giovedì 3 dicembre 2009

Canzoni d'amore

1.
Tu son vignùa da me, de svolo,
e gero duto verto :
t'hè dao la benvignùa nel gno deserto,
un fonte d'aqua, e pùo me solo.
T'hè fato festa,
pregandote de fa na sosta :
t'ha verto l'ale lesta,
svolando a la to costa.
T'ha bùo paura
che te tagiesso l'ale,
che te fésso un gran male,
co' la fiaba che dura,
quéla de sior Intento :
ma gero solo in vogia de parole,
de 'vete a colo e scolta' l'ole,
che favela col vento.
(Biagio Marin )

(sei venuta da me, in volo, ed ero tutto aperto; ti ho detto benvenuta nel mio deserto, una fonte d'acqua e poi me solo...ma hai avuto paura che ti tagliassi le ali, che ti facessi male. Ma io ero solo in voglia di parole, di averti vicina e di ascoltare le onde che parlano con il vento)
(la "fiaba del sor Intento" è questa: "la storia del sor Intento, che ora ti racconto, che mai si disbriga, che te la conti o che te la diga?" - mio padre la raccontava come "la storia de san Vincenso") (mio padre era veneto, Biagio Marin era di Grado, vicino a Trieste - ma Trieste xe Trieste e Grado xe Grado, come tengono a precisare da quelle parti).

2.
Per ani, dei so basi in smogio,
'vevo perso la nota mia del duto
su un mare lisso come l'ogio :
pùo, ella m'ha lassao sul suto
d'un dosso grando
in meso a le brulére,
e gera desolae le sere,
per l'omo solo, messo al bando.
No riveva ne barca ne una vela,
per tome via e portame in salvo,
el dosso gera griso e 'l gera calvo,
dopo sparìa la gno putéla.
(Biagio Marin )

(no, questa non la traduco: per chi vuole, visto che è arrivato fin qui, c'è in libreria l'edizione completa delle poesie di Biagio Marin, per di più in edizione economica)

martedì 1 dicembre 2009

I dì xe contài

I dì xe contài, contàe xe le ore,
e dopo se more, lisiér, liberài.
Sorte anche del sol,
de la so eterna festa,
che pur finisse, e ninte resta,
e niente duol.
El sol, i firmaminti, el mar e i vinti,
musica de la vita
che pareva infinita.
Ili no sa tramonto,
eternamente i luse e dura;
me vago a l'ombra scura
de Dio e in elo sconto.
(Biagio Marin, 1891-1985 )

Nascondersi nell'ombra scura di Dio: c'è bisogno di traduzione per il resto? Spero di no, a volte basta un po' d'impegno. I "vinti" sono i venti, "ili" è terza persona plurale, e "xe", voce del verbo essere, si pronuncia come "zé" in portoghese, o come la esse in "alisei".
(Biagio Marin era di Grado, dialetto di area veneziana.)

lunedì 30 novembre 2009

Povera Patria...

Questo post non è mio, viene da http://amfortas.splinder.com
Lo condivido in pieno, e aggiungo che è lo specchio di ciò che è avvenuto e continua ad avvenire nella cultura italiana, dove le persone di valore vengono contestate e messe da parte in nome di criteri - come dire? - televisivi.

Conta più l'apparenza che la sostanza, insomma; e mi viene da pensare cosa succederebbe se si applicasse questo criterio allo sport ("gioca X perché è più bello e più giovane di Y").
(Purtroppo, basta scorrere la lista di sindaci, ministri, candidati sindaci e governatori per avere conferma che Zeffirelli non è certo isolato, anzi).

