giovedì 10 febbraio 2011

Formigoni sul Tamigi

L’altro giorno ho letto un articolo sul Tamigi: che vent’anni fa era dato per morto biologicamente, oggi invece è fiorente, pieno di vita e di pesci. Cos’è successo? L’articolo lo spiega nei dettagli (un ottimo articolo, era su http://www.repubblica.it/  ): gran merito alla politica locale ma – soprattutto – intorno a Londra hanno chiuso definitivamente alcuni grandi impianti industriali, quattro acciaierie, cave, raffinerie, eccetera. Le acciaierie fanno un enorme uso di acqua, ed era quella del Tamigi. Chiuse le acciaierie, e le altre industrie che pompavano acqua, anche il Tamigi è rinato.
La stessa cosa è successa a Cernobyl: che, prima degli incendi spaventosi dell’anno scorso, era diventata un’oasi rigogliosa, rifiorita, dove la natura aveva ripreso il suo corso. C’era la radioattività, certo: ma con la radioattività stavamo lontani noi, gli umani. Anche le centrali nucleari pompano enormi grandi quantità d’acqua: finito il gran trambusto, anche con l’enorme sarcofago lì a due passi, la natura era rifiorita.
Ieri sera invece ho ascoltato il presidente della regione Lombardia, Formigoni. Che spiegava, scandendo chiaramente le parole come suo solito: «non è vero che l’inquinamento è aumentato, l’inquinamento è diminuito, a Bruxelles sono contentissimi di quello che stiamo facendo, adesso però è ora che ci si faccia carico, ogni singolo cittadino, dei consumi personali. Bisogna tenere il riscaldamento sotto i venti gradi, usare l’automobile il meno possibile, noi stiamo facendo bene anzi benissimo e adesso tocca a voi». Eccetera.
Sarà. Prima di tutto, anche in Lombardia hanno chiuso moltissime industrie, ma proprio tante: per esempio, l’area della Nuova Fiera è su un posto dove prima c’era una raffineria. E poi mi guardo intorno: fuori da Milano, fuori dalla metropolitana, i mezzi pubblici non ci sono: provate ad andare coi mezzi pubblici, che so, da Olgiate Comasco fino a Milano, e poi mi raccontate. Quei pochi mezzi pubblici che ci sono, quelli sopravvissuti ai tagli, stanno subendo pesanti aumenti nel costo del biglietto e degli abbonamenti; si chiudono stazioni e biglietterie dove ci sono già ("non rendono": come se una stazione fosse una gelateria...), eccetera. Dove abito io, il mio Comune ha visto quasi raddoppiare il numero degli abitanti, in meno di dieci anni: si è costruito dappertutto, ogni millimetro quadrato di campi e di prati è stato cancellato per sempre (e non sto esagerando). Dove non si è costruito, è arrivato l’ampliamento della Milano-Laghi, e la Pedemontana; si è quindi incrementato il numero delle automobili in circolazione, invogliando o costringendo le singole persone ad usare l’automobile di proprietà (e non è che le nuove leggi sul lavoro aiutino molto: se arrivate in ritardo, magari per colpa dei treni per pendolari, è molto facile che vi lascino a casa: disoccupati).
Quanto ai comportamenti personali, mio padre fece l’allacciamento al metano già nel 1972, e la piccola caldaia che abbiamo in casa è controllata regolarmente almeno una volta all’anno: quarant’anni che non inquiniamo. E di notte, da sempre, in casa mia il riscaldamento è spento. La mia automobile è piccola e la uso pochissimo, ma tra poco sarò costretto a cambiare stile di vita: qui intorno esistono ormai solo i grandi centri commerciali, tutti i negozi del paese hanno chiuso, anche per comperare la più piccola cosa sono costretto a prendere la macchina e fare un paio di chilometri, o magari anche dieci. E poi, una volta arrivato al centro commerciale, trovo enormi banchi frigoriferi aperti: c’è mai stato in un supermercato, signor Formigoni? Funzionano tutti così. Vuole vedere la mia bolletta dell’ENEL? Vuole confrontarla con lo spreco della nuova sede della Regione Lombardia?
Tutti discorsi inutili, che potrei risparmiarmi. Lo so da sempre, che di queste cose non importa niente a nessuno. Lo so per esempio da quando ho indicato uno scempio edilizio a un amico (una persona di sinistra, cresciuta in campagna, che pensavo sensibilizzato all’argomento) e lui mi ha risposto: “però, che belle villettine”. Ed eravamo dentro i confini di un parco regionale.
Il consenso c’è, per Formigoni e per la Lega: qui si arriva anche al 75%. Ma è un consenso del tipo che mi fa sempre più pensare: i nostri discendenti ci malediranno. Non so quando, ma quel giorno avverrà: le recentissime alluvioni in Veneto sono già state dimenticate, ma la Natura non dimentica; e degli umani, in definitiva, può anche fare a meno.

