martedì 5 giugno 2012

Pubblicità 26

Nei giorni peggiori del terremoto in Emilia, preoccupato e spaventato, mi sono collegato al sito di uno dei principali quotidiani italiani in cerca di notizie, e vi ho trovato invece la pubblicità di un caffè.
Inutile cercare di spostarsi col mouse, di leggere dietro lo spot, niente, impossibile: c’era solo e soltanto lo spot del caffè. Che fare? Ho cambiato sito, mi sono segnato la marca di quel caffè (non lo comprerò mai più), e mi sono ripromesso di scriverne qualcosa appena possibile, più che altro come sfogo perché ormai so che anche davanti alle cose peggiori nessuno protesta, figuriamoci davanti a questa.
Ormai è prassi consolidata: se leggete su un quotidiano on line la notizia di una strage, di una catastrofe, di un omicidio, di una violenza carnale, state sicuri che se fate clic parte una pubblicità. “Lo spot terminerà entro dieci secondi” avverte una didascalia, e io rispondo: “Prenditi pure tutto il tempo che vuoi, fai pure con calma”; e intanto prendo nota, ho già una mia lista di proscrizione piuttosto lunga e ho anche buona memoria. Questi prodotti non li comprerò più.
Non vorrei usare la parola “sciacallaggio” in casi come questi, ma certo è la prima parola che mi viene in proposito. Direi che non siamo molto lontani dalla realtà: associare il proprio nome a una strage, a una violenza, a una catastrofe, secondo me è controproducente – ma ai pubblicitari, ai maestri della comunicazione, è stato insegnato che l’unica cosa che conta è l’audience; e dunque il terremoto fa audience, vero? Una violenza carnale fa audience, vero? E allora, mettiamoci caffè, merendine e salamini, e immagini di mamme giovani e sorridenti. Un incidente catastrofico in autostrada? E’ l’occasione giusta per un megaspot di un’automobile, magari identica a quella che ha causato l’incidente...

Però non voglio essere troppo negativo, non in questi giorni, e allora provo ad aggiungere qualcosa che somiglia a una comica finale dei bei tempi andati. Un mese fa ho fatto delle ricerche su http://www.imdb.com/  , un database straordinario dedicato al cinema. Giusto qualche curiosità, ho anche un sito dedicato al cinema, consulto spesso IMDB. Poi ho notato che su alcuni siti che non avevano nessuna affinità con il cinema, uno dedicato al calcio e il portale di una compagnia telefonica presso la quale ho una vecchia mail che uso pochissimo, cominciavano a spuntare inviti a comperare dei dvd: esattamente quei titoli che avevo cercato, facilmente riconoscibili nella loro sequenza precisa. Mi sono chiesto: ma come si fa a essere così coglioni? Io non spenderei mai un centesimo per quei film, e sul mio blog di cinema ne ho scritto malissimo; però ero curioso di sapere in che anno erano stati realizzati, stavo solo facendo una ricerca per una curiosità molto superficiale, e adesso mi trovo evidenziati e prezzati proprio quei film per cui non spenderei mai e poi mai un centesimo. Insomma: mi spiano, ma sono coglioni. Idem quando pubblico un post, lo pubblico e mi trovo proposte pubblicitarie su una parola presa da quel post: ovviamente non è un caso, siamo proprio spiati. La cosa mi fa paura per due motivi: perchè sono spiato, e perché sono spiato da dei coglioni. E’ vero che io ho dedicato un post a quel soggetto, ma ne parlavo malissimo. Un giorno, per queste cose, potrei vedermi piombare qualcuno in casa: è già successo ad altre persone. A questi “spioni computerizzati” poco importa, per esempio, se io scrivo che detesto la pedofilia, “detesto” sparisce e rimane invece la parola che dà il nome a ciò che detesto. Pochi anni fa, alcuni ragazzi americani rischiarono l’arresto perché si erano scambiati via sms un verso di una canzone famosa; erano in aeroporto, e nella canzone c’era la parola “bombe”. Che dire, avevo amici appassionati d’opera che per le feste si dicevano “a te la malapasqua” (dalla Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni): stavano scherzando, ma forse oggi conviene sorvolare anche su queste cose.

Già che ci siamo, consiglierei di fare attenzione anche gli acquisti al supermarket: ogni cosa viene registrata, e lo sarà ancora di più se non pagate in contanti. Per ipotesi, potrei vedermi negare un’assicurazione perché nel 1997 ho comperato una bottiglia di cognac, e poco vale dire “sì, ma la uso per cucinare” . Per adesso è vietato, ma i dati sono lì e non credo proprio che siano stati cancellati, qualcuno ha messo da parte la lista con tutti i nostri acquisti, e aspetta solo il governo amico che dia l’autorizzazione (arriverà, come è già successo con i nostri numeri di telefono).
La cosa più grave di tutte è che ho provato a parlarne in giro, non gliene frega niente a nessuno. Anzi, molti già pensano che sia figo (molto figo, very very cool) andare in giro con un chip tatuato sulla pelle: con tutti i nostri dati, sempre controllabili, peggio ancora che in “1984” di George Orwell.

