venerdì 15 luglio 2011

Pubblicità 21

- Barbognati! – dice la signora vicina a me; e io penso che non si chiama il prosciutto per cognome, e che questa signora con una sola parola ha dimostrato tutta la sua incompetenza in fatto di salumi.
Questa signora non è purtroppo l’unica a ignorare che Parmigiano-Reggiano e Prosciutto di Parma non semplici semplici marchi commerciali o nomi di fantasia, che non è vero che uno vale l’altro, e che dietro a questi due marchi famosi ci sono norme di produzione molto rigide e severe, che salvaguardano in primo luogo la qualità e poi – di conseguenza – anche la nostra salute. In Italia ci siamo salvati dal morbo della mucca pazza anche per questo, perché le nostre mucche mangiavano fieno e non mangimi strani come in Gran Bretagna o in Germania.
Detto in estrema sintesi: nel consorzio del Parmigiano-Reggiano (che copre un’area vasta ma non vastissima) per avere il latte buono le mucche non possono mangiare altro che il loro cibo naturale, vale a dire il fieno d’inverno e l’erba dei pascoli nel resto dell’anno. Un po’ meno restrittivo è il consorzio del Grana Padano, ma anche qui la qualità è garantita: per i dettagli, si possono consultare i siti dei rispettivi consorzi. Dietro al marchio Parmigiano-Reggiano o al marchio Grana Padano, o Prosciutto di Parma, o magari Prosciutto di San Daniele (che è in Friuli), non ci sono multinazionali o singole persone, ma molti allevatori che si sono impegnati a garantire una qualità alta o altissima. L’impegno è costante, e dura ancora oggi: non so se in futuro arriverà qualche manager fininvestiano o thatcheriano o bocconiano a spiegare che invece bisogna adeguarsi e ridurre i costi, o se anche l’Emilia verrà ricoperta di cemento e villette come la Lombardia (a Parma siamo già a buon punto), o se passerà la TAV in mezzo alle vigne, ai pascoli e ai frutteti (molto probabile), però per adesso in Italia ci sono ancora molti di questi consorzi, e direi che dobbiamo imparare a goderceli e tenerceli stretti. Invece no, basta un po’ di martellamento pubblicitario in tv, ed ecco che la gente non compera più il Prosciutto ma il babignati, e non compera più il Parmigiano ma il babignano, e tanti saluti alle persone che lavorano duramente tutto l’anno per garantire la qualità.
Non che in questo i produttori siano innocenti: le ultime campagne pubblicitarie del Parmigiano-Reggiano e del Prosciutto di Parma (da una decina d’anni in qua) sono del tutto identiche a quelle dei prosciutti e dei formaggi qualsiasi, così da far diventare legittima la confusione tra un marchio commerciale qualsiasi e un prodotto di qualità eccezionale che si tramanda da secoli, e magari senza nemmeno il conforto di un aumento delle vendite – il che è un gran brutto risultato sotto tutti i punti di vista. A questo punto, verrebbe da chiedersi quanto è stato speso in pubblicità, e chi sono le menti geniali che hanno approvato tutto questo, ma qui mi fermo perché poi ci si comincia ad arrabbiare. (quella che ho messo qui sopra invece è molto bella, complimenti a chi l'ha pensata e a chi l'ha approvata).
Come considerazione finale, bisognerebbe magari mangiare meno salumi, ma che siano di qualità alta, e senza farci prendere per il naso da uno dei tanti marchi che la pubblicità ci sbatte in continuazione sotto il naso. Oltretutto, la pubblicità costa: da qualche parte i soldi bisogna recuperarli, e il sospetto che ci sia qualcosa sotto viene purtroppo spesso confermato dalle indagini dei NAS. Purtroppo, con tutta questa pubblicità si mette in moto un meccanismo perverso, che sarebbe ora di insegnare anche nelle scuole: cioè che se uno comincia a martellare poi tutti sono costretti a fare pubblicità, anche quelli che ne farebbero volentieri a meno e che fino a qui avevano fatto conto solo sul passaparola dei clienti affezionati e dei salumieri più onesti. Ogni salumiere ve lo potrà confermare: puoi avere sul banco il miglior prosciutto o il miglior formaggio del mondo, ma se in tv dicono bobignoti anche i clienti chiederanno il bobignoti e il prodotto migliore resterà invece invenduto.
Conclusione: se andate in salumeria e chiedete “Bobignati” invece del prosciutto crudo, avete già pronta la vostra patente di incompetenza. Il salumiere lo sa benissimo, ma farà finta di niente e vi darà il bobignato, come desiderate; però sarò io a perderci qualcosa, perché se il salumiere vende il prodotto più scarso invece del Prosciutto di Parma, o del Parmigiano-Reggiano, o del San Daniele, prima o poi anche i consorzi dei prodotti d’eccellenza saranno costretti ad adeguarsi. E “adeguarsi”, in casi come questi, è sempre una gran brutta parola.
Una riga per le immagini che ho scelto: stavolta tutto in positivo, belle immagini e messaggi chiari. Quella in bianco e nero viene dal mensile Linus, anno 1988: in ricordo di Enzo Baldoni, che organizzava l'evento.

