martedì 7 dicembre 2010

Gerarchie

Le antiche società sapevano che non si poteva lasciare ai commercianti la gestione del mondo, e non a caso Confucio, sistematizzando la struttura piramidale della società cinese, relegò i mercanti al livello più basso: dopo i sapienti, i militari e i contadini. Oggi le società moderne hanno rovesciato quella piramide ed i mercanti, con la loro etica e la loro estetica, sono in testa a tutti.
(Tiziano Terzani, dal Corriere della sera 17.1.99 )

Tirèmm innanz

Cossa me importa de savé in doe voo
se incontra a un poo de pas o ai trebuleri
quand tutti i strad gh'han de menà al foppon!
E cossa cunta smazzuccass el coo
per revangà cossa demoni séri
prima de nass, se adess che sont nassuu
sont el fradell d'ogni fedel mincion!
Tiremm innanz quiett quiett, de porta in porta,
che poeu quand saront stracch pondaroo el cuu
in sul prim sass e disaroo: - Limorta! -
(Delio Tessa, Tiremm innanz)
(edizione Einaudi a cura di Dante Isella, II volume)

...cosa m'importa di sapere dove vado,
se incontro a un po' di pace o alle tribolazioni,
quando tutte le strade han da portarti alla fossa!
E cosa conta martellarsi la testa
per ricordarmi cosa diavolo ero
prima di nascere, se adesso che son nato
sono fratello d'ogni fedel minchione!
Tiriamo avanti quieti, di porta in porta,
che poi quando sarò stanco mi siederò
sul primo sasso che trovo, e dirò: "Limorta!"
("Limorta" è la frase che poneva fine al gioco dei bambini, anche solo per un attimo; mentre "arivivis" lo faceva ricominciare)("Tiremm innanz" è la frase, un tempo proverbiale, pronunciata dal patriota milanese del Risorgimento Amatore Sciesa, quando lo portarono davanti alla sua casa prima di andare al patibolo, nella speranza che facesse i nomi dei suoi compagni).

lunedì 6 dicembre 2010

Filologia del bunga bunga

Adesso che le acque si sono un po’ calmate, posso dirlo: io c’ero. Non al bunga-bunga presidenziale di cui si è parlato in questi giorni, s’intende, ma al Teatro dell’Elfo nel gennaio 1987: ad ascoltare Claudio Bisio che raccontava la storiella del bunga-bunga. E’ un storiella che ho memorizzato e raccontato più volte, in questo quarto di secolo che è passato, perché è vero che non è il massimo della finezza, ma è divertente e ha inaspettati risvolti filosofici; e va a toccare uno dei temi cruciali della nostra esistenza.
Non sto scherzando: quante volte vi è successo che vi stessero mettendo davanti a una scelta, per poi accorgervi che la scelta, in realtà, non esiste? E non è finita qui, perchè non solo la scelta non esiste, ma la vostra decisione in merito non ha alcuna importanza. Un classico e lampante caso di bunga-bunga, in questi ultimi mesi, è stato il dibattito aperto alla Fiat di Pomigliano d’Arco: qualcuno ha davvero pensato che ci fosse una possibilità di scelta? Il bunga-bunga può anche essere divertente, ma lo è solo per il vincitore.
La storiella, così come la raccontava Claudio Bisio, la trascriverò qui sotto (vado a memoria), per intanto racconto qualcosa dello spettacolo, che si chiamava “Comedians” e che raggruppava un bel gruppetto di attori: Paolo Rossi, Claudio Bisio, Silvio Orlando, Antonio Catania, Renato Sarti, Alberto Storti, Renato Carpentieri,Gianni Palladino, Gigio Alberti, Luca Toracca. Regia teatrale di Gabriele Salvatores, che avrebbe poi tratto un film dallo spettacolo, “Kamikazen”, uscito nel 1987. “Comedians” nell’originale era opera dell’inglese Trevor Griffiths, e fu molto riadattato nella versione italiana, perché è un testo che ben si presta a improvvisazioni e cambiamenti calibrati sui diversi attori che lo interpretano di volta in volta. Nel film, e anche a teatro, Paolo Rossi esponeva con estrema serietà la filosofia dello Sgurz: ma dello Sgurz, e delle sue implicazioni filosofiche, converrà parlare un’altra volta, se no questo post non finisce più. E’ dunque l’ora del bunga bunga, eccolo qua.

