martedì 19 giugno 2012

L'invasione degli ultracorpi

Fino a qualche anno, per me era solo un bel film, di quelli che fanno paura ma poi sai che non è vero: anche da bambino, mi bastava uscire per strada per ritrovare le persone così come le avevo lasciate. Da qualche anno in qua, però, non è più così. Da quel film non riesco più a uscire, e mi sembra sempre più realtà ad ogni giorno che passa.
Sto parlando di “L’invasione degli ultracorpi”, girato nel 1956 da Don Siegel, tratto da un romanzo di Jack Finney di un paio d’anni precedente (titolo originale “The body snatchers”); un film ancora oggi molto bello ed avvincente (Don Siegel è stato uno dei grandi del cinema d’azione, maestro dichiarato di Clint Eastwood con il quale ha lavorato molto).
Il soggetto è questo: d’improvviso, ci si rende conto che qualcosa è successo, nella piccola città dove si conoscono tutti. Una donna non riconosce più suo padre, dice che è una persona diversa che gli somiglia in tutto, ma non è lui; un bambino dice sua madre non è sua madre. Il medico a cui si rivolgono da principio non ci fa caso, poi questi fatti si moltiplicano. Cosa ancora più strana: dopo una notte o due, le persone che si erano allarmate vanno a dirgli che ora è tutto a posto, di non preoccuparsi più.
Andando avanti nel film, si vede che cosa è successo: qualche misterioso agente alieno si è impadronito dei corpi degli abitanti, rimpiazzandoli in modo impercettibile. Una sola cosa tradisce gli alieni: la mancanza di emozioni. Di questa mancanza di emozioni, un bambino si accorge subito; ma poi anche il bambino verrà rimpiazzato. Che fine facciano le persone vere, nel film non è detto.
Paesi come Santa Mira, il luogo dove si svolge l’azione del film, una volta erano comunissimi. Fino a tutti gli anni ’70, anche da noi era così: un mondo a misura d’uomo, dove ci si conosce tutti (nel bene come nel male) e non c’è bisogno di mostrare pass, tesserini, smart card; dove vigili e poliziotti svolgono egregiamente il loro compito senza dare multe e senza togliere punti dalla patente, semplicemente usando il buon senso. Così è stato, ma poi è finita: ed è storia recente, recentissima. Forse i ragazzi di vent’anni non lo sanno, e se glielo si racconta non ci credono; e se provi a raccontarlo in giro, anche alle persone di cinquant’anni, neanche loro se lo ricordano più e ti danno del nostalgico. Eppure un altro mondo è possibile, e anzi questo mondo c’era, ma è stato spazzato via in meno di quindici anni.
Guardandosi in giro, viene spesso da pensare che nel frattempo gli alieni si siano fatti furbi, e usino mezzi più sottili e perfezionati rispetto ai baccelloni e agli ultracorpi. La politica di successo, in questi ultimi 10-15 anni, è stata quella che ha puntato ai nostri istinti più tirchi e più gretti, facendo leva sulle persone senza sentimento, intente solo a badare a se stesse, indifferenti anche di fronte al naufragio di una nave con più di cento persone a bordo (“ma sì, erano tutti negri e marocchini”).
Ormai anch’io, come il protagonista del film, faccio fatica a riconoscere le persone con cui parlo: qui si è accettato tutto, le legislazioni sul lavoro, sulla scuola, sulla sanità, sui trasporti; le distruzioni dell’ambiente, i regolamenti bancari e postali, tutto, ogni cosa è passata su di noi, e sono stati ben pochi a protestare.
Un film curiosamente gemello a quello di Siegel è “Vip mio fratello superuomo”, di Bruno Bozzetto. Un film del 1968, cartoni animati. Come tutti i cartoni animati, si tratta di un film buffo e divertente; eppure c’è un personaggio che inquieta: si chiama Happy Betty, è l’equivalente dei cattivi nei film di James Bond, e ha in programma non la distruzione del mondo ma la trasformazione degli umani in servi obbedienti. Il metodo usato è proprio da cartone animato: “un missile nel cervello”, con canzoncina che spiega (il film è in parte musicale). Il missile, piccolo, penetra nelle teste delle persone e viene telecomandato: niente di brutale o di doloroso, dall’esterno poi si vede solo qualcosa come un fiocco, molto grazioso. Il risultato è lo stesso di “L’invasione degli ultracorpi”: le persone smettono di pensare con la propria testa.
Ora, i missili e i baccelloni che vediamo nei due film sono due trovate da film, o da cartone animato; il dubbio che sia arrivato qualcosa di più raffinato però mi prende sempre più spesso – mi basta uscire di casa, parlare con qualcuno, esseri umani veri ne trovo sempre di meno. Una volta ne trovavo a centinaia, oggi non è più così.
Non ho ancora trovato i baccelloni in giardino o in cantina, dubito che siano mai esistiti veramente; ho invece individuato qualcosa di molto simile al “missile nel cervello” di Bruno Bozzetto, ce lo hanno in mano tutti, non se ne separano mai. Chiedo scusa per la mia conclusione, molto dura e magari in molti casi immotivata; ma la mia impressione è che non si sia molto lontani dalla verità, dicendo che la generazione degli anni ’80 è stata rincoglionita dalle televisioni e radio commerciali, quelle degli anni ’90 sono state rincoglionite dai telefonini e dai videogames, e oggi sta succedendo la stessa cosa con i tablet, i social network, con il mito del web che risolverà tutto anche in politica, eccetera.
Sono un po’ drastico, lo so; e forse anche un po’ maleducato ed eccessivo. Chiedo scusa, in fin dei conti sono solo un essere umano ancora non formattato; prima o poi anch'io smetterò di preoccuparmi.

domenica 17 giugno 2012

Barriere architettoniche

Le barriere architettoniche sono aumentate a dismisura, negli ultimi dieci-quindici anni: ne sono state costruite anche dove prima non c’erano. Fateci caso: stazioni, piazze, treni, manti stradali, accesso ai servizi igienici... E’ vero che hanno messo degli scivoli, qua e là, ma nel frattempo sono stati eretti muri, murelli, gradini, barriere di tornelli, ovunque: e quasi sempre con soldi pubblici, quelli delle tasse. Anche l’abolizione e la chiusura delle biglietterie nelle stazioni è stato un duro colpo per chi ha un handicap fisico ma si ostinava a voler viaggiare senza chiedere aiuto.

