martedì 1 maggio 2012

Colori e scrittori

Primo Levi da “L’altrui mestiere” (Einaudi 1985)
Il rapporto che lega un uomo alla sua professione è simile a quello che lo lega al suo paese; è altrettanto complesso, spesso ambivalente, ed in generale viene compreso appieno solo quando si spezza: con l'esilio o l'emigrazione nel caso del paese d'origine, con il pensionamento nel caso del mestiere. Ho abbandonato il mestiere chimico ormai da qualche anno, ma solo adesso mi sento in possesso del distacco necessario per vederlo nella sua interezza, e per comprendere quanto mi è compenetrato e quanto gli debbo. Non intendo alludere al fatto che, durante la mia prigionia ad Auschwitz, mi ha salvato la vita, né al ragionevole guadagno che ne ho ricavato per trent'anni, né alla pensione a cui mi ha dato diritto. Vorrei invece descrivere altri benefici che mi pare di averne tratto, e che tutti si riferiscono al nuovo mestiere a cui sono passato, cioè al mestiere di scrivere.
Si impone subito una precisazione: scrivere non è propriamente un mestiere, o almeno a mio parere, non lo dovrebbe essere: è un'attività creativa, e perciò sopporta male gli orari e le scadenze, gli impegni con i clienti e i superiori. Tuttavia, scrivere è un «produrre», anzi un trasformare: chi scrive trasforma le proprie esperienze in una forma tale da essere accessibile e gradita al «cliente» che leggerà.
Le esperienze (nel senso vasto: le esperienze di vita) sono dunque una materia prima: lo scrittore che ne manca lavora a vuoto, crede di scrivere ma scrive pagine vuote. Ora, le cose che ho viste, sperimentate e fatte nella mia precedente incarnazione sono oggi, per me scrittore, una fonte preziosa di materie prime, di fatti da raccontare, e non solo di fatti: anche di quelle emozioni fondamentali che sono il misurarsi con la materia (che è un giudice imparziale, impassibile ma durissimo: se sbagli ti punisce senza pietà), il vincere, il rimanere sconfitti. Quest'ultima è un'esperienza dolorosa ma salutare, senza la quale non si diventa adulti e responsabili.
Credo che ogni mio collega chimico lo potrà confermare: si impara piú dai propri errori che dai propri successi. Ad esempio: formulare un'ipotesi esplicativa, crederci, affezionarcisi, controllarla (oh, la tentazione di falsare i dati, di dar loro un piccolo colpo di pollice!) ed infine trovarla errata, è un ciclo che nel mestiere del chimico si incontra anche troppo spesso «allo stato puro», ma che è facile riconoscere in infiniti altri itinerari umani. Chi lo percorre con onestà ne esce maturato.
Ci sono altri benefici, altri doni che il chimico porge allo scrittore. L'abitudine a penetrare la materia, a volerne sapere la composizione e la struttura, a prevederne le proprietà ed il comportamento, conduce ad un insight, ad un abito mentale di concretezza e di concisione, al desiderio costante di non fermarsi alla superficie delle cose.
La chimica è l'arte di separare, pesare e distinguere: sono tre esercizi utili anche a chi si accinge a descrivere fatti o a dare corpo alla propria fantasia. C'è poi un patrimonio immenso di metafore che lo scrittore può ricavare dalla chimica di oggi e di ieri, e che chi non abbia frequentato il laboratorio e la fabbrica conosce solo approssimativamente. Anche il profano sa che cosa vuol dire filtrare, cristallizzare, distillare, ma lo sa di seconda mano: non ne conosce la «passione impressa», ignora le emozioni che a questi gesti sono legate, non ne ha percepita l'ombra simbolica. Anche solo sul piano delle comparazioni il chimico militante si trova in possesso di una insospettata ricchezza: «nero come...»; «amaro come...»; vischioso, tenace, greve, fetido, fluido, volatile, inerte, infiammabile: sono tutte qualità che il chimico conosce bene, e per ognuna di esse sa scegliere una sostanza che la possiede in misura preminente ed esemplare.
Io ex chimico, ormai atrofico e sprovveduto se dovessi rientrare in un laboratorio, provo quasi vergogna quando nel mio scrivere traggo profitto di questo repertorio: mi pare di fruire di un vantaggio illecito nei confronti dei miei neo-colleghi scrittori che non hanno alle spalle una militanza come la mia. Per tutti questi motivi, quando un lettore si stupisce del fatto che io chimico abbia scelto la via dello scrivere, mi sento autorizzato a rispondergli che scrivo proprio perché sono un chimico: il mio vecchio mestiere si è largamente trasfuso nel nuovo.
(Primo Levi dal volume “L’altrui mestiere”, ed. Einaudi 1985) (il brano ha per titolo "Ex chimico")