Siamo nell’Africa dell’Ottocento, tempo di guerre coloniali: immaginarsi qualcosa come la guerra anglo-boera, o “Le quattro piume” di Zoltan Korda. Un drappello di soldati inglesi in perlustrazione viene assalito dagli africani, che sono in numero esorbitante e vincono la battaglia. Rimangono tre superstiti: un ufficiale e due soldati. I tre vengono portati al campo dei guerrieri africani, dove assistono ai festeggiamenti. Sono un bel po’ spaventati, e la preoccupazione cresce quando vedono staccarsi dal gruppo dei festanti, e avvicinarsi a loro, due persone: il capo, e uno dei guerrieri che parla un buon inglese e si presenta come interprete. Il capo sta in silenzio, parla l’interprete.
Interprete: Il Grande Capo ha osservato il vostro coraggio durante il combattimento, e ha deciso di offrirvi una possibilità: di solito non diamo scampo ai prigionieri, ma stavolta potrete scegliere fra la morte e il bunga bunga.
Uno dei soldati inglesi: Cos’è il bunga bunga?
Interprete: Non so tradurre bene...non trovo parola inglese corrispondente. Bunga bunga è un rito, una festa, come dire? Bunga bunga è bunga bunga...
Il primo soldato accetta subito la proposta: la morte si sa cos’è, il bunga bunga chissà. Viene preso e sodomizzato da tutti i guerrieri; ma alla fine si rialza, un po’ stordito ma vivo. Il secondo soldato, che ha visto tutto, non è affatto contento: ma che fare, in fin dei conti il suo collega è ancora vivo, sia pure un po’ barcollante appare in condizioni accettabili. Anche il secondo soldato accetta il bunga bunga; ora è il turno dell’ufficiale. L’interprete e il Capo sono davanti a lui, in attesa della sua decisione.
Ufficiale: Non posso accettare. Io sono di nobile stirpe, stirpe di soldati che hanno sempre combattuto con onore; questo sarebbe un disonore. Scelgo la morte.
L’interprete traduce e il Capo ascolta con grandi cenni di meraviglia; poi abbraccia l’ufficiale, è commosso, e gli fa un lungo discorso in cui l’unica parola comprensibile, detta alla fine, è bunga bunga.
Interprete: Grande Capo commosso. Ho tradotto il tuo discorso parola per parola, e Grande Capo ha apprezzato molto. Tu hai scelto la morte, e morte avrai. (nell’allontanarsi, festante) Ma, prima, un po’ di bunga bunga!
(siccome sono stato bravo e ho conservato il programma di sala, metto le foto originali: faccio notare che Bisio era già pettinato come oggi) (“da che pulpito!”)
PS: chi volesse trovare la versione “storica” del bunga-bunga può fare un giro in rete usando un motore di ricerca: si tratta, a quanto dicono, di una magnifica burla (ma niente sesso) fatta da alcuni studenti inglesi alla Reale Marina Britannica, e vi sarebbe coinvolta nientemeno che Virginia Woolf, allora giovanissima.
PPS: siamo ad un livello culturale così basso, ma così basso, che sono riusciti perfino a rovinare la storiella del bunga-bunga. Non sono ancora riuscito a darmene pace.