giovedì 14 luglio 2011

Erbacce ( VIII )

Tra i fiori rossi, o tendenti al rosso, il primo che noto nei prati è il cardo: come si nomina il cardo, mi si parla sempre della fonduta, dei cardi coltivati, eccetera. Ho scoperto di recente che si tratta di una variante della stessa pianta, ma wikipedia aggiunge molte altre informazioni che riporto qui sotto. Ne manca però una, il riferimento al cardellino: che è uno dei nostri uccellini più belli.
Da “cardo” viene anche la parola “cardatura”: ma in tempi di tessuti sintetici, la tecnica di lavorazione della lana ormai la conoscono in pochi.
da http://www.wikipedia.it/ :
Carduus L., 1753 è un genere di piante spermatofite dicotiledoni appartenenti alla famiglia delle Asteraceae, comunemente note come cardi, dall'aspetto di erbacee annuali o perenni, mediamente alte, in genere molto spinose e dai fiori simili al carciofo. Il nome del genere (Carduus) deriva dal latino (= "cardo" in italiano) che a sua volta potrebbe derivare da una parola greca il cui significato si avvicina al nostro vocabolo "rapare"; ma altre ricerche farebbero derivare da un'altra radice, sempre greca, "ardis" (= "punta dello strale"), alludendo ovviamente alla spinosità delle piante di questo genere. L'antichità del cardo viene attestata anche da antiche leggende che associano questo fiore al pastore siciliano Dafne, alla cui morte (grazie all'intervento di Pan e Diana), la Terra, piena di dolore, fece nascere una pianta piena di spine, il "cardo" appunto. È da ricordare ancora che anche nelle tradizioni ariane il cardo era associato al dio Thor (dio della guerra e dei fulmini) .
Il nome italiano "Cardo" è abbastanza generico in quanto nel linguaggio comune si riferisce a diversi generi e specie di piante. Tra i generi che vengono chiamati direttamente "cardo", oppure hanno una o più specie che comunemente si chiamano con questo nome citiamo: Carduus, Carduncellus, Carlina, Centaurea, Cnicus, Cynara, Echinops, Galactites, Jurinea, Onopordum, Scolymus, Silybum, Tyrimnus, tutti della famiglia delle Asteraceae. Ma anche in altre famiglie abbiamo dei generi con delle specie che volgarmente vengono chiamate "cardi" : il genere Eryngium della famiglia della Apiaceae o il genere Dipsacus della famiglia delle Dipsacaceae.
La forma biologica prevalente è emicriptofita bienne (H bienn): sono piante perennanti per mezzo di gemme poste al suolo con un ciclo di crescita biennale ; questo significa che il primo anno si produce al più una bassa rosetta basale di foglie, mentre il secondo anno fiorisce completamente. Tuttavia se il clima è sufficientemente caldo può fiorire già durante il primo anno di vita. Il numero dei capolini per ogni pianta può variare oltre che dalla specie anche dalle caratteristiche del sito in cui si trova la pianta e può andare da 1 a oltre 100. Un'altra forma biologica, per questo genere, è emicriptofita scaposa (H scap), ossia piante perennanti per mezzo di gemme poste al suolo formate da un asse fiorale lungo e con poche foglie.
Il fusto è eretto (ma esistono specie acauli - senza fusto) ramificato oppure semplice, e a volte è alato; nella parte terminale le foglie possono essere assenti o comunque sono ridotte; spesso di presenta il fenomeno della decorrenza delle foglie lungo il fusto in basso. La dimensione del fusto può andare da pochi centimetri a oltre 1 metro (nelle zone extraeuropee sono stati riscontrati individui di alcune specie alti diversi metri). Le foglie, sessili (raramente picciolate, spesso decorrenti), sono di forma generalmente lanceolata; la lamina può essere lievemente dentata oppure incisa profondamente in 10 e più lobi; il margine fogliare è quasi sempre spinoso, spini che possono essere morbidi o pungenti e duri; la disposizione delle foglie lungo il fusto è alterna e quelle basali formano una rosetta. L'infiorescenza è formata da capolini fiorali costituiti da numerosi fiori tubulosi, (il tipo ligulato, presente nella maggioranza delle Asteraceae, qui è assente), sono inoltre ermafroditi, tetraciclici (calice- corolla - androceo - gineceo) e pentameri. Il capolino fiorale è sorretto da un involucro (cilindrico o emisferico o ovoide) circondato da diverse serie (7 - 10 o più) di brattee spinose chiamate squame, che a volte divergono dal corpo centrale in modo eretto o patente e a volte sono anche riflesse verso il basso. La forma delle squame è importante come carattere distintivo della specie e può essere lineare, lanceolata, con strozzatura mediana oppure no, ristretta bruscamente con una spina appuntita o rotondeggiante. (...)
I frutti sono acheni lisci di colore chiaro, provvisti di pappo formato da piccolissime setole. Il pappo ha la funzione di aiutare la dispersione del seme portato quindi dal vento. Ogni pianta può produrre migliaia di semi (possono arrivare a oltre 100.000 semi in totale - 1.000 e più per capolino) e vengono dispersi circa un mese dopo la fioritura. Sembra che un singolo seme rimanga attivo nel suolo fino a 10 anni. Questo naturalmente non facilita il controllo di queste piante che in varie parti del mondo sono considerate infestanti.