mercoledì 9 febbraio 2011

Il parcheggio delle terme

E’ stato aperto un nuovo autosilo, proprio in centro, dove prima c’erano solo i ruderi delle terme romane: una buona notizia? Se pensate che la vostra città sia solo un posto dove lasciare la macchina, certamente sì.
Un altro autosilo lì vicino: all’Arena. L’Arena significa il Teatro Sociale, un posto all’aperto proprio dentro il teatro ottocentesco, dove si facevano spettacoli e si faceva cinema. Un posto in disuso da molto tempo, e quindi un’altra buona notizia? La risposta è la stessa di prima: se pensate che la vostra città sia solo un posto dove lasciare la macchina...
Viene da chiedersi: come mai nessuno l’aveva mai fatto prima? Due spazi grandi, vuoti, proprio in mezzo a Como, nel centro storico. Come mai nessun assessore l’aveva mai fatto, prima? Che fossero tutti scemi? Chiedo scusa per il pensiero espresso in maniera irriverente, ma il fatto dà da pensare. Eh già, con la fame di parcheggi che c’è, come mai nessuno ci aveva mai pensato prima?
Forse perché Como è una città antica, molto bella, che è un peccato deturpare col cemento? Forse perché si pensava che era possibile fare diversamente, che Como è una città piccola, che forse era meglio lasciare le automobili fuori da Como, già fin troppo intasata e inquinata?
Mah, chissà. Intanto, a Milano, si scava per costruire un mega parcheggio: sotto la Basilica di Sant’Ambrogio, uno dei simboli stessi della città. Ohibò, e se dovesse venir giù tutto? Niente paura, lo scavo è già finito e la Basilica è ancora lì; però se la si potesse spostare, pensa quanto spazio, quante macchine. Sempre a Milano, un altro luogo storico: la Darsena, sui Navigli, poco lontano dal centro. Anche lì, zona ideale per un parcheggio: che non si è mai fatto, ma si è tolta l’acqua, c’è un degrado spaventoso, ed è tutto fermo così da dieci anni. Chissà come mai, anche a Milano, nessuno ci aveva mai pensato prima – eppure il problema dei parcheggi è annoso, spaventoso, e l’inquinamento, il PM10, quante robe, quante cose.
Nessuno che si ponga il quesito fondamentale: come si è arrivati ad avere due, tre, quattro automobili per famiglia? Come mai non si è investito sui mezzi pubblici? Come mai sono stati chiusi i piccoli ospedali, che avrebbero garantito un minor traffico intorno a Como? Intanto che mi chiedo come mai, e mentre vengo sfiorato dal dubbio di aver avuto, negli anni ’60 e ’70, qualcosa di simile ad una vera classe dirigente (chi l’avrebbe mai detto, allora), suggerisco agli assessori e alla giunta altri due grandi spazi vuoti, due sprechi enormi che potrebbero portare a contenere tutte la auto anche del Canton Ticino: uno è di fronte a Piazza Cavour, basta girare le spalle alla Piazza ed eccolo lì, enorme, spropositato, vuoto. C’è l’acqua, è vero, ma non è molto profonda: utilizzando anche la Piazza e non solo lo spazio bagnato, verrebbe un autosilo da quasi centomila posti. E, davanti al Duomo, ecco un altro spazio imponente e sprecato: ne metto un’immagine, ricordando agli assessori milanesi che davanti al loro, di Duomo, c’è uno spazio vuoto enorme che permetterebbe altri centomila posti auto. Considerando anche gli spazi liberi in Galleria, e in Piazza Scala, un bell’autosilo anche da centocinquantamila posti, e lo slogan: “la Lombardia, il vostro posto per le vostre auto”.

