mercoledì 31 agosto 2011

Chilometro zero

Nel mio piccolo giardino c’era un pesco, che dava pesche bianche di ottima qualità. Ma poi il tempo passa, gli alberi di pesco non sono molto longevi, il mio era diventato molto alto (più di tre metri) e quasi completamente secco. Rimaneva solo qualche ramo verde, tra i più difficili da raggiungere, e di pesche ormai non se ne vedevano da tempo. Che fare? Molto a malincuore, lo diamo per perduto; si decide di tagliarlo e di farne crescere un altro un po’ più in là. Tutto questo avveniva nel 2009: la pianta del pesco viene completamente tagliata fino a livello terra, e io evito di assistere all’opera della motosega perché veder tagliare le piante mi fa star male.
Il giorno dopo, la prima sorpresa: dal tronco tagliato rasoterra sorge molta linfa, abbondante. Dopo qualche giorno, nascono i primi butti (così li chiama mia mamma: il nome italiano pare che sia “polloni”). Sono tanti, e rigogliosi: che fare? Aspetto un po’, poi bisogna decidersi: prendo una forbice da giardiniere e comincio a tagliare, a sfoltire. Lo faccio un po’ a caso, perché io non ho mai potato nulla, fin qui: l’unica mia attività in questo campo era di tagliare i rametti che sporgevano un po’ troppo pericolosi, e del resto questa non la considero una potatura, la pianta non vuole morire e – confesso – per molti miei motivi personali che non sto qui a spiegare ne sono un po’ commosso. La nuova pianta comincia a crescere rigogliosissima, nel giro di poche settimane è già alta come me, cioè quasi due metri: ed è piena di rami e di foglie.
Poi arriva l’inverno, e non ci si pensa più: è difficile che le piante nate in questo modo facciano i frutti che facevano prima, di solito “rinselvatichiscono” e le nuove pesche sono di qualità inferiore. Se sarà così, pazienza: la pianta si presenta molto robusta, vuol dire che se passa l’inverno poi proveremo con degli innesti. Alla primavera del 2010 invece la pianta fiorisce: un fiore solo, forse due, ma bianchi. Bianchi con leggere sfumature rosa: il fiore giusto per le pesche bianche, dato gli altri fiori di pesco generalmente sono rosa. L’evento mi lascia sperare bene: per tutto l’anno 2010 faccio solo piccoli interventi, e la pianta nuova ormai si presenta bene: due tronchi già rispettabili che sorgono dal vecchio tronco tagliato, e che si intrecciano fra di loro.
Quest’anno, primavera 2011, un’esplosione di fiori: cento, duecento fiori, fiori in ogni punto possibile, e anche dove non ti saresti mai aspettato che potesse nascere un fiore. Non riesco a credere ai miei occhi: speriamo in bene, ci diciamo in casa...E alla fine, ormai ad agosto (qui in Lombardia i peschi danno raccolti tardivi) ecco le pesche mature, tante, bellissime, di qualità eccellente, sopravvissute perfino ad una grandinata. Ne riempiamo quattro cesti molto capienti, si divide con amici e parenti, una vera festa inaspettata.
Il motivo per cui ne parlo qui è questo: che io mi ero ormai dimenticato di cos’era la frutta vera, quella appena colta dall’albero. Trovare frutta veramente buona è ormai diventato un’impresa disperata: e capisco benissimo (oggi, non negli anni ’60) i bambini che non vogliono mangiare frutta e verdura: se è quella roba che vendono nei supermarket, e che non sa di niente, come dar loro torto?
Le mie pesche bianche sono frutti ottimi, dalla buccia ruvida e pelosa (pelle di pesca), ed è una buccia dura, naturale, sono bellissime ma non so se al supermercato riuscirebbero a venderle. Il sapore è straordinario: dolce ma non dolcissimo, consistenza perfetta, belle anche da mordere, il nocciolo (l’osso della pesca) si stacca completamente così come deve essere.
Sono pesche che non si possono conservare: bisogna coglierle e mangiarle. Così succedeva, da sempre, con gli alberi da frutto: ed è per questo motivo che i nostri vecchi si erano inventati conserve e marmellate. Anche il marcio della frutta normale è diverso dal marcio di quella del supermercato: là dove comincia a marcire (ma si pulisce quel punto e si mangia lo stesso) il marcio è nero-marrone, già color del fango, già pronto a ritornare terra, così come dovrebbe essere e come invece non succede più perché si sono selezionate specie che non marciscono - a scapito del sapore ovviamente.
Le mie pesche sono finite presto, ovviamente: per golosità e anche perché il raccolto è stato eccezionale, ma si tratta pur sempre di una pianta sola, e neanche tanto grande. Non so se l’anno prossimo avrò ancora tanta fortuna e tutto questo ben di Dio “a gratis”, e non sono nemmeno ben sicuro di averlo meritato quest’anno; so però che ieri sera ho visto in tv una nota conduttrice “ecologica-biologica” parlare giuliva di comperare merce a chilometro zero, cioè prodotta vicino a casa nostra, come se fosse una scelta possibile, come se il consumatore potesse scegliere. Non è così, non è una scelta possibile: lo era fino a quindici o venti anni fa, qui nell’operosa Lombardia, ma poi le grandi catene di supermercati e ipermercati hanno preso il sopravvento, politici distratti o corrotti gli hanno lasciato fare tutto quello che volevano, e oggi non solo la frutta arriva da ogni parte del mondo, ma è sempre frutta trattata e selezionata in modo da non marcire e da resistere imperterrita anche se prende dei colpi, e anche la clientela fa la sua parte perché rifiuta a priori i frutti “ruvidi e pelosi” (anche le albicocche, anche le mele renette, devono ormai essere lisce e impeccabili), rifiuta disgustata i frutti con i semi (la frutta in natura deve avere i semi, altrimenti è inutile star lì a parlare di biologico), eccetera. Insomma, se avessi portato il mio eccellente raccolto al mercato, sarebbe rimasto invenduto: è venuta su una generazione intera di incompetenti, forse anche due o tre, e sarebbe ora di cominciare a dirlo.
PS: un particolare ringraziamento alle api e ai bombi che hanno reso possibile il lieto fine di questa storia. PPS: le foto sono mie, la pianta e le pesche sono proprio quelle giuste: su qualcuna delle pesche si vede anche il segno lasciato dalla grandine.
aggiornamento ad agosto 2012: purtroppo a fine maggio è arrivata una grandinata molto fitta e spaventosa, i fiori erano moltissimi e si preparava un raccolto abbondante, ma così non è stato. ne ho raccolto un cestino solo, quasi tutte con le cicatrici dalle grandine. Peccato, per quest'anno non ho potuto offrire le mie pesche...

