sabato 30 ottobre 2010

Polenta e osei

Qui, dove sono nato e cresciuto, c’era granturco ovunque. Adesso non ce ne è più nemmeno un centimetro quadrato, tutto estirpato e cementato con meticolosa cura; ne resiste qualcosa ancora solo verso sud, verso Milano, ma è chiaro che sparirà presto. Faccio l’inventario: dove c’erano i campi di pannocchie (che da generazioni i bambini andavano a rubacchiare, come ovunque, cercando di non fare troppi danni) adesso ci sono: villette a schiera; un centro commerciale; una strada nuova (che serve alle villette a schiera); un parcheggio per autocarri; altre villette a schiera; un parcheggio per automobili; e cos’altro ancora? Beh, non è importante, cos’è successo lo sanno tutti.
Con quel granturco, con il mais, i nostri vecchi facevano la polenta. Viene su facilmente, dà ottime rese, polenta e patate in Lombardia e in Veneto non sono mai mancate. Non si mangiava mica tanto bene, qui al Nord: la cucina buona cominciava dall’Emilia, dal Piemonte, qui c’era solo la polenta e poco altro. Andando su verso le montagne, qualcosa di buono ricominciava ad esserci: i formaggi, il vino, i laghi e la Valtellina, insomma. Qui intorno, a nord di Milano, a mangiare bene si è cominciato solo quando sono arrivati quelli di fuori, i toscani, gli emiliani, i veneti; e poi, dopo gli anni sessanta, anche i pugliesi, i napoletani, i meridionali in genere. Prima, prima di quelli che venivano da fuori (loro sì che sapevano far da mangiare bene!), qui c’era la polenta, la cassoeula (cioè verze col maiale), e poco altro.
Ma adesso, oggi, anno 2010, se uno vuole farsi la polenta deve comperare il granturco da fuori. Se va bene, dal bresciano e dal bergamasco; altrimenti, chissà da dove (saperlo...), magari dal Canada o dall’Ucraina (il frumento viene quasi tutto da lì, i nostri spaghetti e maccheroni in realtà sono canadesi). Una volta eravamo dipendenti dall’estero soltanto per il petrolio e il carbone, oggi lo siamo anche per la polenta – ma guai a dirlo, che si offendono. Bisogna chiudere accuratamente occhi e orecchie, e andare allegramente in compagnia a mangiare polenta e osei in trattoria, come i nostri vecchi però meglio se ci andiamo col fuoristrada da novantamila euro.

Osei, in tutta l’area veneta, sono gli uccelli: che si mangiavano con la polenta. Una volta di osei, qui in giro, ce n’erano tanti; l’inverno scorso ho contato una ventina di passeri, qualche cincia, un pettirosso; quest’anno quasi niente. Estinti anche i passeri, in Lombardia? Si direbbe di sì, passeri e granturco, specie estinte.
Polenta e osei era un mangiare da poveri, da disperati. Di uccellini (dal merlo alla cinciallegra) ce ne erano a milioni, portarne via un po’ a madre natura non era uno scempio come può immaginare chi è cresciuto con i cartoons e la playstation, ed era anzi una fonte di proteine indispensabile per chi non poteva permettersi altro. Polenta e osei, insomma, evoca (o dovrebbe evocare) immagini di fame e di miseria: i tempi in cui ci si ammalava di pellagra e di scòrbuto, malattie bruttissime di cui per nostra fortuna abbiamo perso la memoria, e che derivavano – appunto – da un’alimentazione in cui era presente solo la polenta, e qualche uccellino ma piccolo (di sicuro, ci scappava anche qualche topolino: ma guai a dirlo, polenta e ràtt non lo ammetterà mai nessuno, ma è pur sempre carne bianca). Speriamo che non tornino mai quei tempi, di poter continuare a mangiare la polenta (che è ottima) ma con il gorgonzola, con il parmigiano, con un bell’umido al pomodoro, magari con il peperoncino; e dopo, quando la polenta è finita, un’arancia fresca, magari un mango, ma niente osei prego. Di osei, ne hanno mangiati fin troppi i miei antenati: in loro memoria e in loro onore, un’altra porzione di polenta, magari con la marmellata di prugne e con la mostarda cremonese.