Questo genere comprende piante native dell'Europa (comprese le Canarie), Asia (fino al Giappone) e Africa (areale del Mediterraneo). In Italia è un Genere molto diffuso e lo si può trovare praticamente ovunque anche perché le sue specie sono molto robuste e crescono bene in qualsiasi ambiente e nelle condizioni più disparate. Le famiglia delle Asteraceae è la famiglia vegetale più numerosa, organizzata in quasi 1000 generi per un totale di circa 20.000 specie. Al genere Carduus sono assegnate numerose specie (circa 90), due dozzine delle quali appartengono alla nostra flora spontanea. Nelle classificazioni precedenti la famiglia delle Asteraceae viene chiamata anche Compositae. Secondo la classificazione tradizionale la collocazione di questo genere è la seguente:
Famiglia : Asteraceae   Sottofamiglia : Cichorioideae  Tribù : Cardueae  Sottotribù : Carduinae  Genere : Carduus
(...) Alcune parti di queste piante (se raccolte quando sono ancora giovani) vengono utilizzate per l'alimentazione umana (ricordano il sapore del carciofo). Dalle piante dei "cardi" si può ricavare dell'olio e della carta. Inoltre anticamente le infiorescenze secche del cardo dei lanaioli erano usate per la cardatura della lana.
Per l'America del Nord le specie di questo genere non sono native, infatti sembra che siano state introdotte nel 1800 nella parte orientale degli Stati Uniti e subito si sono dimostrata "specie invasive". In molti stati degli Stati Uniti (ma anche in alcune province del Canada) è stata dichiarata "erbaccia nociva". Buona parte delle risorse energetiche dell'agricoltura sono impiegate per liberare i terreni delle aziende agricole e dei pascoli da queste specie. Le foglie sono sgradevoli sia per il bestiame che per la fauna selvatica. Inoltre la presenza di queste piante nei prati e nei pascoli porta ad un rapido degrado del terreno : il bestiame infatti evita queste piante dando alle stesse un notevole vantaggio competitivo rispetto ad altre più appetitose. Per controllare i danni provocati da queste piante le autorità locali consigliano il taglio preventivo dei capi fiorali e lo smaltimento degli stessi in sacchi di plastica ben sigillati per ridurre al minimo la dispersione dei semi. In altri casi sono stati usati dei diserbanti specifici con sgradevoli effetti collaterali. Sono stati fatti anche degli esperimenti introducendo nelle zone infestate da queste piante alcuni insetti le cui larve si cibano di queste piante, ma con risultati controversi in quanto vengono attaccate anche alcune specie rare e protette del genere Carduus.
Il cardo, da un punto di vista storico è una pianta molto antica : i primi riferimenti certi sono stati trovati nella civiltà Egizia; ma prima ancora sembra che fosse usato in Etiopia.
Il cardo (thistle) è il simbolo della Scozia. La leggenda racconta che un gruppo di vichinghi stavano per sorprendere nel sonno degli scozzesi; ma l'agguato fallì in quanto un invasore calpestando col piede nudo un cardo si mise a gridare. Negli stendardi scozzesi infatti il cardo vien associato ad un motto latino che tradotto significa "Nessuno mi avrà sfidato impunemente"
Un altro fiorellino rosso, o tendente al rosso, è quello del trifoglio (qui sopra): ma del trifoglio, e del quadrifoglio, direi che è quasi inutile parlare, è un’altra piantina dei prati di quelle facilissime da riconoscere.
da http://www.wikipedia.it/
Il trifoglio (Trifolium) è un genere di piante erbacee appartenente alla famiglia delle Fabaceae (o leguminose) e comprendente circa 300 specie. È diffuso nelle regioni temperate dell'emisfero boreale e in quelle montuose dei tropici, e deve il suo nome alla caratteristica forma della foglia, divisa in 3 foglioline (alcune specie però possiedono 5 o 7 foglioline). L'altezza della pianta può arrivare a 30 cm. Il Trifolium non resiste molto bene al freddo, e predilige i terreni argillosi; tuttavia si adatta a quasi ogni tipo di suolo, purché non sia eccessivamente impregnato d'acqua. Come molte altre leguminose, il trifoglio ospita fra le sue radici dei batteri simbionti capaci di fissare l'azoto atmosferico; viene utilizzato di conseguenza nel sistema di rotazione delle colture per migliorare la fertilità del suolo. Inoltre, molte specie di trifoglio sono notevolmente ricche di proteine e vengono seminate come foraggio per il bestiame di allevamento.
Il trifoglio (Shamrock) è uno dei simboli non ufficiali dell'Irlanda: la tradizione vuole che sia stato utilizzato dapprima da San Patrizio, l'evangelizzatore dell'isola, e poi da San Colombano, l'evangelizzatore d'Europa, per spiegare il mistero della Trinità. Storicamente fu venerato dai druidi, conosciuto dai Greci e dai Romani per le proprietà curative. A volte (circa 1 su 10.000) i trifogli possono avere quattro foglie, questi vengono comunemente chiamati quadrifogli e considerati dei portafortuna. (...) Data la sua proprietà di antagonista dell'Ambrosia, pianta infestante della famiglia delle Compositae in rapida diffusione in molte zone del nord Italia, la semenza di trifoglio viene usata in aggiunta alle granaglie per il controllo della diffusione dell'Ambrosia nelle zone agricole.
I due tipi più comuni di trifoglio sono: - Trifoglio rosso (Trifolium pratense, Red clover in inglese) - Trifoglio bianco o ladino (Trifolium repens, White clover in inglese)

