venerdì 25 novembre 2011

Assegni criminali, contanti assassini

E’ in atto una campagna ferocissima contro l’uso del contante: a destra come a sinistra (anche sinistra sinistra) dicono che l’unica arma possibile e definitiva contro l’evasione fiscale è fare ogni minima transazione di denaro con le carte di credito, passando sempre attraverso una banca “così tutti i movimenti saranno controllabili”. C’è anche chi dice: tutto tutto ma proprio tutto, compresi il quotidiano e il caffè al bar.
Sarà. Ne siamo proprio sicuri? Premesso che vedo il futuro molto fosco (la crisi economica è gravissima, e mica solo quella), premesso che quando ci sono troppe persone che ripetono a pappagallo lo stesso concetto io comincio a pensare che sia invece giusto il contrario, premesse tante altre cose compreso il fatto che ormai vale da anni il principio “se è una cazzata state sicuri che si farà”, metto qui i sotto i punti principali di questo ragionamento che non mi convincono.
1) se tutto deve passare dal conto corrente, i conti correnti devono essere gratuiti. Si chiamano le banche, tutte le banche, e si spiega bene che così si deve fare: altrimenti se pago ogni giorno il caffè con la carta di credito fanno trecentosessantacinque movimenti all’anno, se ne prendo due o se ne offro uno a un amico diventano settecentotrenta, settecentotrentadue nei bisestili: scherziamo o facciamo sul serio?
2) ci sono milioni di italiani che guadagnano pochissimo, e che non possono reggere il peso di un conto corrente. Che si fa? Se uno guadagna trecento euro al mese, cosa gli resta da mettere sul conto corrente? E se nonostante tutto riesce ad aprire il conto e poi va in rosso, che succede?
3) molte persone, soprattutto gli anziani, andrebbero incontro a enormi difficoltà. Che si fa, ce ne freghiamo? Diciamo, come già fecero in tempi recenti dei personaggi importanti, “non si possono rinviare le riforme per qualche misera vecchietta”? (sono contrario alle torture e alle pene corporali, ma in questo caso faccio un’eccezione e mi permetto di dire quello che penso: questi personaggi, quando dicono queste cose, andrebbero fustigati sulla pubblica piazza).
4) i grandi evasori fiscali, di queste misure, se ne fregano. Non solo: se ne infischiano allegramente. Chi andrebbe a colpire, questa misura? I piccoli artigiani, i piccoli bar, le piccole otturazioni dei dentisti, cose così. State sicuri che i grandi bar e ristoranti di Venezia, Firenze, eccetera, sono già pronti a controbilanciare i costi. E anche tutti gli altri, iper e supermercati, gioiellieri, Vanna Marchi, don Verzé, finanziamenti occulti ai partiti, ville ad Antigua, tutti quanti già prontissimi, non vedono l’ora che si cominci.
5) e poi ci sono i falsari, molti dei quali rimarrebbero senza lavoro. Di questo devo dire che un po’ mi dispiace: in fin dei conti falsificare monete e banconote è un lavoro manuale di grande precisione, roba da artisti, roba fine. Ho detto “molti dei quali”, e non “tutti”: infatti i falsari informatici con un provvedimento del genere andrebbero a nozze, stapperebbero champagne, miliardi di dati e di pin da rubare, grande gioia. Già oggi rubano le password e i dati a colpi di centomila alla volta, figuriamoci cosa potrebbero fare in futuro.
Che faccio, mi fermo? Ma sì, mi fermo: tanto è già cosa fatta, e il perché sia cosa già fatta l’ho già spiegato all’inizio, non sto qui a ripeterlo.
PS: gli assegni erano comodissimi. Possibile che adesso si passi per criminali, se si usa un assegno?

