venerdì 18 ottobre 2019

Il refuso germoglia ( VI )


Anche le possibilità drammatiche degli errori di battitura non sono da sottovalutare. Per esempio:
- Posto un ipotetico Giuliano, protagonista di chissà quale storia, passare da un tranquillo "in seguito, Giuliano..." ad un temibile "inseguito, Giuliano..."
- Immaginarsi un suonatore di faluto, che sarà con molta probabilità un incantatore di seprenti; o magari un giovanissimo Aladino, (così giovane che ha appena perso gli incisivi superiori e non li ha ancora rimpiazzati), che sarà forse il protagonista del "Faluto magico", e aprirà tutte le porte dicendo Apriti Fefamo, o magari soltanto "Buonafera"...
- Il massimo per un poeta: Biancaneve e i settenari. (e Cenerentola che se la fa con gli endecasillabi?)

Insegnare i segnali di fumo
per l'indiano è una cosa normale;
è regola fondamentale
per capirsi e per potersi scrivere.
Ma qui l'incontrario non vale:
se proprio mi devi parlare
c'è il telefono per comunicare,
non devi incendiarmi la casa...

Cose inquietanti, o comunque che possono dare dei problemi:
tramutare in uomini di vapore gli uomini di valore; scrivere psesso invece di spesso; tronare per tornare; aunto per quanto; e contrappposto con tre p, che più contrapposto di così è difficile da immaginare.
A questo punto, è inevitabile, sorgono dubbi anche sulle cose che invece normalmente si sanno: Coscienza, coscenza, conoscienza, scienza, cielo e ciliegie, nonché provincie e camicie: questa non è grammatica, ma roba da sofisti e da pedanti. Apriti cielo! che se uno deve scrivere "qualè " senza l'apostrofo, allora che gusto c'è?


Carmi presunti
perdute lettere
romboidi incerti
vive parabole
morte lucertole
io sono un pattino
scivolo lucido
il ghiaccio è fragile
poeta illuminami
di queste terre
di versi sdruccioli
non ho le regole
corro pericoli
cascano tegole
canti perduti
d'antiche lettere
che dico, sorbole,
mi resta un attimo,
un solo verso,
ecco, finiamola.

Insomma, a questo punto non ce la faccio più e posso anche chiudere. Metto in fila i mattoncini che ho raccolto, e poi fate voi...

La comedia degli erori
Cominciò a leggere: "La calma è la virtù dei trofi." (ma era la maniera di battere un testo? una brava ragazza, ma un po' distratta. Un po' mi dispiace che se ne sia andata... vediamo come va avanti)
Opaludi, atvolo, nienye (quasi più nienye), situzaione, giovane gerco, puinto da una vespa (esempio di voce verbale che contiene già anche il lamento), inqueita, presdiente, invenotre, vivina (vicina), Cyore, vievere, Venezia la launa e tu (lagna, luna o laguna?), ignoita, , raffporzare, fifferenza, pretiche(pratiche), ricordadi, ossino di etilene, poesante (pesante), fututo (futuro), volgio, vogliio, fumo passito, mrire, caplatno, asprettare, pso (peso), mni (mani), kmirare, monortonia, parlanfo, infornatica,color binaco, getta l'ancorta, federisco, mezogna, translatlantico.
Ecco, "Translatlantico" è il mio preferito. Lo incornicio e me lo porto via, verso nuove avventure...

