mercoledì 10 ottobre 2012

Mr. Collins

Sono stato pregato di scrivere la storia del Diamante, e invece di quella ho scritto la storia di me stesso. Strano, e proprio non me lo so spiegare.
(William Wilkie Collins, “La pietra di luna”, prima parte capitolo secondo, pag.23 ed. Garzanti tascabile)

martedì 9 ottobre 2012

John Mc Cormack

Erano tutte canzoni che conoscevo, e il nome di John Mc Cormack era una garanzia assoluta; nonostante questo, quando sono arrivato a casa e ho iniziato ad ascoltare quel cd, mi sono chiesto cosa mai avessi comperato. Mamma mia, che cos’è questa cosa? Però non era la prima volta, a questi shock mi ero ormai abituato; ci ho ragionato un momento e poi ho concluso che forse ero io a non essere ben sintonizzato, e così era. Ho continuato ad ascoltare questo strano disco, mi sono abituato a quello stile di canto così “old fashioned” (very old fashioned, metà ‘800 o forse addirittura metà ‘700, tradizione orale rimasta intatta) e adesso ormai di quel cd conoscono a memoria ogni millesimo di secondo, ogni parola, ogni attimo in cui Mc Cormack. Se io sapessi cantare, potrei perfino ripetere passo per passo, a memoria, ognuna di queste ventitrè canzoni: ma cantare come John Mc Cormack non è possibile, è una grazia concessa a pochissimi esseri umani.
In conclusione, superate le primissime perplessità, quel cd è diventato uno dei miei più ascoltati in assoluto; se fosse stato un 33 giri si sarebbe usurato e avrei dovuto cambiarlo. Ne metto qui sotto la copertina, fronte e retro, sperando che si riescano a leggere tutti i titoli (mi sembra di sì, facendo clic sull’immagine diventa tutto abbastanza leggibile).
Queste musiche sono molto famose, anche per chi non si interessa di musica tradizionale: fanno parte della colonna sonora di moltissimi film americani, dalle origini del sonoro fino ai nostri giorni, alcune melodie è quasi impossibile non averle mai sentite. Si trovano nei western e nei film di guerra, così come nelle storie di folletti e di magie; e un po’ in tutti i film di lingua inglese dove c’è qualcuno che deve fischiettare o canticchiare qualcosa. Una volta mi hanno spiegato di cosa si tratta: hanno la stessa struttura dei reels, il ritmo tipico di danza che siamo abituati ad associare a scozzesi e irlandesi (cornamuse comprese), però l’arrangiamento è diverso e soprattutto ad essere diverse sono le indicazioni dinamiche: “Down by the Salley Gardens” è un reel, ma suonato molto lentamente, e così suonato e cantato diventa una melodia dolce e struggente, una delle più belle che io abbia mai ascoltato.
Conoscevo già molte di queste canzoni perché le avevo trovate in altri dischi, quelli incisi da Kathleen Ferrier; voce magnifica e commovente di contralto. L’interpretazione di John Mc Cormack è molto diversa, ma comunque bella. In Mc Cormack, l’emozione nasce tutta dalla musica e dalla tecnica vocale perfetta; Kathleen Ferrier ha qualcosa in più, qualcosa che vorrei definire ultraterreno – ma qui mi conviene fermarmi, e rimando al post che ho scritto su di lei (qui).
Alcune di queste canzoni, le più antiche, risalgono al Settecento e sono state trascritte anche da Haydn e da Beethoven: era un lavoro ben pagato, quando non c’erano i dischi si vendevano gli spartiti, ed era un’industria molto redditizia. Altre trascrizioni moderne sono state fatte da Benjamin Britten, da gruppi rock e folk, e anche da cantanti di musica leggera.
John Mc Cormack (1884-1945), nato ad Athlone in Irlanda, è stato uno dei più grandi tenori di inizio Novecento, e forse uno dei più grandi nella storia del disco. Tenore mozartiano, grande stilista, tecnica impeccabile, dizione perfetta, il tipo di voce che gli appassionati d’opera chiamano “tenore di grazia”: lo stesso repertorio di Tito Schipa e di Alfredo Kraus, e in gran parte anche di Beniamino Gigli e di Luciano Pavarotti.  Una curiosità da segnalare è questa: Mc Cormack fu molto amico di James Joyce, fino a che i due vissero in Irlanda si frequentarono molto, e studiavano insieme. Di questa frequentazione, e degli studi comuni, sono molto ricche le pagine di “Ulysses”. In seguito, le loro strade si divisero: Joyce come cantante non valeva molto, e andò a Trieste dove aveva trovato un impiego come insegnante alla Berlitz School; John Mc Cormack invece iniziò una fortunatissima carriera internazionale, sotto la direzione dei più grandi direttori d’orchestra.
In questo cd non ci sono arie d’opera, ma solo le canzoni tradizionali inglesi e irlandesi, quelle della sua infanzia e quelle che cantava con gli amici a Dublino. Le arie d’opera cantate da Mc Cormack sono dei capolavori di tecnica vocale, vere meraviglia per la tenuta del fiato, l’intonazione perfetta, la dizione impeccabile anche in italiano; le canzoni irlandesi stupiscono per l’adesione alla tradizione vocale, ma anche – per noi abituati alle scuole d’inglese – per la pronuncia ben diversa da quella che ci hanno insegnato. Con quelle erre ben arrotate e quelle vocali nitide e rotonde, alla scuola d’inglese ci direbbero che non va bene, che non è la pronuncia giusta. Invece John Mc Cormack le canta proprio così, e fa persino un po’ rabbia; ma lui era irlandese madre lingua, e poteva permetterselo.
Altre curiosità: le incisioni di Mc Cormack cominciano addirittura nel 1904, col fonografo a cilindri; prese parte come attore al primo film inglese a colori (Wings of the Morning,1937), e ha una piccola parte, non citato nei titoli di testa, in Citizen Kane di Orson Welles (1941), da noi conosciuto con il titolo “Quarto potere”: uno dei film più importanti nella storia del cinema.
La carriera di Mc Cormack si è svolta soprattutto fra Londra (Covent Garden) e New York, e ha purtroppo toccato pochissimo l’Italia; anche per questo motivo da noi è poco conosciuto.
Un’ultima curiosità: John Mc Cormack ebbe il titolo di Conte, non dalla Corona d’Inghilterra ma da papa Pio XI, nel 1928, per le sue numerose opere di carità. (queste informazioni vengono da wikipedia in inglese, nell’edizione italiana per il momento una voce su John Mc Cormack non c’è).
Down by the Sally Gardens
(Words: W. B. Yeats, 1889. Tune: Maids of the Mourne Shore, Trad.)
It was down by the Sally Gardens, my love and I did meet.
She crossed the Sally Gardens with little snow-white feet.
She bid me take love easy, as the leaves grow on the tree,
But I was young and foolish, and with her did not agree.
In a field down by the river, my love and I did stand
And on my leaning shoulder, she laid her snow-white hand.
She bid me take life easy , as the grass grows on the weirs
But I was young and foolish, and now am full of tears.
Down by the Sally Gardens, my love and I did meet.
She crossed the Sally Gardens with little snow-white feet.
She bid me take love easy, as the leaves grow on the tree,
But I was young and foolish, and with her did not agree...

