«Un paio di settimane fa, nelle foreste del Galles, ho raccolto delle foglie di rovo. C’è una piccola vespa che si ciba di queste foglie, e quando è ancora un bruco si annida nella foglia. Crescendo, il bruco si distacca dalla foglia lasciando una traccia del suo passaggio. Tutta la sua infanzia, dalla nascita all’adolescenza, è segnata su queste foglie. E’ come un’antica mappa. Le mappe ti dicono dove sei stato, dove sei, e - se hai un po’ di fortuna – dove stai andando. Quando l’insetto raggiunge il bordo della foglia, si trasforma: diventa adulto e vola via. Ciascuna di queste foglie può essere definita la mappa di un’esistenza che non è più lì.»
(Peter Greenaway, intervista tv, giugno 1992)
Greenaway era destinato a diventare un avvocato, un medico, al più un insegnante come la mamma- tutte occupazioni considerate "buone" in Galles.
«Quando si accorsero che a quindici anni ero appassionato di pittura e che era una cosa seria, i miei si preoccuparono perché era considerata un lavoro inutile per la salute e la felicità. La mia famiglia, dal lato di mio padre, era molto radicata nel paesaggio rurale inglese. Ecologisti è una parola troppo moderna per definirli, certo è che la loro conoscenza della natura era enorme. Mio nonno coltivava rose, era un capo giardiniere nelle periferie dell'Epping Forest in Essex e prima di lui suo padre, il mio bisnonno, viveva in un cottage nella foresta. Mio padre era un appassionato birdwatcher e io sono cresciuto identificando gli uccelli solo dal loro suono. Credevo che ogni bambino avesse la stessa conoscenza, fu una sorpresa scoprire che la maggior parte della gente non sa nemmeno la differenza tra un piccione e un passero. Tutta la famiglia di mio padre aveva invece quella sapienza, ottenuta dall'osservazione costante e dal rapporto continuo con la vita e il lavoro nei campi e nelle foreste. (...)»
( da un’intervista a Peter Greenaway, La Repubblica 29 giugno 2008 )
«Mio padre era un ornitologo, un grande naturalista. Anche se è morto da vent’anni, vivono in me i ricordi di tutte le cose che mi ha insegnato. Al momento non pensavo di avere immagazzinato tante informazioni, ma poi ho capito, nel tempo, di aver ricevuto quasi come per osmosi un vasto patrimonio di notizie e di immagini. Sono sempre sorpreso di vedere gente che non distingue un passero da un piccione: gente che però riconosce subito anche da un dettaglio la differenza tra una Ford e una Volvo.»
(Peter Greenaway, dal Corriere della Sera 3.3.1995)
giovedì 7 luglio 2011
mercoledì 6 luglio 2011
Tenebrione
"Tenebrione" è una parola che impressiona. Cosa sarà mai, un tenebrione? Un composto chimico, un condottiero ateniese, o magari un soprannome in napoletano, del genere “Antonio ‘o tenebrione”? Niente di tutto questo, e già vedo i pescatori che ridacchiano: ma solo quelli con la lenza.
Il tenebrione è un insetto, un piccolo coleottero che infesta il frumento; ha una larva che somiglia a un piccolo drago (un drago snello e sinuoso, vermiforme) e che interessa ai pescatori con la lenza perché piace molto ai pesci. A dire il vero, me l’ero dimenticato: sono quarant’anni che non vado a pescare e ormai credevo che la larva del tenebrione fosse il classico cagnottone bianco, invece no. Rivedere il piccolo drago, e la sua pupa molto simile a quella delle vespe, mi ha perfino mosso al sorriso: non perché mi piaccia pescare, ma perché mi ha fatto tornare alla memoria una persona cara che non c’è più. I pescatori e i cacciatori di una volta, non quelli di oggi, erano persone serie e competenti: molte delle mie nozioni di entomologia e di natura in generale vengono proprio da loro. Per intenderci, sto parlando della Lombardia: la zona che va da Milano verso nord, e che una volta, prima della speculazione edilizia, era un posto dove si poteva andare a caccia e a pesca, con ottimi risultati. Il lago di Como, oggi, non ha quasi più alborelle; l’agone e il pesce persico vengono importati da fuori (ma guai a dirlo, se gli tocchi i missultìtt i comaschi si offendono), e già trent’anni fa l’amico di cui parlo mi aveva detto che andare a caccia qui in giro non aveva più senso. Trent’anni fa.
Ma qui mi fermo, per non diventare troppo triste; aggiungo la fotografia di un drago vero (una foto scattata da Paolo Uccello, nella quale si vede San Giorgio in persona) e anche qualche notizia sul misterioso tenebrione, presa da due siti diversi: http://www.amiciinsoliti.it/ e il sito della Novartis, grande industria chimica. Da questi due siti vengono anche le foto dei tenebrioni, che spero non facciano troppa impressione alle persone sensibili (sembra di guardare “Alien”...).
Tenebrionidi: a questa famiglia di coleotteri appartengono almeno quattro specie che vengono più o meno frequentemente allevate come cibo per "animali insoliti". Si tratta di fatto di specie infestanti, che nei loro paesi d'origine generano grossi danni intaccando le derrate alimentari, ovvero fungendo da vettori per svariate infezioni nella zootecnia. L'esponente più noto, il Tenebrio molitor, è anche detto "larva della farina" ed è il più diffuso e bistrattato animaletto che possiamo allevare come cibo per i nostri beniamini. In origine era anche il solo allevato e quindi ha procurato non pochi problemi agli animali che se ne nutrivano. Sono certo che tutti voi avete avuto a che fare almeno con questo insetto, che in quanto a semplicità d'allevamento è senz'altro il numero uno e che, anche per prolificità, non scherza (i grilli però lo battono). In questo capitolo vi riferirò le mie esperienze dirette con due dei tre tenebrionidi d'interesse (Tenebrio molitor e Zophobas morio), riferendovi quanto ho letto sul terzo (Alphitobius diaperinus). Riguardo al Tribolium confusum ho infine deciso di dedicargli una paginetta a sè, perchè poco noto e ancor meno diffuso tra i terrariofili. (...)
Le crisalidi del tenebrio molitor, spesso sottovalutate poichè poco mobili, sono una vera golosità per molte tartarughe acquatiche, infatti in acqua tendono a galleggiare. Infine la polpa delle larve (specialmente di quelle che si apprestano a diventare crisalidi) è appetita da molti girini e dagli Hymenochirus adulti (peraltro anche i miei pesci ne vanno matti). Insomma nulla è sprecato, persino il coleottero adulto, nonostante la sua corazza chitinosa, è una leccornia per sauri deserticoli (guarda caso molte specie di tenebrionidi vivono appunto in regione desertiche). UNA PRECAUZIONE IMPORTANTE: proprio nel caso di terrari desertici è stato riportato di casi in cui larve sfuggite al predatore e interratesi sono poi penetrate nottetempo nell'animale, attraverso l'apertura cloacale cominciando a divorarselo dall'interno. Devo dire che a me non è mai successo, eppure qualche larva mi è scappata nella teca sia ai tempi dei ramarri, che in seguito con le Pogone, comunque meglio prevenire. Secondo me si corre questo rischio se la larva non trova proprio altro da mettere in pancia per cui si potrebbe lasciare un pezzetto di patata in un angolo della teca a mo' di "salvasauro".