PS: sono passato di recente per la zona del Politeama, a Como. Qui c’era lo zoo, era una zona piena di colori, di piante, di gente. Adesso è tutto cemento, i negozi che ci sono rimasti chiudono tutti alle cinque. Ed è così ovunque, ormai, anche nelle stradine medievali del centro. Che ci si va a fare, a Como? Meglio gli outlet, gli iper, costruitelo davvero l’autosilo in mezzo al lago. Non penso che ci sia ancora qualcuno che perde tempo a guardarli, il lago e il Duomo, e san Fedele, e sant’Abbondio.

martedì 8 febbraio 2011

Foibe

Delle foibe, del massacro delle foibe, si è sempre parlato poco. Se ne parlava poco, e non era neanche facile trovare chi ne parlasse in maniera attendibile: cosa non facilissima nemmeno oggi, ad essere del tutto sinceri.
Se ne parlava poco perché, fino a tutti gli anni ’70, non conveniva a nessuno: il governo jugoslavo, quello di Tito, era importante in ambito NATO, e non conveniva irritare la Jugoslavia. (La Jugoslavia non faceva parte di nessuno dei due schieramenti del dopo Yalta, ed essendo di ispirazione comunista la sua neutralità non era così scontata). Il governo italiano, dal 1945 fino agli anni ’90, è sempre stato a guida democristiana: quindi, di per sè, non aveva nessun motivo pregiudiziale per tacere sulle foibe; ma probabilmente l’ordine degli USA fu di mettere a tacere tutto, e non toccare l’argomento. D’altra parte, il rischio di perdere anche Trieste era molto alto: basterà dire che i confini fra Italia e Jugoslavia furono definiti chiaramente solo nel 1975, con i trattati di Osimo.
Se ne parlava poco, delle foibe; e quel poco che si ascoltava era, molto spesso, depistante e incomprensibile. Circolavano (e circolano tuttora) frasi del tipo: “i comunisti che hanno fatto le foibe”. Dentro di me, la domanda sorgeva spontanea: il PCI in Italia prendeva il 35% dei voti: tutti assassini? E poi, per me il PCI (i comunisti) erano gente come mio zio, come alcuni vicini di casa, immaginare mio zio (la persona più pacifica del mondo, eppure comunista) mentre ammazza qualcuno era già inimmaginabile, che poi buttasse anche dei corpi dentro un crepaccio, no, era impossibile. Così impossibile che, veniva da pensare, ci doveva essere sotto qualcosa d’altro, e chi riferiva quei fatti in quel modo era del tutto inattendibile.
Una prima risposta mi venne dalla lettura di Ivo Andric: “Il ponte sulla Drina”, ma anche “La cronaca di Travnik”. Andric, che vinse il Nobel nel 1961, era jugoslavo: nel senso che aveva i genitori di ogni parte, non faceva caso se fossero croati o macedoni o serbi, quella era la sua terra. Sono romanzi storici, bellissimi: scritti in stile cronachistico, parlano della Jugoslavia nel corso dei secoli, dal dominio turco fino a Napoleone, e fino al Novecento, gli anni in cui viveva l’autore. Sono libri che raccolgono storia e leggende, e vi sono pagine di grande crudezza: ma un cronachista non può nascondere la verità, e la verità è che la storia della Jugoslavia contiene crudeltà sulle quali verrebbe da voltare pagina. Andric non lo fa, attinge ai documenti storici e descrive quello che è successo: anche qui sta la sua grandezza. Quella violenza, quella violenza indescrivibile, sarebbe riesplosa negli anni ’90, con la dissoluzione della Jugoslavia: la stessa violenza che era esplosa nei massacri delle foibe, e che credevamo appartenesse al passato. Gli anni ’90 significa il 1995, cioè ieri: è solo da pochissimi anni che nei paesi dell’ex Jugoslavia si è tornati a vivere almeno una parvenza di vita normale.
Altri scrittori hanno descritto più direttamente cosa è successo nelle foibe: penso ai diari di Biagio Marin, allo scrittore sloveno Boris Pahor. Sono libri e testimonianze pubblicati di recente, prima non erano disponibili, e consiglio di leggerli, perché servono a capire cosa c’è veramente dietro il dramma delle foibe: il nazionalismo, l’intolleranza, la pura e semplice stupidità umana.
Della stupidità umana fa parte consistente anche il modo (più o meno nascosto) in cui si parla oggi delle foibe, quasi a dire “i lager e le foibe”, come se un massacro giustificasse, bilanciasse, l’altro. Eh no, i massacri non si bilanciano, non si annullano l’uno con l’altro. Non è che “un morto di qui, un morto di là”, dà come risultato nessun morto: no, i morti si sommano, un morto di qua e un morto di là fanno due morti. Questa “giustificazione”, questo usare un dramma per giustificare un altro dramma, è veramente la cosa più schifosa che mi sia mai capitato di ascoltare. Mi fermo qui, per rispetto verso i morti innocenti delle foibe, delle Fosse Ardeatine, di Auschwitz, dei desaparecidos argentini (ragazzi di vent’anni, e anche meno), del Ruanda, dei gulag staliniani, delle vittime di Pol Pot e di Pinochet... Un elenco interminabile.

