- Bra! – dice la mamma.
- Bra! – risponde l’uccellino.
- Bra bra! – dice la mamma.
- Bra bra! – risponde l’uccellino.
Ma evidentemente risponde in maniera non perfetta, la mamma scuote la testa e ripete con pazienza: «Bra bra!». Stavolta la risposta è giusta e si può passare alla modulazione successiva: «braa-bra!»
Il piccolino si applica, la lezione prosegue e va a finire che se sto attento imparo qualcosa anch’io. Una lingua nuova fa sempre comodo, mica c’è solo l’inglese o il tedesco o il cinese mandarino, da imparare.
Prima di capire cosa succede, ci metto un po’: poi guardo in alto, sul tetto del palazzo vicino, e vedo che proprio sui rami dell’antenna tv ci sono due cornacchie, una più grande e una più piccola: madre e figlio, quasi sicuramente. Due cornacchie di quelle nere e grigie, comunissime, di quelle che a tanti non piacciono: ma è solo questione di farci l’abitudine, dopo un po’ il “cra” e il “bra” diventano simili al “qua” e al “qua qua” delle oche e delle anitre, e non ci si fa più caso.
Un’altra cornacchia l’ho vista l’altro giorno parcheggiando la macchina: era intenta a raccogliere da terra qualcosa di prezioso, e mi sembrava un pesce. Un pesce, qui? Ma la spiegazione era semplice: in questo parcheggio, oggi, la mattina c’è stato il mercato; evidentemente tre o quattro pesciolini (poi ho controllato, erano quattro) sono caduti per terra e sono sfuggiti anche alle ramazze delle pulizie (il parcheggio è in perfetto ordine). Quando sono tornato, di pesciolini non c’era più neanche l’ombra; però la cornacchia era ancora lì a cercare in giro, hai visto mai che ce ne siano ancora?
Le cornacchie, le gazze, i corvi, perfino i merli, sono tra quelli che tengono in ordine il nostro mondo: uccelli utili, alla fine dei conti. Basterebbe imparare a conoscerli, non fermarsi al “mi piace / non mi piace”: faranno magari un brutto verso (non sono mica usignoli, questo è chiaro), ma non è gente brutta, e quella mamma sul tetto col piccolino era davvero commovente. Chissà quante volte l’hanno fatta, questa scuola all’aperto, e io non me ne ero mai accorto.
La cornacchia grigia si chiama “Corvus corone cornix”, quella nera “Corvus corone corone”: nomi rivelatori, io ho sempre fatto una gran confusione ma era dunque una confusione giustificata. Il corvo si chiama “Corvus fragilegus”, il corvo imperiale è “Corvus corax”, la taccola sua parente “Corvus monedula”; invece il gracchio è “Pyrrhocorax graculus”, mentre il gracchio corallino è “Pyrrhocorax pyrrochorax”. La gazza è “Pica pica”, la gazza azzurra “Cyanopica cyana”, a rimarcare che qui un po’ di differenza c’è. Poi ci sarebbe la ghiandaia “Garrulus glandarius”, e anche la nocciolaia, “Nucifraga caryocatactes”.
Volendo, tra gli uccelli neri o grigi, ci sarebbero anche il merlo, “turdus merula”, che non è un curbàtt ma è un turdide, e lo storno, “Sturnus vulgaris”, “Sturnus unicolor”, “Sturnus roseus”, (che appartengono agli sturnidi) che un po’ si somigliano ma sono tutt’altra cosa.
Io comunque ho sempre fatto una gran confusione, per capirci qualcosa almeno oggi metto qui due tavole da un gran bel libro che consulto spesso, “Guida agli uccelli d’Europa”, editore Muzzio. La foto della cornacchia invece l’ho trovata in rete qualche mese fa, e come mi capita spesso ho perso il link col nome dell’autore – peccato, perché è davvero una bella foto.
(e per chi volesse approfondire l’argomento, il libro d’obbligo è “L’anello di Re Salomone” di Konrad Lorenz: il capitolo “Le mie perenni compagne”, pag.40 nella mia vecchia edizione Oscar Mondadori del 1977 – ma oggi c’è anche l’edizione Adelphi)
giovedì 7 aprile 2011
mercoledì 6 aprile 2011
Mitologia degli imenotteri
Le api, si dice, raccontano storie di leggenda intorno alla neve; chiuse nel loro alveare, ne favoleggiano l’esistenza, si dichiarano incredule, dicono che potrebbe essere l’inferno.
Similmente fanno le formiche, che tengono lunghe narrazioni usando feromoni e parole chimiche.
Le rare vespe sopravvissute al lungo inverno sussurrano alle larve di primavera, mentre le nutrono e le massaggiano con delicatezza, leggende e vicissitudini di ciò che hanno visto, del freddo atroce e del grigiore invernale; le nuove vespe pensano alla vespa che ha visto la neve come ad una divinità primigenia, così come noi facciamo con Adamo ed Eva.
L’estate è L’Eden; l’inverno e il gelo sono la Punizione; la primavera è la Resurrezione.
(Giuliano, 8.8.2006)
Similmente fanno le formiche, che tengono lunghe narrazioni usando feromoni e parole chimiche.
Le rare vespe sopravvissute al lungo inverno sussurrano alle larve di primavera, mentre le nutrono e le massaggiano con delicatezza, leggende e vicissitudini di ciò che hanno visto, del freddo atroce e del grigiore invernale; le nuove vespe pensano alla vespa che ha visto la neve come ad una divinità primigenia, così come noi facciamo con Adamo ed Eva.
L’estate è L’Eden; l’inverno e il gelo sono la Punizione; la primavera è la Resurrezione.
(Giuliano, 8.8.2006)
martedì 5 aprile 2011
Tortore
Una delle tortore si chiama Rodolfo: adesso è in alto su un palo della luce, e chiama:
- Ghi! Ghi! – dice Rodolfo.