M’estinguerò con l’ultimo dei passeri
che girano qui attorno alla mia casa;
passeri eroici sui rami che traballano
dei pochi alberi rimasti, ed altre cose;
e ormai non so più dir se questa casa,
che fu in campagna, pur senza muoversi s’è mossa.
Ed ora, qui con venti passeri,
con il merlotto e con un pettirosso,
aspetto primavera; e forse è l’ora,
io morirò con questi quattro passeri,
a finger primavera che sia ancora
(la finta primavera mi addolora).
(il trionfo dei SUV e del cemento, 5.3.2007)
(versi di Emilio Gauna, da http://www.golemindispensabile.it/ )

mercoledì 27 ottobre 2010

Leggende metropolitane e lavoratori introvabili

Da quando il mostro di Loch Ness non c’è più (è andato in pensione già da qualche annetto) i giornali che non sanno come riempire le pagine (eppure di notizie ce ne sarebbero tante) non sanno più come rigirarsi. C’è chi si rifugia nel gossip, c’è chi parla dell’ultimo telefilm in novantasette puntate, ma rimpiazzare Nessie è davvero difficile.
Uno dei sostituti più frequenti del mitico dinosauro scozzese è la storia che è stata ripresa nei giorni scorsi un po’ da tutti i giornali e telegiornali: la leggenda del lavoro che c’è, e tanto, ma i disoccupati lo snobbano e preferiscono starsene in casa ad oziare.
Il bello è che la gente ci casca: la notizia piace, questi giovani fanigottoni, degni eredi di Andy Capp, fanno scuotere tante teste in modo affermativo: eh sì, il lavoro c’è, altro che balle. «Se uno ha davvero voglia di lavorare, il lavoro lo trova!» (mi raccomando, sottolineare bene il “davvero”).
Ma sotto, probabilmente, ci sono dei dati veri: allora prendo la lista che pubblica “Repubblica” il 24 ottobre scorso, sotto il titolo “Il fabbisogno di manodopera che resta insoddisfatto”, e provo a ragionarci sopra.
Parrucchieri ed estetisti; Sarti, modellisti e cappellai; Lastroferratori; Pavimentatori e posatori di rivestimenti; Pasticceri e gelatai; Tagliatori di pietre, scalpellini e marmisti; Addetti all’edilizia; tessitori e maglieristi a mano; Panettieri e pastai artigianali; Installatori di infissi e serramenti.
C’è anche un elenco più dettagliato, “federalista”: in Calabria mancano verniciatori industriali, in Trentino non trovano giardinieri, in Veneto mancano le ricamatrici.
Ci sono anche delle vere e proprie barzellette: in Molise pare che manchino insegnanti di sostegno. Beh, questa mi sembra grossa: nel momento in cui impazzano tutti i tagli e i licenziamenti della riforma Gelmini-Tremonti, direi proprio che si tratta di una scusa per non assumere nessuno.
Ma, soprattutto, c’è una cosa che non può passare inosservata leggendo la lista dei mestieri qui sopra: sono quasi tutti lavori che non si improvvisano, serve esperienza. Vorreste avere in casa vostra un installatore di serramenti che, non appena va via, vi vien giù tutta la finestra? Vorreste camminare su un pavimento dove si staccano le piastrelle ed è tutto un saliscendi? Direi di no, questi sono lavori che richiedono grande bravura e ottima tecnica, non sono cose che si improvvisano. I piastrellisti non nascono sotto i cavoli, scalpellini e marmisti non crescono con l’erba al bordo dei fossi: c’è bisogno di formazione.