lunedì 7 febbraio 2011

Laurence Sterne ( II )

Scrivere, quando è fatto a dovere - e potete esser sicuri che tale reputo il mio - non è che un altro nome per conversare.
(Laurence Sterne, Tristram Shandy: volume secondo, capitolo undicesimo)

Se volete fare un'esperienza curiosa, andate in libreria e cercate un'edizione qualsiasi di "La vita e le avventure di Tristram Shandy, gentiluomo". Sfogliatela a caso, e vi troverete di tutto: lineette, asterischi, pagine bianche, pagine in latino, capitoli spostati, citazioni, manine puntate a indicare qualcosa di rimarchevole, lapidi, riproduzioni più o meno riuscite della carta con le quale si facevano un tempo le copertine dei libri... Quanto alla struttura narrativa, basti dire che la prefazione dell'autore è nel ventesimo capitolo del terzo volume (prima non c'era tempo), e che Tristram -che ne è protagonista e narratore - nasce dopo due terzi delle pagine che avete tra le mani. Quello che precede, e buona parte di quello che segue, sono digressioni, chiacchierate e discussioni tra i personaggi fatte nella casa del padre di Tristram. Il padre del protagonista e lo zio Tobia discorrono tra di loro, coinvolgendo servitori e altri personaggi, in attesa che il bambino, al piano di sopra, si decida a nascere; in più, deve arrivare un medico che soprintenderà al parto, grande novità per l'epoca. Il personaggio più bello del libro è senza dubbio lo zio Tobia, reduce da una delle infinite guerre dell'epoca e spirito pacifico che, debilitato da una grave ferita, si appassiona ormai, più che alle discussioni filosofiche del fratello, a quello che è il suo hobby (hobby horse, nell'originale: il cavallino con cui giocano i bambini...). L'hobby dello zio Tobia è quello di ricostruire, nel giardino di casa, le battaglie alle quali ha partecipato. Insomma, qualcosa di molto inglese ma anche di molto universale: chi di noi non ha il suo "hobby horse" nel quale perdersi e dimenticarsi di qualche ferita?

Cordialmente, con tutta l'anima raccomando alla protezione di Colui che non fa del male ad anima viva, voi ed i vostri affari. Solo nel prossimo mese, se qualcuno di voi dovesse digrignare i denti, e tempestare e infuriare contro di me, come avvenne nel maggio scorso, quando ricordo che il tempo era molto caldo, non si esasperi se io ci passo sopra un'altra volta filosoficamente, essendo risoluto finché vivo o scrivo (che per me è lo stesso) a non dire una parola o far mai a nessun galantuomo augurio peggiore di quello che mio zio Tobia fece alla mosca che gli aveva ronzato sul naso per tutto il desinare. "Va', va', diavolaccia, - disse mio zio Tobia: - vattene; perché dovrei farti del male? Il mondo è di certo largo abbastanza per contenere tanto te che me. "
(Laurence Sterne, Tristram Shandy: volume terzo, capitolo quarto )

