lunedì 9 novembre 2009

Il destino, probabilmente

IFIGENIA: Io domandai un segno,
se dovevo restare.
TOANTE: Il segno è che tu
sei ancora qui.
(Goethe, Ifigenia in Tauride, atto 1 scena 3 )

Ma i fatti (o gli dèi?) daranno torto al barbaro re scita Toante. Del resto, chi di noi sa interpretare veramente i segni che il destino (o Qualcun Altro) ci mette davanti ad ogni nostro passo?

domenica 8 novembre 2009

Che sia ben chiaro

- De mon coeur soyez soveraine!
- Va ! Je préfère ma chaine !
- Qu'un doux hymène a vous m'enchaine !
- Va !
- Vous verrez un plus beau jour.
- Va ! je préfère cette tour.

Luigi Cherubini, dall'opera "Lodoïska" (Parigi 1791)
(libretto di Claude F. Fillette-Loraux)

Lodoiska spiega chiaramente al perfido Durlinski, che le offre di essere sovrana del suo cuore, di preferirgli le catene che ha addosso. Allora Durlinski si fa poetico: "Che un dolce imene a voi m'incateni..." La risposta è un tantino secca. Durlinski non si scompone: arriverà un giorno migliore... (in francese, giorno e torre fanno rima: al salotto di Durlinski, Lodoiska preferisce la torre in cui è prigioniera).

sabato 7 novembre 2009

Fascio


Una spiga da sola non fa forza; tante spighe legate insieme fanno un bastone, qualcosa con cui far leva, il manico di un’ascia. Il simbolo del fascio si spiega con facilità, anche se il disegno in sè è sempre poco chiaro; ed è l’ennesimo simbolo positivo che poi si trova ad essere frainteso e traviato.
Conosco questa spiegazione perché me l’hanno detta i miei vecchi: per chi è nato negli anni ’20 e ’30, in Italia, l’educazione fascista era obbligatoria e non si poteva scappare né svicolare: a scuola, tutti in divisa da balilla o da giovane italiana, e via con l’indottrinamento a martello. Molti conservano un buon ricordo di quei tempi, e li capisco perché i princìpi di base erano buoni, così come buono era il simbolo di partenza; ma mi chiedo come mai ci sia ancora chi non si sappia distinguere tra il principio in sè e la sua applicazione pratica.
Prendiamo il motto numero uno: Dio, Patria e Famiglia. Santo Cielo! La disastrosa campagna di Russia, la perdita dell’Istria e di Fiume, le truppe mandate alla sconfitta in Albania e in Grecia, i racconti stupefatti dei nostri fanti ad El Alamein davanti all’organizzazione militare vera dei tedeschi e degli inglesi, le leggi razziali, le stragi di civili in Libia e in Etiopia, la disfatta dell’8 settembre 1943, la fuga del re, la svendita dell’Italia del Nord ai nazisti con la RSI, morti e feriti, macerie e distruzione... No, meglio dimenticarselo, il fascismo: se solo lo si potesse fare. Almeno c’era la scusa che una volta la gente era ignorante, ma non per sua colpa; oggi essere ignoranti significa proprio non voler sapere né vedere. Il Fascio Littorio viene dall’antica Roma, e all’antica Roma, una romanità d’accatto, fanno capo tutti i simboli fascisti, dall’aquila imperiale in giù: a significare una grandezza militare che era solo cialtroneria e slogan, parole al vento, alpini con le suole di cartone mandati a sicura morte in Ucraina. Ma sull’antica Roma penso che sia facile reperire informazioni, e bene o male a scuola tutti ne abbiamo studiato la storia. In ogni caso, l’antica Roma fu davvero una potenza militare e culturale: una cosa ben diversa dall’Italietta fascista.
Il simbolo del fascio, l’unione fa la forza, tutti insieme per lavorare meglio, sembrerebbe una cosa di sinistra: e infatti Mussolini lo prese dal suo passato di socialista, il movimento dei Fasci Siciliani.

