mercoledì 29 febbraio 2012

Omicidio stradale

Qualche anno fa avevo ascoltato un famoso giurista (non ne ricordo il nome e mi dispiace) che, parlando di cosa si intende per semplificazione delle Leggi aveva fatto questo esempio: il reato di stupro è, a tutti gli effetti, un sequestro di persona; e quindi si potrebbe benissimo mettere il reato di stupro alla voce “sequestro di persona”. Si tratterebbe di un aggravio di pena, e consistente: ma la gente lo percepirebbe come una depenalizzazione, e il giorno dopo i giornali avrebbero titolato “abolito il reato di stupro”. Il giurista concludeva dicendo che per cose come queste si rischia di creare confusione, e che invece sarebbe importante portare avanti una riforma dei Codici che vada in questo senso.
Questo esempio, essendo molto forte, mi è rimasto nella memoria; e mi torna spesso davanti quando vedo decisioni recenti, come quella del reato di “stalking”: in inglese “to stalk” e “stalker” sono due parole comuni, che inglesi e americani usano normalmente nella loro lingua; invece da noi sono due parole nuove. E così è sembrato che ci fosse un grande impegno nella “lotta contro lo stalking”, quando invece nel nostro Codice questo reato era già punito alla voce “molestie” e “molestie aggravate”. Vi sembra cosa da poco? Non è affatto così, e si deve aggiungere che se il molestatore è particolarmente insistente e pericoloso si passa direttamente ad altre voci del Codice Penale, ancora più gravi. (“a cat stalking”, ho letto l’altro giorno su una didascalia a un libro sugli animali: un gatto che si acquatta inseguendo la preda, questa è l’immagine corrispondente a “stalker”, che ha anche il significato di “guida, tracciatore di sentieri”).
Adesso leggo che si vuole introdurre il reato di “omicidio stradale”: ma anche questo è un reato che c’è già, nella voce “omicidio colposo” rientrano infatti anche i comportamenti pericolosi alla guida.
La realtà dietro a queste voci, purtroppo, ancor più che le famose “grida” di cui parla il Manzoni, sono i tagli alla polizia e ai carabinieri, e a questo proposito si rimane stupefatti pensando che l’anno scorso perfino poliziotti e carabinieri sono scesi in piazza a protestare – ma di queste cose si è parlato pochissimo. Del resto, questo è un altro dei paradossi del nostro Paese: che ha un Parlamento pieno di giuristi e di avvocati ma che ha affidato le Riforme a un elettrotecnico (Bossi) e la Semplificazione Legislativa a un dentista (Calderoli). E’ quindi più che normale, dato che il Parlamento a tutt’oggi è composto dalle stesse persone, che il governo successivo vada avanti sulla strada degli spot e dei proclami. Cos’altro ci si poteva aspettare?
PS: il vero problema non lo ammetterà mai nessuno: ci sono troppe automobili in giro, bisognava potenziare i mezzi pubblici e invece si sono abolite tratte intere, stazioni, biglietterie...

martedì 28 febbraio 2012

Il Bancomat è sporco

La tattica è antica e funziona sempre: vi danno uno spintone, più o meno leggero, e poi si scusano. Se vi hanno fatto inciampare, vi aiutano a rialzarvi; e avete perfino il tempo di pensare “ma che persona gentile, meno male che esistono ancora persone educate”. Prima di accorgervi che non c’è più il portafogli, passa quel tanto di tempo da rendere inutile qualsiasi allarme.
E’ così che funziona, da secoli e forse da millenni. E’ anche per questi motivi che bisogna stare attenti quando vi parlano dei rom, dei fannulloni, degli extracomunitari, degli statali, delle generazioni precedenti che adesso noi giovani dobbiamo pagargli i debiti, o magari, come è successo in questi giorni con il sindaco di Tradate, dei bancomat sporchi.
E già, le tastiere dei bancomat sono quasi sempre sporche. Un grave problema, certamente: il sindaco minaccia multe salatissime alle banche, era ora che qualcuno gliela facesse pagare, alle banche! Questo del bancomat sporco sembra ormai il tema del giorno, che schifo il bancomat sporco, ha proprio ragione quel sindaco.
Questa vale per oggi, 28 febbraio 2012: domani ne arriverà un’altra, poi un’altra ancora. Del resto, non è mica una novità. La tattica è antica, e funziona da sempre.
George Orwell, da “1984“
(...) Nessun tentativo era mai stato fatto di metterli a parte della dottrina e dell'ideologia del Partito. Non era da augurarsi che i prolet avessero forti sentimenti politici. Si richiedeva soltanto che nutrissero una specie di elementare patriottismo sul quale si potesse contare tutte le volte che fosse necessario aumentare le ore di lavoro e diminuire le razioni. E anche quando succedeva che tradissero segni di malcontento (il che, pure, qualche volta succedeva) non c'era da preoccuparsene perché, essendo sprovveduti di idee generali, riuscivano a concentrarlo solo in certe stupidissime lamentele su questioni specifiche e sempre di nessun conto. I mali maggiori riuscivano invariabilmente a sfuggire all'attenzione delle loro menti. (...)
Ma i prolet, se soltanto fossero riusciti a rendersi conto di quale era effettivamente la loro potenza, non avrebbero avuto alcun bisogno di cospirare. Avevano soltanto bisogno di levarsi e di scuotersi, proprio come un cavallo che si scuote di dosso le mosche. Se l'avessero voluto, avrebbero potuto fare a pezzi il Partito anche l'indomani mattina. Prima o poi avrebbero dovuto capirlo! Eppure...
Ricordava d'una volta che stava camminando in una strada affollata e aveva udito un tremendo urlio di centinaia di voci che andava man mano crescendo (erano voci di donne) e a una traversa s'era accorto donde proveniva. Era un formidabile grido di rabbia e di disperazione, un altissimo "oh-o-o-oh!" che cresceva come l'eco sonora dei rintocchi d'una campana. Il suo cuore aveva fatto un balzo. È cominciata! s'era detto. Una sommossa! I prolet hanno infranto la loro schiavitú. Raggiunto che ebbe il luogo donde veniva il fracasso, vide una folla di due o trecento donne che si assiepava attorno ai banchetti d'un mercatino, con i volti in cui si leggevan l'ansia e la disperazione dei passeggeri d'una nave che stia naufragando. Ma proprio in quel momento il tumulto generale andava trasformandosi in una serie di litigi individuali (...)
(George Orwell, dal settimo capitolo di “1984” – ed.Oscar M., traduzione di Gabriele Baldini)

sabato 25 febbraio 2012

Da Marco Ponti a Bava Beccaris

Mi ha un po’ sorpreso vedere un grande giornalista (e una persona finissima) come Corrado Augias che si mette a parlare di Berlusconi come di qualcosa che appartiene al passato. Dato che stimo molto e apprezzo moltissimo Augias, immagino che si tratti di una specie di esorcismo; sta di fatto che Berlusconi è sempre lì. Se ne sono accorti anche all’estero: ogni volta che appaiono Bossi e Berlusconi in tv, e ricordano la loro presenza, ecco che torna a salire lo “spread” (e non è una battuta, magari lo fosse: basta guardare le raccolte dei giornali, mettere insieme un po’ di dati e di date...). Non solo: io abito in Lombardia, e in Lombardia i Bossi, i Berlusconi, i Formigoni, gli Alemanno, i La Russa, sono sempre al loro posto, e sempre più potenti.
L’altro giorno, in tv da Augias, c’era Gianni Riotta: che ha detto, fra le altre cose, di essere molto informato su cosa sta accadendo nella politica, perché segue con attenzione il dibattito su Twitter. Su Twitter? Io pensavo che per un giornalista fosse prima regola l’uscire per strada, incontrare la gente, guardarsi in giro...”Consumare le suole delle scarpe”, come dicevano i giornalisti di una volta. Certamente è giusto leggere le dichiarazioni dei politici su Twitter, ma non credo che il mondo finisca lì, e forse Riotta (che fu un ottimo giornalista ai suoi inizi) dovrebbe fermarsi un po’ a riflettere.
Per esempio (un terzo esempio e poi chiudo) io sono allarmato, fra le altre cose, dalle apparizioni tv di Marco Ponti, “esperto di trasporti”, che ha anche una sua rubrica on line su http://www.ilfattoquotidiano.it/ . Sono allarmato non tanto da quello che dice, ma dal livore e dalla rabbia con cui lo dice. Del genere: gli si obietta che i trasporti pubblici sono molto importanti per i pendolari, e lui risponde, arrabbiatissimo: «Sì, ma chi paga?? Chi paga, eh?? Qualcuno dovrà pagare, i prezzi dei biglietti devono essere adeguati, bisogna paaagaaare!». L’ho visto tre volte in poche settimane, ogni volta è così. In attesa che il professor Marco Ponti si calmi almeno un po’, e provi ad ascoltare le ragioni degli altri, prendo atto di tre cose sempre più diffuse: l’innalzarsi di barriere sempre più alte, con annesse obliteratrici, ad ogni fermata di mezzo pubblico; le voci sempre più insistenti di cessazione dei servizi locali da parte di Trenitalia e di conseguente privatizzazione; le multe sempre più spaventose per chi viaggia senza biglietto.

L’ultima parte mi può essere contestata: pagare il biglietto è regola di civiltà. E sono d’accordo, ovviamente, ma questo è anche il ragionamento di chi ha la pancia piena. Quante fabbriche hanno chiuso? Quante persone sono senza soldi, e non possono più permettersi di viaggiare? (c’è anche la questione del prezzo della benzina...) Per quante persone anche il prezzo del biglietto del tram è diventato una spesa insostenibile?
A queste domande si risponde con le multe e con i tornelli. Multe spaventose, manca poco che ti diano l’ergastolo o la pena di morte se viaggi senza biglietto...Una volta detto che in un Paese civile le multe devono essere adeguate al danno fatto, mi ritrovo a pensare al me stesso quindicenne, in giro per le stazioni della Lombardia e magari d’Italia, con pochissimi soldi in tasca. Quantomeno, potevo comperare un gettone e telefonare a casa. Ma mi immagino oggi, i sedicenni e le quindicenni di oggi, in alcune situazioni in cui mi sono trovato io, e torno ad allarmarmi. Ringraziando il cielo, concludo, io non ho figli. Ma, e se vi rubano il telefonino? I telefoni pubblici non ci sono più, per quelli che sono rimasti serve una scheda specifica, e non sarà più nemmeno possibile rivolgersi alla biglietteria perché le biglietterie non ci sono più, chiuse.
Davanti all’immagine di una ragazza di quindici o sedici anni alle sette di sera, magari al buio, da sola in una stazione, davanti alla macchina che emette i biglietti e con in tasca magari un euro o due, mi viene da scappare via e nascondere la testa sotto il cuscino. Ma poi mi ricordo che io, purtroppo o per fortuna, di figli non ne ho, né maschi né femmine. E allora torno ad occuparmi di Gianni Riotta, intento a guardarsi il twitter; o magari di Marco Ponti, intento a inveire con astio profondo contro chi non è d’accordo con le sue tesi. E concludo con gli scenari che mi vengono in mente, guardando per strada e parlando con amici e conoscenti: ogni giorno mi viene un incubo diverso, ieri era la scena dell’assalto al forno nei “Promessi Sposi”, oggi è Bava Beccaris, anno 1898. Non sapete chi è Bava Beccaris? Basta un buon libro di storia, o magari un salto su http://www.wikipedia.it/ : temo proprio che il nostro futuro sia questo. A Londra questo orribile futuro ha già avuto inizio, per chi se lo fosse già dimenticato.