E da lontano, dopo un po’, l’altra tortora risponde (le tortore rispondono sempre quando le si chiama), con la erre un po’ arrotata ma comprensibilissimo:
- Rro-dol-fo! Rro-dol-fo!
Quando invece Rodolfo chiama l’altra tortora, usa un nome di quattro sillabe. Come sia di preciso quel nome non l’ho mai capito, di sicuro finisce con la lettera a. Qualcosa come “cattolica”: che come nome di battesimo è un nome un po’ strano, ma magari alle tortore piace e va a finire che c’è anche qualcuna di noi umani che l’hanno battezzata così. Quando sono vicine, e magari una è sul nido, il dialogo di solito è questo: «Rro-dol-fo! Rro-dol-fo! Rro-dol-fo!» e poi, da lontano, la risposta: «Cat-to-li-cà! Cat-to-li-cà!». Eccetera, ad libitum.
Vanno avanti anche per delle mezz’ore: ma poi se mi chiedete chi è il maschio e chi è la femmina, io a dire il vero mica l’ho ancora capito.
(illustrazione da "Guida agli uccelli d'Europa", editore Muzzio)
- Ghi! Ghi! – dice Rodolfo.
E da lontano, dopo un po’, l’altra tortora risponde (le tortore rispondono sempre quando le si chiama), con la erre un po’ arrotata ma comprensibilissimo:
- Rro-dol-fo! Rro-dol-fo!
Quando invece Rodolfo chiama l’altra tortora, usa un nome di quattro sillabe. Come sia di preciso quel nome non l’ho mai capito, di sicuro finisce con la lettera a. Qualcosa come “cattolica”: che come nome di battesimo è un nome un po’ strano, ma magari alle tortore piace e va a finire che c’è anche qualcuna di noi umani che l’hanno battezzata così. Quando sono vicine, e magari una è sul nido, il dialogo di solito è questo: «Rro-dol-fo! Rro-dol-fo! Rro-dol-fo!» e poi, da lontano, la risposta: «Cat-to-li-cà! Cat-to-li-cà!». Eccetera, ad libitum.
Vanno avanti anche per delle mezz’ore: ma poi se mi chiedete chi è il maschio e chi è la femmina, io a dire il vero mica l’ho ancora capito.
(illustrazione da "Guida agli uccelli d'Europa", editore Muzzio)
lunedì 4 aprile 2011
Audience
1.
- (...) per Clint Eastwood, in “Hereafter”, lei si tuffa in un personaggio difficilissimo, in una storia davvero dell'altro mondo: un operaio che si mette in contatto con l'aldilà.
«Non avevo mai pensato di poter arrivare dove sono, non immaginavo neppure di poter fare l'attore, il regista, lo sceneggiatore, figuriamoci la stella del cinema. Però, ecco, dopo il successo di The Bourne Identity, The Bourne Supremacy e The Bourne Ultimate, me lo sono chiesto: che cosa vuoi davvero? Puoi continuare a restare legato a un cliché e fare un sacco di soldi e avere il telefono che non smette mai di squillare. Oppure puoi decidere di fare solo i film che vuoi fare. E rischiare. La verità è che nel momento in cui ti fermi lì a difendere il tuo pezzo di territorio - a proteggere quello che hai costruito - ecco: allora sei morto davvero. E qui l'insegnamento di Clint è impareggiabile».
- Come attore o come regista?
«Ma guardatelo. A ottant'anni è un uomo felice e in pace con se stesso. Perché in tutta la sua straordinaria carriera non si è mai preoccupato di che cosa la gente pensasse del suo lavoro: dai western a Mystic River a Million Dollar Baby. Se avesse pensato di seguire il business avrebbe smesso di fare film quarant'anni fa».
(intervista a Matt Damon, il Venerdì di Repubblica, 7 gen 2011)
2.
Per me il pubblico è il destinatario che esige tutto il rispetto. C'è chi - invitato in salotti di amici - si prepara vestito elegantemente per essere bene accolto; c'è chi durante il tragitto pensa le battute che dirà per divertire i presenti... Nel fare questo però molte volte si tradisce se stessi. Il modo di essere che si adegua a una presunta richiesta di altri, ritengo sia sbagliato prima ancora che nei confronti di questi altri, nei confronti di noi stessi. Perché recitare un ruolo che non è mio per farmi accettare?
Se io mi rivolgessi a una persona cara, alla quale voglio molto bene, non andrei mai a farle dei discorsi pieni di complimenti, lusinghe, blandizie eccetera, ma le direi sempre la verità, presentandomi come effettivamente sono, anche a costo di non essere bene accettato... Di conseguenza io mi presento al pubblico con la problematica che ho dentro, anche se è ovvio che questa problematica risente di fattori che vengono dall'esterno. Non voglio ingannare il pubblico attraverso quelle astuzie che rientrano nel cosiddetto "spettacolo".
(Ermanno Olmi, da “I volti e le mani”, volume allegato al dvd Feltrinelli per i film di Olmi alla Edison)
3.
- Ma lei sa che il pubblico moderno...
«Ah, ma stavo girando un film, e un film non è mai fatto per il pubblico. Un lavoro drammatico è fatto per il pubblico. Il film è fatto per se stesso.»
- Non pensa mai alla gente che lo vedrà?
«Mai!»
- In altre parole, è una specie di suo solipsismo personale?
«È interamente personale, perché il pubblico di un film non esiste. È impossibile immaginarlo. È fatto di duecento berberi dall'altra parte dei monti dell'Atlante. Di un gruppo di intellettuali negli archivi cinematografici di Atene. Di settecento borghesi che hanno votato per Nixon. Di un singolo individuo che guarda la televisione. Quel pubblico non esiste. E io sto scrivendo la mia manciata di film anche per la posterità, dove ci saranno altri generi di pubblico che non riesco neanche a immaginare. È impossibile rivolgersi a un pubblico, a meno che non ci si rivolga a un pubblico ben definito, come hanno fatto Godard, Fellini, o Bergman. Quando metto in scena un'opera teatrale, mi rivolgo a un pubblico di quest'anno in questa città. Quando faccio un film, faccio un film e basta.»