martedì 30 agosto 2011

Il baco della ciliegia, e altri bachi

Trovare un abitante dentro la frutta che stiamo mangiando era un’esperienza comune: a tutti è capitato di mordere un frutto e trovare qualche sorpresa. Di solito, si imparava subito e poi ci si stava attenti: oggi dubito che i bambini e gli adulti cresciuti con la frutta del supermarket abbiano confidenza con questi “vermetti” (in realtà, i vermi sono tutt’altra cosa – ma qui lo darei per scontato), che finché restano candide e bianche larve ( o magari marroncine-beige) sembrano tutti uguali, ed è difficile distinguerli l’uno dall’altro. In realtà, si tratta di animali completamente diversi: una volta terminata la muta, alcuni diventano farfalle, altri mosche, altri perfino coleotteri.
Ho già parlato qui della farfallina delle mele, “cydia pomonella”, che colpisce anche le pere; il vermetto delle castagne invece diventa un piccolo coleottero con la proboscide, detto balanino.
Il baco delle ciliegie, invece, è una mosca: “Rhagoletis cerasi L.”
dal sito http://www.agraria.org/  :
La Mosca delle ciliegie è un piccolo Dittero i cui adulti misurano circa 3-4 mm di lunghezza; essi hanno il corpo nerastro, con la parte dorsale dell'ultimo segmento toracico color giallo-ocra. Gli occhi, composti, sono verdastri e le ali, trasparenti, presentano chiazze scure trasversali. Le larve, che sono biancastre e lunghe circa 5-6 mm a maturità, sono carpofaghe. Il danno si manifesta a livello della drupa (ciliegia) ed è provocato dall'azione trofica delle larve; queste completano il loro sviluppo all'interno dei frutti, nutrendosi della polpa fino al nocciolo. Infatti, è facile vederle tra polpa e nocciolo. Le ciliegie attaccate hanno la polpa che perde di consistenza in modo più o meno evidente e comunque vengono deprezzate commercialmente sul mercato interno; inoltre è vietata l'esportazione di partite infestate, ai sensi dei regolamenti internazionali sulla commercializzazione della frutta. I frutti colpiti possono: 1. Essere soggetti a cascola; 2. Essere soggetti a marciumi fungini successivi (Monilie); 3. Apparire di aspetto normale, senza accentuati rammollimenti della polpa, cioè senza nessun segno palese della presenza della larva all'interno del frutto. L'intensità dell'attacco può variare anche in funzione di una certa recettività varietale; ad esempio il Ciliegio acido è sicuramente meno sensibile di quello dolce, così come tra questi ultimi vi sono varietà più colpite di altre (varietà più tardive, varietà a polpa bianca ed altre)
Sempre da http://www.agraria.org/  apprendo l’esistenza della Mosca della frutta, che colpisce pesche, susine, e tante altre cose: è un baco “polifago”, cioè mangia qualsiasi cosa: Drupacee, Pomacee, Agrumi, Kaki, Fico, Actinidia.
La Mosca della frutta (Ceratitis capitata Wied) è un insetto estremamente polifago e molto diffuso nell'areale mediterraneo fino all'Europa centrale; è una Mosca caratteristica anche delle zone subtropicali e tropicali. La Ceratisis capitata è un piccolo moscerino, di 4-6 mm di lunghezza; il capo porta due occhi composti verdastri. Il torace è grigio-giallastro. Le ali membranose presentano caratteristiche macchie colore giallo ocraceo. L'addome, che è tipicamente tondeggiante e termina a punta, è di colore giallo-arancio, con barrature trasversali grigio argentee. Le larve sono biancastre, carpofaghe ed adattate in modo specifico alla vita endofitica. I danni si verificano sui frutti e sono provocati: 1) Dalle punture di ovideposizione che determinano la comparsa di aree zonate e mollicce (Agrumi) soggette, successivamente, a marcescenza; 2) Dall'attività delle larve che si sviluppano in modo gregario dentro ai frutti; esse si nutrono della polpa provocando anche il disfacimento molle della polpa stessa che successivamente viene attaccata anche da agenti di marciumi fungini, determinando la completa degenerazione del frutto. I frutti colpiti sono soggetti a cascola. (...)