giovedì 23 febbraio 2012

Pubblicità 25

Un’altra forma di pubblicità, anche se un po’ atipica, è sicuramente l’elenco dei programmi tv e radio. Con la moltiplicazione dei canali tv e radio, avere sottomano un elenco di cosa si trasmette è diventato fondamentale: altrimenti, se su una tv passa una cosa che mi interessa, come faccio a saperlo e a sintonizzarmi? Se non si danno le comunicazioni giuste, e in forma breve e veloce, va a finire che nessuno ti guarda, e quindi si buttano via soldi. La capacità di comunicazione è diventata molto importante soprattutto per le tv piccole e per quelle che vanno oltre il numero 30 del digitale terrestre: penso che siano davvero in pochi a fare lo zapping su trecento canali, e anche per quei pochi sarà ben dura arrivare per caso sul canale giusto nel momento giusto.
Lasciando da parte il discorso sui giornali specializzati in programmi tv e radio (che hanno molto spazio a disposizione, per ovvi motivi), e mettendo in un angolo anche la pubblicità sulle reti della concorrenza (la accettano, ma bisogna pagare), rimangono due vie d’informazione molto importanti e facilmente accessibili: il televideo o teletext, e l’apposito tasto sul telecomando che permette di sapere quale programma stiamo guardando e quale programma verrà dopo. Quest’ultima possibilità è molto comoda, e io provo spesso ad utilizzarla: cos’è il film che sto vedendo? Che programma viene dopo? Il risultato è quasi sempre deludente: del film mi danno la trama (ma se lo sto guardando, cosa vuoi che me ne faccia della trama?), e non la lista degli attori e del regista. Magari mi interessa sapere chi è quell’attore o quell’attrice, ma per saperlo devo andare su http://www.imdb.com/  che è di consultazione gratuita, come http://www.wikipedia.it/  ; infatti esistono da tempo database ben accessibili e molto dettagliati.
Ma la triste verità è purtroppo questa: se premete il tasto delle informazioni non appare niente, oppure appaiono informazioni vecchie di qualche giorno, o completamente sbagliate. Dico che è una triste verità per un motivo molto semplice, e che ormai si può dare per scontato: e cioè che per fare questo servizio serve pur sempre qualche persona che lo faccia, che tutti i giorni si metta a inserire dati. Queste persone vanno pagate, magari poco ma vanno pagate, e devono anche essere abbastanza competenti: due peccati gravissimi, nell’era del precariato e del pressappochismo. Secondo l’ideologia corrente, i lavoratori non sono più una risorsa ma sono un costo; se ci sono si licenziano, se non ci sono non si assumono. Poi viene da chiedersi perché mai si perdano soldi e tempo per aprire una tv, ma si vede che ormai il contenuto, cioè quello che si trasmette, è diventato del tutto secondario. Con i risultati che si vedono.
Poi c’è il televideo (o teletext), che è utilissimo e molto pratico, ma anche qui la sciatteria e la mancanza di aggiornamenti sono cronici. Un televideo ben fatto richiede pur sempre del personale, è una redazione giornalistica a tutti gli effetti, i programmi cambiano tutti i giorni e tutti i giorni serve una persona che digiti i testi con chiarezza e competenza.
I programmi tv, sul televideo RAI, sono alla pagina 505 e successive, e comprendono anche le reti mediaset, La7, MTV; più avanti ci sono le pagine dedicate ai film in tv (la 514) e i programmi delle altre reti RAI del digitale terrestre. Un buon teletext c’è anche sulle reti mediaset; però poi sulle altre tv, quelle locali, il televideo/teletext non è quasi mai aggiornato e quasi sempre pasticciato. Viene da chiedersi perché, dato che si tratta quasi sempre dell’unico metodo per conoscere i programmi di quell’emittente, sintonizzarsi, registrare, far crescere l’audience e attirare i soldi degli inserzionisti. Ma forse non sono questi gli intenti dei proprietari delle tv private.
Tornando al televideo RAI, quello per il quale paghiamo il canone, prendo in esame RAI Storia, uno dei nuovi canali del digitale terrestre e uno dei miei preferiti, ed è subito evidente che qualcosa non va, e che c’è troppa confusione.
Il televideo con i programmi di Rai Storia è a pagina 526: ci si imbatte in una foresta di parole criptiche e scritte in maiuscole, del tipo DIXIT, CRASH, REWIND, RES GESTAE, RESTORE, RES TUBE, perfino MILLE PAPAVERI ROSSI. Che saranno mai, cosa c’è dietro a queste sigle misteriose? Ci sono le repliche dei programmi più interessanti nei sessant’anni della RAI, inchieste, grandi servizi giornalistici, ottimi documentari con immagini rare e meravigliose, film e sceneggiati di grande successo, musica, danza, reportage di grandi giornalisti, filmati storici di grande interesse.
Nel televideo c’è poco spazio a disposizione, per evitare che un canale della tv pubblica diventi un servizio per iniziati a una setta segreta basterebbe poco, pochissimo. Per esempio, basta dare un’occhiata alla schermata che riporto qui per capire che si guadagnerebbe un’enormità di spazio eliminando alcune parole, e cioè proprio quelle cazzatine lì, i restore e i crash e i dixit. Eliminando i “contenitori” inventati per l’occasione e queste siglette criptiche però si toglierebbe sicuramente “la qualifica” a qualche dirigente o aspirante dirigente, e soprattutto non si potrebbe dire alla morosa o alla zia o al vicino di casa “sono il curatore di Restore Crash”: una questione fondamentale, come si capirà.
Il “contenitore” in tv è un’invenzione dei pubblicitari, e risale agli anni ‘80. Non si sa mai che cosa c’è dentro, magari c’è qualcosa che mi interessa ma io come faccio a saperlo? Nel dubbio, io negli anni ’80 e ’90 lasciavo perdere e andavo a farmi un giro con gli amici, o andavo a teatro, al cinema, tutto meno che guardare quel contenitore lì. Per esempio, negli anni 80 da Pippo Baudo c’erano spesso Benigni o Troisi, ma io non guardo mai Pippo Baudo, e non guardavo nemmeno Mike Bongiorno, quindi mi sono perso qualcosa che avrei visto volentieri (per fortuna, in questi casi, si può recuperare). Quello che si vuole è una “fidelizzazione del cliente”, altro termine caro ai pubblicitari e al marketing: un marchio, un prodotto da spingere. Tutte le trasmissioni di Rai Storia diventano una sola, fidelizzazione anche questa: quelli pensano che io guardi Res Tore e Res Tube, o magari “Mille papaveri rossi” (cioè la storia del Novecento); e invece no, io guardo l’intervista a Dino Buzzati, guardo il documentario di Folco Quilici e l’inchiesta di Enzo Biagi, ascolto la voce di Carlo Emilio Gadda e di Albert Camus, e soprattutto guardo incantato Bruno Munari che nel 1955, in una trasmissione per bambini, costruisce davanti ai nostri occhi uno strumento a corde giapponese (funzionante!) partendo da una scatola di sigarette e da qualche graffetta...
Ma so già come finirà questa storia: alla prima occasione, Rai Storia verrà chiuso. Peccato, perché (per esempio) se fuso con Rai News può diventare la nuova RAI 1, e ragionando in prospettiva di servizio pubblico sarebbe un’ottima cosa, ma chi ragiona più in questi termini? Le ultime proposte sul futuro della RAI vanno tutte in direzione opposte, privatizzare e vendere, per esempio (Bersani in prima fila). Al di là del vendere, privatizzare, liberalizzare, licenziare, precarizzare, i dirigenti di oggi non sanno andare. Non vedono più in là del loro naso, insomma, e i risultati cominciamo a vederli: la crisi odierna nasce anche da questa pochezza degli attuali dirigenti, tutti usciti dal mondo del marketing e dalla pubblicità.
(le vignette vengono dal "Corriere dei Piccoli", anno 1972)

AGGIORNAMENTO al 30 giugno 2013: anche i siti internet della Rai sono stati tutti modificati, vale a dire che prima bastava un clic, adesso ne servono tre o quattro (se va bene). Mi viene da dire che ormai ci sono sempre dei cretinetti o delle deficientine pronti a complicarci la vita e a cambiare le cose che funzionano, non solo in Rai ma purtroppo ovunque; poi ci penso e mi accorgo che il ritardo è calcolato, serve per caricare la pubblicità e per avere più clic sul contavisite. Il concetto di servizio pubblico dunque non esiste più.
Che dire, a me sembrava già una scemenza vent'anni fa vedere sui giornali indicazioni del tipo "il sommario è a pagina 64" (se lo metti a pagina 64, a cosa serve?) ma anche in questi casi la spiegazione è semplice semplice: lo metto a pagina 64 così il lettore per cercare il sommario si guarda tutta la pubblicità ma proprio tutta tutta, wow.  Pensate che la crisi venga dal nulla? No, viene anche da cretinette e deficientini come questi che ci governano oggi, e che nei siti internet ormai sono la maggioranza assoluta.

