sabato 11 settembre 2010

L'amonica

1.
- T’ha cercato lamonica, dov’eri? – mi chiede il signor Agosta, un po’ preoccupato.
- Vado subito a cercarla – rispondo io.
Il signor Agosta è una persona gentile e attenta, siamo nella stessa stanza d’ospedale da diversi giorni (il tempo per le analisi, le diagnosi, eccetera) abbiamo fatto amicizia e ormai lo conosco bene, così come è successo con i miei altri due compagni d’avventura. Non ero andato lontano, non è mica facile andar lontani in un ospedale dopo un’operazione, per di più con tutto quel trespolo da portarsi dietro. Non un trespolo di pappagallini, ma un’alberatura di sacche, di flebo, di cose varie, montato su rotelline: è uno strumento molto utile e chi è stato in ospedale sa bene di cosa si tratta. Una volta non era così, si pensava che i malati dovessero starsene a letto immobili; poi si è scoperto che è meglio se ti alzi subito e fai una passeggiata, e così ho fatto.
- Adesso lei si alza e va a farsi un giro – mi avevano detto il giorno dopo l’operazione. Così, subito? Ma io sto male, mi gira la testa, mi fa male il pancino, non ho ancora smaltito l’anestesia...Non importa, c’è l’infermiera che ti assiste. E così vado, non lontano ma vado: tutto il corridoio fino alla sala d’attesa, poi magari trovi qualcuno con cui chiacchierare, si perde tempo, ma tanto non devi mica timbrare il cartellino.
E così sono stato in giro un po’ più del normale; però adesso, adesso che ci penso, ho un piccolo problema. Il signor Agosta, nato e cresciuto alle pendici dell’Etna, parla con uno spiccato accento catanese. Anzi, non è un accento: è quasi la sua lingua madre, appena un po’ attenuata. Per fortuna un po’ di catanesi li ho frequentati, e dunque quello che mi dice Agosta l’ho sempre capito senza troppa fatica; però adesso il problema è questo, chi mi ha cercato? Ho tre opzioni possibili: l’infermiera Monica, il dottor Lamonica (medico chirurgo, molto stimato), oppure la suora. Chi sarà mai che mi ha cercato? Vado e vedo, qui sono tutti gentilissimi e non si rischia di essere fraintesi.
2.
Un altro ricordo che mi lega all’infermiera Monica è questo: la maggior parte delle infermiere dell’ospedale erano piccoline e minute, Monica era alta e robusta, giovane e prosperosa. Così nei primi giorni successivi all’operazione mi si avvicina e mi dice:
- Su, si alzi, è ora della passeggiata.
E mi tende la mano, per aiutarmi.
- Sicura di volerlo fare? – le chiedo, perché io sono molto più grande e più grosso di lei.
- Si fidi – mi dice lei, con la mano tesa. E io mi fido, le prendo la mano e ci provo; ma il risultato è come me lo aspettavo io, la ferita mi fa male e mi blocco, non sono io che mi alzo ma è lei che finisce addosso a me, o quantomeno una via di mezzo fra le due cose. E io per un attimo mi trovo immerso in qualcosa di soffice e di bello, con un buon profumo: che sia forse un anticipo del Paradiso? No, ma era bello pensarci, ed è un peccato che i miei ricordi con Monica finiscano qui. Infatti ci riproviamo, stavolta riesce (temevo per la sua schiena, a dire il vero: è così che si prende l’ernia del disco), mi alzo e comincio la camminata. Insomma, non era il momento e forse non lo sarebbe mai stato, ma adesso so che anche una laparatomia può avere i suoi lati positivi.
3.
Un’altra infermierina, piccola ma molto graziosa, il giorno prima della mia dimissione. Ormai sto bene, ma c’è ancora bisogno di qualche iniezione di antibiotico.
- La facciamo a letto o preferisce alzarsi?
Scelgo di alzarmi, perché l’altro giorno l’iniezione fatta da sdraiato ha faticato a smaltirsi. E così lei esegue, ma la differenza di statura è davvero notevole, mi arriva poco più su dell’ombelico.
- Un’iniezione da cavallo, - commenta lei a mezza voce, ed esegue.
Fatto niente, quasi non me ne sono accorto. Una strofinata con l’alcool e via, verso nuove avventure.