Le illustrazioni vengono dal sito http://www.agraria.org/  e dal libro “Che fiore è questo” di D.Aichele e M.Golte-Bechle, editore Franco Muzzio. La scritta scozzese in perfetta calligrafia è opera di una persona molto simpatica, che mi ha dato qualche lezione-conversazione (ma poi l'inglese non lo parlo mai, e se non si pratica si dimentica subito).

mercoledì 13 luglio 2011

Erbacce ( VII )

Un’altra pianta molto comune è questa che metto qui sotto: un’altra spiga selvatica, si direbbe. In realtà ha ben poco a che vedere con frumento e granoturco, quando si vedono spighe come questa si tratta invece quasi sempre di plantanginacee o di poligonacee, che sono due famiglie ben distinte.
Le poligonacee, così come l’orzo selvatico e l’avena selvatica, hanno un parente che viene coltivato: il grano saraceno, dal quale si ricava la farina per i pizzoccheri e per le altre specialità valtellinesi (chi non conosce i pizzòccheri sappia che fin qui si è perso qualcosa di molto buono, ma è sempre in tempo per rimediare).
da http://www.wikipedia.it/ :
La famiglia delle Polygonaceae (Juss. 1789) è un gruppo di Angiosperme Dicotiledoni e comprende circa 50 generi e 1120 specie diffuse per lo più nelle regioni temperate boreali. Appartengono a questa famiglia: il grano saraceno, il rabarbaro, le acetose. Probabilmente il nome della famiglia (poli=molti, gonium = angolo) fa riferimento alla forma del frutto che è angoloso.
Comprende specie per lo più erbacee perenni (ma anche cespugli e piccoli alberi), monoiche o dioiche. Le foglie sono alterne, semplici provviste di un'ocrea (una guaina membranosa avvolgente il fusto). I fiori, ermafroditi o unisessuali, sono attinomorfi e riuniti in infiorescenze. Possono avere un perigonio con elementi sepaloidi (es. Rumex), in relazione all'impollinazione di tipo anemogamo, o di tipo petaloide (es. Polygonum), in specie entomogame. L'ovario è supero tricarpellare e uniloculare. Il frutto è un achenio.
Nel Sistema Cronquist le Polygonaceae venivano assegnate, come unica famiglia, all'ordine delle Polygonales. Sistemi più recenti, come l'APGII, le includono invece nell'ordine delle Caryophyllales. Le Polygonaceae sono ripartite in due sottofamiglie: 1) Polygonoideae caratterizzate dalla presenza dell'ocrea e comprendente 28 generi ed 800 specie 2) Eriogonoideae con circa 330 specie esclusive delle Americhe.
La famiglia comprende specie di interesse agrario quali: il grano saraceno (Fagopyrum esculentum) importante coltura nelle regioni alpine il genere Rheum (i rabarbari) dalle cui radici vengono estratti principi amari usati in farmacia e liquoreria. Alcune specie spontanee (ad. es. specie del genere Rumex, le acetoselle) vengono consumate in zuppe o aggiunte alle insalate. Alcune specie di Rheum vengono inoltre coltivate come specie ornamentali.
Plantaginaceae, Juss. (1789), è una famiglia di piante Spermatofite Dicotiledoni in maggioranza a portamento erbaceo, ma anche acquatico, con fiori a spiga o a capolino o labiati.
La famiglia delle Plantaginaceae comprende circa 90 generi per un totale di oltre 2000 e più specie sparse in tutto il mondo in prevalenza nelle aree temperate. Nelle vecchie classificazioni questa famiglia comprendeva solamente tre generi (Bougueria, Littorella, e Plantago) con poco più di 200 specie.
La posizione sistematica di questa famiglia è sempre stata molto discussa, e tuttora è ancora in via di sistemazione tassonomica.
All'inizio del secolo scorso, il botanico tedesco Heinrich Gustav Adolf Engler (1844 – 1930), famoso per i suoi lavori sulla tassonomia delle piante, aveva isolato questa famiglia in un ordine apposito Plantaginales. In contrapposizione Richard von Wettstein (1863 – 1931), botanico austriaco, il primo ad aver introdotto un sistema di classificazione filogenetico delle piante, l'aveva sistemata nell'ordine delle Tubiflorae. Mentre il botanico americano Charles Bessey (1845 – 1915), il meno conosciuto fra i tre, l'aveva posta fra le Pimulales.
In tempi più moderni (anni ottanta) il botanico americano Arthur Cronquist (1919-1992) pubblica alcuni testi nei quali propone una sua classificazione della famiglia delle Plantaginaceae agganciandola all'ordine delle Plantaginales; ma è di questi ultimi anni una proposta ancora più innovatrice del Angiosperm Phylogeny Group che oltre ad assegnare la famiglia all'ordine delle Lamiales trasferisce in essa anche diversi generi da altre famiglie. (...)
Cos'altro aggiungere? Che io confondo sempre borragine e plantagine, invece sono due piante completamente diverse. La borragine (borago oficinalis, famiglia delle borraginacee) è questa qui sotto:
Le illustrazioni vengono da “Che fiore è questo” di D.Aichele e M.Golte-Bechle, editore Franco Muzzio,  e dal magnifico sito http://www.agraria.org/ . Le due immagini qui sopra riproducono l'acetosella (selvatica) e un suo parente che viene coltivato, il grano saraceno dei pizzoccheri valtellinesi.