Zophobas morio: noto ai più come "kaimano" per la sua propensione a mordere, è la versione jumbo del tenebrio avendo dimensioni doppie (le foto qui di fianco non sono in scala con quelle sopra), le larve in effetti si assomigliano molto, mentre i coleotteri adulti son ben diversi a riprova del fatto che la loro "parentela" è lontana. Si tratta di animali tropicali dell'America centrale che richiedono temperature intorno ai 26-28 gradi per svilupparsi agevolmente inoltre, se il mantenimento è simile a quello dei Tenebrio, la loro riproduzione fa storia a sé. E' assai difficile infatti che le larve adulte di questa specie compiano la metamorfosi in crisalide spontaneamente, a me è successo solo durante l'estate "africana" del 2003. Gli insetti acquistati spesso hanno vita breve (si dice che vengano irradiati per impedire una eventuale infestazione) e, se non usati come cibo, cominciano a morire uno dopo l'altro. (...) Finalmente, dopo circa quattro settimane sgusceranno gli adulti, che, inizialmente chiari, passeranno dal colore rossastro al nero nel giro di 2-3 giorni. (...) Poichè i coleotteri adulti possono vivere per molti mesi, quando si ritiene che le larve in un contenitore siano abbastanza si possono spostare gli adulti in uno nuovo. Ciò risulta utile anche perchè ho notato un'attività predatoria delle larve sulle uova per cui ad un certo punto non osserverete nuove nascite (le larve avranno tutte la stessa taglia).
Alphitobius diaperinus: noto negli USA come "Buffalo", si tratta di un tenebrionide di misure intermedie (larva 1 cm, coleottero di poco meno), considerato un vero flagello in zootecnia perchè infesta gli allevamenti di pollame nutrendosi di escrementi e trasmettendo ai polli (che a loro volta se li mangiano) svariati batteri parassiti (es la Salmonella). In aggiunta amano scavarsi gallerie nel legno per cui alla lunga indeboliscono anche le infrastrutture. Se dopo questa presentazione da incubo volete ancora allevarli sappiate che, a differenza del Tribolium, questa specie si riesce a trovare in commercio. Per quanto riguarda l'allevamento ricordatevi di tenere ben chiuso il coperchio del loro contenitore (regola d'oro anche per tutte le specie precedenti) perchè questo tenebrionide svolazza più volentieri degli altri due. (...) L'Alphitobius diaperinus (più conosciuto come tenebrione) rappresenta uno dei problemi più importanti negli allevamenti, soprattutto di avicoli. È un coleottero originario dei tropici. Lungo 5 - 7 mm, è di colore marrone scuro - nero ed ha una vita media di un anno. Larve ed adulti rifuggono dalla luce: prediligono luoghi bui, lettiere umide e calde. Gli adulti benché dotati di ali, raramente volano, ma si muovono agevolmente nei locali di ricovero, prevalentemente di notte.
I tenebrioni si possono trovare un po' in tutti i tipi di allevamenti ma rappresentano un grosso problema soprattutto negli allevamenti avicoli: rappresenta il serbatoio di numerosi patogeni che possono causare gravi malattie quali la malattia di Newcastle, di Marek, la borsite infettiva e può trasmettere il virus dell'influenza aviaria, E. Coli, Salmonella ed alcune tenie. I pulcini di broilers e di tacchino ne sono golosi: ricercano attivamente nella lettiera le larve e gli adulti e se ne cibano. Nei primi 10 giorni di vita, un piccolo broiler ne ingerisce fino a 450, mentre il tacchinotto fino a 200, seppure ci sia a disposizione l'alimento. Ciò porta a disomogeneità nella crescita del gruppo.
Inoltre, importanti sono i danni alle strutture: con la migrazione, le larve scavano nei pannelli isolanti dei ricoveri che vengono fortemente danneggiati, arrivando fino ad avere e gravi problemi di coibentazione e possibili cedimenti strutturali. L'entità del danno può essere tale da determinare la sostituzione dei materiale di isolamento nel giro di pochi anni.
notizie e immagini dal sito internet della Novartis e da http://www.amiciinsoliti.it/
Il San Giorgio col drago è opera di Paolo Uccello (1397-1475)
Il tenebrione è un insetto, un piccolo coleottero che infesta il frumento; ha una larva che somiglia a un piccolo drago (un drago snello e sinuoso, vermiforme) e che interessa ai pescatori con la lenza perché piace molto ai pesci. A dire il vero, me l’ero dimenticato: sono quarant’anni che non vado a pescare e ormai credevo che la larva del tenebrione fosse il classico cagnottone bianco, invece no. Rivedere il piccolo drago, e la sua pupa molto simile a quella delle vespe, mi ha perfino mosso al sorriso: non perché mi piaccia pescare, ma perché mi ha fatto tornare alla memoria una persona cara che non c’è più. I pescatori e i cacciatori di una volta, non quelli di oggi, erano persone serie e competenti: molte delle mie nozioni di entomologia e di natura in generale vengono proprio da loro. Per intenderci, sto parlando della Lombardia: la zona che va da Milano verso nord, e che una volta, prima della speculazione edilizia, era un posto dove si poteva andare a caccia e a pesca, con ottimi risultati. Il lago di Como, oggi, non ha quasi più alborelle; l’agone e il pesce persico vengono importati da fuori (ma guai a dirlo, se gli tocchi i missultìtt i comaschi si offendono), e già trent’anni fa l’amico di cui parlo mi aveva detto che andare a caccia qui in giro non aveva più senso. Trent’anni fa.
Ma qui mi fermo, per non diventare troppo triste; aggiungo la fotografia di un drago vero (una foto scattata da Paolo Uccello, nella quale si vede San Giorgio in persona) e anche qualche notizia sul misterioso tenebrione, presa da due siti diversi: http://www.amiciinsoliti.it/ e il sito della Novartis, grande industria chimica. Da questi due siti vengono anche le foto dei tenebrioni, che spero non facciano troppa impressione alle persone sensibili (sembra di guardare “Alien”...).
Tenebrionidi: a questa famiglia di coleotteri appartengono almeno quattro specie che vengono più o meno frequentemente allevate come cibo per "animali insoliti". Si tratta di fatto di specie infestanti, che nei loro paesi d'origine generano grossi danni intaccando le derrate alimentari, ovvero fungendo da vettori per svariate infezioni nella zootecnia. L'esponente più noto, il Tenebrio molitor, è anche detto "larva della farina" ed è il più diffuso e bistrattato animaletto che possiamo allevare come cibo per i nostri beniamini. In origine era anche il solo allevato e quindi ha procurato non pochi problemi agli animali che se ne nutrivano. Sono certo che tutti voi avete avuto a che fare almeno con questo insetto, che in quanto a semplicità d'allevamento è senz'altro il numero uno e che, anche per prolificità, non scherza (i grilli però lo battono). In questo capitolo vi riferirò le mie esperienze dirette con due dei tre tenebrionidi d'interesse (Tenebrio molitor e Zophobas morio), riferendovi quanto ho letto sul terzo (Alphitobius diaperinus). Riguardo al Tribolium confusum ho infine deciso di dedicargli una paginetta a sè, perchè poco noto e ancor meno diffuso tra i terrariofili. (...)
