mercoledì 4 novembre 2009
Nuovi criminali (1)
- Ti dispiace se scendo con te e poi continuiamo il discorso in stazione, per un po’?
- No, non mi dispiace: anzi, per me va bene.
Lei aveva diciassette anni e mezzo, io un po’ di più ma mica poi tanti. Era molto bella, del tipo che si vede nei dipinti dei preraffaelliti inglesi, però bionda chiara, con gli occhi verdi, alta e sottile. Non so cosa faccia adesso, e non ho sue notizie da quasi vent’anni; la chiacchierata di quella sera – un 31 ottobre, se non ricordo male – era andata bene, ma la storia non ebbe seguito. Per me era un momento particolare, delicato: se Rita mi avesse detto di sì la mia vita avrebbe preso un’altra strada, e di sicuro oggi non sarei qui a scrivere, avrei avuto cose più serie di cui occuparmi. Però così non è andata, e ormai me ne sono fatto una ragione.
Il motivo per cui porto qui la mia piccola storia è questo: quel giorno ho fatto dieci minuti “a sbafo” sul treno. Rita abitava una decina di chilometri oltre la stazione a cui io dovevo scendere: il bigliettaio lo sapeva, mi è passato vicino, mi ha guardato, ha capito tutto, e ha fatto finta di niente. In ogni caso, avrei ben potuto pagare la differenza e la multa, poco più che simbolica.
Oggi no, oggi essere su un treno sprovvisto di regolare biglietto – pardon, “documento di viaggio” – è considerato un atto criminale, una truffa in piena regola e premeditata, e la punizione è una multa severissima, anche 50 euro, o 100, più il prezzo del biglietto: nel mio caso, una pena di oltre dieci volte il prezzo della corsa.
Mi sono chiesto: da che mondo è mondo, i treni si sono sempre presi al volo, di corsa, all’improvviso. Soprattutto se hai vent’anni e su quel treno c’è una ragazza meravigliosa che ti invita: “Noi andiamo al mare. Perché non vieni con noi?” E il treno sta per partire, non c’è tempo di andare a comperare il biglietto, quel treno sta partendo proprio adesso ed è un’occasione che non puoi mancare.
Per tutta una vita, per tutto un secolo, per l’eternità, sui treni di tutto il mondo ci sono state scene come queste che sto raccontando: oggi si verrebbe pesantemente multati, forse anche denunciati, invitati a scendere. Addirittura, se si fa resistenza, il treno non parte: multati e penalizzati tutti i passeggeri, anche quelli in regola che avrebbero diritto di arrivare in orario (succede, succede...).
Mi chiedo chi si sia inventato queste regole, e ho già le risposte pronte: smetto di chiedermelo, e invece penso a come sia stato possibile arrivare a complicarci la vita in questo modo. Mi chiedo, soprattutto, come sia stato possibile, nel giro di pochi anni, complicare il mondo in questo modo senza che nessuno si ribellasse. La risposta a questa mia riflessione, quando ne ho parlato in giro, è stata fredda e gelida: “Sarebbe meglio se tutti pagassero il biglietto.” Ed era ovvio, lo davo per scontato in partenza...C’è forse bisogno di discutere su queste cose?
Ho sempre pagato il biglietto, io: tranne quel giorno. E la vita è già abbastanza dura e penosa, non c’è bisogno di complicarla ancora di più (avete notato che sui mezzi pubblici non ci sono quasi più handicappati e persone anziane?)
martedì 3 novembre 2009
Svastica

Nella nostra vita quotidiana usiamo parole, segni e simboli che pensiamo di conoscere, che ci sembrano familiari. In questi casi, ho imparato a non fidarmi della troppa familiarità con segni e simboli, e con le parole: consultare un dizionario, cercare un’etimologia, avere sottomano un buon libro, è sempre utile e spesso indispensabile.
Comincio con uno dei simboli più famosi, la svastica: la prima sorpresa è che uno dei più grandi studioso di Storia delle Religioni, René Guénon, ne parla al maschile: lo svastica.