domenica 5 dicembre 2010

Sindaci e prefetti

L’idea di dare ai sindaci le funzioni dei prefetti torna a galla con una certa regolarità, e soprattutto in area leghista c’è chi pensa di trasformare il sindaco in qualcosa di simile agli sceriffi americani. Dato che siamo già a buon punto con quest’idea (lo si voglia o no, sono sempre più i sindaci che salgono alla ribalta con decisioni personali di vario tipo) mi sono messo a ragionarci sopra.
E dunque: chi è il sindaco e chi è il prefetto?
Il prefetto è un funzionario statale, addetto più che altro a questioni di ordine pubblico; la sua nomina avviene dopo un percorso di formazione piuttosto lungo, e dopo alcuni anni come viceprefetto accanto ad una persona con molta esperienza. Insomma, un prefetto può magari essere una persona discutibile, ma di sicuro non si diventa prefetti per caso.
Il sindaco invece viene eletto, di solito fa capo ad un partito politico, e può avere provenienze professionali e culturali molto eterogenee: avvocato, medico, ingegnere, professore, figlio o moglie o amante di qualche ricco e influente signore, qualsiasi cosa. Il sindaco può anche essere molto efficiente, ma prima che prenda in mano il Comune non si sa mai bene chi è e se può davvero svolgere quella funzione. Inoltre, il sindaco deve sempre stare attento agli umori del suo elettorato: se prende decisioni che non convincono, rischia di non essere rieletto.
Ci sono dei pro e dei contro, come in tutte le cose: per non sbagliare, in questo caso, io personalmente preferisco andare sulla persona preparata ed esperta in materia. Ve la immaginate anche solo una partita di calcio con ultras ed hooligans gestita da una persona inesperta? Non oso pensare a questioni ancora più serie...
Come dicevo prima, un prefetto può anche essere una persona discutibile (nel qual caso può essere rimosso facilmente, almeno in teoria), ma di sicuro un’occhiata addosso, prima di diventare prefetto, qualcuno gliela avrà pur data. Invece per diventare sindaco magari basta essere simpatico a questo e quello, o avere un marito petroliere che spende quattro o cinque milioni di euro per tappezzare ogni angolo della città con la tua faccia e il tuo nome; ma questa è soltanto una mia ipotesi, sia ben chiaro, se chi mi legge non è d’accordo vuol dire che il mio parere lo buttiamo via.
Del resto, le mie opinioni e le mie ipotesi vengono quasi sempre regolarmente contraddette dalla realtà; in questi casi, che dire, non mi resta che rimanere fedele al titolo che mi sono scelto per questo blog. “De là del mur, cantàven...” diceva uno stupito Delio Tessa, in bicicletta, cent’anni fa, passando di fianco al muro del manicomio di Mombello. Essere “de là del mur”, insomma, può anche diventa un’ipotesi piacevole, soprattutto di questi tempi.