L’ultimo esempio in proposito l’ho avuto pochi giorni fa, a Milano: lì per lì sembrerebbe una cosa di nessun conto, ma vi prego di far attenzione a un dettaglio. Ecco cosa è successo: un turista giapponese, tra l’altro non handicappato, è caduto a corpo morto proprio davanti al Duomo; io ho visto la scena da lontano, l’uomo è stato subito soccorso da un passante, per fortuna non si è fatto niente e tutto è finito lì. Ma cos’era successo, di preciso? Chi passa spesso da Piazza del Duomo (e anche da molte altre piazze e vie rifatte di recente) lo sa bene: nella pavimentazione appena rifatta ci sono delle vere e proprie trappole. Uno pensa di camminare in piano, si convince che è tutto stato rifatto per camminare senza problemi, senza inciampi, e invece l’inciampo c’è: arrivando in piazza con il Duomo di fronte, il gradino impercettibile è alla vostra sinistra, di fronte all’ingresso della Galleria. Ma ce ne sono altri, seminati un po’ ovunque, come le trappole dei castelli medievali; ne posso segnalare altri a Como tra Piazza Volta e via Garibaldi, ma poi ognuno di noi (le persone attente e presenti) di questi inciampi nuovi e nuovissimi, appena realizzati, hanno già fatto conoscenza personale, e ognuno ha le sue esperienze. Raccontando questi fatti, ti ridono in faccia: ma dai, un vecchietto giapponese, un turista, guardava in aria ed è caduto... Ma, di grazia, se siete in Piazza del Duomo, e soprattutto se è la prima volta che ci arrivate, guardare in alto tra le guglie e le statue è cosa normalissima. Se poi vi siete convinti, camminando, che gli amministratori hanno spianato tutto e reso tutto liscio, ecco che l’inciampo nascosto scatterà pronto ed efficace come una trappola medievale. Una volta, qui, c’erano degli onesti e antichi gradini: il gradino, il basèll, si vedeva, si percepiva, e anche i ciechi lo trovavano facilmente. Oggi no, nell’epoca in cui tutti dovrebbero aver ben presenti le barriere architettoniche, si fanno di queste meraviglie.

Ci pensavo l’altra sera, davanti all’ennesimo dibattito su handicap, barriere architettoniche, gente che ti spiega che la legge è così e così; ma poi basta uscire di casa, guardarsi intorno, e c’è da mettersi le mani nei capelli: non guardando le case vecchie e gli antichi monumenti, ma trovandosi alle prese con le ultimissime novità in fatto di restyling e di risistemazioni (quasi sempre costosissime).
Io per fortuna di handicap non ne ho, almeno per ora; ma un handicap può colpire tutti, anche i ventenni, malattia o incidenti. Queste cose riguardano tutti, e vedere che si peggiora invece di migliorare è davvero una cosa terribile.
PS: l’odissea degli handicappati, da quando è arrivata Trenitalia dell’amministratore Moretti, è stata descritta in molti blog, in lettere ai giornali; ma qui se ne fregano tutti. La priorità di questi manager è sempre la solita: licenziare e ridurre il personale. Esiste qualcosa d’altro, al mondo?

sabato 16 giugno 2012

Musica e matematica

Non è che numeri. Ecco cos'è tutta la musica a pensarci bene. Due moltiplicato per due diviso per un mezzo fa due volte uno. Vibrazioni: quelle sono accordi. Uno più due più sei fa sette. Fai quel che ti pare coi giochi di prestigio delle cifre. Si scopre sempre che questo è uguale a quello, tutto è calibrato come quel tale che calibra il camino del crematorio del cimiterio. Non si accorge che sono in lutto. Incallito: non pensa che al suo stomaco. Musimatematica. E tu credi di sentire le voci eteree. Ma supponiamo che ti dica qualcosa come: Marta, sette volte nove meno x fa trentacinquemila. Sgonfierebbe tutto. È per via dei suoni è.
Per esempio lui ora sta suonando. Improvvisando. Potrebbe essere qualsiasi cosa finché non si sentono le parole. Bisogna aprir bene le orecchie. Tenderle. Comincia tutto bene: poi si sentono accordi un po' fuori squadra: ci si sente un po' sperduti. Dentro e fuori da sacchi, sopra botti, attraverso fili spinati, corsa agli ostacoli. Il tempo fa il motivo. Tutta questione dell'umore. Però sempre piacevole sentire. Meno le scale ascendenti e discendenti, ragazzine che imparano. Due insieme vicine nella casa accanto. Dovrebbero inventare dei pianoforti muti per questo. Blumenlied
che comprai per lei. Per il nome. Lo suonava lentamente, una ragazza, la sera che tornai a casa, la ragazza.
(James Joyce, Ulysses, traduzione di Giulio de Angelis, pag.256 edizione Oscar Classici Mondadori da me comperata il giorno 11.03.1976).
L’aria citata da Joyce, a dire il vero più sottintesa che citata, viene dall’opera “Martha” di Friedrich von Flotow, contemporaneo di Verdi. L’originale (1847, come il Macbeth) è in tedesco, ma la si ascolta quasi sempre in italiano e la versione tedesca è rarissima: la melodia è molto bella, molto semplice, ed è da sempre il cavallo di battaglia di tutti i più grandi tenori. Ovviamente, Joyce sa benissimo che l’autore di “M’apparì” non è italiano: sono i suoi personaggi che non lo sanno o che se lo sono dimenticato. (La differenza fra quello che pensa l’autore e quello che dicono o pensano i suoi personaggi è una cosa che sfugge troppo spesso, non solo a noi lettori ma anche ai critici letterari...). L'altro brano citato è il "Blumenlied" di Schubert, una canzone per canto e pianoforte: il cognome di chi sta parlando è "Bloom", stesso significato e stessa pronuncia del tedesco "Blum" ma scritto all'inglese.

