domenica 9 settembre 2012

L’asciugamano di Robinia

Quella sull’asciugamano di Robinia è una battuta che tutti hanno ascoltato almeno una volta, qui a Milano e dintorni: una di quelle frasi impossibili da tradurre, o quantomeno che lo sono diventate, col tempo. Una cosa del genere, molto italianizzata per farsi capire da tutti (beh, quasi): “per quello lì...ci vorrebbe el sugamàn de robinia”. Purtroppo il dialetto non lo parla più nessuno, la vita quotidiana è ormai tutta fatta di oggetti di plastica, e di conseguenza oggi dovrò mettere giù un bel po’ di spiegazioni.
Si capisce al volo che il significato non va preso alla lettera: la robinia è una pianta d’alto fusto, quasi un albero. Come molte altre piante più o meno simili (il salice e il ligustro, per esempio) la robinia produce rami giovani che sono molto lunghi e flessibili: rami che una volta venivano usati per fare cesti, gerle, perfino bauli. Un ramo giovane di robinia, o di salice, può servire anche come sferza, o magari come bastone (dipende dal diametro e da quanto è flessibile): l’asciugamano di robinia è dunque una bastonatura, una sferzata. “Per quello lì ci vuole l’asciugamano di robinia” è dunque un’espressione rivolta a qualche giovane un po’ troppo – come dire – vivace. Per fortuna, lo si dice quasi sempre scherzando.
La cosa curiosa è che con la robinia si può davvero ottenere una fibra tessile, non molto diversa dalla canapa o dalla iuta; lasciando a macero i rami si ottengono delle fibre molto lunghe e molto flessibili, che possono essere filate e poi tessute. Il tessuto così ottenuto non è ovviamente paragonabile per morbidezza alla seta e al cotone, e quindi ecco un altro significato dell’espressione “sugamàn de robinia”, che era sicuramente noto ai nostri antenati.
Nei secoli più lontani da noi, fibre e tessuti erano molto difficili da ottenere e richiedevano molto lavoro, quasi sempre lavoro duro. E’ solo con la rivoluzione industriale, con l’introduzione di telai e orditoi meccanici, che i tessuti e i filati cominciano a diventare un po’ più facili da ottenere; oggi poi è diventato tutto facilissimo e a basso costo, e da una parte c’è da esserne contenti, dall’altra parte però (c’è sempre un altro lato della medaglia, mai dimenticarsene) con l’invenzione delle fibre sintetiche gran parte dell’industria tessile, soprattutto l’industria della lana, è andata in crisi; e si rischia di perdere l’arte e la conoscenza che vi sono connesse.
Invece fino a tutto il ‘700 si faceva di necessità virtù, e si filava tutto il filabile. Pochi sanno, per esempio, che non solo la robinia ma anche l’ortica può essere filata: le piante di ortica possono arrivare ad altezze anche superiori ai due metri, e il loro fusto contiene fibre lunghe e flessibili. Dopo macerazione e battitura, come per la canapa e la robinia, si ottengono le fibre. Ma ormai anche la canapa è diventata una rarità, e stavolta per una ragione curiosa: la pianta della canapa e quella dell’hashish (cannabis sativa e cannabis indica) sono molto simili. Per evitare dubbi, furono entrambe proibite; dato che nel frattempo sono state inventate le fibre sintetiche, il fabbisogno di canapa per l’industria è ormai quasi inesistente.
Da bambino avevo letto la fiaba dei fratelli Grimm, quella dei fratelli trasformati in cigni, dove si parla di camicie da tessere con l’ortica: pensavo che fosse un’invenzione poetica, e invece c’era probabilmente dietro questa verità storica. Una camicia fatta con l’ortica richiedeva sicuramente molto tempo e molta fatica, la ragazza deve cucirne addirittura sette per poter liberare i suoi fratelli: ecco dunque l’impervia prova da superare, che andrà comunque a buon fine.
Si filava tutto il filabile, dunque; e probabilmente qualcuno avrà fatto un pensiero anche sui fili dei cornetti, ma la fibra è troppo corta e comunque bisogna sicuramente essere un bel po’ disperati per pensare veramente a un tessuto fatto coi fili dei cornetti. Vorrei far notare: ho detto “cornetti” e non “fagiolini”. Qui in Lombardia dicono tutti “cornetti”, è quasi impossibile cambiare; per noi “fagiolino” è soltanto un fagiolo più piccolo degli altri, al massimo – e solo in Emilia – si può arrivare fino a Fasolein e Sandròn, ma è tutt’altra cosa. (Fagiolino, Sandrone, e la Polonia – che non è la nazione omonima, ma una contrazione del nome di Santa Apollonia, festa il 9 febbraio )
La robinia non è una pianta delle nostre parti: è americana, si chiama “robinia pseudoacacia” e prende il nome dal botanico francese Jean Robin, che iniziò a coltivarla nel 1601. Dato che è una pianta infestante e si riproduce molto velocemente, ha presto invaso tutta l’Europa, cambiando totalmente l’aspetto di molti dei nostri boschi. Qui c’erano i boschi di castagni, ma sono passati secoli e nessuno può ricordarselo: la robinia ha trionfato, ma ormai ha i giorni contati e verrà sicuramente sconfitta – non da altre piante, ma dalle autostrade e dal cemento della speculazione edilizia. La pianta originale, secondo quanto ne dice wikipedia, proviene dalla regione americana dei monti Appalachi.
Tornando all’asciugamano di robinia, ne ho trovato una variante divertente in un film di Ermanno Olmi (“La cotta”, o forse "Piccoli discorsi", girati nel 1965): il padre del ragazzo si lamenta perché lo trova svogliato, e dice che per lui ci vorrebbe “el sugamàn de robina”. Robina, e non robinia: robina, cioè roba fine, sicuramente un altro doppio senso più che una pronuncia dialettale diversa. Si dice “robina”, si intende tutt’altro.
Un ricordo di mia mamma è questo: suo cugino stava facendo dei piccoli dispetti alla prozia, seduta a recitare il rosario sotto il fienile. Poi aveva pensato di andarsene via senza farsi vedere, ma non aveva tenuto conto che la prozia, proprio per il suo fatto di essere prozia, non era mica nata ieri: aveva a portata di mano un lungo ramo flessibile di robinia, o forse di salice, e l’aveva usato centrando il bersaglio, ovviamente le gambe del ragazzo. Ne era uscita una sequenza che è divertente sentir raccontare, nella quale l’anziana donna si lamentava dell’essersi presa un accidenti dal ragazzo, cosa che peraltro poi si sistemò senza problemi. In casa di mia mamma si volevano tutti bene, erano altri tempi, e da questo punto di vista sicuramente molto più civili di quelli che stiamo vivendo.
(le immagini di Fagiolino e Sandrone vengono da “Novecento” di Bernardo Bertolucci; le foto della robinia vengono da wikipedia)

