lunedì 12 agosto 2019

7-6 ai rigori


Da appassionato di calcio (mio malgrado, smetterei volentieri) rimango sempre stupito ogni estate dal modo in cui vengono raccontate le amichevoli estive. Del tipo: Tizio batte Caio 7-6 ai rigori. E giù commenti sulla vittoria dell'uno e la sconfitta dell'altro, commenti poi puntualmente ripresi e amplificati dai tifosi nei bar (non avete idea di quanto queste cose facciano subito presa). E ogni volta il mio pensiero è: chi se ne frega dei rigori, se sono andati ai rigori significa che la partita è finita in pareggio. E anche: chi se ne frega del risultato, è solo un'amichevole estiva, ci sono calciatori che se ne andranno subito, altri che non giocheranno mai da titolari in campionato, la preparazione atletica è ancora da completare. Allo stesso modo vengono recensiti gli otto a zero con le formazioni di dilettanti in un altro tipo di amichevoli, quelle vecchio stile, le "sgambate" di allenamento dove gli avversari si guarderebbero bene dal tentare un intervento deciso sulle gambe di campioni che guadagnano cento volte più di loro.
Cosa dovrebbe fare un giornalista serio davanti a queste amichevoli? In primo luogo, riportare la formazione iniziale con l'esatta disposizione in campo - ma quasi sempre è un'informazione difficile da recuperare sui giornali, anche quelli on line. Eppure, è l'unica cosa che può avere qualche interesse nel calcio d'agosto: sta cambiando modulo la mia squadra, oppure gioca come l'anno scorso? Può ben darsi che una sconfitta arrivi da nuovi schemi di gioco non ancora memorizzati, da esperimenti che poi non verranno mai ripetuti... Mah.

Porto qui queste riflessioni perché quest'anno le amichevoli estive coincidono con una crisi di governo, anch'essa mal raccontata. Chi se ne frega delle foto del politico al mare, in spiaggia con i suoi fans? Chi si ricorda che quel tal politico intervistato ha una condanna definitiva a cinque anni di galera per aver frodato il fisco? Purtroppo, i giornalisti politici non sono migliori di quelli sportivi. Ci sono molte eccezioni, s'intende, molti cronisti politici sono bravi e molti fanno ancora inchieste approfondite, ma purtroppo prevale la cretinata. La cretinata è più spettacolare, fa audience; l'inchiesta approfondita non la legge nessuno e nessuno la riprende, non solo al bar ma anche nei commenti di politica sui quotidiani.
Ricordo ancora quando si iniziò con questo andazzo, i giornalisti con il microfono che assediano per strada il politico di turno, aspettando che dica chissà che cosa. Allora era una novità, correvano gli anni '80 e l'informazione era stata fin lì molto ingessata; ma, oggi? Oggi siamo ancora qui, al 7-6 ai rigori. In politica come nel calcio. E intanto al bar, nelle strade, sui posti di lavoro, nei negozi, la gente parla e riprende solo le cretinate. Chi prova ad affrontare un discorso serio e approfondito viene guardato con sospetto, dopo un po' viene evitato. Un altro brutto segnale per il futuro.
 

 
(la vignetta viene da La Settimana Enigmistica)

venerdì 9 agosto 2019

Un uomo non è un'isola


Una delle specialità dei pubblicitari è quella di trasformare in una cretinata, con il loro tocco da Re Mida alla rovescia, anche le cose più belle e più grandi. Per esempio, e questo è il caso minimo, si prende un brano musicale a cui si è affezionati e lo si abbina a un prodotto che non compreremmo mai; oppure si prende un brano di un autore importante e lo si arrangia e banalizza per lo spot. Dato che i pubblicitari hanno ormai da decenni invaso anche la programmazione tv, il problema comincia a diventare pesante. Non lo dico per scherzo: c'è tanta gente, per fare un solo esempio, che collega ormai il nome di Darwin a quella trasmissione lì, ma se Charles Darwin fosse vivo partirebbe una citazione per danni miliardaria.
Dato che di cretini (e di cretine) è strapieno il mondo della pubblicità, provo a rimediare mettendo qui l'originale di una frase storpiata da un "creativo" (o creativa) per uno spot che torna in continuazione proprio nei rari momenti in cui tengo la tv accesa, cioè nei dintorni del telegiornale:

Nessun uomo è un'isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l'Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell'umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te.
John Donne (1572-1631, inglese) Da Meditazione XVII in Devozioni per occasioni d'emergenza, Editori Riuniti, Roma, 1994, pp. 112-113

"Nessun uomo è un'isola" (No Man Is an Island, Harcourt Brace, New York 1955) è un saggio di Thomas Merton. (1915-1968, monaco cristiano, americano) Il titolo, ripreso da un passo del "Devotions Upon Emergent Occasions" (1624) del poeta John Donne (No man is an Iland, intire of it selfe; every man is a peece of the Continent, a part of the maine...), vuole significare che ogni uomo è una componente integrante dell'umanità, una parte di un tutto: «Quello che faccio viene dunque fatto per gli altri, con loro e da loro: quello che essi fanno è fatto in me, da me e per me. Ma ad ognuno di noi rimane la responsabilità della parte che egli ha nella vita dell’intero corpo»
Thomas Merton, Nessun uomo è un'isola, Garzanti, Milano 1995
(le citazioni sono tratte da www.wikipedia.it)

 
(Stanley Spencer, 1911, John Donne in Heaven)

PS: a causa di questa pubblicità avrei cancellato dalla mia vita quel supermercato, per uno spot così cretino e così insistente, ma dalle mie parti quel supermercato non c'è e quindi non posso vendicarmi. (Dalle mie parti, zona Como-Varese-Milano, dominano incontrastati altri supermercati e le cooperative sono da sempre fuori dai giochi - ma questo è un altro discorso).


mercoledì 7 agosto 2019

Bersi il profumo

Una fascinosa Cindy Crawford passeggia per le vie di una storica città italiana, camminando elegantemente tra scalinate e monumenti; altrettanto elegantemente si siede al tavolo di un caffè e le versano del profumo da bere. A questo punto Cindy beve il profumo, e io mi chiedo cosa mai stia succedendo - poi capisco, non è profumo, è la bottiglietta di un tè freddo (uno dei tanti tè in bottiglia) che è uguale a quella del profumo, ma dentro il profumo non c'è (almeno, lo spero). Una trovata degli astutissimi managers del marketing: la bottiglietta sexy che differenzia quel tè dagli altri tè più volgari e ordinari.

Che dire, la prima cosa che mi viene da pensare è che bere il profumo lo avevo visto fare solo nei film americani, con gli alcoolizzati che bevono ogni cosa che abbia dentro dell'etanolo. La seconda immagine che mi viene in mente è il tè dei distributori automatici, una delle cose peggiori che mi sia mai capitato di bere nella mia vita. Il tè dei distributori automatici è acqua bollente, acido citrico, colorante, e una tonnellata di zucchero. Forse c'è anche del tè, chissà, ma come si fa a saperlo?

I tè freddi in bottiglia o in lattina sono più o meno identici a quelli dei distributori automatici, con la differenza che oggi ci mettono gli edulcoranti, o dolcificanti, al posto dello zucchero. I dolcificanti hanno un sapore terribile. Lo so, non dovrei scriverlo e non lo scrive mai nessuno, ma il sapore dei dolcificanti (tutti quelli che ho avuto la disgrazia di assaggiare) non solo è orribile, ma ti rimane in bocca per ore ed ore. Anche la gazzosa dei supermercati, ho scoperto, è strapiena di dolcificanti: ne avevo già messa una nel carrello, poi mi è venuto in mente di leggere l'etichetta (lo faccio quasi sempre) e l'ho rimessa sullo scaffale, inorridito. La gazzosa, o gassosa, è acqua, zucchero e limone: una delle bevande gassate più semplici e più antiche. Non è una cosa indispensabile, si può anche non berla; idem per il tè freddo, che è un po' più complicato da produrre. Alle volte, per dissetarsi basta un po' di acqua del rubinetto.
 