Il 16 giugno, per i lettori di James Joyce, è un giorno particolare: fu in questa data, nel 1904, che lo scrittore irlandese – nato nel 1882 - ebbe il primo appuntamento con quella che poi sarebbe diventata sua moglie. In seguito, Joyce scelse questa data per farvi svolgere l’azione di “Ulysses”.
Con Joyce mi sono trovato subito bene: avevo 16-17 anni, studiavo da perito chimico e avevo sentito dire che Ulysses era difficilissimo. Quindi, era una sfida e dovevo provarci: l’unica difficoltà seria era la storia dell’Irlanda, non ne sapevo nulla di nulla (continuo a saperne poco ancora oggi) ma per il resto sono arrivato subito fino in fondo senza troppi problemi. Di seguito, avrei saccheggiato la Biblioteca di Como in cerca di testi di Joyce e su Joyce, credo di averli presi in prestito tutti; il punto di partenza per questa mia passione era stato ovviamente Italo Svevo; e siccome Joyce non faceva parte del programma, dal punto di vista del rendimento scolastico non ne ebbi grande giovamento. Però sono contento di essere ancora qui a leggere Joyce, con tutto il tempo che è passato. Ogni volta è come ritrovare un vecchio amico.
E’ per questo motivo, per la facilità del mio incontro con Joyce, che mi stupisco sempre quando trovo chi ne parla come di un autore ostico e illeggibile: magari è gente che ha fatto il liceo classico, ma non capiscono Joyce. Possibile? A dire il vero, non è questo che mi stupisce (capita a tutti di non essere in sintonia con questo o quello), quanto il fatto che ci sia chi se ne vanta, come ha fatto di recente Michele Serra su Radio 24 (ne ha parlato lui stesso nella sua rubrica su Repubblica, il mese scorso). Voglio dire: a me è capitato con Proust, ho letto Joyce e Musil, Goethe e Borges, ho letto due volte per intero “Guerra e Pace”, ho letto il Don Chisciotte tutto di fila e con grande piacere, ma con Proust mi sono fermato presto; lo ritengo un mio limite, e me ne dispiace molto. Non andrei mai in giro a vantarmi di non aver letto un autore che so essere importante, eppure c’è chi lo fa: non solo Serra, ma anche molti altri. Temo che sia un po’ l’effetto Fantozzi: "io non ci ho capito niente e quindi è una cazzata". Paolo Villaggio lo faceva dire a Fantozzi riguardo a uno dei punti fermi nella storia del cinema, "La corazzata Potiomkin" di Sergej Eisenstein (se non capite perché è un capolavoro è solo perché siete un po' ignoranti) c’è chi lo ripete in altri ambiti; io continuo a pensare che se non capisco un capolavoro la colpa è solo mia, che dovrei studiare di più, o che magari devo solo aspettare il momento giusto. Insomma, ho imparato ad avere rispetto anche per quello che non capisco: che sia merito della mia formazione da chimico?
Ma, insomma, oggi è tornato il 16 giugno: buon “Bloomsday” a tutti.