giovedì 24 novembre 2011

Far finta di essere sani

L’altro giorno mi è successo questo: una ditta esterna ha tranciato due radici di un grosso albero nella nostra proprietà. Stanno facendo dei lavori (pura e semplice speculazione edilizia) e hanno costruito un muro qui sotto le mie finestre. Nel fare il muro, si sono trovati davanti l’albero e hanno tirato diritti; ma passi. Intanto che si discute su chi dovrà pagare l’abbattimento dell’albero nel caso che muoia o che cada (tagliare un albero così alto costa un sacco di soldi, per chi non lo sapesse), ecco che il geometra responsabile del cantiere, con eleganza e nonchalance, passa a quello che secondo lui è invece l’argomento principale di cui preoccuparsi, e cioè il tubo del gas metano, che passa quasi a fior di terra. Lo indica: perpendicolare al muro. Ve ne eravate mai accorti? Certo che sì, ma fino a ieri qui c’era un giardino, qui sopra passavano soltanto gatti e lucertole, è così da più di quarant’anni, l’azienda del gas lo sa, e se voi non aveste aperto quel cantiere inutile a due passi da un parco regionale il problema non si sarebbe posto. Intanto che ragiono così, mi accorgo che il discorso è passato elegantemente ad altro. Si sa, un’impresa edile o un’immobiliare fanno sempre comodo. Così, quando mi chiedono: «Tu che ne pensi?» rispondo che io sto male, e che torno di sopra.
Così facendo, temo d’esser passato per matto. Categoria alla quale ormai mi onoro di appartenere, dato che i sani di mente oggi sono fatti in questo modo:
- i sani di mente aprono un cantiere dove c’è un tubo del gas a mezzo metro dalla superficie; lo vedono, non avvertono nessuno, non chiudono il cantiere, ci fanno passare sopra una ruspa, scavano, ci costruiscono sopra un muro. A lavori finiti ti dicono sorridendo che hai un problema col tubo del gas.
- i sani di mente costruiscono nei letti dei fiumi e dei torrenti.
- i sani di mente fanno i condoni edilizi un anno sì e un anno pure.
- i sani di mente danno concessioni edilizie assurde, ed emanano leggi che consentono qualsiasi cosa, pur di fare speculazioni edilizie.
Eccetera. Il tutto, lo ammetto, aggravato da un fatto: la settimana scorsa ho preso una testata che è guarita subito, meno di tre giorni, ma purtroppo mi è sceso l’ematoma sotto gli occhi, fino agli zigomi; e non è ancora andato via. Ecco, in questi giorni ho davvero l’aspetto del pazzo.
Achille Campanile, da “Gli asparagi e l’immortalità dell’anima”
Io certe volte sospetto di essere pazzo. E certe volte ne ho l'assoluta certezza e allora vorrei abbandonare ogni finzione di saviezza. Come è riposante non simulare più! La cosiddetta saggezza non è assenza di pazzia, perché tutti abbiamo la stoffa dei pazzi. É soltanto possibilità di simulare e possesso maggiore di alcuni freni. Il bello è, poi, che quando mi convinco di essere pazzo e decido di gettar la maschera della saggezza, mi sento in un certo senso rinsavito. Finché simulavo la saggezza, mi sentivo pazzo. Abbandonandomi alla follia, mi sento savio. Andate a spiegare una cosa simile.
La maggior percentuale di sofferenze e di dolori - morali, s'intende -- che ci procuriamo deriva dal fatto che, salvo alcune fortunate eccezioni, noi siamo dei pazzi costretti a fingerci savi e a regolarci come tali. Le fortunate eccezioni non si riferiscono a persone che non sono pazze, ma a quelle che, essendolo, non sono costrette alla simulazione. Il male consiste nel fatto che il mondo riconosce ma non accetta la pazzia e perciò obbliga alla simulazione. Intanto, però, ognuno la riconosce soltanto negli altri. Spesso da quello di cui dice: « È pazzo », il mondo pretende atti da savio.
Ora io non voglio dire che la saviezza sia infelicità e sofferenza. Lo è in quanto simulata. E questa apparente saviezza è la peggior forma di pazzia, la più sinistra, la più dolorosa. Invece la saviezza dovrebbe consistere nel capire quello che si è ed esserlo veramente. Un pazzo sarà savio se si considererà pazzo e se si regolerà e ragionerà da pazzo. Sarà due volte pazzo se cercherà di regolarsi e di ragionare da savio. Beninteso, un savio sarà savio se si regolerà e ragionerà da savio.