Provo a pensare ad un bel tè fatto come si deve, freddo o caldo che sia. Non importa neanche che sia un tè di qualità pregiata, basta anche quello delle bustine che si trovano nei negozi: "quanto zucchero vuole?". Anche niente, grazie, io mi sono abituato a bere tè e caffè senza zucchero e mi ci trovo benissimo. "Latte o limone?" Qui dipende dalle giornate, alle volte mi piace il latte ma se c'è un bel limone non trattato (senza il difenile nella buccia, intendo) mi piace una fettina sottile di limone, che è anche bella da vedere. Mi rendo conto che sto sognando, chi mai ti venderebbe un bicchiere di tè freddo vero?
Le pubblicità del tè in tv sono tra le più brutte in assoluto, così brutte che mi vergogno perfino a citarle. Lo vendono, quindi può darsi che io mi sbagli; comunque sia preferisco vedere Cindy Crawford che beve il profumo piuttosto che ascoltare il tizio che ti dice che "bere il tè freddo sviluppa gli addominali quando sei in spiaggia". Cretinata per cretinata, mi tengo Cindy Crawford; ma poi il tè freddo me lo preparo in casa mia, e se sono fuori casa evito, non si sa mai cosa ti possono portare.


(come sarebbe a dire, "chi è Cindy Crawford?" Cindy Crawford è Cindy Crawford, se non sapete chi è siete dei tamarri - chiedo scusa, sto scherzando, se avete meno di trent'anni siete più che autorizzati a non conoscere le top model di fine millennio)
(nelle immagini: una pubblicità inglese anni '30; un poster francese di inizio '900; Cindy Crawford in una foto di Irving Penn del 1994)

lunedì 5 agosto 2019

Quando una radio è libera

Non so di preciso che anniversario sia, ma su Repubblica trovo una serie di interviste a deejay più o meno ricchi e famosi, che rievocano gli inizi della loro fortuna nelle radio private - quelle che, a metà anni '70, venivano chiamate "radio libere". Sono interviste interessanti, a loro modo un documento d'epoca, e per una certa parte sono anche i miei ricordi personali. Non le ho lette tutte, ma una cosa comunque mi sento di dirla: confermo che sono documenti d'epoca interessanti, ma aggiungo che sono anche documenti molto di parte. Uno storico serio andrebbe a cercare anche altre fonti e altri pareri, ma la storia delle radio e delle tv di quegli anni è sempre stata scritta da persone molto di parte, compreso Aldo Grasso con i suoi volumi "storici"; per queste ragioni provo ad aggiungere la mia personale testimonianza, molto piccola s'intende, certamente di minoranza, ma la lettura di queste interviste mi ha risvegliato ricordi non sempre piacevoli e quindi mi sembra giusto parlarne.