She moved through the fair
(by Padraic Collum)
My young love said to me, "My mother won't mind
And my father won't slight you for your lack of kind"
And she stepped away from me and this she did say:
It will not be long, love, till our wedding day"
As she stepped away from me and she moved through the fair
And fondly I watched her move here and move there
And then she turned homeward with one star awake
Like the swan in the evening moves over the lake
Last night she came to me, my dead love came in
So softly she came that her feet made no din
As she laid her hand on me and this she did say
"It will not be long, love, 'til our wedding day"

Jeannie with the light brown hair(Stephen Foster)
I dream of Jeannie with the light brown hair
Borne like a vapor on the summer air
I see her tripping where the bright streams play
Happy as the daisies that dance on her way.
Many were the wild notes her merry voice would pour,
Many were the blithe birds that warbled them o'er
I dream of Jeannie with the light brown hair
Floating like a vapor on the soft, summer air.)
I sigh for Jeannie, but her light form strayed
Far from the fond parts round her native glade;
Her smiles have vanished and her sweet songs flown
Flitting like the dreams that have cheered us and gone....

domenica 7 ottobre 2012

Beethoven

Dopo tre minuti di conversazione, la domanda mi sorge spontanea: «Ma tu la conosci, la musica di Beethoven?» La risposta del mio collega è immediata e sicura: «Ma certo che conosco Beethoven!» Lo dice quasi offeso, come se avessi detto uno sproposito. Io penso che forse nemmeno Maurizio Pollini lo direbbe con altrettanta sicurezza, però non dico niente e concludo che è meglio sorvolare, tanto più che sta arrivando molto lavoro e la chiacchierata sulla musica (peraltro piacevole) è meglio rimandarla ad altra occasione.

