giovedì 2 febbraio 2012

Dubliners

La prima volta che ti innamori, e i tuoi che continuano a trattarti come un bambino: sono sicuro che sta accadendo ancora, proprio adesso, ma nessuno ne parlerà.
James Joyce, da Dubliners-Gente di Dublino
(...) Finalmente lei mi parlò. Alle prime parole che mi rivolse rimasi cosí confuso che non seppi risponderle. Mi domandò se sarei andato all' "Arabia". Non ricordo se risposi di sì o di no. Doveva riuscire una bellissima fiera, disse, e le sarebbe piaciuto andarci.
« E perché non puoi? » domandai.
Parlando si rigirava un braccialetto d'argento al polso. Non poteva, spiegò, perché quella settimana aveva un ritiro al suo convento. Il fratello e altri due ragazzi si stavano disputando i berretti nella strada e io ero solo presso il cancello. Lei si teneva a una sbarra e piegava la testa verso di me. La luce del lampione di fronte colpiva la bianca curva del collo e illuminava i capelli raccolti sulla nuca, la mano posta sulla sbarra. Cadendo di lato sul vestito, colpiva anche l'orlo bianco della sottana, che la posa trascurata lasciava intravedere.
« Faresti bene ad andarci tu » disse.
« Se ci vado » risposi « le porterò qualcosa. »
Quali innumerevoli follie mi sconvolsero la mente, da quella sera, sia da sveglio, che nel sonno. Avrei voluto annientare le monotone giornate che seguirono. Lo studio m'era divenuto insopportabile: di notte in camera, di giorno a scuola, l'immagine di lei s'interponeva fra me e la pagina che mi sforzavo di leggere. Nel silenzio in cui l'anima mia s'esaltava le sillabe della parola "Arabia" mi tornavano in mente per versare in me un incantesimo orientale. La zia se ne stupí ed espresse la speranza che non si trattasse di qualche trappola da frammassoni. In classe rispondevo stentato. Vedevo la faccia dell'insegnante da benevola divenire severa: si augurava che non diventassi uno sfaticato. Non riuscivo a tenere insieme le mie idee vagabonde e non avevo più pazienza per il lavoro serio della vita, che frapponendosi ora tra me e i miei desideri, mi pareva un gioco da bambini, un odioso e monotono gioco da bambini.
Il sabato mattina ricordai allo zio che dopo cena avrei voluto andare alla fiera. Stava agitandosi presso la mensola dell'attaccapanni in cerca della spazzola da cappelli e mi rispose breve:
« Sí, sí, lo so, ragazzo mio. »
Ora che c'era lui in anticamera non potevo andare nel salotto e affacciarmi alla finestra. Sentivo che tirava un'aria di malumore in casa e cosí m'avviai lentamente verso la scuola. Faceva un freddo spietato e in cuore già avevo un triste presentimento.
Quando tornai a casa per cena lo zio non era rientrato. Era ancora presto. Per un po' rimasi seduto a guardare l'orologio e quando il suo tic-tac cominciò a irritarmi, lasciai la stanza. Salii le scale e raggiunsi la parte superiore della casa. Le stanze alte, fredde, vuote e oscure mi dettero un senso di sollievo: passavo dall'una all'altra cantando. Dalla finestra sul davanti vedevo i miei compagni giocare giú nella strada. Le loro grida mi giungevano opache e indistinte, e con la fronte appoggiata al vetro freddo guardavo la casa buia dove abitava lei. Sarò rimasto lí quasi un'ora, non vedendo se non la figura in veste bruna che la mia immaginazione evocava, con la luce del lampione che illuminava discreta la bianca curva del collo, la mano posata sulla sbarra e l'orlo della sottana.
Quando ridiscesi, trovai Mrs. Mercer seduta presso il fuoco. Era la vedova d'uno strozzino, una vecchia chiacchierona che raccoglieva francobolli usati a scopo di beneficenza. Mi dovetti sorbire le sue ciarle durante il tè. Il pasto si prolungò per piú di un'ora e frattanto lo zio non era rientrato. Mrs. Mercer s'alzò per andarsene: le spiaceva di non poter aspettare di piú, ma erano le otto suonate e non voleva trovarsi fuori tanto tardi perché l'aria della notte le faceva male. Quando se ne fu andata mi misi a passeggiare in su e in giú per la stanza, coi pugni stretti. La zia disse:
« Ho paura che dovrai rinunciare alla tua fiera, per questa notte di Nostro Signore. »
Alle nove sentii la chiave dello zio che alzava il saliscendi della porta d'entrata. Lo sentii anche parlare fra sé e notai il dondolio dell'attaccapanni sotto il peso del cappotto: tutti indizi che sapevo interpretare. Solo quando fu arrivato a metà della sua cena, gli chiesi i soldi per andare alla fiera. Se n'era dimenticato. « È a letto la gente a quest'ora, e già nel primo sonno » disse.
Ma io non sorrisi e la zia intervenne energica.
« Potresti anche darglieli i soldi e lasciarlo andare. L'hai già fatto aspettare abbastanza. »
Lo zio si dichiarò spiacente della dimenticanza. Disse che credeva nel vecchio proverbio: "Sempre lavoro e niente svago fa di Jack un ragazzo barboso". Mi domandò dove andavo e quando gliel'ebbi ripetuto una seconda volta domandò se conoscevo "L'addio dell'arabo al suo corsiero". Quando uscii di cucina ne stava recitando i primi versi alla zia.
Col mio fiorino stretto in pugno m'avviai giù per Buckingham Street, verso la stazione. La vista delle strade illuminate a gas e affollate di compratori mi rammentò la meta del mio viaggio. Mi sedetti in una carrozza di terza classe, in un treno vuoto. Dopo un'attesa interminabile il treno usci lentamente dalla stazione. Arrancava fra case in rovina, lungo il fiume che luccicava. A Westland Row una folla di gente s'accalcò agli sportelli ma i facchini la respinsero dicendo che era un treno speciale per la fiera. Rimasi solo nello scompartimento vuoto. Pochi minuti dopo il treno si fermava presso una piattaforma di legno provvisoria. Uscii nella strada e dal quadrante luminoso di un orologio vidi che mancavano dieci minuti alle dieci. Un capannone mi stava di fronte, ostentando il magico nome.
Non mi riuscí di trovare l'ingresso da sei pence e nel timore che avessero a chiudere, passai in fretta da un'entrata girevole tendendo uno scellino a un uomo dall'aria stanca. Mi trovai in una gran sala circondata a mezza altezza da una galleria. Quasi tutti i padiglioni erano già chiusi e la maggior parte della sala era al buio. Vi ritrovavo un silenzio simile a quello che invade le chiese dopo la funzione. M'avviai timido verso il centro della fiera. Poca gente si raccoglieva intorno ai padiglioni ancora aperti. Dinanzi a un sipario sopra il quale erano scritte a lampadine luminose le parole Cafè Chantant, due uomini contavano del denaro su un vassoio. Sentivo il tintinnare delle monete.
Ricordandomi con sforzo perché ero venuto, m'avvicinai a uno dei padiglioni e mi misi a guardare i vasi di porcellana e i servizi da tè a fiorami. Sull'ingresso del padiglione una signorina parlava e rideva con due giovanotti. Notai il loro accento inglese e prestai un orecchio disattento ai discorsi che facevano.
«Ma io non ho mai detto una cosa simile. »
« Vi dico di sí! »
« Vi dico di no! »
« Si, l'ho sentita anch'io. »
« Oh, ma è una.., frottola! »
Scorgendomi, la signorina s'avvicinò, domandandomi se volevo comprare qualcosa. Non aveva un tono troppo incoraggiante; pareva mi avesse parlato solo per un senso di dovere. Guardai umile gli alti vasi che come guardie orientali fiancheggiavano da ambo i lati l’ingresso buio del padiglione e mormorai:
« No, grazie. »
La signorina cambiò di posto a uno dei vasi e tornò dai due giovanotti. Ripresero a parlare sullo stesso argomento. Una volta o due la signorina mi diede un'occhiata da sopra la spalla.
Sebbene sapessi ch'era senza scopo, indugiai ancora dinanzi al padiglione, tanto per rendere piú verosimile il mio interesse alla merce. Poi mi voltai lentamente e presi giú per il corridoio centrale. Mi lasciai scivolare in tasca le due monete da un penny accanto a quella da sei pence. Da una delle estremità della galleria sentii una voce gridare che si spegnevano le luci. Adesso la parte superiore della sala era completamente in ombra. Alzando allora lo sguardo su nel buio mi vidi come una creatura trascinata e derisa dalla vanità; e gli occhi mi bruciavano d'angoscia e di rabbia.
James Joyce, da Dubliners-Gente di Dublino, il racconto "Arabia" (traduzione di Franca Cancogni, Giulio Einaudi Editore)