(facendo clic sulle immagini si riesce a leggere meglio)

domenica 6 febbraio 2011

Laurence Sterne ( I )

- Mi intendo tanto di calcoli, - disse lo zio Tobia, - quanto questa balaustra.
E, nel tentativo di indicarla con la sua stampella, fallì il bersaglio e prese in pieno lo stinco di mio padre.
- L'avrei presa cento contro uno, - si scusò lo zio Tobia.
- Credevo che tu non avessi nessuna nozione di calcolo, fratello Tobia. - disse mio padre fregandosi lo stinco.
- E' un puro caso, - rispose lo zio Tobia.
- Un altro da aggiungere al capitolo, allora. - replicò mio padre.
(Laurence Sterne, Tristram Shandy: volume quarto, capitolo nono )

Ne parlavo con un'amica, che mi rispondeva: « A me piacciono le storie che hanno un andamento diretto, che non si perdano troppo per la strada. Storie classiche, insomma, dove sia facile seguire il filo della trama, anche se magari è complessa. » Ovviamente sono d'accordo, è sempre bello trovare autori che sanno raccontare bene una storia: Stevenson, magari, oppure Calvino.
Ma ci sono grandi scrittori che fanno esattamente l'opposto, e riescono lo stesso ad essere piacevoli. Il loro campione è, probabilmente, Laurence Sterne con il suo "Tristram Shandy", pubblicato con grande successo, tra il 1760 e il 1767. Sterne era un reverendo inglese, ed iniziò a pubblicare le storie di Tristram Shandy quando aveva 46 anni ed era un perfetto sconosciuto. Il racconto, pubblicato a puntate, ebbe subito il successo che si meritava: per le sue qualità letterarie, ma soprattutto perché era molto divertente.
Infatti è difficile farne un'antologia, di bei momenti ce ne sono anche troppi; però ci vuole anche molta pazienza, e spirito di adattamento. Sterne va dietro al suo naso, all'ispirazione del momento; e in più, pretende dai suoi lettori la massima attenzione. Sterne dialoga con i suoi lettori, ogni tanto "guarda in macchina" (quasi come Oliver Hardy), chiede la nostra collaborazione e controlla se siamo stati attenti. Insomma, si potrebbe che Sterne è interattivo, ed anche per questo è modernissimo.

- Allora, signore, devo avere saltato una pagina.
- No, signora, non avete saltato nulla.
- Ero addormentata, allora.
- Offenderei il mio orgoglio di scrittore se vi concedessi un simile rifugio.
- Allora devo dichiarare di non saperne assolutamente nulla.
- Appunto questa è la colpa che vi faccio. E per punizione insisto che, appena giunta al punto fermo, riprendiate il capitolo da capo e lo rileggiate tutto.
(Laurence Sterne, Tristram Shandy: volume primo, capitolo ventesimo )

sabato 5 febbraio 2011

Eugenetica

Il più grande presidente USA del ‘900 è stato un handicappato: Franklin Delano Roosevelt.
Roosevelt prende la guida degli USA subito dopo la grande crisi del 1929, con il Paese in ginocchio e i suoi cittadini in miseria, e lo porta a diventare la prima potenza mondiale: il fatto che gli USA siano ancora oggi così importanti lo si deve soprattutto a lui, a Roosevelt; e non certo ai Reagan o ai Nixon o ai Bush, i “supereroi” ai quali più che altro si deve lo spaventoso deficit finanziario attuale.
Roosevelt era poliomielitico: si ammalò da adulto, poco prima dei quarant’anni, e da allora visse con le stampelle o su una sedia a rotelle, a seconda dello stato di salute in cui si trovava. Il che non gli impedì di avere idee chiare e una grande visione politica: cosa che invece difetta a quasi tutti i leader politici attuali, anche a molti di quelli che si fanno fotografare mentre fanno jogging.
Parlo di F.D. Roosevelt, oggi, per un motivo ben preciso: ed è il silenzio, silenzio totale e assoluto, attorno alla trasmissione di Marco Paolini del 26 gennaio scorso ("Ausmerzen - vite indegne di essere vissute"), una delle sue migliori dopo quella del Vajont che lo rese celebre. Ho fatto passare un po’ di tempo apposta, prima di parlarne, perché questo silenzio – molto simile a una grande censura - mi ha impressionato molto. Penso che Paolini se lo aspettasse, e con lui Gad Lerner (lo spettacolo di Paolini è andato in onda su La7 e il sito di Marco Paolini è http://www.jolefilm.it/ ). Dato l’argomento, non era certo una sorpresa: ma è pur sempre un silenzio agghiacciante.
Che si fa, meglio parlare di rugby? La gente ha paura degli argomenti difficili? La gente ha paura e si irrita quando viene chiamata direttamente in causa, e per questo si rischia di perdere audience e quindi pubblicità e quindi di chiudere la rete e tanti saluti a tutti, e allora meglio far ridere con paperissima o con un paio di cazzatine più o meno riuscite?