Comincio da Gerry Scotti, che ricorda un'estate in vacanza passata cercando di captare Radio 101 (One-o-one), penso intorno al 1975. All'epoca, le radio private non avevano mezzi potenti, e captare il segnale in FM (modulazione di frequenza, la vecchia radio insomma) non era sempre facile, soprattutto lontani dalle grandi città come Milano. Il secondo ricordo è quello di Alex Peroni, altro deejay oggi meno famoso di Scotti, che era invece su Radio 105: "non trovavamo musica da ascoltare (...) negli anni '70 non c'era nulla, sì, la Rai, ma quella non era musica per noi." Una frase che definirei curiosa: a quel tempo lo pensavo anch'io, soprattutto per Radiouno e Radiodue (che allora non si chiamavano così, erano il primo canale e il secondo canale), ma in genere ci si riferiva alla musica "di Sanremo", alle Rita Pavone e ai Gianni Morandi, magari a Claudio Villa e Orietta Berti. Noi quindicenni o quattordicenni avremmo voluto ascoltare i King Crimson o i Cream, e invece avevamo il Festival di Sanremo; questa era l'utopia della "radio libera", ascoltare musica nuova o magari anche vecchia, ma che non fosse quella roba lì. Andò diversamente, tanto è vero che negli anni successivi Gerry Scotti e gli altri deejay si misero tranquillamente al servizio non solo del Festival di Sanremo, ma anche di tutte le trasmissioni commerciali delle nascenti tv berlusconiane. Gerry Scotti cita la famosa canzone di Eugenio Finardi, "quando una radio è libera, ma libera veramente, piace ancor di più perché libera la mente"; ma lo fa a sproposito, non credo che fosse quel tipo di radio che aveva in mente Finardi nello scrivere la canzone. Per me, la stagione delle "radio libere" (ben presto diventate "radio commerciali" o "radio private") fu una grande delusione. Le frequenze della FM si erano riempite, traboccavano, ma trovare qualcosa di bello o di non banale era diventato difficilissimo. Nemmeno il jazz, tanto per dire. Pubblicità dappertutto, quella sì, e una compilation delle notizie più cretine apparse sui giornali; mai un approfondimento, mai una cosa seria, buttare in scherzo anche le tragedie appena possibile. C'erano delle eccezioni, s'intende: come Radio Popolare, che fece per anni ottime trasmissioni. Ma queste radio erano difficili da sintonizzare, i loro trasmettitori non erano così potenti come 101 o 105 o Milano International, e si finiva sempre, prima o poi, per ritrovarsi (senza averle cercate ) sulle altre radio, quelle ben sostenute da finanziamenti non sempre innocenti. In seguito, molti anni più tardi, sarebbe arrivata anche Radio Maria: con trasmettitori così potenti da annullare ogni altra radio sulle frequenze vicine.
C'era un gran casino, a dirla tutta: il governo non volle mai decidere, di fatto non si è mai messo ordine nel caos delle frequenze radio, e quando toccò alle frequenze tv si capì che cosa c'era sotto, ma questo è un discorso che porterebbe lontano, e per oggi mi fermo qui.
 
Aggiungo solo il mio personalissimo ricordo di uno "smanettamento" simile a quello di Gerry Scotti, ma per poter ascoltare Radiotre (terzo canale Rai) che trasmetteva la musica che aveva cominciato ad interessarmi. Radiotre fu di fatto cancellata per anni dalla FM, quasi impossibile captarla perfettamente. Ascoltavo un quartetto d'archi, e d'improvviso saltava fuori l'uzz uzz di una discodance di quelle che piacciono a Gerry Scotti. Poi ero riuscito a rimediare, in qualche modo: andando a lavorare (in fabbrica, a turni, anche le domeniche) avevo i soldi per comperarmi un impianto come si deve, e - sia pure a fatica, facendo acrobazie con l'antenna - a cancellare almeno per un po' dalla mia vita le radio commerciali e i loro deejay. Insomma, io negli anni '70 avevo cominciato un percorso che mi avrebbe portato ai concerti di Claudio Abbado e di Carlos Kleiber, al jazz, alla musica folk di ogni nazione, a John Renbourn, a Leonard Cohen, a Tim Buckley e a Nick Drake, a Robert Wyatt. Non ero certo l'unico: tengo a sottolineare che non eravamo tutti uguali e non eravamo tutti così pigri e conformisti, c'era un orizzonte così vasto da esplorare e da conoscere che sarebbe stato un peccato stare rinchiusi dentro il festival di Sanremo e i suoi immediati dintorni. Gerry Scotti ha fatto scelte diverse dalle mie, è diventato ricco e famoso, e sono ovviamente contento per lui (se lo merita, diciamolo, e andrei volentieri a mangiarmi un bel risotto con gli ossibuchi con lui), ma il mondo non finisce con Gerry Scotti e con i suoi amici deejay, e ogni tanto è giusto ricordare che esiste altro, al di là di quelle quattro cosette che ascoltate sempre in cuffia.

