giovedì 18 luglio 2019

Kerosene

Da bambino avevo visto in tv un film che mi aveva spaventato: "La cosa" (The thing, 1951, prodotto da Howard Hawks, regia di Christian Nyby) dove il mostro venuto dallo spazio, quasi immortale e autorigenerante perché in parte o in tutto vegetale, veniva alla fine distrutto con il kerosene, cioè incendiandolo. Era il mostro a farmi spavento, s'intende, non il kerosene perché sapevo che cos'era, più o meno, o comunque me lo avevano spiegato subito: come la benzina o il gasolio, insomma. Sta di fatto che quella parola strana, "kerosene" da allora è per me associata a quel film; molti anni dopo, studiando chimica, avrei scoperto che si trattava uno dei tanti derivati dalla distillazione del petrolio: nafta, gasolio, kerosene, benzina, eccetera.
Ho ritrovato il kerosene di recente, in modo inatteso, guardando un altro film degli anni '50, stavolta a colori e in formato panoramico: "L'ultima carovana" (The last wagon, 1956, regia di Delmer Daves). Nel finale, Richard Widmark respinge gli apache (300 apache contro quindici "dei nostri" male armati) incendiando appunto un barile di kerosene e scatenando un'esplosione con fiamme altissime e nere. Che cosa ci fa il kerosene in un film western, ambientato nel 1873? La cosa mi sembrava strana, anche perché sul barile c'era scritto soltanto olio lampante (la scritta "cherosene" è una didascalia della versione italiana). Probabilmente era un mio vuoto di memoria, o forse non l'avevo davvero mai saputo, ma è bastata una ricerca veloce per scoprire che il kerosene era già in uso in quegli anni, soppiantando l'olio di balena che era appunto usato per l'illuminazione, cioè per le lampade ad olio. Per questo motivo, probabilmente, il kerosene era presente nell'ultimo carro disponibile di quella carovana.

Il kerosene fu brevettato nel 1846 da un chimico canadese, che lo distillò dal carbone; dieci anni dopo, 1856, un chimico polacco riuscì ad ottenerlo dal petrolio in abbondanza e con un metodo più economico che lo rese molto popolare in breve tempo. L'uso del kerosene come olio lampante nelle case durò per qualche decennio, fino all'avvento della luce elettrica e all'invenzione delle lampadine; continuò ad essere usato come carburante per l'aviazione, e lo si usa ancora oggi. Ovviamente, è un carburante che inquina molto: le fiamme nerissime del film con Richard Widmark parlano molto chiaro, e ogni volta che un aereo passa sulle nostre teste bisognerebbe imparare a farci caso, visti problemi con i motori diesel (a gasolio) sulle nostre strade.

 
La Garzantina della Chimica (che usa la grafia italiana, "cherosene"), lo definisce così: « frazione petrolifera con intervallo di ebollizione compreso fra 175 e 275°C contenente mediamente l'84% di carbonio e il 16% di idrogeno , con potere calorifico di undicimila chilocalorie per grammo. Trova impiego come combustibile e come carburante per motori a reazione.» Una miscela di idrocarburi, insomma: come la benzina, ma con un punto di ebollizione più basso. Per intenderci, la nafta (più densa) bolle fra i 60 e i 100°C; il gasolio fra 200 e 350°C. Per la benzina il discorso è un po' più ampio, perché esistono diversi tipi di benzine: si va dai 50-120°C della benzina leggera ai 120-160°C della "normale", arrivando ai 140-200 delle benzine usate per le vernici sotto il nome di acqua ragia (quelle che un tempo venivano estratte dalle conifere). La definizione di "normale" per la benzina in questo caso non va confusa con quella che era in commercio fino a vent'anni fa: in quel caso la differenza fra "normale" e "super" era data da un componente aggiunto per migliorare le prestazioni del motore (per aumentare il "numero di ottano": una volta lo si studiava anche per risolvere i quiz per la patente, oggi non so).
Sono tutti derivati dal petrolio, che viene distillato con gli stessi principi con cui si distilla l'alcool per i liquori ma ovviamente con impianti molto più grandi e complessi. Per i liquori si cerca un solo componente, l'alcool etilico (scartando il primo liquido che esce, che contiene il velenoso metanolo) e quindi basta un solo alambicco per separare vinacce, acqua e alcool; le benzine vengono invece distillate nelle grandi "colonne a piatti" che si vedono in tutte le immagini di raffinerie petrolifere. Ne riporto qui un'immagine, presa dal mio vecchio libro di chimica industriale (metà anni '70, ma rende bene l'idea).
 