Ecco cosa ne dice wikipedia:
« I Fasci siciliani (anche Fasci Siciliani dei Lavoratori) furono un movimento di massa di ispirazione democratica e socialista, nato in Sicilia fra il proletariato contadino, minatori ed operai dal 1891 al 1893. Fu sopito solo dopo un intervento militare. Sull'esempio dei fasci operai nati nell'Italia centro-settentrionale, il movimento fu un tentativo di riscatto delle classi meno abbienti, inizialmente formato dal proletariato urbano ed a cui si aggiunsero braccianti agricoli, "zolfatai" (minatori), lavoratori della marineria ed operai. Essi protestavano sia contro la proprietà terriera siciliana, sia contro lo Stato che appoggiava apertamente la classe benestante. La società siciliana era allora parecchio arretrata, il feudalesimo pur se abolito (dagli stessi aristocratici illuminati) agli inizi del XIX secolo aveva condizionato la distribuzione delle terre e quindi delle ricchezze. L'unità d'Italia dall'altro lato, non aveva portato i benefici sociali sperati ed il malcontento covava fra i ceti più umili. Il movimento chiedeva fondamentalmente delle riforme, soprattutto fiscali ed una più radicale nell'ambito agrario, che permettesse una revisione dei patti agrari (abolizione delle gabelle) e la redistribuzione delle terre.
I Fasci furono ufficialmente fondati il 1 maggio del 1891, a Catania e guidati da Giuseppe de Felice Giuffrida. Il movimento era però nato in maniera spontanea già alcuni anni prima a Messina. A questo fece seguito il Fascio di Palermo (29 giugno 1892) guidato da Rosario Garibaldi Bosco e la costituzione del Partito dei Lavoratori Italiani (agosto 1892). A questi due fasci se ne aggiunsero altri e già a fine 1892 il movimento si era diffuso in tutto il resto dell'isola con sedi in tutti i capoluoghi tranne Caltanissetta. Il 20 gennaio 1893 a Caltavuturo (PA) 500 contadini di ritorno dall'occupazione simbolica di terre di demanio vengono dispersi da soldati e carabinieri con i fucili e tredici manifestanti cadono vittime. Al massacro di Caltavuturo seguono numerose manifestazioni di solidarietà da parte dei Fasci e sul piano nazionale e tendono ad aumentare l'esasperazione dello scontro sociale.
Il 21 e 22 maggio 1893 si tiene il congresso di Palermo vi parteciparono 500 delegati di quasi 90 Fasci e circoli socialisti. Venne eletto il Comitato Centrale, composto da nove membri: Giacomo Montalto per la provincia di Trapani, Nicola Petrina per la provincia di Messina, Giuseppe De Felice Giuffrida per la provincia di Catania, Luigi Leone per la provincia di Siracusa, Antonio Licata per la provincia di Girgenti, Agostino Lo Piano Pomar per la provincia di Caltanissetta, Rosario Garibaldi Bosco, Nicola Barbato e Bernardino Verro per la provincia di Palermo. L'apice del movimento fu raggiunto nell'autunno del 1893, quando il movimento organizzò scioperi in tutta l'isola e tentò un'effimera insurrezione. La società siciliana fu sconvolta, ovunque si ebbero violenti scontri sociali, ed il movimento dettò le proprie condizioni alla proprietà terriera per il rinnovo dei contratti.
In questo contesto il presidente del consiglio Francesco Crispi, siciliano, nel tentativo di ristabilire l'ordine ascoltò le sole istanze dei possidenti, ed adottò la linea dura con un intervento militare. Il movimento fu sciolto e i capi vennero arrestati dal Commissario Regio Roberto Morra di Lavriano. Il 30 maggio il tribunale militare di Palermo condannò Giuseppe de Felice Giuffrida a 18 anni di carcere, Rosario Bosco, Nicola Barbato e Bernardino Verro a 12 anni di carcere quali capi e responsabili dei Fasci siciliani. L'on. de Felice fu difeso in sede giudiziaria dall' avvocato siciliano G.B. Impallomeni. Nel 1895 con un atto di amnistia venne concessa la clemenza a tutti i condannati in seguito ai fatti dei Fasci siciliani.
Si concludeva così in modo violento il primo vero movimento organizzato contro i proprietari fondiari, e di emancipazione delle classi più umili. »

PS: il dipinto è "Le spigolatrici" di Millet; il fascio di di spighe e di fiori l'ho trovato in un catalogo di fiorista su internet ma ho perso l'indirizzo (e me ne dispiace molto, è davvero bello).
PPS: Non c’entra con il discorso sui simboli, ma ho notato che su internet ogni volta che si fa il nome di Giorgio Bocca, anche su un blog minuscolo, prima o poi arriva il commento di disturbo: “Bocca fu fascista!” : viene da pensare che ci sia dietro un’organizzazione capillare, sistematica e anche molto paziente. Anche Bocca è nato negli anni ’20, come Enzo Biagi, come Dario Fo, come tanti altri antifascisti di destra, di sinistra e di centro; l’essere fascista a quei tempi era obbligatorio e quasi inevitabile, va a grande merito di Bocca e di tutti gli altri l’aver abbandonato il fascismo prima di aver raggiunto la maggiore età.