lunedì 11 giugno 2012

Milano Galleria

Quattro passi in Galleria,
per veder se alfine ha chiuso
qualche altra libreria...
Rispetto a quando l’ho conosciuta io, a metà anni ’70, la Galleria appare ormai vuota, ci sono solo negozi di lusso e megastore, negozi tutti uguali, cose “pensate per stupire”: vale a dire che visto uno li hai visti tutti, i negozi di scarpe ci sono anche vicino a casa mia.
Mi si obietterà che in Galleria i libri ci sono e sono tanti, ma il problema è che, arredamento a parte, è difficile distinguere la Feltrinelli dalla Rizzoli o dalle Messaggerie (eccetera): i libri che vi si trovano sono gli stessi, se non trovate un libro alla Rizzoli non c’è neanche alla Feltrinelli, e viceversa. Non è sempre stato così, anzi; ma questa società è sempre più omologata e standardizzata, stavo per dire formattata, e se ho fatto l’esempio delle librerie per iniziare a parlare della Galleria è perché mi sembra un’ottima metafora di quello che è successo qui a Milano e in tutta la Lombardia, e un po’ ovunque. Non sono solo i negozi ad essere stati “sterilizzati e formattati”, purtroppo; e non credo che il vento possa girare tanto presto.
Milano è una città in gran parte ottocentesca, risorgimentale; o magari settecentesca, o leonardesca, o bramantesca. Ai nuovi arrivati questa Milano non piace, preferiscono i grattacieli e il cemento. Non è successo solo a Milano, altrove si è fatto anche di peggio: a Parma, per esempio, o magari a Como, dove sono nato e dove ho studiato. L’Italia è fatta in gran parte di edifici storici, antichi; ogni città è diversa dall’altra, e questa è sempre stata la sua forza e la sua bellezza. I nuovi governanti, invece, non sopportano quest’idea delle città come memoria storica, non sopportano l’idea della continuità nel tempo, loro vogliono “rivoltare l’Italia come un calzino”, e purtroppo in gran parte questo è stato fatto. Marco Paolini in uno dei suoi spettacoli ha detto che “l’Italia è un Paese di montagna e di collina, ma i suoi abitanti si ostinano a pensare che sia tutta pianura”; concordo, e potrei completare la frase così: “l’Italia è un Paese antico e di grande storia, ogni città è diversa dall’altra, ma gli italiani pensano che siano meglio i megastore e le autostrade”. Insomma, basta con Milano, con Parma, con Mantova, con Pavia, con Verona, con Treviso, con Urbino e Viterbo: il futuro è Las Vegas, è Los Angeles. Vicino a Las Vegas e a Los Angeles c’è il deserto, ed è per questo che sono così ampie e hanno strade così larghe; qui da noi è tutto un saliscendi, bisogna fare i tunnel; qui da noi ci sono città con strade costruite pensando ai carri e ai cavalli, che sfiga. Il deserto non c’è? Ebbene, lo facciamo: detto e fatto, ormai non manca molto, si lavora 24 ore su 24 a questo scopo (e non è una battuta, attenzione).
La preoccupazione per il futuro è ancora più grande. Per esempio, basta guardare in su, in Galleria, e si vede subito che tutti i palazzi avrebbero bisogno di un bel restauro: a volte basterebbe una mano di tinta, altre volte viene il dubbio che dietro, dentro, sia tutto molto peggio di quello che appare dall’esterno. I negozi magari sono belli, perché li hanno appena risistemati; ma il resto?
E’ quindi con con uno spirito diviso che vado a leggere dei progetti sulla Galleria, e del suo futuro. Il pavimento, la zona dove si cammina, è stato appena risistemato (quanto durerà?); il tetto viene controllato periodicamente e si spera che sia un lavoro fatto bene; di tutto il resto, cioè dei palazzi e dei negozi, si sta discutendo in queste settimane. Le sensazioni contrastanti nascono dal tipo di proposta che viene fatto, cioè la cessione di gran parte della Galleria ai big della moda: un progetto che sembra appartenere a un’altra epoca, a un’altra giunta, e invece ci stanno pensando il sindaco Pisapia e l’architetto Boeri. L’obiezione numero uno è che per sistemare la Galleria servono soldi, e tanti; quindi ben vengano i ricconi, ma a patto che a comandare siano i cittadini. Se così non è, se il centro di Milano diventerà sempre più un deserto, a che cosa servirà tutto questo?
I centri storici delle nostre città erano abitati: pieni di vita, di persone, di cose, di animali. Se guardate con attenzione i film degli anni passati, potreste stupirvi: rispetto ad allora noi sembriamo tutti omini del Lego, ognuno nella sua pista, tutti finti, come nei rendering degli architetti. Non so a voi, a me ha fatto una terribile impressione negli ultimi 10-15 anni vedere spuntare tutte queste barriere, tutti questi divieti, tutte queste multe; e la nuova giunta milanese, che in teoria dovrebbe essere di sinistra, alternativa, si sta muovendo più o meno allo stesso modo delle giunte precedenti, dei Moratti, gli Albertini, eccetera. L’ultima novità: adesso nelle stazioni e nella metropolitana bisogna timbrare anche in uscita. In futuro, metteranno i tornelli anche per entrare in Galleria? Non si può mai dire, la burocrazia trionfa ovunque, è uscita da tempo dagli uffici e sta invadendo ogni più piccolo angolo della nostra vita (anche un tornello in più è burocrazia, anche un'obliterazione in più è burocrazia...)
Ci sarà mai una vera alternativa, si tornerà a una città abitata da esseri umani e non da automi o da zombies? Io non ci spero più, anche perché non è mica solo una questione di politici, sindaci e assessori sono eletti e rispecchiano i loro elettori. Basta guardarsi in giro: sono sempre di più le persone che camminano con le orecchie tappate (cuffie), con gli occhi chiusi (guardano il tablet), o che parlano da sole ad alta voce (auricolari e viva voce). Cosa sono, persone o automi? Non so più cosa dire, ogni volta che passo in Galleria mi sento sempre più a disagio, forse sono io l’intruso, ormai penso sempre più spesso che per loro non esisto nemmeno più: “I’m the legend” come direbbe Richard Matheson.
Io in Galleria ci metterei come prima cosa un negozio di ciclista, di quelli di una volta, prezzi bassi e riparazioni veloci. Ce ne sarebbe un gran bisogno, e poi sarebbe un gran bel messaggio: altro che i tornelli e le obliteratrici da timbrare, vuoi mettere?
(le immagini vengono da vecchi giornali e quotidiani, è passato molto tempo da quando le ho raccolte, non riesco più a recuperare le fonti e me ne scuso; la vignetta viene da La Settimana Enigmistica www.aenigmatica.it  e non è originariamente collegata a Milano, si tratta di una mia libera interpretazione)