So che c'è ancora chi dice che Joyce è difficile. Non so, a me non sembra proprio.
(Oggi è il 2 febbraio, compleanno di James Joyce: stessa età di uno dei miei nonni)

domenica 29 gennaio 2012

Balabiòtt

Gli insulti milanesi, quelli di una volta, non erano quasi mai veri insulti ma piuttosto epiteti, metafore, giochi di parole; anche e soprattutto perché il carattere dei milanesi, quelli veri, era molto aperto e accogliente, ben diverso da quello che si vuol far credere oggi. Le cose cambiavano più a nord, verso Varese, verso Como, dove c’era gente più chiusa, anche per motivi puramente geografici. A Milano, in un posto situato proprio in mezzo alle principali vie di comunicazione, non si guardava più di tanto alla provenienza e al colore della pelle, all’accento “strano” ci si faceva l’abitudine, l’importante era la persona in sè e come si comportava; e su queste basi si è costruita la fortuna della città. Va da sè che poi le cose cambiano, che conta molto come si dice una parola piuttosto che la parola in sè: una volta ho visto una donna arrabbiarsi moltissimo con un collega che l’aveva definita “Miss Italia”. La donna era molto bella e sempre elegante, ma non era più giovane; e quella frase, «va là, Miss Italia», detta in quel modo era davvero pesante, e aveva colto un nervo scoperto. Magari, in un’altra occasione, la signora ci avrebbe riso sopra; ma non in quel momento, non in quel modo, e soprattutto non da quella precisa persona.
Tornando a noi e al discorso sul dialetto, un epiteto che era molto comune e che oggi non si ascolta quasi più è “balabiòtt”. Quando da giovane si cominciava a scherzare con i più vecchi, sul lavoro, era facile sentirsi rispondere così: «Va là, balabiòtt». Non è propriamente un insulto: “ballabiotto” si può infatti definire un abitante di Ballabio, che è un paese vicino a Lecco; e Ballabio è anche un cognome piuttosto comune, nel lecchese e in Brianza. Magari gli abitanti di Ballabio tra di loro si chiamano ballabiesi, o ballabini, non lo so di preciso; sta di fatto che “ballabiotto” in dialetto milanese (e un po’ in tutta la Lombardia) si può scomporre in due parole, “balla” e “biotto”. Dato che “biotto” significa nudo, ecco dunque evocata la figura del danzatore nudo: uno che balla nudo è un matto, quindi se ti dicono “balabiòtt” ti stanno dando, con maggiore o minore delicatezza, del matto. Fino alla riforma Basaglia, negli anni ’60 (e purtroppo molto spesso ancora oggi, come si vede nelle cronache) i matti nel manicomio venivano spesso lasciati nudi; e comunque non c’era l’abitudine di andare in giro svestiti, nemmeno d’estate. Anche le minigonne e i pantaloncini corti, come si sa, cominciano a vedersi e ad essere cosa normale solo a partire dagli anni ’60.

