martedì 10 luglio 2012

Columbidæ

- E’ ago-sto! E’ ago-sto! E’ ago-sto! – mi dice la tortora, insistente.
- Ma no che non è agosto, è vero che ho voltato il foglio del calendario ma non è agosto: è luglio.
Ma lei insiste: è agosto, è agosto, è agosto.
Il giorno dopo, ancora:
- Fa caldo, lo so anch’io, ma non è mica ancora agosto! Anche a luglio fa caldo, non serve mica che sia agosto.
Alla fine, si convince; smette di dire che è agosto e comincia a chiamare Rodolfo. O forse, chissà, Rodolfo è proprio il suo nome:
- Rhodòl-fo! Rhodòl-fo! Rhodol-fo!
Altre volte, il nome è Leopoldo; altre volte ancora, dice una frase di più sillabe, del tipo “lo riconosco”:
- Lo riconòs-co! Lo riconòs-co!
E via per tutto il giorno. Ma, intanto, sono riuscito a farle capire che non è agosto, ed è già qualcosa.
PS: le allucinazioni auditive, se avete a che fare con una tortora per più di un quarto d’ora, sono da considerarsi più che normali. Se proprio non ne potete più, andate fuori a dare un’occhiata: le tortore sono piuttosto belle, e anche decisamente buffe quando si muovono.
La foto della tortora viene da http://cinciamogia.wordpress.com
altre tortore qui

lunedì 9 luglio 2012

Musica da camera ( III )

Una cicala, una. Fa un baccano incredibile, mai viste cicale qui vicino, le cicale più vicine sono a due chilometri da qui; da dove sarà mai venuta?
Vado a vedere dov’è, la trovo in alto sul palo della luce; che è di cemento consumato dal tempo e dalle intemperie, quindi in perfetto color cicala. Mimetismo eccellente, difficile da vedere, però il suono viene proprio da quel puntolino lì.
Il giorno dopo non c’è più, peccato.
Una cicala di Biagio Marin
(nel dialetto dell’isola di Grado)
Oh! làsseme cantâ,
son solo una sigàla,
e per duta l'istà
canto solo co' l'ala.
Un monotono crìo
che ingrisa 'l sielo blu,
ma xe 'l recordo mio
che se leva per tu.
No' stâ tôme 'sto sigo
d'amor che te ferisse
comò le stele fisse
che a note fa un rivo.
Fin a l'ultimo fiao
'sto crio d'inamorao
làsselo verze el sielo
co' 'l tagio d'un cortelo.
Xe solo 'l baso mio
su la to boca d'oro;
fin che me moro
'sto baso asseta, Dio !
(Biagio Marin, 1966)
(pag.92 ed. Garzanti delle poesie di Biagio Marin)
(...non stare a togliermi questo grido d’amore che ti ferisce, come le stelle fisse che a notte fanno un fiume – la via lattea Fino all’ultimo fiato, questo grido d’innamorato lascialo aprire al cielo come il taglio di un coltello. E’ solo il mio bacio sulla tua bocca d’oro; fino a che io non muoio accetta questo bacio, Dio!)
(“sigo”, “sighèr” in molti dialetti è insieme grido e pianto, come l’inglese to cry, qui presente anche con la parola “crìo”, grido)
L’immagine di Biagio Marin viene da http://www.gere.altervista.org/ , la cicala-gioiello è opera di Elsa Schiaparelli, il disegno della cicala viene da un libro scientifico, forse dell’800, ma non ho trovato altre indicazioni)

domenica 8 luglio 2012

Musica da camera ( II )