In generale siamo dei pazzi che recitiamo la parte di persone savie, l'uno con l'altro. Il cosiddetto inconscio che cos'è se non una delle numerose forme di pazzia che sono in noi? È molto strana la commedia che recitiamo: tutti siamo pazzi in varia misura, che simulano la saviezza. Chi molla, o s’abbandona, viene estromesso materialmente o moralmente dalla società; non tutti e non sempre siamo consci della simulazione.
Prendiamo due individui. Premesso che entrambi sono pazzi e simulano la saviezza, si possono dare i seguenti casi, quanto alla pazzia: ognuno dei due 1) ignora di sé e dell'altro; 2) ignora di sé, ma sa dell'altro; 3) sa di sé, ma ignora dell'altro; 4) sa di sé e dell'altro.
Mescolate le otto situazioni in tutte le possibili combinazioni. Per esempio, A potrebbe trovarsi nella situazione 1 e B nella situazione 2, ecc. In ognuna di queste situazioni, il risultato apparente sarà sempre il medesimo, in virtù della generale simulazione più o meno cosciente o incosciente.
Basta: afflitto, come dicevo, dal dubbio di essere pazzo, volli consigliarmi con un medico circa l'opportunità di sottopormi a un esame psichiatrico.
«Ma sei pazzo?» mi disse quegli. « Perché vuoi farlo? Sarebbe una pazzia andare a mettersi in bocca al lupo.»
« Naturalmente, » dissi « se sono pazzo, niente di strano che commetta delle pazzie. »
« Che vuol dire? » esclamò l'altro, ridendo bonariamente.« Anch'io sono pazzo. Ma non lo dico a nessuno. Fossi matto. »
« Perché? »
« Ma andiamo, dovrei esser pazzo per rivelare d'esser pazzo. Simulo. Fa' altrettanto tu e non ti crear problemi. »
Mentre me ne andavo, mi richiamò.
« Per carità, » fece « non lo dire a nessuno. » « Che cosa? »
« Che sono pazzo. »
« Credo che già si sappia. »
Andai da un amico.
« Vorrei simulare la saggezza » gli dissi.
« Ti consiglio di non imitare me, allora » mi disse.
Malgrado il parere del medico, mi presentai al manicomio e chiesi d'esser messo in osservazione.
« Che sintomi avete? » mi domandò il direttore.
« Ecco, io mi considero pazzo. »
« Non basta. Bisogna assodare se lo siete davvero. »
«Perché? Nel caso che io fossi pazzo, lei mi considererebbe pazzo?»
« Evidentemente. »
« E sbaglierebbe. Se io fossi realmente pazzo, non sarei pazzo a considerarmi pazzo. Mentre, se non lo fossi, è chiaro che lo sarei per il fatto di ritenermi tale. »
« Ma in che consisterebbe allora la vostra pazzia? » ;
« Nel credermi pazzo senza esserlo. »
« Ma allora non sareste pazzo, se non lo siete. »
« Lo sarei in quanto, senza esserlo, mi ritengo tale. Se mi ritenessi pazzo essendolo realmente, questo mio credermi pazzo non sarebbe pazzia; mentre lo è se non lo sono. »
Il direttore del manicomio si passò una mano sulla fronte.
« Voi mi fate diventare pazzo » mormorò. Si volse all'assistente: « Cosicché, dovremmo metterlo al manicomio se non è pazzo? ».
« Precisamente » fece l'assistente. « Perché, non essendolo, ritiene di esserlo. Questa è la sua forma di pazzia. »
« Ma con questo ragionamento » obbiettò il direttore « se fosse pazzo non lo metteremmo al manicomio. »
« Beninteso. È pazzo se non è pazzo. »
« Ma siete pazzo voi. »
« Sarei pazzo se non ritenessi pazzo uno che non essendo pazzo si considera pazzo e che non sarebbe pazzo a considerarsi pazzo, se fosse realmente pazzo. »
A tagliar corto il direttore mi sottopose a una minuziosa visita, sperimentò le mie reazioni, mi interrogò e alla fine mi batté affettuosamente la mano sulla spalla e disse congedandomi :
« Andate, andate tranquillo; questo vostro ritenervi pazzo non è sintomo di pazzia, inquantoché siete realmente pazzo ».
Me ne andai tranquillizzato, sereno, ormai, essendomi tolto un gran peso dallo stomaco : dunque non sono pazzo, visto che sono pazzo.
(Achille Campanile, il racconto "Pazzi" da "Gli asparagi e l'immortalità dell'anima")
PS: “Far finta di essere sani” è un verso di Giorgio Gaber, ed è anche il titolo di un suo spettacolo.

