martedì 3 luglio 2012

Vespe e vespine ( I )

Una vespa richiede pochi bytes di spazio, però ha uno scopo e lo persegue. Quando una vespa decide che quello è il posto preciso dove fare il nido, lo fa: proprio lì, non un millimetro più in su, non un millimetro sotto. Non esiste posto migliore al mondo: ormai ha deciso. Se la cacciate via, la vespa ritornerà. Non sto parlando delle vespe più note e riconoscibili, ma di altre vespe (ce ne sono un’infinità) molto comuni ma che per noi non sono pericolose, che vivono solitarie, e che hanno per missione sulla terra l’arte muratoria.
Per esempio, queste vespe e vespine del genere Sphex, Sceliphron ed Eumenes, peraltro molto belle ed eleganti a vedersi, che da molte generazioni mi fanno i loro vasi di terra e di coccio proprio nel cassone della tapparella, o magari dentro il meccanismo a manovella per alzare il tendone: loro hanno quello da fare, i vasetti di coccio per allevare i loro figli. E lo fanno, instancabili, e guai a chi si trova sulla loro strada. Instancabili, implacabili, diritte allo scopo; e anche intelligenti, e attente. Insomma, hanno uno scopo e lo perseguono: Dio, come le invidio.
Se avete in casa una di queste vespe e vespine, fate attenzione: la vespa adulta vive succhiando il nettare dei fiori, o magari la frutta; ma le loro larve sono carnivore. A questo scopo, catturano dei piccoli ragni: li paralizzano e li portano dentro al loro nido di terra o di coccio. E lì si possono trovare, se vi capita di doverne rompere qualcuno, o di dover muovere qualcosa per fare dei lavori. Capita anche di trovare segni del loro passaggio sui davanzali, se ci si sta attenti: la vespa, spaventata o disturbata, lascia cadere il piccolo ragno o la minuscola pallina di terra meticolosamente impastata, e da lì poi bisognerà raccoglierle o spazzolarle via.
E’ stato l’altro giorno, riverniciando una tapparella, che ho trovato per l’ennesima volta un nido di terra accuratamente costruito; ho dovuto rimuoverlo, mica si può fare manutenzione lasciando lì il lavoro delle Eumenes e delle Sphex o magari della Sceliphron spirifex. Io glielo avevo detto, quando le ho viste: non venite a fare il nido qui, che poi mi tocca spazzar via tutto. Ma loro, le vespe, non mi hanno ascoltato, e così eccomi intento a raccattare terra e ragnetti, cosa per la quale forse verrò punito in una mia vita futura, sempre che io non riesca a meritarmi l’uscita dalla catena delle rinascite. Per fortuna, penso, sono solo queste vespine solitarie e innocue: se invece mi fossi trovato i grandi vespai delle polistes e delle vespe comuni (che sono fatti di cartone: legno masticato), o peggio ancora un nido di calabroni (vespa crabro), avrei dovuto munirmi di scafandro da palombaro oppure rimandare tutto il lavoro all’inverno.
Simili a queste vespe sono i nostri amministratori, sindaci e assessori spesso al soldo delle immobiliari e dei costruttori; il loro motto è “edilizia traino dell’economia” e guai a chi si mette di traverso. A differenza delle mie innocue vespe e vespine, infatti, questi signori hanno dietro un esercito e mezzi molto potenti, per non dir di peggio. La loro testa, è più o meno la stessa delle mie vespe e vespine: pochi bytes di spazio e di memoria, quello devono fare e quello fanno. Il posto, una volta deciso, deve essere quello; e se gli dite che quel posto non va bene, loro vanno avanti lo stesso. Per i risultati, andate a chiedere alle Cinque Terre, agli alluvionati di Genova 2011 e del Veneto 2010, ai piemontesi del 1994, o ai milanesi nella zona del torrente Seveso, o ai messinesi di collina, eccetera eccetera eccetera.
Viene da pensare che, a differenza delle mie vespe e vespine, questi signori non siano una creazione propriamente divina; direi che siamo più dalle parti del Golem di Rabbi Loew, o del suo parente stretto, L’apprendista stregone alias Mickey Mouse (Goethe, ma anche il Walt Disney di Fantasia). In conclusione, spero che i nostri discendenti mettano la stessa dedizione e la stessa ostinazione nel distruggere ciò che è stato fatto in questi ultimi venti o trent’anni, in fatto di speculazione edilizia. Nel caso, se sarò ancora abbastanza giovane e forte per farlo, prenoto subito un piccone anche per me.
PS: a queste vespe “muratrici” ha dedicate pagine meravigliose Jean Fabre (1823-1915) il libro, che temo sia fuori catalogo, è "Ricordi di un entomologo", edizione Einaudi,  (le immagini vengono da libri e riviste, ma soprattutto dal sito http://www.lucianabartolini.net/ che consiglio a tutti di visitare.) (il Golem e L’apprendista stregone sono immagini famose, che dò per scontate)

domenica 1 luglio 2012

Debito pubblico

Alla fine della guerra, e anche per un bel po’ di anni dopo, il trasporto pubblico veniva effettuato con le carrozze dei treni merci: non c’erano soldi, il Paese era tutto da ricostruire, si accettavano anche i disagi. Un altro esempio: negli anni ’70, in Lombardia e anche su altre linee ferroviarie, cominciarono a vedersi vecchie carrozze svizzere e tedesche. Molti storsero il naso, ma erano gli anni della prima grande crisi economica; a me era sembrata una scelta di buon senso, garantire comunque il movimento delle persone anche in condizioni economiche difficili, e senza alzare troppo il prezzo dei biglietti.
Tornando a noi, e ai tempi che stiamo vivendo, che il debito pubblico sia una cosa spaventosa lo si sa da almeno vent’anni: dal 1992, gli accordi di Maastricht e il primo governo di Giuliano Amato. Era l’eredità di almeno due governi sciagurati, quelli degli anni ’80 (Bettino Craxi e Ciriaco De Mita); ma comunque tutto questo apparteneva al passato, bisognava affrontare la situazione e vedere di sistemare almeno un po’ i conti.
Che cosa si è fatto, dunque, dal 1992 in qua? Qualcosa di buono certamente, alla guida dell’Economia (per esempio) abbiamo avuto per alcuni anni una persona competente e di buon senso come Carlo Azeglio Ciampi; ma si sa che una persona sola non basta. E qui cominciano i guai.

