mercoledì 8 giugno 2011

Quattro giorni senza Poste

L’inizio di giugno è stato memorabile, per Poste Italiane: quattro giorni di blocco totale. Che io mi ricordi non era mai successo, nemmeno con gli scioperi si era mai arrivato a tanto. Ma stavolta non c’era in mezzo niente, solo un semplice blocco dei computer: c’è chi dà la colpa agli hacker cinesi, e dar la colpa ai cinesi si sa che è facilissimo. Cinesi, zingari, comunisti, Roma ladrona, dar la colpa a chiunque ma mai ammettere i propri errori: va beh, pazienza, questo lo sapevamo già, e io per mia fortuna in quei giorni non ho avuto bisogno delle poste. Per il futuro, come tutti, faccio gli scongiuri: a suo tempo ho votato contro, oggi cos’altro potrei fare?
Il vero problema a mio parere (oltre a una generazione di manager sciagurata: i manager, e non solo i politici) è l’illusione di fare tutto più in fretta, di essere veloci, ma veloci per fare cosa? Sia in Posta che negli uffici della ASL Lombardia (e faccio solo due esempi dei tanti possibili) da gennaio in qua ho visto delle code spaventose, minimo un’ora per arrivare a uno sportello, e oggi c’è questa novità: quattro giorni senza Poste, e anche il sistema di pagamento delle tabaccherie in tilt. Ripenso a quando bastavano un timbro e una biro, e mi viene una gran nostalgia: con degli impiegati efficienti (e qui sta il punto: efficienti), bastava un timbro e si risolveva tutto velocemente. Invece, con il computer bloccato, anche il migliore degli impiegati non può più fare niente.
Ormai funziona dappertutto così. Ti danno una password, anzi due, tre, dieci; e che sia piena di caratteri astrusi, segni non di lettere dell’alfabeto ma trattini, puntini, sbarre, punti e virgola, maiuscole minuscole alternate, simboli del dollaro, punti esclamativi, caratteri greci e cirillici, e ti dicono che così sei in sicurezza, e invece il giorno dopo leggi che hanno rubato centomila password in un colpo solo, e in pochi minuti, carte di credito comprese (è appena successo su scala mondiale per i clienti della playstation, che non sono mica centomila...). Almeno, prima, per rubare bisognava armarsi con un piede di porco, agire nottetempo e scassinare un archivio stando attenti alle sirene della polizia...
E’ l’illusione di governare tutto con dei gadget, quella che porterà alla rovina la nostra società (beh, spero di no, ovviamente spero di sbagliarmi). L’illusione che la nostra sicurezza sia in mano alle password, ai caschi obbligatori nei cantieri e sulle biciclette (alla Thyssen gli operai avevano il casco), alle sirene quando fai la retromarcia (e se uno sviene, o se non si sposta?), alle P grandi come una casa sul lunotto posteriore per i neopatentati (in realtà bisogna stare attenti a tutte le automobili, anche il migliore dei guidatori può avere un problema), ai guanti di protezione per i panettieri (voi dite che lavorare coi guanti è più igienico? santa ingenuità...), ai diserbanti e insetticidi e disinfettanti anche quando non servono (non servono quasi mai), eccetera eccetera. La prima norma di sicurezza è l’addestramento del personale, avere personale esperto e responsabile: invece si precarizza, oggi ci sei domani chissà; si paga il personale poco o niente; si mette tutto nelle mani degli smanettoni e dei “creativi”; non si ascolta il parere di chi lavora e dei clienti, eccetera: ormai è la prassi, e questi sono i risultati.
Quattro giorni di blocco totale alle Poste, quando mai si era visto? Nemmeno con gli scioperi degli anni ’70...