domenica 20 novembre 2011

Fino alla fine del mondo

Camminando per Milano (o comunque per una via affollata di una città media o grande), da un po’ di tempo, bisogna fare molta attenzione: c’è sempre più gente che cammina con lo sguardo rivolto in basso, verso il piccolo schermo dello smartphone, o dell'ipad, o di chissà che cosa. La prima volta che mi è successo di notare questa cosa ero in metropolitana: un signore giovane ed elegante mi ha sfiorato proprio vicino alle scale; non se ne è nemmeno accorto ma io mi sono un po’ spaventato. Vuoi vedere che è un avvocato, mi sono detto, e se cade poi dice che è colpa mia che non stavo attento e mi fa causa?
La cosa poi si è diffusa, oggi lo fanno in molti, e così mi è tornato alla mente un film che mi era piaciuto molto quand’era uscito. Ma nel film tutto era molto più bello e poetico: la protagonista si perdeva a guardare, dentro un piccolo schermo che stava in una mano, l’immagine di se stessa bambina recuperata da uno dei suoi sogni.

Il film è “Fino alla fine del mondo” (Bis ans Ende der Welt, 1991), di Wim Wenders, su soggetto di Wenders e di Solveig Dommartin. Ne è protagonista la stessa Solveig Dommartin, con Sam Neill, William Hurt, Max von Sydow, Jeanne Moreau, David Gulpilil, Rüdiger Vogler, e molti altri. Si tratta di questo:
Registrare i nostri sogni, e rivederli. E’ quello che succede a Solveig Dommartin, nell’ultima parte del film. Lo scienziato Max von Sydow ha inventato questo apparecchio, e adesso Solveig è persa dentro quest’immagine profonda di se stessa da bambina, un’immagine che non sapeva di aver mai sognato e che adesso può rivedere su un apparecchio molto simile ai nostri videofonini di oggi. Quest’immagine la colpisce così profondamente che non riesce più a staccarsene, e la stessa cosa accade a William Hurt, che nel film interpreta il figlio di Max von Sydow. E’ un momento davvero sconvolgente, so che tutti quelli che hanno visto il film, quando uscì, ne erano rimasti molto toccati. Sarà il marito di lei, interpretato da Sam Neill, a strapparla da quell’immagine: quando le pile si saranno esaurite, il visore non manderà più quella sequenza e Solveig avrà una vera e propria crisi di astinenza, come accade per le droghe pesanti. Ma poi le cose pian piano si rimetteranno a posto, la vita reale riprenderà il suo corso anche se Sam non riuscirà a riavere sua moglie con lui. L’apparecchio era stato inventato da Max von Sydow, in origine, per poter ridare la vista alla moglie (la interpreta Jeanne Moreau), cieca dall’età di sette anni. Per farlo, bisognava andare a pescare le immagini direttamente nel cervello, e poi riproiettarle: una cosa non facile. (...)