Distinguere i grilli dalle cavallette non è facile: quello nero col testone, violinista principe, lo vedono tutti che è un grillo; ma quelli verdi, minuti, violinisti eccelsi anche loro, che cosa sono di preciso?
La distinzione vera e propria è roba da specialisti, da studiosi; anche perché oltre alle diecimila diverse varietà di grilli e di cavallette ci sono tutti gli stadi intermedi, gli immaturi. Grilli e cavallette fanno parte, infatti, di quella metà degli insetti che non hanno bruchi o larve, ma che nascono già molto simili all’adulto, e che crescono man mano cambiando pelle. E’ la grande divisione del mondo degli insetti, olometaboli ed eterometaboli: due parole difficili, ma significa che mosche e farfalle, vespe e formiche, hanno il bruco, la larva; altri insetti invece crescono più o meno come noi, e quando nascono sono già molto simili agli adulti, già riconoscibili. Alcuni insetti apparentemente indistinguibili, come i coleotteri e gli scarafaggi, o come le termiti e le formiche, nascondono in realtà questa grande differenza.
Grilli e cavallette sono Ortòtteri, così come il grillotalpa; gli Ortòtteri sono una parte della Classe degli Insetti. E fin qui non c’è nulla di particolarmente difficile. La vera difficoltà, la cosa che non avevo mai capito, sono i grilli verdi: i grilli verdi suonano e cantano proprio come i grilli neri, ma assomigliano alle cavallette. Lo schemino qua sotto, che prendo da “Il mondo degli animali” (ed. Rizzoli, 1968) aiuta a capire: le cavallette e le locuste vanno messe in due famiglie a parte (Acrìdidi e Tetrìgidi), poi ci sono i grilli veri e propri (Gryllidae), il Grillotalpa (che è diversissimo da tutti e si merita di stare da solo), e infine i Tettigònidi, cioè quelli che io ho sempre chiamato “grilli verdi”.
Anche le cavallette suonano e si fanno sentire d’estate, ma i grilli (grillidi e tettigonidi) sono molto meglio.
I grilli neri, quelli col testone, andavo spesso a cercarli nei prati: mi avevano insegnato come si fa a prenderli, ed è abbastanza facile, ma io poi li lasciavo andare sani e salvi. Adesso, dove andavo io non ci sono più né grilli né prati: c’è la terza corsia dell’Autostrada dei Laghi, o un grande centro commerciale, un rondò per le automobili, case e capannoni. Poi ci sono i grilli di casa, “grilli del focolare”, che somigliano molto ai grilli neri ma sono più piccoli e di colore marrone; per trovarli bisognerà andare in campagna, in un posto dove non si usano pesticidi.
Ho incontrato spesso i grilli verdi di notte, sul lavoro, quando facevo i turni di notte: in laboratorio ero da solo, ogni tanto uscivo a prendere una boccata d’aria, e lì vicino c’era ancora un po’ di bosco, un po’ di prato, dell’acqua. Alle volte erano i grilli verdi che mi venivano a trovare, forse attratti dalla musica che ascoltavo (i turni di notte sono lunghi da attraversare, e in un laboratorio chimico ben condotto non c’è mai rumore). Questo ricordo è del 1992, o forse del 1993: un piccolo grillo verde, in bilico sulla veneziana, che raddoppia perfettamente la parte della viola nel Quartetto n.11 in fa minore op.122 di Sciostakovic. Un altro ricordo più recente, ma ormai anch’esso lontano, è il grillo verde che si era infilato nel bagno del laboratorio accanto, sotto al lavandino, e suonava e cantava da grande solista. Temo che la mattina dopo abbia fatto una brutta fine, i miei colleghi e le mie colleghe che abitavano di giorno quel laboratorio non avevano la minima sensibilità verso queste cose, aver voglia di imparare a distinguere un grillo da una cavalletta non è cosa da tutti. Questi qua sotto sono tutti "grilli verdi", per la precisione Tettigònidi.
(le immagini vengono dal sito http://www.lucianabartolini.net/ , da http://www.wikipedia.it/  e da “Guida agli insetti d’Europa” di Michael Chinery, ed. Muzzio)

sabato 7 luglio 2012

Musica da camera ( I )