Conoscere Beethoven? Certo, come no: Per Elisa, il basso della Sonata Chiaro di Luna, ta-ta-ta-taaaam, e cos’altro ancora? Forse quel pezzettino della Nona Sinfonia che è diventato inno dell’Unione Europea, e che fanno suonare anche a scuola, col flautino, nell’ora di musica obbligatoria. Cos’altro? Penso proprio che la conoscenza di Beethoven da parte del mio collega Enzo, discreto chitarrista, si fermi qui ancora oggi: meno di tre minuti di musica, e amen. Il fatto è che la maggior parte delle persone non è capace di andare oltre i tre minuti di una canzone, il pensiero che si possa costruire un percorso musicale oltre quella durata non li sfiora nemmeno, figuriamoci una composizione che dura un’ora intera (come la Nona Sinfonia) e che ti costringe a rimanere attento per tutto quel tempo. L’attenzione massima per un cagnolino, o per un bambino di tre anni: tre minuti è il massimo che ti è concesso, ma proprio il massimo, dopo di che il bambino e il cagnolino se ne sono già scappati altrove.
Ero anch’io così, fino ai 14 anni: anch’io, come molti altri della mia età, rimanevo sbalordito davanti a quei dischi dei Pink Floyd o dei Cream dove un solo pezzo copriva un’intera facciata, venti minuti consecutivi senza interruzione. Poi, però, dopo un anno, non ho più avuto 14 anni e ho imparato non solo ad ascoltare con attenzione composizioni complesse, a leggere dall’inizio alla fine libri di mille pagine, perfino ad affrontare le conversazioni di amici e parenti, in silenzio, ascoltando senza interrompere e senza sovrapporre il mio io all’esposizione e al ragionamento delle altre persone. Tutto questo potrà sembrare noioso, rognoso, antipatico, ma a chi ne è capace si schiude tutto un mondo, orizzonti nuovi; di quel silenzio e di quell’attenzione si è ripagati, e in abbondanza. C’è anche un altro lato della medaglia: che se davvero avete letto quel libro, se davvero avete visto e capito quel film, se davvero siete capaci di ascoltare un’intera Sonata di Beethoven, i vostri amici e conoscenti vi taglieranno inesorabilmente fuori.
Il lato tragico di tutto questo è che questi signori del “certo che lo conosco!” sono andati al governo, hanno pontificato, fatto leggi e regolamenti. Il mondo in cui viviamo è opera di questi signori e signore, ne sono molto spaventato, ed è il solo motivo per cui ne sto parlando oggi.
Ludwig van Beethoven, tedesco di origini fiamminghe, nasce a Bonn nel 1770: Mozart ha quattordici anni, Haydn (punto di riferimento per ogni musicista, ancora oggi) ne ha trentotto. Comincia come bambino prodigio, ma smette presto: non è un’attività che gli si addice, e oggi ne vediamo bene tutte le ragioni. Ritorna sul palcoscenico dopo i vent’anni, ma come compositore; i libri dicono che esistono tre “periodi” beethoveniani, io ne ho sempre visti soltanto due, che sfumano l’uno nell’altro: il periodo in cui Beethoven è giovane e sta bene di salute, estroverso e ricco di entusiasmo (tutte le Sinfonie, Nona compresa) e un secondo periodo, dai quarant’anni in su, quando la sordità comincia a farsi sentire e alla malattia incombente si aggiungono le delusioni della vita, le stesse che anche noi sopportiamo, e che ci attendono pazienti fino a quando non le raggiungiamo, come tappe inevitabili nel nostro percorso.
Di quest’ultimo periodo, più o meno a partire dall’opera 99, sono i più grandi e complessi capolavori di tutta la storia della musica, imprese magnifiche da affrontare anche per un semplice ascoltatore. Le composizioni di Beethoven sono state numerate in ordine cronologico da Beethoven stesso: prima non si faceva, Beethoven è stato uno dei primi a ragionare sul suo catalogo; l’utilità pratica, per noi, è che guardando quel numerino si capisce subito il periodo della vita di Beethoven in cui quella musica è nata.
Per la musica di Beethoven e le indicazioni dettagliate, anche riguardo alla più piccola composizione, il libro di riferimento è quello di Poggi e Vallora, editore Einaudi; è un libro recente e si dovrebbe trovare senza difficoltà. Di mio non vorrei aggiungere nulla, Beethoven è così grande e sorprendente, in ogni sua composizione, che verrebbe solo da stare in silenzio ad ascoltarlo.
Mi sembra inutile anche parlare della vita personale di Beethoven, sulla quale sono state dette e scritte un’infinità di stupidaggini, molto più simili ai pettegolezzi che alle informazioni serie e ragionate. Beethoven era probabilmente un uomo cordiale ma molto riservato, la sua biografia e i suoi pensieri sono qui, nella sua musica; che è la musica di un uomo giovane e sereno, allegro, e poi sempre più disilluso, stanco, chiuso nei ricordi belli della sua esistenza.
Aggiungo comunque qualche mio ricordo personale, sperando che possa essere d’aiuto a qualcuno.
Per esempio, il Concerto per violino e orchestra (op.61) eseguito da Isaac Stern con l’orchestra della Scala nei primi anni ’80: il Concerto è bellissimo, solare, estroverso, e a un certo punto è previsto che tutta l’orchestra si fermi e il solista suoni da solo una cadenza, che può anche essere improvvisata. Isaac Stern era un ometto piccolino, lì da solo sul palcoscenico della Scala quasi scompariva: eppure, duemila persone in silenzio assoluto, orchestrali e attrezzisti compresi, solo il pianissimo del violino Isaac Stern, non un sospiro, non un movimento. Un’emozione unica, irripetibile: solo l’ascolto in teatro può rendere questi momenti, nessun disco o cd o “scaricato da internet” renderà mai questi momenti.
O ancora la Sonata per pianoforte detta “Waldstein” (op.53) dove i pensieri di Beethoven scorrono arruffati e confusi, come capita spesso a noi prima di addormentarci, o camminando per strada, e si va avanti così per molto tempo, fino a quando un tema quasi da carillon, un ricordo infantile, qualcosa di bello che avevamo dimenticato, ritorna e ci illumina, rendendo almeno in parte quella felicità che avevamo perduto; da quel momento in poi (è al minuto 4:35 del secondo tempo, dopo una lunga pausa sospesa, nell’edizione discografica di Claudio Arrau) i pensieri tornano a scorrere limpidi e sereni, fino alla conclusione finale.
E non può mancare il Fidelio, l’unica opera lirica di Beethoven, dove il soggetto è l’amore coniugale (qualcosa che fu negato all’autore) e dove c’è, nel primo atto, un quartetto costruito su una melodia semplicissima e infantile, quasi un altro carillon, costruito in maniera perfetta e dove ogni personaggio riesce ad esprimere con chiarezza assoluta i suoi sentimenti, e a farli arrivare fino a noi.
Mi prendo ancora un paio di righe, per una delle Bagatelles op.126 per pianoforte (non dico quale, sono brevissime e divertenti), per i Quartetti (gli ultimi sono vere imprese titaniche, vette da scalare che poi si aprono su panorami inaspettati), per le ultime Sonate, per le Variazioni su un valzer di Diabelli... E poi c’è qualcosa che forse conosciamo in pochi: fuori dal catalogo ufficiale, una lunga lista di canzoni scozzesi, irlandesi, britanniche, canzoni normali, però arrangiate dal giovane Ludwig van Beethoven. L’arrangiamento da solo vale il prezzo del biglietto, la copertina del cd la metto qui sotto.
(nelle illustrazioni, prese da riviste o da programmi di sala, il pianoforte di Beethoven e Beethoven giovane in una stampa d’epoca; i fumetti di Charles M. Schulz vengono dal mensile Linus, annate 1999 e 1966)