venerdì 6 novembre 2009

La triplice cinta druidica


Ho giocato spesso con la trea, o tria: è la tavola da gioco che si trova sul retro della scacchiera tradizionale, e in casa l’abbiamo tutti. Non avrei mai pensato che ci fosse dietro tutta questa storia; quando mi capitò fra le mani il libro di René Guénon, uno dei più grandi studiosi di Storia delle Religioni, non credevo ai miei occhi e – lo ammetto – davanti a un’illustrazione che riproduceva un oggetto così familiare era impossibile non ridere, e la risata mi sorse spontanea. Eppure...
René Guénon Simboli della Scienza sacra ed. Adelphi
cap. 10, La triplice cinta druidica
Paul Le Cour ha segnalato, in « Atlantis » (luglio-agosto 1928), un curioso simbolo tracciato su una pietra druidica scoperta verso il 1800 a Suèvres (Loir-et-Cher), che era stata precedentemente studiata da E.C. Florance, presidente della Società di Storia naturale e di Antropologia del Loir-et-Cher. Questi pensa addirittura che la località ove fu trovata la pietra potrebbe essere stato il luogo della riunione annuale dei druidi, che secondo Cesare era situato ai confini del paese dei Carnuti. La sua attenzione fu attirata dal fatto che si trova lo stesso segno su un sigillo d'un oculista gallo-romano, rinvenuto verso il 1870 a Villefranche-sur-Cher (Loir-et-Cher); ed espresse il parere che esso potesse rappresentare una triplice cinta sacra.
Questo simbolo è effettivamente costituito da tre quadrati concentrici, legati fra di loro da quattro linee ad angolo retto (fig. 7).Nel momento stesso in cui usciva l'articolo di « Atlantis », veniva segnalata a Florance l'esistenza del medesimo simbolo inciso su una grossa pietra di basamento di un contrafforte della chiesa di Sainte-Gemme (Loir-et-Cher), pietra che sembra d'altronde di provenienza anteriore alla costruzione della chiesa, e che potrebbe risalire anch'essa al druidismo.
È sicuro del resto che, come molti altri simboli celtici, e in particolare quello della ruota, questa figura è rimasta in uso fino al Medioevo, giacché Charbonneau-Lassay l'ha rilevata tra i 'graffiti ' del torrione di Chinon, assieme a un'altra non meno antica, formata da otto raggi e circoscritta da un quadrato (fig. 8), che si trova sul 'betilo' di Kermaria studiato da J. Loth e al quale abbiamo già avuto occasione di alludere altrove. Le Cour informa che il simbolo del triplice quadrato si trova anche a Roma, nel chiostro di San Paolo, del secolo XIII, e che, d'altra parte, non era conosciuto nell'antichità soltanto dai Celti, poiché egli stesso l'ha notato parecchie volte sull'Acropoli di Atene, sulle lastre del Partenone e su quelle dell'Eretteo.
L'interpretazione del simbolo in questione come figura di una triplice cinta ci pare assai giusta; e Le Cour stabilisce a questo proposito un collegamento con ciò che dice Platone, il quale, parlando della metropoli degli Atlantidi, descrive il palazzo di Poseidone come un edificio al centro di tre cinte concentriche collegate fra di loro da canali, il che costituisce effettivamente una figura analoga a quella in questione, però circolare anziché quadrata.
Ora, quale può essere il significato di queste tre cinte? Abbiamo subito pensato che dovesse trattarsi di tre gradi di iniziazione, sicché il loro insieme avrebbe rappresentato, in certo modo, la figura della gerarchia druidica; e il fatto che la medesima figura si trovi anche altrove indicherebbe che esistevano, in altre forme tradizionali, delle gerarchie costituite sullo stesso modello, cosa questa perfettamente normale.
La divisione dell'iniziazione in tre gradi è d'altronde la più frequente e, potremmo dire, quella fondamentale; tutte le altre rappresentano in definitiva, rispetto a essa, soltanto delle suddivisioni o degli sviluppi più o meno complicati. Ci ha fornito quest'idea l'essere venuti una volta a conoscenza di documenti i quali, in certi sistemi massonici di alti gradi, descrivono questi gradi precisamente come altrettante cinte successive tracciate intorno a un punto centrale; sicuramente, tali documenti sono incomparabilmente meno antichi dei monumenti di cui si parla qui, ma si può ugualmente trovarvi un'eco di tradizioni a essi molto anteriori, e in ogni caso ci fornivano nella circostanza un punto di partenza per interessanti accostamenti.
È opportuno notar bene che la spiegazione che ne proponiamo non è per nulla incompatibile con certe altre, come quella accolta da Le Cour, secondo la quale le tre cinte si riferirebbero ai tre cerchi dell'esistenza riconosciuti dalla tradizione celtica; questi tre cerchi, che si ritrovano sotto altra forma nel cristianesimo, sono d'altronde la stessa cosa dei ' tre mondi ' della tradizione indù.