- Anche quando gira un film negli Stati Uniti?
«Certo.»
- Quindi Quarto potere non era orientato verso un pubblico americano?
«Si possono orientare le cose quanto si vuole, ma cosa ne penserà poi il pubblico americano? Io non ne avevo la più pallida idea. Non si tratta di disprezzo per il pubblico, è solo che il pubblico di un film davvero non è concepibile. Il sessanta per cento del pubblico non sentirà mai le parole che diciamo, perché il film sarà doppiato. Forse dieci milioni di persone lo vedranno soltanto in seguito, quando saremo tutti morti. Sono poveri, sono ricchi, sono grandi, sono piccoli. Non sappiamo chi sia il pubblico di un film, perciò non possiamo far altro che qualcosa in cui crediamo.»
(Orson Welles, intervista del dicembre 1974, filmata per la tv francese) (da “It’s all true” ed. minimumfax, pag.233 e seguenti)
4.
- Lei pensa mai agli spettatori?
- No, come avrei potuto? Cosa rappresentano per me? Devo insegnare loro qualcosa? Ho qualche mezzo per sapere cosa pensa John Smith a Londra o Vasil Ivanov a Mosca? Davvero dovrei essere un ipocrita a dichiarare di conoscere i pensieri, il mondo interiore di un'altra persona. Se voglio creare qualcosa posso farlo solo col mio linguaggio, trattando il pubblico come un partner a pari livello. Se ho qualche problema penso che anche il pubblico lo abbia e cerco di usare il mio film per fare chiarezza per me e per gli spettatori. Non sono né piú intelligente, né piú stupido, la mia dignità è ugualmente vulnerabile. Niente di piú facile che fare un film con lo sguardo rivolto alle tasche degli spettatori, ma non è la mia vocazione...
ANDREJ TARKOVSKIJ, intervista raccolta a Londra da Irena Brežnà (pubblicata da “Frigidaire” , circa 1982)
Una volta erano tutti così, ed è con queste persone che nascono i capolavori, e non solo al cinema. Questi concetti, ognuno a suo modo, li ripetevano anche Fellini, Kubrick, Antonioni, tutti i più grandi. Un artista lavora per se stesso, prima di tutto; e poi cerca un modo per comunicare con il suo prossimo. L'unica nostra speranza, se si vuole che il mondo torni a girare per il verso giusto, è che si torni a fare così: in tutti i campi, prima di tutto nell'industria.
In tutto questo, il concetto di “audience”, che è puramente commerciale (una parola inventata dai pubblicitari, che è utile solo ai pubblicitari) non c’entra proprio niente: è proprio guardando all’audience che si appiattisce tutto. Può anche piacere, non dico di no, a qualcuno so che piace, ma che tristezza.
- (...) per Clint Eastwood, in “Hereafter”, lei si tuffa in un personaggio difficilissimo, in una storia davvero dell'altro mondo: un operaio che si mette in contatto con l'aldilà.
«Non avevo mai pensato di poter arrivare dove sono, non immaginavo neppure di poter fare l'attore, il regista, lo sceneggiatore, figuriamoci la stella del cinema. Però, ecco, dopo il successo di The Bourne Identity, The Bourne Supremacy e The Bourne Ultimate, me lo sono chiesto: che cosa vuoi davvero? Puoi continuare a restare legato a un cliché e fare un sacco di soldi e avere il telefono che non smette mai di squillare. Oppure puoi decidere di fare solo i film che vuoi fare. E rischiare. La verità è che nel momento in cui ti fermi lì a difendere il tuo pezzo di territorio - a proteggere quello che hai costruito - ecco: allora sei morto davvero. E qui l'insegnamento di Clint è impareggiabile».
- Come attore o come regista?
«Ma guardatelo. A ottant'anni è un uomo felice e in pace con se stesso. Perché in tutta la sua straordinaria carriera non si è mai preoccupato di che cosa la gente pensasse del suo lavoro: dai western a Mystic River a Million Dollar Baby. Se avesse pensato di seguire il business avrebbe smesso di fare film quarant'anni fa».
(intervista a Matt Damon, il Venerdì di Repubblica, 7 gen 2011)
2.
Per me il pubblico è il destinatario che esige tutto il rispetto. C'è chi - invitato in salotti di amici - si prepara vestito elegantemente per essere bene accolto; c'è chi durante il tragitto pensa le battute che dirà per divertire i presenti... Nel fare questo però molte volte si tradisce se stessi. Il modo di essere che si adegua a una presunta richiesta di altri, ritengo sia sbagliato prima ancora che nei confronti di questi altri, nei confronti di noi stessi. Perché recitare un ruolo che non è mio per farmi accettare?
Se io mi rivolgessi a una persona cara, alla quale voglio molto bene, non andrei mai a farle dei discorsi pieni di complimenti, lusinghe, blandizie eccetera, ma le direi sempre la verità, presentandomi come effettivamente sono, anche a costo di non essere bene accettato... Di conseguenza io mi presento al pubblico con la problematica che ho dentro, anche se è ovvio che questa problematica risente di fattori che vengono dall'esterno. Non voglio ingannare il pubblico attraverso quelle astuzie che rientrano nel cosiddetto "spettacolo".
(Ermanno Olmi, da “I volti e le mani”, volume allegato al dvd Feltrinelli per i film di Olmi alla Edison)
3.
- Ma lei sa che il pubblico moderno...
«Ah, ma stavo girando un film, e un film non è mai fatto per il pubblico. Un lavoro drammatico è fatto per il pubblico. Il film è fatto per se stesso.»
- Non pensa mai alla gente che lo vedrà?