 
Emilio Gauna da Golem L'indispensabile anno 2001-2003
 
 
6- continua

mercoledì 16 ottobre 2019

Il refuso germoglia ( V )


A proposito: Vermeer ha mai dipinto una veduta di Delfi? Può darsi, magari ci ha pensato e non l'ha fatto; di sicuro, è famosa la sua Veduta di Delft (che è in Olnada) (o chissà dove...)
Alla radio una volta ho ascoltato un "Divertimento a lunghe rese", di Franz Schubert (che titolo curioso... ci ho messo un bel po' ad arrivarci); e per restare in campo musicale, mi sono trovato a chiedermi che melodie potesse scrivere Monet-Verdi (forse un'opera sulle ninfee?); e infine mi sono reso conto che anche sulla tastiera del pc si possono fare le acciaccature, e non solo su quella del pianoforte. Un esempio? "Per sempre tyuo" è, con tutta evidenza, un'acciaccatura (anche con un po' di birignao, a guardar bene).
Ma io preferisco il refuso creativo, che non ti fa almanaccare ma ti sorprende piacevolmente e non si sa mai dove può portare. Da un errore possono anche nascere dei gran bei momenti. Bisogna essere fortunati, certamente: ma vi posso assicurare che capita.

E se Petrarca avesse amato Maura
cantando nei suoi versi il nome e l'aura
d'un'altra donna ma d'ugual concetto
della bellezza e la dolcezza dell'aspetto
ma anche di qualcosa che trascende
l'aspetto e la dolcezza dell'amante,
d'alta questione e di pensier costante
e di bellezza che dal ciel discende;
un altro uomo lui sarebbe stato,
forse un po' più felice e un po' più amato
certo un poeta assai meno blasonato
ma l'aura che serena il ciel discende
l'avrebbe atteso forse così dolcemente
là dove l'acqua i monti e il ciel sottende?
( dov'è dolcezza e Amor non si nasconde
e ci si inoltra là tra il vento e l'onde...)

Un refuso pazzesco è passare da ing. a ign., ; che è quasi come dire "un latro cantante" invece di "un altro cantante"...
Adeso, che è un presente pigro e forse un po' obeso; e la macchina per tagliare il bordo, un'invenzione utilissima da qualsiasi parte la si guardi.
Oppure "intirizzuto" che non so bene che cos'è ma rende l'idea, soprattutto se piove tanto e fa freddo.
Lo metto, oppure lo ometto? (e, sforzandosi un po', si può arrivare anche all'ometto...)
Sulla confusione fra corpo e copro forse sarebbe il caso di interpellare il dottor Freud (e chissà se c'è qualcosa di simile, in tedesco...).
E che cos'è mai una miaschera? Direi che è la mia maschera, che ha la forma di un gatto che miagola.

 
E' vero, ho scritto amici e non gattini:
ma tu che cosa mai stavi a guardare?
Io tutto il giorno qui che sto a scavare
nel più profondo delle mie miniere,
e tu sai solo ridere e scherzare!
(che son due belle cose che sai fare...)

 
 Emilio Gauna da Golem L'indispensabile anno 2001-2003
5 - continua

lunedì 14 ottobre 2019

Il refuso germoglia ( IV )

 
Serendipity è una parola inglese, che deriva dalla favola dei tre prìncipi di Serendip, che trovavano sulla loro strada, senza cercarle, fortune inaspettate. Serendip pare che corrisponda all'odierno Sri Lanka, cioè Ceylon; e la favola è una favola antica, forse di origine persiana. Il caso di "serendipità" che viene sempre portato ad esempio è quello di Alexander Fleming, il fisiologo scozzese che scoprì la penicillina mentre stava studiando un'altra cosa.
Fortuna, si può dire: ma non è sempre così, a volte il caso (o il destino, o come lo volete chiamare) ci mette sotto il naso ciò che ci serve, ma noi siamo troppo legati alla nostra banale quotidianità e non ce ne accorgiamo quasi mai. Così, invece di arrabbiarmi per gli errori di battitura, ho imparato a correggerli con pazienza e poi metterli da parte e provare ad utilizzarli. Cucina economica ed alternativa, insomma; magari con sottofondo di musica buona e rilassante.

Suona Satie sul piano
gimnopedie speciali;
eventi strani narrano
le melodie normali;
io quieto aspetto e medito
ritmando ricordi infantili.