giovedì 9 settembre 2010

Chi vota a destra è un imbecille? (n.1)

- Dobbiamo operare. - mi dice il dottore – Purtroppo bisogna operare, ma è più che probabile che con l’intervento chirurgico vada tutto a posto senza complicazioni.
Con questa diagnosi in mano, e con molti pensieri per la testa, il giorno dopo torno al lavoro e appena possibile vado dal mio capo; gli spiego che dovrò assentarmi per un mese, forse anche due. Con il mio capo vado d’accordo, mi conosce ormai da sette anni e anche se c’è stato qualche screzio in passato ormai abbiamo imparato a rispettarci, e a collaborare nel reciproco rispetto.
L’operazione va bene, tutto come nelle previsioni del chirurgo sia pure con qualche patema d’animo. Ma si tratta pur sempre di un intervento di chirurgia addominale, la ferita sulla pancia è importante (trentasei centimetri di taglio) e mi tocca stare a casa per due mesi. Al mio ritorno sul lavoro vengo accolto benissimo, perfino con affetto. Il Direttore mi chiede se me la sento di tornare a lavorare come prima, su tre turni, e io gli dico di sì, certo che me la sento, sto benissimo. La persona che mi ha sostituito per questi due mesi è contenta, ha guadagnato un po’ di soldi e adesso può tornare a studiare e a pensare a laurearsi, come avverrà effettivamente dopo qualche anno.
Insomma, tutto a buon fine. Ma intanto gli anni sono passati, sono successe parecchie cose nel frattempo (eravamo nel 1995), e io mi sono chiesto: «Ma, e se una cosa del genere mi accadesse oggi?». O, meglio: «Cosa mi sarebbe successo se nel 1995 ci fossero state le stesse normative sul lavoro che ci sono oggi?»
La risposta è semplice, e drammatica: avrei perso il posto di lavoro.
Oggi si viene assunti – tutti – tramite agenzie private, esterne alla Ditta; e quasi sempre con contratti a termine, un mese, tre mesi, sei mesi. E’ vero che non si può licenziare per una malattia, e men che meno per una gravidanza; ma licenziare non serve più, basta aspettare che finisca il termine del contratto di lavoro. Il tuo contratto è di tre mesi? Se ti ammali, o se sei una donna e aspetti un bambino, il contratto non verrà rinnovato. Anzi, in un caso come il mio potrebbe succedere una scena come questa: che la Ditta cerchi qualcuno per il lavoro che svolgevo io e telefoni all’Agenzia dicendo, in forma più o meno larvata: “...però non mi mandi quel signore là, che ha avuto il cancro e poi magari sta male e mi si mette in malattia e mi tocca sostituirlo.”
Conclusione: non è vero che tutti quelli che votano a destra sono imbecilli, ma quelli che si appoggiano solo sul salario e sul lavoro dipendente un pochino dovrebbero pensarci, prima di votare a destra. Perché fino al 1995 operai e impiegati erano molto tutelati, e potevano ammalarsi senza altro timore che quello di non guarire perfettamente; oggi ci sono in campo altri fattori.
Ed è vero che lo smantellamento dello Statuto dei Lavoratori inizia con un governo di centrosinistra, e con il ministro Treu: ma poi ci si era fermati lì, all’inizio. Altri sono andati avanti, molto avanti; e i ventenni di oggi non conoscono altri modi di lavorare se non il precariato.
Ma non è sempre stato così: anzi. Quella della “flessibilità” (orribile eufemismo) è stata una battaglia lunga e durissima voluta dalla destra, a partire dall’Inghilterra di Margaret Thatcher (anni ’70) e dall’America di Ronald Reagan (anni ’80). Insomma, eravamo stati avvertiti ma non siamo stati mica tanto attenti.
Buona fortuna a tutti, soprattutto a quelli che ne hanno bisogno ma non se ne sono ancora resi conto.