Paolo "Amfortas" Bullo, dal suo blog http://amfortas.splinder.com
Nelle ultime settimane si sono verificati due fatti, nell’ambiente operistico, che a nostro parere meritano una riflessione non svagata, perché sono indicativi di un certo andazzo che almeno chi, come noi, si occupa di questi argomenti, non può accettare passivamente.
Inoltre, per certi aspetti, hanno risvolti che sono inquietanti dal punto di vista sociale.
Il mondo dell’opera è un microcosmo che racchiude pregi e difetti che si ritrovano poi, in scala maggiore, nella società. Non potrebbe essere diversamente.
Sul web sono molti i luoghi in cui si discute di musica lirica e spesso tra queste piazze virtuali c’è competizione, forse anche un po’ di acrimonia. Insomma, seppur si tratti di un ambiente numericamente di nicchia, i forumisti, i blogger, sono umani, con relativi pregi e difetti. Direi, più semplicemente, che sono appassionati nel senso migliore del termine.
Solo per rimanere in Italia OperaClick, Operadisc, Il Corriere della Grisi, la Lirica su Facebook (che tra l'altro è stato fondato da una cantante in piena carriera, Micaela Carosi, e quindi sensibile al problema che affronteremo tra poco), il forum della rivista Musica, Operafree, La Voce del Loggione e altri siti minori ancora (i blogger sono decine, per esempio) raccolgono giornalmente gli interventi di migliaia di persone, che rappresentano con peculiarità diverse le molteplici aspettative del variegato mondo dei melomani che, con la loro passione e i loro soldi, riempiono i teatri di tutto il mondo.
È quello che si chiama citizen journalism, che desta l’attenzione (allarmata, perché nei nostri ambienti non circolano veline governative) anche dei media tradizionali. Venerdì scorso, riprendendo la discussione che è nata sul forum di OperaClick, ne ha parlato anche la nota trasmissione radiofonica “La Barcaccia”, animata da Michele Suozzo ed Enrico Stinchelli, quest’ultimo nostro affezionato lettore e attivo forumista.
Ora, veniamo al primo fatto.
Uno degli eventi operistici del 2009 è il debutto italiano (il soprano ha già affrontato la parte in Giappone, nei primi anni 90) nella Traviata di Giuseppe Verdi di Daniela Dessì (affiancata da Fabio Armiliato) al Teatro dell’Opera di Roma. Sul podio Gianluigi Gelmetti, regia di Franco Zeffirelli. I biglietti sono esauriti da mesi, c’è chi li ha comprati nel gennaio scorso.
Sul sito del Teatro di Roma, al momento in cui scriviamo queste righe, l’avvenimento è ancora pubblicizzato con un banner che punta sulla presenza della coppia di cantanti.
Peccato che, al contrario di quello che si vuol far credere e alla faccia di chi ha speso cifre notevoli per i biglietti, i due artisti si esibiranno in solo due delle nove recite previste e, soprattutto, non alla prima del 18 dicembre, come è consolidata tradizione che faccia il primo cast. Una specie di regola non scritta, infranta solo da imprevisti dell’ultim’ora e cause di forza maggiore: un’improvvisa indisposizione di un cantante, ad esempio.
Da parecchio tempo circolavano dei rumors che sostenevano che Zeffirelli non gradisse la presenza di Daniela Dessì, perché la fisicità del famoso soprano contrastava con la sua visione di una Violetta esangue ed emaciata. Il regista fiorentino, pochi mesi fa, aveva protestato per lo stesso motivo il tenore Fabio Armiliato, in una produzione di Pagliacci. In questo caso il problema era la figura slanciata del cantante, che infatti è stato sostituito dal collega, fisicamente più opimo, Stuart Neill.
Ora, se un regista non gradisce la presenza di un cantante in un suo spettacolo è liberissimo di acclararlo, ma prima che i biglietti siano messi in vendita,
non dopo che sono esauriti e, non vorremmo dare un dispiacere a Zeffirelli, non certo per quella che si rivelerà, forse, la sua straordinaria regia, ma grazie alla presenza di Daniela Dessì per il cui debutto in quest’opera si era creata un’attesa pari a quella che rilevammo in occasione del debutto di Norma a Bologna, l’anno scorso: un delirio.
Abbiamo sollevato la questione sul forum del nostro sito e, molto gentilmente, Fabio Armiliato ha risposto cercando di non alimentare polemiche ma confermando senza timore di smentite o equivoci il fatto.
Bene, questo comportamento, in primis di Zeffirelli e poi di chi glielo consente, e ci riferiamo allo staff dirigenziale del Teatro dell’Opera di Roma tout court, è gravemente oltraggioso nei confronti di chi ha speso con mesi d’anticipo i soldi del biglietto, magari venendo da fuori Roma e quindi con l’aggravio di ulteriori spese di trasporto e di pernottamento, com’è il caso di moltissime persone di cui abbiamo diretta testimonianza.
Forse, tanto per restare fedeli allo spirito del lavoro verdiano, i dirigenti del Teatro dell’Opera di Roma pensano che i diritti degli spettatori siano in (s)vendita, come il corpo (emaciato, s’intende) di Violetta. È evidente che, al di là dei nomi coinvolti, e ci scusiamo con Daniela Dessì e Fabio Armiliato se queste righe procureranno loro qualche grattacapo imprevisto, il problema è il metodo, che resta assolutamente inaccettabile e fa intravvedere, tra l’altro, anche qualche sfumatura potenzialmente assai fastidiosa. Un regista d’opera non gradisce i cantanti di bassa statura? Li protesta. Troppo alti? Li protesta. Ebrei? Li protesta. Musulmani? Li protesta. Di colore? Li protesta. Gay? Li protesta. Sardi? Li protesta.
E così via.
Scherziamo?
Un artista, nell’opera lirica, deve essere valutato per come canta, caro Maestro Zeffirelli, tutto il resto deve venire dopo ed eventualmente. Lei non se ne può fregare del pubblico perché è proprio il pubblico che le ha dato fama e notorietà, è così solare! E lo ha fatto pagando per guardare i suoi film e i suoi spettacoli teatrali.
Aggiungiamo inoltre che questo comportamento espone, potenzialmente, gli artisti sostituti, o meglio dire alternativi al cast originario previsto, a contestazioni e malumori assolutamente immeritati.
Allora, Maestro Zeffirelli, visto che “quest’opera pagata l’abbiamo”, noi protestiamo lei e chi non ha il coraggio di opporsi alle sue follie.