giovedì 2 dicembre 2010

John Renbourn

«Just an old english song: “I wish I were John Renbourn...”». Una vecchia canzone inglese, da suonare – mi sembra ovvio - con la chitarra. Me la sono inventata io, ma esprime un sentimento autentico: invidia. Invidia buona, s'intende, di quella che fa solo sospirare: vorrei tanto saper suonare così, ma perché mai io non sono capace...
Quando ascolto John Renbourn mi dispiace di non aver imparato a suonare la chitarra. E’ un sentimento di invidia (invidia pacifica, sia ben chiaro) che non si prova con tutti i musicisti: come si fa, per esempio, a essere invidiosi di Yehudi Menuhin o di Arturo Benedetti Michelangeli? Questa è gente piovuta da un altro pianeta, inarrivabile. Non riesco ad essere geloso nemmeno di gente come Jimi Hendrix, o Tim Buckley: troppo diversi da me.
John Renbourn invece ha la caratteristica di essere, nel contempo, un grande chitarrista e una persona normale. Renbourn è grande e grosso, col tempo ha maturato una bella barba bianca (la barba l’aveva anche da giovane), entra sul palcoscenico un po’ goffamente (e fin qui mi riconosco), poi dice due parole di saluto, si siede e comincia a suonare, e anche a cantare, con una bella voce calda e piena. E qui cominciano da una parte l’incanto dell’ascolto, dall’altra parte l’invidia: perché lui sì e io no? Un’invidia difficile da mandare via, ma poi passa perché si ascoltano cose magnifiche, e soprattutto perché a quelli come John Renbourn si finisce per voler bene.
Il repertorio di Renbourn è molto vasto: si parte dal seicento inglese, il periodo elisabettiano, e si arriva fino al blues e al rock, e al jazz, passando per il folk inglese e americano, le antiche ballate da cantastorie, storie d’amore e di esplorazioni, di soldati, di condannati a morte. Un repertorio a cui non siamo abituati, anche i cantanti più famosi sono spesso chiusi dentro un piccolo giro di accordi (sempre quelli, tanto non se ne accorge nessuno) e non vanno oltre un’ottava; questa è probabilmente la ragione per cui il nome di Renbourn non dirà molto alla maggior parte delle persone. Oltretutto, nessuno gli ha mai fatto pubblicità: e viene da pensare che un agente che gli avesse proposto qualcosa di diverso dal semplice suonare e cantare, John Renbourn l’avrebbe mandato subito al diavolo. Sugli scaffali dei negozi di dischi, John Renbourn e i Pentangle (il gruppo con cui ha suonato per molti anni, cinque musicisti bravi come lui) vengono messi sbrigativamente fra la musica celtica: una definizione stupida, la musica del tempo di Shakespeare e le ricerche musicali di Alan Lomax, o il jazz, non hanno niente a che fare con gli antichi celti – purtroppo l’ignoranza e la superficialità regnano spesso da sovrane anche nella critica musicale. L’Inghilterra ha avuto grandissimi cantanti e chitarristi (cioè no, liutisti e violisti: ma qui fa lo stesso) da sempre, dai tempi di John Dowland, o magari di Ferrabosco; e sono ascolti che consiglio caldamente.
Renbourn ha registrato moltissimi dischi, a partire da quel 1966 in cui incise il suo primo album. Per l’elenco completo, rimando a wikipedia e al sito personale di Renbourn; qui mi limito a mettere i nomi dei suoi compagni d’avventura al tempo dei Pentangle (almeno cinque dischi bellissimi, in perfetta sintonia) e a ricopiare una poesia elisabettiana, strana e fascinosa, musicata da Renbourn nel suo primo disco (John Donne, 1572-1631, contemporaneo di Shakespeare, di Monteverdi, e di Cervantes, è uno dei più grandi poeti inglesi di tutti i tempi).
I Pentangle: Jacqui McShee, meravigliosa e infallibile cantante; Bert Jansch e John Renbourn, voci e chitarre; Terry Cox, percussioni; e lo straordinario bassista (contrabbasso acustico) Danny Thompson.
John Donne, “Song”.
Goe, and catche a falling starre,
get with child a mandrake roote,
tell me, where all past yeares are,
or who cleft the Devils foot,
teach me to heare Mermaides singing,
or to keep off envies stinging,
and finde
what winde
serves to advance an honest minde.
If thou beest borne to strange sights,
things invisible to see,
ride ten thousand daies and nights,
till age snow white haires on thee,
thou, when thou retorn'st, wilt tell mee
all strange wonders that befell thee,
and sweare
no where
lives a woman true, and faire.
If thou findst one, let mee know,
such a Pilgrimage vere sweet,
yet doe not, I would not goe,
though at next doore wee might meet,
though shee were true, when you met her,
and fast, till you write your letter,
yet shee
will be
false, ere I come, to two, or three.
(Canzone. Va' ad afferrare una stella cadente, impregna una radice di mandragola, dimmi dove sono tutti gli anni passati, o chi fendette il piede del diavolo, insegnami a udire il canto delle Sirene, o ad evitare la trafittura d'invidia, e trova qual vento occorra per far progredire un animo onesto.
Se tu sei nato a strane visioni, a veder cose invisibili, cavalca giorni e notti diecimila, fino a che la vecchiezza nevichi su te bianchi crini; e al tuo ritorno mi racconterai tutti i portenti strani che ti accaddero, e giurerai che in nessun luogo vive donna fedele e bella.
Se ne trovi una, fammelo sapere, dolce sarebbe un tal pellegrinaggio; ma se no, non dirmelo; io non vi andrei anche se potessi incontrarla alla porta accanto; per quanto fosse fedele quando tu l'incontrasti, e lo rimanesse fino che tu mi abbia scritto la lettera, ella però sarà infedele, prima ch'io venga, a due o tre.)
(le immagini vengono dal sito http://www.john-renbourn.com/ )

"Cosa protestano a fare"