venerdì 5 ottobre 2012

Vivaldi

Fino a tutti gli anni ‘80 ad eseguire Vivaldi erano i Solisti Veneti, diretti da Claudio Scimone; prima ancora, I Musici o le grandi orchestre sinfoniche con direttori famosi, come Herbert von Karajan; ed erano quasi esclusivamente i concerti denominati “le Stagioni”. Poi si è cominciato a suonare la musica di Vivaldi con orchestre più piccole, con lo stesso organico delle loro prime esecuzioni; e infine si è arrivati a suonare con gli strumenti d’epoca (anche se, volendo essere pignoli, al tempo Vivaldi c’erano già gli Amati e gli Stradivari), e con piglio e ritmiche diverse. Si tratta sempre della stessa musica ma il suono cambia, ogni esecutore dice la sua; si può fare perché le partiture del Settecento portano solo le indicazioni dinamiche come Allegro, Andante, Largo, che lasciano spazio all’interprete. Il metronomo, un oggetto meccanico che fissa con precisione i tempi, comincerà ad essere usato solo agli inizi dell’Ottocento. Comunque sia, queste sono discussioni che lascio volentieri ai musicisti di professione; come semplice ascoltatore le leggo volentieri e mi piace esserne informato, e in definitiva sono molto contento di avere qui tutta questa varietà di registrazioni ed esecuzioni in concerto, sempre fedeli e sempre diverse l’una dall’altra. Penso che sarebbe piaciuto anche a Vivaldi.
Su Vivaldi ci sono molti luoghi comuni, e molta approssimazione. La prima cosa da dire è che purtroppo una delle sue melodie più famose è stata ed è ancora continuamente straziata dalla segreterie telefoniche e dalle suonerie dei telefonini, sempre quei tre secondi iniziali, magari ripetuti per decine di minuti in attesa che qualcuno risponda dall’altra parte del telefono. Uno strazio, ma Vivaldi è molto altro; dovrebbe essere facile intuirlo ma invece ho dovuto constatare che sono davvero in molti a dire che conoscono Vivaldi, ma invece conoscono solo quelle poche note storpiate da una suoneria.
Un altro luogo comune su Vivaldi è la definizione “prete rosso”: una nozione che serve solo per i quiz televisivi, di nessuna utilità nell’ascolto. Chi se ne frega del prete rosso, a me interessa Antonio Vivaldi, la sua musica. Se volete capire Vivaldi, dimenticatevi di aver letto quel soprannome. Poi, dopo la musica, qualche notizia biografica potrà tornare utile; ma l’unica cosa importante è sapere il tempo in cui è vissuto 1678-1741, alle origini della grande musica sinfonica. Per dare un’idea del periodo in cui è vissuto e della sua fama, basterà ricordare che Johann Sebastian Bach si faceva mandare le partiture di Vivaldi non appena stampate (le stampavano in Olanda). Nel catalogo delle opere di Bach ci sono anche trascrizioni da concerti di Vivaldi, di Benedetto Marcello, di Pergolesi: anche prima di internet, c’erano persone che amavano essere informate sulle novità e una rete che trasmetteva le informazioni (forse è questo che latita oggi, la voglia di essere informati sulle cose importanti).
Parlare della stampa delle opere musicali riporta alla questione del diritto d’autore, che era già importante anche nei secoli passati, sia pure con leggi molto diverse da quelle in vigore oggi. Per esempio, Haendel e Vivaldi si decisero a far stampare le loro opere solo dopo aver preso atto della enorme quantità di trascrizioni errate che c’erano in commercio, il più delle volte fatte a orecchio o copiate frettolosamente; ma già Monteverdi, alla fine del ‘500, curava di persona l’edizione a stampa dei suoi madrigali.
Una volta sul lavoro alcuni miei colleghi mi avevano chiesto che strumento suonava Vivaldi; era probabilmente la domanda di qualche quiz tv, ma io non ho saputo rispondere con prontezza, e credo anzi di aver dato lì per lì una risposta sbagliata (mah, forse il cembalo?). Invece no, Vivaldi era un violinista, ma chi ci pensava più? Il mio errore e la mia mancanza di prontezza nella risposta nascevano dal fatto che Vivaldi ha scritto per tutti gli strumenti, per la voce umana, per qualsiasi cosa. Sapere che Vivaldi è un violinista è importante, ma è anche una nozione da quiz televisivo: io ero andato subito a ragionare sul numero delle sue composizioni, ci avevo trovato di tutto, e ne avevo concluso – in meno di dieci secondi – che era sicuramente uno che suonava molti strumenti, e che quindi poteva essere un cembalista, come molti altri (Verdi iniziò a suonare su una spinetta). Per altri compositori, come Paganini (violino) e Chopin (pianoforte) la risposta sarebbe stata immediata, per Vivaldi no. Scorrendo il catalogo di Vivaldi, si trovano concerti non solo per violino solista e per gli archi in generale, ma per flauto, oboe, fagotto, organo, due trombe, mandolino, chitarra, se glielo avessero chiesto forse avrebbe scritto qualcosa anche per le percussioni (per il sax no, non era ancora stato inventato). Troviamo anche molte opere liriche e oratori, titoli come “Juditha triumphans” con tanto di decapitazione di Oloferne in scala discendente (un effetto semplice e sorprendente, scritto per un collegio femminile!) e perfino un “Montezuma”, che ovviamente diventa il solito pastrocchio operistico, ma a metà Settecento era certamente una scelta d’attualità. Altre opere dal catalogo di Vivaldi: Orlando furioso (ancora molto bella l’edizione discografica dei Solisti Veneti), “La Senna festeggiante”, “Farnace”, “Tito Manlio”, “L’Olimpiade” (un testo di Metastasio musicato anche da molti altri autori), “Teuzzone” (che è un principe cinese), e oratori barocchi dai titoli fantasmagorici come “L’Odio vinto dalla Costanza” o “La Verità in cimento”, e cantate intitolate “In furore justissima ira”, ma anche (è ovvio) “Amor hai vinto”.
Nel catalogo di Vivaldi non manca la musica sacra, anche di altissimo livello (lo Stabat Mater è un distillato del miglior Vivaldi), ma nel computo del catalogo completo, che è enorme, la musica sacra quasi scompare.
I Concerti di Vivaldi pubblicati a stampa hanno titoli molto belli, come “L’Estro Armonico”, “La Stravaganza”, “Il cimento dell’Armonia e dell’Invenzione” (qui ci sono le Stagioni); le singole sonate e sinfonie o concerti hanno nomi come “Le humane passioni” (è un concerto per violino), “La tempesta di mare” (due diversi concerti con organici strumentali differenti), “Al Santo Sepolcro” (impressionante), “Il coro delle muse” (sinfonia in sol maggiore), titoli che mi diverte sempre leggere e memorizzare, dietro ai quali ci sono musiche magnifiche, drammatiche o di piacevole compagnia, per ogni momento e per ogni umore.(alcuni di questi nomi si riferiscono al sistema delle tonalità, un po’ come Bach nel Clavicembalo ben temperato).
Sono molti i complessi che suonano Vivaldi: oltre ai Solisti Veneti, ancora in attività e sempre in gran forma, ne ricordo alcuni: “Il Giardino Armonico” diretto da Giovanni Antonini, “L’Europa Galante” diretta da Fabio Biondi, “L’Accademia Bizantina” diretta da Ottavio Dantone, l’ensemble “Concerto Italiano” diretto da Rinaldo Alessandrini, e molti altri ancora (l’elenco sarebbe infinito, per nostra fortuna; e mi scuso con i musicisti che non ho citato).
Da dove cominciare? Per esempio dalla raccolta intitolata “L’Estro Armonico”, il “Concerto in la minore op.3 n.8 RV 522”: un titolo che può sembrare ostico ma che gli appassionati di cinema conoscono bene, perché è all’inizio di “Fata Morgana” di Werner Herzog. Un film che parla di miraggi, dove la musica di Vivaldi viene associata alle immagini di un aereo in decollo: proprio quello che metto qui sotto.
(il direttore d’orchestra nella foto è Claudio Scimone; i fotogrammi dei miraggi vengono da “Fata Morgana” di Werner Herzog; le immagini degli strumenti musicali vengono dai libri di Athanasius Kircher del 1650, da me recuperate un po’ qui e un po’ là in anni lontani).