E’ a questo punto che l’esperimento si completa: il prototipo della macchina per vedere i sogni è pronto, la sperimentano Solveig e Hurt. La realtà sparisce, l’esterno sparisce, rimane solo il guardare dentro se stessi: autismo o narcisismo, si può dire. Le immagini dei nostri sogni più intimi diventano l’unica cosa che conta, togliere di mano l’apparecchio genera una crisi di astinenza come per l’eroina. Sam Neill, il narratore, commenta: « Mi era sempre piaciuto l’inizio del Vangelo di Giovanni, “in principio era il Verbo” (in inglese: “in the beginning there was the Word”, la Parola). Ora temevo che l’Apocalisse fosse “e alla fine c’erano solo immagini”». Ma saranno la scrittura, e la pittura nel caso di Hurt, a far tornare alla normalità, una volta esaurite le pile del nuovo gadget elettronico e finita la crisi d’astinenza. Attività antiche come l’uomo, narrare, disegnare, fare musica. (...) Il film ha un finale rassicurante, tutto torna a posto, la crisi nucleare è stata solo passeggera. Oggi Wenders è più ottimista: dice “anche a me dicevano che i fumetti mi avrebbero rovinato, invece mi hanno dato molto; forse capiterà lo stesso con i videogiochi”.
Mah, non sono sicuro che sia andata proprio così; e, quantomeno, perdersi su uno schermo che riproduce i nostri ricordi più intensi è qualcosa di tutto sommato accettabile. Molto meno accettabile, a mio parere, rincoglionirsi nel modo che ho descritto sopra (ricordo ai distratti che la casa del giovane neonazista norvegese Breivik, ottanta morti quest’estate in Norvegia, era strapiena di videogiochi “spara-spara”).
(tutte le immagini qui sopra sono fotogrammi da "Fino alla fine del mondo" di Wim Wenders: l'attrice è Solveig Dommartin, protagonista anche di "Il cielo sopra Berlino")

venerdì 18 novembre 2011

Paese dormitorio

La prima volta che ho sentito definire “paese dormitorio” il posto dove abito da quando sono nato, mi sono arrabbiato e sono rimasto sorpreso. Poi, è bastato poco tempo per capire che era tutto vero: “siamo diventati un paese dormitorio”, mi aveva detto un signore dell’età di mio padre, nativo di qui, che il paese lo aveva visto crescere e cambiare.
“Paese dormitorio” una volta era Quarto Oggiaro, erano le periferie di Milano, i “casermoni”, quei posti lì: qui da noi (meno di venti chilometri di distanza) li guardavamo con una certa sufficienza, e mai si sarebbe pensato che sarebbe arrivata anche la nostra ora. Qui da noi, nel mio paese, la popolazione è quasi raddoppiata nel giro di dieci anni: e non è che si siano fatte guerre di conquista, la superficie in chilometri quadri è sempre quella lì, quella di cent’anni fa, immutata. La stessa cosa è successa nei comuni vicini.
Chi sono i nuovi abitanti del Comune? Gente che viene qui a dormire, per l’appunto. Si sono comperati la casa “in campagna”, “nel verde”, stanno via tutto il giorno, nei weekend vanno a sciare, al lago, hanno la casa al lago, in montagna, al mare, vanno a fare surf, a sciare, a Sharm. Qui ci dormono e basta: il che spiega tante cose, anche troppe.
Un luogo comune confermato, purtroppo.

giovedì 17 novembre 2011

L'imprenditore brianzolo

Qualche imprenditore brianzolo, o comasco, o varesotto, l’ho pur conosciuto anch’io: nel senso che ci ho lavorato, sono stato alle loro dipendenze, ci ho parlato insieme, queste cose qui. Mi sento quindi di poter parlare con cognizione di causa, e del resto non sto per dire cose rivoluzionarie, ma qualcosa che tutti sappiamo o che quantomeno dovremmo sapere. Le cose funzionavano quasi sempre così: in tempi di boom economico, gli anni ’50 e ’60, le ditte grandi o medio-grandi avevano spesso un’eccedenza di lavoro. Così si trovavano davanti ad un bivio: cosa fare, ingrandire la ditta o affidare una parte del lavoro a terzi? Ognuno faceva le sue valutazioni, ma la via più semplice era questa: prendere un proprio dipendente di quelli bravi ed affidabili, capoturno o caporeparto, e proporgli di mettersi in proprio, aiutandolo inizialmente. Così fecero in molti, e quasi tutti con successo. I più bravi si affrancarono presto dalla ditta di partenza, cercando nuove commesse e nuovi brevetti, non rimanendo fermi e diventando presto indipendenti.

