorama, a dire il vero, dovrebbe essere di tutti.
Il mio pensiero di uomo del XX secolo (pardon, XXI ) leggendo quell'articolo era però corso subito alle squadre di calcio: per esempio l'accostamento di rosso e nero (Milan e Foggia, con tanto di simboli satanici; ma sono anche colori della Chiesa) non mi aveva mai entusiasmato, ed ecco una conferma ai miei ragionamenti inconsci. L'onore, ma anche i pirati: ecco il bianco e il nero accostati, una squadra di campioni eleganti e corretti come Platini e come Scirea, ma anche di filibustieri e rudi soldati come Gentile e come Montero, o magari come Sivori che riuniva in sè sia il bianco (la classe del campione inarrivabile) che il nero (recordman nelle squalifiche, calcioni dati e presi): ecco la mia Juventus.
Ma, a dire il vero, i miei colori preferiti sono sempre stati il rosso e il blu accostati: come il Genoa, il Cagliari, il Bologna. Trovo molto belli anche il nero e il verde del Venezia, o il rosa e il nero del Palermo. Oggi va di moda (per via del marketing) cambiare sempre le maglie delle squadre di calcio, ed è un peccato. La Juve gioca con maglie blu oppure gialle o rosse o grigie, l'Inter con croce rossa su fondo bianco o con improbabili strisce orizzontali da rugbista, la Lazio abbandona i colori del Vaticano per un grigino stinto che tira al verdesino pallido, e la Roma veste tutta di nero o color senape: perché mai? Per contrabbandare qualche maglietta in più, approfittando della stupidità dei tifosi? E' un altro segno del degrado del mondo che ci circonda.
Mi chiedo cosa penseranno mai i bambini, vedendo i loro campioni giocare con colori sempre diversi, e con insegne così confuse da renderli simili agli avversari. Mi chiedo anche tante altre cose, ma il bianco e il nero abbinati continuano a piacermi, qualsiasi cosa succeda so di stare dalla parte giusta, dalla parte dei miei sentimenti più veri e più profondi; lontano da qualsiasi razionalità, ma vicino al cuore.

mercoledì 30 dicembre 2009

Non si può imparare tutto a Varese

Di Gianni Brera prima o poi bisognerà parlare: grande scrittore, alternava cose serissime a colossali stupidaggini, sempre divertendosi molto. Io gli devo molto, da Gianni Brera ho imparato tanto; anche quando scriveva o diceva cose discutibili si avvertiva sempre in lui una grande preparazione culturale.
Di questo, e di altro, parla un altro grande giornalista sportivo lombardo, Gianni Clerici. Riporto qui l'inizio di una lunga intervista comparsa sulla Stampa (penso che si possa reperire intera sul sito della "Stampa"). Penso che sia molto utile, e che dica cose importanti, concetti un tempo scontati ma che di questi tempi è bene ribadire: parlare il dialetto è bello, ma se parli solo dialetto appena esci di casa non ti capiscono più.

INTERVISTA AL CRONISTA DI TENNIS E SCRITTORE
Gianni Clerici: non chiamatemi Gran Lombardo
da "La Stampa" 6/3/2009 - di Mario Baudino
Il Vecchio Scriba ha imparato il dialetto quando era già cresciutello, e lavorava con suo padre. Gli serviva ad avere un rapporto umano con i camionisti della ditta di famiglia; gli fu molto meno utile da ufficiale degli alpini, quando si ritrovò a dialogare con commilitoni bergamaschi, e scoprì che non li capiva.
«Io parlo il milanese - racconta Gianni Clerici - ma l’ho dovuto studiare sulle poesie di Carlo Porta, perché coi miei genitori si è sempre usato l’italiano. In compenso mia nonna, gran signora, parlava solo francese oppure dialetto, e non conosceva gli spaghetti».
Ragion per cui, di fronte alla riscossa lombarda e non solo, lo scrittore che ha inventato una nuova lingua per il tennis ma ha distillato anche una sua personale via nella letteratura che Maria Corti, la grande filologa, definì «lombardese», rimane alla finestra. Attento, un po’ ironico. Incuriosito, un po’ perplesso. E non parlategli di «Gran Lombardi», lui non si sente in quel pantheon, per modestia e per convinzione.
«Gran Lombardo era Gadda, che pure è finito nel romanesco».
- Scusi, Clerici. Però c’è qualcuno della nobile schiatta vicinissimo a lei. Che ci dice di Gianni Brera?
«Brera è stato un fratello maggiore. Ma non credo che abbia avuto una vera influenza sul mio modo di scrivere. Lo sosteneva anche lui: “certe volte ci associano, diceva, ma tu sei molto diverso da me. Anche se ti chiamano il Brera junior”. Lui era partito dalla cultura francese, aveva persino tradotto, questo lo ricordano in pochi, dei deliziosi racconti di De Gobineau, il teorico delle razze. Io mi ero formato sugli inglesi».
- Diversi ma simili nello sparigliare il gioco della scrittura. Uno parlando di calcio, sport con radici persino vernacolari; l’altro di tennis, che ha una base linguistica universale, l’inglese.
«Lui ha inventato un modo nuovo di narrare il calcio, io ho fatto qualcosa di simile con il tennis. È semplice: da quando c’è la tv, non puoi più scrivere di sport raccontando i fatti. Devi cercare qualcos’altro che lo schermo non dice. I miei maestri sono stati Giorgio Bassani e Mario Soldati, che mi parlava in piemontese. Io gli rispondevo in milanese e ci si capiva alla perfezione. Ma c’è anche uno scrittore americano che amo moltissimo, sconosciuto in Italia se non per l’adattamento fatto da Garinei & Giovannini di un suo racconto, Bulli & pupe. Si chiamava Damon Runyon. Continuo a leggerlo con amore, come fosse Brera. Francis Scott Fitzgerald diceva che se non avesse scritto di sport sarebbe stato messo alla pari sia con lui sia con Hemingway. Forse era una cattiveria nei confronti di Hemingway, resta il fatto che Runyon è davvero un autore straordinario».
- E non ha niente a che fare col dialetto.
«Però ho imparato qualcosa»
- Molto lontano da Milano.
«Lontanissimo. Non si può imparare tutto a Milano, se restiamo fermi lì facciamo provincia». (...)