PS: sono riuscito a far finire la storia del “pedinamento filmico”. Volete sapere come ho fatto? Sono andato su IMDB e ho fatto clic 40 volte su tutti i Fratelli Marx, e su “Duck soup” (La guerra lampo dei fratelli Marx), che in dvd è fuori catalogo da tempo immemorabile (vergogna!). Poi ho ripetuto l’operazione con alcuni titoli importanti del cinema muto, per esempio quelli di Fritz Lang, cliccando ostentatamente sui nomi degli attori più sconosciuti. Il risultato è stato ottimo, adesso posso occuparmi del calciomercato senza nessuno che mi proponga cose da comperare: un mio grande successo, dunque: ma durerà?

sabato 2 giugno 2012

La chimica al cinema ( V )

Un altro oggetto che si vede spesso nei filmati di laboratorio, soprattutto nei servizi dei tg, è quello che si vede tra le mani del chimico (o biologo) nell’immagine qui accanto, e che è di solito accompagnato da un portaprovette e da una o più beute e capsule Petri. Una volta detto che una provetta o una beuta sono solo dei contenitori di vetro (o di plastica), e che una Capsula Petri, al di là del nome altisonante, è soltanto un piattino di vetro (tipo sottovaso, ma col coperchio), anche l’imponenza di quest’altro oggetto oblungo e minaccioso va di molto ridotta. Lo so che fa impressione, che sembra qualcosa di inquietante, forse un’arma, una pistola dal raggio disintegratore; ma è soltanto un dosatore, una pompetta. Premendo sul pulsante in alto si aziona uno stantuffo (che non si vede perché è all’interno); rilasciando il pulsante lo stantuffo si rialza e il liquido da campionare entra nell’apposito tubetto. Tutto qui, basta pensare a una normalissima siringa, magari di quelle per i dolci: dieci millilitri di brandy da mettere nei cioccolatini, per esempio.
I dosatori esistono da sempre, hanno varie forme e precisione maggiore o minore a seconda dell’uso; qui ne metto un piccolo campionario. Il più usato è quello che i chimici chiamano “pipetta”: un tubo graduato o tarato, che io e i chimici della mia generazione abbiamo sempre riempito usando come pompa la nostra bocca. Si immerge un’estremità nel liquido, si aspira leggermente dall’altra estremità, si levano le labbra e si tappa velocemente l’estremità con un dito: se fate il contrario, cioè se ci soffiate dentro, otterrete una perturbazione vorticosa e un po’ sconveniente, ottima forse per fare le bolle di sapone ma del tutto inutile in campo analitico.
I chimici di oggi sono più imbranati, o più schifiltosi, e non lo fanno più; ma a me fa un po’ impressione il fatto che sul lavoro non si riesca a distinguere dove c’è il pericolo e dove invece si possa stare un po’ più rilassati. Per intenderci, mai e poi mai avrei pipettato dell’acido solforico usando la bocca; ma se uso l’acqua distillata, o una soluzione diluita di sapone, il pericolo è inesistente. In situazioni di pericolo inesistente, oggi, è diventato obbligatorio usare tute, guanti, caschi, maschere, occhiali, e a me questo sembra assurdo. Mi sembra assurdo che due muratori che devono costruire un muretto in aperta campagna, da soli e senza carichi sospesi sopra, debbano passare ore e ore sotto il sole con un casco in testa; e mi è sembrato assurdo, in questi giorni del terremoto in Emilia, vedere i pompieri lavorare tutto il giorno sotto il sole con addosso pesanti tute ignifughe.
Ma così va il mondo, a me avevano insegnato a lavorare prendendo conoscenza di dove c’è veramente il pericolo, e non ho mai visto nessuno farsi male per cose come queste; però da qualche anno nessuno vuole più prendersi la minima responsabilità, comandano gli avvocati e le compagnie di assicurazioni, il gioco a scaricabarile continua, e purtroppo continua sempre più sulla pelle dei lavoratori. Ma qui mi fermo, avrei molte cose da dire e molti esempi da fare, ma sto uscendo dal tema che mi ero posto, e cioè di far capire a chi non è mai stato in un laboratorio chimico che cosa sono le immagini che vede alla tv o al cinema.
E dunque metto qui l’immagine di un oggetto decisamente simpatico, il propipettatore detto anche “palla di Peleo” (non so dire perchè) o più prosaicamente “porcellino”: una semplice pera di gomma, premendola funziona da pompa. Tutto qui, con l’aggiunta di due piccole valvole da premere, una per aspirare e l’altra per scaricare.
Tra gli altri oggetti graduati sempre presenti in un laboratorio chimico, anch’essi strumenti di precisione, non mancano mai i matracci tarati, detti anche palloni tarati: riempiendoli fino a una tacca prefissata si ha una quantità esatta di liquido. Possono essere di varie misure, da un litro, da mezzo litro, da 250 cc, da 100, da 10, eccetera. Di solito sono a forma di fiasco, di bottiglia col collo molto stretto: il collo molto stretto permette di vedere bene la tacca e di essere precisi. Molto importante è la temperatura a cui si opera: se siamo d’estate e fa molto caldo il vetro si dilata, quindi in un laboratorio al temperatura dovrebbe essere sempre intorno ai 20°C. Non solo per questo motivo, ma anche perché molti solventi evaporano a temperature basse: nel laboratorio dove ho lavorato per 15 anni, ad esempio, mancava del tutto l’aria condizionata. Io e miei colleghi abbiamo respirato tutte le estati vapori di cloroformio, acetone, etere etilico, alcool etilico puro, e altri vapori ugualmente benefici: è per cose come queste che mi arrabbio quando penso che, nonostante questo, i miei capi a un certo punto si misero a insistere per farmi usare le protezioni quando pipettavo l’acqua distillata con dentro il sapone (avete presente quando vi lavate i denti? il dentifricio è enormemente più concentrato di una soluzione di detersivo di 5 grammi sciolti in un litro...).
Per uscire dalla deriva di rabbia e frustrazione in cui sto cadendo (I’m sorry, ma anche a distanza di anni non riesco a non pensarci) metto dunque un’altra foto di Mr. Spock, al secolo Leonard Nimoy, stavolta alle prese con un matraccio graduato da 500 cc (mezzo litro) del tipo che ho descritto qui sopra. La foto di Star Trek l’ho presa in rete da un sito molto piacevole, http://mudwerks.tumblr.com/  ; le altre immagini vengono da http://www.wikipedia.it/ , da http://www.repubblica.it/  , e da cataloghi di oggetti scientifici.