Questo libro è uno dei meno letti e meno citati, fra quelli di Primo Levi, ma è anche uno dei più belli: vi si parla di Huxley, di Rabelais, di Queneau, delle traduzioni, di storia naturale, e anche di chimica. “L’altrui mestiere” è la scrittura: il mondo dei letterati è sempre stato piuttosto chiuso, si veniva cooptati, guai a chi “viene da fuori”. Che sia Jack London o Italo Svevo, Joseph Conrad o Primo Levi, ci sarà sempre qualcuno che vi pesa e vi giudica e vi bolla: “diarista”, “vernacolare”, “imperfezioni linguistiche”. Poi, critici pigri e lettori disattenti ripeteranno quei giudizi per decenni, magari anche per secoli. E invece no, basta mettersi a leggere, e levarsi le fette di salame dagli occhi per accorgersi che non solo Italo Svevo scrive benissimo, anche se con qualche inflessione triestino-veneziana o “crucca” tout court (e in fin dei conti, se uno si chiama Ettore Schmitz e vive a Trieste nei primi del ‘900, tutto questo mi sembra normale), ma Primo Levi non è affatto un diarista, e scrive in un italiano limpido ed esemplare, dote che è concessa a pochi. Levi parte dalle sue esperienze di vita e cerca di trarne qualcosa che possa servire anche agli altri: è diarismo? Se si definisce diarismo quello che ha scritto Primo Levi, vuol dire che di Primo Levi non si è capito niente, o che forse non lo si è proprio mai letto. Che un “non letterato” possa scrivere meglio di uno che ha studiato da letterato, dà fastidio: un classico dell’invidia, insomma, ma è meglio non trarne conclusioni generali, perché dai letterati Primo Levi è stato anche molto amato, e all’Einaudi per nostra fortuna c’era Italo Calvino che lo ha saputo leggere.
Non è da tutti saper leggere: è per questo motivo che ho portato qui per intero queste pagine di Primo Levi, sapendo già in partenza che molti di quelli che passano si fermeranno alle prime tre righe. Questo è uno scritto molto breve, si legge in meno di cinque minuti: chi arriva fino in fondo e ha saputo leggere ne sarà sicuramente molto contento.

12 commenti:

Grazia ha detto...

Grazie tante: ci hai fatto un bel regalo, pubblicando questo pezzo di Primo Levi, grande scrittore e, soprattutto, grande uomo.

Giuliano ha detto...

Un altro titolo: La ricerca delle radici. I libri importanti nella vita di Primo Levi, raccontati da lui stesso.
:-)

giacy.nta ha detto...

Molto contenta.:))
Buona giornata.

p.s.
anche Huxley amava cercare, sperimentare, è per questo che viene citato nel libro di Levi?

Giuliano ha detto...

è proprio una recensione ad Huxley, che mi mette un po' in difficoltà perché io ho letto solo Brave New World. Si parla di previsioni avverate, non è quindi un brano allegro; come tutti noi, Primo Levi si diverte di più con Rabelais...
:-)

giacy.nta ha detto...