Questo è successo per decenni, soprattutto nell’industria tessile e tintoriale e in quella metalmeccanica. La voglia di lavorare, dunque, c’entra: ma è solo una parte del fenomeno, anche oggi la voglia di lavorare non manca, così come non mancherebbe la voglia di impresa; manca invece la materia prima, cioè il lavoro in sè. Quasi tutto quello che è tessile o metalmeccanico, oggi, viene dalla Cina o da altri Paesi d’Europa, quella che una volta era l’Europa dell’Est e che oggi invece fa magari parte dell’UE. Un’altra cosa che è venuta a mancare, rispetto ai decenni passati, è l’appoggio delle banche: possibilità di finanziamenti vicina allo zero, e scomparsa quasi totale delle piccole banche locali che quasi sempre conoscevano di persona i piccoli imprenditori e sapevano a chi dare fiducia. Oggi le banche sono quasi soltanto i colossi che conosciamo, e che si comportano spesso più da strozzini che da banca (chiedo scusa per la parola, ma è così), ottenere credito è difficilissimo. Spesso, basta guardarsi intorno e vedere che fine ha fatto chi ha provato a “mettersi in proprio” (magari amici o parenti) per farsi passare ogni minima voglia di imprenditorialità.
Questa è la realtà, ma nelle dotte analisi finanziarie o giuslavoristiche non ne sento mai parlare. Per rimanere a queste ultime settimane: 200 dipendenti da licenziare a Olgiate Comasco (motori elettrici), 140 a Caronno Pertusella (tra Milano e Varese, stampaggio cd e dvd), 600 a Varese (elettrodomestici: la Whirlpool), e, ultima ma solo per la data dell’annuncio, i 5000 (cinquemila) dipendenti da liquidare del colosso Unicredit. Qui invece si parla di contratti, di sindacati, di tasse, di lacci e di lacciuoli, di imprese da aprire in un solo giorno, e ci si dimentica che con la legislazione degli anni ’60 e ’70 abbiamo fatto il boom economico, il lavoro c’era, e siamo stati bene tutti – quantomeno al Nord.
Di queste analisi non so cosa farmene. Di analisti del lavoro o di esperti di finanza che non partono da questo dato di fatto, la scomparsa del lavoro, la chiusura delle fabbriche, la globalizzazione, la delocalizzazione, io di questi analisti del piffero (chiedo ancora scusa per il linguaggio), io non so proprio che cosa farmene, eppure eccoli ancora lì a pontificare, a dire “si fa così, anzi bisogna fare così”.

In questo marasma di analisi che non tengono conto dei fatti, ecco rispuntare il luogo comune sull’imprenditore brianzolo (o comunque lombardo) che “lui sì che ha voglia di lavorare” e che tiene in piedi da solo l’economia italiana: magari fosse ancora così, magari. Come in tutti i luoghi comuni, c’è molto di vero, anzi moltissimo: ma, per piacere, vorrei una risposta alla mia domanda. Che, ridotta ai minimi termini, è questa: quante imprese hanno chiuso, in Lombardia, negli ultimi 15 anni? Quanti posti di lavoro in meno?

sabato 12 novembre 2011

Oneroso ferroviario

Un’altra notizia degna di nota, tra quelle dei giorni scorsi, è la prossima partenza dei treni “di Montezemolo”, e la conseguente reazione dell’attuale amministratore delegato delle Ferrovie “normali”: dice bisognerà rivedere il contratto con lo Stato, perché così diventa tutto troppo oneroso.
Provo a tradurre: per “convenzione con lo Stato troppo onerosa” si intendono i treni locali, quelli dei pendolari, tutto ciò che non è TAV o Eurostar. Cioè, tutto quello che serve veramente al Paese.
Lo stesso discorso sento fare alle Poste: consegnare la posta ai cittadini è troppo oneroso e sfiancante, e se lo Stato desse via libera, allora Poste Italiane potrebbe diventare una banca, e che i cittadini si arrangino, con i loro pacchi ottocenteschi e le loro missive antiquate.