« Le colonne a piatti sono strutture cilindriche alte parecchi metri, nel cui corpo si realizzano un gran numero di evaporazioni e condensazioni (...) Lo strato di liquido stanziante su ciascun piatto varia di composizione a seconda del livello del suo piatto e risulta progressivamente più ricco del componente più volatile verso l'alto e del meno volatile verso il basso. Il liquido che si spilla in modo continuo alla base della colonna è costituito nel migliore dei casi dal componente meno volatile puro. (...)» (E.Stocchi, L.Bonzio: Chimica Industriale vol.1, ed. La Prora 1968).
I piatti non sono propriamente piatti "di cucina" come si potrebbe pensare, forse sono più simili a dei tubi di camino o di cappa; per rimanere in cucina, come esempio, si potrebbe magari pensare al coperchio di una pentola con la sua condensa, o magari a un piatto da minestra caldo con sopra un piatto liscio sul quale si condensa il vapore. Nella colonna, facendo un esempio il più semplice possibile, distillando petrolio avremo nella parte bassa la nafta; a metà il gasolio, nella parte più alta le benzine, e in cima il gas. Le frazioni che ne escono sono in realtà composte da molti differenti idrocarburi, ognuno con un suo nome preciso; le parole gasolio, nafta, kerosene e benzina sono più che altro denominazioni commerciali, miscele di varie molecole scelte in base al loro uso pratico. Dalle benzine, dal gasolio, dalla nafta e dal kerosene (e anche dal catrame) si possono ancora distillare altri composti, fino ad arrivare ai reagenti puri per analisi che hanno nomi come xylene, benzene, e così via.
Da parte mia, non ho mai maneggiato del kerosene; visto l'andamento della mia vita penso proprio che per me continuerà ad essere un riferimento cinematografico, e magari anche il ricordo di qualche brutto voto preso a scuola (ero uno studente molto scarso, ogni tanto è meglio se lo scrivo...).
(in alto, un fermo immagine da "La cosa" di Hawks-Nyby, e qui sotto un curioso poster che ho trovato su internet senza altre indicazioni)


 

martedì 16 luglio 2019

Acciughe e delfini


In una delle sue tante apparizioni in tv, sotto elezioni, Silvio Berlusconi risponde alla domanda sui suoi "delfini", cioè sulle personalità che avrebbero dovuto raccogliere la sua leadership in questi anni (tanti, quasi 30). Berlusconi risponde con una battuta che andrebbe conservata negli archivi: "non erano delfini, erano acciughe". Quasi tutti questi nomi, è questo il senso della battuta, sono spariti presto dalla scena politica. Credo che i ventenni di oggi non ne conoscano nemmeno il nome: Fini, Casini, Irene Pivetti, Marcello Pera, Scognamiglio... perfino Giulio Tremonti, responsabile dell'Economia per più di dieci anni, è quasi dimenticato. Si tratta di persone ancora piuttosto giovani come età, per un politico avere cinquanta o sessant'anni non è certo un handicap.Viene da chiedersi di chi sia la colpa: se credi di allevare delfini e invece ti ritrovi delle acciughe, proprio negli anni in cui stai lavorando più duramente, significa che qualcosa non è andato per il verso giusto. Questo "qualcosa" secondo me è proprio la leadership di Berlusconi e di quelli come lui. Ho ascoltato per decenni il piagnisteo sul '68 come origine di tutti i mali, ma il '68 è roba di cinquant'anni fa: i "maestri" del 1968 ormai sono settantenni e ottantenni. Non è successo niente nel frattempo? Sì che è successo qualcosa, a partire dagli anni '80 (quindi molto presto) la generazione che fatto il '68 è stata sostituita nella vita quotidiana e poi in politica dai paninari e dai venditori, o meglio dai piazzisti di commercio (i venditori seri sono un'altra cosa). All'inizio degli anni '80 nacque la moda dei "paninari": erano stati appena aperti i primi posti dove si vendevano hamburger, all'americana (non solo Mc Donald's, all'epoca c'era ancora molta concorrenza) e quelli che oggi hanno cinquant'anni si ritrovavano lì. Per molti commentatori è stata una moda come tante, invece io direi proprio di no. I paninari di trent'anni fa oggi sono dirigenti d'azienda e funzionari a vari livelli, e credo proprio che dentro di loro continuino a pensarla come allora, cioè che la cosa più importante del mondo è la marca del giaccone che indossi, e se hai le calze di quel tipo lì ma non della stessa marca allora sei un tamarro e non vale la pena di perdere tempo con te.