Le crisalidi del tenebrio molitor, spesso sottovalutate poichè poco mobili, sono una vera golosità per molte tartarughe acquatiche, infatti in acqua tendono a galleggiare. Infine la polpa delle larve (specialmente di quelle che si apprestano a diventare crisalidi) è appetita da molti girini e dagli Hymenochirus adulti (peraltro anche i miei pesci ne vanno matti). Insomma nulla è sprecato, persino il coleottero adulto, nonostante la sua corazza chitinosa, è una leccornia per sauri deserticoli (guarda caso molte specie di tenebrionidi vivono appunto in regione desertiche). UNA PRECAUZIONE IMPORTANTE: proprio nel caso di terrari desertici è stato riportato di casi in cui larve sfuggite al predatore e interratesi sono poi penetrate nottetempo nell'animale, attraverso l'apertura cloacale cominciando a divorarselo dall'interno. Devo dire che a me non è mai successo, eppure qualche larva mi è scappata nella teca sia ai tempi dei ramarri, che in seguito con le Pogone, comunque meglio prevenire. Secondo me si corre questo rischio se la larva non trova proprio altro da mettere in pancia per cui si potrebbe lasciare un pezzetto di patata in un angolo della teca a mo' di "salvasauro".
Zophobas morio: noto ai più come "kaimano" per la sua propensione a mordere, è la versione jumbo del tenebrio avendo dimensioni doppie (le foto qui di fianco non sono in scala con quelle sopra), le larve in effetti si assomigliano molto, mentre i coleotteri adulti son ben diversi a riprova del fatto che la loro "parentela" è lontana. Si tratta di animali tropicali dell'America centrale che richiedono temperature intorno ai 26-28 gradi per svilupparsi agevolmente inoltre, se il mantenimento è simile a quello dei Tenebrio, la loro riproduzione fa storia a sé. E' assai difficile infatti che le larve adulte di questa specie compiano la metamorfosi in crisalide spontaneamente, a me è successo solo durante l'estate "africana" del 2003. Gli insetti acquistati spesso hanno vita breve (si dice che vengano irradiati per impedire una eventuale infestazione) e, se non usati come cibo, cominciano a morire uno dopo l'altro. (...) Finalmente, dopo circa quattro settimane sgusceranno gli adulti, che, inizialmente chiari, passeranno dal colore rossastro al nero nel giro di 2-3 giorni. (...) Poichè i coleotteri adulti possono vivere per molti mesi, quando si ritiene che le larve in un contenitore siano abbastanza si possono spostare gli adulti in uno nuovo. Ciò risulta utile anche perchè ho notato un'attività predatoria delle larve sulle uova per cui ad un certo punto non osserverete nuove nascite (le larve avranno tutte la stessa taglia).
Alphitobius diaperinus: noto negli USA come "Buffalo", si tratta di un tenebrionide di misure intermedie (larva 1 cm, coleottero di poco meno), considerato un vero flagello in zootecnia perchè infesta gli allevamenti di pollame nutrendosi di escrementi e trasmettendo ai polli (che a loro volta se li mangiano) svariati batteri parassiti (es la Salmonella). In aggiunta amano scavarsi gallerie nel legno per cui alla lunga indeboliscono anche le infrastrutture. Se dopo questa presentazione da incubo volete ancora allevarli sappiate che, a differenza del Tribolium, questa specie si riesce a trovare in commercio. Per quanto riguarda l'allevamento ricordatevi di tenere ben chiuso il coperchio del loro contenitore (regola d'oro anche per tutte le specie precedenti) perchè questo tenebrionide svolazza più volentieri degli altri due. (...) L'Alphitobius diaperinus (più conosciuto come tenebrione) rappresenta uno dei problemi più importanti negli allevamenti, soprattutto di avicoli. È un coleottero originario dei tropici. Lungo 5 - 7 mm, è di colore marrone scuro - nero ed ha una vita media di un anno. Larve ed adulti rifuggono dalla luce: prediligono luoghi bui, lettiere umide e calde. Gli adulti benché dotati di ali, raramente volano, ma si muovono agevolmente nei locali di ricovero, prevalentemente di notte.
I tenebrioni si possono trovare un po' in tutti i tipi di allevamenti ma rappresentano un grosso problema soprattutto negli allevamenti avicoli: rappresenta il serbatoio di numerosi patogeni che possono causare gravi malattie quali la malattia di Newcastle, di Marek, la borsite infettiva e può trasmettere il virus dell'influenza aviaria, E. Coli, Salmonella ed alcune tenie. I pulcini di broilers e di tacchino ne sono golosi: ricercano attivamente nella lettiera le larve e gli adulti e se ne cibano. Nei primi 10 giorni di vita, un piccolo broiler ne ingerisce fino a 450, mentre il tacchinotto fino a 200, seppure ci sia a disposizione l'alimento. Ciò porta a disomogeneità nella crescita del gruppo.
Inoltre, importanti sono i danni alle strutture: con la migrazione, le larve scavano nei pannelli isolanti dei ricoveri che vengono fortemente danneggiati, arrivando fino ad avere e gravi problemi di coibentazione e possibili cedimenti strutturali. L'entità del danno può essere tale da determinare la sostituzione dei materiale di isolamento nel giro di pochi anni.
notizie e immagini dal sito internet della Novartis e da http://www.amiciinsoliti.it/
Il San Giorgio col drago è opera di Paolo Uccello (1397-1475)
martedì 5 luglio 2011
Lucertola
Come si fa a prendere una lucertola che ti entra in casa dal balcone e poi slitta sul pavimento, e che è anche così piccola che ti sguscia fra le dita? Ci provo due volte, poi per superare la situazione di stallo tiro fuori di tasca il fazzoletto, e finalmente la prendo. Avvolta nel fazzoletto, la lucertola non sguscia più fra le dita (è davvero piccola, poco più che neonata); il mio timore è che mi lasci la coda in mano, ma non succede. Succede invece questo: che appena torna ad intravedere il balcone si tuffa fuori dalla mia mano (io volevo appoggiarla delicatamente verso la siepe o su un cespuglio) si getta nel verde con un tuffo clamoroso, roba da olimpiadi: era esattamente quello che voleva, tornare a casa il più velocemente possibile, uscire da quest’incubo liscio e pietrificato in cui si era cacciata, maledetta curiosità...