In quest'ultima, d'altra parte, i cerchi celesti sono talvolta rappresentati come altrettante cinte concentriche circondanti il Méru, cioè la Montagna sacra che simboleggia il 'Polo' o l"Asse del Mondo', ed è anche questa una notevolissima concordanza.
Lungi dall'escludersi, le due spiegazioni si accordano perfettamente, e si potrebbe anche dire che in un certo senso coincidono, giacché, se si tratta d'iniziazione reale, i suoi gradi corrispondono ad altrettanti stati dell'essere, e sono questi stati che tutte le tradizioni descrivono come altrettanti mondi diversi, perché si deve tenere ben presente che la ' localizzazione ' ha soltanto carattere simbolico.
Abbiamo già spiegato, a proposito di Dante, come i cieli siano propriamente delle `gerarchie spirituali ', cioè dei gradi d'iniziazione, e va da sé che essi si riferiscono al tempo stesso ai gradi dell'esistenza universale, poiché, come dicevamo allora,' in virtù dell'analogia costitutiva del Macrocosmo e del Microcosmo, il processo iniziatico riproduce rigorosamente il processo cosmogonico.
Aggiungeremo che, in linea di massima, è proprio di ogni interpretazione veramente iniziatica di non essere mai esclusiva, ma, al contrario, di abbracciare sinteticamente tutte le altre interpretazioni possibili; è per questa ragione inoltre che il simbolismo, con i suoi significati molteplici e sovrapposti, è il mezzo di espressione normale di ogni vero insegnamento iniziatico.
Grazie a questa stessa spiegazione, il senso delle quattro linee disposte a forma di croce che collegano le tre cinte diventa immediatamente chiaro: sono dei canali, attraverso i quali l'insegnamento della dottrina tradizionale si comunica dall'alto in basso, a partire dal grado supremo che ne è il depositario, distribuendosi gerarchicamente negli altri gradi.
La parte centrale della figura corrisponde dunque alla « fonte d'insegnamento » di cui parlano Dante e i` Fedeli d'Amore', e la disposizione cruciforme dei quattro canali che ne dipartono li identifica ai quattro fiumi del Pardes.
A tale proposito, conviene osservare che tra le due forme circolare e quadrata della figura delle tre cinte c'è un'importante sfumatura da notare: esse si riferiscono rispettivamente al simbolismo del Paradiso terrestre e a quello della Gerusalemme celeste, secondo quanto abbiamo spiegato in una nostra opera. Infatti, vi è sempre analogia e corrispondenza tra l'inizio e la fine di qualunque ciclo, ma, alla fine, il cerchio è sostituito dal quadrato, e ciò indica la realizzazione di quella che gli ermetisti designavano simbolicamente come « quadratura del cerchio »:'o la sfera, che rappresenta lo sviluppo delle possibilità mediante espansione del punto primordiale e centrale, si trasforma in un cubo quando questo sviluppo è completo ed è raggiunto l'equilibrio finale per il ciclo considerato."
Applicando specificamente queste considerazioni alla questione che ora ci occupa, diremo che la forma circolare deve rappresentare il punto di partenza di una tradizione, ed è proprio questo il caso dell'Atlantide, e la forma quadrata il suo termine, che corrisponde alla costituzione di una forma tradizionale derivata. Nel primo caso, il centro della figura sarebbe allora la fonte della dottrina, mentre, nel secondo, ne sarebbe più propriamente il serbatoio, avendo qui l'autorità spirituale soprattutto una funzione di conservazione; ma, naturalmente, il simbolismo della « fonte d'insegnamento » si applica a entrambi i casi." Dal punto di vista del simbolismo numerico, bisogna ancora notare che l'insieme dei tre quadrati costituisce il duodenario. Disposti altrimenti (fig. 9), questi tre quadrati, ai quali s'aggiungono pure quattro linee in croce, costituiscono la figura nella quale gli antichi astrologi inscrivevano lo zodiaco; tale figura era considerata d'altronde quella della Gerusalemme celeste con le sue dodici porte, tre per ogni lato, e vi è in ciò un rapporto evidente con il significato che abbiamo appena indicato per la forma quadrata. Ci sarebbero senza dubbio ancora molti altri accostamenti da esaminare, ma pensiamo che queste poche note, per quanto incomplete, contribuiranno già a portar qualche lume sulla misteriosa questione della triplice cinta druidica.
(da René Guénon "Simboli della Scienza sacra" ed. Adelphi)