martedì 12 luglio 2011

Erbacce ( VI )

Un altro genere di fiori e di piante molto comune (e molto eterogeneo) è quella che si può raggruppare sotto il nome “stai attento”. Il nome completo di questa famiglia di piante è in realtà molto più lungo e si traduce così: “stai attento che magari dentro c’è un’ape e poi ti punge”.
Numero uno di questo tipo di piante è il fiore di zucca, o di zucchina: la sera il fiore si chiude come un ombrello, e capita spesso che un’ape anche grossa, magari anche un bombo, ci rimanga chiuso dentro. Poi si va a raccogliere i fiori di zucca per fare la frittata, e – magari quando sei già in casa – zac, ecco lì l’insetto pericoloso: che in realtà è solo un po’ ubriaco, il fiore di zucca pare che sia qualcosa di inebriante per le api e per i bombi, il nettare è ottimo e il pasto è abbondante, il rischio di restare un po’ incerti sul presente è grande, e poi quando esci mica sai cosa ti trovi davanti. Così, mica per cattiveria (le api lo sanno che non le mangiamo, tanto meno fritte con la pastella), ma giusto per precauzione, possono anche ricordarsi d’avere il pungiglione.
Però i fiori di zucca non sono un’erbaccia, infestano anche loro mica male (se perdete il controllo delle zucche e delle zucchine, è come nel Giorno dei trifidi...) ma poi ci danno qualcosa in cambio, e anche roba buona, oserei dire molto ma molto buona; e quindi non dovrei trattarne qui, ma ormai ci sono e amen.
Vere e proprie “trappole” per le api sono invece le campanelle o campanule (quasi sempre rampicanti, come i piselli) e quest’altra piantina qui che non mi ricordo mai come si chiama ma che è comunissima nei prati. Dovrebbe essere il “silene vulgaris”, ma io con le foto e con i disegni delle piante non mi ci raccapezzo mai (so che capita a molti...).
da http://www.wikipedia.it/ :
Le Campanulaceae sono una famiglia di piante Spermatofite Dicotiledoni molto numerose (circa 70 generi per oltre 2000 specie in tutto il mondo – sul nostro territorio si contano una decina di generi per un totale di circa 90 specie) comprendente erbacee ma anche arbusti, diffuse in tutto il mondo, ma soprattutto nelle zone temperate. (...)
La Silene rigonfia (Silene vulgaris (Moench) Garcke) è una piccola pianta (alta fino a 60–70 cm; massimo 100 cm) perenne e glabra, dai caratteristici fiori chiamati “bubbolini”, appartenente alla famiglia delle Caryophyllaceae. Il genere Silene è molto vasto: comprende oltre 300 specie; per lo più erbacee, annue, bienni o perenni; di queste in Italia se contano almeno una sessantina spontanee della nostra flora. La nostra specie presenta una grande variabilità di caratteri; le moderne classificazioni ne individuano diverse sottospecie che si differenziano per la dimensione, il portamento e le foglie (che possono essere pubescenti o glabre, oppure dentellate o intere, oppure cigliate). A volte queste sottospecie possono sembrare del tutto indipendenti. Questo gruppo che ancora non è stato studiato a fondo presenta anche problemi di confusione nomenclaturale in quanto inizialmente la nostra specie venne assegnata al genere Cucubalus (in qualche caso anche al genere “Behen” – caduto poi in disuso) e poi in seguito trasferita al genere Silene. Dato il carattere polimorfo della nostra pianta si sono creati nel tempo anche diversi sinonimi. Pianta conosciuta fin dall’antichità per le sue proprietà mangerecce. Si può comprendere quindi l’abbondanza di nomi popolari: oltre a quelli citati “sonaglini” e “cavoli della comare”. I calici rigonfi sono persistenti e mantengono la forma a palloncino che anzi nel tempo si irrigidisce per cui alla fine dell’estate si possono far scoppiare battendoli con la mano da qui un altro nome popolare: “schioppetini”.
Il nome del genere (Silene) si riferisce alla forma del palloncino del fiore. Si racconta che Bacco avesse un compagno di nome Sileno con una gran pancia rotonda. Ma probabilmente questo nome è anche connesso con la parola greca “sialon” (= saliva); un riferimento alla sostanza bianca attaccaticcia secreta dal fusto di molte specie del genere.
Le foto sono prese da internet e su una c’è anche scritto il nome dell’autrice; il disegno della campanula viena da “Che fiore è questo” di D.Aichele e M.Golte-Bechle, editore Franco Muzzio.