E’ una parola antichissima, un simbolo che si può vedere addosso al Dalai Lama, e che io ho trovato al Museo di Heraklion, a Creta, su un vaso dell’epoca minoica. Può stupire, ma è un simbolo in origine positivo: Guénon ci ricorda però che esistono due tipi di svastica, e invita a fare attenzione al senso di rotazione. (Per capire bene questo concetto, se non ci avete mai pensato, forse vi conviene provare ad aprire e chiudere un vasetto di marmellata: o di sottaceti, secondo quello che più vi piace.)
da “Simboli della Scienza sacra” di René Guénon, editore Adelphi.
capitolo VIII: L'idea del Centro nelle tradizioni antiche
(...) Lo swastika è lungi dall'essere un simbolo esclusivamente orientale come si crede talora; in realtà, è uno di quelli più generalmente diffusi, e lo si incontra quasi dappertutto, dall'Estremo Oriente all'Estremo Occidente, poiché esiste persino tra certi popoli indigeni dell'America del Nord.
Al giorno d'oggi, è conservato soprattutto nell'India e nell'Asia centrale e orientale, e probabilmente solo in quelle regioni se ne conosce ancora il vero significato; tuttavia anche in Europa non è interamente scomparso. In Lituania e in Curlandia, i contadini tracciano ancora questo segno nelle loro case; molto probabilmente non ne conoscono più il senso e vi scorgono solo una specie di talismano protettore; ma la cosa forse più curiosa è che essi gli danno il suo nome sanscrito di swastika.
Nell'antichità, troviamo questo segno in particolare tra i Celti e nella Grecia pre-ellenica; e, sempre in Occidente, come ha detto Charbonneau-Lassay, esso fu anticamente uno degli emblemi di Cristo, e restò in uso come tale fin verso la fine del Medioevo. Come il punto al centro del cerchio e come la ruota, questo segno risale incontestabilmente alle ere preistoriche; e da parte nostra non esitiamo a scorgervi un vestigio della tradizione primordiale.
Ma non abbiamo ancora esaurito la serie dei significati del Centro: se esso è anzitutto un punto di partenza, è anche un punto d'arrivo; tutto è derivato da esso, e tutto deve alla fine ritornarvi. Poiché tutte le cose esistono grazie al Principio e non potrebbero sussistere senza di esso, dev'esserci tra questo e quelle un legame permanente, raffigurato dai raggi che uniscono il centro con tutti i punti della circonferenza; ma tali raggi possono essere percorsi nei due sensi : dal centro alla circonferenza, e dalla circonferenza, di ritorno, verso il centro. Si direbbero due fasi complementari, la prima delle quali è rappresentata da un movimento centrifugo e la seconda da un movimento centripeto; queste due fasi possono esser paragonate a quelle della respirazione, secondo un simbolismo al quale si riferiscono spesso le dottrine indù; e, d'altra parte, vi si ritrova anche un'analogia non meno notevole con la funzione fisiologica del cuore.
Infatti, il sangue parte dal cuore, si diffonde per tutto l'organismo vivificandolo, poi ritorna al cuore; la funzione di quest'ultimo come centro organico è dunque veramente completa e corrisponde esattamente all'idea che dobbiamo farci, in modo generale, del Centro nella pienezza del suo significato.
Tutti gli esseri, che dipendono dal loro Principio in tutto quel che sono, devono, consciamente o inconsciamente, aspirare a ritornare verso di esso; questa tendenza al ritorno verso il Centro possiede anche, in tutte le tradizioni, la sua rappresentazione simbolica.
Vogliamo parlare dell'orientazione rituale, che è propriamente la direzione verso un centro spirituale, immagine terrestre e sensibile del vero “Centro del Mondo”; l'orientazione delle chiese cristiane non ne è in fondo che un caso particolare e si riferisce essenzialmente alla stessa idea, comune a tutte le religioni. Nell'Islam, quest'orientazione (qibla) è quasi la materializzazione, se così possiamo dire, dell'intenzione (niyya) in forza della quale tutte le potenze dell'essere devono esser dirette verso il Principio divino; e si potrebbero facilmente trovare molti altri esempi.
