giovedì 3 febbraio 2011

Jacovitti 1971







Ecco uno che mi manca, e molto...(ma anch'io non sono più quello, e sapessi che delusione il mondo che è venuto dopo, caro vecchio Jac...) (Cocco Bill viene dal "Corriere dei Piccoli", annata 1971; le foto di Benito Jacovitti erano a corredo di un'intervista della quale però ho perso i riferimenti, anni '80 credo, forse RCTV).

mercoledì 2 febbraio 2011

2 febbraio

CAPITOLO I
Nel tempo dei tempi, ed erano bei tempi davvero, c'era una muuucca che veniva giù per la strada e questa muuucca che veniva giù per la strada incontrò un ragazzino carino detto grembialino...
Il babbo gli raccontava questa storia: il babbo lo guardava attraverso un monocolo: aveva una faccia pelosa. Grembialino era lui. La muuucca veniva per la strada dove abitava Betty Byrne, che vendeva filato di limone.
Oh, le belle rose di selva / là nel verde giardinetto.
Cantava questa canzone. Era la sua canzone.
Oh, le belle lose veldi. (...)
(James Joyce, Dedalus – Ritratto dell’artista da giovane – versione di Cesare Pavese, Frassinelli 1970)

Che nell’originale suona così:
CHAPTER I
Once upon a time and a very good time it was there was a moocow coming down along the road and this moocow that was down along the road met a nicens little boy named baby tuckoo. . . .
His father told him that story: his father looked at him through a glass: he had a hairy face.
He was baby tuckoo. The moocow came down the road where Betty Byrne lived: she sold lemon platt.
O, the wild rose blossoms
On the little green place.
He sang that song.
That was his song.
O, the green wothe botheth.
(James Joyce, Portrait of the artist as a young man, 1916)

Avevo iniziato a leggere la storia di Stephen Dedalus quando andavo ancora a scuola. Un compagno di classe, incuriosito, mi prende il libro, apre sulla prima pagina, e dice: «Ma cosa leggi queste cose qui??? Ma non hai nient'altra da fare?». Gli ho spiegato che era solo la prima pagina, poi cambia; ma - lo pensavo allora e lo penso ancora adesso - questo è proprio il mondo visto da un bambino, un bambino molto piccolo. E' un inizio bellissimo, e servirebbe anche la musica: Joyce è in ogni sua pagina pieno di musica, e di ottima qualità.
(2 febbraio 1882, compleanno di Joyce: auguri!)

lunedì 31 gennaio 2011

Don Giussani? ma per piacere...