(http://www.lastampa.it/)

domenica 27 dicembre 2009

Cimbe?


" Scettri, dovizie, onori, bellezza, gioventù... che siete voi?...", si chiede un giovane Carlo Quinto, destinato a diventare un Grande Re di Spagna, nel terzo atto dell'Ernani di Giuseppe Verdi.
Per sua fortuna, formulata a dovere la domanda, ha pronta la risposta; e si risponde così:
" Cimbe natanti sovra il mar degli anni, cui l'onda batte d'incessanti affanni."
Cimbe? Cossa xe ste cimbe? Cosa saranno mai, codeste cimbe?
Passi per tutto il resto, oscuro come può essere oscuro solo un libretto d'opera, ma le cimbe proprio non riesco a trovarle da nessuna parte, con buona pace dell'autore dei versi, il fedele servitore di Verdi che risponde al nome di Francesco Maria Piave.
Alla fine, quando ormai non speravo più di risolvere la questione, mi viene in soccorso non un dizionario ma un programma di sala della Scala, stagione 1981-82:
" Cimbe: piccole navi, navicelle."
Ah, ecco. Meno male, che non ci dormivo la notte...

sabato 26 dicembre 2009

Il Presepio

Il presepio è un simbolo così semplice e così comprensibile che non avrei mai creduto di dover avere dei problemi nel parlarne: avrei voluto metterlo qui per Natale ma proprio non ci sono riuscito, e me ne scuso.
Quando la politica mette le mani sui simboli, soprattutto quelli che sono di tutti, è sempre triste; quando poi lo si fa in questo modo, con la rozzezza e la violenza in cui lo si è fatto in queste ultime settimane, per di più insultando il Vescovo di Milano, la tristezza diventa grande. E la tristezza non si addice al Natale, ma intanto io sono qui che guardo le mie statuine con pensieri tristi, e dubito che passi. Non passerà presto, questo è certo.
Ho ancora negli occhi quel signore, alto dirigente di CL, che in tv diceva che Gesù non è nato povero, era figlio di un artigiano e quindi di famiglia benestante. C’è del vero in questa affermazione, ma come nasce Gesù lo sappiamo tutti, in una stalla, tra povera gente, e la sua famiglia è stata respinta da tutti. Oltretutto, il tono con cui venivano dette queste affermazioni era quello di chi spiega, sorridendo ma con una certezza che non ammette dubbi, che Gesù non uno straccione qualsiasi, anzi. Mancava solo che dicesse: Gesù era brianzolo, protettore delle piccole imprese.
Lì vicino, il monaco Enzo Bianchi, priore di Bose in Piemonte, strabuzzava gli occhi e non credeva alle sue orecchie; ma è una persona educata, non si è alzato mandando a quel paese l’altro signore, ma ha spiegato quello che dovremmo davvero sapere tutti, se osiamo chiamarci Cristiani: non solo Gesù nasce povero, ma i pastori erano disprezzati, a quel tempo. I pastori vivono in mezzo alle pecore, e nel lavorare si sporcano e puzzano, proprio come le pecore. Si sa che il disprezzo per la gente che lavora è purtroppo molto antico; ma è a loro, ai pastori, che l’Angelo si rivolge per accogliere Cristo: ai pastori, e non alla Confartigianato.
La scena del presepio è presente in uno solo dei quattro Vangeli, quello di Luca.
Luca 2, 1-21 Nascita di Gesù e visita dei pastori
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nàzaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta.
Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo. C'erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l'angelo disse loro: « Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia ». E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste che lodava Dio e diceva: « Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama ».
Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: « Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere ». Andarono dunque senz'indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore.
I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro. Quando furon passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima di essere concepito nel grembo della madre.
testo da “La Sacra Bibbia” della CEI (Conferenza Episcopale Italiana) “editio princeps 1971”
PS: Non è ancora passato un anno da quando questo Papa, Benedetto XVI, papa Ratzinger, teologo conservatore, è andato a pregare – da Cristiano - in una moschea: le spiegazioni del gesto hanno riempito pagine e pagine di giornali, ma in tv se ne è parlato poco. Il senso si può riassumere così: “Pace in terra agli uomini di buona volontà”, e gli uomini di buona volontà possono anche non essere cristiani. La stessa cosa aveva fatto il Papa precedente, Giovanni Paolo II, papa Woytila, polacco, anticomunista: e con tutte le religioni. Le foto e i filmati di questi incontri sono su internet, sui libri, basta cercarle. Il Vescovo di Milano, il lombardissimo Cardinal Tettamanzi, non ha fatto che leggere quello che c’è scritto sul Vangelo: il Cristianesimo è questo ed esiste da duemila anni, se non si vuole essere Cristiani che lo si dica apertamente.
PPS: L’affresco della Natività è di Bernardino Luini.