domenica 19 febbraio 2012

Pubblicità 24

Sui giornali di questi giorni, e un po’ ovunque tra internet e la tv, trovo molte celebrazioni di Jean Paul Goude. E chi è? Il nome non mi è del tutto nuovo, e infatti: «Forse a qualcuno il suo nome non dirà nulla, ma è quasi impossibile non conoscerne il lavoro. Chi non ricorda lo spot del profumo di Chanel, con le donne che urlavano “egoïste” affacciate alla finestra di un palazzo? O quello in cui Vanessa Paradis cantava in una gabbia di canarini? In quarant’anni di attività, il pubblicitario, fotografo e direttore artistico francese Jean Paul Goude ha cambiato il mondo dell’immagine e della moda. Come? “Cerco i soggetti capaci di dare forma e colore ai sogni della gente”, dice (...)» (da La Repubblica, 23 dicembre 2011, articolo di Micol Passariello)
Ecco, adesso finalmente so chi è il responsabile di alcuni di questi fastidiosi tormentoni, di queste gran rotture che ho dovuto subire negli anni passati. Vorrei prendere la pagina del giornale e buttarla via, ma capisco che non serve a niente e mi trattengo. Ragionandoci sopra, andando a frugare nella memoria, sono però riuscito a mettere qualcosa che può essere utile.
Lo spot di Egoiste (o era quello di Arrogance? che bei nomi, che finezza) puntava tutto sulla musica di Prokofiev, un brano dal balletto “Romeo e Giulietta”. Prokofiev è uno dei grandissimi del Novecento, uno dei più grandi musicisti di tutti i tempi, autore di Pierino e il lupo, delle musiche per Alexander Nevskij di Eisenstein, di Sinfonie, Concerti, Sonate...l’elenco sarebbe infinito, ed è musica straordinaria. Nascondendosi dietro questo brano di Prokofiev, o dietro a determinati frammenti della Nona e della Quinta e di Beethoven, o magari dietro una canzone che esiste da vent’anni e che piace a tutti, anche un nano può fare la figura di un gigante. Non un nano in senso fisico, s’intende: ma un nano in senso artistico può finire per essere scambiato per gigante se si mette dietro ad un grande musicista (che non può opporsi perché è morto venti o trent’anni prima) e ad ottimi tecnici cinematografici, che sono in grado di far sembrare bello e importante anche lo slogan più idiota. Nel secondo degli spot citati, Goude si nascondeva dietro la meravigliosa quindicenne francese Vanessa Paradis (impossibile non fermarsi a guardarla), messa in una gabbia per uccellini: un’idea usuratissima e banale, ma girata in modo eccellente da un tecnico di cinema del quale non viene detto il nome. Passa solo il nome di Goude, cioè il nome di chi non ha fatto nulla di particolare e che si è appoggiato a un grandissimo musicista e a degli ottimi tecnici cinematografici. Il musicista, come si è detto, non ha potuto opporsi: è morto nel 1953. I registi e i tecnici di cinema, da sempre, usano la pubblicità perché li pagano bene; dopodiché usano i soldi guadagnati in quel modo per fare qualcosa che a loro piace. Il principe di questi comportamenti era Orson Welles, disposto a fare pubblicità a qualsiasi cosa pur di avere a disposizioni i soldi per girare i film a cui teneva. Di queste cose, e di altro ancora, ringraziamo sentitamente il mondo della pubblicità: gli spot di Welles li guardo per curiosità, ma dell’Othello, del Falstaff, di Citizen Kane, del Macbeth, del Processo di Kafka, non saprei fare a meno.
Di nani che vengono fatti passare per giganti è ricchissimo il mondo della pubblicità, e oltretutto mi tocca di vedere che vengono fatti passare per punti di riferimento, maître à penser, quando sono solo parassiti del talento di qualcun altro, di un talento che a loro è stato negato. La stessa cosa capita con molti che parlano o scrivono di arte, di libri, di cinema, e che non sono lì perché davvero ne capiscono qualcosa, ma perché parenti, amici, amanti, mogli, figli di qualcuno che ha i mezzi per imporli. Chiedo scusa a Goude e ai suoi amici, amanti, mogli, figli, stagisti più o meno pagati, ma il talento quando c’è si vede, che sia Mapplethorpe o Klee o Marcello Marchesi, o magari gli spot anni ’60 dell’agenzia Testa, che non avevano certo bisogno di appoggiarsi ai “Capuleti e Montecchi” dal Romeo e Giulietta di Prokofiev.
PS: la strip che porto qui non ha molto a che vedere con quello che ho scritto qui sopra, ma l’ho appena ritrovata e ogni volta mi fa ridere: si tratta del protagonista di un fumetto belga che sul Corriere dei Piccoli (anno 1968) veniva chiamato “Gastone” (nell’originale “Gaston Lagaffe”, di André Franquin). La metto qui anche per ricordare ai diciottenni (ogni tanto bisogna pur farlo) che, contrariamente a quello che spingono a pensare i pubblicitari, ai quali interessa far vendere i prodotti e non importa con che mezzo, alle donne non importa molto dei capelli che avete in testa. Le donne non sono così stupide, sanno che per un uomo è normale diventare calvo: pensate piuttosto a stare in forma col vostro fisico, anche senza esagerare, basta poco. Questa cosa, cioè l’avere il fisico in ordine, invece alle donne interessa molto (ed è più che comprensibile); quanto al resto, cioè il carattere, eccetera, il discorso si farebbe molto più complicato. Con i consigli di vita vissuta mi fermo qui, per il resto, cioè per le scemenze che si inventano i pubblicitari, ahinoi, mi sa che non mi basterà questa vita per portarle qui tutte. (facendo clic sull'immagine si vede bene tutto)

sabato 18 febbraio 2012

Suonare il campanello nell'era di Twitter

Una sera, anni fa, avevo iniziato a leggere, in uno di quei vetusti in folio, un capitolo intitolato Breccia delle Anime; e già stavo cadendo in una gradevole sonnolenza quando questo singolare brano spiccò dal tono neutro e spento della pagina, come una medaglia d'oro zecchino brilla su un tappeto scuro; riporto testualmente: «Nel cuore della Cina esiste un Mandarino, più ricco di tutti i re di cui la leggenda o la storia narrano. Nulla si sa di lui: né il nome, né il sembiante, né la seta di cui si veste. Perché tu possa ereditarne le infinite ricchezze ti sarà sufficiente suonare questo campanello, posto al tuo fianco, sopra un libro. Egli esalerà appena un sospiro in quei lontani confini della Mongolia. Morrà; e tu vedrai ai tuoi piedi più oro di quanto ne possa sognare la cupidigia d'un avaro. Tu, che mi leggi e che appartieni alla schiera dei mortali, suonerai il campanello?»
Mi fermai, turbato, davanti alla pagina aperta; quell'interrogativo «tu che appartieni alla schiera dei mortali, suonerai il campanello?» mi appariva faceto, picaresco, e pur tuttavia mi turbava incredibilmente. Cercai di proseguire nella lettura, ma le righe fuggivano ondeggiando come serpenti impauriti, e nel vuoto che lasciavano sulla livida pergamena, restava, spiccando in nero, la strana domanda: «suonerai il campanello?».
(Josè Maria Eça de Queiroz (1845-1900), dal racconto “Il Mandarino”, ed. Passigli a cura di Paolo Collo.)
Poche righe più avanti, come per incanto, il campanello appare per davvero e la domanda non è più un semplice esercizio retorico, ma siamo di fronte a una scelta da compiere. Se suoni quel campanello, ne trarrai dei vantaggi però morirà qualcuno in un paese lontano: suonerai il campanello?

Il piccolo volume delle edizioni Passigli dedicato a Eça de Queiroz è molto bello sia da vedere che da toccare. E’ da non perdere la prefazione di Luciana Stegagno Picchio, che parla delle origini molto antiche di questa storia, citando come fonti possibili, e con ampie informazioni, autori come Chateaubriand, Erodoto, Carneade, Cicerone, Montaigne, Diderot, Balzac (père Goriot), Rousseau, Dumas (conte di Montecristo), e perfino il dizionario della lingua francese di Littré, uscito nel 1877. Ovviamente, non bisogna dimenticare il mito di Faust: che però non parla di Cina e di mandarini.

La storia del mandarino cinese è di quelle che colpiscono, letta una volta non si dimentica più; sarebbe però un errore considerarla come una semplice fantasia. Per esempio, oggi, proprio in Cina, c’è uno stabilimento della Apple Computers dove si è verificata una lunghissima catena di suicidi, a causa delle condizioni infernali in cui gli operai cinesi sono costretti a lavorare; e in Africa, ai confini del Congo, si combatte da decenni una guerra per le miniere di coltan (tantalio), materia prima indispensabile per la batterie di ogni computer o telefonino portatile. In Congo i morti non si contano a decine, come in Cina nello stabilimento Apple, ma a centinaia di migliaia: ogni volta che prendete in mano un portatile, che twittate su twitter, che giocate con un videogame, che mandate una mail o un sms, ogni volta che accendete un computer o un ipod, c’è un campanello che suona – forse lo stesso campanello del racconto di Eça de Queiroz.
Rispetto a quei tempi, oggi il diavolo si è fatto più furbo: non c’è più nemmeno bisogno di chiedere, il campanello parte in automatico e i fantasmi del rimorso sono da considerare come un disturbo che è stato eliminato con successo. O, forse, l’invito rivolto al protagonista di questa storia era solo un divertimento in più, una variazione nel piacere di tentare l’uomo, qualcosa come l’inizio del Libro di Giobbe, o come la storia di Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden: li mettiamo davanti a una scelta e vediamo fino a che punto arrivano. Scommettiamo?

giovedì 16 febbraio 2012

Gomme invernali e catene da neve

Quanto costano un paio di gomme invernali? Adesso che ci avete pensato vi ricordo un dettaglio, roba da poco: in questo Paese c’è gente che guadagna trecento euro al mese, e non è detto che il mese dopo ne arrivino altri trecento, perché con il precariato diffuso non è affatto scontato che si riesca a lavorare ogni mese.
Mi si obietterà subito che la sicurezza è importante e fondamentale, che quando c’è di mezzo la sicurezza non si deve scherzare. Certamente sì, non mi sognerei mai di negarlo: ma qui si pone una questione ancora più importante e vitale, cioè se pagare l’affitto, la luce e il gas oppure se comperarsi le catene e le gomme da neve. Guadagnando trecento o anche quattrocento euro al mese, le due cose insieme non sono possibili, una cosa esclude l’altra: per esempio l’altro ieri mi è arrivata la bolletta del gas per il riscaldamento, questo mese sono duecento euro (ho risparmiato parecchio, a casa mia per tradizione il riscaldamento di notte è spento: facciamo così da più di quarant’anni, non abitiamo al Polo e si dorme meglio).
Che si fa, dunque, con trecento euro al mese? Si comperano i vestiti per i bambini, oppure un bel paio di gomme da neve? Si compera qualcosa da mangiare, oppure andiamo alla mensa della Caritas per un mese e con i soldi della spesa portiamo invece a casa le catene da neve che useremo una volta o due all’anno? L’alternativa non c’è, perché se vai in giro senza le catene a bordo ti fermano e ti multano, non importa se c’è il sole e venti sopra zero perché ormai siamo nel Paese delle Multe (e dei Tornelli), e con le multe e con Equitalia si pensa di risolvere ogni problema, anche la spalatura della neve nelle strade. Ma per cent’anni non c’è stato bisogno di queste normative, se nevica tanto e si può lasciare la macchina ferma in garage è meglio per tutti, ed è questo il messaggio che dovrebbe circolare. Invece ne arrivano altri, di messaggi: del tipo “bisogna anche dimostrare di saperle montare, le catene!!!”. Straordinario: lo mettiamo subito nel Codice della Strada, il test di montaggio delle catene, così magari quando siete in giro di fretta, quando c’è qualcuno che vi aspetta, quando avete un appuntamento per un colloquio di lavoro e cercate di non sporcarvi troppo e di essere presentabili, e soprattutto se siete donne giovani e ben fatte, vi capiterà di trovare qualche vigile spiritoso, cronometro alla mano, che vi dice: “adesso scenda e mi monti le catene in meno di tre minuti. Pronti? Via!”.
PS: Se vi siete irritati leggendo, e se non vi siete ancora posti il problema, significa una cosa sola: che siete convinti di vivere ancora nella seconda metà del Novecento, quando c’erano lavoro e tutele per tutti. E’ dunque ora di svegliarsi: siamo come nel 1945, di gente che guadagna da zero a trecento euro al mese è strapiena l’Italia.
PPS: se invece vi siete appena comperati un suv o un fuoristrada da quarantamila euro, potete continuare a fare come avete sempre fatto fin qui, sbattendovene le balle. Finché ve lo lasciano fare, s’intende.

