In una celebre foto che ritrae Madame Curie si vede bene un altro oggetto che è stato di uso molto comune, e che in italiano si chiama spruzzetta: un nome non finissimo, ma è quello che si usa normalmente. Oggi le spruzzette sono tutte fatte di plastica, una bottiglia di plastica morbida con una cannuccia infilata dentro; non sto a spiegare come funziona, mi sembra ovvio: che premendo sui lati esca il liquido lo sanno anche i bambini di tre anni. Ma le bottiglie di plastica esistono solo dagli anni ’60, prima si usava la spruzzetta come quella che ha in mano Madame Curie, e che anch’io ho fatto in tempo ad usare. Due cannucce di vetro infilate in un tappo di gomma: soffiando in una delle due cannucce, dall’altra esce il liquido (acqua distillata, di solito) e il getto si può dirigere dove meglio conviene, per esempio per pulire le pareti di un bicchiere e raccogliere una parte del campione che era finita sulle pareti. Anche qui, mi sembra inutile spiegare il funzionamento: è un’esperienza che si può fare anche in casa con due cannucce per le bibite, basta guardare la foto. (il grande recipiente alle spalle di Madame Curie è un semplice bottiglione, l’ampollina che ha nell’altra mano è soltanto un’ampollina di vetro). E’ invece interessante far notare che fino a pochi anni fa, cioè prima dell’avvento e del trionfo della plastica, i chimici erano anche un po’ vetrai. Funzionava così: si comperavano dalle vetrerie bacchette o tubi di vetro molto lunghi, anche due metri, di vari diametri e spessori, che poi si tagliavano e modellavano su una fiamma a gas. Anche la spruzzetta di Madame Curie è fatta sicuramente così: alcuni chimici di laboratorio erano dei veri artisti e modellavano e sagomavano il vetro in maniera perfetta, altri (tra i quali anch’io, disdetta) avevano minore abilità manuale e i tubi e le bacchette uscivano sempre un po’ strani e poco eleganti, ma l’importante era che svolgessero le loro funzione. Se non riuscivano a svolgere la loro funzione, o se si spezzavano, allora bisognava buttare via tutto e ricominciare da capo; ma dopo un po’ di volte e un po’ di “ritenta, sarai più fortunato”, di regola anche i più imbranati riuscivano nell’impresa.
Chissà se oggi si insegna ancora a modellare il vetro, nei laboratori; temo di no, ma in ogni caso provate a fare attenzione a tutta la vetreria che si vede nei film e in tv, dal Frankenstein di James Whale (1933) fino ad Harry Potter: palloni, matracci, bottiglie, flaconi, vetreria varia di tutte le forme, colori e dimensioni. Qui è possibile che sia tutto vero, è anche possibile che il flacone per il misterioso elisir sia una boccettina autentica, recuperata da qualche antiquario. Per tutto il periodo alchemico e prescientifico, e anche per tutto l’Ottocento i chimici (anche quelli importanti) infatti dovevano essere anche un po’ vetrai, farsi gli oggetti da soli o spiegare bene cosa fare a un vetraio vero. Da qui deriva la grande varietà di forme e colori delle bottiglie e bottigliette, delle beute e dei matracci, dei flaconi e dei vasi dei farmacisti.
(nelle immagini: un imbuto separatore, da wikipedia; una foto famosa di Madame Curie, premio Nobel per la chimica nel 1903 e nel 1911; due immagini da “The bride of Frankenstein”, con Boris Karloff ed Elsa Lanchester).
.jpg)














.jpg)
.jpg)