I venditori, che Berlusconi difende a spada tratta, non sono quelli onesti e attenti che tengono molto al loro rapporto con i clienti e sono fondamentali per la vita di un'azienda; sono piuttosto quelli che suonano di casa in casa, che ti telefonano a orari importuni, e che sono pronti a rifilarti qualsiasi patacca per far vedere che loro sanno vendere. Ho conosciuto molti di questi venditori, e del resto anche alla recente convention di una nota marca di aspirapolvere c'era chi si vantava di questo sistema di vendite. Berlusconi deve la sua carriera politica alla pubblicità in tv: per le generazioni di manager da lui allevati quello che conta è la pubblicità, il prodotto da vendere può anche essere difettoso (o peggio) ma l'importante è venderlo lo stesso. La tv, così, è diventata poco più di un grande contenitore per la pubblicità, dove conta solo l'audience: se la sera girate per i centomila canali del digitale terrestre e non trovate niente che valga la pena di guardare, fermatevi un momento a pensare a chi ha allevato manager e funzionari tv in tutti questi decenni dal 1980 a oggi. Anche la Rai è così, certo: ma da dove vengono i manager e i funzionari Rai? Berlusconi è stato al governo per tre legislature, e ancora oggi ha grande influenza sulla Rai.

Con questa Armata Brancaleone (ma ben vestita, paninara o figlia di paninari) dove si voleva arrivare? Alle truffe sui bond argentini, al fallimento di aziende importanti e storiche, alla delocalizzazione, alla perdita di valore dei salari, alla precarietà sul lavoro. Gli stipendi dei manager hanno avuto un'impennata folle, le paghe dei lavoratori al contrario. Le statistiche del commercio dicono che i beni di lusso hanno avuto un enorme boom, in questo inizio di millennio: Rolex e Ferrari, suv da centomila euro. Secondo me, non è affatto un caso e le due cose sono collegate, collegatissime: giù le paghe di chi lavora, su le paghe dei manager. Delocalizzazione, riduzione del personale, vendita di storici marchi a imprese estere (comprese Inter e Milan), i palazzi storici di Milano ai cinesi, i nuovi grattacieli agli arabi... Un'economia da paninari, io mi compro il bel giubbotto e la marmaglia dei tamarri (cioè noi) si fotta. Sorvolo sugli scandali della sanità per non far diventare troppo lungo questo post, ma quando prenotate un'ecografia e vi dicono che dovete ripassare fra sei mesi per prendere l'appuntamento, cominciate a pensare ai manager della sanità e alla loro origine.

Tornando ad acciughe e delfini, ai paninari e ai piazzisti di commercio nell'ultimo decennio si è aggiunta un'altra scuola di management: quella degli ultrà del calcio. Non è uno scherzo, abbiamo in Parlamento un paio di deputati che provengono dagli ultrà del calcio, a Roma la giunta Alemanno aveva un cospicuo bacino di voti in quell'area, e oggi, per la prima volta nella nostra storia, abbiamo un Ministro degli Interni che si fa fotografare a braccetto con i capi ultrà. A questo punto, direi, non solo i delfini ma anche le acciughe le abbiamo salutate da tempo; che tipo di bestia sia oggi di attualità non lo voglio nemmeno pensare e vado piuttosto a vedere un bel film di fantascienza: "La cosa da un altro mondo", magari. Più attualità di così...

lunedì 15 luglio 2019

Sbruffoncello


"Sbruffone", secondo il dizionario, è chi le spara grosse, chi minaccia e promette ma poi non combina niente. Nelle scorse settimane, il ministro degli Interni Salvini ha usato questa parola, per di più con un diminutivo ridicolizzante, per indicare una persona che invece è andata diritta per la sua strada e ha fatto quello che aveva promesso di fare. Si tratta ovviamente della tedesca Carola Rackete, capitano di una nave che ha soccorso dei profughi: le si possono imputare errori e si può discutere sulle sue decisioni, ma di certo non è una "sbruffoncella" come ha detto Salvini. Così come è più che certo la manovra effettuata dalla Rackete non è stata affatto una "azione di guerra" (altra frase usata da Salvini in quei giorni), tutt'altro. Magari una manovra pericolosa, ma di guerra non ha parlato nessuno che abbia un po' di buon senso. Le parole che si usano sono importanti, soprattutto se si ricopre un ruolo pubblico; di conseguenza, se Salvini usa le parole a vanvera e poi non le ritira scusandosi, mi viene da pensare che sia poco attendibile anche nelle sue altre dichiarazioni pubbliche. E se fosse un'altra persona verrebbe anche da chiedersi quali siano i suoi veri pensieri e i suoi veri scopi, ma con Salvini è tutto ben chiaro e alla luce del sole. Viene anche da chiedersi chi c'è dietro Salvini, che non somiglia certo a un genio della politica, ma qui mi fermo perchè sto cominciando ad andare un po' troppo in là, e francamente comincio ad aver una grande paura del futuro. Settantacinque anni di pace in Europa sono tanti, una cosa mai vista da quando esiste la memoria umana; in questi ultimi anni abbiamo scoperto che la pace e la prosperità non a tutti piacciono.