PS 1: Questo post è già stato pubblicato il 21 ottobre 2009. Lo rimetto qui oggi perché vedo che non è cambiato niente. So che anche a dirlo non serve, mi risponderanno che sono invidioso e prevenuto, e che ce l'ho con Silvio che è tanto caro: ma almeno mi sfogo un po'. E tanti cari saluti ai signori e alle signore che oggi hanno 54-58 anni, e che con le normative pre-Bossi e pre-Berlusconi sarebbero già a godersi la pensione da qualche anno, e invece.

PS 2: Questo post è già stato pubblicato anche il 6 aprile 2010. Lo rimetto qui oggi con dedica al sig. Bonanni della Cisl (o della Uil? beh, non vedo la differenza). Dedica particolare anche alla signora Marcegaglia di Confindustria, al signor Marchionne della Fiat, e a tutti i parlamentari e i commentatori vari che hanno approvato le leggi sul lavoro degli ultimi 15 anni, compreso qualcuno che si dice di sinistra. A tutte queste persone, l'auspicio che loro e i loro figli e figlie e parenti tutti possano trovarsi esattamente nelle stesse condizioni che, secondo quello che ci hanno spiegato con dovizia in tutti questi anni, vanno bene per il loro prossimo.
(ai signori della Lega, ai Maroni ai Bossi ai Calderoli, lo stesso auspicio con l'aggiunta di trovarsi magari a farsi una passeggiatina nel deserto della Libia, anche solo un paio d'orette, così per sapere cosa provano quelli che non arrivano più a Lampedusa - ma questo è un altro discorso, lo farò magari su un altro post).

lunedì 6 settembre 2010

Gary Larson


Gary Larson è americano, classe 1950. (una delle mie grandi passioni).
PS: Non so dire bene perché, ma nel ritrovare questa vignetta mi sono venuti subito in mente dirigenti del nostro principale partito d'opposizione.

domenica 5 settembre 2010

Il gol oscurato

L’altro ieri i tifosi di calcio non hanno visto un gol della Nazionale: oscurato dalla pubblicità. Posso dirlo? Ne sono felice, ed è un peccato che non capiti più spesso, magari con le moto e con i gran premi di formula uno.
Non servirà a niente, ma ne sono contento, così imparano. Così sanno cosa ho provato io, a metà anni ’80, quando iniziarono a tagliare i film con la pubblicità. Così impareranno cosa provò Fellini, a metà anni ’80, nel vedere i suoi film (pensati per il cinema, non per la tv) fatti a pezzi dalla pubblicità. Perché, a metà anni ’80, agli inizi delle tv commerciali, non era come adesso: c’erano tagli drastici, brutali, ogni dieci minuti zac, non importa se rimaneva un dialogo a metà e se si troncavano le parole. E se volevi vedere quel film lì, non c'erano alternative: lo trasmetteva chi aveva comperato i diritti, e amen. Fu necessario un intervento del Parlamento per mettere almeno un minimo d’educazione e di rispetto: uno spot ogni 15 minuti, e possibilmente in una pausa della narrazione e non a capocchia. Non ve lo ricordate, non l’avete mai saputo? Io c’ero e me lo ricordo, ho qui ancora una videocassetta del 1988 con un bel film ridotto a straccetti, l’ho conservata apposta – ma anche questo non serve. Spero dunque che capiti ancora, che capiti spesso e non solo alle partite di calcio. Spero che le tesserine premium vengano a costare un occhio della testa, e che si possano vedere le partite e i gran premi solo pagando caro e solo con le interruzioni pubblicitarie a capocchia.
Per chi non c’era, e per chi non si ricorda: nel 1995 ci fu un referendum sull’uso della pubblicità in televisione. Indovinate per chi votarono i furbissimi italiani?
PS: E indovinate un po’ da dove vengono i dirigenti odierni della Rai, da dove vengono, e chi li ha formati: ormai sono venticinque anni, un quarto di secolo, due generazioni. Che si possa fare tv anche senza pubblicità, o con poca pubblicità e meno invadente, non viene più in mente a nessuno; eppure così abbiamo vissuto per tanti anni, ma proprio tanti. Un altro mondo è possibile, o forse lo era...