E così, dopo 15 anni ininterrotti di governo ciellino-leghista-missinberlusconiano, 15 anni che sono ormai quasi sedici, siamo ancora al blocco del traffico come misura antismog. In settimana, se non piove o se non nevica, suppongo che salteranno fuori le targhe alterne...
Vediamo un po’ cosa si poteva fare, in questi 15 anni, e che non è stato fatto: incrementare il trasporto pubblico, per esempio. Partendo da quel 1995, primo anno del governo Formigoni in Lombardia, e arrivando fino ad oggi, sarebbe stato possibile togliere dalle strade tutti gli studenti e tutti quelli che fanno orario d’ufficio; se fosse stata attuata una delle proposte che circolavano negli anni ’70 e ’80 (per esempio studiare un sistema di trasporto pubblico sul tipo dei linfonodi del corpo umano, in tutta la Lombardia), solo un pazzo oggi andrebbe da Lecco a Milano negli orari di punta con la propria auto; e invece no, si va nella direzione opposta: tagli delle corse, chiusura delle stazioni e delle biglietterie, aumento del prezzo dei biglietti e degli abbonamenti (fino al 20%).
Si dirà: sono misure impopolari, ai lombardi i mezzi pubblici non piacciono. E’ vero, ma per questo ci sono le campagne stampa, per questo bisognava fare investimenti in modo tale da rendere le corse di bus e treni più frequenti e più confortevoli, invece no: i soldi che si sono trovati sono finiti tutti nei tornelli, nei maxischermi pubblicitari, nell’alta velocità.
Mi ricordo ancora, nel 2002 o nel 2003, il governatore Formigoni farsi bello davanti al tg: «I mezzi pubblici ci sono, e funzionano!», diceva, da perfetto testimonial pubblicitario, ripreso nell’atto di scendere da una carrozza della metropolitana. Subito ci fu chi gli fece notare che, se davvero tutti i pendolari avessero preso il giorno dopo la metropolitana, non ci sarebbero stati mezzi sufficienti; e che, soprattutto, la metropolitana c’è solo a Milano. Che farà un lombardo di Castellucchio, di Oltrona san Mamete, di Chiuro, di Anzano del Parco, di Bagolino, di Vidigulfo, se gli togliete l’automobile privata? (Notate bene: non sono paesini sperduti nelle pampas del Serruchòn...).
Ho incontrato spesso miei coetanei di CL (Comunione e Liberazione) fin dai tempi in cui andavo ancora a scuola, negli anni ’70, quando il movimento era ancora molto giovane. Non sembravano cattolici. Erano diversissimi dai ragazzi che si vedevano in parrocchia, dagli scout dell’Agesci, erano proprio un’altra cosa. Non ho mai approfondito più di quel tanto la figura di don Giussani, fondatore di CL: mi dicono che fosse un’ottima persona, e voglio crederci – anche per il rispetto che si deve a un prete. Però ho visto come è cambiata la mia Lombardia in questi 15 anni di governo ciellino (ciellino, leghista, missino, berlusconiano), e non posso far finta di niente. Se è vero che un albero lo si riconosce dai frutti che dà, 15 anni di governo a marca Comunione e Liberazione hanno il colore e il sapore del cemento, dell’asfalto, dello smog.
Comprerò dunque un’automobile che funziona a fiato, o ad aria compressa: se non c’è me ne fabbrico una, sperando che basti per risolvere il problema dell’inquinamento in Lombardia. Nell’attesa che venga pronto il prototipo, un saluto affettuoso al maestro Claudio Abbado: caro maestro, lo sapevano tutti che in questa Milano, in questa Lombardia, se trovano un albero lo sradicano subito, perché dà fastidio e sporca. Lei ci ha provato, a ricordare che cos’è la civiltà: centomila alberi da piantare a terra, a Milano, subito. Non si farà mai, lo sapevamo, ma è stato molto bello ascoltare la sua proposta.

sabato 29 gennaio 2011

O Cuneo, o Sondrio

«Sono un uomo di mondo, ho fatto il militare a Sondrio!» dice Totò in “Sette anni di guai”, anno 1951: resta adesso da vedere (è una questione filologica importantissima) se Sondrio viene prima della più famosa Cuneo; e chissà dove ha fatto veramente il militare, il nostro eroe.
Io propendo per Sondrio, e suppongo che si sia poi virati su Cuneo per questioni fonetiche: forse non tutti lo sanno, ma i librettisti d’opera evitavano di mettere acuti in parole con la o; e Sondrio di o ne ha tante. Provateci voi, a fare un acuto sulla o.
Gli acuti andavano sempre sulla i, come in “All’armi!”, e la u – come quella di Cuneo – era invece ottima per virtuosismi “Abbonda di virtù chi è senza pena...”. In ogni caso, la u è molto più sonora della o: che si presta invece benissimo alle note gravi dei bassi (Donizetti, La Favorita: “ma l’ultim’ora per lei suonò”). L’acuto più famoso nella storia dell’opera è però sulla e: “O teco almeno...” dal Trovatore (nel manoscritto di Verdi questo acuto non c’è, ma “O teco” si presta benissimo, e i tenori ci tengono). La lettera a è invece abbastanza neutra, si può usare oppure no, dipende dalla frase e dal contesto.
Non mi ricordo più quale è il film dove Totò dice “sono un uomo di mondo, ho fatto il militare a Cuneo”; però posso dire che in “Sette anni di guai” ci sono anche Carlo Campanini e Renato Castellani, che la regia è di Metz e Marchesi, e che l’azione si svolge in un manicomio, una “casa di matti” che permette molte battute degne di Lewis Carroll, ma in italiano e con ottimi attori (tutti quanti, non solo i tre che ho nominato).
Non è un gran film, ma è piacevole (a Totò si chiede un umorismo alla Buster Keaton, e non è il suo terreno migliore), e ci sono molte belle vedute di Roma e di Marino, le vecchie corti e gli abiti tradizionali delle donne del Lazio, che nel 1951 si usavano ancora.
Una cosa mi stupisce: che ci siano in giro dei film di Totò che non ho ancora visto. Incredibile, ma vero...