lunedì 11 luglio 2011

Pubblicità 20

Poi c’è tutta la sequenza degli integratori, dei fermenti, degli sgonfiapancia, delle creme dimagranti... Penso che possa valere per tutti quello che disse Silvio Garattini in tv, alla Rai, nel febbraio 2011: sono cose che non servono a niente. Garattini non è uno qualsiasi, basta farsi un giro su internet per capire che se c’è uno che parla con cognizione di causa è proprio lui; e il fatto che sconsigli l’uso e l’acquisto di questi prodotti è un altro punto a favore della sua attendibilità. Se un luminare della farmacologia come Garattini volesse consigliare un prodotto, le industrie farmaceutiche ed alimentari lo coprirebbero d’oro (con altri luminari della medicina è successo e succede ancora), invece no, fa l’esatto opposto e anzi aggiunge che “integratore” è il nuovo nome di quello che si chiamava ricostituente. I ricostituenti e gli integratori venivano prescritti negli anni del primo dopoguerra, quando il fascismo lasciò in eredità rachitismo e denutrizione. In un organismo debilitato, sotto controllo medico, gli integratori hanno un senso; se invece c’è abbondanza di cibo e anzi il problema è l’obesità, a che serve un ricostituente? Garattini è molto drastico, e ne ha ragione: non serve essere un medico per capire che gli integratori e i ricostituenti servivano in tempi di carestia, di carenze vitaminiche, nell’800 quando la gente si ammalava di pellagra, e in tempo di guerra quando il cibo veniva a mancare; o, senza arrivare a cose così drastiche, magari a chi corre la maratona. Per il resto, le vitamine prese a casaccio fanno male, così come gli integratori e tutti i farmaci; anche gli integratori e le vitamine vanno presi sotto controllo medico, cioè solo quando servono e solo nelle giuste dosi.

Nella pubblicità si sparano termini a casaccio: gli omega 3, il bifidus, il latinorum, la terminologia medica, non serve essere medici per capire che siamo ancora fermi a Dulcamara, all’elisir d’amore, ai filtri che guariscono tutto, agli imbonitori di piazza dei secoli passati.
La pubblicità a questi prodotti, anche di marche importanti, è stata più volte vietata dal Garante e con annesse pesanti multe; ma nessuno poi lo viene a sapere, e intanto gli spot è vanno in onda per mesi e per anni. Capita sempre così, e si ha un bel dire che la gente capisce, che non si fanno prendere in giro, che non siamo mica imbecilli o ignoranti. Una volta, la gente era ignorante perché non aveva la possibilità di studiare e di girare il mondo; oggi il diploma ce l’abbiamo tutti, tutti siamo stati a Sharm e alle Maldive, ma ancora l’altro giorno ho trovato un’amica (non credevo alle mie orecchie, ha fatto anche la giornalista...) che mi ha detto che aveva comperato lo yogurt “per dimagrire”. Non ho più parole: questi spot, integratori, fermenti, alfa e omega, creme dimagranti, pillole, andrebbero semplicemente vietati. Non dovrebbero mai arrivare in tv o sui giornali o su internet, e invece... Invece basta pagare, e tutto passa: tutto, meno le malattie. Per le malattie, anche quelle leggere, è sempre il caso di rivolgersi a un buon medico (a trovarlo, però: oggi nella civile Lombardia bisogna prenotarsi e mettersi in lista anche per parlare col medico di famiglia...).
Il dottore Dulcamara in piedi sopra un carro dorato, avendo in mano carte e bottiglie. Dietro ad esso un servitore, che suona la tromba. Tutti i paesani lo circondano.
Dulcamara
Udite, udite, o rustici: attenti, non fiatate. Io già suppongo e immagino che al par di me sappiate ch'io sono quel gran medico, dottore enciclopedico, chiamato Dulcamara: la cui virtù preclara e i portenti infiniti son noti in tutto il mondo... e in altri siti.
Benefattor degli uomini, riparator dei mali, in pochi giorni io sgombero io spazzo gli spedali, e la salute a vendere per tutto il mondo io vo. Compratela, compratela, per poco io ve la do.
È questo l'odontalgico mirabile liquore, dei topi e delle cimici possente distruttore, i cui certificati
autentici, bollati, toccar vedere e leggere a ciaschedun farò.
Per questo mio specifico, simpatico mirifico, un uom, settuagenario e valetudinario, nonno di dieci bamboli ancora diventò. Per questo Tocca e sana in breve settimana più d'un afflitto giovine di piangere cessò.
O voi, matrone rigide, ringiovanir bramate? Le vostre rughe incomode con esso cancellate. Volete voi, donzelle, ben liscia aver la pelle? Voi, giovani galanti, per sempre avere amanti?
Comprate il mio specifico, per poco io ve lo do.
Ei move i paralitici, spedisce gli apopletici, gli asmatici, gli asfitici, gl'isterici, i diabetici, guarisce timpanitidi, e scrofole e rachitidi, e fino il mal di fegato, che in moda diventò.
Comprate il mio specifico, per poco io ve lo do.
L'ho portato per la posta da lontano mille miglia; mi direte: quanto costa? quanto vale la bottiglia? Cento scudi?... Trenta?... Venti? No... nessuno si sgomenti. Per provarvi il mio contento di sì amico accoglimento, io vi voglio, o buona gente, uno scudo regalar.
Coro
Uno scudo! Veramente?
Più brav'uom non si può dar.
Dulcamara
Ecco qua: così stupendo, sì balsamico elisire, tutta Europa sa ch'io vendo niente men di dieci lire: ma siccome è pur palese ch'io son nato nel paese, per tre lire a voi lo cedo, sol tre lire a voi richiedo:
così chiaro è come il sole, che a ciascuno, che lo vuole, uno scudo bello e netto in saccoccia io faccio entrar.
Ah! di patria il dolce affetto
gran miracoli può far.
Coro
È verissimo: porgete. Oh! il brav'uom, dottor, che siete!
Noi ci abbiam del vostro arrivo lungamente a ricordar.
(Felice Romani, L’elisir d’amore – atto primo scena quinta; messo in musica da Gaetano Donizetti nel 1832)