Per esempio, medito da tempo di costruire una storia dove ci siano dei naufraghi in mezzo al mare, e che infine i naufraghi avvistino la terra, e dicano felici: "Siamo slavi!". Ma non nel senso della nazionalità, s'intende.
Oppure un dialogo come questo:
- Vada pure, apra senza paura. La chiave è sotto lo zebrino.
Il protagonista la cerca a lungo, la benedetta chiave, e infine la trova: sotto una piccola zebra di peluche.

Ma il più delle volte gli errori di battitura sono tristi ed avvilenti, ed è molto facile che sfuggano anche alla lettura della redattrice più attenta.

Di fronte ad un refuso Giulio Verme
rimane triste, attonito ed inerme;
che a ventimila beghe sotto i mari
non può combatter non essendo ad armi pari:
sol da se stesso può aver delle conferme.

 
 Emilio Gauna, da Golem L'indispensabile anno 2001-2003
 
IV - continua

venerdì 11 ottobre 2019

Il cammello di Loch Ness


Quello che dovrebbe darmi il pc collegato allo strumento è in figura 1. Quello che vedo, sullo schermo del computer, è invece la figura 5.


- E' da due giorni che va avanti così, - mi dice il collega che mi dà il cambio, sabato pomeriggio alle 14. L'altro HPLC è fuori uso da tempo, e dovrò dunque servirmi solo di questo strumento, durante il mio weekend lavorativo; e così toccherà fare anche ai miei colleghi meno fortunati che faranno il turno di notte in fabbrica, nelle notti fra sabato e domenica e domenica e lunedì.
- Ma allora come facciamo? - chiedo, visto che, lavorando sabato e domenica, nei giorni precedenti ero a casa e non mi sono ancora ben ricollegato a quest'allegra gabbia di matti.
- Mah, non so cosa dirti: comunque il dottor Biribò vuole sapere subito i dati, in impianto; così sanno come regolare le portate della materia prima.
Saluto il mio collega, lo lascio andare e provo a guardare il mio povero strumento malato, un High Performance Liquid Chromatographer che dovrebbe darmi la percentuale residua di alcool non solfatato, un dato che in questa produzione è essenziale. Su questo dato, il capoturno dell'impianto di solfatazione dovrà regolare tutto il suo complesso sistema di valvole e di compressori; e invece io non so cosa potrò fare, dal mio avamposto in laboratorio, in questo sabato pomeriggio dalle 14 alle 22.
Con questo problema rischiamo di perdere un cliente famoso e importante, anzi un CLIENTE! come ci dicono quelli delle vendite; ma è una storia ormai vecchia, vecchia di un anno.
Un anno fa, a marzo, il Direttore in persona scende in laboratorio e convoca tutti i presenti. Purtroppo manca il nostro capo, la Dottoressa; e manca anche il vice, influenzato; ma la riunione va fatta subito perché il problema è grave.
Il Direttore, che ha una notevole esperienza come analista, va a prendere i tracciati delle ultime analisi dell'HPLC; prende il pennarello e con l'ausilio della lavagna spiega.
- No, ragazzi, così non va bene. Il tracciato ideale deve essere così (fig.1), o al massimo così (fig.2). Invece noi abbiamo questo (fig.3): è vero che si può fare lo stesso il calcolo, ma si commette un errore, e non va bene perché dobbiamo essere molto precisi, super precisi.
E via dicendo, ribadendo con forza il concetto: che dobbiamo stare attenti, noi ragazzi (compresi quelli di 40 anni), e prestare la massima attenzione (anzi, la Massima Attenzione) a quest'analisi.
- Veramente, - provo a dire - ieri sera sono uscite 29 autobotti, senza contare il resto del lavoro che c'era da fare; ho dovuto controllarle e redigere i certificati d'analisi, ed ero qui da solo, col ragazzo appena arrivato dalla Manpower.