sabato 4 settembre 2010

Christo Javacheff

L’acqua che si ripulisce passando attraverso la terra, da bambino, mi era sembrata una cosa incomprensibile. Come è possibile, mi chiedevo: caso mai, l’acqua nella terra si sporca, perché la terra è sporca; altrimenti, perché mi fanno lavare le mani dopo che ho giocato con la terra?
Questo era ciò che mi suggeriva la mia esperienza immediata, e so che era così (forse lo è ancora) per molti adulti; invece no, la terra filtra l’acqua e la depura. L’avrei imparato bene molti anni dopo, a scuola, studiando chimica: non tutta la terra filtra l’acqua, c’è terra e terra, ma se l’acqua che peschiamo dalle falde sotterranee e dalle sorgenti è pura e leggera è proprio perché passa attraverso la terra. La stessa cosa viene fatta oggi, artificialmente, con i depuratori e i demineralizzatori: che fanno passare l’acqua attraverso delle resine, ma quelle resine altro non sono che terra, terra opportunamente selezionata e trattata per aumentarne l’efficienza.
Ora, immaginiamo cosa potrebbe succedere all’acqua se stendessimo un enorme velo di domopak o di polietilene su tutta la superficie terrestre. L’acqua piovana non finirebbe più dove vuole lei, ma dove la incanaliamo noi: nelle fogne, nei tombini. Di conseguenza, l’operazione di filtraggio non avverrebbe più.
Non è una fantasia, è esattamente quello che abbiamo fatto negli ultimi cinquant’anni e che stiamo continuando a fare: asfalto e cemento impermeabilizzano il suolo, l’acqua viene incanalata nelle fogne, e di conseguenza i fiumi sono inquinati, le falde sono inquinate, e c’è bisogno dei depuratori (detto per inciso, anche i depuratori hanno un forte impatto ambientale: i depuratori sono delle enormi piscine, anch’esse fatte di cemento e di materie plastiche).
Seguendo questi ragionamenti, ho finalmente capito l’arte del bulgaro Christo Javacheff, diventato famoso per i suoi “impacchettamenti” ambientali, e che si è sempre fatto chiamare con il solo nome di battesimo, Christo.
Christo ha impacchettato di tutto, fiumi, isole, monumenti, palazzi e grattacieli. Non ho mai capito cosa ci fosse di artistico in questi impacchettamenti, adesso finalmente ci sono arrivato: più o meno consciamente, Christo (che ha iniziato a “lavorare” nell’epoca in cui nacquero le borse di plastica usa e getta) ha trovato il modo di esprimere la perfetta metafora di quello che l’uomo stava facendo al suo ambiente. Le generazioni future si ricorderanno di noi per queste cose, per aver distrutto completamente le aree coltivabili e per aver avvelenato aria e acqua; e Christo Javacheff ha rappresentato benissimo questo nostro incessante lavoro di soffocamento.
PS: Christo non è uno pseudonimo: in Bulgaria è d’uso normale chiamare i figli con il nome di Cristo, così come in Spagna si usa molto Jésus. Da noi non si usa, e anzi fa un po’ impressione: ma adesso che ci penso, trovo che l’idea delle sofferenze di Cristo inchiodato alla Croce siano perfette per esprimere le sofferenze di questa nostra povera madre Terra.
PPS: nelle foto, Christo con la moglie (coautrice delle sue opere); un impacchettamento sul mare vicino a Sydney, uno in Colorado, e un'isola che non ricordo più dov'è. (volendo, c'è anche qualcosa fatto a Milano, piazza del Duomo).

