mercoledì 10 febbraio 2010

Biagio Marin sulle foibe

PERDEREMO TRIESTE, MA LA COLPA È NOSTRA
Pubblichiamo alcuni brani dal diario di Biagio Marin, ora raccolto nel volume “La pace lontana” (Libreria editrice goriziana)( da "La Repubblica", 23 settembre 2005)
6 Maggio 1941
Passata la tensione delle rapide campagne tedesche contro la Serbia e la Grecia, ora c'è in noi come un senso di vuoto. Ma la guerra continua. Quale sarà la prossima mossa nessuno lo sa. Bisogna buttare gli Inglesi fuori del Mediterraneo; ma Alessandria è lontana, c'è di mezzo il mare, c'è di mezzo la Turchia e forse anche la Russia. Ed è prossimo l'intervento degli Stati Uniti. Il nostro compito non è lieve. Penso che la pace ci troverà poi stanchi, senza quadri, impreparati materialmente e spiritualmente ad affrontare i problemi della ricostruzione. C'è già ora tanta rilassatezza! Noi non amiamo il lavoro, e il lavoro è la base di ogni grandezza e anche di ogni salute.
Avverto ogni giorno di più la grande solitudine in cui vivo. Passano mesi senza che io scambi parola con qualcuno.. Della vasta cerchia che dicevo di amici, non m'è rimasto che Giotti. Nessuno si cura di me. Nessuno ha bisogno di vedermi, di sentirmi. Sarà certo anche mia miseria.
5 Gennaio '45
A volgere lo sguardo in giro, c'è da tremare. Non il più piccolo segno di ripresa in Italia. Ancora si va in giù, chi sa fino a dove, in quale abisso. E da tutte le parti, giustamente, ci sprezzano, e tutti calcano con astio su noi. Non ci perdoneranno per molto tempo l'arroganza di ieri, le arie di padreterni che ci siamo dati, recentemente, a buon prezzo. Intanto noi, invece di riconoscerci tutti fratelli e tutti corresponsabili della situazione in cui ci siamo messi con azioni, passioni e omissioni, ci scanniamo vicendevolmente per la maggior gloria altrui, per servire altrui. Quale spettacolo! Come è poco “ natura" l'umanità, a quanto prezzo bisogna acquistarla! Ora il cuore, nella sua irrazionalità, vorrebbe il miracolo. Ma Dio non è ingiusto e non può concedere, nell'ordine umano, miracoli di questa specie. Aiutati, che il ciel ti aiuterà, dice il proverbio.
8 Maggio '45
Ieri dunque la Germania s'è arresa a discrezione, secondo la volontà degli alleati. La tragedia è finita, almeno nella
sua manifestazione di guerra guerreggiata. Spariti ormai quasi tutti i protagonisti tedeschi, spariti quelli italiani. Ma la pace dei popoli, è assai lontana. Stiamo cogliendo ora il frutto di troppi errori, dì troppa insufficienza sic. L'Italia, che nel 1918 occupava Trieste, non aveva la minima idea del compito che si assumeva. La sua classe dirigente era politicamente provinciale, incapace quindi di comprendere il problema squisitamente europeo che le si presentava. La boria della vittoria concorse a farci perdere di fronte agli slavi della Giulia, il senso della misura. Abbiamo fatto loro torto e non poco. Ma ciò che è stato più grave si è che abbiamo offeso il sentimento degli stessi italiani della regione. Il fascismo poi, non ha fatto che potenziare torti ed errori. Perciò oggi gli slavi sono esasperati e non intendono lasciar passare la buona occasione per regolare con noi i loro conti. E altrettanto o quasi, sono esasperate le masse operaie che, con gli slavi hanno fatto causa comune. Infine, la nostra borghesia, che ha subito il fascismo e la tirannide mussoliniana pur di non combattere, è disposta a subire gli slavi, il comunismo, la morte, pur di non dover battersi. Se la salvezza non ci verrà da gioco di forze internazionali siamo condannati a perdere Giulia, e, forse, Trieste. E’ doloroso assai, ma direi quasi che sarebbe giusto. Un quarto di secolo è passato dal 1918 al 1943 senza che l'Italia s'avvedesse del problema giuliano. E neanche oggi lo capisce.