domenica 10 giugno 2012

Fare a meno del calcio per due anni

La settimana scorsa mi è capitato di leggere qualcosa che non mi sarei aspettato, non certo da due grandi giornalisti come Deaglio e Maltese. Enrico Deaglio, che seguo a apprezzo da molti anni, scrive un articolo sulla crisi della Fiat a Mirafiori; inizio a leggerlo e proprio all’inizio trovo due o tre righe di battute molto grevi contro una squadra di calcio, la Juventus. Mirafiori sta per chiudere, e Deaglio si mette a fare battute sul calcio? Il tifo fa brutti scherzi, quelle tre righe immotivate finiscono con il rendere poco credibile tutto l’articolo; se io non sapessi chi è Enrico Deaglio, avrei smesso di leggere.
Ma non è finita, perché sullo stesso giornale Curzio Maltese, uno che leggo sempre con interesse, dedica un’intera pagina della sua rubrica all’allenatore di calcio Zdenek Zeman, presentandolo con toni elogiativi come se fosse uno dei grandi della cultura; invece è solo un allenatore di calcio, che dopo decenni di magre figure in categorie minori è riuscito a tornare alla ribalta. Buon per lui, ma che dire di Maltese? Nella settimana del terremoto in Emilia, con i campanili crollati e con l’economia distrutta, con i capannoni crollati sugli operai, mi sarei aspettato qualcosa di diverso. Anche volendo alleggerire, per fare solo un esempio, un giornalista come Curzio Maltese avrebbe potuto parlare di Claudio Abbado, che ha sospeso tutti i suoi impegni (ne ha molti, in tutto il mondo) ed è arrivato a Ferrara dove dirigerà un concerto per raccogliere fondi per il terremoto; ma gli esempi da fare, le cose di cui parlare, sono moltissime, sia tra le persone famose che tra la gente comune, quella che oggi vive nelle tendopoli tra Cavezzo, Medolla, e Finale Emilia. Invece no, eccoci ancora una volta a parlare di calcio. Devo dire che non se ne può più.

Forse Maltese voleva staccare la spina, raccontare la storia di un italiano esemplare: ma viene invece da pensare che nel suo orizzonte, così come in quello di quasi tutti gli italiani, ci siano solo il calcio e le canzonette. Spero che non sia così, voglio sperare che anche in questo caso il tifo calcistico abbia fatto ombra alla ragione: semel in anno insanire licet, dicevano i latini. Vale sia per lui che per Deaglio che per tanti altri.
Dovendo per forza di cose parlare di calcio, e Dio solo sa quanto se ne sia parlato in queste settimane, la prima cosa da dire, soprattutto nei TG, era: NON SCOMMETTETE. Io sono sempre più impressionato dalla quantità di persone che giocano d’azzardo e che scommettono, non si può entrare in un bar senza vedere persone intente con il videopoker, non si può entrare dal giornalaio senza fare la fila dietro a persone che comperano i gratta e vinci; ma i giornalisti parlano solo di calcio, e per di più da tifosi.
E’ vero, bisogna rimarcare il fatto che alcuni calciatori famosi sono stati sorpresi a spendere soldi, un’enormità di soldi, in scommesse: scommesse legali in molti casi, ma – santo Cielo – come si fa a buttar via un milione di euro in scommesse? E’ vero che i calciatori di serie A guadagnano molto e possono permetterselo, ma (sempre per fare un solo esempio) Bill Gates guadagna dieci o mille volte più di Gigi Buffon, ma sta girando il mondo per aiutare con i suoi soldi le persone che ne hanno bisogno. Ma forse anche Bill Gates sta antipatico ai nostri giornalisti, che gli preferiscono un allenatore di calcio.
In tutto questo contesto, ho trovato più che sensate le parole di Mario Monti, per una volta mi sono trovato d’accordissimo. Attenzione, però: Monti non ha detto “facciamola finita con il calcio”, come invece è stato riferito (con molta malafede e molta disattenzione): si è invece chiesto se, ragionando da appassionati, non sarebbe meglio fermarsi un paio d’anni – non per il calcio, che è sempre divertente, ma per tutto quello che gravita attorno al calcio. Ed è su tutto quello che gravita attorno al calcio, sui giornalisti e sui tifosi e sulle scommesse e sulle violenze e il fanatismo, che bisognerebbe concentrare l’attenzione. Ma tutto questo non succede, e mi tocca constatare che anche i migliori giornalisti, quelli che pensavi seri, hanno il tifo calcistico come personale motivo conduttore. E non al bar o in pizzeria, come sarebbe lecito, ma anche quando si tratta di scrivere un articolo su cose serie.
PS: Il mio pensiero su Zdenek Zeman, se può interessare, è questo: è una persona rancorosa e inutilmente polemica, ogni domenica ci saranno veleni e risse, grazie a Zeman il clima calcistico peggiorerà di molto. Lo stesso difetto di Josè Mourinho, e di molti giornalisti e proprietari di club: l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno in questo momento sono i veleni, le polemiche, i rancori. Prepariamoci: ci aspetta un altro anno di discorsi inutili e di polemiche assurde; potendo scegliere, io sceglierei volentieri un altro Zeman, che di nome faceva Karel e che negli anni '60 faceva dei bei film a cartoni animati. Nessuna tv è disposta a trasmetterli di nuovo?

sabato 9 giugno 2012

Luddismo

Ogni volta che comincio a parlarne, di questi argomenti, c’è sempre qualcuno che tira in ballo il luddismo. Direi quindi che è il caso di andarsi a leggere la definizione: che cos’è il luddismo?
LUDDISMO: movimento popolare britannico ostile all’introduzione delle macchine nell’industria, ritenuta causa di disoccupazione e di bassi salari. Nato a inizio Ottocento, negli anni fra il 1811 e il 1816 effettuò numerosi atti di vandalismo contro macchinari industriali, e subì sanguinose repressioni. Il nome deriva da Ned Ludd, che nel 1779 avrebbe infranto un telaio meccanico per questi motivi. (fonte: Enciclopedia Universale Garzanti, “Garzantina”).
Direi che c’è molto di cui parlare, queste poche righe d’enciclopedia rischiano di essere molto più chiare, sull’attualità di questo 2012, di quasi tutti i commenti e le analisi degli economisti e degli editorialisti più influenti.