(il disegno di Andrea Pazienza viene dal mensile Linus, maggio 1982)

venerdì 28 gennaio 2011

Fare come nel '68

Nel ’68 avevo dieci anni (li compio a settembre, quindi in realtà erano nove e qualcosa) e mia mamma, sentendomi respirare a fatica, mi portava dall’otorinolaringoiatra. Un paio di visite (dolorose, e non è che il gelato alla fine aiutasse molto), e la diagnosi fu: adenoidi, operare. Non è che io avessi dei gran problemi, ma allora si operava, sempre e comunque. Tanto, a cosa servono le adenoidi?
Ieri mattina, gennaio 2011, sono tornato alla mutua (pardon, ASL) e ho trovato una coda enorme: alle dieci il contatore segnava più di seicento persone. Il motivo era questo: il rinnovo della tesserina sanitaria, che qui in Lombardia si chiama CRS, con acclusi il PIN e il PUK, sia per me che per mia mamma. (non sapete cos’è il PIN e il PUK, e la sigla CRS vi suona ostica? non preoccupatevi, è così per tutti meno che per i funzionari della Regione). Ok, c’era da aspettare: ma avevo tempo, e ho aspettato.
Memore del tempo glorioso del ’68, mi ero comunque portato dietro un libro: poco più in là, in un altro ambulatorio, c’erano dei posti liberi, mi sono seduto e mi sono letto il mio libro, così come facevo quand’ero bambino e andavo a fare le visite per le adenoidi. Dopo tre quarti d’ora, per fortuna con impiegati efficienti e cortesi e tra gente educata e abituata a questo e ad altro, è arrivato il mio turno, ho preso il PIN, il PUK, la CRS, mi hanno fatto le fotocopie della mia CI e di quella di mia mamma (non sia mai che ci rubino il PIN e il PUK!) e sono tornato a casa da bravo bambino, proprio come nel ’68. Basta attrezzarsi, insomma; e avere tanto ma tanto tempo libero. Magari si incontra anche qualche persona simpatica che non si vede da tempo, e si fa una bella chiacchierata, proprio come nel ’68.

PS: La Regione Lombardia spiega: per evitare le code, basta procurarsi il lettore di smart card e avere una connessione a internet. Traduco: bisogna comperarsi un apparecchietto apposito (pagandolo) e insegnare agli ottantenni e ai malati ad usare Google, Outlook, Facebook e Twitter – magari si divertono anche, chissà. (Come avrei fatto io? io avrei messo a disposizione di tutti delle apposite postazioni in mutua, o magari avrei delegato il compito ai medici di famiglia, così lavorano un po’ anche loro).
PPS: Il libro l’ho finito, era questo:

mercoledì 26 gennaio 2011

L'istruttoria

Un fatto successo di recente a Como: un uomo uccide un suo conoscente, lo decapita, cerca di bruciarlo in un forno. I carabinieri lo scoprono quasi subito, il processo è in corso in questi giorni. Il fatto suscita orrore, anche perché l’uomo è una persona ben conosciuta, è un comasco doc, ha un bel negozio di armi e articoli sportivi vicinissimo al Duomo, grandi vetrine, insomma l’orrore si mescola alla sorpresa: come è possibile che sia successo?
Lo stesso orrore, a Como e a Milano e a Varese, e non solo a Como, a Milano, a Varese, non suscitano le testimonianze che arrivano da Auschwitz, da Mauthausen, da Treblinka. Quando se ne parla, c’è sempre qualcuno che sbuffa, qualcuno che nega che sia mai successo, e (peggiori di tutti) quelli ci raccontano sopra le barzellette e quelli che si mettono a discutere sul numero dei morti e dei deportati: no, macché sei milioni, erano un milione soltanto – come se un milione di morti fosse una bazzecola, come se non ne bastasse anche uno, uno solo, ucciso e bruciato in un forno, per generare orrore. Figuriamoci se poi si tratta non di una persona sola, ma di dieci, cento, mille, un milione...