Il Direttore ci rimane male. Si aspettava dedizione assoluta alla causa, e invece...
- ... polemico... - è il suo commento, appena sussurrato.
Ma poi il Direttore torna nei suoi appartamenti; il nostro gentile capo, la Dottoressa, ritorna da Kyssadove; il vice della Dottoressa guarisce dall'influenza, quelli delle Vendite fanno qualche sconto al CLIENTE! e si riprende a lavorare. Noi, la fabbrica intera e anche il povero strumento, ormai alle corde ma che continua a fare la sua parte.
E' dunque passato un anno, il CLIENTE! non è mica tanto contento, quelli delle vendite fanno sempre i salti mortali per non perdere una commessa così importante e noi continuiamo a strapazzare il povero HPLC, mentre il Direttore e la Dottoressa ci dicono di Prestare Sempre la Massima Attenzione. In più, il Dottor Biribò (responsabile dell'impianto) è un tantino furioso, e a mio parere non ha tutti i torti.
Sarà perché funziona ad alcool etilico, ed è ormai un po' ubriaco anche lui, ma sul monitor del pc collegato allo strumento esce di tutto ma non la figura 1. Ormai sono figure che abbiamo imparato a riconoscere, e le abbiamo anche numerate e battezzate: il Cammello (fig.4) , il Serpentone con la Gobba (fig.5), il Mostro di Loch Ness (fig.6), la Tangente all'Infinito (fig.7) e, temutissima, la Linea Piatta (fig.8).
Di fronte all'ennesima apparizione del Mostro di Loch Ness, chiamo sconsolato il supervisore, massima autorità presente in Fabbrica in questo pomeriggio di sabato. Per fortuna è Luciano, vecchio compagno di lavoro, il più esperto e il più dotato di buon senso tra i supervisori. Lo invito davanti al monitor e gli faccio vedere la successione dei mostri.
- Hai provato a mettere in purga? - mi chiede. In effetti, un HPLC si può mettere in purga; è un'operazione che si fa abitualmente, per pulire lo strumento. Ma, come si può immaginare, la purga ha molti meriti ma non è che risolva proprio tutti i mali. Comunque la parola ha una sua potenza e colpisce l'immaginazione: cosa fare ad uno strumento che non ci ascolta, se non purgarlo? Infatti ce lo dicono tutti, ma proprio tutti, da un anno; lo raccomandano, lo suggeriscono o lo ordinano, a seconda dei casi, dei momenti e delle persone.
- Non so più cosa fare. La purga l'ho già fatta, ma questo è un problema della colonna per cromatografia e la purga qui non c'entra.
- E quindi?
- E quindi non posso darti i dati. Potrei fare l'analisi a mano, ma ci metterei un'oretta. Quando finisce la produzione?
- Tra mezz'ora giriamo.
- Allora conviene fare l'analisi a mano sul prodotto finito, e provare a correggere.
Concordiamo, e così faremo; ma non senza avere prima interpellato il Dottor Biribò, che di certo è a casa sua con un diavolo per capello e una mano sul telefono, come gli innamorati che aspettano una chiamata che non arriva, che freme e aspetta con ansia il risultato e si chiede da tutta la mattina: "telefono io o mi chiamano loro...?".
Io e Luciano ci guardiamo negli occhi, e non c'è neanche bisogno di parlare perché a questo punto è come se fossimo telepatici, e ognuno sa cosa sta pensando l'altro. Ma non ne parliamo, per decenza; e Luciano mi chiede soltanto, con voce spenta e poca convinzione:
- ...a che punto sei con l'estrazione del non solfatato?
E' stato un lungo anno, vissuto su un'astronave alla deriva, abbandonata e distante anni luce dal Pianeta Qualità, al quale pure apparteniamo...