Dalla lettura di questa definizione nascono in me due pensieri contrastanti fra loro: il primo è che la disoccupazione è un dramma, il secondo è che le nuove tecnologie sono quasi sempre belle e utili. Belle e utili, ma producono disoccupazione: soprattutto il computer ha provocato lo svuotamento di fabbriche e uffici, quanti licenziamenti ci sono stati a causa dell’informatizzazione, e quanti ce ne saranno ancora? Di queste cose la politica deve interessarsi, e preoccuparsi.
E’ troppo facile dire che si fa prima e si è più comodi, questo lo vede anche un bambino: ma che si fa quando hai centinaia di migliaia di disoccupati e di disperati? Il mio pensiero è che era sbagliato essere luddisti ai tempi di Ned Ludd, perché i telai meccanici portarono benessere, e perché le macchine agricole alleviarono la fatica dei contadini e permisero maggiore produzione, sconfiggendo le carestie: ma anche questo mi sembra un pensiero scontato. Così come mi sembra ovvio dire che i televisori di oggi sono molto meglio di quelli con il tubo catodico (per spostarne uno, servivano due persone) e che se negli anni ’70 avessi avuto un i-pod invece del mangianastri sarei stato molto contento (altrettanto ovvio). Però queste sono riflessioni molto facili e molto superficiali, perché in giro si vedono cose molto preoccupanti ed è obbligatorio tenerne conto, altrimenti sarà la realtà, quella che noi cerchiamo di ignorare, ad occuparsi di noi; e anzi lo ha già fatto ampiamente.

La disoccupazione crescente è la prima grande preoccupazione, ed è qualcosa di enorme e di terribile; ma ce ne sono altre più o meno piccole, una delle quali è l’entusiasmo eccessivo per twitter: pochi giorni fa c’è stato un terribile terremoto, al tg parlavano solo di twitter e di come è utile twitter, dimenticandosi che in quelle zone le comunicazioni telefoniche sono rimaste interrotte per diverse ore. L’entusiasmo per twitter, che pure è una tecnologia buona e utile, non riesco a provarlo per almeno due buoni motivi: 1) il fatto che magari fra due anni di twitter non si ricorderà più nessuno, verrà di moda qualcos’altro e mi diranno “ah, ma tu hai ancora twitter?” 2) il fatto che si enfatizzi la forma di scrittura breve, i 140 caratteri. Non è che lo si presenti come un’opportunità, lo si indica come forma unica ed eccellente di comunicazione.
Anche la recente notizia che si vendono sempre più suv è vista come cosa positiva, ma più i mezzi che circolano sono grossi e pesanti (e potenti) più aumenta la distruzione del suolo, crescono le famigerate pm10 (che vengono in gran parte dai dischi dei freni e dalle gomme delle auto, ma guai a dirlo). Gli esempi sarebbero infiniti, ma se si comincia a mettere in discussione l’eccessivo entusiasmo (e in certi casi perfino il fanatismo) verso la nuova tecnologia, ecco tirare in ballo il Luddismo. Davanti all’evocazione di Ned Ludd e dei moti del 1811, si sa, bisogna rimanere ammutoliti, ti guardano male, vorrai mica spaccarmi il tablet nuovo di pacca che ho appena comperato? No, però l’idea di togliere il giocattolo di mano a questa e quello mi è venuta più volte, lo ammetto (in casi come questi, sia ben chiaro, mi limito a togliere il disturbo e a non farmi più vedere).
In questo contesto, mi ha divertito ma non stupito un piccolo incidente della settimana scorsa fra la conduttrice di Radio Popolare (Telefono aperto, dalle ore 20) e la telefonata in cui le si diceva “non voglio essere costretta a comperare un computer”: l’ascoltatrice era stata molto maleducata, ma la questione esiste. Non si tratta solo di essere moderni e all’ultima moda (quanto durerà l’entusiasmo per Twitter e Facebook? Due anni? Tre?) ma di prendere atto del fatto che tablet, cellulari e computer sono prodotti costosi, e molte persone, sempre di più, con le paghe di oggi non arrivano nemmeno a pagarsi le spese di casa. E qui siamo tornati al tema di partenza, il luddismo e la disoccupazione crescente.

L’altra accusa frequente, dopo quelle di luddismo e di essere vecchi e un po’ rincoglioniti, è legata al catastrofismo: ma andate a chiedere a Cavezzo, a Mirandola, a Medolla, a Finale Emilia; o magari nelle Cinque Terre, o nei paesi del Messinese, o nei paesi alluvionati del Veneto. Il futuro potrebbe essere anche questo, e non dovremmo mai dimenticarcelo: i nostri nonni, anche in caso di terremoto, potevano raccogliere le macerie e intanto continuare a mungere le vacche, ma oggi a Cavezzo e a Finale Emilia questo non è più possibile. Anche a New York, nell’ultima grande nevicata (l’inverno scorso, non duecento anni fa) i telefoni cellulari non funzionavano: di queste cose dovremmo imparare a tenere conto, la tecnologia è utile ma rischia di lasciarci tutti un po’ troppo imbranati. Un ultimo esempio: ottima cosa la chirurgia endoscopica, ma ci sarà ancora un chirurgo capace di fare un intervento di fortuna, d’emergenza? Se manca la corrente, per un’appendicite o una tracheotomia, o magari solo per cucire una piccola ferita, dovremo rivolgerci ai chirurghi di Emergency e di Medecins Sans Frontieres?