Un’altra mosca famosa (o famigerata) è quella delle olive, che può provocare danni enormi.
da http://www.agraria.org/ :
Mosca dell'olivo (Dacus oleae). La larva della Mosca dell'olivo misura circa 8 mm, è apoda, ha apparato masticatore costituito da due mandibole nere ben visibili ad occhio nudo, è di colore giallognolo ed è più sottile verso l'estremità cefalica. L'insetto adulto somiglia ad una mosca di piccole dimensioni (4-5 mm) con un apertura alare di 10-12 mm., presenta capo fulvo con occhi verdastri, corpo. Il corpo è di colore grigio ed ali trasparenti con due piccole macchie scure alle estremità. L'alimentazione di questo dittero differisce a seconda dello stadio in cui si trova: da larva si nutre della polpa dei frutti entro i quali scava gallerie (i frutti così danneggiati sono sede di marciumi e conseguente cascola a causa dell'instaurarsi di colonie di microrganismi); da adulto si nutre con i succhi che fuoriescono dalla puntura di ovideposizione, con materiali zuccherini o proteici che estraggono dalle diverse parti verdi dell'olivo tramite il suo apparato boccale tipicamente pungente-succhiante. La Mosca dell'olivo è uno tra i principali vettori della Rogna dell'olivo. (...)
Torniamo alle farfalline parlando dell’uva: due specie diverse, la tignola della vite (genere Eupoecilia, o Clysia) e la tignoletta della vite (genere Lobesia).
da http://www.agraria.org/  :
La Clysia è la seconda Tignola della Vite è diffusa negli areali dell'Italia settentrionale dove effettua due generazioni all'anno che spesso coincidono con quelle della Lobesia, per cui il controllo è spesso abbinato. A volte la seconda generazione della Clysia è più lenta, rispetto a quella di Lobesia, coincidendo con la terza di quest'ultima. L'insetto adulto è una farfalla di medio-piccole dimensioni (10-15 mm di apertura alare); il colore delle ali anteriori è giallastro con una striscia trasversale bruno-nerastra, posta nella parte mediana. Le ali posteriori sono di colore grigio-giallastro uniforme. La larva di prima età è molto chiara; successivamente il colore diviene più intenso assumendo un tono variabile dal verdastro, al violaceo, al bruno-rossastro (lunghe 10-12 mm). Il danno si verifica sia sul grappolo fiorale (la prima generazione), sia sugli acini in fase di ingrossamento ed invaiatura (seconda generazione), determinando gli stessi effetti negativi della Lobesia. L'insetto sverna come crisalide, sotto la scorza della pianta o in altri anfratti del vigneto (pali di legno, vecchi ceppi, ecc.). In primavera gli adulti compaiono ad aprile-maggio e le femmine ovidepongono sui grappolini fiorali; inizia, pertanto, la prima generazione di larve che sono antofaghe. Queste larve si incrisalidano nel grappolino fioraie ed i nuovi adulti compaiono fra giugno e luglio. Questi adulti ovidepongono su grappolini già formati, originando la seconda generazione di larve che sono carpofaghe. Le larve di seconda generazione hanno un ritmo di accrescimento più lento, rispetto a Lobesia, tanto che, a volte, si protrae fino ad ottobre. Le larve di seconda generazione originano le crisalidi che sverneranno. L'insetto compie, pertanto, due generazioni all'anno; molto raramente, nei paesi più caldi, si può avere una 3a generazione a fine estate che spesso però è parziale ed incompleta.
I parassiti delle piante da frutto sono ovviamente molti, dalle cocciniglie alle muffe, e magari approfitterò ancora dell’eccellente sito di http://www.agraria.org/  , dal quale ho preso in prestito anche le foto; ma per oggi intendevo parlare soltanto dei bachi, mi sono tolto un po’ di curiosità e mi sembra di aver già messo in fila un bel po’ di piccoli mostri, per oggi direi che può bastare.