(nota, per gli increduli: è tutto vero, datato 2003. So che è dura crederci, ma ne ho viste anche di peggio...)

martedì 8 ottobre 2019

L'impresa di Fiume, e dintorni


Ho conosciuto una famiglia di esuli fiumani, due fratelli e una sorella, che mi hanno raccontato in prima persona cosa è accaduto dopo il 1945. Di conseguenza, per Fiume e per Trieste, e per l'Istria, ho sempre provato interesse; anche perché triestini, fiumani e istriani parlano un veneziano molto bello, limpido, che mi ha sempre fatto un po' invidia perché mi piacerebbe saper parlare così. A Trieste vivevano Italo Svevo e James Joyce, a Grado c'era Biagio Marin; insomma, tanti motivi per appassionarsi a quei posti e a quella gente.
Così mi sono ritrovato a leggere e ad ascoltare anche le celebrazioni per il centenario dell'impresa di D'Annunzio, e come sempre sono rimasto stupito nel vedere tanti simpatizzanti del fascismo in prima linea. Non voglio fare discorsi lunghi, non sono uno storico e non spetta a me spiegare come è andata, ma di due cose esiste la certezza: Fiume e Trieste diventarono parte dell'Italia prima dell'arrivo del fascismo, e dal fascismo furono perdute. Il fascismo ha molte colpe, in questa storia; e con il comportamento dei fascisti si spiega anche, in gran parte, la dura reazione jugoslava alla fine della guerra (una guerra persa malamente dai fascisti, su questo fronte come su tutti gli altri). Va ricordato che rischiammo di perdere anche Trieste, che rimase italiana solo grazie al grande impegno di Alcide De Gasperi nel primo dopoguerra.

Insomma, i fascisti non hanno alcun merito nel passaggio di Trieste, Fiume e Istria all'Italia (il fascismo nasce solo negli anni Venti del Novecento) e hanno invece gravissime colpe nella perdita di Fiume e dell'Istria. Bisognerà pur dirlo, ogni tanto, e mi stupisce che nessuno lo ricordi in questa ricorrenza.
Mi stupisce anche, ogni volta che si torna sull'argomento, l'esaltazione che molti militari provano per il duce e per il fascismo: il fascismo ha perso tutte le guerre su tutti i fronti, e quasi sempre malamente. Si esalta il valore dei singoli soldati, e questo è più che giusto, ma che dire dei vertici (fascisti) che li mandarono a morire senza alcuna speranza di vittoria? Mah.

domenica 6 ottobre 2019

Resentìn

 
Non so nemmeno bene io perché, ma ogni tanto mi torna in mente una canzone, questa:
La bella la va al fosso,
(ravanej e ramulasc, barbabietul e spinasc, tri palanch al mazz...)
va al fosso a resentar
(coro: "la va al fosso al resentar..." )
e intant che la resenta
(ravanej e ramulasc, barbabietul e spinasc, tri palanch al mazz...)
la gh'è cascà l'anel
(coro: la gh'è cascà l'anel...)
Mi chiedo se si capisca anche fuori Milano, direi di sì a parte il dubbio sui ramolacci: passi per rapanelli, barbabietole e spinaci, ma c'è ancora qualcuno che mangia i ramolacci? E, soprattutto, che cosa sono i ramolacci? Me lo chiedevo da bambino e continuo a chiedermelo ancora oggi, non perché nel frattempo non l'abbia imparato, ma perché me ne dimentico ogni volta. Così consulto un'enciclopedia delle erbe di uso comune e trovo la spiegazione: raphanus sativus, una radice a metà strada fra rapanello e rafano, detta anche rapanello nero o rapanello invernale.

Così, risolto l'enigma del ramolaccio, penso di aver risolto ogni dubbio; e invece no, ho sorvolato su resentare. Resentare sullo Zingarelli non c'è: sembra una parola toscana, ma lo sembra soltanto. Resentare significa lavare: intanto che la lava, o meglio - I beg your pardon - "mentre sta lavando" (questo sì che è italiano, e non una traduzione automatica computerizzata), le è cascato l'anello nell'acqua. Che si fa? Alla bella che è andata al fosso per resentare non resta che chiedere aiuto a un pescatore lì vicino.
- O pescator dell'onda
(ravanej e ramulasc, barbabietul e spinasc, tri palanch al mazz...)
pescatemi l'anel...
Eccetera eccetera, è una canzone famosa e caso mai rimando qui per chi volesse cantarsela tutta intera.