Di prove ne esistono, e tante. Di testimonianze ne esistono, e tante. Basta aver voglia di ascoltare, di leggere, di informarsi: a me, da bambino, era bastata la visione di una sola foto sui giornali. Avevo chiesto: mamma, cos’è questo? Ed erano foto di cadaveri, poveri corpi ridotti a pelle e ossa: decine, centinaia di morti, ritrovati dai russi e dagli americani al loro arrivo ad Auschwitz.
Molte di queste testimonianze furono raccolte da Peter Weiss nel dramma “L’istruttoria”:
« Dal 20 dicembre 1963 al 20 agosto 1965 si svolse a Francoforte sul Meno un processo contro un gruppo di SS e di funzionari del Lager di Auschwitz. In seguito al movimento di opinione pubblica provocato nel mondo dal processo ad Adolf Eichmann tenuto a Gerusalemme nel 1961, per la prima volta la Repubblica federale tedesca affrontava in maniera impegnativa la questione delle responsabilità individuali, dirette, imputabili a esecutori di ogni grado, attivi nei recinti di Auschwitz. Il processo ebbe dimensioni proporzionate alla sua importanza; nel corso di 183 giornate vennero ascoltati 409 testimoni, 248 dei quali scelti tra i 1506 sopravvissuti del Lager. La storia del campo o meglio dei campi di Auschwitz, dalla loro apertura, nel giugno del '40, all'evacuazione per l'avvicinarsi delle truppe russe (gennaio 1945) fu rievocata, a un quarto di secolo di distanza da chi vi aveva partecipato come vittima, aguzzino o complice, rimasto a piede libero, degli aguzzini stessi. I volti, gli atteggiamenti; certe battute degli imputati più conosciuti: il vicecomandante Robert Mulka, il Rapportführer: Oswald Kaduk, i funzionari della Sezione politica Wilhelm Boger e Hans Stark, divennero noti in tutto il mondo attraverso servizi giornalistici; una sinistra celebrità acquistarono personaggi che, per singolari dispositivi della macchina della legge, figuravano non tra gli imputati ma tra i testimoni, a fianco delle loro vittime.
Tale categoria era rappresentata soprattutto da medici, dal personale impiegato in Auschwitz per la "selezione", per la scelta, cioè, del materiale umano da eliminare immediatamente o da consegnare all'industria (durata media della vita di un detenuto-operaio: nove mesi). L'operazione di cernita, che comportava l'invio diretto, nelle camere a gas, dei bimbi, dei vecchi, dei deboli, dei malati, apparve forse per la prima volta in maniera così evidente, legata all'accordo tra alcune industrie tedesche e il governo. I grandi industriali del Reich non potevano ignorare il prezzo 'reale' d'una mano d'opera offerta a condizioni estremamente vantaggiose.
Peter Weiss assistette a molte sedute del processo di Francoforte. Vide le figure degli imputati e dei testimoni, assistette al tentativo di fare rientrare negli schemi della giustizia umana crimini non solo senza precedenti, ma inconcepibili. Da note prese durante le sedute, soprattutto dai resoconti redatti da Bernd Naumann per la "Frankfurter Allgemeine Zeitung", lo scrittore ricavò materiali per 'Die Ermittlung, L'Istruttoria" (il titolo italiano rende solo in parte il senso di quello tedesco, il suo aspetto tecnico-giuridico, escludendo il significato di accertamento dei fatti, di verifica, pure essenziale). Il giudice, il difensore, il procuratore, diciotto accusati e nove testimoni anonimi, ognuno dei quali impersona più di un testimone reale, sono i personaggi di questo "oratorio in undici canti"; nel quale non è passata una parola che non sia stata pronunciata nell'aula del tribunale. (...)
(Giorgio Zampa, introduzione a “L’istruttoria” di Peter Weiss)

“L’Istruttoria” l’ho visto in teatro nel febbraio 1994, a Milano, per la regia di Gigi Dall’Aglio: una messa in scena perfetta, di quelle che non si dimenticano. Mi ero segnato queste righe: “Uno spettacolo rigoroso, di grande attualità, con una regia molto bella e un’interpretazione toccante. L’unica cosa che non va, è che nel pubblico c’erano solo persone che non avevano bisogno di ripassare la storia, né di convincersi che il nazismo è stato un orrore e può ripetersi: insomma, mancavano i naziskin, gli ultrà da stadio, quelli che votano a destra, quelli che vogliono eliminare la festività del 25 aprile...”
Un commento del 1994 che potrei riscrivere oggi tale e quale: mi è rimasto in mente, quel pomeriggio passato ad assistere al dramma di Weiss. Perché loro, gli interessati, quelli che avrebbero bisogno di informarsi, stanno molto alla larga dalla verità e se ne costruiscono una su misura per loro. Se incontrano qualcuno che gli mostra i fatti così come sono successi, cambiano strada: so bene che nessuno di Forza Nuova, nessun leghista alla Borghezio, nessun ultrà da stadio (eccetera) si è mai veramente interessato per essere veramente informato sui fatti. Quando si va sull'argomento, recitano puntigliosi quelle quattro parole che si ripetono sempre quando sono tra di loro, e basta: nessuna voglia di confrontarsi, di informarsi, di ascoltare. Nel caso gli venisse voglia di informarsi, basterebbe un’immagine sola, una testimonianza sola, - come accadde a me da bambino - per uscire immediatamente da quei movimenti e da quei partiti, e per starne da quel momento in poi il più lontano possibile.