Ed è proprio la formazione quella che manca, in un’epoca di lavoratori usa e getta. Chi ha più voglia e tempo di prendere un apprendista e insegnargli un mestiere, nel tempo delle delocalizzazioni? Chi ha più voglia e tempo di insegnare bene un mestiere, nell’epoca della Manpower? Di recente, anzi proprio adesso, la Telecom sta licenziando tutti i suoi addetti alla manutenzione: lo dico per chi si fosse perso la notizia, tra una casa a Montecarlo e un mostro di Loch Ness (si tratta di tremila persone, se non ricordo male: quelli che riparano le linee telefoniche di casa vostra).
Altri mestieri, come il fornaio e il pasticcere, magari si imparano in fretta ma richiedono orari davvero pesanti. Io ho fatto il turno di notte in fabbrica per vent’anni, e vi assicuro che non è una cosa semplice: ha avuto ripercussioni pesanti nella mia vita privata (provate a dire, quando avete vent’anni, alla ragazza che vi piace moltissimo e che vi sta davanti, che adesso mi spiace ma devo lasciarti perché ho il turno di notte...). Si dirà: che se uno vuol lavorare, eccetera eccetera. Ok, allora se è tutto così facile mandateci vostro figlio e vostra figlia, a impastare il pane o a montare le Punto alle tre di notte. Vi assicuro che è un’esperienza formativa, fatelo un po’ voi e i vostri figli, per me si tratta già della quarta o quinta generazione di fila, direi che è ora di darsi un po’ il cambio: io nello studio di commercialista, la figlia di Maroni a svitare i bulloni a Melfi, i figli di Bossi a mettere giù piastrelle d’inverno e asfalto caldo nelle strade d’estate. Mica per sempre, sei mesi, così, per vedere che effetto fa.
PS: in un riquadro a parte, la sociologa Chiara Saraceno (sempre su Repubblica 24 ottobre 2010, articoli di Luisa Grion) va a toccare i temi fondamentali:
- Gli artigiani non si trovano, perché?
«Perché non è facile che un diplomato alle magistrali si riconverta subito in idraulico. Ai giovani non vengono date le giuste informazioni, gli istituti tecnico-professionali, eccellenze a parte, non sono in grado di preparali in maniera adeguata e poi le famiglie non spingono di certo i figli al lavoro manuale»
- Come diceva la canzone "Contessa", “anche l'operaio vuole il figlio dottore”?
«Sì, ma questo è lecito. Il problema, semmai, è che il dottore, a tutti i costi, non vuole in figlio operaio. Per coprire la domanda bisogna prima di tutto dare riconoscimenti a queste figure»
- Le imprese hanno qualche responsabilità in proposito?
«Sì, perché l'apprendistato invece di essere considerato un momento di crescita è interpretato solo come un contratto che permette alle imprese di contenere i costi del lavoro. E forse le associazioni di categoria potrebbero fare qualche sforzo per essere più innovative».