La figura del danzatore nudo, del “balabiòtt”, mi ha fatto venire alla mente un altro insulto quasi scomparso: “pelabròkk” (scritto come lo avrebbe scritto Gadda). E’ un insulto scomparso, e difficilmente traducibile con precisione, per mancanza di materia prima: non tanto i milanesi in sè (siamo sinceri: chi lo parla più, il dialetto, a Milano? c’è qualcuno che ci prova, o che fa finta, ma parlare in dialetto è un’altra cosa) quanto i rami di gelso e la bachicoltura, cioè l’industria della seta. Infatti le brocche, anche in lingua italiana, sono i rami delle piante: “O Valentino vestito di nuovo...” (una volta la si studiava a memoria a scuola, è di Giovanni Pascoli, dai “Canti di Castelvecchio”)
Pelabròkk, o “pelabrocch” (stessa pronuncia) è dunque il pelatore di rami, i rami con le foglie presi dalla pianta del gelso e “pelati” per dar da mangiare ai bachi della farfalla Bombyx mori, che produce la seta. Fino agli anni ’50 era ancora possibile trovare in Lombardia qualcuno che allevava i bachi da seta, quand’ero bambino io c’erano ancora moltissimi gelsi per le strade e nei campi, ma da decenni la seta arriva tutta dalla Cina o dall’India, non si pelano più le brocche in Lombardia ma qualcuno ancora usa quest’epiteto che sta a significare “fannullone, persona da poco”: è un lavoro che può fare anche un bambino, e che non richiede nessuna particolare abilità. Si può però aggiungere che è un lavoro che va fatto tutti i giorni, con continuità, perché i bachi da seta nella loro fase di crescita mangiano moltissimo; e quindi raccogliere e “pelare” i rami del gelso non è proprio una cosa da poco, ma il significato ormai è quello e non lo si può cambiare.
Devo queste informazioni (oltre che alla lettura di Gadda e di Delio Tessa) a Nanni Svampa, a Dario Fo, a Piero Mazzarella, a Roberto Brivio, e a tutti quegli attori e cantanti che tengono ancora vivo il dialetto milanese; in particolare la sequenza “danzatore nudo scorticatore di rami”, detta con estrema pacatezza, l’ho sempre trovata molto divertente ed è un vero peccato che non la si possa quasi più ripetere.

Anche l’insulto milanese più famoso, il celeberrimo “pirla”, non è propriamente un insulto. “Pirlare” significa ruotare, roteare sul proprio asse come fa la trottola – e anche la trottola ormai temo che sia un giocattolo quasi scomparso, ma che è stato molto comune per secoli. Si dice ancora oggi comunemente, dalle mie parti, “pirlare in giro”: andare in giro senza costrutto. Per esempio, quando ti mandano da un ufficio all’altro e si perde tempo: “mi hanno fatto pirlare in giro per tutta la mattina”. Pirlare, ruotare come una trottola: la trottola si muove, e molto, ma è un movimento che non porta da nessuna parte.
A Como, dove sono nato, fino a pochi anni fa però l’insulto più comune era un altro: non “pirla” ma piuttosto “bìgul”, cioè “bìgolo”, una parola che usano molto anche i veneti. Per i veneti, “bìgolo” è qualsiasi cosa che abbia un aspetto più o meno cilindrico, compresi gli spaghetti. Anche gli spaghetti, se li guardate bene, sono infatti “bìgoli”, dei cilindri. La base è molto piccola rispetto all’altezza, ma sono pur sempre dei cilindri.
Però se si va sulle somiglianze e sulle metafore questo post rischia di diventare un po’ troppo osceno, ed è infatti vero che il perno della trottola è anch’esso, alla fin dei conti, come dire, un autentico bìgolo – ma qui mi fermo, ho già scritto troppo e non vorrei che poi qualche motore di ricerca finisse col censurarmi.

PS: quando morì Luchino Visconti (milanesissimo) chiesero un ricordo a Walter Chiari (veronese di Milano, di origini pugliesi), che aveva recitato per Visconti in “Bellissima” del 1953, con Anna Magnani. Walter Chiari disse (esiste il filmato) che quando Visconti gli fece leggere la sceneggiatura di “Rocco e i suoi fratelli” non potè fare a meno di dire: «Ma qui c’è un immigrato del Sud, c’è il pugilato, questa è la mia storia...perché non lo fai fare a me?». E Visconti gli rispose così, con estrema gentilezza e misurando bene le parole: «Perchè tì, balabiòtt, te set tropp vècc.». Walter Chiari sorrideva nel ricordarlo: eh sì, era vero. Nel 1960 Chiari aveva già quarant’anni, troppo vecchio per quella parte, che poi andò al ventenne Alain Delon.