sabato 13 luglio 2019

Revenant


Revenant, più o meno "colui che ritorna", è una parola francese che indica i fantasmi. E un po' fantasma mi sento anch'io nel riaprire - non so per quanto - questo blog chiuso da sei anni abbondanti. Devo dire che i lettori non l'hanno mai abbandonato, i miei ormai antichi scritti sulla chimica e sulle storie naturali hanno mantenuto un buon numero di visite anche durante tutto questo tempo, in cui non ho pubblicato niente a parte qualche nota o qualche correzione qua e là.
Fantasma mi sento io, sperduto in un mondo - sto parlando soprattutto di politica - che ha ben poco di razionale. A questo punto, a 2019 avanzato (quasi 2020) rileggo quello che avevo scritto sei anni fa nel chiudere e mi ritrovo a quello stesso punto, ma con la situazione ancora peggiorata e ancora più surreale. Surreale, perché ho passato gran parte della mia vita ad ascoltare chi diceva che i politici sono tutti ladri; e non era vero, non erano tutti ladri e provavo a dirlo. Ma oggi che abbiamo molte sentenze passate in giudicato, e quindi la certezza su chi sono i ladri, la gente continua a mandare al potere i ladri conclamati e ad ignorare le persone oneste e competenti (ormai quasi estinte: chi poteva è andato via dall'Italia, gli altri si nascondono sperando in tempi migliori). Era il ragionamento che facevo dopo le elezioni del 2013, sconsolato; nel frattempo la situazione è peggiorata e mi viene da pensare che il recente "caso Savoini" porterà alla destra centomila voti in più. In più, non in meno; i voti pioveranno sui politici scorretti soprattutto se le accuse verranno provate: ormai è una costante, un "trend" se preferite questa parola, e non resta che prenderne atto. Si può anche sperare che non vada così, ma speratelo voi perché io osservo quello che succede e faccio fatica a pensare che accada.

Devo anche dire che nel frattempo, ragionando sui versi di Delio Tessa che danno il titolo a questo blog, ho capito definitivamente (ma già lo sapevo) che "andar via con la testa", "aver la testa di un gatto" per usare le parole del grande scrittore milanese, non garantisce affatto serenità e buon umore. Credo che fosse anche il vero senso dell'osservazione di Tessa, ormai cent'anni fa: di là del muro si può cantare, ci sono dei momenti di serenità, momenti in cui non si pensa a niente e magari si riesce anche ad essere felici, ma il presente è quello che è e così rimane. Si possono anche avere degli incubi, "di là del muro"; la felicità non è affatto garantita ma - quantomeno - si può far a meno di occuparsi degli scandali finanziari, dei mafiosi (cent'anni fa a Milano i mafiosi non c'erano), degli intrallazzi e di certe facce di sedicenti politici che occupano stabilmente i telegiornali.
Di tutto quanto il resto, cioè delle cose che vorrei che fossero dette con chiarezza dai professionisti del settore (cioè dell'informazione) mi occuperò un po' alla volta, secondo l'umore e il momento.

P.S.: i post sugli animali (Storie naturali - L'entomologo) continuano qui.

mercoledì 22 maggio 2013

Oltre il muro

Il primo post di questo blog, del 9 ottobre 2009,
era dedicato a Delio Tessa.
Lo riporto qui come chiusura, De là del mur...

Voeurom on coo de gatt
per podé liberass
di penser...andà in oca,
voeurom desmentegass
del Roveda, di Edison
che tracolla... la gent
balenga, i scagg de guerra
tutto òo lassaa de là.
(vogliamo aver la testa come un gatto, per poterci liberare dai pensieri...andare in oca. Vogliamo dimenticarci del Roveda, dell’Edison che tracolla... la gente balenga, le paure della guerra, tutto lasciar di là) (scagg si pronuncia con le g dolci, è il plurale di "scaggia", paura, una parola che oggi usano ormai in pochi)
Una mattina di un giorno di festa, nel 1913, l’avvocato milanese Delio Tessa prende la sua bicicletta nuova e va a fare un giro, un giro piuttosto lungo che lo porta all’estremo nord della provincia di Milano, che più o meno corrisponde all’estremo sud dei miei giri personali in bicicletta (non sono mai stato un gran ciclista).
A un certo punto, Tessa si trova davanti a un gran muro, che riconosce: è il muro dell’allora manicomio di Milano, il proverbiale Mombello, vicino a Limbiate. E, di là del muro, cantano. E’ una sorpresa inaspettata: «al de là del mur, cantàven...»