mercoledì 30 maggio 2012

Asfalto, bitume, catrame

L’asfalto e il catrame sono dei nascondigli perfetti, quando si vuole occultare qualcosa: cioè qualcosa da smaltire, perché nell’industria non si butta via niente e tutto si ricicla. Ci sono materiali che si riciclano senza problemi, e in questo caso l’operazione è ideale; in altri casi invece, come è successo di recente in Regione Lombardia con lo scandalo (subito occultato anch’esso) dei rifiuti pericolosi messi sotto manti stradali e nelle fondamenta di edifici pubblici, ci sarebbero un bel po' di cose da dire ma per oggi mi astengo e rimango nel tema che mi sono prefisso.
L’asfalto e il catrame sono ormai tra i materiali più comuni nella nostra vita, da molte generazioni sempre più legata all’automobile. Nel linguaggio comune si usano come sinonimi, perché l’uso che se ne fa li rende alternativi l’uno all’altro; in realtà non è così, e dato che è sempre una buona cosa interrogarsi sul vero significato delle parole, vado a prendere dalla Garzantina della Chimica le definizioni esatte di asfalto, bitume, catrame, pece, resina, colofonia. Posso anticipare, in breve, che asfalto e bitume sono prodotti che si trovano in natura; il catrame è invece il residuo della distillazione del petrolio. Resina è invece un termine generico dietro al quale si possono nascondere molte cose diverse, dalla resina dei pini fino alle resine sintetiche e alle resine per addolcire le acque. Qui sotto metto una foto che viene da Trinidad e Tobago, dove c'è un giacimento di asfalto ("Pitch Lake") molto importante.
Nel dettaglio:
Asfalto: miscela naturale di idrocarburi solidi e semifluidi, in prevalenza bitume. Per lo più solido e di color scuro. si trova come impregnante delle rocce calcaree. Dall'asfalto si estrae il bitume che, misto a ghiaietto, viene usato per la pavimentazione di strade.
Bitume: miscela di più composti organici di alto peso molecolare. Si forma per polimerizzazione naturale ossidante di residui del petrolio: è nero e fragile, ammollisce a ca 50 °C e quindi liquefa. È contenuto nell'asfatto, da cui può essere estratto; allo stato puro si trova in abbondanza solo nei giacimenti del Mar Morto. Si dà il nome di bitume anche alle frazioni più pesanti della distillazione del petrolio, polimerizzate all'aria e utilizzate per vernici nere e nelle pavimentazioni stradali.
Catrame: sottoprodotto della distillazione secca dei combustibili solidi. Si presenta come un liquido di colore variabile dal bruno al nero, molto viscoso, con peso specifico poco superiore a 1; è una miscela ricca di idrocarburi aromatici e fenoli. che, una volta separati, rivestono notevole interesse industriale sia come prodotti finiti sia come intermedi. (...)
Colofonia o pece greca: resina naturale, solida, trasparente di colore giallastro che si ottiene dal residuo della distillazione della trementina: il suo costituente principale è l'acido abietico: viene usata nell'industria della carta, delle vernici e dei saponi.
Pece: termine con cui si indicano vari prodotti commerciali ottenuti come residui della distillazione di catrami o fluidi densi di varia origine, specificati dal nome dei materiali di provenienza. Il più importante è la pece comune, ottenuta per distillazione del catrame di carbon fossile, come residuo che rappresenta oltre il 50% del prodotto di partenza. Si presenta come una massa nera (...), fonde tra 50 e 120°C ed è parzialmente solubile in alcuni solventi organici.
Resine: polimeri naturali o sintetici. Le resine naturali sono prodotti chimicamente assai complessi, che si trovano nei materiali di secrezione di molte piante e di alcuni animali. Le piante che forniscono le resine sono essenzialmente le conifere, le terebintacee, le leguminose, le ombrellifere ecc. Le resine trasudano spontaneamente dal fusto o dai rami di queste piante oppure sono fatte sgorgare mediante incisioni nelle parti resinifere. La costituzione chimica delle resine è assai variabile. Possono contenere essenze, acidi aromatici (benzoico. salicilico, cinnamico, cumarico), acidi non aromatici liberi, alcoli. esteri degli acidi aromatici con questi alcoli. (...) Le resine artificiali ottenute mediante processi di polimerizzazione sono così numerose (e il loro numero è in costante aumento) da renderne difficile la classificazione. Questa difficoltà è dovuta alla mancanza di un criterio distintivo tra resine artificiali, vale a dire polimeri di base, e materie plastiche, ovvero prodotti che si ottengono dalla lavorazione delle resine mediante aggiunta di plastificanti, riempitivi (cariche), lubrificanti, inibitori e ausiliari svariati atti a migliorare le qualità del prodotto finito. Per una descrizione delle caratteristiche e degli impieghi delle resine artificiali si rimanda alle voci relative ai singoli gruppi di resine (....) e alla voce materie plastiche.