lunedì 29 agosto 2011

Una facile profezia

Tutto quello che è stato privatizzato dal 1995 in qua tornerà nuovamente pubblico (statale, regionale, comunale) entro dieci o quindici anni.
Sto dando i numeri? No, magari: ma è una cosa facile da prevedere. Mantenere in efficienza una rete autostradale, una rete ferroviaria, l’acqua potabile, queste cose qui, costa. E costa molto. Di conseguenza, non appena si sarà raggiunto il massimo profitto possibile, i privati se ne disferanno volentieri: e chi può acquistare queste cose? Lo Stato, è ovvio. Così si farà l’affare due volte: la prima volta, negli anni ’90, si è comperato per poco; la seconda volta, domani o dopodomani, si venderà per molto.
Lo Stato acquisterà, anche perché nel frattempo si sarà badato a creare un’opinione pubblica favorevole alla statalizzazione. Scommettiamo? Di regola non scommetto mai, per principio: ma su queste cose qui qualche biglietto da dieci ce lo metterei; il problema sarebbe però trovare un bookmaker che accetti la mia puntata, troppo facile, troppo scontato, chi vuoi mai che accetti una scommessa così.

domenica 28 agosto 2011

Rodolfo Celletti

Devo molto a Rodolfo Celletti, e non solo per quanto riguarda la musica. Quando ho iniziato ad ascoltare l’opera lirica, che avevo letteralmente detestato fino ai 18 anni, non avevo nessun punto di riferimento: a casa mia non c’era nessuno che si interessava di musica. Per questo motivo, non sapendo da dove incominciare, avevo scelto di partire dai nomi più famosi, Giuseppe Di Stefano, Mario Del Monaco, Maria Callas, Tito Gobbi, e tanti altri. Dopo un paio d’anni, e dopo aver comperato qualche disco, venni a sapere dai giornali che esisteva un libro, molto recente, in cui il critico musicale Rodolfo Celletti aveva passato in rassegna tutte le principali edizioni discografiche esistenti: “Il teatro d’opera in disco”, editore Rizzoli. Era piuttosto costoso, ma in Biblioteca a Como ce l’avevano e così cominciai a leggerlo. La sorpresa fu enorme, e anche l’irritazione: Celletti “distruggeva” quasi tutte le interpretazioni più celebrate, trovava difetti ovunque, parlava bene di cantanti con una voce meno bella degli altri, dava la sufficienza scarsa a direttori d’orchestra di cui tutti parlavano con ammirazione, come Tullio Serafin.
Com’era possibile? Qualcosa non mi tornava, e in seguito avrei scoperto che a Celletti piaceva esagerare, che era molto umorale e alle volte anche un bel po’ maleducato: ma Rodolfo Celletti era un critico serio, ti dava dei punti di riferimento, e soprattutto non parlava mai in astratto, ma indicava i punti precisi in cui, in quella registrazione, quel cantante aveva commesso degli errori. Siccome avevo molti di quei dischi, era facile andare a controllare: ebbene sì, nella maggior parte dei casi Celletti aveva ragione. Come dargli torto se, ragionando sul “Simon Boccanegra” diretto da Gabriele Santini, diceva che Tito Gobbi era un grande baritono ma solo nella zona centrale, e che appena c’era da andare in zona acuta la voce sbiancava, e rivelava gravi difetti di tecnica? L’esempio che ancora mi ricordo, riguardo a Tito Gobbi, è quello nel “Don Carlos” (sempre diretto da Santini), alle parole “inaspettata aurora”... Insomma, era facile controllare, verificare.
Inoltre, per la prima volta, grazie a Celletti imparavo nozioni di tecnica vocale, di filologia, dei veri motivi per cui Maria Callas era da considerare un evento epocale, della reale grandezza di Renata Tebaldi, delle lezioni di canto di Carlo Bergonzi, del fatto che alcuni cantanti sono perfetti per una parte ma non per tutte, della differenza fra quello che si ascolta in disco e in teatro, eccetera. Grazie a Celletti, ho capito che la magia del teatro non si troverà mai in una registrazione, che direttori come Serafin, Votto, De Sabata e Sawallisch erano grandi non tanto e non solo per le loro registrazioni, ma per il loro lavoro quotidiano in teatro.