Poi c’è il caso, davvero emblematico, di Fidenza dove la nuova amministrazione comunale della città nell’intento di dismettere secondo lo slogan “Voltiamo pagina” enunciato in campagna elettorale tutto quello che l’amministrazione precedente aveva sostenuto, ha pensato bene di applicare questo intento anche alla musica lirica, senza porsi il problema di verificare se di voltar pagina c’era così bisogno o quanto meno cosa comporti la ventilata decisione di esaurire e liquidare le iniziative dedicate alla lirica cercando una collaborazione con il Festival Verdi.
A Fidenza, da 18 anni, il Gruppo di Promozione Musicale “Tullio Marchetti” produce con l’appoggio comunale, una stagione operistica che porta in scena due titoli all’anno. Lo fa con costi contenutissimi ottenuti mettendo insieme un’orchestra e un coro formati sfruttando i vuoti di calendario di artisti dei teatri vicini, registi e cantanti di fama che scelgono il piccolo teatro per debuttare un titolo o partecipano sapendo che l’opera al Magnani attira pubblico anche da Parma, Piacenza, Reggio Emilia e selezionando giovani talenti che hanno modo di farsi un’importante esperienza professionale. E’ uno dei pochi esempi in Italia di Associazioni che non importano spettacoli di giro, ma che producono espressamente per il loro teatro.
Noi di Operaclick abbiamo avuto modo di seguire e recensire le ultime stagioni che hanno visto titoli importanti i cui risultati in termini di qualità sono stati riconosciuti da diverse testate specializzate, oltre alla nostra. Ricordiamo Macbeth e La Clemenza di Tito nella stagione 2005/2006, Otello e Carmen nella stagione 2006/2007, Falstaff e Turandot, nella stagione 2007/2008, Cavalleria Rusticana, Pagliacci e Traviata nella stagione 2008/2009. Seguiremo con particolare interesse l’Adriana Lecouvreur che andrà in scena, purtroppo in un’unica rappresentazione, il prossimo 28 novembre, sperando che non sia l’ultimo prodotto di questa virtuosa gestione che invece di essere abbandonata dovrebbe, in questo momento di crisi di risorse, diventare un emblema.
Vogliamo anche ricordare il piccolo festival estivo di opera lirica e concerti “Flagstaff in Fidenza”, arrivato brillantemente alla terza edizione che rischia di essere anche l’ultima, a causa, ancora una volta, del mancato appoggio dell’amministrazione comunale.