sabato 3 agosto 2019

Quattro riflessioni da Ginevra Bompiani

Nei mesi scorsi, sotto le elezioni, Ginevra Bompiani ha rilasciato a Repubblica un'intervista importante, che ha purtroppo avuto pochissimo risalto. Riprendo alcuni tra i punti di maggior interesse, sperando che si possa ripartire da qui:

1) « ... temiamo i migranti, che sono poveri derelitti, invece di temere il cambiamento climatico che è una delle principali cause delle migrazioni. »

2) « il problema non è l'età dei politici, ma la natura immutabile del potere. Non credo che avere avuto al potere la Carfagna, Renzi o Di Maio ci abbia migliorato la vita.»

3) «... la gente non legge più i libri per la loro qualità formale, libri che non siano di intrattenimento. Si leggono e si scrivono soprattutto gialli: fa parte di questa smania punitiva che si sta diffondendo.»

4) « ... tutto è nato da Berlusconi, che nel 1994 ha dato il via alla deculturazione del Paese.»

I primi tre punti penso che parlino da soli, e non ho niente da aggiungere. Per l'ultimo punto, io direi che Berlusconi influisce pesantemente sul nostro Paese almeno dal 1986, forse anche da prima; e poi che forse questo era il desiderio profondo degli italiani, volevano proprio la deculturazione e infine l'hanno ottenuta.

(intervista pubblicata dal Venerdì di Repubblica il 24 maggio 2019, penso che sia ancora disponibile sul sito del giornale; Ginevra Bompiani ha ottant'anni, è editrice e scrittrice ed è figlia dell'editore Valentino Bompiani) (l'intervista è curata dal giornalista Concetto Vecchio)


giovedì 1 agosto 2019

Forza Nuova, Casa Pound, e la strage di Bologna

Mi vedo già l'obiezione: Casa Pound e Forza Nuova non c'erano ancora, il 2 agosto 1980. Perché dunque tirarli in ballo? A scanso di querele e di equivoci, lo dico subito anch'io: Casa Pound e Forza Nuova non c'erano ancora, il 2 agosto 1980. C'erano però altri movimenti simili, molto simili, anche troppo simili. I militanti dei NAR o di Ordine Nuovo oggi penso che gravitino intorno a Forza Nuova e a Casa Pound, gli argomenti sono gli stessi, le idee sono le stesse, le facce sono le stesse, alle volte (quando si tratta di qualcuno sopra i cinquant'anni) sono persino le stesse persone. Non tutti coinvolti nel terrorismo, certo, ma con chi la pensa così mi è capitato di parlare più volte, anni fa, e riconosco - come si può dire? - lo stile.