venerdì 27 gennaio 2012

L'allenatore dell'Inter, e altre storie

Molti non lo sanno, ma il grande calcio moderno ha origini ungheresi: “danubiane”, come diceva Gianni Brera. Il gioco a zona, il pressing, queste cose qui, arrivano all’inizio degli anni ’70 con i grandi successi dell’Ajax di Amsterdam, che aveva per allenatore proprio un ungherese: Lajos Kovacs. Prima dell’arrivo di Kovacs in Olanda, le squadre dei Paesi Bassi – pur avendo ottimi giocatori - non avevano mai vinto niente, ed erano spesso sommerse di gol da inglesi, spagnoli, italiani. L’Ungheria ha una grandissima tradizione calcistica, e se non se ne trovano tracce negli albi d’oro del football è per una questione che con il calcio ha poco a che vedere: l’invasione sovietica dell’Ungheria, avvenuta nel 1956. Il 1956 è proprio l’anno in cui ha inizio l’albo d’oro dell’odierna Champions League: ma i grandi tecnici e calciatori ungheresi, come Kovacs e Puskas, andarono a giocare all’estero, e la grande tradizione danubiana potè continuare solo fuori dalla patria d’origine. Tutto questo ha un precedente illustre nella persona di un allenatore ungherese che vinse in Italia tre scudetti: uno con l’Inter nel 1929-30 e poi due con il Bologna; e porterà il Bologna anche a grandi successi europei, purtroppo oggi dimenticati.
Questo signore, autore anche di un manuale sul gioco del calcio che è stato per decenni una lettura obbligata per gli allenatori e per i giornalisti sportivi, si chiamava Arpad Weisz, e dovette lasciare l’Italia nel 1938. Il motivo è facilmente immaginabile, e non ha bisogno di spiegazioni anche la data della sua morte, gennaio 1944, e anche il luogo dove avvenne: Auschwitz. La storia personale di Arpad Weisz, e della sua famiglia (la moglie Elena, i figli Roberto e Clara di 12 e 8 anni) è di quelle che spiegano la Storia (con la S maiuscola) molto più di tante altre parole: ed è qualcosa che non si può negare.

Un’altra storia è quella del direttore d’orchestra Wilhelm Furtwängler, uno dei più grandi del Novecento, un’autentica leggenda per gli appassionati della grande musica tedesca. Furtwängler, figlio di un grande archeologo e uomo di grande cultura, fu uno dei pochi a rimanere in Germania anche nel periodo nazista: ci sono diversi filmati e fotografie che lo ritraggono mentre dirige i Berliner Philharmoniker davanti a tutto lo staff nazista, Hitler, Göring, Göbbels. Dopo la guerra, Furtwängler fu indagato: risultò (ed era ovvio) che non aveva fatto nulla di male, e a parte la beata ingenuità e ignoranza di molti artisti e musicisti che non riescono a vedere a cosa succede a un palmo dal loro naso, non c’era nient’altro da rimproverargli. A salvare definitivamente Furtwängler, e a fargli riavere la direzione dei suo amatissimi Filarmonici di Berlino (la più importante orchestra del mondo), che poi terrà fino alla sua morte nel 1954, furono le lettere che spedì alle alte gerarchie naziste in difesa dei suoi orchestrali. Molti, moltissimi, erano ebrei: ma prima che essere ebrei erano grandi violinisti, violoncellisti, musicisti impareggiabili... “Saranno anche ebrei – scriveva Furtwängler – ma se mi portate via i migliori, poi io come faccio a far suonare bene i Berliner?”. E, nella sua beata ingenuità, si diede da fare per salvare il posto non tanto all’ebreo in sè, quanto al musicista che non era pensabile rimpiazzare in modo adeguato. E, detto per inciso, questa ostinazione nel mandar via i migliori – anche gli scienziati, e non solo gli artisti – fu la principale causa della sconfitta nazista.

Di fronte al negazionismo io non so cosa dire, mi sembra stupidità pura. Anche discutere sul numero dei morti, che siano un milione o due o tre o cinque milioni, anche se fosse un morto solo (il vostro vicino di casa che sequestra e ammazza una persona e poi la brucia nel forno di casa: vi pare normale?), la follia non cambia. Non so cosa dire anche perché a me è bastato aver visto una foto su un giornale, una foto sola, da bambino, per capire cos’era successo: che cos’erano mai quei corpi, era qualcosa di spaventoso, si vedeva bene che era una cosa vera... Pensavo che fosse così per tutti, e che bastasse poco per rendersi conto di quell’orrore, e invece mi sono presto reso conto che non era così. Anzi, addirittura mi è toccato sentire i paragoni con le foibe, dette con l’aria e con il tono di voce di chi sottintende: adesso siamo pari. Invece no, un morto di qua e un morto di là non si annullano, fanno due morti. Un milione di morti di qua e cento morti di là non fanno zero morti, fanno un orrore senza fine; ed è responsabilità grave di molti governi, in Italia e in Europa, aver lasciato crescere questo orrore, aver concesso sedi e finanziamenti a questi movimenti. Continuare a concedere loro spazio e sostegno è qualcosa che finiremo per pagare tutti, e che anzi abbiamo già cominciato a pagare, come insegna il caso Breivik, quest’estate, in Norvegia; e come insegna il caso dei morti di Firenze, poche settimane fa, sempre ad opera di qualche esaltato da quest’ideologia negazionista. Ma “gli ebrei” sono questa cosa qui, i violinisti di Furtwängler, o magari l’allenatore dell’Inter: che cosa pensavate che fossero?
PS: un libro recente su Weisz è “Dallo scudetto ad Auschwitz” di Matteo Marani, editore Aliberti; su Wilhelm Furtwaengler (uno dei grandissimi del Novecento) la bibliografia è immensa, e numerosissimi sono i suoi dischi.