PS: il giorno dopo aver pubblicato questo post, vedo in tv (ad Anno Zero) il ministro Brunetta che spiega ai dipendenti del Tribunale di Milano (con l'atteggiamento che si usa coi bambini) che adesso di cancellieri e di personale non c'è più bisogno, perché a Milano è tutto on line. Gli rispondono che non hanno nemmeno lo scanner, e che il personale per l'installazione e la manutenzione dei computer e per la sicurezza del software è ridotto a poche unità, a causa dei tagli tremontici e brunettiani. Brunetta risponde che i magistrati sono dei fannulloni, e la cosa finisce lì. Mi sembra un episodio emblematico: si risolve tutto con uno slogan, il personale non serve perché siamo on line. Evviva! (Preparatevi, il blocco di quattro giorni delle Poste è destinato a ripetersi, non so dove e non so quando, ma questa generazione di dirigenti fa veramente spavento).

martedì 7 giugno 2011

Il Duca va alla guerra

Nel 1595 l’ipod non era stato ancora inventato, e in ogni caso ricaricare la batteria sarebbe stato un po’ troppo complicato. E’ per questo motivo, suppongo, che il Duca di Mantova partì per la guerra in Pannonia (pardon, Ungheria) portandosi dietro tutta l’orchestra che aveva a casa sua, compreso Claudio Monteverdi che ne era il direttore principale, nonché compositore di corte. Il quale Monteverdi, va detto, non è che ne fosse particolarmente contento.

da “Monteverdi” di Paolo Fabbri, ed. EDT Torino, pag.45 e seguenti:
A Mantova non dovettero mancare le occasioni per Monteverdi di proporsi porsi all'attenzione del duca: le sue molteplici virtú (di cantore, violista, «novello Orfeo col suono della sua viola, di cui non ebbe pari» ", e compositore) furono per la prima volta messe alla prova in un'occasione importante nel 1595 quando Vincenzo, unico tra i signori italiani oltre al papa, decise di aderire all'appello dell'imperatore Rodolfo II d'Asburgo per una lega contro i turchi che dall'Ungheria minacciavano sempre piú gravemente l'Europa.
Piú d'una volta Vincenzo era stato sul punto di porre in essere quegli ideali cavallereschi che trovava epicamente idealizzati nella Gerusalemme liberata: se Lodovico Arrivabene, letterato di corte, gli auspicava genericamente di diventare il campione di una nuova crociata in Terrasanta, in Francia contro gli ugonotti (dove lo chiamava lo zio Ludovico Gonzaga di Nevers) avrebbe potuto piú agevolmente ed immediatamente praticare quell'ideale di santa milizia.
Alla chiamata di Rodolfo, cui fece eco il papa con accorate parole, il duca Vincenzo si risolse, inviando tre compagnie di archibugeri a cavallo comandate dal conte Carlo de' Rossi: la spedizione, cui decise d'intervenire personalmente, lasciava Mantova alla fine di giugno del 1595.
Mentre la cavalleria raggiungeva direttamente il campo degli imperiali a Gran, il duca vi si dirigeva con piú comodo passando per Trento, Innsbruck, Otting, Linz, Praga e Vienna, compiacendosi dei festeggiamenti frequentemente allestitigli dagli ospiti. Vincenzo poi viaggiava accompagnato da una corte ridotta ma completa: alle necessità musicali doveva provvedere una piccola cappella di quattro elementi a capo della quale, forse ~ proprio per le sue molte abilità, era stato posto Monteverdi, nelle carte della spedizione esplicitamente menzionato come «maestro di cappella» (gli altri erano il castrato Teodoro Bacchino e i due bassi Giovan Battista Marinoni e Serafino [Terzi?]). Anche una volta giunto al campo dell'arciduca Mattia, Vincenzo non si negherà una vita brillante, allietata dalle universalmente ammirate esibizioni della sua cappella musicale, che non dovette essere impegnata solo nella musica sacra come vorrebbe far credere il cronista ufficiale della spedizione Fortunato Cardi, tutto preso a sottolineare la cristianissima condotta dei mantovani (al campo imperiale erano presenti anche molte truppe di religione protestante).
«Qui non mi pare di tacere che ne suoi padiglioni, ch'erano molti e belli, stava et si faceva servire il sig. duca [Vincenzo] alla grande, perché oltre una solita guardia d'arcobugieri, che teneva alla sua persona, et che aveva seco una numerosiss.a et compita famiglia, et in part. una grossa mano di cavalieri titolati et gentiluomini, onde di continovo faceva con molto suo splendore una lautiss.a tavola, banchettò anche S.A. spesso sontuosam. molti sig. et baroni dell'essercito, i quali la maggior parte del giorno venivano a trattenersi amorevolm.te con S.A. D'ordine della quale non solo le feste, ma ogni giorno si dicevano nel suo quartiere quattro et cinque messe, et si viveva catolicamente, ma nelle solennità si faceva cantare vesperi con musica di cantori et organo, che aveva condotti seco, con infinito gusto non dico di quelli che servivano a S.A., ma d'altri cat[toli]ci dell'essercito, che vi concorrevano; occorrendo anche molte volte ch'il ser.mo arciduca si faceva fare musica per suo passatempo dalli med.mi cantori. » (F. Cardi, relazione ufficiale della spedizione, dagli archivi Gonzaga di Mantova)
A novembre di quello stesso 1595 i mantovani, protagonisti in settembre della presa di Visegrado, rimpatriavano dopo aver attraversato Vienna, la Stiria, la Carinzia e la repubblica di Venezia. A non considerarne i disagi, per Monteverdi (che allora aveva uno stipendio di dodici scudi e mezzo al mese) quel viaggio fu gravoso anche economicamente, obbligandolo ad un supplemento di spese quanto mai sgradito. «Io dicco a V.S.Ill.ma che la fortuna mia hauta a Mantoa per dieci nove anni continui m'ha datto occasione di chiamarla inimica a me et non amica, perché, se dal sere. sig. ducca m'ha favorito d'esser agratiato di poterlo servire in Ongheria, m'ha disfavorito anco con farmi avere una gionta di spese che la povera casa nostra quasi ancora ne sente di quel viaggio», scriverà il compositore ad Annibale Chieppio da Cremona, il 2 dicembre 1608, cioè quasi quindici anni più tardi.