L’elenco delle spese fatte dal 1992 fino al 2012, in piena e gravissima emergenza del debito pubblico, è qualcosa tra il comico e il tragico. Si va dai restyling delle stazioni (non bastava un’imbiancata alle pareti?) ai traslochi degli ospedali, dalle nuove sedi di Regioni e Comuni (grattacieli costosissimi) alla creazione di decine di nuove Province, fino ad arrivare al Ponte di Messina, e a cose incredibili come le paratie sul lungolago a Como (23 milioni di euro, mai finite) e al disastro gestionale di quella che fu per cinquant’anni una città modello come Parma (seicento milioni di euro di deficit). L’elenco sarebbe infinito, basti pensare al costo delle linee TAV: costo medio italiano, in pianura, dalle tre alle cinque volte in più rispetto agli altri Paesi europei. Le riforme volute da Berlusconi e dalla Lega Nord, in primo luogo il federalismo fiscale e l’autonomia locale, così come le riforme giuridiche (riduzione dei tempi di prescrizione, depenalizzazione del falso in bilancio, eccetera) hanno prodotto e stanno producendo corruzione, burocrazia, sprechi. Siamo sicuri che il Paese aveva queste priorità, visto il buco spaventoso di bilancio che ci trasciniamo dai tempi di Craxi e di Andreotti? Basta prendere la calcolatrice, dividere i 23 milioni di euro delle paratie di Como per i seicento o mille euro mensili di una pensione normale, e si scoprirà che non c’era bisogno di tagliare sulla sanità e sulle pensioni, bastava tenere il cervello collegato.

Non darei comunque tutta la colpa ai politici, qualcuno li ha pur votati. L’esempio del trasporto pubblico mi sembra perfetto per riassumere tutto quello che è successo dal 1992 in qua: se i nostri padri e i nostri nonni viaggiarono sui treni merci, dal 1945 fino all’inizio degli anni ’50, in questi ultimi anni, e in condizioni economiche analoghe, dal 1992 al 2012 si sono preferiti i lussi e i giocattoli. Mi scuso per la semplificazione, davvero un po’ troppo brutale, ma la macchinina e il trenino e le ruspe e le costruzioni sono i giocattoli preferiti dei bambini di tre anni, e a me sembra che molti elettori, troppi elettori, siano ancora fermi a quell’età mentale quando c’è da prendere qualche decisione.

Nel conto delle spese e degli sprechi metterei anche le infinite recinzioni, i sensi unici, i rondò, i tornelli, i “totem” per le code nelle Poste (non bastava un distributore di numerini?), le idee di secessione, proprio come i bambini: questo è mio, di qui non passi, se vuoi passare di qui devi inchinarti a me. Un ritorno al medioevo, le città con le porte d’ingresso e il dazio da pagare
I giornali, tv internet e carta stampata, danno una mano a questa mentalità, nascondendo le notizie (del tipo: i danni geologici e ambientali, il paese dell’Appennino che sta crollando causa tunnel in corso d’opera, peggio del terremoto; o i costi della TAV, dei quali hanno parlato in pochissimi) e voltando allegramente pagina anche quando le tragedie (alluvioni, terremoti, slavine, smottamenti) sono ancora in corso e c’è ancora emergenza.

Che dire? Che il discorso sarebbe lunghissimo, che non spetta certo a me (semplice osservatore) fare liste dettagliate, costi ed esempi, ma che c’è chi lo ha fatto e lo sta facendo, e sarebbe bello esserne informati. Quanto alle proposte, al primo posto del programma elettorale di Syriza, in Grecia, c’è la richiesta di fare un audit del debito pubblico: significa andare a vedere voce per voce come è nato il debito, di chi è la colpa, se ci sono stati sprechi, eccetera. Facendo un esempio molto banale e molto casalingo, alla fine di questa ricerca si verrebbero a prendere decisioni di questo tipo: ok al pagamento immediato dell’imbianchino e dell’elettricista (previa verifica dei conti), rinvio del pagamento per le speculazioni finanziarie, pagamento in BOT a lunghissima scadenza e zero interessi delle pensioni dei megadirigenti, e via dicendo.

PS: l’amministratore delegato delle FFSS, il signor Mauro Moretti, ha appena dichiarato che negli anni futuri non potrà garantire il trasporto locale, regionale. Così facendo ha dimostrato di essere del tutto inadatto al ruolo che ricopre: quando mai si è visto un ferroviere che non garantisce il servizio? Moretti va rimosso quanto prima, e senza liquidazione. Un dipendente di qualsiasi ditta che facesse dichiarazioni come quelle di Moretti, e purtroppo vale per molti altri manager e ministri, verrebbe infatti licenziato su due piedi. Un conto è uno sfogo per lamentare la mancanza di fondi, un altro è il teorizzare e applicare la chiusura delle linee: mai successo, nemmeno in tempo di guerra. Non è nemmeno vero che siano mancati i fondi statali: soldi per le Ferrovie c’erano e infatti sono stati trovati, ma li hanno spesi tutti in restyling e obliteratrici, e altre amenità di questo tipo. Basta fare un giro per le stazioni per vedere, toccare, capire; ma se viaggiate in TAV, se siete contenti delle “quattro tipologie”, se avete accolto con entusiasmo il treno di Montezemolo, se vi piacciono le multe e i soldi per la prenotazione obbligatoria persi quando ci sono dei ritardi, allora questo è il mondo che avete voluto.

giovedì 28 giugno 2012

Renoir fils

Una pagina famosa, che rileggo sempre volentieri.