PS: «Quella nave passeggeri non doveva essere lì, così vicina alla costa. Non posso che pensare a una grave negligenza da parte del personale in servizio alla plancia di comando, a meno di un imprevisto di natura tecnica», dice il comandante Giuseppe Baici, nato a Cherso 71 anni fa, comandante di navi da crociera, all'epoca per conto della Società Adriatica. «Non capisco come sia stato possibile uscire dalla rotta in quel modo». Baici conosce bene quel tratto di mare e ha solcato infinite volte il corridoio tra l'Argentario e l'isola del Giglio. «Si parla di inconvenienti tecnici, ma ritengo che tutto possa essere ovviabile: se in plancia c'è attenzione, questi incidenti non succedono. L'unità è uscita dalla rotta e il personale di guardia alla plancia di comando se ne sarebbe dovuto accorgere». E ancora: «E’ buona regola non affidarsi completamente alla tecnologia. Un marinaio esperto mantiene sempre il controllo. Ai miei tempi i turni di guardia in plancia prevedevano almeno la presenza di un ufficiale, un sottufficiale e un timoniere».
(articolo di Paolo Rumiz per il naufragio della Costa Concordia, dal Venerdì di Repubblica del 3 febbraio 2012 http://www.repubblica.it/  )

giovedì 7 giugno 2012

Mangiare le alghe

Le alghe, in fin dei conti, sono un alimento comunissimo e le abbiamo mangiate tutti fin da bambini: se non ci credete, date un’occhiata alla confezione di gelato che avete nel freezer, che sia in vaschetta o in altri formati cambia poco. La lista degli ingredienti è scomoda da leggere, ma è molto probabile che ci sia scritto “alginato”. Direi che la parola è chiarissima: farina di alghe, che serve come addensante. Se nella lista degli ingredienti manca l’alginato, ci sarà di sicuro un’altra farina; se siete fortunati si tratta di farina di carrube, altrimenti chissà, una farina si può fare con tante cose, per esempio la carragenina: ancora alghe. Infatti, la differenza fra un gelato vero e uno da conservare nel freezer è proprio questa, la presenza di farine e di altri additivi. Un gelato vero, preparato come si deve, se messo nel freezer, gela e forma piccoli cristalli di ghiaccio; quando si sgela, diventa acquoso. E’ per evitare questo inconveniente che si usano farine ed emulsionanti nella preparazione dei gelati a lunga conservazione.
La carruba non è un’alga ma roba che cresce su una pianta: un grosso baccello marrone scuro, che si può mangiare e che ha un sapore simile alle castagne, ma di solito la si dava da mangiare ai cavalli; e comunque non cambia la sostanza delle cose, perché il gelato vero non si può conservare in freezer, diventa ghiaccio. Ecco dunque che sono necessarie le farine: quella di alghe è una delle migliori.
da http://www.wikipedia.it/  :
Gli alginati sono sali che derivano dalla parete cellulare delle alghe brune Laminaria e Ascophillum diffuse in Europa e negli Stati Uniti. Se ne estrae l'acido alginico, polimero dell'acido D-mannuronico, che può essere convertito nel suo sale (alginato) di sodio o di calcio. Il primo, solubile in acqua, è usato come addensante e stabilizzante in industria alimentare e farmaceutica. Il secondo, insolubile, trova impiego in medicamenti ed in garze emostatiche. Le mucillagini preparate con gli alginati solubili sono instabili ad un pH inferiore a 4 ed in presenza di ioni calcio e di metalli pesanti. In soluzione acquosa all'8-16% l'alginato di sodio forma dei gel che possono essere impiegati come eccipienti per pomate. Ultimamente vengono utilizzati sotto forma di capsule, sciroppi o gel per il controllo della sintomatologia nella malattia da reflusso gastroesofageo (...).
Ho imparato a conoscere gli alginati quando andavo a scuola e mi facevano studiare gli addensanti, che sono quasi sempre farine o derivati; un po’ come quando si fa il budino in casa, insomma. Nell’industria, gli addensanti si usano per gli inchiostri, e per la stampa dei tessuti; il mio insegnante aveva spiegato che l’alginato è uno dei migliori, ma che costa caro perchè è per uso alimentare. Dato che questo mio ricordo è vecchio ormai di quasi quarant’anni, si capirà che l’uso dei derivati da alghe è ormai antico, e molto comune. Gli alginati, l’agar-agar, e altre simili stranezze, sono stranezze solo in apparenza: in realtà le mangiamo da decenni, ma siamo distratti e anche un po’ ignoranti. Nelle gelatine, nelle caramelle, nei budini, nello yogurt, nella maionese industriale, nelle minestre in busta, un po’ ovunque, agar-agar e alginati sono ingredienti molto comuni.
da http://www.wikipedia.it/  :
L'agar-agar (noto anche come agar, più noto ai giapponesi col nome di kanten) è un polisaccaride usato come gelificante naturale e ricavato da alghe rosse appartenenti a diversi generi (tra i quali Gelidium, Gracilaria, Gelidiella, Pterocladia, Sphaerococcus). Dal punto di vista chimico, è un polimero costituito principalmente da unità di D-galattosio (è quindi detto poligalattoside). Il galattosio è uno dei due componenti del lattosio, lo zucchero presente anche nel latte.
È catalogato tra gli additivi alimentari codificati dall'UE col numero E 406. (...)
L’agar agar serve soprattutto per le gelatine, che hanno preso il posto della colla di pesce:
da http://www.wikipedia.it/  :