venerdì 25 dicembre 2009

Cristalli

- Siamo come cristalli, - spiegò il ragazzo con bontà - un niente ci incrina. E ci diamo botte tremende l'un l'altro.
(Achille Campanile, da "Manuale di conversazione", il racconto "Solo per l'eternità")

giovedì 24 dicembre 2009

La forza dell'amore

Anch'io sono un autore, anzi un Autore con la maiuscola: ho qui anche un bel soggetto per uno sceneggiato tv, e ne approfitto per raccontarlo. Eccolo qua.
Un uomo apre, su una piazzuola della statale, un banco di fruttivendolo. Gli affari vanno piuttosto bene, ma ecco che arrivano i vigili e chiedono informazioni al nostro fruttivendolo (come potremmo chiamarlo? Silvano? Ma sì, Silvano), che ovviamente non ha la licenza per trasmettere (pardon, per vendere). I vigili gli contestano molte e cospicue violazioni della legge, e minacciano di chiudergli il banchetto; ma Silvano è amico del sindaco, che richiama i vigili all'ordine. Così facendo, il banchetto di frutta e verdura prospera, e Silvano diventa sempre più ricco e potente, fino ad avere una catena di negozi e di supermercati. Né valgono le indagini della Finanza: il Sindaco sistema anche quelli. Ma, un brutto giorno, il buon Sindaco cade in disgrazia e muore; a Silvano non resta che rimboccarsi le maniche e scendere in campo, fondando una lista civica. I sudditi felici lo votano e Silvano ora è il nuovo Sindaco... Una saga che si può riempire di personaggi e di particolari, per molte puntate.
Fondamentale e spettacolare, per esempio, la scena nella prima puntata nella quale Silvano insulta i vigili gridandogli "fascisti" (o, magari, vista la bassa estrazione culturale di Silvano: “cattocomunisti!”) e i vigili stanno per arrestarlo, come farebbero con ogni cittadino comune in quelle circostanze, ma vengono fermati dall'arrivo degli elicotteri del Sindaco. Eccetera: si può andare avanti per molte puntate, magari anche per venti o venticinque anni. Il titolo è come una canzone di Enzo Jannacci, “La forza dell’amore” (ovvero: “Iersera pioveva”).
Buona visione, e ovviamente sappiate che è tutto rigorosamente frutto della mia fantasia, e che cose del genere in un paese civile e di grande storia democratica come l'Italia non sono mai accadute e mai potrebbero accadere.

mercoledì 23 dicembre 2009

Brave new world

L'alba diventa un'ora
che stenti a riconoscere nel grigio
di ogni altra cosa.
L'alba diventa l'ora
del negro che pulisce il grande mostro
ancora addormentato - rari occhi
gli si aprono confusi, qui e là -
dalle immondizie.
L'alba diventa un'ora inesistente
e maledetta: esiste l'orologio.
L'alba diventa l'ora degli uccelli
superstiti.
(Danilo DOLCI - da "Il limone lunare", 1968)


("Brave new world" è un romanzo di Aldous Huxley, molto adatto a questa alba di XXI secolo)