mercoledì 4 novembre 2009

Nuovi criminali (1)

Il discorso filava così bene che alla fine ho trovato il coraggio e gliel’ho chiesto.
- Ti dispiace se scendo con te e poi continuiamo il discorso in stazione, per un po’?
- No, non mi dispiace: anzi, per me va bene.
Lei aveva diciassette anni e mezzo, io un po’ di più ma mica poi tanti. Era molto bella, del tipo che si vede nei dipinti dei preraffaelliti inglesi, però bionda chiara, con gli occhi verdi, alta e sottile. Non so cosa faccia adesso, e non ho sue notizie da quasi vent’anni; la chiacchierata di quella sera – un 31 ottobre, se non ricordo male – era andata bene, ma la storia non ebbe seguito. Per me era un momento particolare, delicato: se Rita mi avesse detto di sì la mia vita avrebbe preso un’altra strada, e di sicuro oggi non sarei qui a scrivere, avrei avuto cose più serie di cui occuparmi. Però così non è andata, e ormai me ne sono fatto una ragione.
Il motivo per cui porto qui la mia piccola storia è questo: quel giorno ho fatto dieci minuti “a sbafo” sul treno. Rita abitava una decina di chilometri oltre la stazione a cui io dovevo scendere: il bigliettaio lo sapeva, mi è passato vicino, mi ha guardato, ha capito tutto, e ha fatto finta di niente. In ogni caso, avrei ben potuto pagare la differenza e la multa, poco più che simbolica.
Oggi no, oggi essere su un treno sprovvisto di regolare biglietto – pardon, “documento di viaggio” – è considerato un atto criminale, una truffa in piena regola e premeditata, e la punizione è una multa severissima, anche 50 euro, o 100, più il prezzo del biglietto: nel mio caso, una pena di oltre dieci volte il prezzo della corsa.
Mi sono chiesto: da che mondo è mondo, i treni si sono sempre presi al volo, di corsa, all’improvviso. Soprattutto se hai vent’anni e su quel treno c’è una ragazza meravigliosa che ti invita: “Noi andiamo al mare. Perché non vieni con noi?” E il treno sta per partire, non c’è tempo di andare a comperare il biglietto, quel treno sta partendo proprio adesso ed è un’occasione che non puoi mancare.
Per tutta una vita, per tutto un secolo, per l’eternità, sui treni di tutto il mondo ci sono state scene come queste che sto raccontando: oggi si verrebbe pesantemente multati, forse anche denunciati, invitati a scendere. Addirittura, se si fa resistenza, il treno non parte: multati e penalizzati tutti i passeggeri, anche quelli in regola che avrebbero diritto di arrivare in orario (succede, succede...).
Mi chiedo chi si sia inventato queste regole, e ho già le risposte pronte: smetto di chiedermelo, e invece penso a come sia stato possibile arrivare a complicarci la vita in questo modo. Mi chiedo, soprattutto, come sia stato possibile, nel giro di pochi anni, complicare il mondo in questo modo senza che nessuno si ribellasse. La risposta a questa mia riflessione, quando ne ho parlato in giro, è stata fredda e gelida: “Sarebbe meglio se tutti pagassero il biglietto.” Ed era ovvio, lo davo per scontato in partenza...C’è forse bisogno di discutere su queste cose?
Ho sempre pagato il biglietto, io: tranne quel giorno. E la vita è già abbastanza dura e penosa, non c’è bisogno di complicarla ancora di più (avete notato che sui mezzi pubblici non ci sono quasi più handicappati e persone anziane?)

martedì 3 novembre 2009

Svastica


Nella nostra vita quotidiana usiamo parole, segni e simboli che pensiamo di conoscere, che ci sembrano familiari. In questi casi, ho imparato a non fidarmi della troppa familiarità con segni e simboli, e con le parole: consultare un dizionario, cercare un’etimologia, avere sottomano un buon libro, è sempre utile e spesso indispensabile.
Comincio con uno dei simboli più famosi, la svastica: la prima sorpresa è che uno dei più grandi studioso di Storia delle Religioni, René Guénon, ne parla al maschile: lo svastica.
E’ una parola antichissima, un simbolo che si può vedere addosso al Dalai Lama, e che io ho trovato al Museo di Heraklion, a Creta, su un vaso dell’epoca minoica. Può stupire, ma è un simbolo in origine positivo: Guénon ci ricorda però che esistono due tipi di svastica, e invita a fare attenzione al senso di rotazione. (Per capire bene questo concetto, se non ci avete mai pensato, forse vi conviene provare ad aprire e chiudere un vasetto di marmellata: o di sottaceti, secondo quello che più vi piace.)