Ecco, è tornata: come tutti gli anni, c’è almeno una vespa che gioca a fare il vasaio nel cassone della mia tapparella. La vespa non si vede, è dentro il cassone e ci arriva dall’esterno (la tapparella lascia sempre libero un piccolo spazio, altrimenti sarebbe inutilizzabile), ma il suono che produce è caratteristico: si va dallo gnigni ben accordato (quasi il trapano del dentista) delle vespine più piccole fino alla serie di sonore pernacchiette che sta emettendo questa qui di oggi. Cose del tipo: pè-pè-pè-pepepè-pè-pepepepepèè, e via dicendo, con la voce insistente e petulante di una zitella d’altri tempi, arrabbiata e noiosa, che ogni volta mi fa trasalire quando comincia, perché mi coglie sempre di sorpresa quando meno me l’aspetto. Dovrebbe trattarsi di una Eumenes pomiformis o forse di una Sceliphron spirifex, ma per saperlo con precisione, dovrei prendere la scala e andare ad aprire il cassone – con il caldo che fa, figuriamoci se mi metto a indagare. Mi tengo le pernacchiette, e pazienza.
Comunque sia, non c’è da preoccuparsi: le vespe muratrici, o vespe vasaie, fanno vita solitaria e non sono pericolose. Porterò pazienza e la lascerò fare, come tutti gli anni: queste vespe non sono del tipo che fanno i vespai e sono tutt’altra cosa dai calabroni (grossi e aggressivi: allora sì che c’è da aver paura). Sono sicuramente vespe del genere eumenes e del genere sphex, e simili: una vespa e una larva sola, e non una vespa e tante larve.
Il cassone della tapparella, essendo di legno ben stagionato, fa da cassa armonica e amplifica il rumore della vespa: che muove le ali per asciugare la malta, e quindi non è una voce e nemmeno un verso, ma sembra proprio che stia parlando. Una voce stizzita e un po’ permalosa, noiosa, del genere di quelle che arrivano dall’altra parte del telefono nei cartoni animati; ma non sempre è così, dipende dal tipo di vespa e anche dal punto in cui si è messa a lavorare, la cassa di risonanza dà suoni diversi se è presa in un punto oppure in un altro.
Tra poco avrà finito, deporrà il suo uovo dentro il lavoro di muratura (o di vasaio, a seconda della specie) e poi andrà a caccia, perché le larve di queste vespe sono carnivore. Le prede sono ragni e ragnetti, paralizzati e resi inoffensivi: crescendo, la piccola larva se li mangerà un po’ alla volta. Uno scenario terribile, insomma, ed è per cose come queste che ringrazio il Creatore: lo ringrazio perché mi ha fatto molto più grande sia dei ragni che delle vespe (e delle mantidi, eccetera eccetera).
Però, intanto, il quartetto di Mozart che stavo ascoltando mi è diventato un quintetto: due violini, viola, violoncello, e una vespina che doppia la parte del violoncello. Se solo la vespina andasse a tempo, non sarebbe neanche male. Si potrebbe perfino dare un nome a questo complesso del tutto nuovo e del tutto inedito: va bene “Quintetto Eumenes”? A me piace, approvato.
(il dipinto con la violoncellista è opera di Robert Berenyi, 1887-1953, le altre immagini vengono dal sito www.lucianabartolini.net  e da http://www.agraria.org/ )

giovedì 5 luglio 2012

Vespe e vespine ( II )