Tutte cose che non sapevo e che ho imparato: ed è un discorso che mi torna alla mente ogni volta che trovo qualcuno che parla a vanvera, non solo di musica o di letteratura ma in politica, sul lavoro, in famiglia, qualsiasi cosa. Ci sono persone che sono magari poco simpatiche o irritanti, come capitava spesso con Celletti, ma che ti danno comunque dei punti di riferimento, qualcosa su cui riflettere, e che magari ti aprono nuovi orizzonti, e che per questi motivi ti fanno crescere, ti danno qualcosa in più che prima non avevi. Di queste persone, di Celletti ma non solo di Celletti, sento una grande mancanza.
da www.wikipedia.it
Rodolfo Celletti (Roma, 13 giugno 1917 – 4 ottobre 2004) è stato un musicologo, critico musicale, maestro di canto e scrittore italiano. Dopo aver servito nell'esercito dal 1937 al 1943, nel dopoguerra si laureò in legge. Alternò per lungo tempo l'attività di dirigente d'azienda a quella di musicologo e critico musicale autodidatta, collaborando a varie riviste e pubblicando saggi, tra cui, fondamentale, quello sulla storia della vocalità, che costituisce il settimo volume della monumentale "Storia dell'opera", edita dalla UTET . Per molti anni fu critico musicale del settimanale «Epoca» e collaboratore di riviste, specialistiche o divulgative, come «Analecta musicologica», «Nuova rivista musicale italiana», «Rivista Italiana di musicologia», «Discoteca», «Musica», «L'Opera», «Opera» (di Londra), «Opéra international» (di Parigi) e «Amadeus». Collaborò inoltre ad enciclopedie e dizionari (dalla direzione della "Sezione cantanti" della Enciclopedia dello Spettacolo a The New Grove Dictionary of Opera), e pubblicò diversi libri, tra cui: Le grandi voci (1964), considerato per lungo tempo la più completa fonte biografica e critica sui grandi cantanti d'opera a partire dalla fine dell'800, e Storia del belcanto (1983), tradotto in inglese, francese e tedesco. Un cenno particolare meritano poi le due edizioni (1976 e 1988) de Il teatro d'opera in disco, primo testo del suo genere, che per lungo tempo ha costituito un riferimento imprescindibile, oltre che per gli addetti ai lavori, per tutti gli appassionati melomani e discofili. In esso Celletti espresse, soprattutto su mostri sacri della vocalità, giudizi talvolta radicali e "fuori dal coro", ma costantemente circostanziati ed analiticamente motivati. Dal 1980 al 1993 fu Direttore Artistico a Martina Franca del Festival della Valle d'Itria, specializzato nella rappresentazione di opere rare e nella revisione critica di opere di repertorio. Nell'ambito del Festival Celletti svolse anche l'attività di maestro di canto, valorizzando giovani esecutori che hanno poi contribuito al rilancio del Belcanto. Tra essi Lella Cuberli, Daniela Dessì, Maria Dragoni, Martine Dupuy, William Matteuzzi, Giuseppe Morino, Dano Raffanti.
Rodolfo Celletti si è spento, nel completo silenzio all'età di 87 anni. Considerato uno dei più grandi esperti di canto lirico e di storia dell'opera, ha ricoperto un ruolo di primo piano nel mondo musicale italiano del secondo dopoguerra, soprattutto nella riscoperta del mondo del belcanto, dal periodo barocco al primo romanticismo, e come animatore del revival che ha riguardato questo stile canoro nell'ultimo scorcio del XX secolo. Pubblicazioni Saggistica Le grandi voci: Dizionario critico, biografico dei cantanti, Istituto per la collaborazione culturale, 1964 Il teatro d'opera in disco, Rizzoli, 1976. Storia del belcanto, Discanto, 1983 Memorie d'un ascoltatore: Cronache musicali vere e immaginarie, Il Saggiatore, 1985. Pavarotti: 25 anni per la musica, Ruggeri edizioni, 1986 Il canto, Garzanti (Edizioni Speciali Vallardi), 1989 Voce di tenore, IdeaLibri, 1989. Storia dell'opera italiana, Garzanti, 2000. La grana della voce: opere, direttori e cantanti, Baldini & Castoldi, 2000. Romanzi Viale Bianca Maria, Feltrinelli, 1961 Gli squadriglieri, Bompiani, 1975 Tu che le vanità, Rizzoli, 1981 L'infermiera inglese, Giunti, 1995.