L’altra sera, mentre stavo cucinando, ascoltavo un dibattito su Radio Popolare, riguardante i cortei, le occupazioni e le proteste fatte da studenti e insegnanti. A un certo punto il conduttore non ha potuto fare a meno di dire (cogliendo, da giornalista vero, il punto principale della discussione) : “Ma, signori, un po’ me l’aspettavo che non tutti fossero solidali con chi protesta; però questa è una radio di sinistra e non mi aspettavo tutti questi pareri contrari”. Poi il dibattito è proseguito, sempre con le telefonate da casa: e molto seriamente, non parlando a vanvera – ed è un’ottima cosa che ci siano ancora giornalisti così.
Le obiezioni alla protesta erano di questo tipo: “gli insegnanti sono fannulloni, i ricercatori non fanno un tubo dalla mattina alla sera, gli studenti vadano a lavorare”, eccetera. Tutte cose che conosciamo bene, compresi gli immancabili “e io, allora??” e “li manteniamo noi con i nostri soldi”.
Ecco, secondo me è proprio questo il punto. Perché, sia pure con grande ritardo, insegnanti e studenti e ricercatori, toccati nel vivo, fanno le loro manifestazioni di protesta: e invece impiegati e operai si sono lasciati fare di tutto, ma proprio di tutto, e per di più - da perfetti masochisti – anche sorridendo e approvando contenti? E non per un mese o due, si badi bene: per 15 anni filati.
E non è ancora finita. Stamattina ho comperato il giornale locale, e c’era questo titolo.

Premesso che il giornale locale non lo compero per me (fosse stato per me, con quel titolo, l’avrei lasciato a prender polvere in edicola), conosco bene i miei comaschi e so come la pensano; ma, per quanto mi riguarda, mi sono venuti i brividi e mi è salita una gran rabbia. Sono troppo grosso e robusto per essere credibile come iettatore, dovrei perdere almeno trenta chili per sembrare attendibile, ma stavolta ci ho provato, e ho augurato tutti i mali peggiori a chi propone e approva queste cose. Mali tipo chemioterapia e dialisi, per intenderci; o magari un malato da assistere personalmente, uno di quelli senza speranza.
Cattivo gusto? Probabilmente sì, ma sono cose che capitano quotidianamente e non mi va di chiudere gli occhi e far finta che non succedano. Probabilmente non avrei dovuto pensare queste cose, e nemmeno scriverle qui, ma provate a pensare a un vostro collega che viene a lavorare di fianco a voi pur avendo la febbre a 39, o una malattia infettiva. Provate a pensare a tutti i morti per lavoro: una media di due o tre al giorno, nella civile ed evoluta Lombardia (mi dicono che gli infortuni sono in calo? per forza, hanno chiuso i tre quarti delle industrie, e nelle altre gli infortuni non si denunciano per non perdere il posto...).
Queste sono le stesse persone che, a parole, dicono di difendere la Famiglia e l’Integrità della Persona Umana. I fatti sono diversi, e lo si constata ogni giorno di più.
PS: questo post è dedicato anche alla memoria di Mario Monicelli, oltre che a tutti i malati che stanno soffrendo in questi giorni, e ai loro parenti che li assistono. (“assistere i malati”, non ricordo le parole esatte ma mi pare che sia scritto da qualche parte nel Catechismo Cattolico Cristiano...).

mercoledì 1 dicembre 2010

Falsi in bilancio e facce di tolla

“Non si può, perché c’è il debito pubblico”: da qualche tempo i massimi esponenti del governo Bossi-Berlusconi, quando si presentano in tv, tirano fuori questo argomento in risposta a chi gli dice che si sono fatti troppi tagli anche in settori vitali e che toccano direttamente tutte le famiglie. Lo dicono storcendo il naso, alzando il ditino, sottolineando il fatto che loro non sono responsabili, eh no, non sono responsabili. Dato che uno dei principali attori di questa piccola gag è l’on. Cicchitto, direi che conviene ripassare un po’ la storia del debito pubblico.
Basta mettere in un grafico, uno di quelli più semplici, in ascissa l’andamento del debito pubblico e in ordinata le date dal 1945 in qua (o viceversa, che è lo stesso), e abbinare alle date i rispettivi governi, e si vede subito che cosa è successo. Mi dispiace di non avere qui i dati precisi e di non poter mettere qui il grafico vero e proprio, perchè è di un’evidenza sconcertante: purtroppo io non faccio il giornalista, questo lavoro spetterebbe ad altri. Ma questo grafico ogni tanto salta fuori, io l’ho letto (purtroppo non l’ho conservato) e posso riassumere.
E dunque: si parte dal 1945, cioè dalle macerie, dai morti, dalle rovine e dalla devastazione lasciate in eredità da Mussolini e dalla Repubblica di Salò: quindi da sotto zero.
Nel giro di pochi anni, De Gasperi e la generazione politica uscita dalla Resistenza (con l’aiuto iniziale del Piano Marshall) rimettono in sesto i bilanci: nei primi anni ’60 la lira italiana è addirittura una delle monete più stabili e affidabili d’Europa. Da qui nasce il grande boom economico, che porterà l’Italia tra le primissime potenze industriali del pianeta.
La curva del debito pubblico, fin qui in attivo, comincia a scendere dal 1973: la prima grande crisi petrolifera, la nascita dell’OPEC, l’austerity. Da qui, dal 1973, poteva nascere un grande ciclo virtuoso: ma la generazione dei De Gasperi non c’è più, al governo ci sono politici meno attenti, e quando la crisi petrolifera sembra risolversi tutti pensano che si possa andare avanti come prima, ma non è così. L’inflazione seguente a quegli anni è devastante, e malgovernata: come capita sempre, se ne dà la colpa alle pretese dei sindacati – e forse è il caso di ripetere: dal 1945 a tutti gli anni ’60 la lira fu una moneta forte e affidabile, e i bilanci erano in ordine. In ordine: con l’assistenza sanitaria gratuita, con le pensioni a 50 anni. Forse qualche problema è venuto anche da una classe politica e dirigente inadeguata, almeno il sospetto potrebbe nascere: ma lasciamo stare, questo non è un trattato di storia, è solo un piccolo sfogo personale.