da “Simboli della Scienza sacra” di René Guénon, editore Adelphi.
capitolo VIII: L'idea del Centro nelle tradizioni antiche
(...) Lo swastika è lungi dall'essere un simbolo esclusivamente orientale come si crede talora; in realtà, è uno di quelli più generalmente diffusi, e lo si incontra quasi dappertutto, dall'Estremo Oriente all'Estremo Occidente, poiché esiste persino tra certi popoli indigeni dell'America del Nord.
Al giorno d'oggi, è conservato soprattutto nell'India e nell'Asia centrale e orientale, e probabilmente solo in quelle regioni se ne conosce ancora il vero significato; tuttavia anche in Europa non è interamente scomparso. In Lituania e in Curlandia, i contadini tracciano ancora questo segno nelle loro case; molto probabilmente non ne conoscono più il senso e vi scorgono solo una specie di talismano protettore; ma la cosa forse più curiosa è che essi gli danno il suo nome sanscrito di swastika.
Nell'antichità, troviamo questo segno in particolare tra i Celti e nella Grecia pre-ellenica; e, sempre in Occidente, come ha detto Charbonneau-Lassay, esso fu anticamente uno degli emblemi di Cristo, e restò in uso come tale fin verso la fine del Medioevo. Come il punto al centro del cerchio e come la ruota, questo segno risale incontestabilmente alle ere preistoriche; e da parte nostra non esitiamo a scorgervi un vestigio della tradizione primordiale.
Ma non abbiamo ancora esaurito la serie dei significati del Centro: se esso è anzitutto un punto di partenza, è anche un punto d'arrivo; tutto è derivato da esso, e tutto deve alla fine ritornarvi. Poiché tutte le cose esistono grazie al Principio e non potrebbero sussistere senza di esso, dev'esserci tra questo e quelle un legame permanente, raffigurato dai raggi che uniscono il centro con tutti i punti della circonferenza; ma tali raggi possono essere percorsi nei due sensi : dal centro alla circonferenza, e dalla circonferenza, di ritorno, verso il centro. Si direbbero due fasi complementari, la prima delle quali è rappresentata da un movimento centrifugo e la seconda da un movimento centripeto; queste due fasi possono esser paragonate a quelle della respirazione, secondo un simbolismo al quale si riferiscono spesso le dottrine indù; e, d'altra parte, vi si ritrova anche un'analogia non meno notevole con la funzione fisiologica del cuore.
Infatti, il sangue parte dal cuore, si diffonde per tutto l'organismo vivificandolo, poi ritorna al cuore; la funzione di quest'ultimo come centro organico è dunque veramente completa e corrisponde esattamente all'idea che dobbiamo farci, in modo generale, del Centro nella pienezza del suo significato.
Tutti gli esseri, che dipendono dal loro Principio in tutto quel che sono, devono, consciamente o inconsciamente, aspirare a ritornare verso di esso; questa tendenza al ritorno verso il Centro possiede anche, in tutte le tradizioni, la sua rappresentazione simbolica.
Vogliamo parlare dell'orientazione rituale, che è propriamente la direzione verso un centro spirituale, immagine terrestre e sensibile del vero “Centro del Mondo”; l'orientazione delle chiese cristiane non ne è in fondo che un caso particolare e si riferisce essenzialmente alla stessa idea, comune a tutte le religioni. Nell'Islam, quest'orientazione (qibla) è quasi la materializzazione, se così possiamo dire, dell'intenzione (niyya) in forza della quale tutte le potenze dell'essere devono esser dirette verso il Principio divino; e si potrebbero facilmente trovare molti altri esempi.
Ci sarebbe molto da dire su tale questione; avremo senza dubbio altre occasioni di tornarvi sopra nel seguito di questi studi; ci accontentiamo quindi, per il momento, di accennare brevemente all'ultimo aspetto del simbolismo del Centro. In sintesi, il Centro è al tempo stesso il principio e la fine di tutte le cose; è, secondo un simbolismo conosciutissimo, l'alpha e l'omega. Meglio ancora, è il principio, il mezzo e la fine; e questi tre aspetti sono rappresentati dai tre elementi del monosillabo Aum, al quale Charbonneau-Lassay aveva alluso in quanto emblema di Cristo e la cui associazione allo swastika, tra i segni del monastero dei Carmelitani di Loudun, ci sembra particolarmente significativa.
Infatti, questo simbolo, molto più completo dell'alpha e dell'omega, e suscettibile di assumere significati che potrebbero dar luogo a sviluppi pressoché indefiniti, è, per una delle concordanze più straordinarie che si possano incontrare, comune all'antica tradizione indù e all'esoterismo cristiano del Medioevo; e, in entrambi i casi, è ugualmente e per eccellenza un simbolo del Verbo, che è realmente il vero 'Centro del Mondo'.