giovedì 4 ottobre 2012

Gluck

Magnanimi pensieri...
eccovi in libertà
(Alceste di Gluck, atto 2 scena II)
L’inferno di Gluck, le Furie e la discesa nell’oltretomba, l’incontro di Orfeo con l’aldilà, sono stati uno dei momenti decisivi nella mia vita personale, e non solo per quanto riguarda la musica. Avevo più o meno diciott’anni, fino a quel punto l’opera lirica non mi era mai piaciuta, ascoltavo tutt’altro; e del mondo del mito, delle aure di cui parlava in quegli anni Elemire Zolla, avevo solo vaghe nozioni scolastiche.  L’incontro con questa musica per me ha cambiato tutto, e soprattutto ha spazzato via tutti i luoghi comuni più o meno televisivi su tenori, baritoni e soprani: una ventata di novità, che mi aspettava da più di duecento anni.
L’edizione che avevo ascoltato era quella storica diretta da Toscanini, trasmessa per radio e in seguito registrata da me per puro caso; negli anni seguenti ne avrei ascoltate altre versioni (emozionante quella con Kathleen Ferrier) e, soprattutto, avrei avuto l’occasione di assistere alle recite del 1989, dirette da Riccardo Muti e con protagonista Bernadette Manca di Nissa (grandissima cantante, ma di lei si è sempre parlato poco).
Questa scena, quella della discesa agli inferi, è nel secondo atto dell’Orfeo di Gluck; ebbe grande impatto fin da subito, ed è stata ripresa e copiata infinite volte. Ripresa e copiata non solo ai suoi tempi e nell’Ottocento, come si potrebbe pensare, ma anche nei nostri tempi, e ancora oggi. Molti compositori di colonne sonore per il cinema ci hanno costruito sopra una piccola fortuna, ovviamente senza mai citare Christoph Willibald Gluck, che non ha più l’età per chiedere i diritti d’autore.
 Gluck è stato anche uno dei modelli per Mozart: era suo contemporaneo ma più anziano (1714-87, Mozart nacque nel 1756).  Mozart lo scelse come modello per la sua prima opera veramente personale, l’Idomeneo: che è molto bella e molto mozartiana, ma che a Gluck somiglia moltissimo.
I libri raccontano dell’importanza di Gluck, della sua riforma del melodramma, ma Gluck lo si può ascoltare e capire anche senza sapere tutto questo, la sua musica ci arriva direttamente e l’impianto drammatico delle sue storie è sempre stato attuale, lo stesso da millenni. Gluck, come Monteverdi, si ricollega direttamente alle origini del rito e del teatro, ad Eschilo, a Euripide, all’Iliade, ai greci. Dire “le origini del teatro” in questo caso significa dire “le origini della comunicazione umana”; ed è quindi qualcosa di cui avremmo molto bisogno.
Alcune opere di Gluck sono state scritte due volte, in italiano (per Vienna) e in francese (per Parigi). Per l’Orfeo si tratta di differenze importanti ma che non cambiano l’impianto della storia, per l’Alceste si tratta invece di due opere molto diverse: l’Alceste francese è più simile a Lully,  quella italiana è terrena e commovente, forse più vicina alla tragedia greca, meno solenne e più vicina alla nostra sensibilità. Per chi non conoscesse la storia, Alceste è regina di Tessaglia, e sta assistendo inerme alla malattia del marito Admeto: invoca gli dei (le divinità dello Stige) che le concedono la salvezza di Admeto, però lei dovrà morire al suo posto. Per amore, Alceste accetta il patto, pur straziata dal dolore di dover lasciare i suoi figli; nel secondo atto vediamo Admeto risanato e felice, ma presto scoprirà la verità. In entrambe le versioni è previsto un lieto fine, quando già Alceste è entrata fra le ombre: nella versione francese (come in Euripide) a riportare alla luce la donna è Eracle; nella versione italiana è una voce dal cielo che rende l’amata moglie al marito e ai figli.
La scena della discesa agli inferi dunque interessava molto a Gluck, e dopo l’Orfeo ne abbiamo un altro esempio meraviglioso nell’Alceste. Alceste è più rituale, sacrale e solenne; l’Orfeo sembra invece un sogno o un film d’avventure, la sua discesa negli inferi è spettacolare e sconvolgente tanto quella di Alceste è intima e straziante Le due storie sono molto diverse, Alceste è una madre e una moglie, Orfeo è il figlio di un dio; eppure la commozione è identica, la musica di Gluck è sempre ispirata e toccante.
Molto belle anche le due opere dedicate al mito di Ifigenia, “Ifigenia in Aulide” e “Ifigenia in Tauride”; e le musiche per balletto, tra le quali quelle per il “Don Giovanni” che contengono già la danza delle Furie poi ripresa e ampliata nell’Orfeo. Le opere e le musiche di Gluck sono molte, per nostra fortuna; per me, oltre all’Orfeo e all’Alceste in versione italiana, ha un posto particolare l’Armida, per il soggetto e per suo finale, uno dei più belli e spettacolari (in calando, solenne e drammatico) di tutta la storia dell’opera.
Continuo ad ascoltare Gluck, è una musica che mi piace molto e che molto spesso mi ha aiutato nei momenti difficili. Non è musica che si possa ascoltare tutti i giorni e in tutti i momenti, e richiede attenzione e partecipazione: del resto, il mito di Orfeo è all’origine della musica stessa, e va a toccare corde profonde nel nostro cuore.
 Dal lieto soggiorno, funesti pensieri
fuggite, volate.
Al trono d'intorno, ridenti piaceri
venite, tornate.
(gluck-calzabigi: alceste )

(le immagini vengono da giornali del 1987, anno in cui Riccardo Muti diresse l'Alceste alla Scala, e da programmi di sala)
PS; per il discorso sulle voci di contralto, rimando a questo mio post; per quanto mi riguarda, non sopporto le voci maschili in falsetto.