i.
La forma della vespa spetta in realtà all’antica Gilera, o alle moto di quel tipo lì, con testa, tronco e addome, e con il manubrio allungato a simulare le antenne, il faro rotondo per la bocca. E sotto, va da sè, ha due ruote e non le lunghe zampe pendenti della Eumenes; e niente ali, ed è pesante e rumorosa e non vola, e poi oltre al rumore la moto fa tanta puzza. A dire il vero, non ho mai capito perché lo scooter Vespa sia stato chiamato Vespa: somiglia più a una biga romana, o magari alla navicella col cigno del Lohengrin, però il cigno non c’è, ed è questo che trae in inganno. Vespe, le moto? Più che altro, dei calabroni: vespa crabro, vespa gigante, questa sì che bisogna starci attenti.
ii.
Serpina è il nome della protagonista della “Serva padrona” di Pergolesi, quella che finisce con lo sposare il suo ricco padrone, che ha per nome Uberto. Vespone è il nome del terzo protagonista, che però non canta e non parla, un altro servitore che osserva e commenta ma solo con i gesti. Una trama sempre di grande attualità, per chi non lo avesse ancora notato. Ascoltando la musica di Pergolesi, viene però da pensare che più che Serpina (che dà l’idea di qualcosa di velenoso) siamo davanti ad una Vespina molto indaffarata; e infatti io l’avevo memorizzata così, Vespina. E’ un peccato che l’autore del testo (si chiama Gennarantonio Federico, è un ottimo scrittore e non è un nome inventato) non l’abbia chiamata in quel modo; Mozart avrà una Despina, molti anni dopo. Per fortuna alla sistemazione del personaggio ha provveduto Pergolesi, con la sua musica. Vespina o Serpina? Per me, a questo punto, sarà sempre Vespina: oggi mi sono segnato questo appunto, domani me lo sarò già dimenticato.
iii.
Quella che a prima vista sembrerebbe una mosca, o magari una vespina solitaria, mi si infila nei serramenti della finestra: i serramenti di pvc hanno un foro aperto per lo sfiato, e lei ha trovato magnifica questa cavità, tappezzandola all’interno di foglie tagliuzzate su misura e di piccoli petali di fiori. M’immagino che dentro ci siano stanze, corridoi ben disegnati, magari anche ambienti foderati, tappezzati, damascati. Divento curioso e vado a cercare che cos’è di preciso: non è una vespa, è classificata tra le api (esistono molte specie di api, non tutte fanno il miele) e si chiama Megachile centuncularis. Nell’immagine, che prendo da “Guida agli insetti d’Europa” di Michael Chinery (ed. Muzzio), la si vede mentre trasporta un lembo di foglia da lei stessa ritagliato. In natura, questa piccola ape solitaria fa il nido nelle cavità naturali, soprattutto nel legno; qui si è adattata benissimo, l’appartamentino in pvc le piace molto e sarà un problema convincerla che non è il posto giusto.
iv.
Sempre guardando fuori dalla mia finestra, con le tapparelle semiabbassate per via del caldo, noto delle piccole vespe molto interessate ad un vecchio tendone. Vado a vedere cosa succede: le vespe si stanno mangiucchiando la mia tenda. Non la tenda vera e propria, che è di materiale sintetico o comunque trattato contro le intemperie, ma una bordura in cotone che aveva messo mia mamma tempo fa, per abbellirla. Con il tempo, con il sole e le intemperie, con il passare degli anni, quel cotone si è cotto, a toccarlo qua e là si sbriciola: l’ideale materia prima per un nido di vespe. Le vespe sociali, quelle dei tipi più comuni che conosciamo tutti, fanno i loro nidi di cartone: il cartone è cellulosa, la cellulosa si trova nel legno ma anche nel cotone, che è una fibra vegetale. Il cotone nuovo è molto robusto e quindi non è masticabile, questo cotone vecchio e danneggiato (cuciture e imbastiture comprese) è invece molto adatto allo scopo. Se ci si fa attenzione, dopo un periodo di secco e sole caldo, quando piove o quando si rovescia un po’ d’acqua, è facile vedere molte vespe indaffarate nel fango oppure intente a rosicchiare il legno vecchio dei manici delle vanghe: il legno è cellulosa, con la cellulosa anche noi fabbrichiamo carta e cartone – ma loro lo facevano da molto prima. Alcune vespe, andando in cerca d’acqua per impastare il legno masticato, finiscono col cercare pericolosi equilibri sulla superficie di laghetti e pozzanghere; alcune finiscono con l’annegare. Le vespine che si mangiano il cotone della mia tenda sono un ricordo dell’agosto 2005, nel frattempo mia mamma ha rifatto quel bordino con cotone nuovo; non sono riuscito a identificarne con precisione la specie, ma sono vespe di tipo molto comune, sono un po’ più piccole delle polistes e non lasciano le zampe pencolanti. Qualche tempo dopo averle osservate al lavoro, ho ritrovato l’inizio del loro nido: qualcuno lo aveva staccato e buttato per terra, prendendolo in mano mi sono accorto che non era il solito nido di vespe ma era fatto di un cartone di tipo fine, finissimo. Il cotone della mia tenda, non c’era dubbio.
v.
Un’altra vespa vasaia, una Eumenes o forse una Sphex, aveva iniziato a fare la sua costruzione dentro un paio dei miei jeans: ero andato via a fare un giro di un giorno, i jeans erano rimasti vicino alla finestra e la vespa li aveva trovati meravigliosi, il posto ideale. Aveva iniziato a portare terra e acqua, ed era già a buon punto: proprio vicino alla cintura, nel giro vita, dalla parte dalla schiena. Mi è dispiaciuto molto rovinarle il lavoro, ma a me quei jeans servivano, cos’altro potevo fare?
vi.
Ieri ho detto che una vespa sa quel che fare della sua vita: ha uno scopo e lo persegue, con molta costanza e anche con molta testardaggine. Il che a noi non capita, noi non sappiamo perché siamo qui e cosa stiamo facendo, quello che stiamo facendo delle nostre vite può anche essere completamente insensato, chi lo sa. C’è una cosa però che abbiamo in comune con le vespe, e anche con i conigli e le lucertole: la parte più interna del cervello, il sistema nervoso più antico. L’evoluzione ha fatto crescere il nostro cervello, ma nella parte più esterna, la corteccia: dentro, il nucleo originario, abbiamo ancora il cervello delle vespe, o delle lucertole. Alle volte si vede, nei nostri comportamenti intendo. (4.7.2006)
(Le immagini vengono da "Guida agli insetti d'Europa" di Michael Chinery, ed. Muzzio; da libri e da vecchi giornali, e dal sito http://www.lucianabartolini.net/ che consiglio a tutti di visitare.) (l'immagine qui sopra è bellissima, da grande fotografo, e mi dispiace molto di non poter risalire al suo autore/autrice)