6 commenti:

NoceMoscata ha detto...

Ma pensa un po'. Io non avevo mai sentito dire né il detto, né avevo mai sentito usare il termine "cornetti". Anche se avevo già capito che i fagiolini si prestano a stravolgimenti dialettali particolari. A Trieste ci misi qualche mese a scoprire che le "tegoline" erano proprio loro, i fagiolini. :)

Giuliano ha detto...

ti regalo altre due parole che ho sentito in casa: i bagigi (veneto) e i scartocén (Parma).
Prova a indovinare cosa sono...
:-)
un calabrese mi ha anche detto: "tzipàngolo" (io mi ci diverto un mondo, però serve sempre la spiegazione!)
(so che in Sardegna ci sono i sardi e i catalani, fin qui ci arrivo!)

NoceMoscata ha detto...

I bagigi sono i fagioli, e fin qua tutto bene. Ho anche imparato, sempre durante il mio periodo decennale in Friuli, un modo dire che mi piace tantissimo, e che a volte uso.

Quando parli di una cosa di cui vai orgoglioso e che non era per niente facile, dici "Mica bagigi!" (mica cose semplici eh!) :D

Sulle altre parole invece la nebbia più totale. Aspetto delucidazioni :)

Giuliano ha detto...

in Veneto i bagigi sono le arachidi!
:-)
questa non la sapevo, son contento.
Scartocèn, "scartoccini", sono i finocchi a Parma. Lo zipàngolo è il melone calabrese, o almeno così mi hanno spiegato - in effetti, me lo ha detto uno nato a Crotone
Andiamo avanti? un altro quiz. erborin a Milano, bongnaerba nel dialetto di mia mamma...(qualcosa come bon ñerba, trascrivere il parmigiano è quasi impossibile)

annaritaverzola ha detto...

Ah, i famosi curnit di mia mamma, sì, i fagiolini. Ignoravo gli altri termini, in verità. Fra il tuo bel post e i commenti ho imparato cose belle e nuove. Grazie! Salutissimi, Annarita

Giuliano ha detto...

sì, curnìt o cornètt, vale un po' per tutta la pianura padana...
hai mai notato che nei dialetti hanno un nome solo le cose che servono o che danno fastidio?
:-)
mi stavo anche chiedendo da quanto tempo non leggo la fiaba dei fratelli trasformati in cigni...