martedì 25 gennaio 2011

Ewan Mac Coll

Una voce forte, potente, indimenticabile; una voce antica, arcaica, che sembra arrivare da tempi lontani e che invece ci parla direttamente, perché – nel caso non ve ne foste ancora accorti - è dei nostri giorni che ci sta parlando. E’ la voce di Ewan Mac Coll, autore di canzoni magnifiche, bardo antico e voce potente di denuncia politica.

BALLAD OF ACCOUNTING
(Ewan MacColl)
In the morning we built the city;
in the afternoon walked through its streets;
evening saw us leaving.
We wandered through our days
as if they would never end
All of us imagined
we had endless time to spend
We hardly saw the crossroads
and small attention gave
To landmarks on the journey
from the cradle to the grave,
cradle to the grave, cradle to the grave ...
Did you learn to dream in the morning?
Abandon dreams in the afternoon?
Wait without hope in the evening?
Did you stand there in the traces
and let 'em feed you lies?
Did you trail along behind them
wearing blinkers on your eyes?
Did you kiss the foot that kicked you,
did you thank them for their scorn?
Did you ask for their forgiveness
for the act of being born,
act of being born, act of being born?
Did you alter the face of the city?
Make any change in the world you found?
Or did you observe all the warnings?
Did you read the trespass notices,
did you keep off the grass?
Did you shuffle up the pavements
just to let your betters pass?
Did you learn to keep your mouth shut,
were you seen but never heard?
Did you learn to be obedient
and jump to at a word,
jump to at a word, jump to at a word?
Did you demand any answers?
The who and the what and the reason why?
Did you ever question the setup?
Did you stand aside and let 'em choose
while you took second best?
Did you let 'em skim the cream off
and give to you the rest?
Did you settle for the shoddy
and did you think it right
To let 'em rob you right and left
and never make a fight,
never make a fight, never make a fight?
What did you learn in the morning?
How much did you know in the afternoon?
Were you content in the evening?
Did they teach you how to question
when you were at the school?
Did the factory help you,
were you the maker or the tool?
Did the place where you were living
enrich your life and then
Did you reach some understanding
of all your fellow men,
all your fellow men, all your fellow men?
recorded by Ewan MacColl on "Black And White" (1972)
(Nel mattino costruimmo la città, nel pomeriggio camminavamo nelle sue strade, la sera ci vide andar via; vagammo attraverso i nostri giorni come se non dovessero finire mai, noi tutti immaginavamo che il nostro tempo non avesse mai fine. A malapena facevamo caso agli incroci delle strade, facevamo poca attenzione alle pietre miliari che segnavano il nostro cammino dalla culla fino alla tomba, dalla culla fino alla tomba... Hai imparato a sognare nel mattino? Hai abbandonato quei sogni nel pomeriggio? Hai aspettato senza speranza, nella sera?Sei mai rimasto fermo sulle tracce dei carri, a farti nutrire dalle loro bugie?Hai mai seguito quelle tracce, con i paraocchi come i cavalli? Hai mai baciato il piede che ti ha appena dato un calcio, li hai mai ringraziati per il loro disprezzo? Gli hai mai chiesto perdono per il fatto di essere nato, per il semplice fatto di essere nato?....)