Troppo spesso si sente dire che non si sono trovati colpevoli per le stragi di quel periodo, da Piazza Fontana 1969 a Piazza della Loggia nel '74, al treno Italicus, una lunga serie fino alla stazione di Bologna nel 1980, ma non è vero. Ci sono sentenze precise, condanne, inchieste, e tutte portano alla destra neofascista di quegli anni. Le condanne per la bomba alla stazione di Bologna portano diritti, per esempio, a un mio coetaneo che si chiama Giusva Fioravanti (Giuseppe Valerio Fioravanti) e alla sua compagna Francesca Mambro; le condanne per Piazza Fontana portano a Freda, Ventura, Zorzi... Lascio a chi legge il piacere (si fa per dire) di continuare le ricerche per suo conto, magari aggiungendo i cognomi di Mario Tuti, di Pierluigi Concutelli, e l'assassinio del giudice Vittorio Occorsio. Quando si parla del terrorismo anni '70 saltano sempre fuori le Brigate Rosse (potenza di quel nome: per i pubblicitari è un logo perfetto, centra perfettamente il target e lo si ricorda facilmente), ma a quel tempo c'erano almeno tre direzioni a colpire: da sinistra BR e Prima Linea, da destra quelli che ho citato sopra, e una terza via (spesso collusa) di criminalità comune, dai rapimenti di persona alla lotta fra mafia e 'ndrangheta (a Milano vinse la 'ndrangheta, vedi Roberto Vallanzasca, Francis Turatello, etc). Semplificando in modo brutale (molto brutale) si può provare a dire così: che BR e Prima Linea sceglievano con cura i loro bersagli e li andavano a colpire (da Montanelli ad Aldo Moro), mentre la destra neofascista metteva bombe nelle piazze e sui treni, nello stile odierno dei terroristi islamici. Dietro c'erano finanziamenti cospicui: l'Unione Sovietica e la scuola palestinese per le BR e Prima Linea, i servizi segreti e molto probabilmente la CIA per i neofascisti, che avevano campi di addestramento proprio qui in Italia (anche questo più che documentato). L'Unione Sovietica non c'è più, da trent'anni; la Russia di oggi chissà chi potrebbe finanziare (mah).

Mi pare di ascoltare un'altra obiezione: se collego Forza Nuova e Casa Pound ai movimenti di destra di quegli anni, "allora il PD" ? Qui ci sono almeno due errori, dovuti a disinformazione o a memoria corta. Il PCI fu sempre avversario delle BR e di Prima Linea, sostenendo il democristiano Cossiga (ministro degli Interni) nel momento più difficile; va ricordato che il PCI di Enrico Berlinguer sfiorò il 40% nelle elezioni del 1975, insieme al PSI. In secondo luogo, pensare che il PD odierno sia l'erede di quel PCI sfiora l'analfabetismo politico.

In conclusione (ma non si finirebbe mai di parlarne) a me fa sempre impressione vedere e ascoltare gente che ride su Anna Frank e poi fa battute sui pedofili (quanti anni aveva Anna Frank?), o che usa la strage delle foibe per sminuire la strage delle Fosse Ardeatine (un morto di qui, un morto di là: non fa zero morti, fa due morti), o magari che agita lo spettro degli anarchici (come nel 1969 al tempo di Piazza Fontana) ma poi si fa trovare con un arsenale in casa, missili compresi, come è successo nei giorni scorsi fra la Lombardia e il Piemonte. Questo argomento, somiglianze e differenze tra il terrorismo di destra stragista e le organizzazioni di destra odierne, sarebbe un bel soggetto per un'inchiesta giornalistica o per una tesi di laurea. Spero che se ne parli molto, sarebbe più che utile ma so già che non succederà.
Un saluto ai familiari delle vittime della strage di Bologna, con l'augurio di non sentir più dire che non si sa di chi è la colpa.