Ci sarebbe molto da dire su tale questione; avremo senza dubbio altre occasioni di tornarvi sopra nel seguito di questi studi; ci accontentiamo quindi, per il momento, di accennare brevemente all'ultimo aspetto del simbolismo del Centro. In sintesi, il Centro è al tempo stesso il principio e la fine di tutte le cose; è, secondo un simbolismo conosciutissimo, l'alpha e l'omega. Meglio ancora, è il principio, il mezzo e la fine; e questi tre aspetti sono rappresentati dai tre elementi del monosillabo Aum, al quale Charbonneau-Lassay aveva alluso in quanto emblema di Cristo e la cui associazione allo swastika, tra i segni del monastero dei Carmelitani di Loudun, ci sembra particolarmente significativa.
Infatti, questo simbolo, molto più completo dell'alpha e dell'omega, e suscettibile di assumere significati che potrebbero dar luogo a sviluppi pressoché indefiniti, è, per una delle concordanze più straordinarie che si possano incontrare, comune all'antica tradizione indù e all'esoterismo cristiano del Medioevo; e, in entrambi i casi, è ugualmente e per eccellenza un simbolo del Verbo, che è realmente il vero 'Centro del Mondo'.

(...) Una delle figure più sorprendenti, nelle quali si riassumono le idee che abbiamo appena esposto, è quella dello swastika (figg. 5 e 6), che è essenzialmente il “segno del Polo”; pensiamo per altro che finora nell'Europa moderna non se ne sia mai fatto conoscere il vero significato.
Si è cercato vanamente di spiegare questo simbolo con le teorie più fantasiose, giungendo addirittura a vedervi lo schema di uno strumento primitivo destinato alla produzione del fuoco; in verità, se esso ha talvolta un certo rapporto con il fuoco, è per tutt'altra ragione.
Il più delle volte, se n'è fatto un segno “solare”, cosa che esso è potuto divenire soltanto accidentalmente e in modo abbastanza indiretto; potremmo ripetere qui quel che dicevamo prima a proposito della ruota e del punto al centro del cerchio.
I più vicini alla verità sono stati quelli che hanno ritenuto lo swastika un simbolo “del movimento”, ma anche questa interpretazione è insufficiente, poiché non si tratta di un movimento qualunque, ma di un movimento di rotazione che si compie intorno a un centro o a un asse immutabile; ed è precisamente il punto fisso l'elemento essenziale a cui si riferisce direttamente il simbolo in questione.
Gli altri significati sono tutti derivati da quello : il Centro imprime il movimento a ogni cosa e, siccome il movimento rappresenta la vita, lo swastika diventa per ciò un simbolo della vita, o, più esattamente, della funzione vivificante del Principio in rapporto all'ordine cosmico.
Se confrontiamo lo swastika con la figura della croce inscritta nella circonferenza (fig. 2), possiamo renderci conto che sono, in fondo, due simboli equivalenti; ma la rotazione, invece di esser rappresentata dal tracciato della circonferenza, è indicata nello swastika soltanto dalle linee aggiunte alle estremità dei bracci della croce e formanti con essi degli angoli retti; queste linee
sono delle tangenti alla circonferenza, che segnano la direzione del movimento nei punti corrispondenti. Poiché la circonferenza rappresenta il Mondo, il fatto che essa sia per così dire sottintesa indica assai chiaramente che lo swastika non è una figura del Mondo, bensì dell'azione del Principio in rapporto al Mondo.
Se si riferisce lo swastika alla rotazione di una sfera quale la sfera celeste intorno al suo asse, occorre supporla tracciata nel piano equatoriale, e allora il punto centrale sarà la proiezione dell'asse su questo piano, che gli è perpendicolare. In quanto al senso della rotazione indicata dalla figura, la sua importanza è soltanto secondaria; di fatto, si incontrano entrambe le forme da noi sopra riprodotte, e questo senza che sia necessario vedervi sempre un'intenzione di stabilire fra di esse una qualche opposizione?