Qualche notizia da wikipedia (l’edizione in inglese, in italiano c’è poco o niente): Ewan Mac Coll nasce nel 1915 nel Lancashire, da genitori scozzesi: il suo nome vero è James Henry Miller, Ewan Mac Coll è uno pseudonimo. Suo padre era un fabbro, e dovette abbandonare la Scozia perché non trovava lavoro essendo di idee socialiste.
Mac Coll è un autodidatta, studia da solo alla biblioteca di Manchester dopo aver abbandonato gli studi, mentre svolge lavori saltuari: è il periodo della Grande Depressione (gli anni ’30, quelli che in USA furono descritti da Steinbeck in “Furore”) e trovare un lavoro è molto difficile. Per avere qualche soldo, Mac Coll comincia a esibirsi come musicista di strada. Comincia anche a fare spettacoli, e si iscrive al Partito Comunista. Viene presto schedato dai servizi segreti britannici, e le sue canzoni – ormai famose, come “Manchester rambler” - verranno vietate dalla BBC.
Si sposa con Joan Littlewood, e insieme collaborano in teatro e nella musica; è un periodo di grandi difficoltà e pericoli, anche a causa della guerra. E’ in questo periodo che James H. Miller cambia il suo nome d’arte in Ewan Mac Coll: che è più dichiaratamente scozzese, e che è più facile da memorizzare rispetto a Miller, che è un cognome molto diffuso che si può facilmente confondere con gli altri Miller nel campo dello spettacolo.
Mac Coll viene fortemente influenzato dalle ricerche di Alan Lomax, il musicologo e antropologo americano che è all’origine della riscoperta del folk e delle tradizioni locali (i due Lomax, padre e figlio, furono molto attivi in tutto il mondo e anche in Italia, collaborando con Diego Carpitella ed Ernesto de Martino, e influenzando molto Roberto Leydi).
Nel 1956 inizia la relazione di Mac Coll con Peggy Seeger, che è molto più giovane di lui. Mac Coll era reduce da due matrimoni (la seconda moglie, Jean Newlove, gli ha dato due figli), e la nuova relazione suscita un certo scandalo, ma si tratta di un amore vero che durerà molti anni. Peggy Seeger va in tournée negli Usa, ma Mac Coll non può seguirla perché, in quanto membro del Partito Comunista, gli viene negato il visto d’ingresso negli Usa: questa circostanza è all’origine della canzone “The first time ever I saw your face” che vinse un Grammy Award negli anni ’70, nell’interpretazione di Roberta Flack. “Dirty old town” è stata incisa da molti gruppi e cantanti famosi, i Dubliners, Rod Stewart, the Pogues; molte altre sue canzoni e ballate sono state riprese da Planxty, The Dubliners, Dick Gaughan, The Clancy Brothers, Elvis Presley, Weddings Parties Anything, Johnny Cash; ed è strano, a pensarci oggi, che i Rolling Stones non abbiano mai messo Ewan Mac Coll nel loro repertorio (troppo politicizzato per i ricchissimi Stones?). Mac Coll fu attore alla radio dal 1933 in avanti; negli anni ’60 scrisse molte canzoni per i movimenti di protesta e fu tra i protagonisti del folk revival inglese e americano. Muore nel 1989.
Il copyright sulle musiche e sui testi di Ewan Mac Coll è stato messo solo dopo la sua morte, nel 1992, dalla sua vedova Peggy Seeger.

DIRTY OLD TOWN
(Ewan Mac Coll)
I found my love 'neath the gasworks croft falls
Dreamed a dream by the old canal
Kissed my girl by the factory wall
Dirty old town, dirty old town
Clouds are drifting across the moon
Cats are prowling on their beat
Springs a girl in the streets at night
Dirty old town, dirty old town
Heard a siren from the dock
Saw a train set the night on fire
Smelled the spring on the smoky wind
Dirty old town, dirty old town
I'm going to take a good sharp ax
Shining steel tempered in the fire
We'll chop you down like an old dead tree
Dirty old town, dirty old town...
(ho trovato il mio amore tra le “gasworks croft falls”, ho sognato un sogno giù al vecchio canale, ho baciato la mia ragazza al muro della fabbrica, vecchia sporca città, vecchia sporca città...Le nuvole vanno alla deriva attraverso la luna, i gatti vanno a caccia nella loro ronda, salta fuori una ragazza nelle strade di notte, vecchia sporca città, vecchia sporca città...Ho ascoltato una sirena dal porto, ho visto un treno infiammare la notte, ho sentito l’odore della primavera nel vento pieno di fumo, vecchia sporca città, vecchia sporca città...Vecchia sporca città, vado a prendere un’ascia affilata, acciaio splendente temprato nel fuoco, ti faremo a pezzi come un vecchio albero morto, vecchia sporca città, vecchia sporca città...)

(le traduzioni sono mie, un po' improvvisate - chiedo scusa per le imprecisioni ma è difficile trovare materiale su Ewan Mac Coll) (nella foto qui sotto, Ewan Mac Coll è con Peggy Seeger)
(testi e fotografie da http://www.peggyseeger.com/ )