Jean Renoir, da «La mia vita e i miei film»
ed. Marsilio (capitoli III e IV)
A mio padre piaceva dipingere i miei capelli. Questa predilezione per i miei boccoli dorati che mi scendevano fino alle spalle mi faceva disperare. A sei anni, nonostante i pantaloni, parecchia gente mi prendeva per una bambina. Per strada i ragazzini mi perseguitavano coi loro frizzi, chiamandomi «signorina» e chiedendomi dove avessi lasciato le sottane. Aspettavo con impazienza il giorno in cui sarei entrato al collegio Sainte-Croix il cui regolamento esigeva una pettinatura più conforme all'ideale borghese. Con mio grande dispiacere mio padre continuava a spostare la data di accesso, che per me significava il felice abbandono di quell'ornamento pilifero. Devo aggiungere che l'«istruzione» gli faceva orrore, al punto da approvare i ragazzi che scappavano scavalcando il muro del collegio. Il Sainte-Croíx gli piaceva per i suoi grandi giardini. La qualità dell'aria gli pareva più importante della qualità dei professori di matematica. (...)
Una mattina come un'altra mio padre dichiarò che mi voleva fare un ritratto. Mi misi a protestare. Tirai fuori che mi faceva male una gamba e per provarlo mi misi a zoppicare ostentatamente. Ma mio padre si era messo in testa di dipingermi e tutta la gente di casa, perché non venisse disturbato nel suo progetto, cercava di persuadermi. A un tratto Gabrielle ebbe un'idea. Io avevo un cammello che adoravo, non un vero cammello ovviamente, un cammello giocattolo, grande come una mano, che non veniva dall'Africa ma da un negozio di rue d'Amsterdam, vicino alla stazione Saint-Lazare. Gabrielle, tra un mio singhiozzo e l'altro, mi propose: «Lo sai, dovresti fare un vestitino al tuo cammello. Fa freddo, tra poco viene l'inverno. Il tuo cammello ha assolutamente bisogno di un vestito». L'idea mi affascinò. Mi sedetti davanti al cavalletto di mio padre e cominciai a cucire. Renoir col terrore che aveva per tutti gli strumenti taglienti o appuntiti si mostrò per un momento inquieto. Mentre incominciava a dipingere ripeteva: «Cadi su un ago che ti entra in un occhio e resti cieco per tutta la vita». Ma quella mattina i miei capelli avevano dei riflessi particolari che suscitavano il suo interesse, così dimenticò assai presto il pericolo degli aghi e si perdette nel suo dialogo con il modello. Risciacquando il pennello in un bicchiere di trementina ripeteva tra sé: «Un po’ d'oro». Capii che si trattava dei miei capelli e un po' alla volta l’idea di essere cinto d'oro prese il sopravvento sugli inconvenienti del mestiere di modello. D'altra parte, rispetto ai figli e le mogli di altri pittori, io ero un privilegiato: Renoir non esigeva l'immobilità assolluta. Ho ancora l'impressione che anzi la temesse.
(pagine 20-21)


Il regno di mio padre era un regno mobile. La ricerca di una luce diversa spingeva spesso Renoir a cambiare luogo di residenza. Così io sono stato di volta in volta un bambino borgognone che arrotava le «erre», un parigino con la erre moscia, e un meridionale dalle esclamazioni sonore.
Uno scenario che mi influenzò molto fu una villa vicino a Grasse che mio padre aveva preso in affitto durante l'inverno del 1900. Il proprietario di quella casa aveva la passione delle piante tropicali; il giardino pareva fosse stato disegnato da Rousseau il Doganiere. Da lì a immaginare che un luogo simile fosse popolato di leoni, di tigri e di serpenti, c'era solo un passo.
Avevo visto più volte una lucertola verde che veniva a godersi l'umidità del giardino. Ingrandito cento volte, quel rettile poteva fornire alla mia immaginazione un coccodrillo accettabilissimo. Gabrielle era estasiata: la sua grande passione erano i leoni, ma dove si trovano i coccodrilli si possono incontrare anche i leoni. Mi ero talmente abituato alla vicinanza del «crocó», nome che avevamo dato alla lucertola, che mi misi a collezionare rettili.
Avevo una gabbietta di vetro, costruita dal figlio del proprietario che faceva lavori di falegnameria, tutta piena di lucertole, bisce, salamandre. Le facevo dormire nella mia stanza e ne avevo sempre una addosso, nascosta sotto la camicia. Questo provocò un penoso incidente che non ho più dimenticato.
Stavamo tornando a Parigi in treno, io, Gabrielle, mio padre e mia madre. A Saínt-Raphael venne ad aggiungersi a noi un'inglese molto magra. Non smetteva un attimo di fissare i miei capelli biondi.
«Che bella bambina! Che bei capelli!» diceva, con un forte accento. Questi attestati di ammirazione mi provocavano le famose arrabbiature intime che cercavo di placare ripetendomi: «Io sono un bambino. Sono un bambino». Una lucertola che mi stavo portando a Parigi sbucò con la testa fuori dal suo nascondiglio, una blusa alla marinara di cui ero molto fiero: non ci sono ragazze in marina. A quella vista l'inglese si mise a gridare con una voce stridula. Renoir cercò invano di calmarla. Lei si precipitò in corridoio e ritornò insieme al controllore. Il funzionario si fece consegnare la lucertola. Me la prese dalle mani senza nessuna delicatezza. La pelle di una lucertola è molto fragile e il contatto di una mano grossolana deve risultarle doloroso. Il controllore senza pietà gettò il mio piccolo amico fuori dal finestrino. L'inglese rassicurata si sistemò in un angolino, insensibile alle mie lacrime, e si mise a leggere la Bibbia. (...)
(pagine 23-24)

Qualche volta andavo a giocare coi ragazzini del vicinato. Uno di loro mi chiese: «Tu fumi?». Credendo di essere furbo, risposi che fumavo sigarette di cioccolato. «Eh, sei un coglione, tu», mi disse.
(pagina 26) (da Jean Renoir, La mia vita e i miei film, ed. Marsilio)
(nelle immagini, due dipinti di Renoir padre e Renoir figlio in La regola del gioco, insieme a Paulette Dubost)