mercoledì 15 febbraio 2012

Contro Radio Deejay

Mentre imperversano i festeggiamenti per i trent’anni di Radio Deejay, e mentre incombe l’ennesimo Festival di Sanremo, mi permetto di dire una parola che non è più permesso dire: non sono d’accordo su questi festeggiamenti, e ho sempre evitato con cura di ascoltare quella radio e le radio che le somigliano (cioè quasi tutte).
Vorrei poter dire che non ho mai ascoltato Radio Deejay e le radio che le somigliano, ma purtroppo non è così: evitare disk jockey e giulivi conduttori è impossibile, sono trent’anni che ci sto provando ma ascoltarle è obbligatorio: dapprima soltanto nelle sale d’attesa, in palestra, magari dal dentista, al supermercato; adesso anche al bancomat, nelle stazioni, nelle vie e nelle piazze, sui binari...Forse, tra poco, ascoltare Sanremo e i disk jockey diventerà obbligatorio anche nelle abitazioni private.
E’ così che sono diventato un esperto, mio malgrado, di Radio Deejay e dei suoi conduttori e delle sue musiche. Per esempio: sui giornali c’è una notizia stupida o presentata in modo stupido? A casa mia posso voltare pagina, qui invece mi tocca ascoltarla, sentirla ripetere, sentirla rendere ancora più stupida, ascoltare i commenti da casa di qualche altro cretino o cretina, e avanti così magari per venti minuti. E non è che si possa uscire, o non ascoltare: non dipende sempre da me, in palestra posso anche andare a farmi un giro, ma al supermercato o al bancomat come si fa?  E’ dunque impossibile ignorare chi è Fiorello, chi è Jovanotti, chi è questo e chi è quella; avrei tanto voluto non saperlo ma è sempre stato impossibile sottrarsi a quest’obbligo.
Un’altra cosa che succede sempre, con Deejay e le radio con gli allegri conduttori, è definire “una palla” tutto ciò che richiede più di due minuti di attenzione: come succede con i cagnolini e con i bambini di tre anni, tutto quello che richiede un minimo di cura e attenzione è da evitare con orrore; e tutto quello che è complesso va ridotto a quel livello lì, al livello del cagnolino o del bambino di due anni. E’ il mestiere del disk jockey, ed è un mestiere di grande successo; sponsorizzato anche da quotidiani importanti, anche dalla sinistra, guai se ti sorprendono mentre leggi – non obbligato dalla scuola o dal mestiere – un libro da cui puoi imparare qualcosa. Da trent’anni in qua, da quando esiste Radio Deejay, se ho in mano un libro di chimica o magari Joyce o Rodari, devo difendermi: “ah, è per il lavoro!” “ah, me l’ha prestato una che conosco, ma è una palla!”. Se non fai così, se non ti difendi, va a finire che ti prendono per un tipo pericoloso.
E io invece vorrei stare in silenzio, o magari ascoltare jazz, heavy metal, blues, Brahms, Couperin, Verdi, Bartok, Ravi Shankar, Pete Seeger, come ascoltatore copro un arco di tempo che va dal milleduecento ai giorni nostri, ma ai deejay cosa vuoi che importi, in fin dei conti, lo so, per voi sono una palla anch’io, e in quanto palloso non ho alcun diritto d'esistere. Ma cos'è palloso e cosa non lo è, almeno per quanto mi riguarda personalmente, vorrei provare ad essere io a deciderlo: lasciatemi almeno provare, per piacere, please...
PS: quando è cominciato tutto questo? Direi con la Hit Parade di Lelio Luttazzi e Giancarlo Guardabassi, più di quarant’anni fa, proseguendo poi con Alto Gradimento di Arbore e Boncompagni. Queste trasmissioni andavano in onda, alla Rai, intorno a mezzogiorno: l’orario in cui mio padre (operaio) tornava a casa dal lavoro per la pausa pranzo. Subiva anche lui in silenzio, salvo chiedere con gentilezza, ogni tanto, se non si poteva ascoltare qualcos’altro, almeno per un giorno. Parlare sopra la musica, e dire scemenze in continuazione, è davvero una cosa antipatica; e a me è rimasto questo rimpianto, di non aver spento la radio come chiedeva mio padre. Forse è per questo, per una specie di contrappasso, che adesso mi tocca ascoltare queste scemenze anche al bancomat e sui binari del treno: ma io quando c’era Alto Gradimento avevo solo dieci o dodici anni, chiedo la grazia, sono disponibile anche al patteggiamento, qualsiasi cosa pur di tornare al silenzio.
PPS: me li vedo già, offesi, sprezzanti, ma come si permette, ma se non ti piace cambia canale. Ma io non vengo a casa vostra a farvi ascoltare le mie scemenze, questo blog si può leggere o non leggere a piacere, di persona sto sempre più zitto e appartato, e quanto al cambiar canale, magari si potesse, magari.
(le immagini di Jacovitti vengono dal Corriere dei Piccoli del 1971; la lampadina qui sopra era su un quotidiano degli anni '90, ma il nome dell'autore non c'era, peccato.)

martedì 14 febbraio 2012

Maya Lin

Maya Lin è un nome che in Italia fa sorridere, sembra uno di quei nomi inventati per giocare, per divertirsi. Invece no, Maya Lin esiste per davvero, ed è anche un’artista interessante: è americana, e in inglese il suo nome risulta abbastanza comune.
da http://www.wikipedia.it/ :
Maya Lin Ting (Athens, Ohio, 5 ottobre 1959) è una scultrice statunitense. Conosciuta per il suo impegno nella scultura e nell'architettura del paesaggio, il suo più noto lavoro è il Vietnam Veterans Memorial a Washington, DC. E’ figlia di Henry Huan Lin, un ex ceramista e decano della Ohio University College di Belle Arti, e di Julia Chang Lin, ex professoressa di Letteratura presso l'Università dell'Ohio. È nipote di Lin Huiyin, che si dice sia la prima donna architetto della Cina.
Ha studiato all'Università di Yale (1986). Nel 1987, Yale le ha conferito il Dottorato onorario in Belle Arti. Sposata con Daniel Wolf, un fotografo di New York, ha due figlie: Rachel Wolf e India Wolf. A soli 21 anni, nel 1981, quando è ancora una studentessa universitaria, Lin vince un concorso pubblico per la progettazione di un monumento dedicato alle vittime del Vietnam. Il muro di granito sul quale sono stati incisi i nomi dei caduti di guerra, viene inaugurato il 13 novembre 1982, ad appena poco più di un anno dalla stesura del progetto. Il monumento a forma di V ha i due lati rivolti sia verso il monumento di Abraham Lincoln che quello di George Washington. L'idea ispirata di Lin che l'ha portata ad immaginare la sua opera come una voragine o ancor più drammaticamente una ferita nella terra, vuole rappresentare simbolicamente la vacuità interiore provocata dalla tragica perdita di tantissime vite umane.
In sostanza, ridotto ai minimi termini, il Memoriale per i Caduti in Vietnam è un semplice muro, un lungo muro sul quale sono stati incisi i nomi di tutti i soldati americani morti in quella guerra: la gente viene, va a cercare il nome del suo caro perduto (figlio, padre, marito, fratello, amico...). L’idea più semplice del mondo, e anche la più commovente: va ricordato che negli anni ’60 e ’70 in guerra andavano i ragazzi “di leva”, e non soltanto i volontari come accade oggi. Le manifestazioni di protesta degli anni ’60 avevano proprio quest’origine, ragazzi di vent’anni presi e costretti ad andare a morire in una guerra assurda e lontana. Se oggi non c’è più obbligo, bisogna ringraziare tutti quelli che, in quegli anni e anche prima, hanno protestato e sono andati in prigione; tra di loro, anche persone famose e al culmine della loro carriera, come il pugile Cassius Clay.
Tornando a Maya Lin e al suo Monumento ai Caduti, viene spontaneo il paragone con tanti altri edifici e monumenti costruiti in questi ultimi decenni, anche qui da noi. E viene spontaneo anche aprire un discorso su tutta la Storia dell’Arte: spesso le cose fatte negli ultimi venti o trent’anni sono del tutto insensate, quello che cinquanta o settant'anni fa, ai tempi di Duchamp o di Piero Manzoni, poteva essere una provocazione (più o meno utile o divertente), oggi viene fatta passare per arte, si diventa dei maitre à penser con poco. Cos’è dunque l’Arte? Il discorso più sensato che ho sentito (io non ho titoli per dirlo) è quello di chi faceva notare che le grandi opere d’arte del passato avevano quasi sempre una funzione quotidiana, non nascevano per caso. Una Madonna o un Crocifisso, per esempio, erano prima di tutto oggetti di culto, da collocare sugli altari; e un Palazzo o una Chiesa o una Fortezza erano prima di tutto luoghi residenziali, fortificazioni, luoghi di culto, e al primo posto c’era sempre l’utilità pratica. Poi, poteva succedere che un pittore dipingesse l’Ultima Cena sulla parete del refettorio dei frati, e che la gente la trovasse così bella da parlarne in giro, e che poi venisse altra gente da ogni parte del mondo per vederla, quell’Ultima Cena.
Non so, il Memoriale costruito da Maya Lin può anche non piacere, lo si può trovare un’idea banale, ma ai parenti delle vittime della guerra è piaciuto, piace, fa pensare, ci si commuove. A me sembra un’ottima cosa, e anche un ottimo punto di partenza per ripensare l’Arte e il ruolo dell’artista.
(le immagini vengono da wikipedia e dai numerosi siti internet dedicati a Maya Lin e al Vietnam Veterans Memorial, Washington DC)