E se invece dessimo un taglio a questi dirigenti accattoni, quelli con stipendi milionari e liquidazioni da sultano delle Mille e Una Notte, se li mandassimo tutti a casa? La priorità è quello che serve al Paese, siamo capaci tutti di fare soldi con i giocattoli costosi, dopo che lo Stato (cioè tutti noi) si è accollato i debiti delle passate gestioni (il caso Alitalia è esemplare). Non contenti, adesso vorrebbero anche mollare il servizio pubblico.
La prima riforma da fare, se si parla di ricostruzione del Paese, è proprio questa: mandare a casa tutti i dirigenti che la pensano così. Se non ci avete ancora pensato, avere trasporti pubblici efficienti è la prima condizione per abbattere l’inquinamento ed eliminare gli ingorghi sulle nostre strade: se si facesse funzionare bene la ferrovia tra Milano e Lecco, per esempio, il traffico in Brianza sarebbe dimezzato.
Per fare questo, servono investimenti: molti treni, molte corse, possibilità di fare il biglietto anche in treno, tariffe basse, qualcosa di simile alla metropolitana, per intenderci. Invece la strategia di Trenitalia in questi anni è andata esattamente nella direzione opposta: chiuse le biglietterie, multe salatissime, tanti treni di diversi proprietari (ognuno con i suoi rispettivi biglietti...), investimenti sulle linee che collegano le grandi città (e solo quelle: e peggio per chi abita a Pavia, a Ivrea, a Lucca, a Treviso, a Viterbo...).

Così non sarà, e anzi è molto probabile che gli elettori mandino al governo proprio uno come Montezemolo, lui in persona o qualcuno di quel giro. E così continueremo a tagliare i trasporti locali, e a distruggere boschi e terreni agricoli: per poi fare il blocco del traffico quando lo smog diventa così spesso che lo si può fare a fette. Auguri a tutti, il futuro è questo: la linea TAV che vi passa sotto casa ma che non vi serve a niente, perché la stazione in cui potete salirci sopra è ad almeno duecento chilometri di distanza: capita già a Reggio Emilia, per esempio, ma gli esempi sono molteplici. Ma tanto, si sa, le persone importanti mica abitano a Reggio Emilia...
PS: la pubblicità qui sopra è del 1986, cioè degli anni in cui Bettino Craxi e Ciriaco De Mita aprirono la voragine del debito pubblico. Questo era l’inizio delle tante balle che ci hanno raccontato, sulle privatizzazioni e sullo statalismo inefficiente: ma allora le Ferrovie funzionavano, non benissimo ma funzionavano. Quante linee sono state chiuse, da allora? E quante stazioni, quante biglietterie? Prima, le Ferrovie erano di tutti; oggi sono di Moretti e di Montezemolo...

giovedì 10 novembre 2011

La Bocconi mi fa paura

Ieri in tv, verso le 13, era ospite di Corrado Augias uno stimato professore della Bocconi; intorno a lui, alcuni studenti di un istituto per geometri. Non sto qui a fare il nome del professore della Bocconi, non è poi così importante al fine del mio discorso; dirò solo che si tratta di una persona vicina (almeno in teoria) al centrosinistra.
L’argomento era la scuola, e il suo rapporto con il mondo del lavoro. Il professore della Bocconi ha detto che bisogna collegare la scuola al mondo del lavoro, e che il diploma di scuola superiore non basta più, bisogna migliorare i corsi triennali universitari. E qui, lo ammetto, sono rimasto – come dire – perplesso. In che mondo vivono questi economisti, questi professori della Bocconi?
Io una scuola come quella che descriveva il professore della Bocconi l’ho già fatta: non solo mi ci sono iscritto (quasi) quarant’anni fa, ma la mia scuola esiste dal 1859, poco prima dell’Unità d’Italia. Scuole simili alla mia esistono ovunque, in Italia: nelle Marche c’è il perito chimico ad indirizzo cartario, a Faenza c’è un diploma di scuola superiore voluto dall’industria della ceramica, eccetera eccetera eccetera. Sono realtà che esistono da tempo immemorabile, ma la novità oggi è questa: per chi non se ne fosse accorto, sono sparite le fabbriche.
La scuola che ho frequentato io, e che mi è servita molto, oggi è frequentata da giovani che fanno fatica a trovare lavoro, molta fatica: e la ragione è questa, l’industria tessile e tintoriale ormai è tutta made in China. Le grandi ditte “storiche” hanno chiuso e licenziato qui, e sono andate in Cina, in Romania, in Serbia, in Turchia, ovunque. Possibile che alla Bocconi non se ne siano ancora accorti?