Da quel giro in bicicletta nasce “De là del mur”, poesia scritta nel 1913 e rielaborata (o, meglio, completata) molti anni dopo, nel 1931. Le riflessioni di Tessa sono molto belle e molto profonde, ma non posso riportarle qui per esteso, la poesia completa è troppo lunga, ed è in dialetto milanese: per chi volesse leggerla per intero, rimando ai due volumi pubblicati una decina d’anni fa da Einaudi a cura di Dante Isella.
Foeura de Porta Volta
de paes en paes
a la longa di sces
pedalavi in la molta
de la Comasina vuna
de sti mattinn passaa:
me seri dessedaa
con tant de grinta, in luna
sbiessa e in setton sul lett
pensavi: «cossa femm
incoeu?...l’è festa... andemm...
(fuori di Porta Volta, di paese in paese, lungo le siepi, pedalavo nel fango della Comasina, una di queste mattine passate. Mi ero svegliato col broncio, con la luna a rovescio, e seduto sul letto pensavo: cosa facciamo oggi? andiamo, via, fuori da queste federe!)
“Di là del muro cantavano”: canzoni semplici, rime e filastrocche popolari, ma cantavano. E c’era una grande serenità.

Allora i matti facevano paura, il manicomio era ancora quello ottocentesco, non solo Basaglia ma anche Freud e Jung erano figure ancora lontane, che cominciavano appena a farsi conoscere. Il manicomio incuteva terrore solo a nominarlo, ma ecco che davanti a quel muro spaventoso il poeta Delio Tessa sente nascere quasi un’invidia per quella condizione, vorrebbe anche lui “avere un coo de gatt”, la testa (cioè i pensieri) di un gatto, ignorare gli scandali finanziari dell’epoca (il Roveda, l’Edison), dimenticarsi della possibilità di una guerra devastante, e anche della “gente balenga” che sembra approvare guerre e violenze. Ma tutto questo non è possibile, rimonta sulla bicicletta e inizia il percorso verso casa, verso Milano. L’arrivo nella grande città è annunciato dalle locandine dei cinema: danno un film western, “Trader Horn”.
Il milanese era la lingua materna dell’avucàtt, che era persona di grande e raffinata cultura: ma allora il dialetto lo parlavano tutti, ed era ancora una lingua viva. Delio Tessa è uno dei più grandi poeti italiani del Novecento, la sua scrittura deve molto alla grande musica, ed è un peccato che siano ormai in pochi a conoscerlo.
E’ un peccato, soprattutto, che chi oggi si erge a paladino del ritorno dei dialetti ne ignori completamente il nome. Ma ignorare i nomi dei grandi è una caratteristica di questi nostri strani tempi: e pensare che Milano, il dialetto milanese e quello di area padana, sono stati di recente insigniti del maggiore premio letterario a livello mondiale: il Premio Nobel.