mercoledì 25 gennaio 2012

Il Maroni ridens, e altre storielle recenti

Il deputato leghista Roberto Maroni è invitato dal Rotary Club di Lurate Caccivio (Como); ricorda di essere passato spesso da quelle parti,c’è una cena, lo spumante, insomma una ridente rimpatriata. Il quotidiano “La Provincia” di Como ne dà notizia in data 21 gennaio 2012, e termina il resoconto della serata con queste righe: «Sono soddisfatto del lavoro fatto - ha concluso Maroni - Nessun ministro del lavoro, prima di me, aveva fatto, contemporaneamente la riforma del lavoro e delle pensioni. Nei tre anni e mezzo al Viminale, sono stati catturati 28 su 30 boss latitanti e sequestrati 25 miliardi di euro, di beni alla mafia».
Vale a dire: Maroni è contento. Che sia contento lo si vede bene anche dalla foto pubblicata (ve la risparmio), dove sorride paciosamente davanti alla tavola imbandita, nella più classica delle foto ricordo. Beato lui che è contento, verrebbe da dire: se non fosse per il fatto che proprio lì vicino, a Olgiate Comasco frazione Somaino, sta chiudendo una delle più importanti fabbriche metalmeccaniche del comasco: in pochi anni si è passati da 600 occupati a poco più di duecento, e la produzione è già stata in gran parte spostata in un Paese dell’Est Europa. «Seguo da vicino le vicende della Sisme; la mia esperienza come ministro del Welfare mi ha sensibilizzato su questi temi», dice Maroni (è una frase riportata nell’articolo).
Che dire, beato lui che è contento (chiedo scusa per la ripetizione, ma mi serve per evitare altre parole). Maroni è stato Ministro del Lavoro, e il Lavoro è finito (le nostre fabbriche qui al Nord si sono trasferite tutte tranquillamente e serenamente in Romania, in Serbia, in Cechia, qualcuno perfino in Cina e in Malesia). Maroni è stato Ministro del Welfare e l’età pensionabile è salita da 50 a 65 anni (per tacere dei tagli e delle tasse-ticket sulla Sanità e sulla Scuola emanate dal governo di cui faceva parte). Infine, Maroni è stato Ministro degli Interni e si sono arrestati tanti latitanti: peccato che basti girare pagina, su quel numero della Provincia di Como, per trovare la cronaca di una rapina, proprio a Olgiate Comasco. E, soprattutto (ci tengo molto) un pensiero riconoscente a tutti quei magistrati e poliziotti e carabinieri che hanno condotto in prima persona le indagini su mafia, camorra e ‘ndrangheta: per esempio la signora Ilda Boccassini, che su questi temi ha condotto le principali inchieste milanesi e lombarde, e che è stata lungamente e ripetutamente insultata proprio dal governo di cui faceva parte Roberto Maroni.

Ma in questi giorni non c’è stato solo il Maroni ridens (beato lui, che è contento...), che potremmo anche cominciare a pensare come parte del nostro passato (sperèmm...). Qui sotto metto altri due interventi che mi hanno colpito, purtroppo compresi fra presente e futuro:
- Il viceministro ventottenne Michel Martone, clamorosamente figlio di papà, che ha rivolto una frase infelice sugli studenti che non si laureano prima dei 28 anni. Che dire, magari non siamo proprio d’accordo col governo Monti, ma quantomeno abbiamo tutti detto “se non altro è finita l’epoca delle cazzate quotidiane”, quelle rilasciate un giorno sì e l’altro pure dai Calderoli, Berlusconi, Gelmini, eccetera. Invece no, eccoci qui da capo: e non vale il paragone con l’altra frase sui giovani, quella di Padoa Schioppa, perché un conto è un uomo di settant’anni che viene interpellato sulla sua vita personale e dice “bamboccioni” in una conversazione televisiva riferendosi a quando andò a vivere da solo a diciott’anni, un’altra cosa è quando uno che non ha mai lavorato in vita sua e deve ancora dimostrare se vale qualcosa viene a dire “sfigati” a persone che lavorano e studiano da una vita.
- Il potente ministro Corrado Passera, del quale ogni giorno si ricorda che “ha risanato le Poste”. A forza di sentirlo ripetere, mi è venuto spontaneo pensare: e dunque, le Poste non funzionano più, non consegnano più la posta, poche settimane fa c’è stato un blackout clamoroso di quattro giorni consecutivi... Se non consegnano la posta, o la consegnano fra mille disguidi, che Poste sono? Il ministro Passera è un esponente di quella generazione di manager che gestiscono le Poste smettendo di consegnare la posta, che gestiscono le Ferrovie tagliando treni corse e stazioni, che gestiscono la Sanità chiudendo gli ospedali e facendo correre i malati e i loro parenti in ospedali distanti magari decine di chilometri invece di averli vicini a casa, che gestiscono le Scuole chiudendo le Scuole...(eccetera, eccetera, eccetera, ma già faccio post troppo lunghi, e poi a che cosa serve? Alle prossime elezioni, saranno ancora tutti lì).