martedì 2 ottobre 2012

Intermezzo con traduttore automatico

Non so voi, ma io lo spam lo lascio correre; in questo blog ho messo da subito la “moderazione dei commenti” (vale a dire che prima di vedere apparire un commento lo devo leggere io), e mi sembra una soglia di difesa sufficiente. Mi aiuta molto anche il software di Blogger, che mette automaticamente lo spam in una cartellina a parte; funziona bene, ogni tanto gli dò un’occhiata e cancello via tutto. Stavolta però ho fatto un’eccezione, perché ho trovato due messaggi di spam veramente fuori dal comune. L’ho letto due giorni fa e sto ancora ridendo: il merito è tutto del traduttore automatico. Lo porto qui per far divertire anche qualcun altro (nel frattempo è stato corretto, non è più così bello).
Anonimo ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Furbetti":
Si dice Phoenicius Grammas e produce un porcheria morituro. Si strappata tra un ragno il cui veleno, condizione patto e calcolato, potrebbe cambiare verso gli uomini sopra ostacolo una specie proveniente da finora che salute. Non si esclude, proprio così, i quali tale tossico possa essere contenuto a far sottoinsieme degli ingredienti della prossima progenie che Vi agra. Con a lui oggetti nocivi del morsicatura proveniente da questo ragno, certo la fine è quella il quale desta maggiore angoscia. Nonostante, sopra certi episodi, si registrano casi che erezione prolungata negli uomini. Dubbio simile sintomo può far accompagnamento ad un'impotenza completa, è possibile i quali la tossina responsabile del priapismo potrebbe risolvere alcuni problemi proveniente da disfunzione erettile. Istintivamente il dosaggio e la somministrazione sono fondamentali e potrebbero con qualche caso succedere i classici farmaci. (...) Non tutti i ragni vengono attraverso offendere, allora. Questo invadente aracnide è fino arrivato come ragno brasiliano svagato o ragno delle banane, firma che si ripara spesso nei caschi tra banane. Minuzioso nell'America centro-meridionale, ama dissimularsi anche se tra i vestiti, sotto le rocce o nelle fessure dei muri. Le sue dimensioni sono a sufficienza massicce ed è che incarnato chiaro e di pelo rado. Il proprio offensiva viene anticipato dal sollevarsi delle zampe anteriori, mentre insieme quelle posteriori ondeggia fine un'altra volta slanciarsi. Chi subisce il di lui morsicatura soffre tra perdita di ispezione muscolare, congiuntura respiratorie e, nel infimo dei casi, la morte condizione né viene patto per mezzo di un adeguato contravveleno. (Postato da Anonimo in deladelmur alle 28 settembre 2012 18:36)

Un’altra versione, nello stesso giorno:
Anonimo ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Erbacce ( VII )":
Si pronuncia Salutoris Nigriventer e produce un tossico morituro. Si tratta proveniente da un ragno il cui astio, se trattato e dosato, potrebbe divenire attraverso gli uomini sopra complicazione una forma proveniente da fino ad ora proveniente da salute. Né si esclude, in realtà, che simile tossico possa entrare a far pezzo degli ingredienti della prossima progenie proveniente da Via gra. Con a loro oggetti nocivi del morsicatura che questo ragno, certo la distruzione è quella i quali desta più agitazione. (...) I ricercatori fanno informazione a un credibile carica della corpo velenosa quandanche nella cruccio delle disfunzioni sessuali femminili, sebbene siano tuttora vaghi le modalità svendita (...) Né tutti i ragni vengono attraverso rovinare, quindi. Questo curioso aracnide è fino celebre alla maniera di ragno brasiliano errante o ragno delle banane, firma i quali si ripara compatto nei caschi tra banane. Effuso nell'America centro-meridionale, ama annidarsi quandanche con i vestiti, giù le rocce oppure nelle fessure dei muri. Le sue dimensioni sono a sufficienza massicce ed è proveniente da colore tenue e proveniente da pelo rado. Il suo offensiva viene anticipato dal rincorarsi delle zampe anteriori, finché per mezzo di quelle posteriori ondeggia pure a poi slanciarsi. Chi subisce il particolare morso soffre tra perdita che controllo muscolare, congiuntura respiratorie e, nel infimo dei casi, la fine condizione non viene trattato verso un adeguato antidoto. (Postato da Anonimo in deladelmur alle 29 settembre 2012 02:44 )
Esprimo qui tutta la mia ammirazione per “Dubbio simile sintomo”: mi appassiona molto la poesia barocca, da Metastasio a Busenello, ma un verso sdrucciolo di questo tipo non l’avevo ancora mai letto (raro e difficile, molto musicale, miracoloso!).
Lo spamming ha alcuni aspetti interessanti: ho notato che da me arriva quasi soltanto nei post con titoli in inglese (gli va bene anche un inglese inventato, of course) o dedicati a persone famose (cantanti, scrittori, gruppi rock e folk), e fin qui non ci sarebbe niente di strano; mi arriva spam anche sui post che ho dedicato alle Erbacce (vogliono vendermi il diserbante, ma a me le erbacce non danno nessun fastidio, caso mai le tolgo con lo zappino).
Più interessanti i messaggi spam che arrivano sui post dedicati alla marcia su Roma (nel senso del film di Dino Risi con Gassman e Tognazzi) o su altri post sulla Lega Nord e sulla destra berlusconiana: sono parecchi, ne arrivano quasi tutti i giorni e sempre negli stessi post. E’ facile supporre che in questo caso ci sia un disegno preciso, e che si tratti di uno spam di origine umana (non elettronica) e assai mirato; probabilmente facendo clic si va ad attivare qualche virus selettivo e distruttivo. Il mio pensiero in proposito va ovviamente anche un po’ più in là, riguardo all’origine di questo spam, ma lascio continuare a chi mi sta leggendo.
Nel salutarvi per oggi, vi annuncio che d’ora in avanti “Né tutti i ragni vengono attraverso rovinare” sarà il mio motto araldico; e soprattutto spero che l’astio del ragno errante non vi inquieti troppo nei vostri notti, quandanche nel infimo caso arrivi a turbare la vostra sogni. Vi saluto adunque, e vi lascio in compagnia dell’ottimo Vittorio Zucconi, che tempo fa su www.repubblica.it si era già occupato dell’annosa questione.
Ha fatto molto ridere la tragica traduzione da ignoranti pigri, fatta con Google Translate, della parola "pecorino", il formaggio, contenuta in un bando di concorso del Ministero Istruzione, in inglese come "doggy style", che indica una nota posizione di accoppiamento sessuale umano, alla maniera dei cagnolini (si vede che l'anglosassone cinofilo preferisce i canidi agli ovini). Ma forse molti si sono dimenticati la esilarante traduzione di "spiagge" in "plagues" (piaghe, pestilenze) anziché "plages" offerta dal magnifico e costoso sito web della Brambilla per incrementare il turismo francese in Italia, che quindi suonava come "accorrete a godervi le meravigliose pestilenze in Italia". Restano poi indimenticabili le purtroppo scomparse biografie del governo Berlusconi 2001, nelle quali fra le altre bestialità il v.presidente Fini era descritto come l'ex presidente della "Forehead of Youth", "La Fronte della Gioventù" perché il traduttore automatico aveva scambiato la "fronte" (forehead) con "il fronte". Morale della favola: la prodigiosa ignoranza delle lingue straniere, testimoniata anche da ricerche della Unione Europee, continua in Italia. Basta ascoltare un TG per rendersene conto. Non che l'italiano sia conosciuto molto meglio.
(Vittorio Zucconi, Repubblica on line, febbraio 2012)
PS: quest’estate ho fatto una ricerca su wikipedia per sapere qualcosa del calciatore basco Fernando Llorente, che era stato avvicinato alla Juve: c’era scritto che era stato ricoverato a 18 anni, però in una squadra di calcio della Liga. L’ho capito lo stesso e non mi sono preoccupato più di quel tanto: significava che aveva cambiato squadra. (adesso hanno sistemato la frase, però mi è rimasta la curiosità di sapere quale era la parola spagnola originale...)
(nelle immagini, la scatoletta di carne in scatola che ha dato il nome allo “spamming”: pare che avesse una pubblicità particolarmente noiosa, in USA o in Gran Bretagna. La pubblicità delle zoccole arriva invece da un ritaglio di giornale di almeno vent’anni fa, forse un Corriere della Sera. )