sabato 27 agosto 2011

Starobinski

- Perché l’opera è il luogo dell’incanto per eccellenza?
- Perché nasce a cavallo tra finzione, mito, seduzione e virtuosismo. Le sue convenzioni non la obbligano alla verità (...) il suo unico obbligo è piacere, permettere la felicità. E quando l’opera porta in scena le muse incantatrici, propone allora la rappresentazione del suo stesso potere. (...) In fondo, molto spesso l’opera è stata la rappresentazione lecita della seduzione illecita. (...) La sorgente del suo incanto si trova nell’elementare potere del canto, lo stesso potere che agisce sulla ninna nanna che riesce a calmare un bambino (...) tale incanto si trova nel profondo delle nostre esperienze elementari, arricchito però da un bisogno di elaborazione raffinata. (...) Il mondo è apparso disincantato quando gli uomini lo hanno visto dominato solamente dalle concatenazioni delle cause fisiche, quando è stato abbandonato al calcolo della scienza, dell’economia e dell’industria. La musica, e in particolare l’opera, si sono allora viste attribuire il compito di restituire al mondo una certa profondità magica, ma anche di innalzarlo al di sopra delle servitù dell’utilitarismo economico attraverso l’ironia e il comico. La creazione poetica e la musica hanno ricevuto la missione, specialmente per Hoffmann, di affermare un principio di libertà spirituale. (...) E.T.A. Hoffmann fa riferimento proprio a Mozart per confortare le sue idee sul valore liberatorio della favola e dell’ironia; ma evoca anche Carlo Gozzi, che fu l’ispiratore delle “Fate”, la prima opera di Wagner. (...)
- E allora perché i giovani e l’opera sono due mondi che difficilmente comunicano?
- Spesso si parla dei giovani come di un’istanza decisionale, capaci di definire e legittimare scelte ragionate. In realtà sono troppo spesso il riflesso passivo di ciò che le diverse industrie del divertimento riescono a vendere loro quando sono ancora immaturi, non abbastanza preparati. Ne risulta un impoverimento di fatto che è difficile da combattere. (...)
(Jean Starobinski, intervista a L’Espresso 14 settembre 2006, F.Gambaro)
Il libro a cui si accenna è “Le incantatrici” di Jean Starobinski (EDT Torino edizioni), che al tempo dell’intervista era stato appena pubblicato in Francia. Starobinski, svizzero di lingua francese, è nato nel 1920; è medico psichiatra ma è anche laureato in lettere classiche.