martedì 21 maggio 2013

Neolingua

C’è una dittatura, in “1984” di George Orwell; e uno dei suoi aspetti principali è la creazione di una lingua nuova, che nelle versioni italiane del romanzo di solito viene chiamata “neolingua”. Ci pensavo ieri sera, e a dire il vero ci penso ogni giorno di più perché di parole inventate o riadattate ne abbiamo sempre di più.
Provo a fare un elenco veloce delle principali:
- l’uso di “ministra” invece di ministro, e simili (sindaca, sindachessa, magistratessa...). Ieri sera, per radio, c’era appunto una signora che diceva con toni accorati che dire ministra a una donna che fa il ministro è importante e fondamentale, altrimenti si ricade nella cultura maschilista. Mah. Non dico che non se ne debba discutere, la lingua parlata è una lingua viva e cambia continuamente, come tutte le cose vive; ma se avete studiato un po’ di tedesco, o di latino, avrete imparato che esiste il genere neutro. La notizia dell’esistenza del genere neutro di regola scatena ilarità e doppi sensi negli studenti e studentesse italiani e italiane (di tutte le età, anche nei corsi per adulti), e allora l’insegnante spiega con pazienza che il genere neutro esiste anche in italiano, solo che non lo si insegna a scuola perché sarebbe una complicazione inutile. Alcuni esempi: le parole volpe, oca, gatto, cigno, e simili, indicano sia il maschio che la femmina; e sono quindi vocaboli neutri. La stessa cosa succede con parole come pubblico, studenti, passeggeri: genere neutro. Star lì a specificare ogni volta quanti sono i maschi e quante le femmine tra i passeggeri e tra gli spettatori è davvero una complicazione inutile, ma vedo che le complicazioni inutili piacciono, io non mi ci abituerò mai ma vedo sempre di più che alla gente piace moltissimo complicarsi la vita.
- femminicidio: da quando si parla di femminicidio, le donne assassinate sono state sempre di più. E’ impressionante. E non solo le donne: la madre che butta i due figli dalla finestra è di pochi giorni fa, c’è una crescita spaventosa della violenza che si vorrebbe arginare con una parola. Figuriamoci cosa importa a un pazzo omicida se l’azione che sta commettendo si chiama femminicidio o omicidio o assassinio o infanticidio, o magari geriatricidio, giulianicidio, fate voi.
- negritudine: è una parola che denota l’orgoglio di avere la pelle nera, e fu inventata da una grande persona, Léopold Sédar Senghor, primo presidente del Senegal indipendente. Adesso mi vengono a dire che dire negro è razzismo, ma negro è una parola italianissima, documentata da secoli, e anzi ci sono molte persone che fanno di cognome Negro, Negri, Negretti, Negrini, Negroni. Nell’equivoco è caduto perfino una persona di cultura come Gianni Mura: si vede che di Senghor e della negritudine mi ricordo soltanto io. Della confusione intorno alla parola “negro” ho già parlato qui, per intanto prendo atto che nessuno ha fatto notare, in questi giorni, che la presenza nelle istituzioni di razzisti dichiarati come il deputato leghista Borghezio è un gentile omaggio fatto a noi tutti dal signore che è proprietario del Milan fin dal 1994. Ne vogliamo parlare?
- Stalker: per me rimarrà sempre il film di Andrej Tarkovskij, la solitudine dello Stalker, il volto sofferto dell’attore Kajdanovskij. Volete parlare di molestie e di minacce? Ci sono le parole che usiamo da sempre, molestie e minacce. Vi pare poco? A me no, non mi piace essere molestato né minacciato, né tanto meno essere picchiato o ferito. Stalking è una parola inglese, che si usa comunemente nei paesi di lingua inglese: seguire una traccia, andare a caccia. Stalker è anche una guida attraverso luoghi sconosciuti (è questo il senso del titolo del film di Tarkovskij). Come mai si usa la parola stalking e stalker nel senso negativo, e sempre e solo in quello? Facile, c’era un ministro (pardon, ministra) in cerca di visibilità; e siccome siamo nel paese dei pubblicitari cos’altro si può fare, se non cambiare etichetta a un prodotto per dargli visibilità sugli scaffali? Siamo ormai in un immenso ipermercato, ma la verità triste è invece un’altra: il governo di cui faceva parte quella ministra ha tagliato i fondi alla polizia, e adesso le vittime delle molestie (stalking, detto in neolingua) sono più in pericolo di prima. La cronaca quotidiana ne è purtroppo la conferma.
- Austerità: in questi giorni ho sentito dire che a Cipro si licenzia perché c’è l’austerità. No, austerità è tenersi il cappotto dell’anno prima, o magari per dieci anni di fila se ci riuscite. Austerità è consumare con attenzione, non correre dietro alle mode, tenersi il telefonino se funziona ancora anche se non ha gli ultimi gadgets, queste cose qui. Se si vuole licenziare, lo dica chiaramente: LICENZIARE, tutte maiuscole e senza giri di parole, che sia ben chiaro cosa stai facendo.
- hashtag: adesso si pretende che tutti sappiano al volo che cos’è hashtag. Per conto mio, lo saprei anche ma faccio finta di non saperlo. Fino a pochi anni fa, nel mondo dei computer ci si divideva tra Apple e Windows; adesso c’è una Torre di Babele, ognuno con la sua neolingua e ognuno convinto che il suo sistema operativo sia migliore degli altri. Nel frattempo, nessuno fa più caso a quello che si dice e si scrive; l’importante è il supporto. Se vi vedono armeggiare con un dvd o un cd, non è che vi vengano a chiedere “cosa ascolti, cosa leggi”, vi dicono che hai ancora il cd e il dvd, quindi sei un minorato. Se dici che hai un blog, idem: oggi si va su facebook e su twitter, salvo poi lamentarsi della quantità di insulti che si ricevono. E se si facesse più attenzione ai contenuti, piuttosto che al supporto?
In conclusione, c’è una definizione di pigrizia che viene dal buddismo: una delle manifestazioni della pigrizia è occuparsi di questioni inutili o di poco conto. Inventandosi parole nuove si crede di affrontare il problema, invece succede il contrario: si pensa di aver affrontato il problema e invece abbiamo soltanto assecondato la nostra pigrizia.
(le immagini vengono tutte dal film "Stalker" di Andrej Tarkovskij)
PS: questo blog chiuderà domani, giorno di Santa Rita: ho ancora i cd e i dvd in casa, ho perfino dei libri vecchi di trent’anni che sfoglio regolarmente, sono davvero obsoleto. Divertitevi.