«Mai!»
- In altre parole, è una specie di suo solipsismo personale?
«È interamente personale, perché il pubblico di un film non esiste. È impossibile immaginarlo. È fatto di duecento berberi dall'altra parte dei monti dell'Atlante. Di un gruppo di intellettuali negli archivi cinematografici di Atene. Di settecento borghesi che hanno votato per Nixon. Di un singolo individuo che guarda la televisione. Quel pubblico non esiste. E io sto scrivendo la mia manciata di film anche per la posterità, dove ci saranno altri generi di pubblico che non riesco neanche a immaginare. È impossibile rivolgersi a un pubblico, a meno che non ci si rivolga a un pubblico ben definito, come hanno fatto Godard, Fellini, o Bergman. Quando metto in scena un'opera teatrale, mi rivolgo a un pubblico di quest'anno in questa città. Quando faccio un film, faccio un film e basta.»
- Anche quando gira un film negli Stati Uniti?
«Certo.»
- Quindi Quarto potere non era orientato verso un pubblico americano?
«Si possono orientare le cose quanto si vuole, ma cosa ne penserà poi il pubblico americano? Io non ne avevo la più pallida idea. Non si tratta di disprezzo per il pubblico, è solo che il pubblico di un film davvero non è concepibile. Il sessanta per cento del pubblico non sentirà mai le parole che diciamo, perché il film sarà doppiato. Forse dieci milioni di persone lo vedranno soltanto in seguito, quando saremo tutti morti. Sono poveri, sono ricchi, sono grandi, sono piccoli. Non sappiamo chi sia il pubblico di un film, perciò non possiamo far altro che qualcosa in cui crediamo.»
(Orson Welles, intervista del dicembre 1974, filmata per la tv francese) (da “It’s all true” ed. minimumfax, pag.233 e seguenti)
4.
- Lei pensa mai agli spettatori?
- No, come avrei potuto? Cosa rappresentano per me? Devo insegnare loro qualcosa? Ho qualche mezzo per sapere cosa pensa John Smith a Londra o Vasil Ivanov a Mosca? Davvero dovrei essere un ipocrita a dichiarare di conoscere i pensieri, il mondo interiore di un'altra persona. Se voglio creare qualcosa posso farlo solo col mio linguaggio, trattando il pubblico come un partner a pari livello. Se ho qualche problema penso che anche il pubblico lo abbia e cerco di usare il mio film per fare chiarezza per me e per gli spettatori. Non sono né piú intelligente, né piú stupido, la mia dignità è ugualmente vulnerabile. Niente di piú facile che fare un film con lo sguardo rivolto alle tasche degli spettatori, ma non è la mia vocazione...
ANDREJ TARKOVSKIJ, intervista raccolta a Londra da Irena Brežnà (pubblicata da “Frigidaire” , circa 1982)
Una volta erano tutti così, ed è con queste persone che nascono i capolavori, e non solo al cinema. Questi concetti, ognuno a suo modo, li ripetevano anche Fellini, Kubrick, Antonioni, tutti i più grandi. Un artista lavora per se stesso, prima di tutto; e poi cerca un modo per comunicare con il suo prossimo. L'unica nostra speranza, se si vuole che il mondo torni a girare per il verso giusto, è che si torni a fare così: in tutti i campi, prima di tutto nell'industria.
In tutto questo, il concetto di “audience”, che è puramente commerciale (una parola inventata dai pubblicitari, che è utile solo ai pubblicitari) non c’entra proprio niente: è proprio guardando all’audience che si appiattisce tutto. Può anche piacere, non dico di no, a qualcuno so che piace, ma che tristezza.
domenica 3 aprile 2011
Sandy Denny
“I have no fear of time”, canta Sandy Denny: “non ho paura del tempo”. E ogni volta che l’ascolto non riesco a rimanere indifferente, perché a questa voce, a queste parole, non si può restare indifferenti.
Sandy Denny, cioè Alexandra Elene McLean Denny (Wimbledon, 6 gennaio 1947 - Londra, 21 aprile 1978), era la cantante dei Fairport Convention, uno dei più grandi gruppi inglesi tra gli anni ’60 e gli anni ’70: come i Pentangle, come Bob Dylan, come molti altri, si muovevano tra il rock e il blues e il folk, con risultati d’eccezione. Ho provato a cercare qualcosa su di lei, in rete, per mettere due righe di biografia: ma c’è troppo, e troppe cose inutili che vanno a frugare nella sua vita privata. Di certo, di utile per noi, c’è questo: le registrazioni della sua voce, forte e bella (più ancora di quella di Janis Joplin, e più toccante), una figlia, la morte precoce per un’emorragia cerebrale. Di più non mi sembra il caso di dire, meglio andare ad ascoltare le sue canzoni: molte le ha scritte lei, compresa questa.
WHO KNOWS WHERE THE TIME GOES?
Across the evening sky, all the birds are leaving;
but how can they know it's time for them to go?
Before the winter fire, I will still be dreaming
I have no thought of time,
for who knows where the time goes?
Who knows where the time goes?
Sad, deserted shore, your fickle friends are leaving;
ah, but then you know it's time for them to go.
But I will still be here,
I have no thought of leaving,
I do not count the time,
for who knows where the time goes?
Who knows where the time goes?
And I am not alone while my love is near me
I know it will be so until it's time to go
So come the storms of winter,
and then the birds in spring again
I have no fear of time
For who knows how my love grows?
And who knows where the time goes?