Qualche tempo dopo il ritorno della spedizione d'Ungheria, agli inizi di maggio del 1596 moriva a Mantova il maestro di cappella Giaches de Wert ed al suo posto veniva nominato il cremonese Benedetto Pallavicino, piú anziano di Monteverdi sia anagraficamente che professionalmente (era a Mantova dal 1582 ed aveva al suo attivo diverse raccolte di madrigali, piú collaborazioni a parecchie miscellanee). Fu probabilmente per questo che il compositore in quel giro d'anni intrattenne rapporti più stretti con gli ambienti ferraresi, dove sperava forse di trovare quella sistemazione di maggior prestigio e responsabilità che a Mantova gli si precludeva chissà per quanto ancora. (...)
da “Monteverdi” di Paolo Fabbri, pag. 45 e seguenti, Paolo Fabbri, ed. EDT Torino.

lunedì 6 giugno 2011

Un giorno, un'ora sola

Ottone era fidanzato con Poppea, ma adesso Poppea ha trovato di meglio: l’uomo più ricco e più potente, Nerone in persona. Eppure Ottone è ancora innamorato di Poppea, di notte si è recato sotto al suo balcone sperando di vederla; ma ad un certo punto, nella notte, si accorge di non essere da solo in quella piazza, e capisce finalmente che per lui non c’è davvero più posto. Due soldati vegliano infatti la casa di Poppea: i soldati di Nerone.
Beh, dire che vegliano è un po’ troppo, diciamo che sono lì presenti...