La manifestazione, oltre all’irrinunciabile valenza culturale, porta anche un notevole indotto a tutta la zona: ristoranti, alberghi, bar, negozi ne traggono beneficio in una contingenza economica tragica, che tutti conosciamo.
Inoltre gli organizzatori cercano in tutti i modi di non pesare sul Comune, facendo leva sul volontariato e la passione per la musica lirica che è particolarmente viva in quelle terre.
Al momento sembra che questa realtà debba scomparire.
Ma, ci chiediamo per l’ennesima volta, è possibile che sempre e solo la cultura ci vada di mezzo quando ci sono spese da ridurre?
Possiamo sospettare, come cittadini, che essendo appunto, come detto all’inizio, l’opera lirica un argomento di nicchia, non sia un appetibile serbatoio elettorale e quindi sacrificabile senza troppi problemi?
E tutto questo a prescindere dal colore politico dell’amministrazione comunale in causa, perché di casi come questi l’Italia è piena da decenni, diremmo da quando è stata fondata la Repubblica: in caso di contingenza economica sfavorevole partono i tagli alla cultura.
Solo per fare un esempio chiarificatore, lo straordinario soprano Monserrat Caballé ritardò il suo debutto in Italia perché a Firenze si tagliarono i fondi per il Maggio Musicale. E stiamo parlando di quasi cinquant’anni fa! Possibile che non si capisca che se la Cultura ha dei costi economici precisi ed anche rilevanti, l’ignoranza e l’incultura ha costi sociali incalcolabili?
Insomma, senza addentrarci troppo in argomenti che non sono di nostra stretta competenza, chiediamo ai “colleghi” amministratori di altri siti o blog, se lo ritengono opportuno, di dare ulteriore visibilità alle nostre righe e di firmare questo appello, assieme a tutti gli altri appassionati che si sentono presi in giro da comportamenti sconsiderati come quelli consentiti a Zeffirelli dalla dirigenza del Teatro dell’Opera di Roma o da amministratori del bene pubblico poco lungimiranti.
Perché prima che melomani, siamo tutti cittadini di questo Paese, e perché un’iniziativa che parte dal “basso” e circoscritta a due evidenti e concrete situazioni di gestione irresponsabile delle risorse di tutti, può essere forse più efficace se non per risolvere almeno per portare a conoscenza del maggior numero di persone i fatti.
Panem et circenses dicevano i romani. Ok, ma non se il panem scarseggia e i circenses sono solo quelli che divertono voi, potentati di turno ovunque siate.
Pur cercando di mantenere un minimo di understatement, pare doveroso, per rispetto dei nostri lettori e di tutti, alzare finalmente un po’ la voce.