Esce il diario del raffinato poeta di Grado
BIAGIO MARIN, UNA VOCE SOLITARIA NEL CUORE DELL’EUROPA DILANIATA
Raccontò in versi il tragico esodo degli italiani dall’Istria. Ma nei suoi appunti indicò le responsabilità del fascismo nelle drammatiche vicende al confine italo-jugoslavo.
Francesco Erbani, La Repubblica 23 settembre 2005
Abituati al dialetto gradese delle sue poesie, una lingua antica, che lui paragona a un rudere medievale rimasto troncato, nello sviluppo, fa una grande impressione leggere le pagine del diario di Biagio Marin composte in un italiano fluido, arricchito di cultura centroeuropea, di memorie letterarie e filosofiche, di sofferente passione politica e civile. Il diario del poeta di “Elegie istriane” esce ora presso la Libreria Editrice Goriziana, con la cura e la postfazione di Ilenia Marin e con un saggio di Elvio Guadagnini (“La pace lontana. Diari 1941-1950”, pagg. 382, euro 24) che ne ricostruiscono l'origine e che ripropongono una figura solitaria, vissuta ai margini del Novecento italiano (Marin è nato nel 1891 ed è morto nel 1985), almeno per la poca consuetudine a spingere lo sguardo verso i confini orientali del paese, luogo di incontro e di lacerazione fra popoli, dall’impero austriaco alla tragedia della guerra e del dopoguerra, ma anche bacino di innovazioni culturali e letterarie (del diario riproduciamo in questa pagina alcuni brani) .
Marin nasce a Grado e si divide fra Firenze - dove frequenta il gruppo della Voce, in cui figura anche Scipio Slataper, - Vienna, nella cui università studia, e quindi Roma, dove si laurea in filosofia con Giovanni Gentile. I suoi primi autori sono Meister Eckhart, Heine e Goethe. L'esordio in versi è del 1912 con Fiuri de tapo, in cui mette a punto il dialetto di Grado, un'isola legata alla terraferma che ha conservato un idioma ancor più periferico rispetto alle parlate venete e giuliane. Pier Paolo Pasolini, che molto lo apprezza, assimila il suo tono a quello di Giovanni Pascoli, per la cura delle parole povere e riferite a oggetti minuti, il che non toglie che Marin voglia “fare di Grado il cosmo".
Per lungo tempo, fino agli anni Cinquanta, Marin non pubblica più versi (verranno poi Elegie istriane, I canti de l'Isola, La vita xe fiama e altre raccolte ancora). Vive facendo il direttore dell'Azienda di turismo di Grado, poi, trasferitosi a Trieste, l'insegnante, l'ispettore scolastico, quindi il bibliotecario delle Assicurazioni Generali. I diari colmano questo vuoto . "Lo so", scrive in un appunto dell'aprile 1946, "i diari sono lo sfogatoio occulto degli impotenti. Chi ha la forza agisce alla luce del sole, coram populo; vuole affermarsi, vuol avere consenso, vuol insegnare a dominare. Chi non ha forza, come me, sfoga la propria tristezza, la propria mortificazione, nel diario. Che è un'ultima, vana illusione di pur affermarsi, di pur essere".
I diari di Marin sono il referto dell'accavallarsi di emozioni e di riflessioni, non lasciano al poeta il tempo di ricucire, di amalgamare. Il pensiero scorre, e chi legge assiste al suo disordinato evolvere, a un modificarsi che trascina contraddizioni e impurità. Marin ha aderito al fascismo e, almeno fino ai primi mesi del 41, non nasconde l'ammirazione per i tedeschi, popolo di cui ama la spiritualità e che ritiene in grado di realizzare una unità europea spingendosi a Est, dove attingere cultura orientale da contrapporre al materialismo occidentale. Ma l'incedere della guerra scuote la sua sensibilità solitaria, ed ecco, già nel maggio del '41, l'incubo di "un'Europa in regime uniforme di lavoro germanizzato", un continente senz'anima, i cui popoli sono "scancellati nella loro individualità; non più arte, non poesia, non pensiero: tecnica tecnica tecnica". Volgendo gli occhi all'Italia, Marin è colto da empiti veementi: "Ahi Mussolini di quanto mal fu matre la tua insofferenza della critica in un paese dove la critica era reazione a l’anarchia, correttivo della libidine. (…) L’Italia è ora una fungaia velenosa zioni fra italiani e jugoslavi. (refuso del giornale)
Ancora nel '41, subito dopo l’annessione da parte italiana della provincia slovena di Lubiana, Marin annota: "Non ho molta fiducia della capacità dei nostri di rispettarla (l’autonomia degli sloveni, n.d.r.). Certo sarebbe un gran bene che lo facessimo". Ma è nel '45 che il suo pensiero si esplicita diffusamente, sottolineando quanta parte di responsabilità hanno gli italiani, e il fascismo in particolare con il suo programma di eliminazione dell’identità croata e slovena durante la brutale occupazione di quelle regioni, nell’aver alimentato le tensioni etniche: “Non ci perdoneranno per molto tempo l'arroganza di ieri, le ansie da padreterno che ci siamo dati recentemente, a buon prezzo".
Gli avvenimenti incalzano e gli appunti registrano la sofferenza di Marin di fronte alle ritorsioni, alle discriminazioni, al "dolore e l'esilio" (per usare il titolo del bel libro dì Guido Crainz, che intreccia molti versi del poeta di Grado con le altre memorie letterarie della regione, di lingua italiana e di lingua slava: da Slataper a Fulvio Tomizza, da Boris Pahor a Nadja Veluscek).
Marin è il poeta dell'esodo degli italiani dall'Istria ("Mai più verzeremo le porte / de casa che nasse n'ha visto / mai più quela crose del Cristo / sul campo de morte", mai più vedremo le porte di casa che nascere ci hanno visto ... ), è il poeta che rinfaccia all'Italia di aver voltato gli occhi dall'altra parte, di aver ignorato ciò che accadeva ai suoi confini orientali, lasciando che lo sradicamento avesse esiti drammatici ("E adesso semo como pagia al vento, / e no potemo mete più radìse / co'1 cuor che duol in continuo lamento / co' boca che no sa quel che la dise", e adesso siamo come paglia al vento ... ).
Ma è anche il poeta che conserva lucidità e profondità storica: "Abbiamo fatto per primi la stessa cosa agli altri", scrive il 15 maggio del'45, "abbiamo annessa la Slovenia brutalmente, abbiamo fatto la guerra alla Francia per Nizza, ciò che era più stupido, per la Savoia. E ora la situazione si è rovesciata, con l'aggravante che si va incontro a sistemazioni a lunga durata e forse definitive. Ché se la Giulia dovesse cadere nelle mani degli Slavi, in breve tempo ogni traccia di italianità vi sarà scancellata. Abbiamo seminato odio e ingiustizia a piene mani: ora ecco qui l’amaro frutto della nostra semina. “

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