La parola resentare, così evocata, però mi ha fatto venire in mente un'altra cosa, che ha sempre a che fare col lavaggio ma che è davvero tutta un'altra cosa. Per la precisione: quando si beve il caffè, alla fine rimane sempre qualcosa sul fondo della tazzina. E allora si fa il resentìn, il "piccolo lavaggio": non con l'acqua, ma con la grappa. Un goccio di grappa, nella tazzina ancora calda, resenta sü che l'è una meraviglia. La grappa si aromatizza al caffè, e si scalda quel tanto che basta per renderla ancora più aromatica di suo - se la grappa è buona, s'intende. Ovviamente, si sa, c'è chi con la grappa poi esagera: e questo non è bene. La resentada definitiva, insomma, spetta alla lavastoviglie, o all'acquaio. La grappa è buona ma è sempre meglio non esagerare. A proposito, adesso che ci penso, devo averne una bottiglia di quella buona già aperta... no, è ancora chiusa. Aspetterò, caso mai passi di qui una persona simpatica, barbera e champagne, o caffè col resentìn, meglio bere in buona compagnia che da soli. (e attenti al controllo dell'alcool, se poi dovete guidare).

giovedì 3 ottobre 2019

Agonismo


L'altro giorno in tv ho sentito ripetere il lamento sui troppi bambini (e bambine) che fanno poco sport, e che spesso sono anche obesi. Seguivano disquisizioni che ho già ascoltato tante volte, ma mancava una voce, la mia. La mia e quella di tanti altri e altre: perché dunque non abbiamo fatto sport, noi mollaccioni? Allora racconto un po' cosa succede, perché anche oggi le cose non sono poi tanto cambiate rispetto alle mie esperienze.
 
Un collega sul lavoro era venuto a cercarci: mettiamo su una squadra di calcio, venite anche voi? Io e il mio compagno di quel turno avevamo messo le mani avanti: sapevamo di non essere mica tanto bravi, ma l'amico aveva insistito, era tanto per divertirci, non eravamo noi gli unici scarsi, anzi. E così siamo andati a giocare anche noi: è stato divertente e avrei continuato volentieri perché ero in buona forma fisica (mi ispiravo a Francesco Morini, roccioso stopper anni '70: l'unica cosa che potevo fare, tenere a bada gli attaccanti avversari mentre tutti gli altri andavano avanti in cerca di gloria), ma già dalla seconda partita sono cominciati ad apparire scarpini chiodati, parastinchi, portieri con i guanti, roba da professionisti. Così ho lasciato perdere, e mi è dispiaciuto. Da allora, non ho più giocato al pallone e se mi invitavano dicevo no grazie.
Qualcosa di simile mi è accaduto in vacanza, o con le gite in montagna: fiato a parte (quello si fa, con un po' di esercizio) c'erano sempre quelli che partivano a manetta, una gara a chi arrivava primo, mentre a me piaceva guardarmi in giro. La montagna risvegliava in me il naturalista che non sono mai diventato (ahimè, mea culpa) e mi fermavo volentieri a guardare le piante, l'erba, le chiocciole, gli insetti, i sassi sul percorso. A Creta, nelle gole di Samaria (un bel posto, chi c'è stato lo sa) mi era successa la stessa cosa: "voi siete gli ultimi, gli altri sono già fuori" ci aveva detto sorridendo la guida. Già fuori? Che cos'era, una corsa a premi? Era prestissimo, io sarei rimasto lì anche la notte se avessi avuto una tenda... Andò a finire che restammo fuori, fermi, più di un'ora ad aspettare il traghetto che ci avrebbe riportati al pullman.