sabato 11 febbraio 2012

Dello scorrere del Tempo

Quando Lewis Carroll pubblica "Sylvie and Bruno", Albert Einstein stava per compiere quattordici anni: non è che prima non si sia mai pensato alla relatività, però Einstein è riuscito a esprimerla in termini matematici.
Lewis Carroll, da "Sylvie and Bruno"
« Il che mi fa venire in mente, » disse Eric, « che non si paga niente per ricevere un telegramma. Ne chiediamo uno? » e lui e Lady Muriel mossero in direzione dell'ufficio telegrafico.
« Mi domando se Shakespeare abbia avuto lo stesso pensiero, » dissi, « quando scrisse “Tutto il mondo è teatro”. »
Il vecchio sospirò: « E lo è, infatti, » disse. « Dica quel che vuole: la Vita è proprio una commedia, una commedia con pochi encores - e niente bouquets! » aggiunse, con aria sognante. « Ne passiamo metà a rammaricarci delle cose che abbiamo fatto nell'altra metà! »
« E il segreto di godersela, » continuò, riprendendo il tono allegro, «è l'intensità.»
« Ma non nel senso estetico moderno, immagino. Come la giovane signora di Punch che inizia la conversazione con “Lei è intenso?” »
« Assolutamente no! » replicò il Conte. « Quello che intendo io è l'intensità del pensiero - l'attenzione concentrata. Perdiamo metà del piacere che ci potrebbe venire dalla Vita non partecipandovi realmente. Facciamo un esempio qualsiasi: indipendentemente dalla grossolanità del piacere, il principio è sempre lo stesso. Supponiamo che A e B stiano leggendo lo stesso romanzo di una biblioteca circolante di second'ordine. A non si dà la briga di afferrare perfettamente i rapporti che intercorrono fra i personaggi, da cui forse dipende tutto l'interesse della storia: salta tutte le descrizioni dei paesaggi e tutti i passaggi che gli sembrano un po' noiosi; non partecipa che a una metà di quello che legge: continua a leggere per ore, invece di accantonare il libro, semplicemente perché gli manca la voglia di cercarsi un'altra occupazione: e raggiunge la parola “fine” in uno stato di noia e di completo abbattimento! B ci mette tutta l'anima - mosso dal principio che “quello che va fatto, va fatto bene”: afferra le genealogie; si fa un quadro mentale del paesaggio; e soprattutto chiude risolutamente il libro, dopo qualche capitolo, mentre il suo interesse è ancora vivo, e si dedica ad altre cose; così, quando si concede un'ora per leggere, è come un affamato che si siede a tavola: e quando il libro è finito ritorna al suo lavoro quotidiano come un “gigante ben riposato”! »
« Ma supponiamo che il libro sia davvero robaccia - senza niente che ti ripaghi dell'attenzione. »
« Bene, supponiamolo, » disse il Conte. « La mia teoria si può applicare anche in questo caso: A non scoprirà mai che è robaccia, arranca fino alla fine, pretendendo di divertirsi. B chiude tranquillamente il libro, dopo averne lette una dozzina di pagine, torna in biblioteca, e lo cambia con uno migliore! C'è ancora un'altra teoria per godersi meglio la Vita - ed è... ma non vorrei aver esaurito la sua pazienza. Temo che mi consideri un vecchio molto loquace. »
« No davvero! » esclamai, sinceramente. E in effetti non vedevo come ci si potesse stancare della dolce tristezza di quella voce gentile.
« È che dovremmo imparare a prenderci in fretta le gioie, e lentamente i dolori. »
« Ma perché? Avrei detto il contrario. »
« Se si prende lentamente un dolore fittizio - che può essere infimo quanto si vuole - il risultato è che quando arrivano i dolori veri, per quanto tremendi, l'unica cosa è farli passare con un ritmo normale, e passano in un attimo! »
« Verissimo, » dissi, « ma i piaceri? »
« Ecco, prendendoli in fretta, se ne possono prendere molti. Ci vogliono tre ore e mezza per ascoltare e godere un'opera. Supponiamo che io riesca ad ascoltarla e goderla in mezz'ora: posso godermi sette opere nel tempo che un altro impiega ad ascoltarne una! »
« Sempre supponendo che ci sia un'orchestra in grado di suonarle, » dissi, « e quell'orchestra è ancora da scoprire! »
Il vecchio sorrise. « Ho sentito un'aria, » continuò, « e non era certo corta... che veniva suonata interamente, variazioni e tutto, in tre secondi! »
« Quando? E come? » chiesi ansiosamente, con una mezza idea che stessi sognando di nuovo.
« Era in un carillon, » replico calmo. « Dopo che era stato caricato, il regolatore, o qualcosa del genere, si ruppe, e si scaricò, come ho detto, in tre secondi. Ma deve aver suonato tutte le note, capisce? »
« E le è piaciuta? » incalzai con la severità di un avvocato che conduca un contro-interrogatorio.
« No di certo, » confessò candidamente. « Ma, capisce, non sono stato abituato a quel genere di musica.» (...)
(Lewis Carroll, da “Sylvie e Bruno”, ed. Garzanti 1978, pag. 174 – traduzione di Franco Cordelli)

venerdì 10 febbraio 2012

Foibe: è il giorno giusto?

La storia recente si studia poco e male, a scuola. E' per questo che riporto qui questo articolo: spero che nelle scuole lo leggano e lo facciano circolare.
Precisi calcoli dietro le date delle “Giornate della Memoria”
di Giovanni De Luna, il Venerdì,  21 gennaio 2011
Per istituire la Giornata della memoria dedicata alle vittime della Shoah il Parlamento fu chiamato a scegliere tra due date: quella del 16 ottobre e quella - che fu poi effettivamente indicata – del 27 gennaio. La prima si riferiva alla deportazione di mille ebrei dal ghetto di Roma avvenuta il 16 ottobre 1943; la seconda all'apertura dei cancelli di Auschwitz ad opera dell’Armata Rossa. Erano due diverse opzioni storiografiche e culturali: con il 16 ottobre si sarebbe sottolineata la complicità del fascismo di Salò nello sterminio degli ebrei (indicando una data nazionale, come hanno fatto i francesi scegliendo il 16 luglio, in ricordo della razzia dei 13 mila ebrei rinchiusi nel Velo d'Hiver a Parigi); con il 27 gennaio si privilegiava una data più neutra, sulla linea seguita da altri Paesi come la Svezia, la Gran Bretagna, ecc..
Il balletto di date si è poi ripetuto anche per la «giornata della memoria delle vittime del terrorismo», quando a fronteggiarsi furono il 12 dicembre (la strage di Piazza Fontana) e il 9 maggio (l'assassinio di Aldo Moro). La prima avrebbe richiamato, ovviamente la strategia della tensione, la cappa di oscurità e di misteri che ancora grava sugli episodi dello stragismo che videro pesantemente coinvolti neofascisti e apparati dei servizi segreti. La seconda (quella poi indicata) poneva l'accento soprattutto sul terrorismo di matrice comunista, facendo precipitare nell'icona carica di sofferenza di Aldo Moro prigioniero delle Brigate Rosse l'intera dimensione politica degli anni di piombo.
Anche la scelta del l0 febbraio come «giornata della memoria.» delle foibe fu al centro di un vivace dibattito: quella data non c'entrava niente con la tragedia vissuta dagli italiani nei territori della ex Jugoslavia (gli infoibamenti dei nostri connazionali si svolsero in due fasi, la prima immediatamente successiva all'8 settembre 1943, la seconda nel tragico maggio 1945, quando i titini occuparono Trieste e Gorizia), ma si riferiva invece esplicitamente al giorno della firma del Trattato di pace di Parigi (10 febbraio 1947), ricordando quindi, non tanto le foibe, quanto «l'infame diktat di Parigi», la «cinica e criminosa volontà dei vincitori»: i temi insomma più cari alla pubblicistica neofascista dell'immediato dopoguerra.
Se si riattraversano i dibattiti parlamentari che hanno preceduto le varie «giornate della memoria», a emergere è una concezione della storia come arma da usare per legittimare una parte politica contro l'altra; un passato novecentesco ancora troppo carico di lutti e ferite, un passato «che non riesce a passare»: in parte per i suoi eccessi, in parte per una certa inadeguatezza delle nostre istituzioni. Venti anni fa, la classe politica uscita dal crollo della Prima Repubblica venne chiamata a una complessiva opera di «rifondazione». Si trattava, tra l'altro, di rinnovare un intero apparato simbolico, quell'insieme di pratiche di natura rituale sul quale un sistema politico fonda la propria legittimazione. Nella crisi del biennio 1992-1994, oltre ai partiti storici era infatti andato perso anche il «patto costituzionale» ereditato dall'antifascismo e dalla Resistenza che, almeno per i trent'anni che vanno dal 1960 al 1990, aveva improntato la nostra religione civile. Per ricominciare, occorreva riempire quel vuoto, essere in grado di proporre una lettura del nostro passato «nazionale» normativamente forte e in grado di inculcare una nuova tavola dei valori della Repubblica.
Venti anni dopo prendiamo atto di un vero fallimento. Il sentirsi italiani, il riconoscersi in un valore che non sia solo l'essere tutti figli dello stesso benessere e che si fondi su un comune nucleo civico, è oggi un sentimento che non suscita passione, mentre altre scelte si affermano in un universo sempre più affollato da derive familistiche, da egoismi aggressivi, da pulsioni che oscillano tra il rancore e la passività. La memoria pubblica è un «patto» in cui ci si accorda su cosa trattenere e cosa lasciare cadere degli eventi del nostro passato.
Su questi eventi si costruisce l'albero genealogico di una nazione. Sono i pilastri su cui fondare i programmi di studio da proporre nelle scuole, i luoghi di memoria, i criteri espositivi dei musei, i calendari delle festività civili, le priorità da proporre nella grande arena dell'uso pubblico della storia, le scelte sulla base delle quali si orientano tutti i sentimenti del passato che attraversano la nostra esistenza collettiva. I fondamenti di quel «patto» cambiano a seconda delle varie «fasi» che scandiscono il processo storico di una nazione. Ogni volta cambiano i suoi contraenti e i suoi contenuti.
La fragilità della nostra memoria pubblica deriva oggi essenzialmente dalla precarietà dei suoi contenuti e dall'inadeguatezza dei suoi contraenti. I partiti che avevano costruito e monopolizzato il vecchio «patto di memoria» sono tutti scomparsi, sostituiti da partiti che con il passato hanno un rapporto contraddittorio, volatile, spesso inesistente.
Sul piano istituzionale, è rimasta solo la Presidenza della Repubblica a costruire memoria, in un cambiamento di ruolo tanto drastico, quanto significativo, cominciato già con Pertini e reso clamorosamente evidente prima da Ciampi, poi da Napolitano. I loro interventi, tuttavia, sono come le chiazze d'olio in un mare in tempesta: rassicurano e placano, mentre tutt'intorno la burrasca imperversa e le onde del risentimento e della rissa sul passato continuano ad accavallarsi impetuose. Tutte quelle giornate della memoria testimoniano l'affanno delle nostre istituzioni all'inseguimento di una legittimazione che diventa più precaria. Alla loro quantità non si è accompagnata una pari efficacia. Ed anzi, anche su quel terreno nevralgico per la sua stessa credibilità, lo Stato ha finito per confessare la sua impotenza e la sua inadeguatezza.
A tenere insieme il complesso di quelle leggi è stato infatti il tentativo di proporre come contenuto del patto fondativo della nostra memoria il dolore e il lutto che scaturiscono dal ricordo delle «vittime». Ma Shoah a parte, che resta un terribile unicum nella storia dell'umanità, nella tragedia italiana della mafia e degli anni di piombo, come delle foibe, delle catastrofi naturali, del dovere, emergono solo vittime: sempre e solo vittime. Ma quali sono le caratteristiche di una memoria che scaturisce dalla «centralità delle vittime»? Una fortissima carica rivendicativa, un'inesausta richiesta di risarcimento e di riparazione. E poi ancora la soffocante presenza delle emozioni: odio, vendetta, perdono, pietà, compassione.
Infine, mastodontica, la competizione tra le varie vittime, quasi che ognuna di esse, per poter vedere riconosciuto il proprio dolore, debba sopravanzare quello delle altre. Una competizione resa assordante dalla risonanza mediatica attribuita a quel dolore. Per emozionare, commuovere, suscitare consenso, le sofferenze vanno gridate; e più si grida forte più si sfondano le barriere dell'audience e dell'ascolto. Quasi che le emozioni siano merci e quasi che sia il mercato a imporre le sue regole, nel controllarne la domanda e l'offerta. Ma al mercato si può chiedere tutto, non di costruire una qualsiasi forma di bene comune e tantomeno una religione civile.
GIOVANNI DE LUNA http://www.repubblica.it/

lunedì 6 febbraio 2012

Chi vota a destra è un imbecille?