lunedì 1 ottobre 2012

Siamo in una dittatura?

La domanda “siamo sotto una dittatura?” è stata posta molto spesso fino a un anno fa, quando il presidente del Consiglio era Silvio Berlusconi. Oggi se ne parla molto meno, e se ne possono capire i motivi: tra meno di sei mesi si va a votare, siamo in un tempo sospeso, domani potrebbe cambiare tutto sia in meglio (difficile) che in peggio (assai probabile). Però quella che stiamo vivendo non è affatto una pausa, in questi ultimi mesi sono state prese molte decisioni che sono andate a cambiare, e spesso a colpire duramente, la nostra vita quotidiana. Quindi, bisogna continuare a porsi la domanda: siamo sotto una dittatura, c’è il pericolo di una dittatura? Provo a mettere qui sotto qualche elemento per discuterne.

Il problema principale è probabilmente negli atteggiamenti delle persone, sia da parte di chi governa che dei semplici cittadini. Da una parte c’è una gran voglia di dare ordini senza ammettere repliche, dall’altra parte troviamo indifferenza, ignoranza, servilismo, sottomissione. Un esempio lampante del pericolo che si corre è nella mancanza di risposte anche alle questioni più importanti. Per esempio, la questione del denaro elettronico e del contante da abolire: prima o poi ci arriveremo, perché è comodo e perché la tecnologia ci sta portando in quella direzione, ma prima di arrivarci ci sono almeno due problemi importanti da risolvere, questi: 1) le banche ci guadagnano sopra, col bancomat per ogni nostra spesa alle banche va una cifra intorno al 2-3 per cento, una vera e propria tassa a favore delle banche. 2) la questione della privacy: ogni nostra spesa, ogni nostro movimento, sono memorizzati e monitorizzati. Che fine fanno i nostri dati? Queste due domande sono state poste infinite volte, ogni volta il governo glissa, risponde portando argomenti diversi da questi, ma la questione è e rimane fondamentale. Il fatto che il governo taccia su questi due punti, che l’opinione pubblica non ne parli, e soprattutto il fatto che la gente accolga con indifferenza queste cose, sono tre sintomi gravissimi della mancanza di una vera mentalità democratica, a tutti i livelli.

Inoltre sono costretto ad osservare che il dissenso, anche minimo, non è più tollerato; quando una categoria di persone trova discutibile un provvedimento del governo, dal governo – prima Bossi e Berlusconi, oggi Monti, il comportamento è identico – non si discute ma si risponde “andiamo avanti lo stesso”, che risuona paurosamente simile al “noi tireremo diritto” di tristissima memoria. Lo stesso Mario Monti ha più volte avuto parole dure sulla concertazione, sull’incontro fra le parti sociali.
La discussione è vista come un intralcio; e questo è già un inizio di dittatura. Ricordo qui, en passant, la valanga di corruzione arrivata con la trasformazione in SpA della Protezione Civile, una riforma voluta da Silvio Berlusconi: anche allora si rispose “noi tireremo diritto”.

Dall’altra parte, verso il basso, ci sono sentimenti che spingono nella stessa direzione, e che sono un pericolo per la democrazia. C’è un sentimento diffuso verso “la casta”, come se i politici fossero umanamente diversi da chi li vota, ma così non è. I politici sono stati votati ed eletti, a ogni livello: sia Comune, Regione, Provincia, le elezioni sono state fatte più volte. La gente si lamenta della corruzione, ma pochi si rendono conto di quante concessioni sono state fatte ai politici, veri e propri innamoramenti, deleghe complete, atti di cieca fede nel boss e nel “partito” o nelle sue parole d’ordine (“federalismo”, per esempio: cosa significa, in concreto?). L’informazione c’è stata, si sa da tempo che un partito di governo è stato fondato da una persona condannata per corruzione (in via definitiva) e da un’altra che viene continuamente avvicinata alla mafia, ma c’è stato comunque chi ha votato per i corrotti, e non una ma tre, quattro, cinque volte, vent’anni consecutivi. Voterete ancora per i corrotti e gli incapaci, alle prossime elezioni? Il modo in cui si parla della politica, il vantarsi di non seguire la politica, il dire che tanto sono tutti uguali, sono tutti segnali chiari dell’avvicinarsi di una dittatura. Questo aspetto è reso ancora più grave dal fatto che a parlare in termini come quelli che ho riassunto qui sopra sono anche i giornalisti professionisti e gli opinionisti, perfino una parte stessa dei partiti politici. Il sospetto che ci sia chi soffia sul fuoco soltanto per prendere il posto dei corrotti, e non per il bene comune, è più che fondato.