lunedì 23 gennaio 2012

Essere di sinistra, oggi

Cosa significa essere di sinistra, oggi? A me sembra che ci siano in giro idee molto confuse, e soprattutto che ci siano molte persone che si dicono di sinistra ma che mancano di qualsiasi punto di riferimento, un po’ per colpa propria e un po’ per le martellanti campagne di disinformazione fatte da vent’anni in qua. Per cercare di spiegare cosa succede, almeno in minima parte, mi vien buona questa pagina recente di Michele Serra – e chiedo scusa a Serra caso mai passasse di qui, ma ho scelto lui perché lo leggo sempre e mi trovo quasi sempre d’accordo. Stavolta, però, mi sembra proprio che manchi qualcosa.
I NEGOZI SEMPRE APERTI, UN'IDEA « PULSANTE» MA UN PO' RISCHIOSA
Gentile Serra, ma abbiamo davvero bisogno dei negozi sempre aperti? Oltre ai problemi dei piccoli negozi che non potranno reggere la concorrenza della grande distribuzione e ai disagi per i dipendenti del commercio - che saranno costretti a lavorare su turni sempre più lunghi - la domanda che dobbiamo porci è: migliora la nostra vita poter acquistare e consumare 24 al giorno, domeniche comprese? O questa opportunità non finirà, soprattutto la sera e nei giorni festivi, per distrarci da altre attività fondamentali come lo stare in famiglia, con gli amici, giocare, fare volontariato, trovare tempo per la riflessione personale? Ci sono giorni, in particolare la domenica, che è bene siano veramente liberi. All'insegna della gratuità e non del commercio. L. B.- email
Buona domanda. Non si vive solo per consumare, anche se l'orrida definizione di «consumatori» ha preso quasi stabilmente il posto della ben più civile e completa definizione di «cittadini». Sarei ipocrita se non le dicessi che i negozi sempre aperti, come nelle grandi metropoli di tutto il mondo, mi danno comunque un'idea di vita pulsante, di libertà e di adrenalina. Il vero problema dello shopping compulsivo (e della complessiva bulimia delle società occidentali) è culturale. Sta nella scala dei valori e delle priorità personali. Chi ha di meglio da fare, è perfettamente in grado di fare a meno dei negozi, anche se sono sempre aperti. Chi invece vive solo per acquistare, non sa che cosa altro fare di se stesso anche quando i negozi sono chiusi. La questione, per come la vedo io, assomiglia a quella della droga, e delle dipendenze in generale. I proibizionisti pensano che si possa migliorare la situazione solo vietando. Gli antiproibizionisti pensano che i divieti servano a poco e che si possa guarire dalle dipendenze solo crescendo, come società e come individui. Tendenzialmente, nonostante gli anni mi abbiano levato molte delle convinzioni e delle illusioni della gioventù, resto un antiproibizionista: che i negozi siano aperti o chiusi, l'importante è decidere noi come servircene, anziché essere al loro servizio.
(Michele Serra, rubrica della posta, Il Venerdì di Repubblica 20 gennaio 2012)
Che dire? So bene che questo non è un saggio di trecento pagine, e nemmeno un articolo di fondo, ma nella risposta di Serra (che vota a sinistra e scrive su un giornale almeno in apparenza orientato a sinistra) c’è un solo punto di vista, quello del consumatore. Una persona di sinistra dovrebbe invece pensare, in prima battuta, ai lavoratori. Le domande da farsi, per una persona di sinistra (e non solo) sono queste: chi lavora nei negozi? Da dove nascono le norme che si vorrebbero abolire, quelle sugli orari di chiusura e sul riposo nei giorni festivi?
Chi ha un negozio di proprietà e sta chiuso, rischia di vedersi portar via la clientela dal negozio vicino, e questo mi sembra ovvio. Ma anche chi ha un negozio di proprietà è una persona, prima che un lavoratore: non lo si può costringere ventiquattr’ore filate in negozio, avrà pure degli interessi, dei bisogni, una famiglia. Il rispetto degli orari di apertura e chiusura, e dei riposi nei festivi, è in primo luogo una norma di civiltà: orari uguali per tutti, o turni di chiusura ben programmati, consentono ugualmente la concorrenza e permettono una vita decente anche a chi gestisce un negozio.
Se invece si parla di lavoratori dipendenti, credete davvero che i supermercati assumeranno più personale? Forse non si è capito che aria tira: il personale rimarrà ridotto all’osso, non si pagheranno gli straordinari, si aumenterà la precarietà. E se qualcuno non ci crede, consiglio di guardarsi in giro: il prossimo passo sarà l’abolizione (cioè il licenziamento) delle cassiere. Il conto alla cassa lo faremo direttamente noi clienti, tecnicamente è già possibile e in molti supermercati stanno già cominciando.
(La vignetta di Massimo Bucchi è del 2004, e viene da www.repubblica.it dove Bucchi pubblica da sempre, ogni giorno o quasi)

giovedì 19 gennaio 2012

No grazie

A casa mia le cassette della posta sono dietro il portoncino d’ingresso, all’interno: per metterci dentro qualcosa bisogna suonare e farsi aprire. Siccome nel condominio c’è sempre qualcuno che apre, se mi suonano e io rispondo “no grazie” al citofono, poi quando scendo trovo sempre la cassetta della posta strapiena di carta inutile che butto via senza neanche guardarla. Non è un gran problema, e non ne avrei parlato qui se non fosse una perfetta metafora di quello che succede in questi anni. Non sono uno di quelli che vanno dietro alle mode, di alcune novità sono entusiasta, di altre penso “bello ma non mi serve”, e su tante altre cose nuove il mio giudizio è “no grazie”. Ora, la prima risposta è purtroppo diventata quella obbligatoria, in ogni caso. La seconda risposta (“bello ma non mi serve”) è guardata malissimo, la terza risposta (“no grazie”) è praticamente impossibile. Io dico “no grazie” e mi trovo nel piatto, o nella posta, o nelle mani, queste cose che non mi piacciono e non mi interessano; e io non sono una persona difficile, mi faccio andar bene tutto, se appena posso cedo volentieri il passo.
Rimanendo nel piccolo, per evitare discorsi troppo ampi e troppo personali, provo a sintetizzare qui sotto il mio pensiero, fermandomi soltanto a internet e alle comunicazioni.
Negli anni ’80 avevo un Vic16, vent’anni fa comperavo il primo pc, una quindicina di anni fa mi collegavo a internet (bisognava pagare, duecentomila lire oltre alle telefonate): tutto questo perché avevo scoperto che potevo informarmi, scrivere, avere notizie che non ero mai riuscito ad avere (apprezzo moltissimo wikipedia, e prima ancora i motori di ricerca in generale).
Dieci anni fa mi hanno coinvolto in un blog, ho pensato che si poteva fare e che avevo delle cose utili da dire, per dare il mio piccolo contributo all’accrescimento delle informazioni scritte in modo semplice (i miei post sulla chimica, per esempio). Ma, quando chiedevo: “Hai una mail a cui posso scriverti?”, tutti mi rispondevano “Ah no, io con il computer...”.
Oggi invece sono tutti su facebook, qualcuno anche su twitter. Tutti usano l’ipad (prima, il pc portatile: che oggi è clamorosamente fuori moda), tutti hanno skype, tutti hanno questo e quello. Ma a me non serve, parlo poco, per comunicare con il mio prossimo mi bastava il telefono a gettoni: invece mi avete obbligato a comperare il telefonino, e adesso mi state obbligando a questo e a quello. Io non uso l’automobile, un pieno mi dura sei mesi: e invece mi avete obbligato ad avere superstrade e autostrade e parcheggi invece dei posti dove andavo a piedi o in bicicletta. Devo continuare? No, mi fermo qui: ho perso il conto di quante volte ho detto “no grazie” e voi siete andati avanti lo stesso, magari anche con lo schiacciasassi.
Che altro dire? Tempi duri per il povero Bartleby...