da “L’incoronazione di Poppea” di Claudio Monteverdi,
libretto del veneziano Francesco Busenello.
OTTONE
Ma che veggio, infelice? Non già fantasmi, oppur notturne larve: son questi i servi di Nerone; ahi dunque
agli insensati venti io diffondo le lacrime e i lamenti...
Necessito le pietre a deplorarmi,
adoro questi marmi,
amoreggio con le lacrime un balcone,
e in grembo di Poppea dorme Nerone. (...)
Scena II
PRIMO SOLDATO
Chi parla ? Chi va lì ?
SECONDO SOLDATO
Camerata, che fai ?
Par che parli sognando.
PRIMO SOLDATO
Sorgono pur dell'alba i primi rai.
SECONDO SOLDATO
Su, risvegliati tosto,...
PRIMO SOLDATO
Non ho dormito in tutta notte mai.
SECONDO SOLDATO
...Su, risvegliati tosto,
guardiamo il nostro posto.
PRIMO SOLDATO
Sia maledetto Amor,
Poppea, Nerone,
e Roma, e la milizia!
Soddisfar io non posso alla pigrizia
un giorno, un’ora sola...
SECONDO SOLDATO
La nostra imperatrice
stilla se stessa in pianti,
e Neron per Poppea la vilipende;
l'Armenia si ribella
ed egli non ci pensa;
la Pannonia dà all'armi,
ed ei se ne ride.
Così, per quant'io veggio,
l'impero se ne va di male in peggio.
PRIMO SOLDATO
Dì pur che il prence nostro ruba a tutti
per donar ad alcuni;
l'innocenza va afflitta
e i scellerati stan sempre a man dritta.
...
PRIMO SOLDATO
Non ridire ad alcun quel che diciamo,
nel fidarti va scaltro;
se gl'occhi non si fidan l'un dell'altro
e però nel guardar van sempre insieme.
SECONDO e PRIMO SOLDATO
Impariamo, impariamo dagl'occhi,
a non trattar da sciocchi.
PRIMO SOLDATO
Ma, già s'imbianca l'alba, e vien il dì;
PRIMO e SECONDO SOLDATO
Taciam, Nerone è qui.
(da “L’incoronazione di Poppea” di Claudio Monteverdi, anno 1643, libretto del veneziano Francesco Busenello.)

Questa scena è in parte cantata e in parte recitata: ma è il “recitar cantando” di Claudio Monteverdi, se gli interpreti sono bravi questa scena è un capolavoro. Quanto a ciò che si dicono i due soldati, ogni paragone con l’oggi è ampiamente autorizzato: basta sostituire la Pannonia e l’Armenia con altre nostre località, e poi non c’è nemmeno bisogno di correggere una virgola.

domenica 5 giugno 2011

Qual linea al centro

A scuola ho avuto un buon insegnante di lettere, ma i programmi delle scuole sono quello che sono, e lo sappiamo tutti. Ti fanno disamorare di Leopardi, per esempio; e tacciono del tutto su poeti straordinari. Per fortuna, dopo il diploma (perito chimico) non ho più avuto obblighi di esami o interrogazioni, ed ho potuto sfogarmi. Il mondo dell'opera, per esempio, mi ha portato a scoperto straordinarie: Lorenzo Da Ponte e i suoi libretti per Mozart, ma anche quello che Ranieri de' Calzabigi scrisse per Gluck.
Andando ancora più indietro nel tempo, Monteverdi. Nei madrigali di Monteverdi ho trovato Tasso e Petrarca, ma anche tanti altri dei quali ignoravo l'esistenza, come quell'Alessandro Striggio che scrisse per lui l'Orfeo.

Ma, per esempio, e per citare un poeta che ben difficilmente troverete nei libri scolastici, cosa può dire un innamorato sotto il balcone dell'amata che lo ha abbandonato per un uomo ricco e potente ? Se è in un'opera di Monteverdi, questo:
E pure io torno qui, qual linea al centro,
qual foco a sfera, e qual ruscello al mare,
e se ben luce alcuna non appare
ah, so ben io che sta il mio sol qui dentro.
Caro tetto amoroso,
albergo di mia vita e del mio bene,
il passo e 'l cor ad inchinarti viene.
Apri, apri un balcon, Poppea,
col bel viso in cui son le sorti mie,
previeni, anima mia, precorri il die.
Sorgi, e disgombra homai
da questo ciel caligini e tenebre
con il beato aprir di tue palpebre.
Sogni, portate a volo
su l'ali vostre in dolce fantasia
questi sospir alla diletta mia.
(aria di Ottone, da L'incoronazione di Poppea ) (versi di Francesco Busenello )

Purtroppo, è ancora molto diffuso il vizio di affidare quest’aria a falsettisti più o meno intonati, rendendo così poco più che una curiosità questa musica meravigliosa. Si ascolta “l’uomo che canta con la voce da donna” e si perde del tutto il senso del discorso: si finisce per considerare tutta l’opera lirica come un’inutile bizzarria, per non dire altro. Ricordo invece bellissime esecuzioni di questa melodia ad opera di voci femminili (per esempio Bernadette Manca di Nissa, che la cantò alla Scala negli anni ’90), purtroppo introvabili. Il vero rimpianto, però, è Tito Schipa: che l’avrebbe cantata magnificamente, come nessun altro al mondo, con voce di tenore.