sabato 23 ottobre 2010

Il comandante è ottimista

Come molti lettori (moltissimi!) ho una grande passione per Massimo Bucchi (che su http://www.repubblica.it/  ha il suo blog, aggiornato quotidianamente). Bucchi ha una capacità di sintesi fuori dall'ordinario: questa vignetta è del 2004, e il comandante (purtroppo per noi) è lo stesso di sei anni fa.
PS: anche i vice del comandante sono sempre quelli, e forse è questa la vera tragedia.

venerdì 22 ottobre 2010

A Sua immagine e somiglianza

Un solo elemento chimico, dei cento che esistono sulla Terra, è alla base della vita: il carbonio. Ed è il solo elemento, tra quelli presenti sulla Terra, capace di unire i suoi atomi fino a formare delle catene: la molecola più semplice è il metano, quelle più complesse sono gli acidi grassi, le proteine, la cellulosa. L’ormai famosissimo DNA fa parte di questa categoria: anche il DNA è formato da catene lunghissime di atomi di carbonio. Altri tre elementi chimici sono presenti nelle molecole delle creature viventi: ossigeno, idrogeno, azoto. Ma di per sè non garantiscono le strutture adeguate alla nascita della vita, non hanno capacità di associarsi da soli in lunghe e complesse catene capaci di contenere miliardi di informazioni: questa qualità ce l’ha solo il carbonio (ossigeno e idrogeno danno l’acqua; l’azoto è una degli elementi più comuni sulla Terra, presente ad esempio nelle proteine).
Questo per quanto concerne la natura; il discorso andrebbe allargato alle materie sintetiche, opera dell’uomo, come le materie plastiche. Oggi comunissima, la plastica non esisteva prima del ‘900; la sua diffusione su vasta scala inizia dal 1960, ed anche le materie plastiche (PVC, PET, polietilene, nylon, acrilico...) sono formate da catene di atomi di carbonio. Ma stavolta la vita non è presente: le molecole sono molto simili a quelle naturali, ma fino ad oggi l’uomo non è riuscito nel sogno di Frankenstein, dare la vita ad una materia da lui creata.
Esiste sulla Terra, va detto, un altro elemento che è in grado di produrre catene come quelle del carbonio: il silicio. Si tratta dei comunissimi (ormai) siliconi, quelli che si usano per le protesi e per sigillare gli spifferi d’aria nei serramenti. Ma le catene di atomi di silicio non raggiungono mai le dimensioni di quelle del carbonio, e soprattutto non sono mai associate alla vita. Non qui sulla Terra, insomma: può darsi che in altri pianeti la vita sia associata al silicio, ma per adesso non lo sappiamo.
E’ pensando a questa singolare proprietà del Carbonio, unica in natura, che mi è tornato alla mente ciò che dice la Bibbia, al suo inizio: “creato a sua immagine e somiglianza”. Che cos’è di preciso l’argilla a cui siamo abituati ad associare la nascita del primo uomo?
Molti studiosi ed esegeti della Bibbia, e di altri libri sacri, invitano a fare attenzione ai termini e ai numeri che vi troviamo. La Creazione in sette giorni, per esempio: è infantile credere che si tratti di una delle nostre settimane, è invece probabile che quel numero, sette, indichi dei periodi reali e concreti; e che la parola “giorni” sia una semplificazione, o una traduzione molto libera.
Joseph Campbell, uno dei massimi studiosi di Storia delle Religioni, aveva fatto un po’ di calcoli sulle età dei Patriarchi, a partire da Matusalemme, elencati con estrema cura uno per uno nella Bibbia: corrispondono a numeri simili reperibili in libri sacri di altre religioni e sono quasi sempre multipli di tre, di quattro, di dodici: i cicli del sole e della luna, le stagioni, stelle e pianeti. Un modo per trasmettere facilmente nozioni e concetti: è un ragionamento affascinante ma non so che sviluppi abbia avuto, dato che più che altro oggi si corre dietro a stravaganze e a ragionamenti astrusi sulla fine del mondo, alla faccia della divulgazione scientifica. Ma tutti questi dati raccolti da Campbell avevano serie fondamenta astronomiche (si badi bene: “astronomi”, fisici e astronomi, e non studiosi di oroscopi!) e sarebbe bello che se ne parlasse di più, e che la divulgazione arrivasse fino a noi.
Sulla nascita della vita sono state fatte molte ipotesi, ed è uno degli argomenti scientifici più appassionanti. A me piace pensare che ci sia qualche collegamento tra quel passo della Genesi (“a sua immagine e somiglianza”) e la struttura chimica del Carbonio, unico elemento sulla Terra a garantire la vita.