Da qui in avanti, la curva del debito pubblico comincia a diventare preoccupante, ma sempre nei limiti. Il buco vero, la vera voragine (e mi dispiace di non aver qui i dati e il grafico, sono più che eloquenti – spero che qualcuno lo faccia) arriva negli anni ’80: governo Craxi, governo De Mita. E’ importante far notare che sono anni in cui non solo l’economia va bene, ma Craxi si vanta più volte del “sorpasso” all’Inghilterra e alla Francia: l’Italia è la quarta potenza economica mondiale.
Invece di approfittarne per rimettere in sesto i bilanci, si arriva vicinissimi alla catastrofe: è il 1992, l’anno degli accordi di Maastricht, e il capo del governo è Giuliano Amato.
Amato tasserà tutto il tassabile, e anche di più: e diventerà odioso. Lo stesso Amato, anni dopo, in un’intervista spiegherà come era messa l’Italia: come l’Irlanda e la Grecia di oggi, e anche peggio.
Dopo Amato, il governo viene affidato a Ciampi, governatore della Banca d’Italia: un tecnico. Ciampi ha avuto un brevissimo passato politico, nel 1945, prendendo la tessera del Partito d’Azione: “non ci votarono nemmeno le nostre fidanzate, e il partito si sciolse” è la battuta che circola ancora oggi tra i superstiti del Partito d’Azione – e forse sta qui il vero guaio della storia italiana, perché nel Partito d’Azione (di centro, non ideologico) stavano alcune fra le migliori persone che siano mai entrate in politica. o che ci abbiano provato.
Siamo ormai alla storia recente: grazie a Ciampi (per cinque anni ministro dell’Economia nel governo Prodi, e seguenti) il debito pubblico scende dal 124% lasciato da Craxi fino al 102%, consentendo l’ingresso nell’euro. Nel 2001 riprendono il potere Bossi, Berlusconi e Tremonti, dopo il breve passaggio del 1994: da allora il debito pubblico continua a salire. Gli ultimi dati parlano del 118%, molto vicino al deficit lasciato da Craxi e De Mita nel 1992. Come a dire: diciotto anni di sacrifici buttati al vento.
C’è chi ne dà la colpa al crollo delle Torri Gemelle, New York 2001: invece io quando vedo in tv (quasi ogni sera) il volto severo e accigliato dell’on. Cicchitto, io penso: «Onorevole Cicchitto, lei c’era. Quando si scavava la voragine senza fondo, lei era lì, a fianco di Craxi...(e non era l’unico, ma non fatemi fare gli altri nomi, che non ne posso più di ascoltarli).
PS: in milanese, “tolla” è la latta, quella della lattine. Che se la lucidi bene diventa bella come l’oro, ma resta sempre lamiera.
PPS: il federalismo è costosissimo...preparatevi a pagare caro tutto quello che vi vedete intorno, oppure vedete se riuscite ad aggregarvi al carro. Auguri!

(vignetta di Maramotti, da L'Unità anno 2007)