(...) Una delle figure più sorprendenti, nelle quali si riassumono le idee che abbiamo appena esposto, è quella dello swastika (figg. 5 e 6), che è essenzialmente il “segno del Polo”; pensiamo per altro che finora nell'Europa moderna non se ne sia mai fatto conoscere il vero significato.
Si è cercato vanamente di spiegare questo simbolo con le teorie più fantasiose, giungendo addirittura a vedervi lo schema di uno strumento primitivo destinato alla produzione del fuoco; in verità, se esso ha talvolta un certo rapporto con il fuoco, è per tutt'altra ragione.
Il più delle volte, se n'è fatto un segno “solare”, cosa che esso è potuto divenire soltanto accidentalmente e in modo abbastanza indiretto; potremmo ripetere qui quel che dicevamo prima a proposito della ruota e del punto al centro del cerchio.
I più vicini alla verità sono stati quelli che hanno ritenuto lo swastika un simbolo “del movimento”, ma anche questa interpretazione è insufficiente, poiché non si tratta di un movimento qualunque, ma di un movimento di rotazione che si compie intorno a un centro o a un asse immutabile; ed è precisamente il punto fisso l'elemento essenziale a cui si riferisce direttamente il simbolo in questione.
Gli altri significati sono tutti derivati da quello : il Centro imprime il movimento a ogni cosa e, siccome il movimento rappresenta la vita, lo swastika diventa per ciò un simbolo della vita, o, più esattamente, della funzione vivificante del Principio in rapporto all'ordine cosmico.
Se confrontiamo lo swastika con la figura della croce inscritta nella circonferenza (fig. 2), possiamo renderci conto che sono, in fondo, due simboli equivalenti; ma la rotazione, invece di esser rappresentata dal tracciato della circonferenza, è indicata nello swastika soltanto dalle linee aggiunte alle estremità dei bracci della croce e formanti con essi degli angoli retti; queste linee
sono delle tangenti alla circonferenza, che segnano la direzione del movimento nei punti corrispondenti. Poiché la circonferenza rappresenta il Mondo, il fatto che essa sia per così dire sottintesa indica assai chiaramente che lo swastika non è una figura del Mondo, bensì dell'azione del Principio in rapporto al Mondo.
Se si riferisce lo swastika alla rotazione di una sfera quale la sfera celeste intorno al suo asse, occorre supporla tracciata nel piano equatoriale, e allora il punto centrale sarà la proiezione dell'asse su questo piano, che gli è perpendicolare. In quanto al senso della rotazione indicata dalla figura, la sua importanza è soltanto secondaria; di fatto, si incontrano entrambe le forme da noi sopra riprodotte, e questo senza che sia necessario vedervi sempre un'intenzione di stabilire fra di esse una qualche opposizione?
Sappiamo bene che, in certi paesi e in certe epoche, si sono potuti produrre degli scismi i cui seguaci hanno volontariamente dato alla figura un'orientazione contraria a quella in uso nell'ambiente da cui si separavano, per affermare il loro antagonismo con una manifestazione esteriore; ma questo non intacca minimamente il significato essenziale del simbolo, che rimane lo stesso in tutti i casi.

note
6. La parola swastika è, in sanscrito, la sola che serva a designare in tutti i casi il simbolo in questione; il termine sauwastika, che taluni hanno applicato a una delle due forme per distinguerla dall'altra (che allora sarebbe l'unico vero swastika), è in realtà soltanto un aggettivo derivato da swastika, e indica ciò che si riferisce a questo simbolo o ai suoi significati.
7. La stessa osservazione si potrebbe fare per altri simboli, e in particolare per il monogramma di Cristo costantiniano, nel quale la P è talvolta rovesciata; talvolta si è pensato che bisognasse allora considerarla un segno dell'Anticristo; questa intenzione può effettivamente esser esistita in certi casi, ma ve ne sono altri in cui è manifestamente impossibile ammetterla (nelle catacombe, per esempio). Allo stesso modo, il “quatre de chiffre” corporativo, che del resto è soltanto una modificazione di questa medesima P del monogramma di Cristo [si veda, sotto, il cap. 67], è indifferentemente volto nell'un senso o nell'altro, senza che si possa nemmeno attribuire questo fatto a una rivalità fra corporazioni o al loro desiderio di distinguersi, poiché si trovano le due forme nei segni appartenenti a una stessa corporazione.
8. Non alludiamo qui all'uso del tutto artificiale dello swastika, in particolare da parte di taluni gruppi politici tedeschi, che ne hanno fatto con totale arbitrio un segno di antisemitismo, con il pretesto che tale emblema sarebbe proprio della presunta 'razza ariana'; questa è pura fantasia.
9. Il lituano è d'altronde, fra tutte le lingue indoeuropee, quella che ha una maggiore somiglianza col sanscrito.
10. Esistono diverse varianti dello swastika, per esempio una forma a bracci curvi (simile a due S incrociate), che abbiamo già visto in particolare su una moneta gallica. D'altra parte, certe figure che hanno conservato un carattere puramente decorativo, come quella cui si dà il nome di 'greca', sono all'origine derivate dallo swastika.
da “Simboli della Scienza sacra” di René Guénon, editore Adelphi.

domenica 1 novembre 2009

Il mondo prima di Berlusconi



Attenzione alla data: 1989. Berlusconi c’era già, ma a quei tempi bastava cambiar canale.
(Un omaggio a Enzo Biagi, soprattutto.)