martedì 26 giugno 2012

Kleiber

«Per tutto il tempo che dura l’ouverture, siete pregati di credere ai fantasmi.»
(Carlos Kleiber agli orchestrali, durante le prove per “Il franco cacciatore” di Carl Maria von Weber)
Ho incontrato Carlos Kleiber agli inizi degli anni ’80: non di persona, s’intende, ma io come spettatore-ascoltatore su in loggione, e lui giù nel golfo mistico, davanti al palcoscenico, a dirigere l’orchestra della Scala. Ho incontrato molti altri grandi musicisti, a quel modo, e a loro devo moltissimo; ma l’esperienza con Kleiber è di quelle da brividi, eventi irripetibili. Chi c’era, lo sa e se lo ricorda.
«Una cosa non è ben chiara (nello spartito), è dove sta scritto: “il cielo si fa buia notte, la tempesta infuria e le fiamme si sprigionano dalla terra”. Oggi in scena non succede gran che, diventa buio e ci sono un po’ di tuoni; ma qui si deve pensare ad una terribile catastrofe naturale. Tetro, nero, nerissimo, più nero del nero.» (ride; anche gli orchestrali ridono; poi dà l’attacco e l’orchestra suona esattamente così, più nero del nero) (Carlos Kleiber agli orchestrali, durante le prove per “Il franco cacciatore” di Carl Maria von Weber)
Nella musica di Weber i fantasmi esistono per davvero, e non si fa certo fatica a trovarli: però attenzione, non è un jingle, non è un tweet da due righe, evocare i fantasmi richiede un minimo di pazienza e di applicazione.
«L’ouverture del Franco Cacciatore, prego. (gli orchestrali si sistemano, Kleiber li aspetta; poi dà il via ma si ferma dopo poche battute) No, un momento. Lasciate sempre che sia l’altro a cominciare. lasciate sempre cominciare il vostro collega.»
(Carlos Kleiber agli orchestrali, durante le prove per “Il franco cacciatore” di Carl Maria von Weber)
In questo modo, un inizio indistinto, un inizio che non è un inizio, comincia “Der Freischütz”: opera romantica in tre atti, musica di Carl Maria von Weber (1786-1826). Siamo nel 1817, in pieno romanticismo, tra il Faust di Goethe e le leggende di diavoli e di di vampiri, e l’argomento è la possibilità di salvarsi da questi pericoli. Ovviamente, solo l’Amore può salvare lo sventurato che si affida al Cacciatore Nero, a Samiel: tutto questo è ben presente non solo nell’opera intera, ma anche nell’ouverture. L’ouverture introduttiva dal “Franco Cacciatore” di Carl Maria von Weber è uno dei brani più belli di tutta la storia della musica; vi si esprime il contrasto fra il soprannaturale e la vita quotidiana, la lotta dell’Amore contro il Male; e il suo inizio è un non-inizio, qualcosa di appena percettibile, un risvegliarsi da un sogno che ci inquieta. Allo stesso modo, Ludwig van Beethoven inizia la sua Nona Sinfonia; allo stesso modo Richard Wagner (che a Weber deve moltissimo) inizierà “L’Oro del Reno”, il mormorio indistinto prima che cominci la Storia.
E’ questo il significato del suggerimento di Carlos Kleiber ai suoi orchestrali: un inizio che non è un inizio, bisogna pur cominciare a suonare, ma “aspettate che sia un altro a iniziare”. Il suggerimento, che in sè è poco più di una battuta, funziona: è la magia continua – una vera magia, non un modo di dire o una frase fatta – che chi ha avuto occasione di ascoltare Kleiber continua a portare dentro di sè.
Da tempo circolano biografie encomiastiche un po’ per tutti, per chiunque si usano sempre le stesse parole, con il risultato che diventa sempre più difficile capire per chi non c’era. Oggi si dice maestro e campione anche al primo che passa, “grande artista” è una definizione che si spreca, per descrivere i veri grandi artisti ormai siamo rimasti senza parole. E’ per questo che vorrei parlare di Carlos Kleiber, ma faccio fatica a parlarne. Un silenzio a cui sono costretto da sempre, fin da quando tornavo a casa, dopo un Otello di Verdi, una Bohème di Puccini diretta da Kleiber, e non potevo parlarne con nessuno. Nessuno mi avrebbe capito.
Forse perché non c’è niente da dire, chi vuole arrivarci ci arriva, nelle cose grandi non c’è niente di segreto ma dobbiamo metterci qualcosa di nostro.
Kleiber interrompe gli orchestrali e indica lo spartito:
«...non sbagliatevi: 5 dopo F è tutto “pianissimo” eccetto i flauti che rimangono in “fortissimo” perché loro (i flauti) non hanno capito. E’ giusto anche così. Domina il pianissimo. Molto lento, molto spettrale: “presto, spiriti, avvolgeteli d’oscurità” (accenna il motivo) è così, vero? Una cosa terribile, ma solo gli apporti dei clarinetti e dell’oboe sono “forte”. Noi invece stiamo sul “pianissimo”, e siamo molto nervosi. Rifacciamo questa parte dei violoncelli. Solo gli archi, 5 dopo F. (suonano i violoncelli, Kleiber sorride). Ora si aggirano gli spiriti. (ferma gli orchestrali) Troppo breve la prima nota, secondo me. E trovo che proseguite con un po’ di ritardo. (...) Stringiamo un po’ le note in mezzo, e la prima nota non così breve. (breve pausa; alza gli occhi dallo spartito e si rivolge agli orchestrali) Credete nei fantasmi? Benissimo, è importante per l’ouverture. Per tutta la durata dell’ouverture, vi prego di credere ai fantasmi. (dà l’attacco)».
(Carlos Kleiber agli orchestrali, durante le prove per “Il franco cacciatore” di Carl Maria von Weber)
Va ricordato che a questo punto, poco prima del concerto, tutto è già quasi pronto: qui non c’è niente di dittatoriale, sono bandite le fesserie del tipo “la musica che nasce da un gesto”; qui si vede il lavoro su ogni dettaglio, seguendo le indicazioni dell’autore. Gli orchestrali sono ottimi, sanno già cosa devono fare, Kleiber sta rifinendo gli ultimi dettagli prima del concerto. E’ la registrazione di una prova con l’orchestra della Radio tedesca, all’inizio degli anni ’70: Kleiber è giovane, atletico, muscoloso, sorridente, disposto allo scherzo. Non è come l’avrei conosciuto io, anni dopo, segnato dalla vita e dalle preoccupazioni; qui si diverte, scherza, ride e fa sorridere gli orchestrali; a un certo punto lo vediamo perfino fare le corna: indica la presenza nella musica di Weber del diavolo, Kaspar e Samiel, il cacciatore nero. La musica di Weber dà davvero i brividi e fa gelare il sangue, in quel punto.