domenica 10 luglio 2011

Pubblicità 19

“Biologico ed “Ecologico” sono due parole che non sopporto più, in pubblicità e per l’uso che se ne fa in generale. Nel loro significato originale, in ambito scientifico, sono e rimangono due parole molto belle, ma dubito che ormai ci sia ancora qualcuno, al di fuori delle università, ad usarle nel loro giusto significato. Tutti, a partire dai giornalisti (che dovrebbero invece stare attenti e usare i termini giusti, perché hanno grosse responsabilità su quello che succede) usano invece “bio” ed “eco” come se fossero scemenze, paroline da poco; e da qui nasce la mia insofferenza.
L’unica auto ecologica, sia ben chiaro, è quella ferma in garage: le altre appena si muovono provocano disastri - anche minimi, basta il copertone di una ruota in movimento per devastare tutto un ecosistema, sia pure piccolo; per non parlare delle stragi di animali, ricci, gatti, cani, uccelli di tutte le dimensioni (dal passero al fagiano), eccetera, tutto quello che vi può venire in mente. E le auto, per muoversi, hanno bisogno di strade: le strade asfaltate in natura non ci sono, e quindi – piaccia o non piaccia – si tratta di altre devastazioni ambientali. L’unica relazione dell’automobile con l’ambiente che la circonda è proprio questa: dove arriva l’auto, l’ambiente si modifica spesso in modo irreparabile.
“Ecologia” è la scienza che studia un essere vivente in relazione con l’ambiente in cui vive; “Biologico” è qualcosa che ha a che fare con la vita (bìos, in greco antico). Forse parlando di detersivi bisognerebbe dire “biodegradabile”, che è una parola un po’ più vicina alla realtà; ma è possibile usare le parole giuste, nel loro vero significato, se c’è da vendere una merce e se tutto viene considerato come merce?
La pubblicità ha delle regole molto semplici, il più delle volte ai “creativi” basta un nemico da individuare e da combattere: se non c’è, va inventato o costruito. La placca, i batteri, l’anidride carbonica, il PM10, lo zucchero (per i dolcificanti e i “diet”), e quando i pubblicitari trasferiscono in politica nascono le fobie per i comunisti, per gli extracomunitari...Un nemico va sempre bene, per creare consenso. Ma poi, quando il meccanismo viene scoperto, nascono problemi ancora più grossi: per esempio la grossa bega del vaccino antinfluenzale, nell’inverno del 2009, che ha fatto vendere tonnellate di disinfettanti e di dosi di vaccino. Fino a che punto era un allarme vero? C’è da fidarsi? Cosa succederà se nascerà un’emergenza vera? Le previsioni sono fosche, in questo senso: quest’anno c’è stato il caso dubbio del batterio Escherichia Coli (uno dei più comuni e dei più studiati, da molti decenni) e la gente comincia a chiedersi cosa succede. Il pensiero corre subito alla famosa favola del pastorello che gridava “al lupo al lupo” per divertimento, ma poi il lupo arrivò davvero...
Gli esempi di questa diffidenza che sta per nascere su scala diffusa (e per colpa dei pubblicitari e dei geni del marketing) sono infiniti: il vostro browser che non è più sicuro, sarà vero? ci dobbiamo fidare, o è solo perché il browser nuovo lo dobbiamo pagare e il vecchio è gratis? (e i furbi smanettoni a cui chiedi consigli ti dicono: ah, io uso brufrux, e così il problema è risolto e non se ne parla più – ma anche questi sono trucchetti del marketing, far credere di essere furbi a chi compera...).
Che dire? Fino a pochi anni fa si cambiava l’auto quando era vecchia, quando non la si poteva più riparare. Questa comincia ad essere ecologia, e io – dopo il necessario ricambio di fine anni ’90, quando si smise di usare la benzina con il velenosissimo piombo tetraetile - vorrei tanto tornare a vedere in giro le auto vecchie di venti o trent’anni ma ben tenute, come si faceva una volta. L’auto che diventava parte della famiglia, che ci si affezionava: l’impatto ambientale di un’auto nuova è infatti imponente, servono le acciaierie, le miniere, magari di minerali rari per il cui possesso si scatenano guerre; e questo discorso (antipatico come pochi, lo so) vale anche per tutte le nuove tecnologie, dallo smartphone alle nuove lampadine a fluorescenza.