- Quando si è accorto che esistevano le donne?
- (!) Ma che bella domanda che dà soddisfazione alla risposta! Avercela bella anche quella! Diciamo, questa è una risposta che si consuma nella domanda: “quando ti sei accorto che c’erano le donne…” Ma quando mi sono accorto che c’era il resto del mondo, caro signor Biagi! La donna… ma mi mette una parola in bocca che non solo riempie la bocca, che riempie proprio tutta l’otorinolaringoiatria del corpo umano, perché la donna… ! Si vive solo per la donna, io personalmente penso, non le dovrei dire direttamente queste cose, dovrebbero sempre venire indirette ma non riesco ad andare sotto la metafora, sotto un simbolo, una cosa! E’ la donna, diciamo… penso d’avere forse vissuto solo per la donna, è l’unica cosa che m’ha attratto, ma molto più dell’uomo, molto più del cane, molto più del…dei…
- Dei tramonti?
- Dei tramonti, dei panorami, che non me ne interessa niente, ma un panorama con una donna in mezzo diventa un panorama, un panorama femminile, ma, ma…
- Che cosa la attrae soprattutto in quel paesaggio?
- Ecco, diciamo, delle donne, uno si innamora ma non c’è la parola spiegazionale per questo agglomerato fisico e dell’anima e del creato umano, che poi, ecco, gli volevo dire che m’è venuto che quando dicevo che noi si cantava con questi poeti, noi si cantava con l’Ariosto, del quale le ottave sulle donne erano meravigliose, dell’Orlando Furioso, non so se lei se le ricorda: “Le donne han fatto tal mirabil cose / che l’uom di loro niuna si ricorda…” Tutte quelle ottave che l’Ariosto dedica alla donna nel cervello e nel corpo, dal quale ovviamente noi ne siamo attratti da questo cosa qua e, là, lò, mi viene proprio delle impuntature su questo argomento perché non so che cosa , e con quale espressione del viso potrei fare presente la risposta a questa domanda.

- Lei alle donne che cosa ha dedicato?
- Ma, diciamo così, dedicato, non è che ho fatto delle dediche alle donne…
- Dei versi.
- Dei versi, delle canzoni, sì, ma qui verrebbe da rispondere banalmente “tutto”, ma insomma, effettivamente, credo che non ho mai pensato all’uomo quando che ho scritto una cosa, o recitato. Quando ride una donna, signor Biagi, non è la risata dell’uomo: la risata della donna nasce proprio dalla profondità dell’essere, ci ha uno stimolo e un movimento di nervi e di sensi che l'uomo...
- Un terremoto.
- Che l’uomo non se lo sogna, che lo si vede anche a teatro, quando si fanno quelle serate volgarmente dette seratacce, quando ci sono le donne che ridono in prima fila è un altro… La donna è proprio l’immagine di Dio, la donna che ride, ecco, gli organi genitali intendo, che nella Cabala hanno scoperto che sono l’immagine di Dio, proprio la cosa più sacra, che per gli organi genitali noi usiamo quei brutti termini, che li ammazziamo, li facciamo passare male, li deturpiamo, ecco, in qualche maniera, invece sono per natura votati alla riproduzione, alla fedeltà, all’amore, sono proprio l’immagine di Dio, e le donne più di tutti hanno quest’immagine di Dio dentro di sé. Perché, diciamo, le donne hanno misteriorizzato più dell’uomo quest’immagine (…) ho scritto anche, come tutti gl’imbecilli del mondo, delle poesie (…)


- Mi dica Benigni, se non sono indiscreto, come le corteggia le donne? Le fa ridere…
- Ma io gli salto addosso, è sempre stata una mi’ tecnica, diretta, perché, nel senso, è sempre stata una tecnica diretta, perché quando vedo una donna che mi piace io proprio gli vado a toccare la veste per andare a sentire l’odore della carnagione, quel bel termine italiano, “l’incarnato”, la carnagione, che è, diciamo, mi piace proprio buttarmici a corpo morto, e a mente viva, diciamo, nel sentimento della donna. Il mio sistema di corteggiamento è sempre stato piuttosto brutale, che non è come l’umorismo, non ci aveva delle vie di mezzo,
- Lei non allude.
- Non alludo, no: ci vo diretto, ho sempre voluto far sapere quali fossero le intenzioni.
- E che risposte ha trovato? Capivano o no?
- No.
- Non capivano?
- No! E a me m’hanno rovinato le donne, infatti: troppo poche… (…)



- Ma c’è una domanda che vorrei farle, dopo questo suo elogio alle donne. Lei una volta è andato a un convegno di femministe e ha esordito dicendo: “Buonasera, brutte maiale”…
- Sì, è vero, è vero…
- E come andò a finire?
- Mi hanno rotto una costola. In senso che era una festa delle donne, un otto marzo. Quale omaggio maggiore, volevo dire, “buonasera brutte maiale” era, secondo me, è difficile dire, ma, come atto d’amore (…) mi sembrava anche un bel verso, “buonasera brutte maiale” (…) l’ho detto proprio buttandomi nella vita.
- E loro hanno reagito con cordialità?
- Con cordialità no, perché loro sono salite sul palcoscenico e mi hanno dato una ginocchiata, non so in che punto mi volevano prendere ma io mi sono piegato, mi hanno preso nelle costole e io sono caduto in terra e sono svenuto, e da allora ho sempre salutato “Buonasera signorina”.
(Enzo Biagi intervista Roberto Benigni, da “Linea diretta”, Rai1, marzo 1989)