giovedì 21 ottobre 2010

La chiave di tutti i segreti

C’è un oggetto che ogni tanto appare nei film dell’orrore, o magari in Indiana Jones: la tavola magica, il simbolo segreto che svela tutti i segreti dell’umanità; magari affidato a un faraone egizio, a un mago assiro, a Harry Potter o a un alieno di Roswell, magari un anello, un tatuaggio, una pietra o una statua da rimettere al suo posto, e che crea maledizioni e catastrofi ed effetti speciali luminosi, magari in 3D.
Lo so che è antipatico dirlo, ma questa Tavola della Magia esiste già, più o meno dal 1860; e la stiamo già usando da più di cent’anni. I chimici la studiano a scuola, e da almeno mezzo secolo è l’incubo (incubo da interrogazione e da compito in classe) dei sedicenni che fanno la scuola di perito chimico: la stechiometria, il sistema periodico degli elementi.
Così la presenta un grande medico e grandissimo scrittore, Oliver Sacks: il titolo del libro è simpatico (“Zio Tungsteno”: Sacks aveva uno zio che costruiva lampadine) ma mi è sempre sembrato un po' astruso, forse con un altro titolo sarebbe stato un bestseller perché è molto chiaro e molto divertente. Ma, attenzione: questa non è una semplice sequenza di nomi più o meno astrusi, è una visione dell’Universo, della Creazione. Fate attenzione soprattutto ad uno di questi nomi: il Carbonio, su questa Terra, è l’unico degli elementi che è connesso alla vita.
Capitolo XVI - IL GIARDINO DI MENDELEEV (by Oliver Sacks)
Nel 1945 il Museo della Scienza di South Kensington fu riaperto (dopo una lunga chiusura nel periodo della guerra) e per la prima volta vidi la gigantesca tavola periodica che vi era esposta.
La tavola, che copriva un'intera parete in cima alle scale, era in realtà una vetrina di legno scuro con una novantina di scomparti, ciascuno dei quali porta scritto il nome del proprio elemento, il suo peso atomico e il suo simbolo chimico. In ogni scomparto, poi, c'era un campione dell'elemento stesso (quanto meno, di tutti quelli che erano stati ottenuti in forma pura, e che potevano essere esposti in condizioni di sicurezza). Il cartellino informava, « La classificazione periodica degli elementi secondo Mendeleev».
I primi che vidi furono i metalli, esposti a decine in tutte le forme possibili: barrette, cubi, fili, fogli, dischi, cristalli, masse di forma indefinita. La maggior parte erano grigi o argentei, alcuni avevano sfumature azzurre o rosa. In qualche caso le superfici erano brunite e risplendevano debolmente di giallo; poi c' erano i colori intensi del rame e dell'oro.
Nell'angolo in alto a destra c'erano i non metalli - gli spettacolari cristalli gialli dello zolfo e quelli
rossi, traslucidi, del selenio; il fosforo, simile a pallida cera d'api, immerso nell'acqua; e il carbonio, sotto forma di minuscoli diamanti e grafite nera e lucente. C'era poi il boro, una polvere brunastra; e i cristalli di silicio, dalla superficie come increspata, di una lucentezza nera, intensa, simile alla grafite o alla galena.
A sinistra c'erano i metalli alcalini e i metalli alcalino-terrosi (i metalli di Humphry Davy), tutti, tranne il magnesio, immersi in bagni protettivi di nafta. Fui colpito dal litio, nell'angolo più in alto a sinistra, perché, leggero com'era, galleggiava sulla nafta; e anche dal cesio, più in basso, che formava una pozzanghera luccicante sotto la nafta. Il cesio, questo lo sapevo bene, aveva un bassissimo punto di fusione, e quello era un giorno d'estate molto caldo. Tuttavia, non mi ero del tutto reso conto, osservando le minuscole masserelle parzialmente ossidate che avevo visto fino ad allora, che il cesio puro fosse dorato: al principio lanciava solo un bagliore, un lampo d'oro, sembrava emettere un'iridescenza con una lucentezza dorata; ma poi, osservato da un'angolazione diversa, appariva di un color oro puro, e sembrava un mare d'oro, o del mercurio dorato.