Un mio ricordo personale in proposito è legato a un chimico che ho conosciuto, il Vecchio Proprietario che aveva venduto a una multinazionale la fabbrica dove poi anch’io ho lavorato, e che una volta ricevette un ordine per un legante da usare con il catrame. Dato che la Ditta faceva molti prodotti un po’ per tutte le industrie, e che questa commessa dava la possibilità di smaltire un po’ di prodotti di altro tipo venuti male, il Vecchio Proprietario ci si mise d’impegno e riuscì a fare un legante ottimo. Purtroppo, dopo il primo lotto ben riuscito non riuscì più a ripetere la formula e dovette abbandonare l’ordinazione: come accadde anche al Dottor Jekyll, quella materia prima particolare era impossibile da rifare tale e quale, e inserire nella ricetta un prodotto buono, da comperare, avrebbe alzato troppo il prezzo. La storia è vera e mi è stata raccontata da una persona di fiducia, e del resto è più che plausibile; la porto qui non tanto per divertimento ma perchè rende bene l’idea di cosa si possa fare con il catrame che si mette sulle strade. Nel catrame si possono mettere molte cose, e chissà se qualcuno ha mai fatto un’indagine in proposito: per esempio, se si mescolano al catrame sostanze solubili in acqua alla prima pioggia il manto stradale si ridurrà in condizioni pietose. Ogni volta che vedo una buca nell’asfalto, mi torna alla mente quell’esperimento del Vecchio Proprietario: ma in chimica di “prodotti spazzatura” ce ne sono molti, alcuni dei quali onesti e perfettamente legali (per esempio, un detergente non più adatto alla nostra pelle può diventare un ottimo lavapavimenti).
In conclusione, discorsi preoccupanti a parte, asfalto, bitume, catrame, pece, resina, sono termini molto generici che indicano cose diverse ma unite dall’uso che noi ne facciamo. E a questo punto mi piacerebbe sapere cosa usavano come pece i costruttori di navi dell’antichità, ma mi tengo la curiosità per un altro momento e passo parola a uno molto più bravo di me.
Primo Levi, dal volume “L’altrui mestiere” (Einaudi 1985)
(...) I marciapiedi della mia città (e, non ne dubito, quelli di qualsiasi altra città) sono pieni di sorprese. I piú recenti sono di asfalto, e questa è una follia: piú ci si inoltra sulla via dell'austerità, più appare stupido usare composti organici per camminarci sopra. Forse non è lontano il tempo in cui l'asfalto urbano verrà riesumato con le cautele che si adottano per staccare gli affreschi; verrà raccolto, classificato, idrogenato, ridistillato, per ricavarne le frazioni nobili che esso potenzialmente contiene. O forse i marciapiedi di asfalto saranno sepolti sotto nuovi strati di chissà quale altro materiale, sperabilmente meno prodigo, ed allora i futuri archeologi vi troveranno incastrati, come gli insetti del pliocene nell'ambra, i tappi corona della Coca Cola e gli anellini a strappo della birra in lattine, ricavandone dati sulla qualità e quantità delle nostre scelte alimentari. Si ripeterà cosí il fenomeno che ai nostri occhi ha reso interessanti, e quindi nobili, i Kökkenmöddingen, quelle collinette fatte esclusivamente di gusci di molluschi, lische di pesce ed ossa di gabbiano che gli archeologi d'oggi scavano sulle coste della Danimarca; erano mucchi di rifiuti che crebbero lentamente, a partire da circa settemila anni fa, intorno a miseri villaggi di pescatori, ed ora sono fossili illustri. I marciapiedi piú vecchi e piú tipici sono invece fatti di lastroni di pietra dura, pazientemente sgrossata e scalpellata a mano. Il grado del loro logorio ne consente una grossolana datazione: le lastre piú antiche sono lisce e lucide, lavorate dai passi di generazioni di pedoni, ed hanno assunto l'aspetto e la patina calda delle rocce alpine levigate dal mostruoso attrito dei ghiacciai. Dove la roccia schistosa era percorsa da una vena di quarzo, che è molto piú duro della sua matrice, essa è venuta a sporgere, talvolta in misura fastidiosa per i passanti dai piedi teneri. Dove invece l'attrito è stato minore o nullo, si distingue ancora la ruvidezza originaria della pietra, e spesso i singoli colpi di scalpello: questo si vede bene lungo i muri, per una distanza di un palmo, e particolarmente bene sul lastricato che sta davanti al Palazzo Carignano (...) È stato assai piú intenso il logorio del marmo, che è un materiale meno resistente: molte soglie di vecchie botteghe sono di marmo, e nel giro di pochi decenni soltanto si sono infossate profondamente. (...)
Primo Levi, dal volume “L’altrui mestiere”, il racconto “Segni sulla pietra” (ed. Einaudi 1985)
Le immagini: il primo fumetto è Cattivik, di Silver e Bonvi (molto divertente, risale al 1965 e spero che sia ancora in circolazione); il secondo fumetto è di Jack Teagle; gli arnesi per calafatare le imbarcazioni vengono da un catalogo on line (il nome si può leggere ingrandendo l'immagine); la foto di Pitch Lake a Trinidad viene da un sito on line dedicato allo stato caraibico.