PS: i concetti esposti all’inizio, “qual foco a sfera, e qual ruscello al mare”, sono di origine matematica e alchemica. Monteverdi era figlio di un medico e farmacista, e nel ‘500 il confine tra alchimia, chimica, medicina e farmacia era ancora molto labile. Si tratta comunque di immagini rare e affascinanti, anche solo ad una semplice lettura: la ricchezza della poesia e della letteratura di quel tempo (si pensi all’Ippogrifo dell’Ariosto) oggi ci sembra strana ed esagerata, e io direi che succede perché il nostro immaginario, svilito prima dalla tv commerciale e poi dal 3D e dai videogames, è ormai ridotto a ben poca cosa.

sabato 4 giugno 2011

Ligustro

Il mio vicino di casa gioca con il diserbante, e così mi vedo morire e seccare due o tre piantine della siepe: questa siepe che ha la mia età, che segna il confine del palazzo (nei tempi civili i confini si facevano con le siepi, o al massimo con un muretto basso, di pochi centimetri) e che è minacciata perennemente dalla speculazione edilizia che vorrebbe aprire strade anche dove non ce n’é bisogno.
- Di questa non ne ho in magazzino – dice il giardiniere – Fa lo stesso se metto delle piante di un’altra varietà?
E’ così che ho imparato (con i nomi delle piante ho sempre fatto una gran confusione) che la mia siepe è di ligustro, e che di ligustro esistono diverse varietà: la differenza sta nelle foglie, di forma leggermente diversa, ma soprattutto nei fiori. I fiori sono bianchi, molto profumati, alcune specie di ligustro li fanno piccoli a grappolo, altri hanno invece il fiorellino un po' più grande, con quattro petali. E poi ci sono tutte le varianti, gli innesti, le selezioni operate dai giardinieri: non sto qui a mettere tutti i nomi, ma io adesso che l’ho notato ogni volta che vado in giro continuo a vedere le piante di ligustro e le loro varietà. C’erano anche prima, ma non le vedevo; lo sanno invece bene le api, che sui fiori di ligustro accorrono numerose. Come già per il timo e per i fiori di zucca, molto amati da api e bombi, mi chiedo come sarà il miele di ligustro: lo immagino chiarissimo, fluido, lievemente profumato. Però poi le bacche che si formano sono velenose, meglio chiedere, informarsi...

D’inverno il verde regge abbastanza bene, almeno fino ai primi freddi; ma poi ogni anno, a febbraio, la mia siepe di ligustro sembra secca, morta, grigia, spenta. Invece basta che si metta a piovere, e in un attimo tutto diventa verde, verde nuovo e brillante. Un miracolo, una meraviglia che aspetto ad ogni primavera, e che mi piacerebbe vedere per molti anni ancora (so già che non sarà così).
Cruda Amarilli, che col nome ancora,
d'amar, ahi lasso! amaramente insegni;
Amarilli, del candido ligustro
più candida e più bella,
ma de l'aspido sordo
e più sorda e più fera e più fugace;
poi che col dir t'offendo,
i' mi morrò tacendo.
Gian Battista Guarini (1538-1612), da Il Pastor Fido (1590)
(musicato nel Quinto Libro dei Madrigali, uno dei capolavori di Claudio Monteverdi. )
("Cruda" sta per crudele: se ci si pensa bene si usa ancora oggi, "cruda sorte" e simili. Amarilli, stessa radice di “amaranto”, è il nome di un fiore, e qui è il nome di una donna: si gioca sul doppio significato di “amare”. “Aspide” è un tipo di vipera, “fera” è fiera, feroce; e "fugace" è nel suo significato originario, qualcosa che fugge via veloce.)

