giovedì 2 febbraio 2012

Dubliners

La prima volta che ti innamori, e i tuoi che continuano a trattarti come un bambino: sono sicuro che sta accadendo ancora, proprio adesso, ma nessuno ne parlerà.
James Joyce, da Dubliners-Gente di Dublino
(...) Finalmente lei mi parlò. Alle prime parole che mi rivolse rimasi cosí confuso che non seppi risponderle. Mi domandò se sarei andato all' "Arabia". Non ricordo se risposi di sì o di no. Doveva riuscire una bellissima fiera, disse, e le sarebbe piaciuto andarci.
« E perché non puoi? » domandai.
Parlando si rigirava un braccialetto d'argento al polso. Non poteva, spiegò, perché quella settimana aveva un ritiro al suo convento. Il fratello e altri due ragazzi si stavano disputando i berretti nella strada e io ero solo presso il cancello. Lei si teneva a una sbarra e piegava la testa verso di me. La luce del lampione di fronte colpiva la bianca curva del collo e illuminava i capelli raccolti sulla nuca, la mano posta sulla sbarra. Cadendo di lato sul vestito, colpiva anche l'orlo bianco della sottana, che la posa trascurata lasciava intravedere.
« Faresti bene ad andarci tu » disse.
« Se ci vado » risposi « le porterò qualcosa. »
Quali innumerevoli follie mi sconvolsero la mente, da quella sera, sia da sveglio, che nel sonno. Avrei voluto annientare le monotone giornate che seguirono. Lo studio m'era divenuto insopportabile: di notte in camera, di giorno a scuola, l'immagine di lei s'interponeva fra me e la pagina che mi sforzavo di leggere. Nel silenzio in cui l'anima mia s'esaltava le sillabe della parola "Arabia" mi tornavano in mente per versare in me un incantesimo orientale. La zia se ne stupí ed espresse la speranza che non si trattasse di qualche trappola da frammassoni. In classe rispondevo stentato. Vedevo la faccia dell'insegnante da benevola divenire severa: si augurava che non diventassi uno sfaticato. Non riuscivo a tenere insieme le mie idee vagabonde e non avevo più pazienza per il lavoro serio della vita, che frapponendosi ora tra me e i miei desideri, mi pareva un gioco da bambini, un odioso e monotono gioco da bambini.
Il sabato mattina ricordai allo zio che dopo cena avrei voluto andare alla fiera. Stava agitandosi presso la mensola dell'attaccapanni in cerca della spazzola da cappelli e mi rispose breve:
« Sí, sí, lo so, ragazzo mio. »
Ora che c'era lui in anticamera non potevo andare nel salotto e affacciarmi alla finestra. Sentivo che tirava un'aria di malumore in casa e cosí m'avviai lentamente verso la scuola. Faceva un freddo spietato e in cuore già avevo un triste presentimento.
Quando tornai a casa per cena lo zio non era rientrato. Era ancora presto. Per un po' rimasi seduto a guardare l'orologio e quando il suo tic-tac cominciò a irritarmi, lasciai la stanza. Salii le scale e raggiunsi la parte superiore della casa. Le stanze alte, fredde, vuote e oscure mi dettero un senso di sollievo: passavo dall'una all'altra cantando. Dalla finestra sul davanti vedevo i miei compagni giocare giú nella strada. Le loro grida mi giungevano opache e indistinte, e con la fronte appoggiata al vetro freddo guardavo la casa buia dove abitava lei. Sarò rimasto lí quasi un'ora, non vedendo se non la figura in veste bruna che la mia immaginazione evocava, con la luce del lampione che illuminava discreta la bianca curva del collo, la mano posata sulla sbarra e l'orlo della sottana.
Quando ridiscesi, trovai Mrs. Mercer seduta presso il fuoco. Era la vedova d'uno strozzino, una vecchia chiacchierona che raccoglieva francobolli usati a scopo di beneficenza. Mi dovetti sorbire le sue ciarle durante il tè. Il pasto si prolungò per piú di un'ora e frattanto lo zio non era rientrato. Mrs. Mercer s'alzò per andarsene: le spiaceva di non poter aspettare di piú, ma erano le otto suonate e non voleva trovarsi fuori tanto tardi perché l'aria della notte le faceva male. Quando se ne fu andata mi misi a passeggiare in su e in giú per la stanza, coi pugni stretti. La zia disse:
« Ho paura che dovrai rinunciare alla tua fiera, per questa notte di Nostro Signore. »
Alle nove sentii la chiave dello zio che alzava il saliscendi della porta d'entrata. Lo sentii anche parlare fra sé e notai il dondolio dell'attaccapanni sotto il peso del cappotto: tutti indizi che sapevo interpretare. Solo quando fu arrivato a metà della sua cena, gli chiesi i soldi per andare alla fiera. Se n'era dimenticato. « È a letto la gente a quest'ora, e già nel primo sonno » disse.
Ma io non sorrisi e la zia intervenne energica.
« Potresti anche darglieli i soldi e lasciarlo andare. L'hai già fatto aspettare abbastanza. »
Lo zio si dichiarò spiacente della dimenticanza. Disse che credeva nel vecchio proverbio: "Sempre lavoro e niente svago fa di Jack un ragazzo barboso". Mi domandò dove andavo e quando gliel'ebbi ripetuto una seconda volta domandò se conoscevo "L'addio dell'arabo al suo corsiero". Quando uscii di cucina ne stava recitando i primi versi alla zia.
Col mio fiorino stretto in pugno m'avviai giù per Buckingham Street, verso la stazione. La vista delle strade illuminate a gas e affollate di compratori mi rammentò la meta del mio viaggio. Mi sedetti in una carrozza di terza classe, in un treno vuoto. Dopo un'attesa interminabile il treno usci lentamente dalla stazione. Arrancava fra case in rovina, lungo il fiume che luccicava. A Westland Row una folla di gente s'accalcò agli sportelli ma i facchini la respinsero dicendo che era un treno speciale per la fiera. Rimasi solo nello scompartimento vuoto. Pochi minuti dopo il treno si fermava presso una piattaforma di legno provvisoria. Uscii nella strada e dal quadrante luminoso di un orologio vidi che mancavano dieci minuti alle dieci. Un capannone mi stava di fronte, ostentando il magico nome.
Non mi riuscí di trovare l'ingresso da sei pence e nel timore che avessero a chiudere, passai in fretta da un'entrata girevole tendendo uno scellino a un uomo dall'aria stanca. Mi trovai in una gran sala circondata a mezza altezza da una galleria. Quasi tutti i padiglioni erano già chiusi e la maggior parte della sala era al buio. Vi ritrovavo un silenzio simile a quello che invade le chiese dopo la funzione. M'avviai timido verso il centro della fiera. Poca gente si raccoglieva intorno ai padiglioni ancora aperti. Dinanzi a un sipario sopra il quale erano scritte a lampadine luminose le parole Cafè Chantant, due uomini contavano del denaro su un vassoio. Sentivo il tintinnare delle monete.
Ricordandomi con sforzo perché ero venuto, m'avvicinai a uno dei padiglioni e mi misi a guardare i vasi di porcellana e i servizi da tè a fiorami. Sull'ingresso del padiglione una signorina parlava e rideva con due giovanotti. Notai il loro accento inglese e prestai un orecchio disattento ai discorsi che facevano.
«Ma io non ho mai detto una cosa simile. »
« Vi dico di sí! »
« Vi dico di no! »
« Si, l'ho sentita anch'io. »
« Oh, ma è una.., frottola! »
Scorgendomi, la signorina s'avvicinò, domandandomi se volevo comprare qualcosa. Non aveva un tono troppo incoraggiante; pareva mi avesse parlato solo per un senso di dovere. Guardai umile gli alti vasi che come guardie orientali fiancheggiavano da ambo i lati l’ingresso buio del padiglione e mormorai:
« No, grazie. »
La signorina cambiò di posto a uno dei vasi e tornò dai due giovanotti. Ripresero a parlare sullo stesso argomento. Una volta o due la signorina mi diede un'occhiata da sopra la spalla.
Sebbene sapessi ch'era senza scopo, indugiai ancora dinanzi al padiglione, tanto per rendere piú verosimile il mio interesse alla merce. Poi mi voltai lentamente e presi giú per il corridoio centrale. Mi lasciai scivolare in tasca le due monete da un penny accanto a quella da sei pence. Da una delle estremità della galleria sentii una voce gridare che si spegnevano le luci. Adesso la parte superiore della sala era completamente in ombra. Alzando allora lo sguardo su nel buio mi vidi come una creatura trascinata e derisa dalla vanità; e gli occhi mi bruciavano d'angoscia e di rabbia.
James Joyce, da Dubliners-Gente di Dublino, il racconto "Arabia" (traduzione di Franca Cancogni, Giulio Einaudi Editore)