venerdì 26 agosto 2011

Tauromachia

L’abolizione delle corride, e del Palio di Siena, è uno degli argomenti ricorrenti in questi ultimi anni, anche in Spagna se ne è parlato molto. Devo dire che io non ho un’opinione netta in proposito, nel senso che ne ho una molto articolata: ho molti ragionamenti in testa, spesso uno contrario all’altro, e provo a metterli qui in fila meglio che posso.
1) la Tauromachia, il combattimento con i tori, non solo le corride ma anche i rodei americani, sono cose antiche quanto l’uomo. Se oggi ci sembrano cose strane, è probabilmente perché abbiamo perso ogni contatto con la natura, e viviamo in un ambiente molto urbanizzato. Faccio un paio di esempi partendo non dall’antica Grecia o da Creta e dal Minotauro, ma da me stesso: da bambino ho visto spesso macellare conigli e galline. Un attimo prima il coniglio è nella sua gabbia, l’aspetto pacioso e simpatico; un attimo dopo è scuoiato e svuotato delle interiora, pronto ad essere messo in pentola. Una barbarie? Provate un po’ a guardare sui banchi dei negozi e dei supermercati: da dove vengono tutte quelle cosce di pollo e di tacchino? Anche quei polli e quei tacchini, come il coniglio di cui ho parlato prima, erano esseri viventi.  2) Da questo prima ragionamento, può nascere un discorso molto radicale: non solo il diventare vegetariani, ma l’eliminazione di borse, giubbotti e scarpe di pelle. Per esempio, questo paio di mocassini: appena li ho portati a casa ho guardato bene l’etichetta, e c’è scritto che è pelle d’agnello. Confesso la mia colpa: ho guardato solo il prezzo, le scarpe erano belle e comode, mi pareva d’aver fatto un buon affare, ma adesso so che cammino grazie a un agnello macellato. Lo stesso discorso vale per le vostre borse, per i giubbotti dei motociclisti, e per tante altre cose.
3) In casa mia si racconta ancora di quando scappava il toro: mio nonno, fino al 1945, aveva una fattoria. Oggi si direbbe “azienda agricola”, potrei dire che era un piccolo imprenditore, ma mio nonno l’ho conosciuto bene, e so che ne avrebbe sorriso, di questa definizione: era lui che andava a riprendere il toro, quando scappava. Il toro aveva un anello al naso, bisognava agganciare quell’anello con un bastone appositamente preparato, l’anello al naso faceva male, il toro era costretto a seguirti: ma non era mica una cosa da poco, era già una tauromachia. Vita quotidiana, per millenni, per tutta l’umanità.
4) I nostri vecchi, per diecimila anni o forse più, avevano ben chiare queste cose; oggi noi ne abbiamo perso memoria. Questa perdita di memoria è iniziata già con me, e si accresce di anno in anno. Quanti bambini di oggi hanno avuto a che fare – tutti i giorni - con conigli e galline? Il pulcino che avevi allevato con cura e con affetto, prima o poi veniva macellato. E questo lo sapevano tutti. 5) Essere vegetariani è un lusso che solo oggi possiamo permetterci. Prima, per millenni, si mangiava quel che c’era: coltivare e allevare costava una gran fatica. Oggi facciamo le diete, per millenni si è celebrato il grasso. Anche su queste cose bisognerebbe cominciare a ragionare.
6) Tornando alle corride, alla tauromachia, ai rodei, alle corse dei tori a Pamplona, alla caccia e alla pesca, purtroppo oggi sono diventate manifestazioni inutili, folkloristiche nel senso brutto del termine, roba per turisti, puro e semplice maltrattamento degli animali. Non è sempre stato così, e mi sento di dire che alla tauromachia e al rodeo è successa la stessa cosa che è successa, per esempio, all’alpinismo: per millenni in montagna non c’è andato quasi nessuno, oggi siamo tutti sciatori e alpinisti, sull’Everest si va e si torna in giornata con le scarpe da tennis, si va a Timbuctu e alle Maldive in viaggi comitiva, si fanno corse podistiche e motoristiche nel deserto, si fanno epiche corse in mountain bike nei pochi boschi residui, si caccia e si pesca e poi si butta via il cacciato e il pescato perché chi la mangia più quella roba, e io penso che tutto questo andrebbe abolito, non solo la corrida. La montagna va lasciata stare, come facevano i nostri vecchi. A Cortina d’Ampezzo sembra di stare a Milano, lo dicono tutti da parecchi anni, perché ci sono più automobili che a Milano: a voi sembra una cosa normale?
Io una conclusione non ce l’ho, per me è un argomento troppo complesso. Però, concludendo, perché una conclusione bisogna pur trovarla, ogni volta che vedo uno che mi passa davanti in bicicletta col casco e con la tuta e accessori da centomila euro, firmatissimi e fighissimi, volto la faccia dall’altra parte. Pensate che il semplice fatto di andare in bicicletta vi renda ecologisti? Errore, l’ecologista in bicicletta è uno che va in sandali e calzoncini corti, magari con la canottiera, senza correre come un matto, e se non corri non c’è bisogno del casco: quando si cade, dalla bici, una persona normale si spela le ginocchia e le mani. Se usi la bici per spostarti, per divertimento, per lavoro, non fai le acrobazie: invece voi mi state costringendo a infilarmi nelle piste ciclabili (qui in giro era tutto pista ciclabile, sono andato in giro a nord di Milano per quarant’anni, in bici, e potevo andare ovunque senza troppi pericoli), mi state costringendo a usare l’automobile anche per andare a comperare il pane, mi costruite palazzine e autostrade anche davanti a casa, e trovate tutto questo giusto e normale... In queste condizioni, visto che non posso neanche più uscire di casa senza casco e senza accessori firmati, prendo sottobraccio Orson Welles e Pablo Picasso, magari anche John Huston, se lui ci sta; poi tiro giù dallo scaffale un libro di Federico Garcia Lorca, e vado anch’io alla corrida, alla Tauromachia, come ai tempi di Minosse, di Arianna, di Teseo, e del Minotauro. Non ci sono mai andato e non mi sarei mai sognato di andarci, ma ci vado volentieri, a questo punto.
(i toreri sono di Picasso, un'immagine presa da vecchi quotidiani e riviste; la tauromachia acrobatica viene da Creta, palazzo di Cnosso, più o meno due millenni e mezzo fa; anche la testa del toro è cretese; i disegni delle grotte di Lascaux, in Dordogna, risalgono a quindicimila anni fa, mese più mese meno)