Un terzo aspetto della questione, forse il più preoccupante, è che non ci sia alcuna reazione nemmeno davanti ad evidenti limitazioni della libertà personale. La gente si abitua, si adatta a tutto, gli piace perfino. La gente non reagisce mai, anzi approva anche le decisioni peggiori. Si prenda la questione dei controlli ossessivi negli aeroporti, nei tribunali, nelle stazioni: nessuno protesta, quando provo ad accennare la questione non è che mi rispondano (come sarebbe ovvio e comprensibile) “sì, è una seccatura ma ha i suoi motivi”, ma invece approvano contenti.
Chi non si trova bene col body scanner all’aeroporto è considerato un imbranato di cui sorridere, chi si ostina ad andare in giro con una sacca da viaggio, o con una robusta valigia d'aspetto normale, cioè non formattata agli spazi forniti dalle compagnie aeree, viene preso come antiquato e anche un po’ deficiente. Delle persone che non si adeguano si ride: anche questo è terrificante. Ho la mia vecchia valigia, è robusta e ci ho girato mezzo mondo: perché non posso più usarla? La risposta è che di te si ride.
La naturalezza con la quale ci si sottopone a perquisizioni e peggio, la felicità con la quale si accettano cose come l’essere costretti ad abbandonare le chiavi di casa perché sono di metallo, e l’idea che si trovi normale perquisire a fondo mia zia (78 anni, assolutamente inoffensiva) che sta per salire su un aereo è talmente ridicola che probabilmente anche Totò e i fratelli Marx l’avrebbero scartata. Eppure, tutto questo succede; e la gente si è abituata.
In questi giorni ho assistito ad un piccolo dibattito su una cosa del tutto secondaria, come il cambiamento nei metodi di pubblicazione on line operato da Blogger: uno dei miei amici di blog (non metto il nome per non far offendere i suoi lettori abituali) ha detto che si trovava male, che il nuovo metodo era scomodo, e nei commenti ho trovato espressioni come “poi ci si abitua”, “il nostro caro vecchietto che rimane attaccato alle vecchie cose”, eccetera. Mi sono stupito di non trovare nessuno che dica, come sarebbe stato normale fino a una decina d’anni fa, "se sono comodo o meno lo decido io”. Il fatto in sè è insignificante, le reazioni della gente sono preoccupanti. Tornando alle cose serie, cioè alle misure per la nostra sicurezza, l’effetto è ben definito dalla storia dell’armatura morbida, che ho riportato qui da molto tempo; invito tutti a leggerla e a rapportarla alla nostra realtà quotidiana.

In tempi di disoccupazione e di precarietà, la selezione si fa verso il servilismo e la sottomissione, cioè verso il basso e verso il peggio. Se hai un contratto a termine e ti chiedi il perché di quello che stai facendo sul lavoro, non c’è nemmeno più bisogno di alzare la voce e prendere provvedimenti: alla scadenza del contratto verrai lasciato a casa e mai più richiamato. Formalmente, non è nemmeno più un licenziamento. Il posto lasciato libero verrà occupato da qualcuno “che non si fa domande”. Questo è diventato un mondo dove tutti si adeguano e dove si fa quello che vuole il capo: l’ambiente ideale per la corruzione.
Il conformismo e l’omologazione ormai sono una regola ferrea, ben oltre alla “profezia”di Pasolini di quarant’anni fa, ben oltre alla famosa frase di Flaiano (metà anni ’60) “fra trent’anni gli italiani saranno come li ha fatti la televisione”. Nel 1962, in pieno boom economico, fecero scalpore i capelli dei Beatles: che erano appena un po’ più lunghi del normale e che oggi passerebbero inosservati. Viene da dire che oggi siamo messi molto peggio, anche il tatuaggio è visto come pratica normale, “è di moda” e quindi deve piacere. Rispetto agli anni '60, sono state permesse "trasgressioni" nel modo di vestire, ma c'è stata una stretta pesantissima in tutti gli altri campi.
Nascono da questi atteggiamenti altre cose preoccupanti, per esempio il caso degli stupidotti che danno del privilegiato a chi è andato in pensione con 40 anni di contributi. Penso sempre a mio padre che è morto a 55 anni, prima di prendere la pensione; agli operai di Marghera e delle ditte che lavoravano l’amianto alla pensione non ci sono mai arrivati; e soprattutto penso che basta fare pochi calcoli per scoprire che con la pensione attuale e il precariato una pensione che garantisca la sopravvivenza non l’avrà nessuno, nemmeno chi oggi fa lo spiritoso dicendo “ho sulle spalle le generazioni precedenti”. Ma oggi va di moda accettare tutto senza discutere e senza pensare, e anche questo è un atteggiamento che mette paura.

A tutto questo aggiungerei l’indifferenza verso il fascismo e il nazismo risorgenti, purtroppo non solo in Italia. E ancora non si può tacere l’uso dell’esproprio, che dovrebbe essere eccezionale, è che è invece diventato ormai consuetudine; io sono rimasto allibito quando ho letto che la “via d’acqua” per l’Expo di Milano sarà realizzata quasi totalmente con espropri, così come la maggior parte delle nuove strade e autostrade, degli aeroporti, delle famose e famigerate “grandi opere” del governo Bossi-Berlusconi.
L’elenco sarebbe lungo, ci sono ancora tanti aspetti inquietanti del presente, ma qui mi fermo perché l’angoscia è già molto alta. Il presente è questo, e non sto certo chiedendo la rivoluzione e le manifestazioni di piazza, sto solo chiedendo di ragionare quando si andrà a votare. Già Orwell, in 1984, diceva che dai “proletari” non c’è niente da aspettarsi (il passo l’ho riportato qui), e quindi non riesco a tranquillizzarmi: so da tempo che alle prossime elezioni, con molta probabilità, almeno la metà degli elettori sceglieranno il peggiore tra quelli in lista, e lo voteranno.
AGGIORNAMENTO al 28 novembre 2012: sta per partire il redditometro ed è pronto il reddit-test. Intervistato in proposito da La7, il direttore dell'Agenzia delle Entrate (si chiama Befera) sorride rassicurante e serenamente comincia a parlare dell0evasione fiscale. No, non ci siamo: la domanda era sulla privacy, sull'uso dei nostri dati personali. Per l'ennesima volta non si risponde, anzi si cambia argomento: e questo è molto più che una preoccupazione, l'ansia aumenta ogni giorno di più.