Aggiornamento al 30 giugno 2012: per la maggior parte delle persone, una siepe è solo sporcizia e i confini segnati con le siepi semplicemente non esistono. Io continuo a pensare che fossero tempi civili quelli in cui i confini si segnalavano con delle siepi, o con dei muretti bassi, di pochi centimetri; ma vedo che sono rimasto solo, obsoleto, vecchio. Insomma, non è il mio mondo, è il vostro: ma sono costretto a rimanere qui, e la cosa mi dispiace molto.

venerdì 3 giugno 2011

Conigliera

Una piccola storia d’amore molto bella, ma anche una storia che racconta, sia pure in maniera molto blanda, di sperimentazione sugli animali: ma siamo negli anni ’40, di vivisezione non si parlava ancora, e posso assicurare che il protagonista di questa storia aveva ben altre preoccupazioni, in quel momento; e di peggiori ne avrebbe avute di lì a poco. E’ anche un bel notturno milanese, uno dei più bei ritratti di Milano che siano mai stati descritti; però non lo riporto tutto, metto qui solo i conigli perché sono conigli molto divertenti ed è un peccato se qualcuno se li perde.

... ci eravamo accorti, Giulia ed io, che le stesse mani ignote lasciavano in laboratorio, in nostra assenza, tracce appena percettibili. Un armadio, chiuso a chiave alla sera, era aperto al mattino. Uno stativo aveva cambiato posto. La cappa, lasciata aperta, era abbassata. Un mattino di pioggia, come Robinson, trovammo sul pavimento l'orma di una suola di gomma: il Commendatore portava scarpe di gomma. «Viene di notte a fare l'amore con la Loredana», decise Giulia: io pensavo invece che quel laboratorio, ossessivamente ordinato, doveva servire per qualche altro impalpabile e segreto lavorio svizzero. Mettemmo sistematicamente degli stecchi infilati dall'interno nelle porte, sempre chiuse a chiave, che dalla Produzione immettevano nel laboratorio: al mattino gli stecchi erano sempre caduti. Dopo due mesi disponevo di una quarantina di analisi: le piante col contenuto in fosforo piú alto erano la salvia, la chelidonia e il prezzemolo. Io pensavo che a questo punto sarebbe stato opportuno determinare in quale forma era legato il fosforo, e cercare di isolare il componente fosforato, ma il Commendatore telefonò a Basilea e poi mi dichiarò che non c'era tempo per queste finezze: avanti con gli estratti, fatti cosí alla buona, con acqua calda e col torchietto, e poi concentrati sotto vuoto: infilarli nell'esofago dei conigli, e misurare la loro glicemia.
I conigli non sono animali simpatici. Sono fra i mammiferí piú lontani dall'uomo, forse perché le loro qualità sono quelle dell'umanítà avvilita e reietta: sono timidi, silenziosi e fuggitivi, e non conoscono che il cibo ed il sesso. Se si eccettua qualche gatto di campagna nell'infanzia piú remota, io non avevo mai toccato un animale, e davanti ai conigli provavo repulsione; cosí anche Giulia. Per fortuna, la Varisco aveva invece grande confidenza sia con le bestiole sia con l'Ambrogio che le amministrava. Ci fece vedere che, in un cassetto, esisteva un piccolo assortimento di strumenti adatti; c'era una cassetta stretta ed alta, senza coperchio: ci spiegò che ai conigli piace intanarsi, e se uno li prende per gli orecchi (che sono il loro manico naturale) e li infila in una cassetta, si sentono piú sicuri e non si muovono piú. (...)  Quei conigli, per ordine del Commendatore, vivevano ciascuno nella sua gabbia, maschi e femmine, in stretto celibato. Ma venne un bombardamento notturno che, senza fare molti altri danni, sfondò tutte le gabbie, ed al mattino trovammo i conigli intenti ad una meticolosa e generale campagna copulatoria: le bombe non li avevano spaventati per nulla.
Appena liberati, avevano subito scavato nelle aiuole i cunicoli da cui traggono il nome, ed al minimo allarme abbandonavano a mezzo le loro nozze e ci si rifugiavano. L'Ambrogio ebbe pena a recuperarli ed a richiuderli in gabbie nuove; il lavoro delle glicemie dovette essere interrotto, perché solo le gabbie erano contrassegnate e non gli animali, e dopo la dispersione non fu piú possibile identificarli.
Venne Giulia tra un coniglio e l'altro, e mi disse a bruciapelo che aveva bisogno di me. Ero venuto in fabbrica in bicicletta, non è vero? Ebbene, lei quella stessa sera doveva andare subito fino a Porta Genova, c'erano da cambiare tre tram, lei aveva fretta, era una faccenda importante: che per favore la portassi in canna, d'accordo? Io, che secondo il maniaco orario sfalsato del Commendatore uscivo dodici minuti prima di lei, l'attesi girato l'angolo, la caricai sulla canna della bicicletta e partimmo.
Circolare per Milano in bicicletta non aveva allora nulla di temerario, e portare un passeggero in canna, in tempi di bombe e di sfollamenti, era poco meno che normale: qualche volta, specie se di notte, accadeva che estranei domandassero questo servizio, e che per un trasporto da un capo all'altro della città ti ricompensassero con quattro o cinque lire. Ma Giulia, già di regola piuttosto irrequieta, quella sera comprometteva la stabilità dell'equipaggio: stringeva convulsamente il manubrio contrastando la guida, cambiava di scatto posizione, illustrava il suo discorso con gesti violenti delle mani e del capo che spostavano in modo imprevedibile il nostro comune baricentro. Il suo discorso era in principio un po' generico, ma Giulia non era il tipo che si tiene i segreti in corpo ad intossicarlo; a metà di via Imbonati usciva già dal vago, e a Porta Volta era in termini espliciti: era furiosa perché i genitori di lui avevano detto di no, e volava al contrattacco. Perché lo avevano detto? - Per loro non sono abbastanza bella, capisci? - ringhiò, scuotendo il manubrio con ira.
- Che stupidi. A me sembri abbastanza bella, - dissi io con serietà.
(Primo Levi, da “Il sistema periodico”, il racconto intitolato “Fosforo”)
Le immagini: il coniglio pompiere viene dal finale di "La ballata di Stroszek" di Werner Herzog; il coniglietto con il banjo l'ho preso su internet tanti anni fa e non riesco più a recuperare il link (I'm very sorry...); Bugs Bunny è Bugs Bunny.