La mano e la fotografia non sono mie, e anche la lucertola non è la stessa: le ho prese da internet, sono di miriam 1980 flickr.com/photos/miriam1980/
La mano e la fotografia non sono mie, e anche la lucertola non è la stessa: le ho prese da internet, sono di miriam 1980 flickr.com/photos/miriam1980/
lunedì 4 luglio 2011
Formiche
“Non lasciare in giro le briciole che poi vengono le formiche”, mi dice ancora oggi mia mamma: ma le formiche in realtà sono imperscrutabili, non si sa mai perché ti entrano in casa. Di solito, il momento peggiore è agli inizi della primavera, quando ancora c’è poco da mangiare in giro, le scorte per l’inverno sono finite, e ci sono da nutrire le formiche appena nate: allora dal formicaio partono gli esploratori, gli scout, i trackers, quelli che vanno in cerca di cibo.
Può darsi che l’esploratore sia un po’ sprovveduto, stordito: passa vicino alla pattumiera e non vede niente, ma si innamora perdutamente del tubo di scarico del lavandino e va subito a chiamare rinforzi pensando di avere trovato un tesoro. Invece magari c’era solo una briciola, un grumo di salsa o di marmellata: mentre l’eroico esploratore va a cercare aiuti per portar via tutto quel ben di Dio, voi fate pulizia e quando arriva la pattuglia le formiche non trovano più niente, eppure era qui, ma dove sarà finito il tesoro? Nel dubbio cercano e cercano, "sono sicuro che era qui", chiamano altre formiche in soccorso, la fila di formiche s’ingrossa, ne nasce una carneficina e uno spargimento di veleni, e tutto questo per niente. Potessimo parlargli, comunicare con loro, io alle formiche gli metterei lì un osso di pollo, un po’ di marmellata che ha preso la muffa, anche roba buona se è il caso. Invece no, siamo in balia di piccoli esploratori magari inesperti, e poi ci tocca far guerra.
Un mio ricordo preciso da bambino è la bottiglietta di succo d’albicocca ormai vuota e dimenticata sul balcone, che si riempiva inaspettatamente di formiche, formiche a dozzine, venute da chissà dove, alcune gloriosamente annegate come ubriachi in una botte di mosto o di birra, ma da dove venivano tutte queste formiche che prima non ce n’era nessuna? La prima volta che mi è capitato ero rimasto a bocca aperta, la seconda e terza volta l’ho fatto apposta, la quarta volta è venuta mia mamma e mi ha sgridato: “Non lasciare sempre le bottigliette in giro, se no poi si riempie il balcone di formiche!”
LE FORMICHE
Somiglia, ciascuna, alla cifra 3. E quante ce n'è, quante!
Ce n'è 3333333333... all'infinito.
(Jules Renard, “Storie naturali”, ed. BUR Rizzoli 1959)
PS: le formiche dei cartoons sono ovviamente opera di Johnny Hart, per il fumetto B.C., e vengono dal mensile Linus, che usciva negli anni '70; la foto qui sopra invece è mia, ma siccome come fotografo sono molto scarso devo spiegare cosa vi succede, che è questo: delle pesche troppo mature lasciate su un tavolino, mi dimentico di pulire, il giorno dopo trovo un laghetto di succo di pesca e le formiche all'abbeverata. Se il fotografo (cioè io) fosse stato all'altezza dell'evento, magari mi avrebbero dato il Pulitzer...
Può darsi che l’esploratore sia un po’ sprovveduto, stordito: passa vicino alla pattumiera e non vede niente, ma si innamora perdutamente del tubo di scarico del lavandino e va subito a chiamare rinforzi pensando di avere trovato un tesoro. Invece magari c’era solo una briciola, un grumo di salsa o di marmellata: mentre l’eroico esploratore va a cercare aiuti per portar via tutto quel ben di Dio, voi fate pulizia e quando arriva la pattuglia le formiche non trovano più niente, eppure era qui, ma dove sarà finito il tesoro? Nel dubbio cercano e cercano, "sono sicuro che era qui", chiamano altre formiche in soccorso, la fila di formiche s’ingrossa, ne nasce una carneficina e uno spargimento di veleni, e tutto questo per niente. Potessimo parlargli, comunicare con loro, io alle formiche gli metterei lì un osso di pollo, un po’ di marmellata che ha preso la muffa, anche roba buona se è il caso. Invece no, siamo in balia di piccoli esploratori magari inesperti, e poi ci tocca far guerra.
Un mio ricordo preciso da bambino è la bottiglietta di succo d’albicocca ormai vuota e dimenticata sul balcone, che si riempiva inaspettatamente di formiche, formiche a dozzine, venute da chissà dove, alcune gloriosamente annegate come ubriachi in una botte di mosto o di birra, ma da dove venivano tutte queste formiche che prima non ce n’era nessuna? La prima volta che mi è capitato ero rimasto a bocca aperta, la seconda e terza volta l’ho fatto apposta, la quarta volta è venuta mia mamma e mi ha sgridato: “Non lasciare sempre le bottigliette in giro, se no poi si riempie il balcone di formiche!”
LE FORMICHE
Somiglia, ciascuna, alla cifra 3. E quante ce n'è, quante!
Ce n'è 3333333333... all'infinito.
(Jules Renard, “Storie naturali”, ed. BUR Rizzoli 1959)
PS: le formiche dei cartoons sono ovviamente opera di Johnny Hart, per il fumetto B.C., e vengono dal mensile Linus, che usciva negli anni '70; la foto qui sopra invece è mia, ma siccome come fotografo sono molto scarso devo spiegare cosa vi succede, che è questo: delle pesche troppo mature lasciate su un tavolino, mi dimentico di pulire, il giorno dopo trovo un laghetto di succo di pesca e le formiche all'abbeverata. Se il fotografo (cioè io) fosse stato all'altezza dell'evento, magari mi avrebbero dato il Pulitzer...
domenica 3 luglio 2011
Gli elefanti di Pompeo
Capita spesso, ancora oggi, di imbattersi in qualcuno che dice “la differenza fra noi gli animali è”: e si aggiunge la coscienza, la capacità di sorridere, la capacità di elaborare, tante altre cose. Di cose da dire ne avrei tante, ma ne scrivo qui una sola: che dicendo “differenza” si sottintende, sempre, la nostra superiorità. Cosa della quale non sono mai stato tanto certo, fin da quando ero piccolo e osservavo il lavoro delle api e delle formiche.
....La nuova prossimità con gli animali avrà pure dato luogo al boom commerciale di prodotti specifici, ma soprattutto a un appariscente cambio di paradigma mentale: oggi infatti ci si stupisce di più al pensiero dell'atteggiamento ottocentesco e novecentesco, che incorporava le battute di caccia grossa e il grande massacro degli animali, che non di fronte al sentimento di vicinanza, o di convivenza, con le bestie. Ma è un sentimento, una condivisione, che viene da lontano e appartiene alla memoria dell'umanità. Viene dal paradiso terrestre, prima del frutto proibito. Ma c'è anche in epoca storica: ancora la Nussbaum racconta che nel 55 avanti Cristo il generale romano Pompeo organizzò un combattimento tra uomini ed elefanti. «Accerchiati nell'arena, gli animali capirono di non avere alcuna speranza di fuga. Allora, secondo Plinio, essi cercarono di attirarsi la compassione degli spettatori con atteggiamenti indescrivibili, e li supplicarono come piangessero la propria sorte con una sorta di lamentazione. Gli spettatori, mossi a pietà e rabbia dalla loro situazione, si alzarono a insultare Pompeo: sentendo, scrive Cicerone, che gli elefanti hanno "qualcosa in comune" con la razza umana». Qualcosa in comune: l'emozione, la paura, l'irrequietezza, il dolore.