lunedì 28 maggio 2012

Usignolo

Quest’anno l’usignolo è tornato a fare il nido vicino alle mie finestre, e questa è una bella notizia. La brutta notizia è che quest’albero presto sarà abbattuto, c’è già chi lavora da tempo per abbatterlo; ma per oggi non voglio pensarci, sono contento della compagnia dell’usignolo e mi diverto molto ad ascoltarlo.
Ho impiegato molti anni per arrivare a capire davvero che cos’è il canto di un usignolo: c’è molta differenza da come te lo insegnano a scuola e sui libri, e anche il luogo comune “canta come un usignolo” non aiuta a capire e riconoscere. Il canto dell’usignolo è infatti molto variato e divertente, non è una canzone melodica ben ordinata come per esempio capita con il canarino, ma qualcosa di molto più diverso e fantasioso. La canzone del canarino è infatti molto bella e ben costruita, ma è sempre quella; all’usignolo invece capita di essere melodico e di costruire frasi simili a quelle delle nostre canzoni, ma il più delle volte mette insieme qualcosa di molto diverso e molto personale. Insomma, si può registrare un canarino dire “questo è il canto del canarino”, sempre riconoscibile; non si può fare invece la stessa cosa con gli usignoli, perché quella registrazione sarà solo la voce di uno dei tanti usignoli possibili.
Ne approfitto per mettere in fila le nozioni che ho imparato sul canto degli uccelli, da non esperto quale sono (e chiedo scusa fin d’ora per eventuali imprecisioni):
1) il canto degli uccelli non è quasi mai un passatempo o un divertimento come lo intendiamo noi umani, ma è piuttosto un vero linguaggio, una forma di comunicazione vera e propria. C’è chi lo ha studiato e ne ha preso nota, riconoscendo per ogni specie vere e proprie frasi ricorrenti, parole, segnali, conversazioni e richiami di coppia; chi volesse saperne qualcosa di più può cominciare a leggere (o rileggere) il famoso libro dell’etologo Konrad Lorenz, “L’anello di re Salomone”.
2) per la maggior parte degli uccelli, il canto significa “qui ci sono io” e sottintende, o dice apertamente, “qui ci sono io e voi state lontani”. Insomma, è un po’ come se l’uccello desse le sue generalità, nome cognome, paternità e maternità, e codice fiscale; e poi, dopo aver tracciato il confine della sua proprietà, invitasse gli estranei, compresi quelli della sua stessa specie, a non venire a disturbare mentre lui fa il nido. A noi questo canto può sembrare piacevole, una cosa innocua, ma così non è; anche gli uccellini più piccoli, come le cince, sanno diventare molto aggressivi contro chi non capisce il loro segnale.
3) alcune specie di uccelli nascono già con il canto in memoria, altri devono imparare dai genitori. Se l’uccello che deve imparare dai genitori viene separato alla nascita, non imparerà la canzone ma può finire con l’imparare qualcosa d’altro, per esempio un brano che fischiettate voi. C’è poi il caso degli “imitatori” di professione, gazze e pappagalli e merli indiani; ma qui il discorso si allargherebbe di molto e direi che è il caso di lasciarlo agli specialisti.
L’usignolo ha dei genitori molto attenti e partecipi, sia il padre che la madre; però impara da solo la sua canzone, e la costruisce da sè nel corso degli anni, per imitazione o per sua invenzione particolare. Ne consegue che un usignolo adulto avrà una canzone molto più lunga e variata rispetto ad un usignolo giovane. Il Brehm aggiungeva che il canto costa molta fatica all’usignolo, che vi spende molte energie: quindi una cosa tutt’altro che facile.
Mettendo insieme tutte queste informazioni, che ho preso e riassunto velocemente da varie fonti, si comprenderà che non è facile riconoscere la voce di un usignolo solamente da una descrizione o anche da registrazioni “sul campo”: ogni usignolo ha la sua voce, e per ogni individuo la canzone si accresce nel corso delle settimane risultando alla fine molto diversa da come era all’inizio. A tutto questo bisogna ancora aggiungere che ci sono molte specie di usignoli, anche con nomi scientifici molto differenti (il nome scientifico è una cosa seria, se il nome è simile le specie sono simili e viceversa). Per esempio, l’usignolo maggiore è Luscinia luscinia, l’usignolo europeo comune è Erithacus megarhyncos (ma anche Luscinia megarhyncos); l’usignolo africano è Cercotrichas galactotes. Qui intorno vi sono poi anche due parenti stretti dell’usignolo, il pettirosso e il codirosso; il pettirosso si chiama Erithacus rubecula, di codirosso esistono molte varietà riconoscibili dal fatto che ad essere colorata è la parte del dorso vicina alla coda, che gli ornitologi chiamano “groppone”.
Quest’anno, data la vicinanza, sono riuscito anche a vedere gli usignoli: è un animale molto bello, il piumaggio non è appariscente ma ha una linea molto bella ed elegante. Somiglia un po’ al merlo (che già è bello di suo), ma è più snello ed elegante. La somiglianza non è casuale, sono infatti entrambi classificati fra i Turdidi (Turdidae). L'usignolo è un insettivoro, è bene ricordarlo: se vi danno fastidio mosche e zanzare, tenete presente che gli uccelli insettivori sono dalla nostra parte.
Per concludere, un po’ di nomi di usignoli in varie lingue: ruiseñor in spagnolo, nightingale in inglese, nachtigall in tedesco, e in francese rossignol, che riprende il nome rosignolo o rossignolo presente nei madrigali di Monteverdi (vale a dire: Tasso, Guarini, Ariosto, l’italiano del ‘500).
Le foto del codirosso sul balcone sono mie e risalgono al 2008; le immagini degli usignoli vengono da “Il mondo degli animali”, ed. Rizzoli 1968, e da “Guida agli uccelli d’Europa”, ed. Muzzio 1983. (il pettirosso è facilmente riconoscibile e lo dò per scontato). (nel frattempo, ci tengo a dirlo, la ringhiera l'ho riverniciata io con le mie mani ed è venuta molto bene).
AGGIORNAMENTO al 17 settembre 2012: riunione di condominio, il mio vicino dice "abbiamo deciso di abbattere l'albero", e poi "vogliamo abbattere l'albero" (lo ha deciso lui, se lo ha deciso lui parli per lui, io sono cresciuto con tre alberi davanti alla finestra, adesso mi è rimasto solo questo, amen)(ma è lui quello che ha in casa i bambini di tre anni...)