I racconti dei giornali su Kleiber, nei primi anni ’80, erano spesso terribili: pessimo carattere, difficoltà nei rapporti umani, la battuta terribile di un collega illustre: “dirige solo quando ha bisogno di soldi”. La realtà, per Kleiber come per altri grandi artisti (Benedetti Michelangeli, per esempio) era nel perfezionismo spinto all’estremo: poche opere e poche sinfonie in repertorio, l’incisione del Tristano continuamente rinviata, le osservazioni finali di Kleiber che fanno impazzire i tecnici del suono, e infine Kleiber in tv al Concerto di Capodanno, in mondovisione, finalmente felice e sorridente, quasi senza pensieri.
Carlos Kleiber è stato leggendario e indimenticabile, come Glenn Gould - o forse come Yehudi Menuhin, chissà. Di certo, io e quelli della mia generazione, quelli che lo hanno ascoltato dirigere, quelli che lo hanno visto mentre dirigeva, ne porteranno sempre un ricordo indelebile.
da http://www.wikipedia.it/  :
Carlos Kleiber, nato Karl Ludwig Kleiber (Berlino, 3 luglio 1930 - Konjisica, 13 luglio 2004), è stato un direttore d'orchestra tedesco naturalizzato argentino. Nato in Germania, all'età di dieci anni si trasferì in Argentina a seguito del padre, il famoso direttore d'orchestra Erich Kleiber, emigrante dalla Germania per protesta contro il Partito Nazista. In tale occasione cambiò nome da Karl Ludwig a Carlos. Nel 1980 acquisì la cittadinanza austriaca. (...) Dapprima lavorò in piccoli teatri tedeschi di provincia, debuttando nel 1955 come direttore di operette con lo pseudonimo di Karl Keller, ma l'esordio a Monaco (1968) e le stagioni a Vienna (1973) e Bayreuth (1974) gli diedero grande fama. Nel 1976 debuttò alla Scala di Milano con un'interpretazione del Der Rosenkavalier, a cui seguì l'Otello del 1977, e la Bohème del 1979; successivamente diresse repliche memorabili di Otello, Tristano, Bohème, Cavaliere della Rosa. Interprete lontanissimo dallo star system, aveva un repertorio assai ridotto e approfondiva continuamente le interpretazioni degli stessi brani. I suoi pochissimi dischi restano di grandissima importanza. Da ricordare in particolare le registrazioni delle sinfonie di Beethoven da lui affrontate (la quarta, la quinta, la sesta - dal vivo - e la settima), le registrazioni della Seconda e della Quarta sinfonia di Johannes Brahms, della Terza e Ottava di Schubert, delle opere liriche già citate e dei due splendidi Concerti di Capodanno a Vienna del 1989 e del 1992, che restano tra i migliori di sempre. Da un punto di vista strettamente discografico si consiglia vivamente l'ascolto del Tristan und Isolde con riferimento non solo a quello per così dire "ufficiale" della D.G. con la Staatskapelle Dresden, ma anche quelli di Bayreuth (Golden Melodram) e a Milano (Myto Records). Esiste della Fledermaus una doppia edizione, dvd o solo audio, che varia leggermente nel cast, ma è comunque bellissima. Altra pietra miliare il Freischutz di Weber,sempre con etichetta D.G., mentre pareri discordi ha suscitato la sua Traviata. Resta comunque il grande rammarico di non poter disporre di una discografia ben più ampia, frutto comunque di precise scelte di Kleiber stesso. (...) Uomo riservatissimo, soprattutto nella seconda parte della sua carriera Kleiber ha sempre più centellinato le sue apparizioni sul podio. (...) L'ultimo concerto che ha diretto fu a Cagliari, il 24 (la prima) ed il 26 febbraio 1999 (unica replica); l'orchestra - prestigiosa - era quella del Bayerischer Rundfunk[1], ed il programma prevedeva la IV e la VII sinfonia di Beethoven; (...) In entrambe le serate, al termine del concerto Kleiber ha offerto, come bis, l'ouverture dalla Fledermaus, che aveva già diretto durante un Concerto di Capodanno di Vienna[2]. È scomparso il 13 luglio del 2004. Per sua espressa volontà, la notizia è stata resa nota due giorni dopo la sepoltura e ha colto di sorpresa il mondo della musica classica. È sepolto in Slovenia, a Konjisica accanto alla diletta moglie morta sette mesi prima di lui.
da http://www.wikipedia.it/
Erich Kleiber (Vienna, 5 agosto 1890 - Zurigo, 27 gennaio 1956) è stato un direttore d'orchestra e compositore austriaco, padre di Carlos Kleiber, anch'egli celebre direttore d'orchestra. Studiò al conservatorio e all'Università di Praga. Debuttò nel 1911 al teatro nazionale di Praga. Fu direttore all'opera di Darmstadt (1912-1919), a Barmen-Elberfeld (1919-1921), a Düsseldorf (1921-1922) e a Mannheim (1922-1923). Nel 1923 fu nominato Direttore musicale generale dell'opera di stato di Berlino.
Erich Kleiber fu noto per le sue interpretazioni delle opere sinfoniche e liriche di repertorio, ma anche per le opere contemporanee. Diresse la prima esecuzione dell'opera Wozzeck di Alban Berg nel dicembre del 1925. Per protestare contro il regime nazista ed il bando dell'opera Lulu di Alban Berg come "arte degenerata", lasciò l'impiego a Berlino ed emigrò in Argentina. Diresse regolarmente al Teatro Colon di Buenos Aires dal 1936 al 1949 e diventò cittadino argentino nel 1938. Avendo già diretto al Covent Garden di Londra ci tornò dal 1950 al 1953. Gli fu proposta nuovamente la direzione dell'opera di Stato di Berlino nel 1954 ma per disaccordi con il regime comunista rifiutò. Morì il 27 gennaio 1956, giorno del duecentesimo anniversario della nascita di Mozart, in una camera del Grand Hotel Bolder di Zurigo. Anche se la versione ufficiale indica un attacco cardiaco come causa del decesso, non è da escludere che Kleiber, in quel periodo profondamente amareggiato per alcune delusioni professionali, si sia tolto la vita. Erich Kleiber fu anche compositore. Tra le sue opere ci sono concerto per violino ed orchestra, un concerto per pianoforte ed orchestra, variazioni per orchestra, capriccio per orchestra e numerose musiche cameristiche. E' noto che Kleiber non fece nulla per incoraggiare le inclinazioni musicali dei figli, in particolare di Carlos. Quando quest'ultimo, a diciott'anni, gli manifestò l'intenzione di diventare a sua volta un direttore d'orchestra, egli commentò laconicamente che "un solo Kleiber era sufficiente." Dopo aver inutilmente tentato di avviare il giovane agli studi universitari di chimica, riconobbe tuttavia l'immenso talento di Carlos.
(le immagini che ho messo qui vengono da una trasmissione del filmato indicato qui sopra da parte della TSI, Televisione Svizzera Italiana, effettuata nel 2006. Questo filmato di Carlos Kleiber, insieme a molti altri, è disponibile in commercio su dvd).
(nella foto di gruppo, da sinistra, Bruno Walter, Arturo Toscanini, Erich Kleiber, Otto Klemperer, Wilhelm Furtwaengler; per i curiosi, Otto Klemperer sfiorava i due metri di statura)