L’altra questione, quella del diploma che non basta più e servono i corsi triennali universitari, è ancora più drammatica: l’analisi è esatta, ma bisognerebbe trarne delle conclusioni. Se queste conclusioni non si traggono, mi vien da dire, la ragione c’è: il professore della Bocconi stava infatti dicendo ai giovani che studiare e diplomarsi ai fini del lavoro non serve a niente, e che i loro genitori dovranno mantenerli fino ai ventidue o venticinque anni. Eterni bambini, ma non per loro colpa. Per chi non lo sapesse, professori della Bocconi inclusi, le scuole superiori quando funzionano bene (e così dovrebbe essere sempre) danno una preparazione ottima, con il diploma di perito chimico ti prendevano a lavorare già a diciassette anni, d’estate, e poi quel posto di lavoro diventava quasi sempre un posto di lavoro vero. Questo succedeva fino a qualche anno fa: oggi mi guardo in giro, e le fabbriche che conoscevo e che sembravano eterne non ci sono più. I piccoli hanno chiuso, i grandi hanno spostato la produzione all’estero, deserto sulla terra lombarda. Con buona pace della Lega Nord, tra poco se ne accorgeranno tutti. I diciottenni, a quel che vedo, l’hanno già capito da un pezzo.
Che dire? Sono vent’anni che siamo bombardati da messaggi più o meno bocconiani, “privatizzare”, “gestire lo Stato come un’azienda”, eccetera eccetera: i risultati sono quelli che abbiamo sotto gli occhi adesso, novembre 2011. Forse sarebbe ora di cambiare sistema. I bocconiani teniamoli buoni per redigere i bilanci e come cassieri-tesorieri, per il resto, cioè per la Politica, suggerirei qualcuno con una visione più ampia.
Sugli economisti circolano molte barzellette divertenti. Quella che mi sembra perfetta per il discorso del professore della Bocconi di cui parlavo all’inizio è questa: c’è un signore che decide di fare un giro in mongolfiera, e tutto funziona bene ma poi si alza un po’ di vento e perde l’orientamento. Così decide di abbassarsi e di chiedere informazioni a un passante: «Scusi, buon uomo, mi sa dire dove sono adesso?» «Su un pallone» risponde il passante. L’altro rimane un attimo perplesso, poi chiede: «Mi perdoni, ma lei è per caso un economista?» «Sì, come ha fatto a capirlo?» «Lei mi ha appena dato un’informazione esatta, ma che non mi serve a niente: dunque, ne deduco, lei è sicuramente un economista di professione.»

Però preferisco chiudere con un’altra storia, non barzelletta ma storia vera: quella di Angelo Rizzoli senior, che ho visto di recente su Raistoria (canale 54 digitale terrestre). Gli intervistati erano grandi giornalisti, Montanelli, Biagi, Afeltra; la cosa che più mi è rimasta in mente è questa, “Rizzoli non ha mai fatto debiti, se gli serviva una macchina nuova (per la stampa dei libri e delle riviste) prima la noleggiava, e poi quando aveva cominciato a guadagnarci decideva se era il caso di comperarla.”. Normale economia domestica, si dirà: ma Rizzoli in partenza non aveva nulla di nulla, era uscito dal collegio dei martinitt, cioè gli orfani di Milano, ed era diventato un grande industriale proprio con questi metodi, mai indebitarsi, niente prestiti e molte idee in testa. In questi anni invece hanno indicato la strada i teorici dei bonds, dei derivati, queste cose qui, col risultato che stiamo tutti lavorando per pagare gli interessi sul debito. Follia pura, ma aspetto ancora qualcuno che si alzi a dirlo.

PS: è di ieri sera la nomina di Mario Monti, rettore della Bocconi, a senatore a vita: “per alti meriti culturali”. Mah. Incrociamo le dita e speriamo in bene, a me per quella motivazione erano venuti in mente almeno altri venti nomi prima di lui, ma quantomeno – questo possiamo dirlo - non è un qualsiasi commercialista di provincia.