“Chi vota a destra è un imbecille?”, con il punto di domanda (ci tengo a sottolinearlo, il punto di domanda) è stato un piccolo tormentone che ha accompagnato la nascita di questo piccolo blog, e che ho inserito ogni mese nel primo anno, dal 2009 al 2010. Poi mi sono fermato, perché ho visto che qualcosa stava cambiando: la vittoria di Pisapia a Milano, per esempio. La mia domanda nasceva da un’altra domanda: “La maggioranza degli italiani vota a destra e vota Lega Nord, vorrai mica venirmi a dire che sono tutti imbecilli?”. E’ una questione che è stata posta da molte persone, anche in tv e nei giornali, anche da persone attente a quello che succede. Pensavo (speravo) che ormai fosse inutile tornare sull’argomento, ma mi hanno convinto a tornarci sopra le recenti uscite di Mario Monti e del neo ministro del Lavoro Olga Fornero, nonché quelle della signora Cancellieri neo ministro dell’Interno, riguardanti lo Statuto dei Lavoratori (quel che ne resta) come principale ingombro alla ripresa dell’economia e degli investimenti esteri nel nostro Paese.
Per un paio di mesi Mario Monti e i suoi ministri sono rimasti zitti, poi i buoni risultati sullo “spread” sono diventati visibili, ed ecco un profluvio di apparizioni tv, di dichiarazioni e di affermazioni, di interviste sui giornali e su internet, di autocompiacimento e di provvedimenti trionfalmente sbandierati. Che ci sia qualcosa nell’aria di Palazzo Chigi, mi sono chiesto? Forse è il caso di chiamare i NAS o i RIS, o forse basterebbe ricordare un vecchio detto, cioè che meno si parla meglio è. E’ statisticamente accertato, infatti (lo dico in primo luogo per me, sia chiaro) che meno si parla e meno scemenze si dicono; bisognerebbe tenerne conto, e sarebbe già un gran passo avanti nella ripresa economica e morale del Paese. Giù la testa, e pedalare: il fiato teniamolo per le salite.

Forse sarà il caso di ricordare: tutta l’Europa è in crisi, e tutta l’Europa è governata dalle destre. Prima non era così, prima l’Europa non era in una crisi così grave, e anzi nel 1999 e nel 2000 si era riusciti a varare la moneta unica, che aveva avuto notevole successo, al punto che gli arabi dell’OPEC stavano pensando di sostituire il dollaro con l’euro per stabilire il prezzo al barile del petrolio. E qui da noi, due anni fa, si discuteva se far entrare la Turchia nell’UE. Ce ne siamo già dimenticati, ma basterebbe andare a leggere i giornali, dare un’occhiata ai tg del 2009...
Il ’68 è finito da tempo, è roba di quarant’anni fa. L’URSS è finita nel 1989. La destra governa di fatto l’Europa da quasi vent’anni, ma la prevalenza della destra viene da lontano: una sequenza che parte da Margaret Thatcher, prosegue con Ronald Reagan, con i paninari dei primi anni ’80, con tv e radio commerciali, con il liberismo, con il leghismo separatista, con il federalismo messianico, e prosegue oggi con i bocconiani al potere. Fa un certo effetto, oggi, vedere Mario Draghi che dice di non dare troppo ascolto alle agenzie di rating: benvenuto, era ora! Ma dove erano i fustigatori del debito pubblico quando dai “maître à penser” della destra si esaltava il debito come forma di investimento? C’è l’esempio dell’Irlanda: magnificata negli anni ’90 perché detassando aveva attirato capitali, la stessa cosa che avevamo fatto noi con la Cassa del Mezzogiorno. Ancora oggi le lettere del fondo d’investimento della mia banca sono datate da Dublino, ma nel frattempo l’Irlanda ha dichiarato fallimento ed è in una crisi gravissima.

Mi ha fatto una certa impressione vedere l’espressione felice e soddisfatta di Mario Monti mentre annunciava che d’ora in poi i panettieri rimarranno aperti anche la domenica, e che si potrà far circolare i Tir anche nei giorni festivi, con l’idea che più merci circolano e più i negozi sono aperti, più si vende: un’idea che poteva avere qualche senso, che so, nel 1947... Ma la gente spende se ha i soldi, se non ha i soldi non spende. E se a me serve un chilo di pane, non ne compro tre chili; se compro oggi un televisore non ne comprerò uno anche domani solo perché domani è domenica e il centro commerciale è aperto, di televisori e di lavatrici ne ho già abbastanza, li comprerò di nuovo quando non funzioneranno più. E mi ha fatto una certa impressione anche vedere in tv l’imprenditore Preatoni (su La7, da Daria Bignardi), affermare con orgoglio che lui in Italia non investe da trent’anni: gli investimenti li fa in Estonia, in Egitto, in Russia, in Italia mai e poi mai. Curioso Paese, ha commentato Alessandro Robecchi (lì presente), dove gli investitori non investono... (però i negozi sono aperti, alleluia!) ( già che ci sono posso ricordare, en passant, che dal 1970 in qua, con tanto di art.18 e di Statuto dei Lavoratori, sono venute in Italia centinaia di aziende estere a investire, anche aziende grosse).
Con Berlusconi e Bossi al potere, si sono spesi soldi per le “grandi opere” (cioè per i giocattoli, costosissimi e utili solo per una minoranza), per il grattacielo della Regione Lombardia (non bastava il Pirellone??), per la TAV (che serve solo le grandi città e non i pendolari), per il Ponte di Messina; e si è lasciato andare tutto il resto in vacca, seguendo il principio del “fannullone”, cioè che “c’è gente che prende lo stipendio senza lavorare, che scalda la sedia”, eccetera eccetera, secondo i più triti luoghi comuni. Pompei è il caso esemplare: non si pagano più i “muratori fannulloni”, ma intanto Pompei crolla come non era mai successo prima, facciamo una figura di merda su scala universale e ne parlano anche in Giappone e in India, e adesso dovremo spendere dieci volte di più per riparare, ammesso che riparare sia possibile. E’ come se il comandante di un forte lasciasse a casa le sentinelle, “sono tre mesi che sono lì e il nemico non arriva, io non pago la gente per non fargli fare niente!”, sembra una barzelletta eppure la gente che ragiona così, come l’ex ministro Brunetta, esiste davvero. E i risultati parlano chiaro: se avessimo tenuto a libro paga quei quattro vecchi muratori napoletani, probabilmente Pompei sarebbe ancora in piedi. Magari per far passare il tempo, un girettino per l’antica città l’avrebbero fatto; magari per non saper come tirare la sera, avrebbero messo un po’ di malta qua e là; e magari nessuno ne avrebbe parlato, ma se le catastrofi non succedono il tg si occupa di altre cose.
Bossi e Berlusconi hanno lasciato rovine, Monti ci sta spargendo sopra il sale; ma la colpa di tutto non è dei Monti, dei Bossi, dei Tremonti, e dei Berlusconi, è di chi li ha votati e di chi li ha ascoltati in questi venti o trent’anni, Chiesa e Sinistra compresi. A Mario Monti è spettato il compito di rimettere in sesto i conti pubblici disastrati dal ventennio di Tremonti, Bossi e Berlusconi: è il compito che spetta ai commissari fallimentari, e fallimentare è stata la gestione della destra, Monti compreso. L’esonero di Berlusconi (mi si passi il termine calcistico, ma così è) è arrivato dopo la retrocessione del nostro Paese in serie B, Padania compresa. Le ricette messianiche di Umberto Bossi, il federalismo come guarigione da tutti i mali, hanno in realtà aggravato i conti pubblici. Il resto è fuffa, nelle migliore delle ipotesi; e non mi si venga a dire che con le privatizzazioni e con le liberalizzazioni tutto si risolve, perché dall’Unità d’Italia in poi le Poste non erano mai rimaste ferme quattro giorni di fila, Milano non andava in tilt per dieci centimetri di neve, i treni delle FFSS collegavano anche i piccoli paesi, e non possiamo nemmeno più licenziare i dirigenti dell’ENEL se manca la luce dopo una nevicata, perché ormai l’ENEL è solo uno dei tanti fornitori, “se non vi va bene potete cambiare, è il libero mercato”.

PS: Ho ritrovato di recente un francobollo del 2002: con 41 centesimi si spediva una lettera. Oggi ne servono centoventi, un euro e venti, e c’è sopra la pubblicità.
PPS: mentre scrivo, la Finlandia è andata a votare e ha scelto la destra. La Finlandia era un Paese portato ad esempio come buona amministrazione, perché mai cambiare? I Paesi della Scandinavia, socialdemocratici per tradizione, dalla Svezia alla Danimarca alla Norvegia, erano dal 1945 quelli dove si viveva meglio e dove c’era meno corruzione, idem in Germania e in Olanda: cosa sarà mai successo? A me sembra che ci sia poco di razionale in queste scelte, e il veder risorgere ideologie come nazismo e fascismo mi fa pensare a Jung, all’inconscio collettivo, all’idea che tutti sentiamo, più o meno consciamente, che le risorse e la ricchezza si sono di molto ridotte. Da qui nasce l’illusione di sentirsi più forti votando per chi mostra i muscoli, ma non dimentichiamo che nazismo e fascismo nascono come ideologie prima di tutto belliche. “Belliche” è una parola che viene dal latino, tradotto in lingua corrente diventa così: “ideologie di guerra”.

sabato 4 febbraio 2012

La magniloquenza dell'organo

Siamo abituati a pensare all’organo come a qualcosa di maestoso, di imponente, di magniloquente: l’organo che sta nelle cattedrali. Invece no, non è sempre stato così: la musica per organo di questo tipo è soprattutto ottocentesca, romantica, e ha probabilmente il suo culmine in César Franck (1822-1900). Prima, prima dell’Ottocento, l’organo esiste in molte forme, grandi e piccole; esistono perfino, già in epoca antica, degli organi portatili, che sono probabilmente all’origine delle fisarmoniche, degli organetti diatonici, dell’accordeon.