Ho l'edizione ( 1979 ) della Mondadori di "Brave New World" che riporta anche "Brave New World Revisited", un saggio pubblicato qualche anno prima della morte dello scrittore. Lo lessi diversi anni fa e rimasi impressionata anch'io; è lì che Huxley parla di ciò che oggi è sotto gli occhi di tutti. In particolare sono molto interessanti i capitoli sulla propaganda in democrazia, sul lavaggio dei cervelli, sulla persuasione.

Giuliano ha detto...

sugli Incubi e Profezie ho qui in archivio 15 post, Huxley per ora mi manca. Di quel saggio, che è del 1958 se non ricordo male, è molto interessante il paragone che Huxley fa con 1984 di Orwell.
Li ho letti di recente, sono due libri straordinari: Orwell immagina una dittatura, Huxley immagina tutti felici e contenti perché gli danno una droga, nessuno dei due è riuscito a immaginare la realtà: tutti felici e contenti di essere controllati e schedati in ogni istante, anche senza droghe...
Mah!

giacy.nta ha detto...

Ci sono droghe non classiche, gli "ismi", le "mode"...

Orwell è uno dei "miei" autori. Se non lo hai ancora fatto, ti consiglio di leggere i romanzi meno famosi. Sono meravigliosi. C'è poi una sorta di reportage, "Senza un soldo a Parigi a Londra", di cui, a distanza di tempo, ricordo ancora dei momenti. E' il resoconto dei mesi passati in uno stato di indigenza.

Giuliano ha detto...

il qualunquismo è il peggiore degli ismi, quel continuo dire "né di destra né di sinistra", "sono tutti uguali"... in queste cose io sto con Primo Levi: pesare, separare, analizzare, distinguere. Si diventa noiosi e antipatici, ormai lo so per esperienza diretta, ma io continuo a preferire la gente che non grida.
Orwell comunque andrebbe letto tutto, anche 1984 riserva moltissime sorprese.

giacy.nta ha detto...

Anche a me le urla non piacciono ma ci sono anche quelle di rabbia e disperazione, purtroppo è così. Gli urlatori di professione invece non convincono neanche me. E' piuttosto facile riconoscerli ma c'è chi trova conveniente non farlo. Le analisi costano troppa fatica e mettono in condizione, come dice Primo, come dici tu, di rivedere le proprie convinzioni, di ammettere qualche errore di valutazione. Ogni riferimento alla recente cronaca è puramente casuale...

Ho iniziato oggi pomeriggio a rileggere 1984 ( 3°volta ). I miei alunni lo faranno a loro volta e lo analizzeremo insieme a partire dalla prossima settimana ( a proposito di analisi... ).

Giuliano ha detto...

intendevo proprio questo, hai fatto bene a precisare: le urla di chi vorrebbe comandare. Magari dietro ci sono delle idee giuste, ma il modo in cui vengono presentate fa venire serissimi dubbi sulle persone.
:-)

gifh ha detto...

Ti sono molto riconoscente, per quanto io ammiri Primo Levi, l'ho scoperto tardi e non conosco ancora la maggior parte delle sue opere. Penso anche che hai davvero colto nel segno quando dici che molta superficialità moderna impedisce di comprenderlo appieno: Levi ha uno stile profondo e molto umile, difficile non rimanere affascinati dalla sua penna, quella di un chimico che ha voluto donare perle di indubbio valore e inestimabile saggezza immortalate per sempre con la sua avvincente scrittura, a meno di non lasciarsi sconfiggere dalle prime tre righe.

Giuliano ha detto...

ci sono molti racconti "chimici" in L'altrui mestiere; penso che tu conosca già anche Oliver Sacks e Zio Tungsteno (ed. Adelphi) che è un libro meraviglioso.
ciao gifh, ti ringrazio e ti devo anche delle scuse, non partecipo al Carnevale perché sono molto pigro, e anche perché dovrei rimettermi a studiare!
:-)