(Sandy Denny, dal disco “Unhalfbricking”, dei Fairport Convention)
(attraverso il cielo della sera, tutti gli uccelli stanno partendo; ma come fanno a sapere quando è ora di partire? Ancora prima che si accenda il fuoco dell’inverno, io starò sognando – io non ho pensieri sul tempo, perché chi sa dove va il tempo? La spiaggia è triste e deserta, i tuoi amici volubili se ne stanno andando; ah, ma tu sai che per loro è tempo di andare. Ma io rimango ancora qui, non ho intenzione di partire, io non sto a contare il tempo, perché chi sa dove va il tempo? E io non sono da sola se il mio amore è vicino a me, so che sarà così finché sarà tempo di andare. Vengano dunque le tempeste invernali, e tornino gli uccelli in primavera – io non ho paura del tempo, perché chi sa come cresce il mio amore? E chi sa dove va il tempo?)
El tenpo no se misura,
eternamente el score,
e duto nasse e duto more
nel lume alegro che l'aria inasùra.
Xe ben savê che passa duto,
l'ora de zogia, el momento de luto;
e spetâ calmi,
ben intonai,
cantando salmi.
Stâ fermi e fasse palo
quando vien la tormenta,
quando el più grando ben se piega al calo;
e la luse del sol in noltri stenta.
Sol tramontao
senpre el ritorna
e senpre azorna
nel cuor più tormentao.
(Biagio Marin)
(il tempo non si misura, eternamente scorre; e tutto nasce e tutto muore nel lume allegro che rende azzurra l’aria. E’ bene sapere che tutto passa, l’ora di gioia e il momento di lutto; e aspettare calmi, ben intonati, cantando salmi. Star fermi e farsi palo quando vien la tormenta, quando il più grande bene si piega al tramonto, e la luce del sole stenta in noi altri. Sole tramontato sempre ritorna, e sempre aggiorna nel cuore più tormentato) (Biagio Marin scriveva nel dialetto di Grado, non lontano da Trieste)
(nelle immagini, Sandy Denny nel 1976 e la copertina di “Unhalfbricking” dei Fairport Convention)
Sandy Denny, cioè Alexandra Elene McLean Denny (Wimbledon, 6 gennaio 1947 - Londra, 21 aprile 1978), era la cantante dei Fairport Convention, uno dei più grandi gruppi inglesi tra gli anni ’60 e gli anni ’70: come i Pentangle, come Bob Dylan, come molti altri, si muovevano tra il rock e il blues e il folk, con risultati d’eccezione. Ho provato a cercare qualcosa su di lei, in rete, per mettere due righe di biografia: ma c’è troppo, e troppe cose inutili che vanno a frugare nella sua vita privata. Di certo, di utile per noi, c’è questo: le registrazioni della sua voce, forte e bella (più ancora di quella di Janis Joplin, e più toccante), una figlia, la morte precoce per un’emorragia cerebrale. Di più non mi sembra il caso di dire, meglio andare ad ascoltare le sue canzoni: molte le ha scritte lei, compresa questa.
WHO KNOWS WHERE THE TIME GOES?
Across the evening sky, all the birds are leaving;
but how can they know it's time for them to go?
Before the winter fire, I will still be dreaming
I have no thought of time,
for who knows where the time goes?
Who knows where the time goes?
Sad, deserted shore, your fickle friends are leaving;
ah, but then you know it's time for them to go.
But I will still be here,
I have no thought of leaving,
I do not count the time,
for who knows where the time goes?
Who knows where the time goes?
And I am not alone while my love is near me
I know it will be so until it's time to go
So come the storms of winter,
and then the birds in spring again
I have no fear of time
For who knows how my love grows?
And who knows where the time goes?
(Sandy Denny, dal disco “Unhalfbricking”, dei Fairport Convention)
(attraverso il cielo della sera, tutti gli uccelli stanno partendo; ma come fanno a sapere quando è ora di partire? Ancora prima che si accenda il fuoco dell’inverno, io starò sognando – io non ho pensieri sul tempo, perché chi sa dove va il tempo? La spiaggia è triste e deserta, i tuoi amici volubili se ne stanno andando; ah, ma tu sai che per loro è tempo di andare. Ma io rimango ancora qui, non ho intenzione di partire, io non sto a contare il tempo, perché chi sa dove va il tempo? E io non sono da sola se il mio amore è vicino a me, so che sarà così finché sarà tempo di andare. Vengano dunque le tempeste invernali, e tornino gli uccelli in primavera – io non ho paura del tempo, perché chi sa come cresce il mio amore? E chi sa dove va il tempo?)
El tenpo no se misura,
eternamente el score,
e duto nasse e duto more
nel lume alegro che l'aria inasùra.
Xe ben savê che passa duto,
l'ora de zogia, el momento de luto;
e spetâ calmi,
ben intonai,
cantando salmi.
Stâ fermi e fasse palo
quando vien la tormenta,
quando el più grando ben se piega al calo;
e la luse del sol in noltri stenta.
Sol tramontao
senpre el ritorna
e senpre azorna
nel cuor più tormentao.
(Biagio Marin)
(il tempo non si misura, eternamente scorre; e tutto nasce e tutto muore nel lume allegro che rende azzurra l’aria. E’ bene sapere che tutto passa, l’ora di gioia e il momento di lutto; e aspettare calmi, ben intonati, cantando salmi. Star fermi e farsi palo quando vien la tormenta, quando il più grande bene si piega al tramonto, e la luce del sole stenta in noi altri. Sole tramontato sempre ritorna, e sempre aggiorna nel cuore più tormentato) (Biagio Marin scriveva nel dialetto di Grado, non lontano da Trieste)
(nelle immagini, Sandy Denny nel 1976 e la copertina di “Unhalfbricking” dei Fairport Convention)
sabato 2 aprile 2011
Catrame
- Eh, il tempo...il tempo passa...
Così dice pensosa mia zia, nell’attimo in cui siamo soli. Poi, un leggero scarto dell’umore, un cambio di tonalità, un ammiccare sorridente (come le capita spesso):
- Menu mal, eh, ch’el passa: se no sarèmm kì tücc incatramàa.