sabato 26 maggio 2012

Metamorfosi

«In natura, un sistema, quando non riesce più a risolvere i propri problemi vitali, se non vuole perire, è costretto alla metamorfosi. Il bruco è capace di autodistruggersi e autoricostruirsi per diventare una farfalla. L'idea della metamorfosi non è una follia, è una realtà che si è già realizzata altre volte nella storia del Pianeta, nella preistoria ma anche nel Medioevo (...)»
(Edgar Morin, dal Venerdì di Repubblica del 16 marzo 2012 )
In quest’intervista, che riporto qui sotto in un estratto più ampio, Edgar Morin parla di economia ma fa un discorso da naturalista, cioè da vero osservatore, mai superficiale e privo di pregiudizi. E’ solo osservando con attenzione quello che succede che si possono prevedere gli sviluppi successivi: ma per riuscirci bisogna saper abbandonare tutto quello che ti hanno insegnato, anche solo per pochi istanti, senza pregiudizi. Togliersi i paraocchi, insomma: un modo di dire che oggi può risultare oscuro, e che quindi è meglio spiegare. I paraocchi si mettevano ai cavalli da tiro, per evitare che si distraessero e magari si spaventassero; con i paraocchi si vede solo ciò che gli altri vogliono farci vedere. Nel caso del cavallo da tiro, con i paraocchi il cavallo vedrà solo quello che vuole il padrone.