Il vaticanista Filippo Di Giacomo dice che avverte ancora un brivido quando ricorda il funerale di Raymond Dupas, il parroco che reggeva il seminario di Malole a Kananga (nel Congo), e aveva accompagnato nella formazione sacerdotale il giovane Albert Malula, destinato a diventare il primo vescovo africano. In quei lunghi pomeriggi africani, il parroco Dupas amava accudire la tribù dei suoi animali: sei cani, e poi vari pappagalli che imitavano la sua voce, perfino la sua tosse, e quando lo vedevano gli cantavano l'inno nazionale congolese. Senza contare i gatti, i tacchini, i polli, i colombi, due manguste. Allorché il carro funebre si avvicinò al rettilineo davanti al seminario, tutta la tribù animale si sollevò sulle zampe, alzò la testa, e cominciò un lamento corale, ciascuno con il suo verso, un pianto che non si interruppe se non quando l'auto con la bara attraversò i padiglioni e raggiunse il cimitero, fuori dalla vista di quelle bestie "amiche".
(da un articolo di E.Berselli, 15 giugno 2006, L'Espresso)
Ho cercato Raymond Dupas su un paio di motori di ricerca, ma non mi è uscito niente. Però Don Filippo Di Giacomo, sacerdote e giornalista, è commentatore di tematiche religiose per numerose testate tra cui il quotidiano l'Unità: se è lo stesso di cui si parla nell’articolo, un giorno o l’altro gli mando una mail.
....La nuova prossimità con gli animali avrà pure dato luogo al boom commerciale di prodotti specifici, ma soprattutto a un appariscente cambio di paradigma mentale: oggi infatti ci si stupisce di più al pensiero dell'atteggiamento ottocentesco e novecentesco, che incorporava le battute di caccia grossa e il grande massacro degli animali, che non di fronte al sentimento di vicinanza, o di convivenza, con le bestie. Ma è un sentimento, una condivisione, che viene da lontano e appartiene alla memoria dell'umanità. Viene dal paradiso terrestre, prima del frutto proibito. Ma c'è anche in epoca storica: ancora la Nussbaum racconta che nel 55 avanti Cristo il generale romano Pompeo organizzò un combattimento tra uomini ed elefanti. «Accerchiati nell'arena, gli animali capirono di non avere alcuna speranza di fuga. Allora, secondo Plinio, essi cercarono di attirarsi la compassione degli spettatori con atteggiamenti indescrivibili, e li supplicarono come piangessero la propria sorte con una sorta di lamentazione. Gli spettatori, mossi a pietà e rabbia dalla loro situazione, si alzarono a insultare Pompeo: sentendo, scrive Cicerone, che gli elefanti hanno "qualcosa in comune" con la razza umana». Qualcosa in comune: l'emozione, la paura, l'irrequietezza, il dolore.
Il vaticanista Filippo Di Giacomo dice che avverte ancora un brivido quando ricorda il funerale di Raymond Dupas, il parroco che reggeva il seminario di Malole a Kananga (nel Congo), e aveva accompagnato nella formazione sacerdotale il giovane Albert Malula, destinato a diventare il primo vescovo africano. In quei lunghi pomeriggi africani, il parroco Dupas amava accudire la tribù dei suoi animali: sei cani, e poi vari pappagalli che imitavano la sua voce, perfino la sua tosse, e quando lo vedevano gli cantavano l'inno nazionale congolese. Senza contare i gatti, i tacchini, i polli, i colombi, due manguste. Allorché il carro funebre si avvicinò al rettilineo davanti al seminario, tutta la tribù animale si sollevò sulle zampe, alzò la testa, e cominciò un lamento corale, ciascuno con il suo verso, un pianto che non si interruppe se non quando l'auto con la bara attraversò i padiglioni e raggiunse il cimitero, fuori dalla vista di quelle bestie "amiche".
(da un articolo di E.Berselli, 15 giugno 2006, L'Espresso)
Ho cercato Raymond Dupas su un paio di motori di ricerca, ma non mi è uscito niente. Però Don Filippo Di Giacomo, sacerdote e giornalista, è commentatore di tematiche religiose per numerose testate tra cui il quotidiano l'Unità: se è lo stesso di cui si parla nell’articolo, un giorno o l’altro gli mando una mail.
sabato 2 luglio 2011
«Ho ascoltato tutti, adesso basta»
«Ho ascoltato tutti, adesso basta: decido io» è una frase che è stata detta in questi giorni da Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio di questa sciagurata Italia ormai da molti anni. L’ha detta in un contesto preciso, quello della protesta dei residenti all’inizio dei lavori sulla linea TAV in Piemonte, val di Susa e dintorni.
«Ho ascoltato tutti, adesso basta: decido io» è una frase che ho ascoltato spesso nella mia vita, in diverse varianti e in diversi contesti: quasi sempre la dice chi non ha argomenti né competenze, ma vuol andare avanti lo stesso. In casa mia, per rimanere nel piccolo e senza allargare troppo l’argomento, l’ho sentita dire da artigiani chiamati a fare dei lavori, idraulici, falegnami. Mio padre magari diceva all’idraulico, o al falegname, “stia attento che in quell’angolo il muro non è perfettamente a piombo”, e il falegname sbuffava, ridacchiava, faceva una faccia alla “cosa vuoi saperne tu”, diceva che non c’era problema, e poi al momento opportuno si fermava esterrefatto: eh no, bisognava ricominciare da capo. Il muro non era a piombo, chi l’avrebbe mai detto: se il muro fosse stato perfetto, allora sì.
Mio padre si arrabbiava molto, quando trovava gente così; e in seguito mi sono arrabbiato anch’io, diventato adulto ho imparato presto a riconoscere i fanfaroni dalle persone serie. Le persone serie ti ascoltano e poi dicono “vediamo”. Di solito, hanno anche modi e atteggiamenti diversi dai fanfaroni: parlano poco, per esempio.
La questione della linea TAV si è sovrapposta, in quegli stessi giorni, all’exploit del parlamentare leghista Speroni, che si è filmato mentre andava a 316 Km all’ora sulle autostrade tedesche: alla richiesta di spiegazioni, ha detto tutto contento che a lui piace, che in Germania non ci sono i limiti di velocità sulle autostrade, e che aveva comperato apposta una macchinona così e così, che diamine. Gli toccherà mica andare piano, adesso che ha il macchinone? Certo che no, prego si accomodi.