L’argomento scelto da Marco Paolini era l’eugenetica. La domanda di partenza era: come si è arrivati alla follia nazista? Auschwitz non nasce dal nulla, c’è tutto un movimento precedente, e non è mica solo roba da tedeschi, e non è mica finita dopo il 1945, anzi. A me aveva fatto una grande impressione, per esempio, leggere che su una sorella di J.F.Kennedy fu praticata la lobotomia: era una famiglia ricchissima, colta, istruita, e la donna – poco più che una ragazza all’epoca dei fatti – fu operata, e resa simile a un vegetale, perché pare che fosse un po’ troppo attratta dal sesso.
L’eugenetica: l’idea che il mondo potesse essere reso migliore ripristinando ciò che succede in natura, dove i più deboli muoiono subito. Era l’idea di Galton, nell’800, e addirittura di Konrad Lorenz, nel ‘900. Il momento dello spettacolo che Paolini ha dedicato a Lorenz, verso la fine, è uno dei più impressionanti: perché a Konrad Lorenz vogliamo tutti bene, era una persona speciale, un osservatore attento, passi per gli ignoranti e i fanatici, ma come è possibile per uno come Lorenz non capire?

Quello che Lorenz non aveva capito era questo: che la civiltà, il progresso effettivo dell’umanità, è avvenuta proprio per questo, perché l’uomo ha fatto sopravvivere anche gli handicappati, i deboli, quelli che in natura non sarebbero mai sopravvissuti. Molti, moltissimi, di questi handicappati (non tutti, va da sè) sono diventati persone importanti, sia nel campo scientifico che nel campo artistico: ve lo siete mai chieste, mentre compulsate lo smartphone col ditino teso, a chi si deve questa possibilità? Magari a uno come Stephen Hawking, che è sulla sedia a rotelle: malattia genetica degenerativa. Magari la musica che state ascoltando è suonata da Itzhak Perlman (anche lui poliomielitico), o da Michael Petrucciani (era un nano), o magari Gramsci, Toulouse-Lautrec, fate voi. Io ho imparato moltissimo da una mia cugina handicappata, e dai suoi genitori (mia zia e mio zio) che l’amavano profondamente. Quando io ero bambino, un bambino sano, in ogni classe c’era almeno un bambino poliomielitico. Magari mancavano di scuola per mesi, ma quando li si vedeva erano bambini come gli altri, però con le stampelle. Mi si dirà: ci sono quelli che disturbano in classe, però, e che impediscono a mio figlio di seguire le lezioni – ebbene, per queste cose l’inchiesta di Paolini è andata davvero fino in fondo, e con grande lucidità. Vi rimando a lui, se riuscite a vedere lo spettacolo: per intanto io metto qui in fondo le due parole che Paolini non è riuscito a dire: tirchieria, grettezza. Cose che stanno in fondo all’anima, non modi di dire: basterebbe poco, per trovare i fondi per gli insegnanti di sostegno, invece voi avete scelto un governo che tagli proprio questi soldi, e non altri. (Voi, non io: per una volta mi chiamo fuori, io ho sempre pagato volentieri le tasse – i veri problemi sono altri, mica le tasse o la secessione o il federalismo che salverà i conti dell’Italia: la tirchieria è il vero problema, la grettezza d'animo di chi vuol risparmiare dieci centesimi e così manda a fondo il suo prossimo...).