Difficile da rendere per iscritto, l’antico dialetto comasco di questa zona: quella parola finisce con una vocale che è sì una “a”, ma che contiene anche un “oeu” e una “ü”, forse anche un pizzico di “ö”, e mi sun minga bon de dil, porca l’oca, perché io sono nato e cresciuto pochi chilometri più in là, non siamo già più comaschi ma milanesi. Il dialetto dei nostri vecchi, quello vero, era così: una lingua viva, impossibile da contenere in una grammatica. Una lingua viva, cangiante, ognuno lo parlava a modo suo, bastavano due o tre chilometri e il dialetto era già un’altra cosa. Oggi il dialetto non lo parla più nessuno, ed è solo oggi – da ignoranti, e spiace dirlo – che si pensa che il dialetto sia una lingua da imporre. Il dialetto è una cosa personale, tutti sono convinti di essere capaci soltanto loro, di parlare il dialetto; e sono cose che capitano quando, per l’appunto, il dialetto diventa una lingua morta, affidata a poche persone, quasi tutte anziane. Teniamo viva la memoria, dunque, ma intanto prepariamoci a nuovi dialetti, mischiati con l’arabo e con il russo, con il rumeno e con l’albanese: il tempo passa, e meno male che passa, se no saremmo qui tutti incatramati.
Riconosco ed onoro un solo Maestro: il popolo che parla.
Squisitamente parla ancora un suo mutevole linguaggio sempre ricco, sempre vario, sempre nuovo come le nuvole del cielo. Non è morta la lingua milanese come nessun dialetto morrà. Creda pur taluno, sordo e cieco, che decadenza vi sia perché le vecchie forme, le usate espressioni più non trova, ma decadenza non v'è. In perfetta aderenza con la necessità contingente, la parlata del popolo è simile all'architettura; a nuova vita, nuovo stile; chi non comprende, chi si lamenta, è un sorpassato. (...)
( Delio Tessa, milanese, febbraio 1932 )
Nell'esilio si perdono molte cose, prima fra tutte la propria lingua. Alla prima generazione già vacilla, alla seconda si sgrana, alla terza, verosimilmente, viene inghiottita dal nuovo territorio linguistico. Ciò non accadeva alla lingua che noi vi cantiamo, lo yiddish, che al contrario, dell'esilio e per l'esilio viveva e di esso si alimentava, ribollendo come il mosto a primavera.
Incontrando questa lingua sul suo cammino, cosí ne parlava un grande Saggio di Praga, rivolgendosi a un pubblico della borghesia ebraica praghese di lingua e cultura tedesche:
«Avanti la recita dei primi versi di poeti ebrei orientali vorrei ancora dirvi, egregi signori e signore, che Voi capite molto più yiddish di quel che pensiate... il che non può accadere finché alcuni di Voi hanno, di questo gergo, una tal paura, che quasi gliela leggo in viso. [...] Lo yiddish è la piú giovane lingua europea, non ha che quattrocento anni, e in realtà è ancora più recente. Non ha ancora formato strutture linguistiche cosí nette come ci sono necessarie. Le sue espressioni sono brevi e nervose. Non ha grammatica. Certi amatori tentano di scrivere delle grammatiche, ma lo yiddish viene parlato senza sosta, e non trova pace. Il popolo non lo cede ai grammatici..
Esso si compone solo di parole straniere. Queste però non riposano nel suo seno, ma conservano la fretta e la vivacità con cui sono state accolte. Lo yiddish è percorso da un capo all'altro da migrazioni di popoli. Tutto questo tedesco, ebraico, francese, inglese, slavo, olandese, rumeno e perfino latino che vive in esso è preso da curiosità e da leggerezza, ci vuole una certa energia a tenere unite le varie lingue in questa forma. Perciò nessuna persona ragionevole penserà mai a fare dello yiddish una lingua internazionale, benché l'idea si offra quasi da sé. Solo il linguaggio della malavita vi attinge volentieri, perché gli occorrono non tanto nessi linguistici, quanto singoli vocaboli. E poi, perché lo yiddish è stato a lungo una lingua disprezzata.»
Cosí, Franz Kafka.
In yiddish, lo yiddish si chiama anche mamelushn, che significa «lingua madre» o, per meglio dire, «lingua mamma». «Noi non ce l'abiamo madre e mamma, solo mama ce l'abiamo noi. Da noi si dice "lingua mama" perché quando c'è in giro la mama, il papa non spiacica neanche una parola».
(Moni Ovadia, milanese, dallo spettacolo “Oylem Goylem”) (dvd e libro pubblicati da Einaudi)
Il dialogo che ho riportato qui sopra è avvenuto il giorno di Santo Stefano del 2006: mia zia, vedova del fratello di mio padre (un veneto di Trebaséleghe) aveva allora 95 anni.
Così dice pensosa mia zia, nell’attimo in cui siamo soli. Poi, un leggero scarto dell’umore, un cambio di tonalità, un ammiccare sorridente (come le capita spesso):
- Menu mal, eh, ch’el passa: se no sarèmm kì tücc incatramàa.
Difficile da rendere per iscritto, l’antico dialetto comasco di questa zona: quella parola finisce con una vocale che è sì una “a”, ma che contiene anche un “oeu” e una “ü”, forse anche un pizzico di “ö”, e mi sun minga bon de dil, porca l’oca, perché io sono nato e cresciuto pochi chilometri più in là, non siamo già più comaschi ma milanesi. Il dialetto dei nostri vecchi, quello vero, era così: una lingua viva, impossibile da contenere in una grammatica. Una lingua viva, cangiante, ognuno lo parlava a modo suo, bastavano due o tre chilometri e il dialetto era già un’altra cosa. Oggi il dialetto non lo parla più nessuno, ed è solo oggi – da ignoranti, e spiace dirlo – che si pensa che il dialetto sia una lingua da imporre. Il dialetto è una cosa personale, tutti sono convinti di essere capaci soltanto loro, di parlare il dialetto; e sono cose che capitano quando, per l’appunto, il dialetto diventa una lingua morta, affidata a poche persone, quasi tutte anziane. Teniamo viva la memoria, dunque, ma intanto prepariamoci a nuovi dialetti, mischiati con l’arabo e con il russo, con il rumeno e con l’albanese: il tempo passa, e meno male che passa, se no saremmo qui tutti incatramati.