Sappiamo bene che, in certi paesi e in certe epoche, si sono potuti produrre degli scismi i cui seguaci hanno volontariamente dato alla figura un'orientazione contraria a quella in uso nell'ambiente da cui si separavano, per affermare il loro antagonismo con una manifestazione esteriore; ma questo non intacca minimamente il significato essenziale del simbolo, che rimane lo stesso in tutti i casi.

note
6. La parola swastika è, in sanscrito, la sola che serva a designare in tutti i casi il simbolo in questione; il termine sauwastika, che taluni hanno applicato a una delle due forme per distinguerla dall'altra (che allora sarebbe l'unico vero swastika), è in realtà soltanto un aggettivo derivato da swastika, e indica ciò che si riferisce a questo simbolo o ai suoi significati.
7. La stessa osservazione si potrebbe fare per altri simboli, e in particolare per il monogramma di Cristo costantiniano, nel quale la P è talvolta rovesciata; talvolta si è pensato che bisognasse allora considerarla un segno dell'Anticristo; questa intenzione può effettivamente esser esistita in certi casi, ma ve ne sono altri in cui è manifestamente impossibile ammetterla (nelle catacombe, per esempio). Allo stesso modo, il “quatre de chiffre” corporativo, che del resto è soltanto una modificazione di questa medesima P del monogramma di Cristo [si veda, sotto, il cap. 67], è indifferentemente volto nell'un senso o nell'altro, senza che si possa nemmeno attribuire questo fatto a una rivalità fra corporazioni o al loro desiderio di distinguersi, poiché si trovano le due forme nei segni appartenenti a una stessa corporazione.
8. Non alludiamo qui all'uso del tutto artificiale dello swastika, in particolare da parte di taluni gruppi politici tedeschi, che ne hanno fatto con totale arbitrio un segno di antisemitismo, con il pretesto che tale emblema sarebbe proprio della presunta 'razza ariana'; questa è pura fantasia.
9. Il lituano è d'altronde, fra tutte le lingue indoeuropee, quella che ha una maggiore somiglianza col sanscrito.
10. Esistono diverse varianti dello swastika, per esempio una forma a bracci curvi (simile a due S incrociate), che abbiamo già visto in particolare su una moneta gallica. D'altra parte, certe figure che hanno conservato un carattere puramente decorativo, come quella cui si dà il nome di 'greca', sono all'origine derivate dallo swastika.
da “Simboli della Scienza sacra” di René Guénon, editore Adelphi.
domenica 1 novembre 2009
Il mondo prima di Berlusconi
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Attenzione alla data: 1989. Berlusconi c’era già, ma a quei tempi bastava cambiar canale.
(Un omaggio a Enzo Biagi, soprattutto.)
- Quando si è accorto che esistevano le donne?
- (!) Ma che bella domanda che dà soddisfazione alla risposta! Avercela bella anche quella! Diciamo, questa è una risposta che si consuma nella domanda: “quando ti sei accorto che c’erano le donne…” Ma quando mi sono accorto che c’era il resto del mondo, caro signor Biagi! La donna… ma mi mette una parola in bocca che non solo riempie la bocca, che riempie proprio tutta l’otorinolaringoiatria del corpo umano, perché la donna… ! Si vive solo per la donna, io personalmente penso, non le dovrei dire direttamente queste cose, dovrebbero sempre venire indirette ma non riesco ad andare sotto la metafora, sotto un simbolo, una cosa! E’ la donna, diciamo… penso d’avere forse vissuto solo per la donna, è l’unica cosa che m’ha attratto, ma molto più dell’uomo, molto più del cane, molto più del…dei…
- Dei tramonti?
- Dei tramonti, dei panorami, che non me ne interessa niente, ma un panorama con una donna in mezzo diventa un panorama, un panorama femminile, ma, ma…
- Che cosa la attrae soprattutto in quel paesaggio?