C'erano poi altri elementi che fino ad allora erano stati per me solo dei nomi (oppure, in modo quasi ugualmente astratto, dei nomi associati a qualche proprietà fisica e a un peso atomico) e adesso per la prima volta li vedevo in tutta la loro diversità e la loro realtà. In quella mia prima, sensuale panoramica, percepii la tavola come un sontuoso banchetto, un enorme desco apparecchiato con un'ottantina di portate diverse.
A quell'epoca avevo ormai acquisito familiarità con le proprietà di molti elementi e sapevo che essi formavano un certo numero di famiglie naturali, come quella dei metalli alcalini, dei metalli alcalinoterrosi e degli alogeni. Queste famiglie (che Mendeleev chiamò « gruppi ») formavano le colonne verticali della tavola, con i metalli alcalini e quelli alcalino-terrosi a sinistra, gli alogeni e i gas inerti a destra, e tutto il resto collocato in quattro gruppi intermedi situati nel mezzo. Questi gruppi intermedi erano « gruppi » in un modo un po' meno chiaro - nel Gruppo VI, per esempio, vedevo lo zolfo, il selenio e il tellurio. Sapevo bene che questi tre elementi (i miei « puzzogeni ») erano molto simili - ma che ci faceva in mezzo a loro l'ossigeno, proprio in testa al gruppo?
Doveva esserci un principio più profondo - e infatti c'era. Era stampato in cima alla tavola, ma nella mia impazienza di osservare gli elementi, non gli avevo prestato attenzione alcuna. Il principio più profondo, vidi poi, era la valenza.
Il termine valenza non esisteva nei miei libri dell'epoca vittoriana, giacché era stato sviluppato correttamente solo verso la fine degli anni Cinquanta del diciannovesimo secolo. Mendeleev fu uno dei primi ad avvalersene e a usarlo come fondamento per la classificazione, offrendo così qualcosa che non era mai stato chiaro prima: una base razionale per spiegare la tendenza degli elementi a formare famiglie naturali e ad avere profonde analogie chimiche e fisiche gli uni con gli altri.
(...)La tavola che avevo dinnanzi era dominata da una periodicità in base otto, sebbene si potesse anche vedere che nella parte inferiore, all'interno dei fondamentali ottetti, erano interposti alcuni elementi extra: dieci per ciascuno nei Periodi 4 e 5, e dieci più quattordici nel Periodo 6.
Così si procedeva, osservando ogni periodo completarsi e condurre al successivo imboccando una
serie di curve da capogiro - questa, almeno, era la forma in cui l'immaginavo io, così che la solenne tavola rettangolare che avevo di fronte si trasforma nella mia mente in anse e spirali.
La tavola era una sorta di scalinata cosmica, o di scala di Giacobbe che saliva e scendeva verso un cielo pitagorico.
All'improvviso, fui travolto al pensiero di quanto dovesse esser sembrata sorprendente, la tavola periodica, ai chimici che la videro per primi – chimici che avevano una profonda familiarità con sette o otto famiglie di elementi, ma che non avevano mai compreso la base di quelle famiglie (la valenza), come esse potessero confluire a comporre un unico schema di ordine superiore. Mi chiedevo se non avessero reagito come avevo fatto io di fronte a quella prima rivelazione: «Ma certo! E così ovvio! Come ho fatto a non pensarci io? ».
Indipendentemente dal fatto che uno pensasse in termini di colonne verticali o di righe orizzontali, in un modo o nell'altro si arrivava alla stessa griglia. Era come uno schema di parole crociate, che poteva essere affrontato sia partendo dalle definizioni «verticali » che da quelle «orizzontali », salvo per il fatto che un gioco enigmistico era un costrutto arbitrario, squisitamente umano, mentre la tavola periodica rifletteva o rappresentava un ordine profondo della natura, perché mostrava tutti gli elementi disposti in base ad una loro relazione fondamentale. Avevo la sensazione che essa custodisse un segreto meraviglioso, ma si trattava di un criptogramma senza chiave: perché quella relazione era così? (...)
(Oliver Sacks, da “Zio Tungsteno”, ed. Adelphi – capitolo XVI, Il giardino di Mendeleev)