Qui sotto riporto altri estratti da quest’intervista, molto bella, ricordando che i libri di Edgar Morin sono regolarmente pubblicati in Italia, che Edgar Morin è francese ma parla molto bene l’italiano, e infine che il nostro attuale ministro per lo sviluppo, il signor Corrado Passera, ha annunciato pochi giorni fa l’avvio di innumerevoli altre “grandi opere”. Dunque ancora una volta, come negli anni ’50, l’edilizia come traino dell’economia: ma per costruire dove? Ancora strade, ancora cemento, ancora cavalcavia?
Intervista a Edgar Morin
di Fabio Gambaro, Il Venerdì di Repubblica, 16 marzo 2012
- Nel libro lei critica l'idea di sviluppo. Perché?
«La mondializzazione porta in sé l'occidentalizzazione e il mito dello sviluppo fondato sull'idea di una crescita infinita. È un mito che ci porta dritti contro un muro. Non possiamo continuare a riempire il Pianeta di automobili, di centrali e di megalopoli. Questo modello di sviluppo - figlio di un liberalismo economico senza regole, tutto teso a produrre e a consumare sempre di più - comporta conseguenze disastrose per la biosfera e le risorse naturali. Oggi, si parla molto di sviluppo sostenibile, che però mi sembra solo una mezza misura. In realtà, occorre affrontare e spaccare il nocciolo duro, tecno-economico, del concetto tradizionale di sviluppo, per salvarne solo alcuni elementi da mettere al servizio di un altro modello di sviluppo umano. È un problema urgente che riguarda tutti».
- È per questa ragione che parla di Terra-patria?
«L'aspetto positivo della mondializzazione è che ormai c'è una comunità di destino di tutti gli esseri umani, ovunque essi si trovino. Siamo tutti di fronte agli stessi problemi fondamentali e alle stesse minacce mortali, sul piano ecologico, climatico, sociale, nucleare, ecc. Una patria è una comunità di destini, quindi la Terra è la patria comune che dobbiamo cercare di salvare in una situazione dove sembra non esserci più futuro e quindi prevalgono l'incertezza, la paura e le logiche regressive. In passato si pensava che la storia fosse guidata dalla legge del progresso. Le crisi del XX secolo hanno spazzato questa illusione».
- Che cosa fare allora?
«Al sistema terrestre minacciato da tutte le parti resta solo la via della metamorfosi. In natura, un sistema, quando non riesce più a risolvere i propri problemi vitali, se non vuole perire, è costretto alla metamorfosi. Il bruco è capace di autodistruggersi e autoricostruirsi per diventare una farfalla. L'idea della metamorfosi non è una follia, è una realtà che si è già realizzata altre volte nella storia del Pianeta, nella preistoria ma anche nel Medioevo».
- La metamorfosi è però un'operazione complessa e delicata...
«Per salvarsi occorre avere un approccio dialettico, nel tentativo di tenere insieme idee che sulla carta si oppongono. Non credo alla rivoluzione che fa tabula rasa del passato, producendo spesso realtà peggiori di quelle che ha voluto trasformare. Al contrario, abbiamo bisogno di tutte le riforme culturali della storia dell'umanità per trasformare e trasformarci. Per questo è necessario conservare tutti gli aspetti positivi della mondializzazione, che per me contiene il meglio e il peggio. Insomma, occorre al contempo mondializzare e de-mondializzare a seconda degli ambiti, favorire la crescita ma talvolta la decrescita, tenere conto dello sviluppo ma anche dell'inviluppo, della trasformazione come della conservazione. Questa strategia complessa ci consente di conservare la speranza, che naturalmente non è una certezza. Anzi, visto il contesto, la speranza è perfino improbabile. La storia però ci insegna che a volte l'improbabile è riuscito a prendere il sopravvento». (...)
(intervista a Edgar Morin, di fabio gambaro, www.repubblica.it  16 marzo 2012 )

Il vecchio muore e il nuovo non può nascere, e in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati. (Antonio Gramsci, citato da Joseph Losey per il Don Giovanni di Mozart)

martedì 22 maggio 2012

Parma e Catania: responsabilità e federalismo

Seicento milioni di euro di debiti, in una città come Parma: eppure l’ex sindaco, uno dei responsabili del disastro, era tra i candidati alle elezioni. In teoria, avrebbe potuto essere rieletto; e non sono stati pochi i parmigiani che l’hanno votato. Per fortuna, la maggioranza dei cittadini ha tagliato corto, Ubaldi e il suo successore Vignali sono rimasti fuori, il ballottaggio si è svolto tra due candidati nuovi, cioè fra due persone che non hanno responsabilità di questo dissesto. Auguri al nuovo sindaco, dunque; ma l’interrogativo rimane, ed è di quelli pesanti.
Come è possibile che si possa mandare al dissesto una città senza prendersene la minima responsabilità? Questa era la prima misura da prendere, la responsabilità civile e penale quanto meno del sindaco e dell’assessore al bilancio. Di federalismo si è parlato e straparlato per vent’anni, ma senza mai toccare questo punto: e mi stupisco ancora che nessuno se ne sia accorto, si è parlato solo di “soldi che devono restare qui”, ed evidentemente c’era qualcuno che aveva le idee ben chiare su quel “qui”. Invece no, la prima cosa a cui pensare era che qualcuno si deve prendere la responsabilità di quei soldi, soprattutto in caso di federalismo fiscale: se mandi in dissesto il Comune, galera o risarcimento.