Il fatto di Speroni mi ha quantomeno aiutato a chiarire definitivamente un dubbio: ebbene sì, la linea TAV è un gigantesco giocattolo, come le macchinone e le moto grosse grosse, e a noi giocare con le macchinone ci piace un casino. La linea TAV è un giocattolo perché serve poche città e poche persone, però devasta l’ambiente ed è molto costosa, e non reca nessun servizio anche dove passa. Per esempio, a Reggio Emilia c’è la linea TAV: ma la linea TAV a Reggio Emilia non ferma, c’è solo il disturbo della linea, c’è stato per anni il disturbo dei lavori e dei cantieri, ma se uno di Reggio vuole prendere la TAV deve fare qualche centinaio di chilometri e andare a Bologna, o magari a Milano. A chi serve dunque veramente la linea TAV, e perché è stata costruita e si trovano sempre i fondi, mentre per i treni pendolari questi soldi non ci sono mai e anzi si sopprimono le linee e le stazioni? Si fa presto a capirlo: la linea TAV va da Milano a Roma, la usano i parlamentari, i leghisti e quelli milanesi più in generale. Con la linea TAV si va da Bruxelles a Parigi, e da Parigi a Milano: a chi serve veramente? Non sto nemmeno qui a dirlo, però è un giocattolo costosissimo che fa i trecento all’ora, e questo piace ai bambini, anche a quelli un po’ troppo cresciuti. In tanti me lo hanno detto: il Frecciarossa è bellissimo. Ma, e se invece io volessi andare a Mantova, a Pescara, a Ivrea, a Grosseto, a Castelfranco Veneto, a Padova, a Verona? Ovvio, si prende la macchinona dell’onorevole Speroni e si va a intasare l’autostrada. Ci sono alternative? Così a occhio, direi di no.
Che dire, prendo atto che a molti questo mondo piace e che io sono in minoranza. Nel dettaglio: a molti piace essere servi, e ascoltare frasi come «Ho ascoltato tutti, adesso basta: decido io»; e a molti piace essere bambini e fare brum brum con la macchinina, costi quel che costi. Se c’è da buttare giù una montagna, spianare una collina, distruggere con le ruspe un bosco secolare o un Parco Nazionale, qualsiasi cosa, basta che ci sia la possibilità di sfrecciare a trecento all’ora. E’ questo quello che conta, mica star lì a discutere e ascoltare. Anche a me piacciono le macchinone e i trecento all’ora, però certe domande bisognerebbe farsele...
Tutta la mia solidarietà agli abitanti della Val di Susa. E un abbraccio, per quel che vale.
«Ho ascoltato tutti, adesso basta: decido io» è una frase che ho ascoltato spesso nella mia vita, in diverse varianti e in diversi contesti: quasi sempre la dice chi non ha argomenti né competenze, ma vuol andare avanti lo stesso. In casa mia, per rimanere nel piccolo e senza allargare troppo l’argomento, l’ho sentita dire da artigiani chiamati a fare dei lavori, idraulici, falegnami. Mio padre magari diceva all’idraulico, o al falegname, “stia attento che in quell’angolo il muro non è perfettamente a piombo”, e il falegname sbuffava, ridacchiava, faceva una faccia alla “cosa vuoi saperne tu”, diceva che non c’era problema, e poi al momento opportuno si fermava esterrefatto: eh no, bisognava ricominciare da capo. Il muro non era a piombo, chi l’avrebbe mai detto: se il muro fosse stato perfetto, allora sì.
Mio padre si arrabbiava molto, quando trovava gente così; e in seguito mi sono arrabbiato anch’io, diventato adulto ho imparato presto a riconoscere i fanfaroni dalle persone serie. Le persone serie ti ascoltano e poi dicono “vediamo”. Di solito, hanno anche modi e atteggiamenti diversi dai fanfaroni: parlano poco, per esempio.
La questione della linea TAV si è sovrapposta, in quegli stessi giorni, all’exploit del parlamentare leghista Speroni, che si è filmato mentre andava a 316 Km all’ora sulle autostrade tedesche: alla richiesta di spiegazioni, ha detto tutto contento che a lui piace, che in Germania non ci sono i limiti di velocità sulle autostrade, e che aveva comperato apposta una macchinona così e così, che diamine. Gli toccherà mica andare piano, adesso che ha il macchinone? Certo che no, prego si accomodi.
Il fatto di Speroni mi ha quantomeno aiutato a chiarire definitivamente un dubbio: ebbene sì, la linea TAV è un gigantesco giocattolo, come le macchinone e le moto grosse grosse, e a noi giocare con le macchinone ci piace un casino. La linea TAV è un giocattolo perché serve poche città e poche persone, però devasta l’ambiente ed è molto costosa, e non reca nessun servizio anche dove passa. Per esempio, a Reggio Emilia c’è la linea TAV: ma la linea TAV a Reggio Emilia non ferma, c’è solo il disturbo della linea, c’è stato per anni il disturbo dei lavori e dei cantieri, ma se uno di Reggio vuole prendere la TAV deve fare qualche centinaio di chilometri e andare a Bologna, o magari a Milano. A chi serve dunque veramente la linea TAV, e perché è stata costruita e si trovano sempre i fondi, mentre per i treni pendolari questi soldi non ci sono mai e anzi si sopprimono le linee e le stazioni? Si fa presto a capirlo: la linea TAV va da Milano a Roma, la usano i parlamentari, i leghisti e quelli milanesi più in generale. Con la linea TAV si va da Bruxelles a Parigi, e da Parigi a Milano: a chi serve veramente? Non sto nemmeno qui a dirlo, però è un giocattolo costosissimo che fa i trecento all’ora, e questo piace ai bambini, anche a quelli un po’ troppo cresciuti. In tanti me lo hanno detto: il Frecciarossa è bellissimo. Ma, e se invece io volessi andare a Mantova, a Pescara, a Ivrea, a Grosseto, a Castelfranco Veneto, a Padova, a Verona? Ovvio, si prende la macchinona dell’onorevole Speroni e si va a intasare l’autostrada. Ci sono alternative? Così a occhio, direi di no.
Che dire, prendo atto che a molti questo mondo piace e che io sono in minoranza. Nel dettaglio: a molti piace essere servi, e ascoltare frasi come «Ho ascoltato tutti, adesso basta: decido io»; e a molti piace essere bambini e fare brum brum con la macchinina, costi quel che costi. Se c’è da buttare giù una montagna, spianare una collina, distruggere con le ruspe un bosco secolare o un Parco Nazionale, qualsiasi cosa, basta che ci sia la possibilità di sfrecciare a trecento all’ora. E’ questo quello che conta, mica star lì a discutere e ascoltare. Anche a me piacciono le macchinone e i trecento all’ora, però certe domande bisognerebbe farsele...
Tutta la mia solidarietà agli abitanti della Val di Susa. E un abbraccio, per quel che vale.
venerdì 1 luglio 2011
Scarabeo sacro
Lo scarabeo sacro degli antichi Egizi è uno dei simboli più famosi, utilizzato non solo dagli archeologi ma anche dai film di fantascienza, dall’esoterismo, eccetera. In teoria dovrebbe essere un simbolo semplice da capire, nella pratica c’è sempre una gran confusione, a volte con effetti comici.