(...) In tale esatta posizione sedevo, quando lo chiamai, spiegando in fretta cosa desiderassi da lui, ovvero, che esaminasse con me un breve documento. Immaginate la mia sorpresa, meglio, la mia costernazione, quando, senza muoversi dal suo privato, Bartleby con voce singolarmente mite, ma ferma, replicò: "Avrei preferenza di no." Rimasi per qualche istante seduto in perfetto silenzio, cercando di riavermi dallo sbigottimento che m'aveva preso. Lì per lì m'accadde di pensare che le mie orecchie non avessero udito bene, o che Bartleby avesse del tutto frainteso ciò ch'io intendevo dire. Ripetei la mia richiesta con voce più chiara che potei, ma, con tono altrettanto chiaro, mi giunse la medesima risposta dianzi udita: "Avrei preferenza di no."
"Preferenza di no?" gli feci eco, alzandomi in grande eccitazione, e attraversando la stanza d'un balzo. "Come sarebbe a dire? Cosa vi prende? Voglio che m'aiutiate ad esaminar codesto foglio, prendetelo," e glielo gettai. "Avrei preferenza di no," diss'egli.
Lo guardai impietrito. Il suo volto era smunto e composto, gli occhi grigi tranquilli e velati. Non un segno di turbamento lo animava. Vi fosse stata, nei suoi modi, la minima traccia d'inquietudine, collera, impazienza o impertinenza; in altre parole, vi fosse stato in lui alcun tratto d'ordinaria umanità, senza meno l'avrei cacciato di forza dai miei uffici. Ma, per come stavano le cose, non mi sarebbe parso altrimenti che cacciar dalla porta il mio pallido busto in gesso di Cicerone. Rimasi a scrutarlo per qualche attimo, mentre egli continuava a scrivere, indi tornai a sedermi al mio scrittoio.
Tutto ciò è molto strano, pensavo. Qual è la miglior cosa da fare? Ma avevo fretta di sbrigare il mio lavoro. Decisi di trascurare l'accaduto, per il momento, rinviando la sua considerazione ad un momento di tranquillità. Così, chiamato Nippers dall'altra stanza, lo scritto venne rapidamente controllato. Alcuni giorni dopo, Bartleby terminò la stesura di quattro prolissi documenti, il quadruplicato d'una settimana di testimonianze raccolte in mia presenza nell'Alta Corte di Cancelleria. Divenne necessario esaminarli. Si trattava di una causa importante, ed una grande accuratezza era indispensabile. Avendo tutto predisposto, chiamai dalla stanza attigua Turkey, Nippers e Ginger Nut, intendendo metter le quattro copie in mano ai miei quattro impiegati, mentre io avrei dovuto legger l'originale. Di conseguenza, Turkey, Nippers e Ginger Nut avevano preso posto in una fila di seggiole, con in mano ciascuno il proprio documento, quando chiamai Bartleby perché s'unisse a quest'interessante gruppo.
"Bartleby! Presto, sto aspettando."
Udii il lento stridere della sua sedia sul nudo pavimento, e presto egli apparve sostando all'ingresso del suo eremo.
"Cosa si comanda?" disse in tono mansueto.
"Le copie, le copie," diss'io in tutta fretta. "Dobbiamo esaminarle. Ecco..." e gli allungai il quarto dei quadruplicati.
"Avrei preferenza di no," diss'egli, e silenziosamente sparì dietro il paravento.
Per alcuni istanti fui trasformato in una statua di sale, in piedi alla testa della mia colonna di assisi impiegati. Riprendendomi, mi mossi verso il paravento, e gli chiesi ragione dell'inusitata condotta.
"Perché vi rifiutate?"
"Avrei preferenza di no."
Con chiunque altro sarei andato su tutte le furie; bandita ogni altra chiacchiera, l'avrei senza scrupoli cacciato via. Ma v'era qualcosa in Bartleby che, non soltanto stranamente mi disarmava, ma puranco, in modo assai sorprendente, mi toccava e sconcertava. (...)
(Herman Melville, Bartleby lo scrivano, ed. Feltrinelli, traduzione di Gianni Celati)

C’è una cosa in cui somiglio a Bartleby. No, non nell’aspetto fisico: io sono alto un metro e novanta e ho un fisico imponente (così mi dicono), e se mi facessi crescere la barba somiglierei piuttosto a Bud Spencer, o magari proprio a Herman Melville o a uno dei suoi balenieri. La cosa in cui assomiglio a Bartleby è questa: non mi piace essere obbligato a fare qualcosa, vorrei poter scegliere. E questo fa incazzare terribilmente tutti, prima o poi anche le persone meglio disposte finiscono con l’arrabbiarsi, e francamente non ho mai capito perché: Facebook non mi interessa, Twitter non mi interessa, prendere a ditate uno schermo mi fa un po' schifo, vorrei continuare ad avere un monitor bello grande e non uno piccolo e scomodo, e poi vorrei continuare a pagare in contanti e ad avere delle persone (e non delle macchine) davanti a me nei negozi e nelle banche e nelle biglietterie, mi dispiace ma non capisco: dov’è il problema?