Paolo Bullo

domenica 29 novembre 2009

Nozioni di base

« Il DNA si presenta in lunghissimi filamenti e forma i famosi cromosomi, che sono i segmenti di DNA presenti all’interno del nucleo di ogni cellula. I cromosomi sono uguali in tutte le cellule di un individuo e sono caratteristici di quell’individuo particolare. (...) Le unità che compongono i cromosomi sono in numero elevatissimo ma possono essere solo di 4 tipi: A, G, C e T.
Le lettere si usano per comodità, e sono le iniziali di quattro composti chimici semplici e ben noti: Adenina, Guanina, Citosina, Timina. A e G sono della classe di sostanze chiamate “purine”, cui appartengono ad esempio anche la caffeina e l’acido urico; C e T sono delle “pirimidine”, molecole un po’ più piccole: la vitamina B1 è un derivato della pirimidina. Hanno tutte un comportamento chimico di alcali, o basi (l’opposto di acidi) e vengono perciò chiamate anche semplicemente “basi”. Ogni base è attaccata a una molecola di zucchero, il Desossiribosio (dal quale viene la D di DNA). La struttura generale di un filamento di DNA è molto semplice: lo scheletro è formato da un’alternanza regolare di acido fosforico e di un desossiribosio. Indicando con il simbolo P l’acido fosforico e con D lo zucchero, lo scheletro del DNA è quindi: ...-P-D-P -D-P-D-P-D-... Ad ogni zucchero D è attaccata una base, A C G o T, in una certa sequenza, che è diversa e caratteristica di ogni segmento di DNA (...)»
Ho preso questa spiegazione da un bel libro del genetista Luca Cavalli Sforza (“Chi siamo – Storia della diversità umana”, capitolo quarto), che è anche un ottimo divulgatore scientifico.
Il che vuol dire che questo brano è stato scritto nella maniera più semplice e chiara possibile. Nonostante tutto, voi non ci avete capito niente lo stesso? Beh, è normale se non avete studiato almeno un po’ di chimica: che è quello che capita alla stragrande maggioranza degli italiani.
Eppure queste sono le basi per poter iniziare un qualsiasi discorso sulle cellule staminali, per esempio, o sugli OGM, o su un altro degli argomenti che tanto turbano le nostre coscienze di questi tempi. Mancando queste elementari conoscenze di chimica (si studiano a 16-17 anni, alle superiori), è praticamente impossibile affrontare l’argomento.
Beh, succede: si può parlare di Hiroshima anche senza avere nozioni di fisica nucleare, per intenderci, o di fede senza avere nozioni di teologia. Lo facciamo tutti i giorni, si va un po’ a tentoni ma ci può stare. La cosa che però mi sconvolge è questa: che io ho studiato poco e male, trent’anni fa, queste nozioni – poco e male non per colpa degli insegnanti ma per colpa mia, a dirla tutta. Ma queste quattro cose che ho appreso e poi anche messo in pratica, cioè conoscere la tavola periodica di Mendeleev e sapere che cos’è un amminoacido, mi mettono in posizione di grande competenza rispetto al 95% delle persone che incontro o che sento discutere in tv o sui giornali o in Parlamento di questi argomenti.
E’ una cosa che davvero mi sgomenta: io competente in qualcosa? Penso a quel ragazzo che ero trent’anni fa, ringrazio almeno un po’ il destino di avermi fatto prendere il diploma di perito chimico invece di andare al classico come la Moratti, ma non è che la cosa mi consoli molto e mi piacerebbe tanto avere, almeno in Parlamento a stendere le leggi, qualche persona capace di leggere quello che ha scritto Cavalli Sforza senza farsi venire il mal di testa. So già che non è possibile, ma pazienza: il mondo andrà avanti lo stesso, ma nella direzione che vogliono le multinazionali e i nipoti del dottor Stranamore (nel senso del film di Stanley Kubrick: questo è un fotogramma del finale, che una volta era famoso e oggi dovrebbe esserlo ancora di più, con tutto questo parlare di nucleare...).

sabato 28 novembre 2009

Moplen

Nel 1954 il chimico ligure Giulio Natta riesce ad ottenere dei polimeri con struttura geometrica prestabilita: questa scoperta lo porterà a vincere il Premio Nobel nel 1963, insieme al tedesco Karl Ziegler.
E’ proprio in questo periodo, i primi anni 60, che Gino Bramieri con la sua faccia simpatica riempie le nostre serate televisive con la pubblicità del Moplen e con uno slogan azzeccato: “Ma signora guardi ben / che sia fatto di Moplen!”. Da allora, secchi catini e mastelli non saranno più fatti di legno o di metallo, ma di plastica: è questo uno dei risultati della scoperta di Natta.
E’ anche l’epoca, a metà degli anni ’60, nella quale fanno la loro comparsa i sacchi neri della spazzatura: anch’essi di plastica. Prima, non ce n’era mai stato bisogno.
Non so come facessero nelle città, ma qui da noi i rifiuti di cucina si buttavano nella rudéra, cioè nell’orto, in una buca, a far concime; carta e legno si bruciavano nella stufa, per riscaldare la casa; e i rifiuti metallici erano destinati allo straccivendolo, che li rivendeva all’industria. Insomma, non si buttava via nulla e non c’era bisogno di discariche.
Poi è arrivato il moplen (polipropilene isotattico), e tutte le altre materie plastiche oggi di uso comune: Polivinilcloruro (PVC), polistirolo, polietilentereftalato (PET)... Materie perfette per l’uso, ma anche indistruttibili. Molecole che in natura non c’erano e non ci sarebbero mai state senza l’intervento umano.
Non che prima la plastica non ci fosse: c’era la bakelite, per esempio, con la quale si costruivano le manopole delle radio, i portalampade, e altri piccoli oggetti. Ma la bakelite (o baccalite, dal nome del chimico danese Baekeland) era una resina informe, creta da modellare o poco più. C'era anche il nylon, un'altra pasta informe che però si poteva filare come la seta, e altre fibre tessili.
La scoperta di Natta però permise di disporre le molecole a piacere, secondo l’uso che ne vogliamo fare. E’ come inanellare gli atomi in una collana o in una catenella, di lunghezza teoricamente infinita: da qui la definizione di “polimero isotattico”. Dapprima l’operazione si fa col propilene, che è una piccola molecola gassosa: tante molecoline di propilene messe in fila ad una ad una, proprio come la catenella, in fila come le perline di una collanina, ed è il moplen di Bramieri. Poi via via si fanno cose sempre più complesse, quelle che vediamo tutti i giorni e alle quali ormai abbiamo fatto l’abitudine.
Sull’enciclopedia, Giulio Natta ha tre righe molto smilze. Eppure, dovrebbe essere famoso come Garibaldi: ha influito più lui sulla nostra vita, sicuramente non volendolo, di tanti capi di Stato e filosofi e leader religiosi che si ripromettevano di cambiare il mondo...