mercoledì 20 ottobre 2010

Questione di DNA

«Che cos’è il DNA?»  Per saperlo di preciso, si invita in tv una signora che di professione fa proprio la genetista. La dottoressa è molto fine e molto preparata, si vede subito che sa il fatto suo; e la trasmissione divulgativa della Rai è molto ben fatta, ma dubito che adesso, anche dopo questa spiegazione, le cose siano più chiare.
Che cos’è il DNA, più o meno, ormai lo sanno tutti: è perfino diventata un’espressione proverbiale, “ce l’ho nel DNA”,   “questione di DNA”, la polizia che fa i rilievi per cercare il DNA... Ma spiegare che cos’è di preciso il DNA è difficile, e soprattutto per un fatto: che bisogna conoscere la chimica. Se non si è arrivati almeno al terzo anno delle medie superiori (dove i sedicenni degli istituti tecnici studiano la chimica organica), appena si va un po’ oltre la superficie è inevitabile andare in confusione. Insomma, la brutta notizia è che per capire cos’è davvero il DNA bisogna studiare, e non poco.
Però conosco una bella immagine del dna e la voglio portare qui: si trova in “Le meraviglie della natura”, di Elemire Zolla ed è un brano da un’intervista con Erwin Chargaff, uno scienziato che allo studio del DNA diede grande impulso. Gli scopritori della struttura del DNA, come è noto, furono due giovani scienziati: Crick e Watson. I due si fecero fotografare più volte accanto ad una ricostruzione del DNA, e questa è una delle loro foto.
La prima cosa da fare, ci spiega Chargaff, è cambiare posizione alla struttura elicoidale del DNA, quella che nelle illustrazioni è quasi sempre come in questa foto, cioè rigida come una colonna: cosa ci fa lì in piedi quella struttura? Meglio sdraiarla, e magari immaginarla come una sciarpa di seta gettata sul letto.
«La gente che lavora sull'acido desossidoribonucleico non l'ha neanche visto! Ne vede un'ombra. Non l'ha mai isolato, non l'ha mai tenuto in mano! Il DNA è una sostanza fibrosa, bagnata diventa una colla, una gelatina inodora così compatta che non si può colare. A seccarla diventa come i fiocchi di polvere che si raccolgono sulle puntine di grammofono. È una massa fibrosa di sottilissimi aghetti. No, non l'ho assaggiata. Saprà di sale, perché si isola come un sale di sodio... La doppia spirale? È una struttura ideale. Non c'è nessuna prova che nella cellula esista nella forma che le attribuiamo [...] che è una semplificazione statica unidimensionale di una situazione pluridimensionale e dinamica... un paesaggio con un letto di fiume e tutta una geografia, colli di qua, banchi di sabbia di là, una diga... Dire che è una doppia spirale non è dire la verità, tutta la verità... La si può leggere come una doppia spirale in vista di un certo numero di esperimenti e si avrà ragione piuttosto che torto, ecco tutto.» (A. Liversidge, Interview with E. Chargaff, in «Omni», 7, 9, New York 1965.)
(tratto da “Le meraviglie della natura” di Elemire Zolla, ed. Marsilio, pag.527)
Qualche notizia su Chargaff, tratta da wikipedia:  «Erwin Chargaff (Czernowitz, 11 agosto 1905 – New York, 20 giugno 2002) è stato un biochimico austriaco. Emigrò negli Stati Uniti d'America durante il periodo nazista in Germania. Chargaff è ricordato per le sue regole, enunciate nel 1950, che diedero un importante contributo nella determinazione della struttura della molecola di DNA. Chargaff ebbe un figlio, Thomas, dal matrimonio con Vera Broido che sposò nel 1928. Chargaff divenne cittadino statunitense nel 1940. Chargaff eseguì importanti ricerche sul metabolismo dei grassi e sul chimismo degli acidi nucleici, in particolare sul DNA. Ricorrendo alla tecnica di cromatografia su carta riuscì a separare la molecola del DNA nelle sue basi costituenti a determinare la loro percentuale di abbondanza relativa. I suoi studi costituirono un passo decisivo verso la conoscenza della struttura del DNA, evidenziata poi in seguito da Watson e Crick. I dati di Chargaff indicarono che la quantità di purine è sempre uguale a quella di pirimidine.»
Una nota per chi volesse leggere il libro (“Le meraviglie della natura”) per intero: Zolla è stato un grandissimo studioso di storia delle religioni, e anche un grande scrittore, ma probabilmente, come capita quasi sempre agli studiosi di formazione “classica”, mancava delle necessarie nozioni per capire a fondo cosa significano le formule chimiche. In quel libro riesce comunque a fare un bellissimo discorso sull’alchimia ricondotta ai suoi princìpi “pratici” (per esempio descrivendo la distillazione del mercurio a partire dalle rocce e dalle terre che lo contengono, come si faceva nei tempi prescientifici), ma dimentica di citare la Tavola di Mendeleev, nata intorno al 1860, che spazzò via tutte le precedenti teorie, e che di fatto le contiene tutte, essendo la vera e unica Tavola Magica (e anche Alchemica), così perfettamente funzionante e funzionale che è alla base di tutte le invenzioni e le scoperte del Novecento, compresi il telefonino cellulare, il computer, la bomba atomica, e anche il dna.

martedì 19 ottobre 2010

Credere nella fate?

- Lei mi ha dato più di quanto le avevo chiesto. Ne terrò conto.
Così mi disse una signora davanti a Brera, la mattina di un 14 settembre: mi aveva chiesto “ottanta centesimi per un caffè”, io le avevo dato un euro, poca cosa insomma. Era una donna ancora abbastanza giovane, ben vestita, quasi elegante; io ero al primo appuntamento, stavamo decidendo cosa fare quel giorno, avrei avuto quasi un anno di felicità: tante cose, davvero tante, per venti centesimi soltanto.
(non so ancora chi devo ringraziare, l’anno era il 2003).