domenica 24 giugno 2012

Organum

«...i riti possono sussistere, esistevano. Io mi ricordo certe serate ai vespri di certe chiese monastiche, tra le cose più incantevoli della mia giovinezza. Si cantava il gregoriano, cioè si era immersi in una realtà ancora anteriore al cristianesimo: perché il gregoriano è musica romana, è musica ebraica, è musica greca, che si fondono in questa miracolosa creazione dei primi secoli. E quindi si adempivano certi gesti alle necessità del rito, e quindi si era distaccati dal momento presente. Ma, oramai, questo è un ricordo: pochi ce l’hanno, oramai via via che gli anni passano sono sempre meno le persone che si possono rendere conto dell’importanza che ebbe il rituale in Occidente. Ma basta che ci allontaniamo dalle nostre sponde, ed ecco che in Oriente tutti i grandi riti ci sono riofferti (...)»
(Elemire Zolla sul canto gregoriano, da un’intervista TSI ottobre 1997 a cura di W.Weick e A. Andriotto)

Ho incontrato il canto gregoriano a Como, nella chiesa millenaria di Sant’Abbondio, non con i monaci di un’abbazia, ma con un concerto dell’Ensemble Organum, un gruppo di musicisti specializzato nella musica di quel periodo. Era il 30 aprile 1993, “Canti della Chiesa di Roma, secoli VII-XIII”: poco più di un’ora, musica densa e profonda, erano solo sei cantanti, ma sembrava un coro di cento persone; pareva di ascoltare le canne dell’organo, era il bordone delle voci.
Sono esperienze che non si dimenticano. La chiesa era piena di gente, tutti in silenzio e in ascolto, in sintonia con i musicisti, e anche con le antiche pietre.
“Organum” , come spiega la Garzantina della Musica, è “la denominazione generica delle forme polifoniche in uso dal IX al XIII secolo”; la voce è ovviamente molto più dettagliata ma non sto qui a riportarla per esteso. All’epoca mi ero segnato questo appunto: che forse si poteva eseguire qualcosa di più pirotecnico, come il Gloria dalla “Messa di Tournai”, ma sarebbe stato fuori dal tema e del programma della serata.
Questi concerti non si tengono più: manifestazioni come l’Autunno Musicale di Como e Il Canto delle Pietre (che si teneva in tutto il Nord Italia: la Padania, per l’appunto) sono tra le cose belle tagliate dal governo Bossi-Berlusconi; dicevano che costava troppo e che non ci andava nessuno, la realtà è che a loro, ai Bossi e ai Berlusconi e anche ai loro elettori, queste cose non interessavano e le vedevano anzi con molto fastidio.
Sul fatto che ai concerti non ci andasse nessuno, non era vero, non sempre: per questo concerto, Sant’Abbondio era strapiena, così come era strapiena San Vincenzo a Cantù per il concerto dell’Ensemble Micrologus. Forse bastava scegliere con più attenzione luoghi e date, e magari fare un po’ più di pubblicità ai concerti (in fin dei conti, non era quello il governo dei maghi della pubblicità?), ma forse era un po’ troppo chiedere attenzione alle nostre radici culturali e cristiane a un governo dove ci si vantava “non ho mai letto un libro negli ultimi vent’anni” (Tremonti) o dove si parla col gesto dell’ombrello e con il dito medio alzato (Umberto Bossi in persona, ma non solo lui). Ritorneranno i concerti come questo? Ne dubito molto, ma è comunque bello che ci sia qualcuno, magari in altri Paesi, che mantiene viva la nostra memoria.

Elemire Zolla, nato nel 1926, di madre inglese, è stato docente universitario di letteratura anglo americana, ma è molto più famoso per la sua eccezionale conoscenza e capacità divulgativa nella Storia delle Religioni. Zolla parlava di queste esperienze in prima persona: oltre ad essere una vera enciclopedia vivente è stato un grande viaggiatore, in tempi in cui non viaggiava quasi nessuno. L’intervista della Televisione Svizzera Italiana risale al 1996, e si svolge nella casa di Zolla, a Montepulciano davanti alla chiesa seicentesca di Santa Lucia. Zolla vi parla della scomparsa del rito: dice con molta serenità, quasi sorridendo, che il rito non c’è più perché è stato cancellato dal Concilio Vaticano II, ma che molte sono anche le responsabilità del Concilio di Trento. Il parere di Zolla sul Concilio Vaticano II è molto positivo, per la sua apertura verso il prossimo e verso i fedeli; ma ricorda che il rito per sua natura deve essere gerarchico: «il rito o è gerarchico o non è». Il parere negativo verso il Concilio di Trento è invece dovuto al fatto che furono aboliti e perseguiti i molteplici riti locali, unificando “in modo militare” liturgie e riti che rendevano più ricca la Chiesa e la rendevano più vicina alle sue origini. All’epoca di quest’intervista, Zolla aveva appena compiuto i settant’anni, vi appare in buona forma e sorridente; non sapeva ancora che anche in Oriente le aure sarebbe presto scomparse.
«...fuorché tra antiche pietre abbandonate, non si cerchino aure in Occidente; le aure vive il Tempo le ha consumate tutte, macabro sarebbe se risorgessero.» (Elemire Zolla, da "Aure", ed.Marsilio)