venerdì 27 novembre 2009

Denaturato

Un paio d’anni fa ero lì con una bella mora (una signora milanese un po’ più giovane di me) e mi sono ritrovato a parlare per un quarto d’ora dell’alcool denaturato.
Insomma, io pensavo che fosse qualcosa di banale, invece lei non ne sapeva niente: “Ho sempre usato l’alcool denaturato ma di queste cose non ne sapevo niente”, mi ha detto con gran sorpresa.
E dunque, considerato che forse non è un concetto così scontato, ecco quello che so.
Alcool denaturato è un alcool etilico a cui sono stati aggiunti un colorante e una sostanza odorosa, che dà cattivo sapore nel caso lo si voglia bere. L’alcool etilico è lo stesso che si usa per dolci e liquori; di per sè costa poco, ma sull’alcool etilico puro c’è una tassa da pagare, ben evidenziata dall’apposita strisciolina di carta sul tappo di grappa, whisky, brandy. Invece l’alcool etilico denaturato si usa per le pulizie di casa e per disinfettare: per evitare che lo si ricicli in liquori e ciliegine sotto spirito lo si rende sgradevole al gusto e all’odorato.
Il trucco è questo: le sostanze sgradevoli, l’odore e tutto il resto (hanno nomi complicati che non sto qui a trascrivere, ma li dovreste trovare sull’etichetta), sono studiate in modo da avere lo stesso punto di ebollizione dell’alcool etilico, così che non si possano allontanare distillando. E’ ancora possibile rendere puro l’alcool denaturato, ma farlo verrebbe a costare uno sproposito. Insomma, non conviene: ecco perché sull’alcool denaturato non c’è l’etichettina che troviamo sui liquori.
A mio parere, sull’etichetta dell’alcool denaturato manca un’informazione essenziale: il contenuto d’acqua. Infatti, può capitare che due bottiglie apparentemente uguali contengano una percentuale diversa di alcool: non è un gran problema perché l’alcool denaturato costa poco, ma è comunque un’informazione che viene a mancare – più acqua c’è, meno l’alcool sgrassa e disinfetta.

giovedì 26 novembre 2009

Esploratori

- L'ultima volta che giocai al bigliardo, caro Allais, fu nella Nuova Galles del Sud.
- Ah!
- E sopra un tappeto il cui lato piú corto non misurava meno di un miglio marino e mezzo (2 km. e 786 m.).
- Accipicchia!
Il mio stupore, devo confessarlo, si mescolava a un pochino d'incredulità.
- Perfettamente - fece Cap, con la sua voce piú tranquilla.
E quando quel diavolo d'un uomo mi ebbe esposta la faccenda dovetti confessare che la mostruosità del suo dire era soltanto apparente.
- Nel 1888 (1) Cap, incaricato dall'istituto libero di Bougival di un'esplorazione geologica nella Nuova Galles del Sud, s'avventurò nelle profondità di una larga vallata nella quale la mano dell'uomo non aveva mai messo piede.
Nessuna vegetazione lussureggiava in quei luoghi per l’eccellente ragione che la terra vegetale era sostituita da un formidabile giacimento di malachite. Cap allora, con la consueta genialità, pensò di trarre profitto da quella ricchezza mineralogica. (...)
(1) Com'è lontano tutto ciò!

L’avventura prosegue: chi vuole conoscerne il seguito lo trova qui:
Alphonse Allais, “Il capitano Cap” (capitolo XIX, corrispondente alla pag.116 dell’edizione Dall’Oglio 1963)