giovedì 2 giugno 2011

Darwinismo

Darwinismo: osservazione attenta della realtà.
Per la parola “darwinismo” ogni altra definizione è da ritenersi sbagliata, arbitraria, approssimativa. Questa è l’unica definizione che accetto, non la troverete sui dizionari ma se trovate una buona biografia di Darwin (ne esiste una recente in dvd, pubblicata da “Le Scienze” http://lescienze.espresso.repubblica.it/ ) non potrete evitare di trovarvi d’accordo con questa definizione.
Avete mai preso in mano un libro di Darwin? “L’origine delle specie”, per esempio, che è il suo più famoso: ad ogni pagina troviamo una enorme quantità di minute e precisissime osservazioni. Osservazioni, non teorie: Charles Darwin non era un filosofo e non ha mai fondato nessuna religione. Charles Darwin osservava il mondo che era intorno a lui, lo descriveva, ci ragionava sopra e sottoponeva le sue osservazioni alla critica degli altri scienziati. Tutto qui. E’ il metodo galileiano: vi pare poco? Le osservazioni e le teorie vanno messe alla prova, verificate. Con la filosofia non si può fare, con le osservazioni “sul campo” invece è possibile.
Ad osservatori attenti come Darwin, come Newton, o come lo svedese Karl von Linné (Linneo per noi italiani) dobbiamo le comodità del mondo così come è oggi. A questi osservatori attenti della realtà, e a quelli come loro (il russo Mendeleev, per esempio; ma anche il francese Lavoisier, il danese Niels Bohr, il tedesco Max Planck, e molti altri) dobbiamo molto, moltissimo, eppure questi nomi e queste persone vengono ignorati e derisi, si fa spallucce quando li si nomina, e anche peggio. Questi comportamenti, nei riguardi di persone che hanno lavorato molto per noi e che lo hanno fatto disinteressatamente, non meriterebbero nemmeno una risposta; si tratta di ignoranza pura e semplice (dispiace dirlo, ma è così),  l’ignoranza è molto consolatoria e quindi con l’ignoranza dobbiamo convivere.
In particolare, Charles Darwin non ha mai detto che l’uomo discende dalla scimmia: ha fatto invece questo disegno qui sopra, che spiega bene le sue osservazioni: un albero. Nell’albero le radici sono in comune, i rami sono sempre più distanziati tra loro. Discendiamo da progenitori comuni, ma non si sa quanto lontani; al tempo di Darwin si potevano fare solo delle ipotesi, oggi abbiamo le analisi del DNA e lo sappiamo con certezza. E questa è una cosa ben curiosa: l’analisi del DNA è ormai diventata cosa comune (ne parlano perfino i telefilm e i telegiornali), si discute delle cellule staminali e degli embrioni, ma si perde ancora tempo a contestare Charles Darwin, che con le sue teorie ha anticipato la genetica e la biologia. Vale la pena di ricordare la data di nascita di Darwin: 1809, duecento anni fa. E’ impressionante notare che duecento anni dopo la sua nascita la medicina e la genetica hanno confermato le sue intuizioni (le sue e anche quelle di Linneo): l’ultima scoperta è questa, per chi ancora non lo sapesse: che le mutazioni avvengono sempre e comunque, quasi come se fossero casuali, per tentativi: è poi l’ambiente in cui si vive a decidere quali sono quelle utili alla sopravvivenza della specie.