mercoledì 15 maggio 2013

Acqua distillata

Spiegare che cos’è l’acqua distillata sembrerebbe facile, ma basta provare e si scopre che non è così. In realtà la spiegazione è davvero molto semplice, ma ogni volta che viene proposta ci sono sempre facce molto perplesse. L’acqua può essere distillata, come la grappa: una pentola che bolle, un tubo che raffredda i vapori, un recipiente per raccoglierli: tutto qui, lo schema è semplicissimo. Sul fondo della bottiglia che abbiamo messo a bollire rimarranno, alla fine, i sali che erano presenti nell’acqua di rubinetto da cui siamo partiti.

L’ostacolo maggiore alla comprensione, me ne sono reso conto da tempo, è nella parola “sale”: la maggior parte della gente, anche tra quelli che hanno studiato e che magari hanno fatto il classico, non capisce di cosa si parla. Forse si può provare a dire “calcare”, ma non tutti i sali provocano il calcare. Da questo punto di vista, secoli e secoli sono passati invano e perdura l’ignoranza anche sugli aspetti più semplici del mondo in cui viviamo (come l’azoto, nel quale viviamo immersi). I microbi, i batteri, il dna, la trasformazione continua della materia, continuano a rimanere un mistero per quasi tutti.
Il sale, per tutti, è solo quello di cucina; se nessuno ce lo mette, come fa ad esserci il sale nell’acqua? La situazione migliora un po’ se si usa la parola “calcàre”, quello sì, lo hanno visto tutti, prima o poi, il calcare. Ma da dove viene il calcare, chi ce lo ha messo? Come si forma?
In queste cose, siamo ancora in gran parte fermi al pre-illuminismo, quando i medici parlavano di “mal della pietra” per dire che uno aveva i calcoli. Come si sarà formata quella pietra, chi ce l’ha messa, qual mai sortilegio ha fatto sì che delle pietre siano penetrate in un corpo umano?
L’acqua è chiara, pulita, trasparente, inodore e insapore: non sorprende più di quel tanto che la si pensi ancora, come 500 anni fa, qualcosa di a sè stante, puro e virginale. Invece no, c’è sempre qualcosa sciolto dentro: l’acqua salata non è solo quella del mare, tutte le acque sono sempre almeno un po’ salate. Se noi chiamiamo salata l’acqua di mare, è solo perché i sali che vi sono disciolti sono in concentrazione tale che riusciamo a percepirli.
Ho detto “i sali”, al plurale, perché i sali che possono esservi disciolti sono molti. C’è un interscambio continuo fra la terra e l’acqua, alcuni terreni trattengono i sali e lasciano l’acqua più leggera, altre terre si fanno sciogliere e rendono l’acqua più dura; infine, dal mare e dai laghi l’acqua evapora, distilla naturalmente e va a formare le nuvole. Tutto questo fa parte del ciclo di trasformazione della materia, che non ha mai fine e che è alla base dell’intero Universo, e non solo di questa nostra Terra. Qui il discorso comincia a farsi davvero complesso, e devo rimandare chi mi sta leggendo non solo a un corso di chimica serio (questo mi sembra scontato, io come chimico valgo pochissimo) ma anche ad altri miei post su questo sito, per esempio quello sulla durezza delle acque e quelli su Mendeleev e il Sistema Periodico degli Elementi.