da wikipedia.it :
L'Ensemble Organum è un gruppo musicale di musica antica specializzato nell'esecuzione di musica vocale e strumentale del medioevo. Il gruppo venne fondato nel 1982 da Marcel Pérès nell'Abbazia di Sénanque sita nei pressi di Gordes in Provenza. Nel 2001, la sede del gruppo è stata trasferita nell'Abbazia di Moissac, nella regione dei Midi-Pyrénées, dove è stato creato un centro di studio sulla musica antica (Centre Itinérant de Recherche sur les Musiques Anciennes). L'ensemble ha un organico flessibile, in funzione del repertorio da eseguire, che conta interpreti di diverse nazionalità e con diverse esperienze musicali. (...) L'ensemble è specializzato nell'esecuzione di musiche religiose risalenti ai primi tempi del Cristianesimo, prima del canto gregoriano, fino alla musica sacra del XVIII secolo. Comprende pertanto il canto romano antico, il canto ambrosiano e quello beneventano. Una delle caratteristiche peculiari del gruppo è la ricostruzione della prassi di esecuzione canora del periodo, con speciale attenzione agli ornamenti e agli intervalli usati all'epoca. A questo proposito sono state effettuate approfondite ricerche sul modo di cantare in alcune regioni della Francia, in particolare nei siti monacali più defilati dove la tradizione si è mantenuta più viva. (...)
Le immagini (da http://www.wikipedia.it/ ) sono tutte dell’antica chiesa di Sant’Abbondio, a Como: anch’essa non se la passa molto bene. Poco tempo fa gli insigni architetti e urbanisti che governano la città si sono chiesti se fosse giusto costruire qualcosa che andasse a coprire e nascondere questa chiesa, e ovviamente si sono risposti di sì, che si poteva (tempo passato tra la domanda e la risposta: venticinque secondi e tre decimi). (Sant’Abbondio non va confusa con il Duomo, e nemmeno con San Fedele, che invece sono proprio in centro città, vicine al lago)

sabato 23 giugno 2012

Jethro Tull

Dire “i Jethro Tull” e pensare al flauto è una cosa automatica, non si fa nemmeno in tempo a finire la frase che Ian Anderson, col suo fantastico flauto traverso e la sua aria beffarda, è già qui davanti a noi. Già, che ci fa un flauto traverso nel mondo del rock? In effetti fu un impatto straordinario, qualcosa di fantastico e di inaspettato. Ancora oggi, non sono molti i flauti nel rock: ogni tanto qualcuno ci prova, flauti violini violoncelli, ma poi finiscono per non sentirsi, per essere semplici elementi decorativi. Invece con Ian Anderson il flauto è la musica, suona alla pari con gli altri strumenti, incurante perfino dell’amplificazione: è qualcosa che riesce bene solo a quelli bravi. Bisogna saper bilanciare i suoni, lo spiegava Berlioz nel suo trattato di orchestrazione ma è anche qualcosa che si capisce a orecchio – però bisogna averlo, l’orecchio. Insomma, si finisce sempre lì: come diceva un grande filosofo mio contemporaneo (e conterraneo), “bisogna avere orecchio”.
Ma di Ian Anderson, della sua voce e del suo flauto, si sa già tutto: lo riascolto sempre con lo stesso piacere, e con grande affetto; detto questo penso di aver detto abbastanza, e non sto qui a perderci altro tempo. Piuttosto, riascoltando i primi due dischi dei Jethro Tull, sono rimasto colpito dal bassista, dai ritmi sempre diversi della chitarra basso: è una cosa a cui non siamo più abituati, le canzoni di oggi hanno sempre gli stessi bassi, sempre quelli, invece qui c’è una variazione continua, c’è molta fantasia. C’è chi dà la colpa di tutto questo appiattimento alle percussioni computerizzate, che imperversano da più di vent’anni; può darsi, non lo discuto, ma in teoria con il computer i ritmi da scegliere potrebbero essero infiniti, si potrebbe mettere una base ritmica anche di quelle difficili da eseguire. Insomma, secondo me la ragione è un’altra: le percussioni registrate sono comodissime ed è giusto che vengano usate, ma qui c’è sotto una mancanza di cultura e di curiosità che non finisce mai di colpirmi. Faccio notare un dettaglio: il bassista a cui mi riferisco si chiama Glen Cornick (suona in “Stand up”), e non è certo uno dei più noti e celebrati: se Glen Cornick suonava così, significa che quei suoni e quei ritmi sono alla portata di molti musicisti. Come mai non succede?
La risposta sta nell’ascolto di tutto quel disco per intero, di “Stand up” dei Jethro Tull: questi si sono ascoltati di tutto, dal blues più puro e antico fino al jazz e al folk inglese; la “Bourrée”, famosissima, è davvero Johann Sebastian Bach, appena un po’ arrangiata. Ian Anderson e i suoi compagni di strada non erano mica musicisti improvvisati, anche a diciott’anni, e anche con quell’aria da fanigottoni, avevano dietro studi, cultura, interessi personali notevoli. Insomma, non tutto quello che hanno fatto i Jethro Tull è memorabile, spesso l’ispirazione latita, ma a me fa un gran piacere rivedere Ian Anderson in giro, in tour, anche oggi. Ripensando alla musica di quegli anni, non solo ai Jethro Tull ma anche ai Pink Floyd, ai Soft Machine, ai King Crimson, a Tim Buckley e a Nick Drake e a Robert Wyatt, mi viene da pensare che sia diventato vero quello che cantava Ian Anderson in quel 1969: «it was a new day yesterday, and it’s an old day now», ieri era un giorno nuovo, oggi è un giorno vecchio.
Con quella sua voce sempre un po’ beffarda, che a me piace parecchio, Ian Anderson sembra sempre che voglia prenderci in giro. Ed è sicuramente vero, ma ogni tanto, invece, saltano fuori cose come queste:
What a sight for my eyes to see you in sleep...
Could it stop the sun rise hearing you weep?
You're not seen, you're not heard
but I stand by my word.
Came a thousand miles
just to catch you while
you're smiling.
What a day for laughter
and walking at night...
Me following after,
your hand holding tight.
And the memory stays clear
with the song that you hear.
If I can but make
the words awake
the feeling.
What a reason for waiting
and dreaming of dreams.
So here's hoping you've faith
in impossible schemes,
that are born in the sigh
of the wind blowing by
while the dimming light brings
the end to a night of loving.
(Reasons for waiting, da Stand up dei Jethro tull)
Dovevano essere veramente così, come Ian Anderson, i trovieri medievali: da far innamorare, un po’ giullari e un po’ maghi, un po’ acrobati e un po’ cantastorie, ma soprattutto – è un obbligo – dovevano essere ottimi musicisti (peccato solo per quell’arrangiamento con gli archi, del tutto fuori posto: ma è colpa sicuramente del produttore)
La foto qui sopra è di Roland Kirk, punto di riferimento dichiarato di Ian Anderson: gli strumenti che ha appesi al collo riusciva a suonarli davvero tutti, e molto bene: li suonava anche tutti insieme, flauti compresi, due o tre alla volta, se necessario usando anche il naso. Il signore qui sotto invece è il vero Jethro Tull, scienziato e agronomo inglese (1674-1741): pare che la band di Ian Anderson usasse cambiare il nome molto spesso, e quindi bisognava avere molta fantasia nella scelta dei nomi. Quando arrivò il successo avevano questo nome e dato che aveva portato bene lo conservano ancora oggi. (l'immagine viene da wikipedia in inglese)