giovedì 2 settembre 2010

Miele di timo

Le api, se le si lascia in pace, sono tra gli animali più pacifici del mondo. Disturbate, sfoderano il pungiglione; ma sono ben diverse dalle vespe (e so che molti non distinguono un’ape da una vespa, e lo sa il cielo come si fa a confondere due animali così diversi, ma passi). Le vespe sono molto più aggressive, sono quasi tutte carnivore, aggrediscono altri insetti e li usano come cibo; le api e i bombi invece si interessano solo dei fiori e del loro nettare.
E’ molto bello osservare le api al lavoro: questa qui per esempio, che sta sul mio balcone e gira intorno a un vaso con delle piantine di timo. Il timo fa dei fiorellini minuscoli, di un bel colore azzurrino-violaceo appena accennato, fiorellini molto piccoli, piccoli anche per un’ape; eppure l’ape insiste, li passa tutti in rassegna anche tre o quattro volte, va via un attimo, fa un giro e ritorna, li controlla di nuovo uno per uno, poi ripete l’operazione, fa un giro e torna, come se dicesse: “Chissà mai che me ne sia sfuggito uno e che andando via e tornando subito non lo ritrovi”. Faccio anch’io così, in libreria o al supermercato, perché al primo sguardo non è detto che si veda proprio tutto. L’ape è molto metodica, precisissima, nel dubbio torna sul fiorellino, ma no, non c’è proprio niente, che tristezza. Ripete l’operazione almeno tre volte, mentre io la guardo; ed è la stessa ape, perché io sono qui che la osservo e lei fa soltanto un piccolo giro a volo prima di tornare, quindi non ci sono possibilità di dubbio, l’ape è sempre la stessa. Su quei fiorellini così piccoli, l’altro ieri, ho trovato perfino un bombo: ed è incredibile, è come vedere un elefante che mangia le ciliegie una per una, cogliendole con estrema delicatezza e senza rompere i rami.
La piccola ape lavora molto e si lascia osservare, ha capito subito che io non le darò nessun disturbo; però ha una lamentela da fare e me la dice con educazione ma anche con molta fermezza e delusione:
- Poco timo, poco timo. La prossima volta, mettine qualche piantina in più.
A dire il vero, il timo nei vasi del balcone l’ha seminato mia madre: vado da lei, e le riferisco subito la lamentela. E’ mia madre che si occupa dei fiori e dell’orto, dice subito che è d’accordo con la piccola ospite, che l’ape ha ragione e che le dispiace di non aver fatto di più.
Ma intanto la piccola ape è andata via, forse tornerà domani per vedere se sono sbocciati nuovi fiori; e io intanto comincio a chiedermi come sarà il miele di timo. Dev’essere buonissimo, a giudicare da quello che ho imparato oggi.

mercoledì 1 settembre 2010

L'ape con la pelliccia

L’ape con la pelliccia, qui dalle mie parti, la si comincia a vedere verso ferragosto, e di solito segna la fine del caldo. Lo so che sembra uno scherzo, ma queste cose, quando si comincia a farci caso, poi non si dimenticano più. L’ape normale, quella che viene allevata dagli apicoltori, appare quando fa già abbastanza caldo; e il primo insetto impollinatore ad apparire, a marzo, è di regola il bombo, parente stretto delle api, anch’esso ben provvisto di pelliccia.
Una pelliccia magnifica, va detto: più la guardo e più mi piace. Verrebbe da dire: le api e i bombi hanno avuto vantaggio nell’essere così piccoli, altrimenti avrebbero fatto di sicuro la fine dei visoni e degli ermellini. Il bombo (che molti confondono con il calabrone, e lo sa il cielo come si fa a confondere due animali così diversi, ma passi) è molto grosso, buffo e simpatico, questa ape in pelliccia invece è grande come le api normali, ed è veramente elegante, bella, ben fatta come tutte le api ma con un tocco d’eleganza in più, le zampine nere brillanti, la pelliccia folta e ben disegnata, che si suppone calda e morbidissima, meglio di quella del visone. Se si va a cercare tra i nostri grandi pittori, tra Ottocento e Novecento, si trovano molti ritratti di donne vestite come la mia piccola ape: Dudovich, Tallone, Boldini, Hayez, Casorati... Nella moda femminile non si inventa niente, si osserva e si copia. In questo caso, complimenti per la scelta del modello da copiare: difficile trovare di meglio.
Non sono riuscito a trovare il nome scientifico giusto, di varietà di api ce ne sono molte (in Africa, e anche questo può sembrare uno scherzo ma invece è vero, le api sono quasi sempre nere). E forse non è propriamente un’ape, tra le api e i bombi c’è del resto una vasta zona di intermedi, bombi più grossi e bombi più piccoli, forse questa mia ape in pelliccia è classificata tra i bombi, ma in questo momento mi viene da dire “ape”, perché il suo comportamento è del tutto identico a quello delle api, e anche il suo aspetto fisico, pelliccia a parte.