Riconosco ed onoro un solo Maestro: il popolo che parla.
Squisitamente parla ancora un suo mutevole linguaggio sempre ricco, sempre vario, sempre nuovo come le nuvole del cielo. Non è morta la lingua milanese come nessun dialetto morrà. Creda pur taluno, sordo e cieco, che decadenza vi sia perché le vecchie forme, le usate espressioni più non trova, ma decadenza non v'è. In perfetta aderenza con la necessità contingente, la parlata del popolo è simile all'architettura; a nuova vita, nuovo stile; chi non comprende, chi si lamenta, è un sorpassato. (...)
( Delio Tessa, milanese, febbraio 1932 )
Nell'esilio si perdono molte cose, prima fra tutte la propria lingua. Alla prima generazione già vacilla, alla seconda si sgrana, alla terza, verosimilmente, viene inghiottita dal nuovo territorio linguistico. Ciò non accadeva alla lingua che noi vi cantiamo, lo yiddish, che al contrario, dell'esilio e per l'esilio viveva e di esso si alimentava, ribollendo come il mosto a primavera.
Incontrando questa lingua sul suo cammino, cosí ne parlava un grande Saggio di Praga, rivolgendosi a un pubblico della borghesia ebraica praghese di lingua e cultura tedesche:
«Avanti la recita dei primi versi di poeti ebrei orientali vorrei ancora dirvi, egregi signori e signore, che Voi capite molto più yiddish di quel che pensiate... il che non può accadere finché alcuni di Voi hanno, di questo gergo, una tal paura, che quasi gliela leggo in viso. [...] Lo yiddish è la piú giovane lingua europea, non ha che quattrocento anni, e in realtà è ancora più recente. Non ha ancora formato strutture linguistiche cosí nette come ci sono necessarie. Le sue espressioni sono brevi e nervose. Non ha grammatica. Certi amatori tentano di scrivere delle grammatiche, ma lo yiddish viene parlato senza sosta, e non trova pace. Il popolo non lo cede ai grammatici..
Esso si compone solo di parole straniere. Queste però non riposano nel suo seno, ma conservano la fretta e la vivacità con cui sono state accolte. Lo yiddish è percorso da un capo all'altro da migrazioni di popoli. Tutto questo tedesco, ebraico, francese, inglese, slavo, olandese, rumeno e perfino latino che vive in esso è preso da curiosità e da leggerezza, ci vuole una certa energia a tenere unite le varie lingue in questa forma. Perciò nessuna persona ragionevole penserà mai a fare dello yiddish una lingua internazionale, benché l'idea si offra quasi da sé. Solo il linguaggio della malavita vi attinge volentieri, perché gli occorrono non tanto nessi linguistici, quanto singoli vocaboli. E poi, perché lo yiddish è stato a lungo una lingua disprezzata.»
Cosí, Franz Kafka.
In yiddish, lo yiddish si chiama anche mamelushn, che significa «lingua madre» o, per meglio dire, «lingua mamma». «Noi non ce l'abiamo madre e mamma, solo mama ce l'abiamo noi. Da noi si dice "lingua mama" perché quando c'è in giro la mama, il papa non spiacica neanche una parola».
(Moni Ovadia, milanese, dallo spettacolo “Oylem Goylem”) (dvd e libro pubblicati da Einaudi)
Il dialogo che ho riportato qui sopra è avvenuto il giorno di Santo Stefano del 2006: mia zia, vedova del fratello di mio padre (un veneto di Trebaséleghe) aveva allora 95 anni.
Musica diffusa a Banca Intesa
Qualcuno che vi parla nelle orecchie: cosa c’è di peggio, quando dovete scrivere un numero o prendere un appunto? E se quello/quella canticchia, declama spot e numeri proprio mentre voi state digitando il PIN del Bancomat?
E’ quello che si faceva da bambini, per fare un dispetto: poi passa l’età della stupidera e si impara a rispettare il prossimo. E’ quello che succede da poche settimane anche a Banca Intesa: e infatti, prima di rendermi conto di cos’era successo, ho sbagliato a digitare il mio PIN: due volte di fila. Era la prima volta che mi succedeva, ed ero preoccupato, poi mi sono reso conto: la musica diffusa, la radio di Banca Intesa.
Mi sono poi reso conto che la radio è accesa ovunque, in Banca. Mi sono anche reso conto che radio e tv sono ormai accesi ovunque, in Banca e in Metropolitana e nelle Ferrovie: accese, soprattutto, sugli spot.
Che fare? Protestare? So già come va a finire, ho capito da tempo: da quando un lettore di un importante quotidiano scrisse per protestare contro gli schermi tv accesi in metropolitana, e dall’Ufficio Relazioni Pubbliche della Metropolitana gli fu risposto che avevano fatto un sondaggio, e che la maggioranza aveva deciso che gli spot erano belli. Sondaggio? Con chi, a chi, per chi? Mai sentito di sondaggi, avrei partecipato volentieri. E, soprattutto, io pensavo che vicino ai binari c’era già abbastanza rumore, che le comunicazioni diffuse sono importanti in caso di pericolo, che digitare un numero complicato richiede un minimo di silenzio intorno, eccetera. Tutto questo viene ormai liquidato con un sorrisetto storto di sarcasmo, e magari la tua lettera o la tua protesta fanno il giro dei blog e di facebook: non per solidarietà, ma per prenderti in giro.