Ecco, questa storia dell'agonismo presentato sempre come cosa positiva mi ha sempre disturbato. Ricordo ancora il disagio dell'ora di educazione fisica, a scuola. Io non sono mai stato agile, ero grande e grosso e facevo fatica a stare al passo degli altri; mi piaceva correre, mi piaceva giocare a pallavolo, ma mi hanno fatto passare la voglia molto presto. Col tempo, finita la scuola, mi sono comperato una bicicletta e mi sono iscritto a una palestra, e ho raggiunto dei discreti risultati. Niente di trascendentale, sia ben chiaro, ma abbastanza per raggiungere una buona forma fisica. Ho anche pensato, più di una volta, che se mi avessero lasciato fare, non dico da solo ma senza avere gente che mi urlava nelle orecchie, avrei anche imparato a nuotare. E mi dispiace molto di non aver imparato, ho sempre invidiato quelli che vanno in barca, al mare o sul lago.
 

E' stato così, vivendo in un mondo di insegnanti di ginnastica un tantino fanatici (educazione fisica, educazione motoria, fate voi) che non sono diventato un atleta. E' più forte di me, quando mi obbligano a fare qualcosa, quando mi gridano nelle orecchie, io mi fermo. L'ultimo di questo genere l'ho trovato in quinta alle superiori: "la mia materia conta come le altre, come chimica e matematica", permalosissimo. Il fatto è che quando poi fai i colloqui per trovare un lavoro non ti chiedono in quanto tempo fai i cento metri, ma la chimica e la matematica, o la ragioneria (eccetera). Il mio professore era uno dei tanti frustrati che vivono l'insegnamento come un ripiego; in seguito sarebbe diventato famoso nell'ambiente professionistico e lo era già stato in precedenza, ma si vede che in quel periodo si sentiva davvero incompreso. Avere a che fare con gente come me, e come tanti altri, figuriamoci, uno che aveva fatto le Olimpiadi...
Io avevo il fisico del lanciatore di peso, ma mi si chiedeva di fare il salto in alto; ovvio che ne uscissero delle brutte figure. Però mi ero impegnato, a un certo punto saltavo gli ostacoli correndo; ma ormai l'implacabile professore non mi guardava più, ero segnato, un lavativo da compatire.

Che dire, è giusto che pratichi l'agonismo chi ha voglia di provarci. Diventare professionisti e fare dei record è una fortuna che capita a pochi e a poche, per tutti gli altri basterebbe potersi mantenere in una buona forma fisica, e per questo sarebbe importante avere insegnanti che sappiano distinguere una persona dall'altra, e che soprattutto lascino in pace i sedicenni e i diciottenni, già capaci di decidere sulla loro vita e di essa responsabili. A me fanno impressione quelli che fanno gli ottomila in mezza giornata (che senso ha?), o che prendono gli steroidi per diventare mister muscolo a Cantù, o le ragazze che per correre la mezza maratona a Orvieto si rovinano la salute imbottendosi di anti infiammatori (che senso ha?).
 
Chiudo ripensando a un film famoso, "Full metal jacket" di Stanley Kubrick. Quando uscì ero ancora abbastanza giovane e mi ero riconosciuto nel protagonista della prima parte, il soldato grande e grosso che non riusciva a completare gli esercizi dei marines. Ricordo che un critico disse di aver riso di cuore davanti agli sforzi del "grassone", ma il film parlava del Vietnam e a quel tempo c'era ancora il servizio militare di leva. Oggi è diverso, ma il soldato Pyle non aveva chiesto di fare il soldato, era stato obbligato a farlo. Avere un sergente che ti urla nelle orecchie è una cosa fastidiosa, così come avere un professore di ginnastica che ti dà del lavativo e che volta la faccia dall'altra parte quando ti impegni e comunque provi a migliorarti. Quando ero uscito dal cinema, sulle note di "Paint it black" dei Rolling Stones, mi ero detto che era stata una fortuna non avere fatto il militare (ero molto miope, sulle dieci diottrie per ogni occhio). Chissà che cosa avrei fatto, ventiquattro ore su ventiquattro, per mesi, con uno che mi urlava nelle orecchie in quel modo. E, per di più, con un fucile in mano.

Un saluto a tutti quelli e quelle che avrebbero voluto fare sport, ma hanno trovato chi gli ha fatto passare la voglia.