Chiudo il post (che potrebbe diventare chilometrico, e anzi lo è già) portando qui una pubblicità vecchia ormai di una ventina d’anni, dove però il produttore aveva le idee chiare: questo è il vero e unico concime ecologico, non lo sapevate? (il marchio esiste ancora, ma il produttore non è più lo stesso: quindi se vi vien voglia di comperarlo tenete presente che nel frattempo le cose sono cambiate, e di molto - e comunque bisogna sempre stare attenti a cosa ha mangiato la mucca, se è erba va bene, ma se sono i mangimi simili a quelli dell'epidemia della mucca pazza, meglio buttare via tutto).
Le vignette vengono dalla Settimana Enigmistica, http://www.aenigmatica.it/

sabato 9 luglio 2011

Scuola di filosofia

Ragionando sulla filosofia, ho avuto due soli e grandi maestri: Gino Cornabò e Achille Campanile.

Asparagi e immortalità dell'anima
Non c'è alcun rapporto fra gli asparagi e l'immortalità dell'anima. Quelli sono un legume appartenente alla famiglia delle asparagine, credo, ottimo lessato e condito con olio, aceto, sale e pepe. Alcuni preferiscono il limone all'aceto; anche eccellente è l'asparago cotto col burro e condito con formaggio parmigiano. Alcuni ci mettono un uovo frittellato sopra, e ci sta benissimo. L'immortalità dell'anima, invece, è una questione; questione, occorre aggiungere, che da secoli affatica le menti dei filosofi. Inoltre gli asparagi si mangiano, mentre l'immortalità dell'anima no. Questa, insomma, appartiene al mondo delle idee. Naturalmente, nel caso in esame, all'idea corrisponde un fatto. Da questo punto di vista si può dire che l'immortalità dell'anima è una qualità dell'anima, una proprietà peculiare dell'anima, un concetto insomma, il quale indica il fatto che le anime sono immortali. Siamo sempre ben lontani dagli asparagi.
Altra differenza è che sono state scritte molte più opere sull'immortalità dell'anima, che sugli asparagi. Almeno credo. Ancora: non tutti credono all'immortalità dell'anima, mentre che degli asparagi e della loro esistenza tutti sono certi, nessuno ne dubita. Eppure la verità è proprio l'opposto: si può dubitare dell'esistenza degli asparagi, non dell'immortalità dell'anima. Tuttavia, anche così, tra gli uni e l'altra c'è un enorme divario. Ciò senza dire d'infinite altre differenze fra quelli e questa.
Vediamo ora se e in quali direzioni si possano ricercare punti di contatto fra gli asparagi e l'immortalità dell'anima. Questa e quelli possono generalmente considerarsi cose gradevoli. Difatti, se l'anima non fosse immortale, nulla resterebbe di noi, e questo sarebbe molto sgradevole. Di tutt'altro genere è la gradevolezza degli asparagi, che graditi sono al palato.
Mi accorgo che casualmente m'è venuta sotto la penna un'analogia del tutto accidentale fra gli asparagi e l'immortalità dell'anima: m'è capitato, cioè, di dire che, se l'anima non fosse immortale, nulla resterebbe di noi; invece, essendo essa immortale, resta molto, resta la parte migliore di noi. Anche degli asparagi resta molto, purtroppo; ma al contrario di noi, non la parte migliore o più nobile. Anzi, resta la peggiore, il gambo. Tuttavia, esso resta in misura considerevole, il che non avviene nel caso d'altri vegetali già cotti, come, per esempio, gli spinaci, che sono interamente commestibili. Forse questo è l'unico punto di contatto fra l'immortalità dell'anima e gli asparagi e sono lieto di averlo trovato, sia pure involontariamente e per mero caso, perché questo dà un contenuto positivo all'indagine che ci eravamo proposti e ci procura dei risultati che vanno oltre le più ottimistiche previsioni. Ma, ripeto, è un contatto puramente formale ed esteriore, in quanto c'è una bella differenza fra l'anima e un gambo d'asparago! Non solo. Ma questa analogia del tutto formale non è nemmeno esclusiva degli asparagi, poiché anche i carciofi si trovano nella stessa situazione, quanto a percentuale di scarto.
Per concludere e terminarla con un'indagine che la mancanza di idonei risultati rende quanto mai penosa, dobbiamo dire che, da qualunque parte si esamini la questione, non c'è nulla di comune fra gli asparagi e l'immortalità dell'anima.
(Achille Campanile, da "Gli asparagi e l'immortalità dell'anima", ed. BUR Rizzoli 1978)