PS: la foto di Roosevelt viene da http://www.wikipedia.it/ E’ di uno come Roosevelt che avremmo un gran bisogno, ma vedo che tutti i nostri politici – anche quelli di trent’anni – non sono fatti di quella stoffa. Camminano in piedi, ma non guardano più al di là delle punte delle loro scarpe. Forse stare seduti, stare fermi, essere costretti a rimanere qui invece di correre via, aiuta ad alzare lo sguardo e a vedere anche un po’ più in là.

venerdì 4 febbraio 2011

Uscire dal '900, o magari piantarla con gli slogan?

Non mi ricordo neanche già più chi l’ha detto, l’altro giorno, se Veltroni o Bersani o D’Alema o Renzi chissà chi altro: «Bisogna uscire finalmente dal Novecento!!!» Che significa? Dovrebbe essere uno slogan vincente? Mah... Oltretutto, detta da un partito politico che aspira ad essere l’erede del PCI di Enrico Berlinguer, suona davvero male: perché operai e lavoratori, nella loro storia millenaria, non sono mai stati così bene come nel Novecento: in Italia e dal 1945 in su, intendo. Non è che tutto fosse rose e fiori, ma se si potesse davvero tornare agli anni ’70, o agli ’80...Io c’ero, e lo auguro di cuore a tutti i ventenni che stanno per finire la scuola e cominciare a lavorare, perché io e i miei coetanei abbiamo davvero potuto progettare un futuro e vivere abbastanza bene, grazie a quel Novecento. Tutte quelle nostre piccole certezze, conquistate a fatica dai nostri padri e dai nostri nonni, sono state però spazzate via in meno di dieci anni, e ancora mi chiedo come sia potuto succedere.
Uscire dal Novecento, tornare al Novecento: ma che significa? Come si fa a perdere tempo con questi slogan senza significato? Innanzitutto, dal Novecento siamo già fuori da un bel pezzo – mi sembrava quasi cretino ricordarlo, ma siamo a febbraio 2011...

Questi giochini sul passato sono sempre penosi. Non è detto che andando avanti si migliori, non è detto che i tempi andati fossero migliori: nel caso si volesse affrontare l’argomento bisognerebbe distinguere, ragionarci sopra, dividere cosa da cosa. Per alcune cose, ad essere sincero, io tornerei indietro anche al ‘500, al ‘600, al ‘700, all’800....E’ vero che oggi viviamo al caldo e con ottimi servizi igienici in tutte le case, ma provate a chiedere, per esempio, a un appassionato di vela: meglio il Tirreno di oggi, o quello dei tempi di Napoleone? Ed è meglio la sanità di oggi, o quella dei tempi di Giuseppe Verdi? Meglio il cinema di oggi, o quello degli anni ’70 quando io aspettavo tutti gli anni un nuovo Kurosawa, Fellini, Bergman, Kubrick, ed erano nuovi e mai visti Lo squalo di Spielberg, ET, Guerre stellari...? Ah, saperlo.
Mi fermo qui, perché mi ero già annoiato prima di iniziare. A dire il vero, non mi sarei mai fermato a ragionare di queste cose se non fosse per un dettaglio: che questa battuta sull’uscire dal Novecento rivela molto bene la mancanza di idee della nostra classe dirigente, e spiega magnificamente il suo scarso appeal elettorale. Come si fa ad andare dietro a dei leader come questi? Come si fa, a secolo XXI abbondantemente iniziato, a ragionare ancora per slogan? Di pubblicitari al governo ne abbiamo già fatto grama esperienza negli ultimi vent’anni, e quindi, per piacere, almeno a sinistra, basta con gli slogan. Ecco, vorrei che se uno slogan ci debba essere per forza, che lo slogan sia ormai obbligatorio, che sia questo: “basta con gli slogan, basta con i pubblicitari, basta con i consiglieri sul look dei politici!”. E tornate a lavorare, che è da almeno trent’anni che non si vede un politico che viene dal mondo del lavoro.