Che dire, qui pensano che “se una cosa piace a me, allora piace a tutti”: dicono che il totalitarismo cominci così; siamo già a buon punto. Ma voglio essere ottimista, lancio una proposta: che la musica diffusa si possa interrompere, anche per soli cinque minuti, con un semplice tasto. Almeno Banca Intesa potrebbe farlo...
PS: Non so chi abbia preso queste decisioni in Banca Intesa, però conosco il nome di chi mette gli schermi giganti e implacabili in Lombardia: si chiama Raffaele Cattaneo, di Comunione e Liberazione, vicinissimo ad Abelli e a Formigoni. Vado a prendere il dvd di Alex Drastico, prendo appunti, e poi comincio a recitare.
Questo post l'ho già pubblicato il 17 dicembre 2010: lo ripubblico oggi, perché nel frattempo mi sono accorto che questa scemenza si sta sempre più allargando, alle stazioni per esempio, ma anche all'aperto, ovunque. Un'epidemia di stupidità, calata dall'alto: perché queste sono scelte che vengono fatte in alto, molto in alto - e dunque è qualcosa di preoccupante, perché dimostra in maniera lampante che abbiamo al governo (non solo in politica, anche nelle banche e nelle ferrovie) persone che non si preoccupano affatto del loro prossimo.
Ho chiesto un po' in giro, tutti sono concordi su un fatto: che prima di tutto, per educazione, bisognerebbe chiedere il permesso. Io faccio così da sempre, per educazione: quando entra qualcuno in casa mia io spengo il televisore, spengo la radio, stacco il cd. Non è detto, infatti, che chi entra in casa mia sia nel mio stesso stato d'animo. La stessa cosa faccio, da sempre, con l'autoradio.
Ma, soprattutto, ho chiesto ai dipendenti, a chi ci lavora otto ore filate, in quegli ambienti: la musica diffusa è un disturbo continuo, se ne esce col mal di testa e il giorno dopo si ricomincia da capo.
PS: sarebbe interessante sapere a chi vanno i diritti d'autore delle musiche trasmesse, nel senso della SIAE e dei soldi che arrivano. Sono tanti soldi, a lungo andare: e secondo me la chiave di lettura è questa.
E’ quello che si faceva da bambini, per fare un dispetto: poi passa l’età della stupidera e si impara a rispettare il prossimo. E’ quello che succede da poche settimane anche a Banca Intesa: e infatti, prima di rendermi conto di cos’era successo, ho sbagliato a digitare il mio PIN: due volte di fila. Era la prima volta che mi succedeva, ed ero preoccupato, poi mi sono reso conto: la musica diffusa, la radio di Banca Intesa.
Mi sono poi reso conto che la radio è accesa ovunque, in Banca. Mi sono anche reso conto che radio e tv sono ormai accesi ovunque, in Banca e in Metropolitana e nelle Ferrovie: accese, soprattutto, sugli spot.
Che fare? Protestare? So già come va a finire, ho capito da tempo: da quando un lettore di un importante quotidiano scrisse per protestare contro gli schermi tv accesi in metropolitana, e dall’Ufficio Relazioni Pubbliche della Metropolitana gli fu risposto che avevano fatto un sondaggio, e che la maggioranza aveva deciso che gli spot erano belli. Sondaggio? Con chi, a chi, per chi? Mai sentito di sondaggi, avrei partecipato volentieri. E, soprattutto, io pensavo che vicino ai binari c’era già abbastanza rumore, che le comunicazioni diffuse sono importanti in caso di pericolo, che digitare un numero complicato richiede un minimo di silenzio intorno, eccetera. Tutto questo viene ormai liquidato con un sorrisetto storto di sarcasmo, e magari la tua lettera o la tua protesta fanno il giro dei blog e di facebook: non per solidarietà, ma per prenderti in giro.
Che dire, qui pensano che “se una cosa piace a me, allora piace a tutti”: dicono che il totalitarismo cominci così; siamo già a buon punto. Ma voglio essere ottimista, lancio una proposta: che la musica diffusa si possa interrompere, anche per soli cinque minuti, con un semplice tasto. Almeno Banca Intesa potrebbe farlo...
PS: Non so chi abbia preso queste decisioni in Banca Intesa, però conosco il nome di chi mette gli schermi giganti e implacabili in Lombardia: si chiama Raffaele Cattaneo, di Comunione e Liberazione, vicinissimo ad Abelli e a Formigoni. Vado a prendere il dvd di Alex Drastico, prendo appunti, e poi comincio a recitare.
Questo post l'ho già pubblicato il 17 dicembre 2010: lo ripubblico oggi, perché nel frattempo mi sono accorto che questa scemenza si sta sempre più allargando, alle stazioni per esempio, ma anche all'aperto, ovunque. Un'epidemia di stupidità, calata dall'alto: perché queste sono scelte che vengono fatte in alto, molto in alto - e dunque è qualcosa di preoccupante, perché dimostra in maniera lampante che abbiamo al governo (non solo in politica, anche nelle banche e nelle ferrovie) persone che non si preoccupano affatto del loro prossimo.
Ho chiesto un po' in giro, tutti sono concordi su un fatto: che prima di tutto, per educazione, bisognerebbe chiedere il permesso. Io faccio così da sempre, per educazione: quando entra qualcuno in casa mia io spengo il televisore, spengo la radio, stacco il cd. Non è detto, infatti, che chi entra in casa mia sia nel mio stesso stato d'animo. La stessa cosa faccio, da sempre, con l'autoradio.
Ma, soprattutto, ho chiesto ai dipendenti, a chi ci lavora otto ore filate, in quegli ambienti: la musica diffusa è un disturbo continuo, se ne esce col mal di testa e il giorno dopo si ricomincia da capo.
PS: sarebbe interessante sapere a chi vanno i diritti d'autore delle musiche trasmesse, nel senso della SIAE e dei soldi che arrivano. Sono tanti soldi, a lungo andare: e secondo me la chiave di lettura è questa.
Iscriviti a:
Post (Atom)