Delle scimmie Charles Darwin si occupò solo in tarda età, quando aveva ormai pubblicato i suoi libri più importanti ed era già diventato, suo malgrado, una persona famosa: un orango e un gorilla che vide allo zoo di Londra. La maggior parte degli studi di Darwin riguardano i fringuelli delle Galapagos, la selezione degli animali da allevamento e dei piccioni da competizione (numerosissimi gli appassionati in Inghilterra), i cirripedi (molluschi marini, conchiglie), la botanica (un giardino e un orto curatissimi), e perfino i lombrichi (che dimostrano di avere un’intelligenza propria e capacità di adattamento).
Quando Darwin, al termine della sua vita e alla sua opera, prova ad allargare il discorso facendo osservazioni sociologiche e politiche, sta uscendo dal suo campo professionale. Esprime un parere personale, e qui torna ad essere “filosofo”: non ragiona più sui fatti ma fa speculazioni più o meno astratte, tutte da verificare. Com’è ovvio, i diplomati del liceo classico hanno letto solo questa parte, e su questa discettano: è l’unica che possono capire.
A tutti quelli che non hanno capito offro quest’immagine, presa da “L’origine dell’uomo” di Charles Darwin: l’embrione di un cane e l’embrione umano. Entrambi hanno la coda, e sono difficilmente distinguibili ad una prima osservazione. Un’osservazione dura da digerire, ma è una cosa che si sapeva già dalla metà dell’Ottocento. Se quest’osservazione vi dispiace, e se vi dispiace imparare che l’embrione umano nelle prime settimane di vita ha le branchie come i pesci (coda e branchie vengono poi riassorbite durante lo sviluppo), potete sempre continuare a ignorare il fatto: l’ignoranza, si sa, è molto calda e molto comoda.
L'uomo va scusato se prova un certo orgoglio di essersi elevato, sebbene non per merito suo, alla sommità della scala dei viventi; ed il fatto di essere salito cosí in alto, invece di esservi stato collocato in origine, può dargli speranza per un destino ancora migliore in un lontano avvenire. Ma non si tratta qui né di speranze, né di timori, ma solo della verità, per quanto la nostra ragione ci permette di scoprirla. Io ho cercato di darne la prova con tutto il mio ingegno. Dobbiamo riconoscere, mi sembra, che l'uomo con tutte le sue nobili qualità, con la simpatia che sente per gli esseri piú degradati, con la benevolenza ch'egli estende non solo agli altri uomini, ma anche alle piú umili delle creature viventi, con un intelletto quasi divino che è penetrato nel movimento e nella costituzione del sistema solare - con tutte queste potenti facoltà - l'uomo conserva ancora nella sua struttura somatica il segno indelebile della sua origine da una forma inferiore.
(Charles Darwin, L’origine dell’uomo, il finale).
Tutte le opere di Charles Darwin sono liberamente consultabili sul sito http://www.darwin-online.org.uk/
Le immagini di questo post vengono dalla mia copia personale di “L’origine dell’uomo” (Editori Riuniti, comperata nel gennaio 1976 nella libreria del signor Fiume, a Como in via Diaz), dalla Settimana Enigmistica (http://www.aenigmatica.it/ ) e da articoli di quotidiani di qualche anno fa, molto probabilmente La Repubblica o il Corriere della Sera.