- Ecco, diciamo, delle donne, uno si innamora ma non c’è la parola spiegazionale per questo agglomerato fisico e dell’anima e del creato umano, che poi, ecco, gli volevo dire che m’è venuto che quando dicevo che noi si cantava con questi poeti, noi si cantava con l’Ariosto, del quale le ottave sulle donne erano meravigliose, dell’Orlando Furioso, non so se lei se le ricorda: “Le donne han fatto tal mirabil cose / che l’uom di loro niuna si ricorda…” Tutte quelle ottave che l’Ariosto dedica alla donna nel cervello e nel corpo, dal quale ovviamente noi ne siamo attratti da questo cosa qua e, là, lò, mi viene proprio delle impuntature su questo argomento perché non so che cosa , e con quale espressione del viso potrei fare presente la risposta a questa domanda.
- Lei alle donne che cosa ha dedicato?- Ma, diciamo così, dedicato, non è che ho fatto delle dediche alle donne…
- Dei versi.
- Dei versi, delle canzoni, sì, ma qui verrebbe da rispondere banalmente “tutto”, ma insomma, effettivamente, credo che non ho mai pensato all’uomo quando che ho scritto una cosa, o recitato. Quando ride una donna, signor Biagi, non è la risata dell’uomo: la risata della donna nasce proprio dalla profondità dell’essere, ci ha uno stimolo e un movimento di nervi e di sensi che l'uomo...
- Un terremoto.
- Che l’uomo non se lo sogna, che lo si vede anche a teatro, quando si fanno quelle serate volgarmente dette seratacce, quando ci sono le donne che ridono in prima fila è un altro… La donna è proprio l’immagine di Dio, la donna che ride, ecco, gli organi genitali intendo, che nella Cabala hanno scoperto che sono l’immagine di Dio, proprio la cosa più sacra, che per gli organi genitali noi usiamo quei brutti termini, che li ammazziamo, li facciamo passare male, li deturpiamo, ecco, in qualche maniera, invece sono per natura votati alla riproduzione, alla fedeltà, all’amore, sono proprio l’immagine di Dio, e le donne più di tutti hanno quest’immagine di Dio dentro di sé. Perché, diciamo, le donne hanno misteriorizzato più dell’uomo quest’immagine (…) ho scritto anche, come tutti gl’imbecilli del mondo, delle poesie (…)
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- Mi dica Benigni, se non sono indiscreto, come le corteggia le donne? Le fa ridere…
- Ma io gli salto addosso, è sempre stata una mi’ tecnica, diretta, perché, nel senso, è sempre stata una tecnica diretta, perché quando vedo una donna che mi piace io proprio gli vado a toccare la veste per andare a sentire l’odore della carnagione, quel bel termine italiano, “l’incarnato”, la carnagione, che è, diciamo, mi piace proprio buttarmici a corpo morto, e a mente viva, diciamo, nel sentimento della donna. Il mio sistema di corteggiamento è sempre stato piuttosto brutale, che non è come l’umorismo, non ci aveva delle vie di mezzo,
- Lei non allude.
- Non alludo, no: ci vo diretto, ho sempre voluto far sapere quali fossero le intenzioni.
- E che risposte ha trovato? Capivano o no?
- No.
- Non capivano?
- No! E a me m’hanno rovinato le donne, infatti: troppo poche… (…)
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- Ma c’è una domanda che vorrei farle, dopo questo suo elogio alle donne. Lei una volta è andato a un convegno di femministe e ha esordito dicendo: “Buonasera, brutte maiale”…
- Sì, è vero, è vero…
- E come andò a finire?
- Mi hanno rotto una costola. In senso che era una festa delle donne, un otto marzo. Quale omaggio maggiore, volevo dire, “buonasera brutte maiale” era, secondo me, è difficile dire, ma, come atto d’amore (…) mi sembrava anche un bel verso, “buonasera brutte maiale” (…) l’ho detto proprio buttandomi nella vita.
- E loro hanno reagito con cordialità?