lunedì 16 gennaio 2012

Imprenditorialità

Nei giorni scorsi ho letto un’intervista al signor Würth, uno dei maggiori collezionisti d’arte al mondo: il suo nome sarà sicuramente familiare a molti, perché si tratta di un marchio molto noto nel campo della ferramenta. Essendo un collezionista d’arte, il signor Würth è ovviamente ricchissimo; e vale la pena di andare a vedere come ha cominciato:
Incontro con Reinhold Würth 
di Antonella Barina, il Venerdì di Repubblica 14 ottobre 2011
SALISBURGO. «Il commercio è il mio mondo, la mia vita: sono per il novanta per cento un mercante. Quando ereditai l'azienda da mio padre, nel '54, aveva due dipendenti; oggi ne ha più di 65 mila. Era confinata a Künzelsau, provincia rurale nel Sud della Germania, ora è in 84 Paesi». Tra i cento uomini più ricchi del mondo, secondo la rivista Forbes, Reinhold Würth è ben consapevole di avere la mercatura nel sangue, come tutti i più danarosi tedeschi, sostenuti nel business perfino dall'etica protestante. Chiodi, viti, bulloni, punte di trapano: la maggior parte della ferramenta che ci capita per le mani ha il marchio Würth, azienda leader nel commercio all'ingrosso di tutto ciò che serve a fissare e montare gli oggetti, con un catalogo, ormai, di centomila prodotti diversi. Reinhold Würth commercia, non produce: compra e rivende ai negozianti al dettaglio. E da anni ha anche un chiodo fisso: acquistare (senza mai rivendere) opere d'arte. Finora ha raccolto più di 14 mila 500 pezzi, con un debole per l'Impressionismo e le grandi avanguardie del secolo scorso, Picasso, Magritte, Munch, Chagall, Mirò, Moore, ma anche per molte star contemporanee, da Hockney a Baselitz, da Kiefer a Kapoor. Nel 2003 ha poi comprato l'intera collezione Fürstenberg, arricchendo la propria raccolta di antichi maestri del Medioevo e del Rinascimento, tra cui spiccano numerosi Cranach. Ultimo acquisto, qualche settimana fa: la “Madonna del borgomastro Jacob Meyer”, che Hans Holbein il giovane dipinse tra il 1525 e il 1528. Costo: top secret, ma si mormora di 70 milioni di euro. Il mercante che gli ha venduto il quadro lo ha definito il prezzo più alto mai pagato in Germania per un'opera d'arte. Il capolavoro sarà in mostra da metà gennaio in una chiesa dell'XI secolo che Würth ha convertito in museo nella cittadina di Schwäbisch Hall, a pochi chilometri da quella Künzelsau in cui l'azienda ha ancora il suo quartier generale (....)
Continuando a leggere l’intervista si viene a sapere che cos’era l’impresa di partenza del padre di Würth: un negozio di ferramenta. Non c’è da stupirsi: il negozio, anche piccolo, è stato il vero punto di partenza per molti imprenditori. Lavorando in un negozio, soprattutto se il negozio è nostro, si imparano tante cose, soprattutto a tenere in ordine i conti (entrate e uscite), a gestire un magazzino, a evitare gli sprechi (se si ha un negozio di frutta e verdura la merce va a male molto velocemente), magari anche ad avere dei dipendenti. Insomma, è da qui che si può cominciare ad avere un’attività.
Pensando al signor Würth, che oggi ha 76 anni, mi è venuto spontaneo pensare a cosa si è fatto in questi ultimi decenni in Italia. E la situazione è quasi dappertutto quella che espongo qui sotto.

La rete dei negozi è praticamente scomparsa. I grandi centri commerciali, aperti in numero enorme, hanno fatto il deserto intorno a loro. Oggi, è praticamente impossibile avere un negozio, mettersi in proprio: chi lo fa rischia seriamente il fallimento, non solo dell’azienda ma anche personale. Insomma, anche ad aprire una cartoleria (negozio tranquillo, niente merce deperibile) il rischio di vedersi aprire un ipermercato a cento metri di distanza è grande, e allora c’è una sola cosa da fare, chiudere e rendere la licenza in Comune. E’ già successo a tanti, ma proprio a tanti; bisogna proprio avere i paraocchi per non accorgersene.
Ora, i centri commerciali sono una bella cosa, divertente, c’è anche l’opportunità di risparmiare qualcosa; ma favorendo i centri commerciali si è praticamente uccisa la voglia di imprenditorialità; e questo proprio negli anni in cui si è più parlato di imprenditorialità e di piccole imprese.
Oltretutto, fateci caso: la merce che si vende negli ipermercati e supermercati non è quasi mai italiana. Cosa vuoi che importi, alle grandi catene commerciali, se la merce che vendono è italiana o cinese o di Kyssadove? L’unica cosa che importa è che la merce renda, e dal loro punto di vista è giusto così; ma così facendo si è fatto il deserto anche nell’altra via principale per creare imprenditoria, i piccoli artigiani e le piccole imprese – magari quelle che aprivano negli anni ’50 e ‘60 gli operai e i meccanici che si mettevano in proprio, la ferramenta che ha dato inizio alle fortune di Reinhold Würth.

Storie come quella di Reinhold Würth ci sono state anche in Italia, e non poche. Ma, oggi, anno 2012, sarebbero ancora possibili? A occhio e croce direi di no, nell’anno 2012 o sei padrone o sei servo. Al di là del servo e del padrone, come ai tempi del feudalesimo, oggi non c’è quasi più niente; però c’è ancora chi continua a parlare di ripresa, e anche di imprenditorialità. Che sia Italia o che sia Padania, il risultato di vent’anni di chiacchiere sull’imprenditorialità è proprio questo: o servi, o padroni. C’è chi ne è contento, beati loro.