La musica per organo grande e magniloquente, o solenne e commossa, è sempre esistita e ne troviamo molti esempi in Johann Sebastian Bach. L’altro aspetto dell’organo, quello divertito e leggero, è rappresentato in maniera ampia da molte composizioni, ma soprattutto dai Concerti per organo di Haendel, da lui pubblicati come opera 7.  Haendel era, oltre che impresario e operista, un grandissimo organista e tastierista; le cronache d’epoca raccontano di sue strepitose esibizioni a Londra (dove viveva), vere e proprie improvvisazioni degne di Paganini, o magari di Jimi Hendrix e dei rockers del Novecento: tutta gente che sarebbe venuta dopo un bel po’, ma il piacere della musica è sempre esistito, e quando un musicista padroneggia alla perfezione uno strumento (o magari anche più di uno, come Vivaldi), l’elemento ludico, il divertimento e il piacere dell’improvvisazione, trovano sempre ampio spazio.
Dei Concerti per organo op.7 si racconta che Haendel si decise a pubblicarli a stampa perché si era stancato di trovare in giro copie malfatte e insoddisfacenti, vera e propria “pirateria” come quella odierna, che avevano grande successo. E dunque, se proprio interessavano così tanto, quelle sue improvvisazioni fatte per puro divertimento, che almeno circolassero in un’edizione scritta proprio da lui, dall’Autore; e se magari c’era l’occasione di guadagnarci qualcosa, i soldi erano ovviamente sempre benvenuti. E’ così che oggi possiamo ascoltare, messe bene in ordine e con adeguato accompagnamento orchestrale (l’orchestra di Haendel!) molte di quelle improvvisazioni estemporanee, trascritte e riordinate dallo stesso Georg Friedrich Händel. E’ un ascolto stupefacente, che dapprima lascia sconcertati per la leggerezza e la facilità della scrittura e di molte melodie, musiche che sembrano anticipare il novecentesco organo Hammond (elettrico) dei Doors o di Brian Auger, o certe cose di Keith Emerson. In realtà è il contrario: i rockers degli anni ’60 del Novecento si erano ascoltati e studiati con molta cura Bach e Handel, giungendo spesso a vere e proprie trascrizioni, come accadde per i Procol Harum (grandi successi di vendita con una melodia presa di peso da un’opera di Bach). Da questo punto di vista, per chi si fosse incuriosito, consiglio di ascoltare il Concerto per organo in re minore op.7 n.4; ma tutti i Concerti dell’opera 7 sono belli e ben scritti, magari ci vuole un po’ per ambientarsi ma poi non si finisce mai di trovarci cose nuove.
L’edizione che sto ascoltando è quella di Ton Koopman, organista e direttore d’orchestra olandese, con la Amsterdam Baroque Orchestra; gran parte di queste notizie le devo all’ascolto di Paolo Terni su Radiotre, qualche anno fa (spero di non aver scritto troppi errori o imprecisioni). Mi piacerebbe ascoltare ancora le lezioni di Paolo Terni, ma non so neppure più se conduce ancora qualche trasmissione: il sito internet di Radiotre è diventato un labirinto impossibile da consultare, la cosa mi stupisce molto, non sono l’ultimo arrivato in materia di internet ma non riesco più a trovare i programmi che mi interessano, ho provato a segnalare la cosa ma vedo che vanno avanti imperterriti per la loro strada, e quindi ho rinunciato a cercare e ad ascoltare. Cos’altro fare? Si vede che sono io che non sono all’altezza dei tempi...
Händel era tedesco di nascita, sassone; nato nel 1685 (coetaneo di Bach e di Scarlatti), a vent’anni era già famoso e si trasferì in Italia, prima a Firenze e poi a Roma, dove visse un paio d’anni e dove conobbe Corelli, che lo influenzò moltissimo. A Roma si trovava benissimo e ci sarebbe rimasto volentieri, ma il Papa di allora vietò le rappresentazioni teatrali, ritenendole peccaminose; Haendel voleva scrivere per il teatro, e non potendolo fare a Roma si trasferì a Londra, dove vivrà tutto il resto della sua vita, finendo per diventare il compositore nazionale inglese (suo il famosissimo “Alleluia”, per coro: quasi un inno). A Londra, Haendel (o Handel, all’inglese) debuttò con un’opera lirica chiamata “Rinaldo”, nella quale aveva messo tutte le sue musiche più belle; il risultato fu un immediato ed enorme successo, e non poteva essere diversamente.
La melodia più bella e più famosa del “Rinaldo”, vero e proprio cavallo di battaglia di Haendel fin dai tempi tedeschi, è quella che viene cantata su queste parole, in italiano:
Lascia ch’io pianga
mia cruda sorte
e che sospiri
la libertà.
Le immagini: qui sopra un ritaglio da un numero del mensile Amadeus; più sopra, il dettaglio di una pedaliera, l'organo della Albert Hall nel 1932, l'organo del capitano Nemo in Ventimila leghe sotto i mari, nel film della Disney. Di queste tre immagini, prese molto tempo fa da internet, non ho il link preciso, e me ne scuso. (facendo clic sull'immagine si può leggere quello che c'è scritto).

venerdì 3 febbraio 2012

Le barricate misteriose

Ho incontrato la musica di François Couperin registrando per caso, dalla radio, un brano sorprendente e meraviglioso, con un titolo complicatissimo del quale lì per lì avevo memorizzato solo il nome dell’esecutore: “clavicembalista: Kenneth Gilbert”. Voglio dire: sembrava Jimi Hendrix, eppure era un clavicembalo.
In seguito avrei imparato che ci sono parecchi tipi di clavicembali, costruiti in tempi diversi da diversi costruttori, e che il clavicembalo somiglia solo apparentemente al pianoforte, ma non ne è l’antenato diretto. Nel pianoforte ci sono delle corde che vengono percosse da un martelletto, nel clavicembalo le corde vengono pizzicate da un plettro, o da qualcosa che somiglia a un plettro: ecco dunque la somiglianza con il suono della chitarra, che mi avrebbe colpito anche in seguito e che continua a colpirmi ancora oggi.
Però in quegli anni di queste cose non sapevo ancora niente (anzi: niente di niente, meno di zero, per essere sinceri) e mi aveva colpito questo torrente di note, un flusso inarrestabile e incredibilmente violento che proprio non mi sarei aspettato da un compositore di quel periodo. I luoghi comuni hanno infatti questo di bello: che quando si riesce a smentirli o a distruggerli è sempre un piacere. In questo caso, avevo distrutto per sempre l’idea che la musica dei secoli passati fosse una cosa noiosa, e – soprattutto – cominciavo a capire che i compositori erano persone come noi, che bisognava dimenticarsi delle parrucche con cui appaiono nei loro ritratti ufficiali (la parrucca, a casa, se la toglievano subito; e spesso erano ragazzi di vent’anni, o trenta – come Mozart e come Pergolesi). Ma la cosa più importante era questa: i compositori scrivevano anche per se stessi. Se ci fate caso, le cose più personali e attuali di Bach, di Beethoven, di Brahms, sono quelle che scrivevano per se stessi, nel chiuso delle loro camere, per il loro strumento. Lì non c’erano obblighi di commissione, non c’era un pubblico da soddisfare con effetti facili, non c’era niente da vendere, c’era solo il piacere di inventare e di scrivere per se stessi. Poi, se piaceva anche agli altri, meglio. E’ così che nascono le cose migliori.
Tornando all’oggi, soprattutto ascoltando esibizioni sempre più deludenti e chiuse su se stesse, posso aggiungere che se fossi un chitarrista rock (ahimè, non lo sono...), mi studierei per bene le scale e le sequenze scritte da questi due signori, Rameau e Couperin; oltre a Bach, naturalmente. Poi, liberissimi di tornare alla musica che più piace: ma qui c’è da imparare, e molto.
I titoli dei brani di Couperin sono davvero strani, e rivelano il divertimento con cui venivano scritti. Couperin pubblicò la maggior parte delle sue Sonate in due Libri e ventisette Ordini (cioè raccolte di venti o venticinque brani, all’interno dei due Libri), alternando titoli normali come allemande, courante, sarabande, gavotte (nomi di danze tradizionali) a titoli strani come Le Api, I Sentimenti, l’Incantatrice, I Piaceri di Saint Germain en Laye, La Laboriosa, La Fiorentina, Le Idee Felici, La Diligente, La Voluttuosa, La Spagnola, La Pericolosa, La Sveglia del Mattino, Gli Ornamenti, Le Onde, La Pettegola, Il Monastero, L’Olimpica, L’Insinuante, La Seducente, La Trionfante, La Castellana, Le Grazie Naturali, Les Folies françaises ou les Dominos, Le Dodo, L’Evaporato, Le Grazie Incomparabili, La Distratta, I piccoli mulini a vento, Le tic-toc choc ou Les Maillotins, l’Ingenua, L’artista, Il buffone, La Principessa Maria, Les Tambourins, La Regina di Cuori, L’audace, Le merlettaie, L’arlecchino, I vecchi signori, Le ghirlande, Madame Monflambert, Le ombre erranti, Le cinesi, Le Muse vittoriose. Sono titoli che letti di fila possono sembrare strani o divertenti (e si tratta solo di una piccola parte del repertorio), ma posso assicurare che in tutti quelli che ho ascoltato c’è una corrispondenza diretta tra la musica e il titolo. Poi, si sa, molto dipende anche dallo strumento e dall’esecutore: le mie edizioni di riferimento sono quelle di Blandine Verlet per il cembalo e di Angela Hewitt per il pianoforte (ai tempi di Couperin il pianoforte non era ancora stato inventato, ma non c’è bisogno di trascrizioni, le partiture sono sempre quelle), ma per nostra fortuna i grandi clavicembalisti e pianisti sono molti, ed è bello ascoltare e confrontare le diverse esecuzioni. L’edizione moderna delle opere di Couperin fu curata da Johannes Brahms, che amava moltissimo questa musica.
In quanto ai titoli strani, non scherzava nemmeno Jean Philippe Rameau : per esempio L’amphibie, L’enarmonique, Le rappel des Oiseaux (da non perdere), e neanche Gioacchino Rossini che a metà Ottocento, a Parigi, diede nomi buffi alle sue composizioni per pianoforte, forse proprio ispirandosi a Rameau e a Couperin. Stranamente sobrio fu invece il napoletano Domenico Scarlatti, un altro grande della tastiera, che non diede nomi alle sue Sonate, anch’esse molto belle e molto brevi, e che sono a tutt’oggi indicate solo con la tonalità.
La sonata di Couperin che mi aveva colpito, quando ancora non ne sapevo niente e ascoltavo i Doors, era un pezzo quasi teatrale che si ispirava alla delinquenza organizzata, quella che sfrutta i mendicanti e che fu ben descritta molto tempo dopo da Victor Hugo (Notre Dame). Purtroppo non si tratta di antiquariato, la delinquenza organizzata che specula sulle elemosine esiste ancora oggi, e per i titoli dati ai suoi brani da Couperin nel ‘600 si possono trovare corrispondenze precise anche soltanto camminando per strada nelle nostre città più grandi: Les fastes de la grande et ancienne Ménestrandise (secondo libro, undicesimo ordine) premier acte : Les Notables er Jurés-Menestrandeurs ; second acte. Les Viéleux et les Gueux ; troisième acte : Les Jongleurs, Sauteurs et Saltimbanques ; quatrième acte : Les Invalides, ou gens estropiès au service de la grande Ménestrandise ; cinquième acte : Désordre et déroute de toute la troupe, causès par les Yvrognes, les Singes et les Ours. (Kenneth Gilbert al cembalo).
Di Couperin sono molto belli anche i brani strumentali e d’occasione come la serie delle Leçons de Ténèbres, i Concert Royals, e anche Les gouts réunis (sempre musica per orchestra).
Un brano incredibile, quasi insopportabile nella sua forza, è “Le rossignol en amour” per flautino soprano e cembalo, che si trova nel secondo libro, 14mo ordine.
“Les baricades mistérieuses” è un brano brevissimo e meraviglioso, per pianoforte o per clavicembalo, scritto da François Couperin (primo libro, sesto ordine). L’ho fatto ascoltare a molte persone, e tutti sono rimasti incantati: è una meraviglia fin dal titolo. (la pagina qui sotto viene dall’edizione Dover, americana, che fino a poco tempo fa si trovava in edizione economica sugli scaffali dei negozi di musica) (ma esistono ancora i negozi di musica?)
PS: sulle copertine dei loro rispettivi cd con le registrazioni da Couperin non ci sono le foto delle signore Verlet e Hewitt: così mi sono dovuto un po' arrangiare. Niente di male, le foto sono belle e si tratta pur sempre di Johann Sebastian Bach, (che di Couperin era un po' più giovane, ma non di molto).