- Con cordialità no, perché loro sono salite sul palcoscenico e mi hanno dato una ginocchiata, non so in che punto mi volevano prendere ma io mi sono piegato, mi hanno preso nelle costole e io sono caduto in terra e sono svenuto, e da allora ho sempre salutato “Buonasera signorina”.
(Enzo Biagi intervista Roberto Benigni, da “Linea diretta”, Rai1, marzo 1989)
sabato 31 ottobre 2009
Ripresa e Fine Crisi
Bene, questa è una buona notizia – se è vera. Però bisognerebbe completare l’informazione: la ripresa ci sarà per tutti? Staremo tutti meglio, o solo qualcuno di noi ne godrà i frutti?
Per come stanno andando le cose, è facile pensare che della ripresa – se ci sarà – godranno in pochi; gli altri continueranno ad arrancare e ad arrangiarsi.
Quest’estate si parlava di “gabbie salariali”: poi si è smesso, chissà perché. Ho trovato amici operai e impiegati che erano favorevoli: mi è toccato spiegare loro una cosa fondamentale, e perfino banale: che alle “gabbie salariali” si è favorevoli perché ci è stato fatto credere: 1) che a noi ci pagheranno di più. 2) che al Sud continueranno a prendere quello che prendono oggi.
Pie illusioni: qui al Nord non prenderemo un centesimo in più, e al Sud si vedranno dimezzare quel poco che prendono oggi. Così va il mondo.
La stessa cosa potrebbe capitare (uso il condizionale ma mi viene da ridere...) con la famosa Ripresa e con la famosa Fine Della Crisi: nel caso dovesse succedere, come tutti speriamo, allo stato attuale delle cose significa che chi di dovere si comprerà la Ferrari o la barca, o magari l’elicottero per evitare le code sull’autostrada; e operai e impiegati andranno avanti come adesso o magari anche peggio.
Tutto questo a meno che non ci si svegli e ci si dia una mossa, come fecero quarant’anni fa i nostri padri, nonni e fratelli maggiori: quando lottarono duramente per arrivare allo Statuto dei Lavoratori, che arrivò proprio dopo l’Autunno Caldo rimasto famoso, quello del 1969.
Ma qui ormai è passato anche l’autunno, chissà quando ci risveglieremo...
giovedì 29 ottobre 2009
Metano
Infatti, ed è una cosa talmente nota che mi vergogno a scriverla, il metano è la molecola più semplice della chimica organica; e chimica organica significa vita. Se si trova il metano, è probabile che su quel lontano pianeta di Alpha Centauri, o su Betelgeuse, o su Marte, ci sia vita, o che ci sia stata, o che possa nascerne: è questa la notizia, ed è così che dovrebbe essere data.
Il problema dell’informazione scientifica è grosso e importante: forse non è il più grosso e il più importante, ma capita quasi sempre che la notizia in sè, in partenza, presa da fonti autorevoli, sia serissima e valga la pena di fare uno sforzo per capirla; ma poi finisce nelle mani di gente (ahinoi, giornalisti professionisti e non solo disk-jockey...) che non ne capisce niente e che invece di ragionarci sopra, di tacere, o di chiedere aiuto, si aggrappa alla prima parola che riconosce – in questo caso il metano, il gas per la cucina e il riscaldamento, la bolletta del gas, l’acqua per gli spaghetti – e ci costruisce sopra una sua personale variazione più o meno divertente e simpatica, ma quasi sempre molto rozza e assai banale. Esiste infatti qualche altra cosa al mondo, al di fuori delle nostre quattro mura domestiche? Si direbbe di no.
L’idea che basti avere un diploma di perito chimico per saperne più della maggioranza dei giornalisti professionisti, e si direbbe anche dei deputati senatori assessori vescovi e cardinali, è di quelle che mettono sgomento. Perciò smetto di scrivere, che mi viene l’angoscia; e me ne esco a rimirar le stelle.
domenica 25 ottobre 2009
The antique people ( I )
The antique people are down in the dungeonsRun by machines and afraid of the tax
Their heads in the grave and their hands on their eyes
Hauling their hearts around circular tracks
Pretending forever their masquerade towers
Are not really riddled with widening cracks
And I wave goodbye to iron
And smile hello to the air ...