La colla di pesce è una gelatina essiccata in fogli, generalmente utilizzata in cucina come addensante, in particolare per la preparazione di dolci. Il nome nasce dalla procedura di produzione originaria della Russia, dove viene prodotta partendo dalla vescica natatoria dello storione e/o pesci affini e dalla cartilagine di pesce; conosciuta anche come "ittiocolla" viene fatta essiccare al sole, ma è poco usata in commercio. Essendo questa costituita in maggior parte da tessuto connettivale e quindi da collagene possiamo considerarla una fonte proteica, ma il valore biologico del tessuto connettivale è del tutto simile a quello della matrice ossea, quindi molto basso. Oggi sul mercato sono presenti principalmente gelatine, impropriamente note come colla di pesce, prodotte prevalentemente utilizzando la cotenna del maiale insieme a ossa e cartilagini anche di origine bovina, che hanno un contenuto proteico rilevante: 86 g per 100 g di prodotto. L'80% della gelatina alimentare di origine animale prodotta in Europa è derivata dalla cotenna del maiale. (...) Le gelatine sono messe in commercio in fogli sottili, trasparenti, inodori e insapori, che posti in acqua rigonfiano, al contrario della ittiocolla che non aumenta di molto il suo volume. Nelle etichette dei prodotti alimentari spesso è denominata E441. Alternative vegetariane sono rappresentate dall'agar-agar e dalla pectina.
La pectina, che si usa per fare più velocemente le conserve e le marmellate (una scorciatoia che io personalmente non amo), viene quasi sempre dalla frutta, soprattutto mele e pere, nelle quali è presente naturalmente. Infatti, ma qui sto uscendo dal tema che mi ero posto in partenza, molte marmellate hanno da sempre come base la mela cotogna. Voi pensate di mangiare la marmellata di arance o di fragole, e invece è in gran parte mela cotogna o pectine: in questi casi, è una procedura più che corretta, perché arance e fragole, limoni e lamponi, non vanno troppo scaldati e una base densa è necessaria.
Dato che stiamo parlando di gelati, e dato che in queste settimane la tv è strapiena di pubblicità di gelati confezionati, dopo gli addensanti si può dare un'occhiata agli emulsionanti. Una domanda che mi sono posto spesso, guardando queste pubblicità, è la seguente: è vero, oggi quando si tira fuori la vaschetta dal freezer il gelato rimane morbido. Come mai? Qualcosa devono pur averci messo dentro...
da http://www.wikipedia.it/ :
Gli emulsionanti sono ampiamente utilizzati come additivi alimentari, classificati con le sigle da E400 a E499 (addensanti, stabilizzanti e emulsionanti). Esempi di emulsionanti alimentari sono la lecitina, contenuta nel tuorlo d'uovo o ricavata dai semi di soia, e i semi di senape, che devono la loro proprietà emulsionante a una varietà di sostanze presenti nella mucillagine che circonda la parte esterna del seme; sono comuni anche emulsionanti proteici e a basso peso molecolare. Sia la maionese che la salsa olandese sono emulsioni olio in acqua stabilizzate dalla lecitina contenuta nel tuorlo d'uovo. I detergenti sono prodotti commerciali contenenti tensioattivi che diminuendo l'energia all'interfaccia olio/acqua consentono la pulizia favorendo la dispersione dello sporco unto in acqua. Un'ampia varietà di emulsionanti viene utilizzata in farmacia per la preparazione di emulsioni sotto forma di creme e lozioni. (...)
Tornando alle alghe, a Dario Bressanini ( http://www.lescienze.espresso.repubblica.it/  ), che ha una magnifica rubrica su chimica e alimentazione, piacciono molto sia l’agar-agar che la gelatina in generale, a me invece la gelatina fa un po’ senso e preferisco fare il budino con un cucchiaio di farina e il cacao, ma capisco che possa sembrare faticoso e impegnativo (cioè, non capisco, ma certo si fa prima ad aprire un vasetto). E qui lo confesso, sperando di non incappare in problemi legali: sono molto goloso, ma al gelato industriale io ci rinuncio volentieri, e tutto quello che è gelatina mi fa passare la voglia di mangiare.
Di alghe però io non ne so molto, quasi nulla. Perciò chiudo, almeno per oggi; mi accontento di aver iniziato il discorso e cedo la parola a un grande scrittore che io ho scoperto da poco.
Eduardo Galeano, da “Le labbra del tempo” (ed. Sperling & Kupfer)
Il professore e il giornalista passeggiano in giardino. D'un tratto, Jean-Marie Pelt, il professore, si ferma, indica col dito e dice: «Le presento le nostre nonne». E il giornalista, Jacques Girardon, si china e scopre una pallina di schiuma che emerge in mezzo al foraggio.
È una colonia di microscopiche alghe azzurre. Nei giorni di grande umidità, le alghe azzurre si fanno vedere. Così, tutte assieme, sembrano uno sputo. Il giornalista storce il naso: non c'è che dire, l'origine della vita non ha un aspetto molto attraente, ma da quella bava, da quella porcheria veniamo tutti noi che abbiamo gambe, zampe, radici, pinne o ali.
Prima del prima, ai tempi dell'infanzia del mondo, quando non c'erano né colori, né suoni, loro, le alghe azzurre, esistevano già. Emettendo ossigeno, diedero colore al mare e al cielo, e poi, un bel giorno, un giorno che durò milioni di anni, a molte alghe azzurre venne lo sghiribizzo di trasformarsi in alghe verdi, e le alghe verdi iniziarono a generare lentissimamente licheni, poi funghi, muschi, meduse e tutti i colori e i suoni che vennero dopo, con noi, a scompigliare il mare e la terra. Invece altre alghe azzurre preferirono restare com'erano. E così continuano a essere.
Dal mondo remoto che fu, loro guardano il mondo che è. Non si sa che cosa ne pensino.
(Eduardo Galeano, da “Le labbra del tempo”, ed. Sperling & Kupfer; il racconto “Testimoni”, pagina 3).
Le immagini di questo post vengono dal film “Solaris” di Andrej Tarkovskij: non credo che c’entrino molto con le alghe e con il tema che ho scelto, ma sono bellissime e ho una grande nostalgia del tempo in cui al cinema si potevano vedere dei film come questo. Io sono cresciuto in un mondo così, voi accontentatevi pure delle gelatine, delle lecitine, del gelato di soia e dell’agar-agar, se vi basta.