Sia ben chiaro, non voglio mandare in galera nessuno: basterebbe, prima, dare le dimissioni. Un sindaco e un assessore si rendono conto che qualcosa non funziona? Ne danno pubblico annuncio, e si dimettono prima che la situazione diventi irreparabile. Tutto sarebbe chiaro, i cittadini prenderebbero atto di come è stata amministrato il Comune, si aprirebbe una discussione seria, eccetera.
Un circolo virtuoso che non avremo mai, viene da dire: non certo con chi ha portato al Parlamento persone come l’ex sindaco di Catania, Scapagnini (stessa situazione di Parma: è ancora oggi al suo scranno, lauto stipendio e lauta pensione garantita, più tutti i benefit). Ce ne sono altri in questa situazione, ma di queste persone non si parla mai. Si dice sempre che sono tutti uguali, ma non è che sia proprio vero: a Parma il PD ha perso le elezioni, ma negli ultimi anni non ha mai governato Parma. E Parma è stata una città modello, molto ben governata, finché c’è stato il PCI, cioè per mezzo secolo. Il PCI non esiste più, e quanto al PD suo erede, noi elettori di sinistra sappiamo benissimo perché non convince e glielo stiamo dicendo da tempo, speriamo che prima o poi se ne rendano conto.

PS: ieri, però, la cosa che più mi ha fatto impressione in tv è stata vedere le facce di persone come La Russa e Gelmini, o come Maroni e Romani, e ascoltare i loro commenti. Siamo ancora tutti spaventati dal terremoto e dall’attentato di Brindisi, e questi qua, seduti in Parlamento accanto a Scapagnini, eccetera, e dopo vent'anni di governo che ci hanno ridotti in queste condizioni, si mettono a disquisire e a spiegarci cosa si deve fare... Spero che le elezioni arrivino presto.
PPS: intanto che scrivo, passa qui sopra un elicottero rumorosissimo e inquinante. Vuoi vedere che è proprio lui, Silvio Berlusconi? Si è appena comperato una magnifica villa sul Lago di Como, per andarci da Monza o da Milano si può passare da qui, e chissà se ha fatto fare il bollino per le emissioni dei gas di scarico, come mi tocca fare a me. Ma forse, chissà, gli elicotteri e i jet privati non inquinano.
(aggiornamento al 29 maggio 2012: vedo a Ballarò, in tv, l'onorevole Crosetto di Forza Italia ripetere questi concetti tali e quali, e con molta grinta e convinzione - peccato che l'on.Crosetto sia al governo con l'ex sindaco di Catania, probabilmente lo vede tutti i giorni, il partito è lo stesso. E' molto probabile che alle prossime elezioni con Crosetto ci siano anche gli ex sindaci di Parma, quelli che hanno fatto il buco da seicento milioni in pochissimi anni: che ci siano o non ci siano, però, dipende da chi va a votare.)

venerdì 18 maggio 2012

Svevo profeta

«L'avvenire del mondo era di divenire tutto un'unica, una sola città. Addio campagne, addio boschi, addio prati. Come avrebbero mangiato tutti costoro? Chimicamente? Oh! disgraziati». L'idea colossale gli era venuta dalla vista di tre case coloniche con altre tre piú in là e due prima e infine altre quattro. Invadevano i campi! Egli vedeva come fra tutte queste case se ne sarebbero messe delle altre e tutte in fila. Ma però, quando il mondo sarebbe stato tutta una città, lui, sua moglie e persino suo figlio avrebbero domandato poco posto. Era giusto di tranquillizzarsi con tanto egoismo? Non sarebbe stato meglio di soffrire per i posteri? Il signor Aghios sorrise. Il mondo era costruito tanto bene che certi dolori sono impossibili. In seguito ad un altro richiamo dell'ispettore il signor Aghios arrivò a sentire ancora: «In conclusione io pretendo che il cittadino si scelga un Governo, eppoi non s'ingerisca di altro. Questa è la vera libertà ».
(Italo Svevo, da “Corto viaggio sentimentale”, pagina 79 dell’edizione Dall’Oglio del 1980)

L’esattezza della visione, che fotografa in maniera perfetta il nostro mondo del 2012, mi ha fatto subito pensare che questo brano è stato scritto quasi cent’anni fa: Italo Svevo è morto nel 1928, il racconto è stato pubblicato postumo. Nel libro, il cui titolo è una dedica a Laurence Sterne, Svevo racconta di un viaggio in treno nella Pianura Padana, da Milano fino a Trieste. Questo è il terzo capitolo, siamo nei dintorni di Padova; ma se guardate su Google Map o su qualche servizio simile, vi accorgerete – anche senza viaggiare – che il mondo, da queste parti, è ormai per davvero “tutto un'unica, una sola città”.
Ma la profezia più famosa di Svevo è sicuramente quella che chiude “La coscienza di Zeno”, proprio le ultime righe dell’ultima pagina. Le riporto qui sotto, perché anch’io ogni tanto me ne dimentico; e sulle cause di questa dimenticanza non è il caso di stare a indagare, è la più classica delle rimozioni (“La coscienza di Zeno” fu pubblicato nel 1923, quando Hiroshima e Nagasaki erano ancora soltanto i nomi di due città lontane).

....legge che fu su tutta la terra la creatrice. La legge del piú forte sparì e perdemmo la selezione salutare. Altro che psico-analisi ci vorrebbe : sotto la legge del possessore del maggior numero di ordigni prospereranno malattie e ammalati.
Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno piú, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po' piú ammalato, ruberà tale esplosivo e s'arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un'esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.
(Italo Svevo, La coscienza di Zeno, l’ultima pagina)