martedì 3 luglio 2012

Vespe e vespine ( I )

Una vespa richiede pochi bytes di spazio, però ha uno scopo e lo persegue. Quando una vespa decide che quello è il posto preciso dove fare il nido, lo fa: proprio lì, non un millimetro più in su, non un millimetro sotto. Non esiste posto migliore al mondo: ormai ha deciso. Se la cacciate via, la vespa ritornerà. Non sto parlando delle vespe più note e riconoscibili, ma di altre vespe (ce ne sono un’infinità) molto comuni ma che per noi non sono pericolose, che vivono solitarie, e che hanno per missione sulla terra l’arte muratoria.
Per esempio, queste vespe e vespine del genere Sphex, Sceliphron ed Eumenes, peraltro molto belle ed eleganti a vedersi, che da molte generazioni mi fanno i loro vasi di terra e di coccio proprio nel cassone della tapparella, o magari dentro il meccanismo a manovella per alzare il tendone: loro hanno quello da fare, i vasetti di coccio per allevare i loro figli. E lo fanno, instancabili, e guai a chi si trova sulla loro strada. Instancabili, implacabili, diritte allo scopo; e anche intelligenti, e attente. Insomma, hanno uno scopo e lo perseguono: Dio, come le invidio.
Se avete in casa una di queste vespe e vespine, fate attenzione: la vespa adulta vive succhiando il nettare dei fiori, o magari la frutta; ma le loro larve sono carnivore. A questo scopo, catturano dei piccoli ragni: li paralizzano e li portano dentro al loro nido di terra o di coccio. E lì si possono trovare, se vi capita di doverne rompere qualcuno, o di dover muovere qualcosa per fare dei lavori. Capita anche di trovare segni del loro passaggio sui davanzali, se ci si sta attenti: la vespa, spaventata o disturbata, lascia cadere il piccolo ragno o la minuscola pallina di terra meticolosamente impastata, e da lì poi bisognerà raccoglierle o spazzolarle via.
E’ stato l’altro giorno, riverniciando una tapparella, che ho trovato per l’ennesima volta un nido di terra accuratamente costruito; ho dovuto rimuoverlo, mica si può fare manutenzione lasciando lì il lavoro delle Eumenes e delle Sphex o magari della Sceliphron spirifex. Io glielo avevo detto, quando le ho viste: non venite a fare il nido qui, che poi mi tocca spazzar via tutto. Ma loro, le vespe, non mi hanno ascoltato, e così eccomi intento a raccattare terra e ragnetti, cosa per la quale forse verrò punito in una mia vita futura, sempre che io non riesca a meritarmi l’uscita dalla catena delle rinascite. Per fortuna, penso, sono solo queste vespine solitarie e innocue: se invece mi fossi trovato i grandi vespai delle polistes e delle vespe comuni (che sono fatti di cartone: legno masticato), o peggio ancora un nido di calabroni (vespa crabro), avrei dovuto munirmi di scafandro da palombaro oppure rimandare tutto il lavoro all’inverno.
Simili a queste vespe sono i nostri amministratori, sindaci e assessori spesso al soldo delle immobiliari e dei costruttori; il loro motto è “edilizia traino dell’economia” e guai a chi si mette di traverso. A differenza delle mie innocue vespe e vespine, infatti, questi signori hanno dietro un esercito e mezzi molto potenti, per non dir di peggio. La loro testa, è più o meno la stessa delle mie vespe e vespine: pochi bytes di spazio e di memoria, quello devono fare e quello fanno. Il posto, una volta deciso, deve essere quello; e se gli dite che quel posto non va bene, loro vanno avanti lo stesso. Per i risultati, andate a chiedere alle Cinque Terre, agli alluvionati di Genova 2011 e del Veneto 2010, ai piemontesi del 1994, o ai milanesi nella zona del torrente Seveso, o ai messinesi di collina, eccetera eccetera eccetera.
Viene da pensare che, a differenza delle mie vespe e vespine, questi signori non siano una creazione propriamente divina; direi che siamo più dalle parti del Golem di Rabbi Loew, o del suo parente stretto, L’apprendista stregone alias Mickey Mouse (Goethe, ma anche il Walt Disney di Fantasia). In conclusione, spero che i nostri discendenti mettano la stessa dedizione e la stessa ostinazione nel distruggere ciò che è stato fatto in questi ultimi venti o trent’anni, in fatto di speculazione edilizia. Nel caso, se sarò ancora abbastanza giovane e forte per farlo, prenoto subito un piccone anche per me.
PS: a queste vespe “muratrici” ha dedicate pagine meravigliose Jean Fabre (1823-1915) il libro, che temo sia fuori catalogo, è "Ricordi di un entomologo", edizione Einaudi,  (le immagini vengono da libri e riviste, ma soprattutto dal sito http://www.lucianabartolini.net/ che consiglio a tutti di visitare.) (il Golem e L’apprendista stregone sono immagini famose, che dò per scontate)