venerdì 22 giugno 2012

It's my life

«It’s my life, and I do what I want
It’s my mind, and I think what I want...»
Il mondo che ho trovato era così, come lo cantavano Eric Burdon e il suo gruppo, The Animals. Io ero un bambino, quando uscì questa canzone, e quindi escludo che si possa parlare di nostalgia, non per me quanto meno. Per me, e per quelli della mia età, appartevano al passato non solo Eric Burdon ma anche i Beatles, i Rolling Stones, Bob Dylan, Janis Joplin. Jimi Hendrix morì nel 1970, io stavo per compiere dodici anni.
Però quel mondo, quel modo di pensare, è durato molto tempo; e non c’è da stupirsi, da che mondo è mondo i giovani hanno sempre sognato la libertà, quella personale intendo: poter viaggiare, poter vivere la loro vita, fare ciò che era giusto. Anche una certa dose di egoismo e di narcisismo (“è la mia vita, ne faccio quello che voglio”) è concessa, specialmente a diciott’anni.
Ancora negli anni ’80, all’inizio degli anni ’80, erano molti i ragazzi e le ragazze che prendevano e andavano. Era una cosa normale: si riempiva lo zaino, una rapida occhiata all’orario dei treni, e col primo treno si andava. Venezia, Londra, Amsterdam, dove ti pare. Vi sembra impossibile, strano, anormale? Significa che siete vecchi dentro, e forse è tardi per rimediare.
Oggi il mondo è diverso, ma è diverso solo da qualche anno, non da un’eternità. Oggi il viaggio si prenota, e si pretendono tutte le comodità: si prenota con giorni e magari con mesi di anticipo, anche per andare da qui a lì devi avere la tesserina, essere fidelizzato, avere il numerino della coda. Oggi se vai in giro così, come si è sempre fatto, va a finire che ti arrestano, per non dir di peggio (il peggio è già successo, purtroppo, e più di una volta).  Io ho perfino smesso di andare al cinema: ho smesso quando, con la sala vuota, due spettatori come me mi hanno fatto alzare per andare a raggiungere il loro posto, quello corrispondente al numerino che avevano in mano. Non credevo ai miei occhi, ma mi sono alzato e li ho fatti passare: il film stava per cominciare, la sala era già mezza buia e quasi vuota, che importanza aveva quel numerino?
Un’altra canzone famosa degli Animals, un enorme successo, è stata “House of the rising sun”. Ne ho ascoltata di recente una versione disco, molto sdolcinata, e mi sono chiesto se c’era almeno qualcuno che sapeva l’inglese, se lo insegnavano ancora nelle scuole: il testo di quella canzone è terribile, come si fa a cantarla come se fosse la sigla di Candy Candy? Eppure così succede; negli anni ’60 era perdonabile che non si capisse cosa cantavano gli inglesi e gli americani, oggi mi sembra strano. La voce di Eric Burdon, forte e arrabbiata, gli rendeva piena giustizia; l’arrangiamento degli Animals era in chiave rock, e quindi commerciale, ma dava ancora il senso della tragedia raccontata nel testo, che è un testo di denuncia sociale.
Riascoltando “It’s my life”, e ripensando a quella versione disco-idiota di “House of the rising sun” mi sono venute molte domande, quelle che ho trascritto qui sopra e molte altre che provo a riassumere. Cos’è cambiato, nel frattempo? Cos’è successo, a questo mondo libero? Come è possibile che sia arrivata questa ondata di giovani sempre pronti ad abbassare la testa, ben felici di infilarsi nelle forche caudine, sempre pronti a dire “eh, è il regolamento”...Già, ma chi lo ha fatto quel regolamento? Un regolamento ferroviario non è la Costituzione, non è il Vangelo, dietro un regolamento postale o ferroviario c’è quasi sempre un burocrate ottuso e invadente. Ma ormai vale la regola del mai fermarsi a pensare, e del mai contestare; questi sono nati servi, già pronti ad ubbidire. Sia ben chiaro, non c’è niente di male a fare il servitore, il cameriere, il maggiordomo, l’addetto alle pulizie, lo stalliere: l’importante è la nostra dignità personale, l’importante sono le tutele sanitarie, la paga, i riposi, le ore di lavoro. L’altro giorno, ripensando di “L’invasione degli ultracorpi”, mi è venuto da dire che una prima generazione (quella cresciuta negli anni ’80) è stata rincoglionita dalle tv commerciali e dai cartoons di Bonolis, un’altra generazione (quella cresciuta negli anni ’90) è stata rovinata dai videogames e dai telefonini, e oggi...Un’analisi molto rozza, ne convengo, ma guardandosi in giro, semplicemente fotografando la realtà, viene da pensare che sia davvero così. Una generazione così servile e conformista credo che non si sia mai vista, non in tempi moderni; la paura è che per contrappasso ne nasca, di seguito, qualcosa di molto pericoloso e di violento.
Ma qui mi fermo, non posso pensare sempre a queste cose e mi consolo come posso: oggi lo faccio con la voce di Eric Burdon, vocalist di grande forza e potenza, se si vuole un po’ brutale, ma vuoi mettere? Non è la mia generazione, lo ripeto, e non ho nostalgie da hippy, io sono sempre stato un tipo tranquillo, perfino noioso, sedentario. Non ho mai fumato nemmeno una sigaretta, per dire, e anche con vino e birra ci sono sempre andato piano (credo di non essermi mai ubriacato, anche perché se bevo troppo io dormo), e quindi non ho nostalgie personali verso quegli anni, io nel 1964 facevo sì e no le elementari. Ma, santo Cielo, qui si accetta tutto supinamente...che generazione è, quella che accetta tutto “perché lo dice il regolamento”? Ma chi li ha scritti, quei regolamenti?
(le immagini: il disco colorato viene qui dai miei scaffali; l'altra copertina l'ho presa da wikipedia in inglese)