La verità è forse questa: che a molte persone gli insetti non piacciono, occuparsi di uno scarabeo fa un po’ schifo, soprattutto alle signore; e chi si occupa di entomologia, sia pure da dilettante (come me) viene sempre guardato con sospetto. “Come si fa ad occuparsi di bestie così schifose”, mi chiedono da sempre le mie simpatiche conoscenti, lo so e me lo aspetto sempre, fin da quand’ero bambino; e si riferiscono anche alle farfalle, alle formiche, alle lucertole, a qualsiasi cosa che non sia un cane o un orsetto più o meno di peluche. Eppure, quel simbolo è ovunque: in magia, in astrologia, in siti insospettabili, ovunque. Che gli Egizi ci abbiano preso in giro? Forse conviene fermarsi un attimo e mettere in fila le informazioni indispensabili, quelle più banali (io le ho imparate alle elementari o alle medie...).
La prima cosa da dire è che lo scarabeo non è lo scarafaggio: sono due animali che si somigliano, ma si tratta di due bestie completamente differenti. La differenza sta in questo: lo scarabeo ha la metamorfosi completa, lo scarafaggio no. E’ la grande divisione nel mondo degli insetti: alcuni hanno il passaggio bruco-crisalide-farfalla, come le farfalle; ma non è così per tutti.
Ovviamente, se appena si vede un insetto si corre a prendere l’insetticida e lo si schiaccia, ci si mette a urlare, non si capirà mai la differenza e nemmeno il significato di questo antichissimo simbolo. Ancora di recente (non credevo ai miei occhi) ho trovato il blog di un’amica che parlava di mitologia egizia usando indifferentemente le due parole come se fossero sinonimi, prima scarabeo e poi scarafaggio: ma scarabeo e scarafaggio non sono la stessa cosa. Gliel’ho fatto notare (non la conosco di persona) e mi ha risposto con gentilezza che lei non stava parlando di insetti ma di simboli, e insomma (sottinteso, ma l’ho capito benissimo) di non star lì a sottilizzare con queste storie, scarabeo, scarafaggio, scarrafone, chi se ne frega.
Provate a immaginare: un animale come il bruco è diversissimo da quello in cui si poi si trasforma. Il bruco a un certo punto sembra morire: si ferma, non mangia più, la sua pelle diventa dura e secca, è morto. Eppure no, non è morto: la pelle dura e secca si rompe, da quel corpo morto nasce qualcosa di nuovo, di alato. Provate adesso a pensare alla religione degli antichi egizi: il sarcofago, l’imbalsamazione...
La stessa cosa che capita alla farfalla capita allo scarabeo sacro. Nell’antica Grecia, e molto spesso ancora i nostri giorni, sulle lapidi veniva disegnata una farfalla: simbolo di morte e rinascita. Psyché in greco antico è la farfalla... Lo scarafaggio, nel grande schema dell’entomologia, sta invece dalla parte delle cavallette, delle cimici, delle mantidi: nasce già simile all’adulto. Magari appena nato è diverso e si fa fatica a riconoscerlo, ma non è un bruco, non è una larva, ha già le sei zampette regolamentari, non è qualcosa che somiglia a un verme, la somiglianza con l’adulto c’è.
La metamorfosi della farfalla è qualcosa di devastante. Il pensiero che anche a noi capiti qualcosa di simile è altrettanto devastante: il bruco si rende conto della sua parentela con la farfalla? La farfalla sa che cos’è un bruco, lo riconosce? La stessa cosa capita anche a noi? Ci sono intorno a noi esseri che sono un nostro stadio successivo, esseri alati?
Oggi viviamo sempre più lontani dalla natura, i diserbanti distruggono le piante di cui si nutrono i bruchi (alcune delle farfalle italiane più belle vivono sulle ortiche...), capisco bene che a una persona che passa da un monolocale a Milano a un suv e a un ufficio e una stazione sciistica queste cose sembrino strane, ma non è sempre stato così.
Una volta da bambino ho aperto una crisalide: non di farfalla (non l’avrei mai fatto) ma di mosche e di tenebrioni: larve che si usano, e si vendono, ai pescatori di fiume. Dentro non c’è niente, solo poltiglia biancastra. La larva si è completamente liquefatta. E’ come se un condominio tornasse ad essere malta e cemento liquido, per poi rinascere come Duomo di Milano: un’operazione da prestigiatore, roba da non crederci, eppure succede così, sotto i nostri occhi, continuamente, quasi come se il Signore volesse mostrarci qualcosa che dobbiamo sapere: ma noi preferiamo voltare la faccia da un’altra parte, chiudere gli occhi, guardare altrove, e forse è giusto così.
Non so come fosse il clima in Egitto in quei tempi, di certo se era com’è oggi sarà stato più facile osservare la metamorfosi di uno scarabeo piuttosto che di una farfalla (nel deserto le piante non abbondano). Gli egittologi di solito spiegano che era perché lo scarabeo sacro (si chiama anche scarabeo stercorario) sembra nascere dallo sterco: ma è una spiegazione che non mi ha mai convinto. Oltretutto, lo scarabeo stercorario è di colore poco appariscente, mentre esistono dei coleotteri suoi parenti (coleotteri, quindi con la metamorfosi completa) che hanno davvero un aspetto meraviglioso, sembrano delle pietre preziose con le ali. Gli scarabei sacri scolpiti e dipinti dagli antichi egizi, e usati come gioielli e come simboli, sono quasi sempre colorati, non grigi o nerastri come l’originale scarabeo sacro.
Ma poi, in fin dei conti, so bene che di questo discorso non importerà nulla a nessuno. E dunque, liberi e libere di confondere ancora oggi scarabei e scarafaggi e scarrafoni (“ogni scarrafone è bello a mamma sua”: lo dico io così ci togliamo il pensiero), magari traducendo frettolosamente dall’inglese; però poi se gli incantesimi non riescono non venite da me a lamentarvi. Un conto è evocare la metamorfosi dello scarabeo, un altro conto è evocare il più semplice cambiamento d’abito dell’insetto eterometabolo (cimice, scarafaggio, cavalletta, mantide).
C’è ancora da dire una cosa: come racconta magnificamente il mito di Gilgamesh, fin dai primi anni dell’umanità il fatto che alcuni animali cambiassero pelle, come i serpenti, era considerato simbolo di morte e rinascita, di immortalità. Ed era anche di grande stupore vedere che un corpo vivente fino a pochi istanti prima potesse poi disfarsi, diventare argilla, poltiglia. Ma forse leggere tutta la saga di Gilgamesh è pretendere un po’ troppo, da chi si occupa di profili facebook, di cookies, di browsers, e di oroscopi...
(le immagini che ho messo qui hanno origini molto diverse, non riesco a ricostruire da dove le ho prese e me ne dispiace; alcune vengono da libri e da riviste) (le vignette sono della Settimana Enigmistica, www.aenigmatica.it ; l'ultima è volutamente senza testo, mi interessavano i disegni delle ali).