domenica 1 luglio 2012

Debito pubblico

Alla fine della guerra, e anche per un bel po’ di anni dopo, il trasporto pubblico veniva effettuato con le carrozze dei treni merci: non c’erano soldi, il Paese era tutto da ricostruire, si accettavano anche i disagi. Un altro esempio: negli anni ’70, in Lombardia e anche su altre linee ferroviarie, cominciarono a vedersi vecchie carrozze svizzere e tedesche. Molti storsero il naso, ma erano gli anni della prima grande crisi economica; a me era sembrata una scelta di buon senso, garantire comunque il movimento delle persone anche in condizioni economiche difficili, e senza alzare troppo il prezzo dei biglietti.
Tornando a noi, e ai tempi che stiamo vivendo, che il debito pubblico sia una cosa spaventosa lo si sa da almeno vent’anni: dal 1992, gli accordi di Maastricht e il primo governo di Giuliano Amato. Era l’eredità di almeno due governi sciagurati, quelli degli anni ’80 (Bettino Craxi e Ciriaco De Mita); ma comunque tutto questo apparteneva al passato, bisognava affrontare la situazione e vedere di sistemare almeno un po’ i conti.
Che cosa si è fatto, dunque, dal 1992 in qua? Qualcosa di buono certamente, alla guida dell’Economia (per esempio) abbiamo avuto per alcuni anni una persona competente e di buon senso come Carlo Azeglio Ciampi; ma si sa che una persona sola non basta. E qui cominciano i guai.

L’elenco delle spese fatte dal 1992 fino al 2012, in piena e gravissima emergenza del debito pubblico, è qualcosa tra il comico e il tragico. Si va dai restyling delle stazioni (non bastava un’imbiancata alle pareti?) ai traslochi degli ospedali, dalle nuove sedi di Regioni e Comuni (grattacieli costosissimi) alla creazione di decine di nuove Province, fino ad arrivare al Ponte di Messina, e a cose incredibili come le paratie sul lungolago a Como (23 milioni di euro, mai finite) e al disastro gestionale di quella che fu per cinquant’anni una città modello come Parma (seicento milioni di euro di deficit). L’elenco sarebbe infinito, basti pensare al costo delle linee TAV: costo medio italiano, in pianura, dalle tre alle cinque volte in più rispetto agli altri Paesi europei. Le riforme volute da Berlusconi e dalla Lega Nord, in primo luogo il federalismo fiscale e l’autonomia locale, così come le riforme giuridiche (riduzione dei tempi di prescrizione, depenalizzazione del falso in bilancio, eccetera) hanno prodotto e stanno producendo corruzione, burocrazia, sprechi. Siamo sicuri che il Paese aveva queste priorità, visto il buco spaventoso di bilancio che ci trasciniamo dai tempi di Craxi e di Andreotti? Basta prendere la calcolatrice, dividere i 23 milioni di euro delle paratie di Como per i seicento o mille euro mensili di una pensione normale, e si scoprirà che non c’era bisogno di tagliare sulla sanità e sulle pensioni, bastava tenere il cervello collegato.