So che c'è ancora chi dice che Joyce è difficile. Non so, a me non sembra proprio.
(Oggi è il 2 febbraio, compleanno di James Joyce: stessa età di uno dei miei nonni)

4 commenti:

Dario D'Angelo ha detto...

http://www.openculture.com/2012/02/james_joyce_reads_anna_livia_plurabelle_from_ifinnegans_wakei.html

Avevo gia letto il tuo post e poi è apparso questo :-)

Giuliano ha detto...

eh no, non vale, Finnegans Wake è davvero difficile!!! però una cosa la so: Anna Livia era la moglie di Italo Svevo.
:-)
ciao Dario!

angie ha detto...

Beh! Con "Ulisse" devi avere gli schemini, per capire gli enigmi...

Giuliano ha detto...

ciao sista! (copio e incollo da Mr.Tarkus...)
:-)
Non so cosa dirti, per me è stato amore alla prima lettura, quando avevo sedici o diciassette anni. All'epoca avevo saccheggiato la Biblioteca di Como, avevo letto di tutto, persino gli epistolari, Carlo Linati, Svevo, la Shakespeare and Co., so tutto!
(o meglio: sapevo tutto...poi gli anni passano e si dimentica) (va da sè che se avessi studiato la chimica, invece di leggere Joyce, avrei avuto voti migliori)