L’acqua distillata, anche questa è un’esperienza comune, per molte persone è difficile da capire perfino come nome: c’è chi la percepisce come località, l’acqua di Stillata: se c’è l’acqua di Colonia ci sarà pure quella di Stillata (ci sarà pure un posto che si chiama Stillata, magari in Calabria o in Toscana...). Sul sito del farmacista Salvatore Lo Leggio (purtroppo ne ho perso l’indirizzo web) ci sono dei bigliettini con le richieste scritte dai suoi compaesani, e in uno di questi, che trovo bellissimo, era nominata l’acqua stellata. Mentre leggevo, ho pensato che se fosse veramente possibile dare dell’acqua stellata a chi la richiede, fare il farmacista sarebbe il mestiere più bello del mondo.
Infine alcune domande che ho ascoltato spesso:
- l’acqua piovana è come l’acqua distillata? In teoria sì, in pratica no: questo perché l’aria è spesso molto sporca, soprattutto in città e dove ci sono le automobili e le moto, ma un po’ ovunque perché basta un fuoco acceso (fumo, gas di combustione) o un aereo che passa per inquinare l’acqua piovana. Lo stesso discorso vale per la neve sciolta: ai tempi dei nostri bisnonni era probabilmente vero, oggi anche la neve e la nebbia sciolgono gas e polveri presenti nell’aria. La produzione industriale e le grandi fabbriche cominciano a metà Ottocento, è da allora che acqua piovana e neve disciolta non possono più essere paragonabili all’acqua distillata. Allo stesso modo, anche l’acqua di condensa che troviamo sul coperchio dell’acqua per la pastasciutta, o dentro il forno a microonde quando riscaldiamo qualcosa, può essere considerata acqua distillata: a patto che il coperchio sia ben pulito, s’intende, e fatto di materiale non solubile in acqua.
- l’ acqua demineralizzata è identica all’acqua distillata, cambia il modo in cui viene preparata: non attraverso la bollitura ma tramite il passaggio dell’acqua attraverso terre e resine appositamente scelte. Per i desalinizzatori oggi si usano anche altre tecniche, come l’osmosi, o la filtrazione con filtri molto speciali; però qui il discorso si farebbe troppo complesso per le mie competenze. Il risultato finale è comunque sempre quello, un’acqua senza sali disciolti.
- E' vero che bere acqua distillata fa male? Se sì, perchè? Non sono un medico, però posso subito dire che non è di certo un veleno; la questione è più complessa. L'acqua distillata, e anche quella demineralizzata, sono acque che non contengono sali disciolti; invece noi abbiamo bisogno dei sali minerali, perché sono i sali disciolti nell'acqua che conducono l'elettricità, e il nostro corpo è basato su impulsi elettrici e magnetici, proprio come una pila elettrica. L’elettricità non si trasmette attraverso l’acqua distillata, bastano invece pochissimi sali disciolti per trasformarla in conduttore. Bevendo acqua distillata si diluiscono i sali presenti nei liquidi del nostro corpo, e questo non va bene. La soluzione fisiologica, quella che si usa per le iniezioni e per le flebo, è fatta di sali disciolti in acqua.
- L’acqua distillata sui fiori fa male? Questo è vero, e la spiegazione è molto simile a quella del punto precedente: il nostro corpo è come una pila, e anche le piante sono fatte allo stesso modo, c’è bisogno dei sali minerali. Inoltre, l’acqua distillata diventa leggermente acida: molto meno dell’aceto o del succo di limone, ma comunque in modo da modificare il pH del terreno. Anche questo va a influire sulla salute delle nostre piante nei vasi.
- a cosa serve l'acqua distillata? L'impiego principale è nelle analisi chimiche. In chimica è fondamentale avere reagenti puri, e anche i solventi devono essere puri, perché la presenza di altri composti potrebbe interferire sulle analisi. Per la maggior parte degli altri impieghi, l'acqua demineralizzata basta e avanza; e per cuocere la pasta e il minestrone è sicuramente meglio l'acqua del rubinetto (infatti, all'acqua della pasta e delle minestre aggiungiamo sempre del sale...)
Le immagini, compresa quella del sale d'amare lacrime, vengono quasi tutte dall'ottimo sito http://mudwerks.tumblr.com  , con l'eccezione dell'impianto di distillazione da laboratorio (wikipedia) e della vignetta con l'omino giustamente perplesso davanti all'acqua biologica (La Settimana Enigmistica, ça va sans dire).  La donnina qui sopra sta mostrando la ricostruzione di alcuni cristalli, e la foto è del 1930; i due chimici misteriosi in alto vengono dal leggendario "Godzilla" di Ishiro Honda, anno 1954; qui sotto c'è invece Vincent Price, altro chimico misterioso, intento a osservare qualcosa che somiglia a un impianto di raffreddamento per una distillazione (L'abominevole dr.Phibes, 1971).