Questi versi sono stati scritti e messi in musica da due ragazzi giovanissimi, entrambi sotto i vent’anni. Due ragazzi californiani, di Venice Beach, poco prima del 1968. Le parole, scritte da Larry Beckett, hanno una forza visionaria (e politica) non comune; e la musica di Tim Buckley, la sua interpretazione, sono di una complessità e di una chiarezza non comuni per un musicista diciottenne. Io ascolto da una vita “Goodbye and Hello” (titolo che indica un saluto a qualcosa che si allontana, e un invito a qualcosa che deve avvicinarsi), ma non credo che ne esista una versione italiana, o quantomeno io non l’ho mai letta. Ne tento qui una traduzione, avvertendo però che il mio inglese non è dei migliori, e che gli errori sono più che possibili, che la mia traduzione sarà molto libera, e che se qualcuno di madrelingua passa di qua mi dà una mano è il benvenuto.
«La gente antica»: non credo che vada letto nel senso di “i vecchi”. Ci sono dei vecchi giovanissimi, e dei giovani che sono “antichi”, obsoleti, già a sedici anni. Penso che Larry Beckett e Tim Buckley ne fossero ben coscienti: andavano a sentire i vecchi leoni del blues, alcuni dei quali ottantenni, e si guardavano intorno in cerca del nuovo, che stava arrivando. Il nuovo è arrivato, si è fermato per un po’, le nuove generazioni – antiche, antichissime – lo hanno rimesso nel cassetto. Ma forse, oggi come in quel 1966, i tempi stanno cambiando.
«La gente antica è giù nei sotterranei, incalzata dalle macchine e paurosa delle tasse»: nel mio dizionario “to run by” è tradotto con “passare correndo”, ma qui mi sembra che l’immagine sia quella delle macchine che guidano l’uomo, e non viceversa. Le macchine fanno correre gli umani: sempre più veloci, come è spiegato nella seconda strofa (“the velocity addicts explode on the highway, ignoring the journey and moving so fast”).Ma soprattutto vorrei sottolineare quello che segue, “afraid of the tax”. E’ una frase che mi torna in mente sempre più spesso: la gente antica, che vive nei sotterranei (con la testa sottoterra, come gli struzzi), che ignora il piacere del viaggio e va sempre di corsa, e che “ha paura delle tasse”.
Pagare le tasse (e qui siamo in America, USA: la patria del liberismo) è una paura che è arrivata anche qui da noi. Siccome le tasse servono per aiutare il nostro prossimo, la comunità (caso mai si può discutere sulle modalità con cui si pagano le tasse, non sulle tasse in sè), “aver paura delle tasse” significa grettezza, tirchieria, avidità.
Penso che questa mia interpretazione sia quella giusta, ed è confermata dai versi che seguono, e che non necessitano di molte spiegazioni: « ...con le teste dentro le tombe, e le mani a coprire gli occhi / trainando i loro cuori su binari circolari / con la pretesa che gli indovinelli dentro le loro torri mascherate / non vengano mai risolti e non provochino larghe crepe...» La mia traduzione è molto libera, soprattutto negli ultimi due versi: quelle “masquerade towers” e quel verso, “to riddle”, “parlare per enigmi, per indovinelli”, mi rimandano direttamente al mito di Edipo, alla Sfinge, al non voler sapere, al non voler chiedere e non voler guardare dentro di sè, al voler vivere con gli occhi chiusi e le orecchie tappate: preludio di un’immane catastrofe. Non so di preciso cosa ci sia dietro a quest’immagine, ed oggi è facile pensare ad altre Torri, ma “masquerade towers” mi evoca anche l’immagine dell’assedio alle mura, oppure quella dei carri di Carnevale (il Carnevale è evocato in un’altra canzone dell’album, “Carnival song”).