La verità è forse questa: che a molte persone gli insetti non piacciono, occuparsi di uno scarabeo fa un po’ schifo, soprattutto alle signore; e chi si occupa di entomologia, sia pure da dilettante (come me) viene sempre guardato con sospetto. “Come si fa ad occuparsi di bestie così schifose”, mi chiedono da sempre le mie simpatiche conoscenti, lo so e me lo aspetto sempre, fin da quand’ero bambino; e si riferiscono anche alle farfalle, alle formiche, alle lucertole, a qualsiasi cosa che non sia un cane o un orsetto più o meno di peluche. Eppure, quel simbolo è ovunque: in magia, in astrologia, in siti insospettabili, ovunque. Che gli Egizi ci abbiano preso in giro? Forse conviene fermarsi un attimo e mettere in fila le informazioni indispensabili, quelle più banali (io le ho imparate alle elementari o alle medie...).
La prima cosa da dire è che lo scarabeo non è lo scarafaggio: sono due animali che si somigliano, ma si tratta di due bestie completamente differenti. La differenza sta in questo: lo scarabeo ha la metamorfosi completa, lo scarafaggio no. E’ la grande divisione nel mondo degli insetti: alcuni hanno il passaggio bruco-crisalide-farfalla, come le farfalle; ma non è così per tutti.
Ovviamente, se appena si vede un insetto si corre a prendere l’insetticida e lo si schiaccia, ci si mette a urlare, non si capirà mai la differenza e nemmeno il significato di questo antichissimo simbolo. Ancora di recente (non credevo ai miei occhi) ho trovato il blog di un’amica che parlava di mitologia egizia usando indifferentemente le due parole come se fossero sinonimi, prima scarabeo e poi scarafaggio: ma scarabeo e scarafaggio non sono la stessa cosa. Gliel’ho fatto notare (non la conosco di persona) e mi ha risposto con gentilezza che lei non stava parlando di insetti ma di simboli, e insomma (sottinteso, ma l’ho capito benissimo) di non star lì a sottilizzare con queste storie, scarabeo, scarafaggio, scarrafone, chi se ne frega.
Provate a immaginare: un animale come il bruco è diversissimo da quello in cui si poi si trasforma. Il bruco a un certo punto sembra morire: si ferma, non mangia più, la sua pelle diventa dura e secca, è morto. Eppure no, non è morto: la pelle dura e secca si rompe, da quel corpo morto nasce qualcosa di nuovo, di alato. Provate adesso a pensare alla religione degli antichi egizi: il sarcofago, l’imbalsamazione...
La stessa cosa che capita alla farfalla capita allo scarabeo sacro. Nell’antica Grecia, e molto spesso ancora i nostri giorni, sulle lapidi veniva disegnata una farfalla: simbolo di morte e rinascita. Psyché in greco antico è la farfalla... Lo scarafaggio, nel grande schema dell’entomologia, sta invece dalla parte delle cavallette, delle cimici, delle mantidi: nasce già simile all’adulto. Magari appena nato è diverso e si fa fatica a riconoscerlo, ma non è un bruco, non è una larva, ha già le sei zampette regolamentari, non è qualcosa che somiglia a un verme, la somiglianza con l’adulto c’è.
La metamorfosi della farfalla è qualcosa di devastante. Il pensiero che anche a noi capiti qualcosa di simile è altrettanto devastante: il bruco si rende conto della sua parentela con la farfalla? La farfalla sa che cos’è un bruco, lo riconosce? La stessa cosa capita anche a noi? Ci sono intorno a noi esseri che sono un nostro stadio successivo, esseri alati?
Oggi viviamo sempre più lontani dalla natura, i diserbanti distruggono le piante di cui si nutrono i bruchi (alcune delle farfalle italiane più belle vivono sulle ortiche...), capisco bene che a una persona che passa da un monolocale a Milano a un suv e a un ufficio e una stazione sciistica queste cose sembrino strane, ma non è sempre stato così.
Una volta da bambino ho aperto una crisalide: non di farfalla (non l’avrei mai fatto) ma di mosche e di tenebrioni: larve che si usano, e si vendono, ai pescatori di fiume. Dentro non c’è niente, solo poltiglia biancastra. La larva si è completamente liquefatta. E’ come se un condominio tornasse ad essere malta e cemento liquido, per poi rinascere come Duomo di Milano: un’operazione da prestigiatore, roba da non crederci, eppure succede così, sotto i nostri occhi, continuamente, quasi come se il Signore volesse mostrarci qualcosa che dobbiamo sapere: ma noi preferiamo voltare la faccia da un’altra parte, chiudere gli occhi, guardare altrove, e forse è giusto così.
Non so come fosse il clima in Egitto in quei tempi, di certo se era com’è oggi sarà stato più facile osservare la metamorfosi di uno scarabeo piuttosto che di una farfalla (nel deserto le piante non abbondano). Gli egittologi di solito spiegano che era perché lo scarabeo sacro (si chiama anche scarabeo stercorario) sembra nascere dallo sterco: ma è una spiegazione che non mi ha mai convinto. Oltretutto, lo scarabeo stercorario è di colore poco appariscente, mentre esistono dei coleotteri suoi parenti (coleotteri, quindi con la metamorfosi completa) che hanno davvero un aspetto meraviglioso, sembrano delle pietre preziose con le ali. Gli scarabei sacri scolpiti e dipinti dagli antichi egizi, e usati come gioielli e come simboli, sono quasi sempre colorati, non grigi o nerastri come l’originale scarabeo sacro.
Ma poi, in fin dei conti, so bene che di questo discorso non importerà nulla a nessuno. E dunque, liberi e libere di confondere ancora oggi scarabei e scarafaggi e scarrafoni (“ogni scarrafone è bello a mamma sua”: lo dico io così ci togliamo il pensiero), magari traducendo frettolosamente dall’inglese; però poi se gli incantesimi non riescono non venite da me a lamentarvi. Un conto è evocare la metamorfosi dello scarabeo, un altro conto è evocare il più semplice cambiamento d’abito dell’insetto eterometabolo (cimice, scarafaggio, cavalletta, mantide).
C’è ancora da dire una cosa: come racconta magnificamente il mito di Gilgamesh, fin dai primi anni dell’umanità il fatto che alcuni animali cambiassero pelle, come i serpenti, era considerato simbolo di morte e rinascita, di immortalità. Ed era anche di grande stupore vedere che un corpo vivente fino a pochi istanti prima potesse poi disfarsi, diventare argilla, poltiglia. Ma forse leggere tutta la saga di Gilgamesh è pretendere un po’ troppo, da chi si occupa di profili facebook, di cookies, di browsers, e di oroscopi...
(le immagini che ho messo qui hanno origini molto diverse, non riesco a ricostruire da dove le ho prese e me ne dispiace; alcune vengono da libri e da riviste) (le vignette sono della Settimana Enigmistica, www.aenigmatica.it ; l'ultima è volutamente senza testo, mi interessavano i disegni delle ali).
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