giovedì 2 febbraio 2012

Dubliners

La prima volta che ti innamori, e i tuoi che continuano a trattarti come un bambino: sono sicuro che sta accadendo ancora, proprio adesso, ma nessuno ne parlerà.
James Joyce, da Dubliners-Gente di Dublino
(...) Finalmente lei mi parlò. Alle prime parole che mi rivolse rimasi cosí confuso che non seppi risponderle. Mi domandò se sarei andato all' "Arabia". Non ricordo se risposi di sì o di no. Doveva riuscire una bellissima fiera, disse, e le sarebbe piaciuto andarci.
« E perché non puoi? » domandai.
Parlando si rigirava un braccialetto d'argento al polso. Non poteva, spiegò, perché quella settimana aveva un ritiro al suo convento. Il fratello e altri due ragazzi si stavano disputando i berretti nella strada e io ero solo presso il cancello. Lei si teneva a una sbarra e piegava la testa verso di me. La luce del lampione di fronte colpiva la bianca curva del collo e illuminava i capelli raccolti sulla nuca, la mano posta sulla sbarra. Cadendo di lato sul vestito, colpiva anche l'orlo bianco della sottana, che la posa trascurata lasciava intravedere.
« Faresti bene ad andarci tu » disse.
« Se ci vado » risposi « le porterò qualcosa. »
Quali innumerevoli follie mi sconvolsero la mente, da quella sera, sia da sveglio, che nel sonno. Avrei voluto annientare le monotone giornate che seguirono. Lo studio m'era divenuto insopportabile: di notte in camera, di giorno a scuola, l'immagine di lei s'interponeva fra me e la pagina che mi sforzavo di leggere. Nel silenzio in cui l'anima mia s'esaltava le sillabe della parola "Arabia" mi tornavano in mente per versare in me un incantesimo orientale. La zia se ne stupí ed espresse la speranza che non si trattasse di qualche trappola da frammassoni. In classe rispondevo stentato. Vedevo la faccia dell'insegnante da benevola divenire severa: si augurava che non diventassi uno sfaticato. Non riuscivo a tenere insieme le mie idee vagabonde e non avevo più pazienza per il lavoro serio della vita, che frapponendosi ora tra me e i miei desideri, mi pareva un gioco da bambini, un odioso e monotono gioco da bambini.
Il sabato mattina ricordai allo zio che dopo cena avrei voluto andare alla fiera. Stava agitandosi presso la mensola dell'attaccapanni in cerca della spazzola da cappelli e mi rispose breve:
« Sí, sí, lo so, ragazzo mio. »
Ora che c'era lui in anticamera non potevo andare nel salotto e affacciarmi alla finestra. Sentivo che tirava un'aria di malumore in casa e cosí m'avviai lentamente verso la scuola. Faceva un freddo spietato e in cuore già avevo un triste presentimento.
Quando tornai a casa per cena lo zio non era rientrato. Era ancora presto. Per un po' rimasi seduto a guardare l'orologio e quando il suo tic-tac cominciò a irritarmi, lasciai la stanza. Salii le scale e raggiunsi la parte superiore della casa. Le stanze alte, fredde, vuote e oscure mi dettero un senso di sollievo: passavo dall'una all'altra cantando. Dalla finestra sul davanti vedevo i miei compagni giocare giú nella strada. Le loro grida mi giungevano opache e indistinte, e con la fronte appoggiata al vetro freddo guardavo la casa buia dove abitava lei. Sarò rimasto lí quasi un'ora, non vedendo se non la figura in veste bruna che la mia immaginazione evocava, con la luce del lampione che illuminava discreta la bianca curva del collo, la mano posata sulla sbarra e l'orlo della sottana.
Quando ridiscesi, trovai Mrs. Mercer seduta presso il fuoco. Era la vedova d'uno strozzino, una vecchia chiacchierona che raccoglieva francobolli usati a scopo di beneficenza. Mi dovetti sorbire le sue ciarle durante il tè. Il pasto si prolungò per piú di un'ora e frattanto lo zio non era rientrato. Mrs. Mercer s'alzò per andarsene: le spiaceva di non poter aspettare di piú, ma erano le otto suonate e non voleva trovarsi fuori tanto tardi perché l'aria della notte le faceva male. Quando se ne fu andata mi misi a passeggiare in su e in giú per la stanza, coi pugni stretti. La zia disse:
« Ho paura che dovrai rinunciare alla tua fiera, per questa notte di Nostro Signore. »
Alle nove sentii la chiave dello zio che alzava il saliscendi della porta d'entrata. Lo sentii anche parlare fra sé e notai il dondolio dell'attaccapanni sotto il peso del cappotto: tutti indizi che sapevo interpretare. Solo quando fu arrivato a metà della sua cena, gli chiesi i soldi per andare alla fiera. Se n'era dimenticato. « È a letto la gente a quest'ora, e già nel primo sonno » disse.
Ma io non sorrisi e la zia intervenne energica.
« Potresti anche darglieli i soldi e lasciarlo andare. L'hai già fatto aspettare abbastanza. »
Lo zio si dichiarò spiacente della dimenticanza. Disse che credeva nel vecchio proverbio: "Sempre lavoro e niente svago fa di Jack un ragazzo barboso". Mi domandò dove andavo e quando gliel'ebbi ripetuto una seconda volta domandò se conoscevo "L'addio dell'arabo al suo corsiero". Quando uscii di cucina ne stava recitando i primi versi alla zia.
Col mio fiorino stretto in pugno m'avviai giù per Buckingham Street, verso la stazione. La vista delle strade illuminate a gas e affollate di compratori mi rammentò la meta del mio viaggio. Mi sedetti in una carrozza di terza classe, in un treno vuoto. Dopo un'attesa interminabile il treno usci lentamente dalla stazione. Arrancava fra case in rovina, lungo il fiume che luccicava. A Westland Row una folla di gente s'accalcò agli sportelli ma i facchini la respinsero dicendo che era un treno speciale per la fiera. Rimasi solo nello scompartimento vuoto. Pochi minuti dopo il treno si fermava presso una piattaforma di legno provvisoria. Uscii nella strada e dal quadrante luminoso di un orologio vidi che mancavano dieci minuti alle dieci. Un capannone mi stava di fronte, ostentando il magico nome.
Non mi riuscí di trovare l'ingresso da sei pence e nel timore che avessero a chiudere, passai in fretta da un'entrata girevole tendendo uno scellino a un uomo dall'aria stanca. Mi trovai in una gran sala circondata a mezza altezza da una galleria. Quasi tutti i padiglioni erano già chiusi e la maggior parte della sala era al buio. Vi ritrovavo un silenzio simile a quello che invade le chiese dopo la funzione. M'avviai timido verso il centro della fiera. Poca gente si raccoglieva intorno ai padiglioni ancora aperti. Dinanzi a un sipario sopra il quale erano scritte a lampadine luminose le parole Cafè Chantant, due uomini contavano del denaro su un vassoio. Sentivo il tintinnare delle monete.
Ricordandomi con sforzo perché ero venuto, m'avvicinai a uno dei padiglioni e mi misi a guardare i vasi di porcellana e i servizi da tè a fiorami. Sull'ingresso del padiglione una signorina parlava e rideva con due giovanotti. Notai il loro accento inglese e prestai un orecchio disattento ai discorsi che facevano.
«Ma io non ho mai detto una cosa simile. »
« Vi dico di sí! »
« Vi dico di no! »
« Si, l'ho sentita anch'io. »
« Oh, ma è una.., frottola! »
Scorgendomi, la signorina s'avvicinò, domandandomi se volevo comprare qualcosa. Non aveva un tono troppo incoraggiante; pareva mi avesse parlato solo per un senso di dovere. Guardai umile gli alti vasi che come guardie orientali fiancheggiavano da ambo i lati l’ingresso buio del padiglione e mormorai:
« No, grazie. »
La signorina cambiò di posto a uno dei vasi e tornò dai due giovanotti. Ripresero a parlare sullo stesso argomento. Una volta o due la signorina mi diede un'occhiata da sopra la spalla.
Sebbene sapessi ch'era senza scopo, indugiai ancora dinanzi al padiglione, tanto per rendere piú verosimile il mio interesse alla merce. Poi mi voltai lentamente e presi giú per il corridoio centrale. Mi lasciai scivolare in tasca le due monete da un penny accanto a quella da sei pence. Da una delle estremità della galleria sentii una voce gridare che si spegnevano le luci. Adesso la parte superiore della sala era completamente in ombra. Alzando allora lo sguardo su nel buio mi vidi come una creatura trascinata e derisa dalla vanità; e gli occhi mi bruciavano d'angoscia e di rabbia.
James Joyce, da Dubliners-Gente di Dublino, il racconto "Arabia" (traduzione di Franca Cancogni, Giulio Einaudi Editore)

So che c'è ancora chi dice che Joyce è difficile. Non so, a me non sembra proprio.
(Oggi è il 2 febbraio, compleanno di James Joyce: stessa età di uno dei miei nonni)