domenica 28 luglio 2019

Ratta Buratta


I miei nonni paterni erano veneti, di Trebaséleghe; mio padre (l'ultimo dei loro figli) è cresciuto qui, in Lombardia, parlando quasi sempre italiano. Mia mamma è di Parma, ma la convivenza con la suocera l'ha portata a una buona conoscenza del veneziano; ed ecco dunque che ogni tanto salta fuori, ancora oggi, una filastrocca o una storia di quelle che raccontava la nonna. La filastrocca che è venuta fuori, di quelle che si cantano ai bambini piccoli (facendo ballare il bambino sulle ginocchia; alla fine si aprono le ginocchia e il bambino "cade", e ride), è questa:
buràta buràta
i spini per la gata
i ossi per i cani
fasioi per i furlani
la cotta per i preti
moena per i vèci
buràta buratìn
(nome del bambino) va giò per el camin.
E' facile da ricordare e sembrerebbe semplice anche da capire; in realtà, una volta che la si è scritta e la si rilegge, rivela difficoltà inaspettate. Così ho fatto qualche ricerca online (Google) e mi sono subito scontrato con la stupidità dell'algoritmo (chiedo scusa ai tifosi dell'algoritmo) o meglio con l'ottusità di chi lo ha programmato in quel modo, perché la prima parola che volevo capire bene era "moena". Digitando moena per i veci si ottengono pagine e pagine sull'omonima località turistica vicino alle Dolomiti; allora metto le virgolette, "moena per i veci" e ottengo ancora pagine e pagine di pubblicità per Moena, comune italiano di 2631 abitanti in provincia di Trento e importante località sciistica. Scoraggiato, lascio perdere e scelgo un altro verso che non crei equivoci (e meno male che non ho digitato Moana, se no chissà cosa mi usciva) e mi pare che "fasioi per i furlani" sia il più adatto. Difatti, funziona; stavolta ho beffato l'algoritmo e mi sono uscite diverse pagine che riportano la filastrocca. Imparo subito due o tre cose importanti: la prima è che è diffusa in tutta l'area veneta o veneziana, comprese Trieste e l'Istria, e che comunque ci sono pochissime varianti, tutti la riportano come la ricordiamo anche noi in casa. La variante principale è nell'inizio, che spesso diventa "Ratta buratta"; altre le riporto qui sotto. La terza cosa che ho notato è che quasi tutti "fanno i furbi": davanti alle difficoltà tacciono, scantonano, fanno finta di niente. Passi per "la cotta per i preti" (qui basta un buon dizionario italiano), ma che cosa saranno mai "gli spini per la gatta"? Allora ci provo io, vado con l'esegesi e cerco di fare meglio che posso.

Buratto, spiega lo Zingarelli, è il tessuto con cui si fabbrica il setaccio, o crivello, per separare farina e crusca; il buratto è anche nel simbolo dell'Accademia della Crusca e serve per separare la farina dagli scarti. Il movimento che si fa con il bambino sulle ginocchia è infatti simile a quello che si fa per setacciare, muovendo il corpo avanti e indietro. "Ratta buratta" è un facile gioco di parole, oltretutto divertente perché sembra un nonsense anche se non lo è. Si può anche osservare che, essendo in area veneta, forse sarebbe più corretto scrivere "ràta buràta", senza le doppie; ed è certamente così, ma per me - mezzo veneto e nato fuori dal Veneto - resterà sempre così come l'ho scritto. Il primo verso ostico è "i spini per la gata", ma lo risolvo facilmente con una chiacchierata in famiglia: la lisca del pesce, quante volte l'ho vista nei cartoni animati? Gli spini sono dunque le ossa del pesce, e io non c'ero arrivato perché alla mia gatta non li dò mai (sono pericolosi), ma certo una volta si usava. Gli ossi per i cani non necessitano spiegazione, i fagioli per i friulani sono ottimi per la rima ma l'origine della frase è destinata a rimanere per me oscura. La cotta è uno dei vestimenti del prete (c'è anche la "cotta di maglia" dei soldati antichi, una maglia di rete di ferro). "Moena" è probabilmente un formaggio molle o una minestra di latte, cose che non si masticano (i vecchi non portavano la dentiera, nei tempi andati); rimango comunque sempre nel campo delle ipotesi, ma mi sento di escludere ciò che suggerisce l'algoritmo, e cioè che i miei antenati portassero gli anziani a sciare sulle Dolomiti (mi è uscita anche questa, offerte di soggiorno a Moena per la terza età). Mi sembra ci sia poco da spiegare anche per il finale, il "camino" sono le gambe che si aprono e fanno "cascare giù" il bambino (in realtà tenuto ben saldo) nel gioco. La prima volta il bambino magari si spaventa, ma poi capisce che è un gioco e chiede "ancora".
Altre varianti simpatiche: el mejo per i osei (il miglio per gli uccelli), la pappa per i putei. Il miglio per i canarini (per gli uccellini), la pappa per i bambini: avendo trovato la rima anche in italiano, passo e chiudo.
Eventuali correzioni sono più che benvenute, così come i suggerimenti.