Gli ultimi due versi sono quelli che danno il ritmo, e il titolo, della canzone: un vero e proprio poema, almeno nelle dimensioni, un saluto a qualcosa che se ne va, un benvenuto a qualcosa che viene. In questa prima strofa, si prende congedo dal Ferro, e si saluta cordialmente l’Aria: da qualcosa di pesante a qualcosa di impalpabile, da qualcosa che è certamente utile a qualcosa che ci è indispensabile per respirare.
Ma qui mi fermo, l’impresa è titanica e ne rimando la conclusione a un altro post. Per oggi metto le due strofe seguenti, senza tradurle; e torno ad ascoltare la voce chiara e forte del diciottenne Tim Buckley.
O the new children dance ------ I am young
All around the balloons ------ I will live
Swaying by chance ------ I am strong
To the breeze from the moon ------ I can give
Painting the sky ------ You the strange
With the colors of sun ------ Seed of day
Freely they fly ------ Feel the change
As all become one ------ Know the Way
The velocity addicts explode on the highways
Ignoring the journey and moving so fast
Their nerves fall apart and they gasp but can't breathe
They run from the cops of the skeleton past
Petrified by tradition in a nightmare they stagger
Into nowhere at all and they look up aghast
And I wave goodbye to speed
And smile hello to a rose (...)
venerdì 23 ottobre 2009
Civiltà degli Sconti
L’ultima è di ieri, abolire l’Irap per aiutare le imprese.
Magari fosse vero, magari fosse possibile. Qui da almeno dieci anni le industrie chiudono, o traslocano all’estero – Romania Cina Cecoslovacchia Marocco Messico, ovunque ma non l’Italia. Se una Ditta chiude perché non ha lavoro, o se una multinazionale prende su e si trasferisce in Messico, cosa vuoi che se ne facciano di uno sconto sull’Irap?
Questa degli sconti, del pagare meno tasse, delle social card e delle fidelity card, delle carte sconto per la benzina, dei ticket, è lo scotto che dobbiamo pagare ad una generazione di manager cresciuti tra uffici vendite e pubblicità: la civiltà dello sconto. E’ l’unica cosa che sanno proporre, lo Sconto. Al di là dello Sconto, c’è lo Slogan: poi il Nulla.
Un negozio che vuole vendere fa gli sconti, o i saldi; i supermercati e gli ipermercati si inventano le fidelity card, ti dò lo sconto così vieni sempre da me che sono tanto buono e non vai dal concorrente cattivo. E tanta pubblicità, in tv sui giornali e nella cassetta della posta con il volantinaggio affidato agli extracomunitari (che li paghi una miseria e son contenti lo stesso, mica come gli italiani che non han più voglia di lavorare).
Funziona questa politica con l’industria metalmeccanica, chimica, tessile? Davvero la ripresa del “sistema Italia” passa per le tesserine magnetiche e gli sconti sulle tasse?
L’ultima volta che ho fatto questo ragionamento mi hanno spiegato – come si fa con i bambini, perché io non sono nemmeno laureato e non ho fatto il liceo classico – che l’industria manifatturiera non tira più, che è normale e naturale che i Paesi Sviluppati cedano queste attività ai Paesi Meno Sviluppati. E probabilmente è giusto che sia così, visto che è una cosa che insegnano alle Facoltà di Economia; però questo fatto si traduce, nel pratico, con migliaia di posti di lavoro in meno, con tanta gente che non prende più lo stipendio a fine mese.
Non che sia facile, questi sono problemi epocali che non si risolvono a colpi di battute; men che meno si risolvono con gli sconti e le card col microchip o la banda magnetica. Penso che molte persone, e molte ditte, sarebbero ben contente di pagare le tasse, se il lavoro ci fosse. Penso anche che molte famiglie sono già alla disperazione, e non vedono un futuro. Prima o poi ne pagheremo le conseguenze, non ci resta che sperare che abbiano ragione i pubblicitari e quelli del marketing. E dunque, su, ottimismo: rimboccatevi le mani e andate a lavorare, non state lì con le mani in mano. E fate un bel sorriso, che aiuta sempre.
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