Non darei comunque tutta la colpa ai politici, qualcuno li ha pur votati. L’esempio del trasporto pubblico mi sembra perfetto per riassumere tutto quello che è successo dal 1992 in qua: se i nostri padri e i nostri nonni viaggiarono sui treni merci, dal 1945 fino all’inizio degli anni ’50, in questi ultimi anni, e in condizioni economiche analoghe, dal 1992 al 2012 si sono preferiti i lussi e i giocattoli. Mi scuso per la semplificazione, davvero un po’ troppo brutale, ma la macchinina e il trenino e le ruspe e le costruzioni sono i giocattoli preferiti dei bambini di tre anni, e a me sembra che molti elettori, troppi elettori, siano ancora fermi a quell’età mentale quando c’è da prendere qualche decisione.

Nel conto delle spese e degli sprechi metterei anche le infinite recinzioni, i sensi unici, i rondò, i tornelli, i “totem” per le code nelle Poste (non bastava un distributore di numerini?), le idee di secessione, proprio come i bambini: questo è mio, di qui non passi, se vuoi passare di qui devi inchinarti a me. Un ritorno al medioevo, le città con le porte d’ingresso e il dazio da pagare
I giornali, tv internet e carta stampata, danno una mano a questa mentalità, nascondendo le notizie (del tipo: i danni geologici e ambientali, il paese dell’Appennino che sta crollando causa tunnel in corso d’opera, peggio del terremoto; o i costi della TAV, dei quali hanno parlato in pochissimi) e voltando allegramente pagina anche quando le tragedie (alluvioni, terremoti, slavine, smottamenti) sono ancora in corso e c’è ancora emergenza.

Che dire? Che il discorso sarebbe lunghissimo, che non spetta certo a me (semplice osservatore) fare liste dettagliate, costi ed esempi, ma che c’è chi lo ha fatto e lo sta facendo, e sarebbe bello esserne informati. Quanto alle proposte, al primo posto del programma elettorale di Syriza, in Grecia, c’è la richiesta di fare un audit del debito pubblico: significa andare a vedere voce per voce come è nato il debito, di chi è la colpa, se ci sono stati sprechi, eccetera. Facendo un esempio molto banale e molto casalingo, alla fine di questa ricerca si verrebbero a prendere decisioni di questo tipo: ok al pagamento immediato dell’imbianchino e dell’elettricista (previa verifica dei conti), rinvio del pagamento per le speculazioni finanziarie, pagamento in BOT a lunghissima scadenza e zero interessi delle pensioni dei megadirigenti, e via dicendo.

PS: l’amministratore delegato delle FFSS, il signor Mauro Moretti, ha appena dichiarato che negli anni futuri non potrà garantire il trasporto locale, regionale. Così facendo ha dimostrato di essere del tutto inadatto al ruolo che ricopre: quando mai si è visto un ferroviere che non garantisce il servizio? Moretti va rimosso quanto prima, e senza liquidazione. Un dipendente di qualsiasi ditta che facesse dichiarazioni come quelle di Moretti, e purtroppo vale per molti altri manager e ministri, verrebbe infatti licenziato su due piedi. Un conto è uno sfogo per lamentare la mancanza di fondi, un altro è il teorizzare e applicare la chiusura delle linee: mai successo, nemmeno in tempo di guerra. Non è nemmeno vero che siano mancati i fondi statali: soldi per le Ferrovie c’erano e infatti sono stati trovati, ma li hanno spesi tutti in restyling e obliteratrici, e altre amenità di questo tipo. Basta fare un giro per le stazioni per vedere, toccare, capire; ma se viaggiate in TAV, se siete contenti delle “quattro tipologie”, se avete accolto con entusiasmo il treno di Montezemolo, se vi piacciono le multe e i soldi per la prenotazione obbligatoria persi quando ci sono dei ritardi, allora questo è il mondo che avete voluto.