giovedì 25 agosto 2011

Napolitano al meeting di CL

Devo dire che mi ha fatto una certa impressione, la settimana scorsa, vedere il Presidente della Repubblica al meeting di CL, a Rimini. Mi ha fatto impressione perchè gli uomini al suo fianco, quelli di Comunione e Liberazione, sono al governo da almeno quindici anni, e in Lombardia quasi da vent’anni consecutivi. Napolitano ha parlato di princìpi morali, di buona amministrazione, ma a chi stava parlando? Chi lo applaudiva, dalla platea di quel meeting? La foto qui sotto è abbastanza eloquente, molte di queste facce le vediamo da decenni, al fianco di chi ha governato, e governanti essi stessi: hanno approvato tutto, tutti i bilanci e le Finanziarie da vent’anni in qua, compresi i condoni edilizi e fiscali, l'abolizione del falso in bilancio, i progetti faraonici (quel ponte di Messina...) e adesso provano a tirarsi fuori e a dire che la crisi e il deficit pubblico vengono da chissà dove, che loro non c’entrano.
S’intende, il Presidente della Repubblica ha compiti di rappresentanza e non può mica mettersi a tirare invettive: capisco benissimo Napolitano, provo ad immaginare il suo pensiero, in fin dei conti anche gli elettori hanno le loro precise responsabilità (bisognerebbe cominciare a dirlo, ad alta voce, forte e spesso). Però poi, ieri sera, finito il meeting, vedo in tv il presidente della Regione Lombardia, che si chiama Formigoni, è di CL, ed è al governo da vent’anni sia a Milano che a Roma, dire che la manovra del governo Berlusconi è iniqua, che sarà costretto a intaccare la spesa sulla cultura, ad aumentare il prezzo dei biglietti sui mezzi pubblici, ad aumentare le tasse... Ma, insomma: caro signor Formigoni, il partito di Berlusconi è anche il suo. Ma, insomma, caro signor Formigoni, lei governa la regione Lombardia con la Lega Nord, esattamente come a Roma: e se provaste a parlarvi, tra di voi? Molto spesso si tratta delle stesse persone, per esempio l’on. Lupi, milanese e vicepresidente del Senato, era tra quelli al fianco di Napolitano, al meeting di Rimini...
Circola intanto una notizia che ha riportato, che io sappia, solo “Il fatto quotidiano”: la Regione Lombardia ha stanziato una cifra vicina ai centomila euro, per quel Meeting di CL a Rimini. Formigoni ne sa qualcosa? Non sarebbero venuti buoni, quei centomila euro, per evitare di alzare i prezzi dei biglietti dei treni e dei tram?
In questo contesto, e preso atto che non c’è più un Enzo Biagi a porre queste domande (sarebbe stato bello avere una risposta, magari “Il fatto quotidiano” ha scritto cose non vere e meritevoli di rettifica, e i giornalisti dovrebbero essere lì per quello, per fare le domande scomode e ottenere risposte chiare), non mi resta che interpretare una delle proposte di Formigoni, quella di accorpare non solo Comuni e Province ma anche le Regioni, come l’intenzione di avere le mani sempre più libere per appalti e lavori pubblici, e magari di arrivare più facilmente alla secessione chiesta a gran voce da Bossi e dalla Lega Nord. C’è sotto qualcosa? Ah, saperlo...

mercoledì 24 agosto 2011

Puccini ( II )

Alcune delle melodie più belle di Puccini sono nascoste in momenti che non t’aspetti, così nascoste e così velocemente enunciate rischiano di passare inosservate. Alcuni esempi: il coro nel saloon di fine atto, “La fanciulla del West”, abbinato a versi molto goffi; “dica quant’anni ha, caro signor Benoit” nella Bohème (una melodia dolcissima e toccante, per una caricatura, meno di un minuto), o magari “O mio babbino caro” dal Gianni Schicchi (con un tema così, altri ci avrebbero costruito un’opera intera, o un quartetto d’archi), quasi tutta “La Rondine”, quasi tutta la parte di Ping, Pang e Pong in "Turandot", ma gli esempi potrebbero continuare all’infinito. Troppa grazia? Non si direbbe, tanto più che non è finita qui: bisogna parlare anche delle armonizzazioni finissime, come quel coro nel saloon, e delle orchestrazione mahleriane (il secondo atto della “Fanciulla del West”, la Turandot, la Bohème stessa: ma Mahler era più giovane di due anni rispetto a Puccini) che emergono con evidenza nelle esecuzioni in teatro, ma solo con le grandi orchestre e con i grandi direttori (tanto per fare un nome solo, ho avuto la fortuna di ascoltare Giuseppe Sinopoli, alla Scala, per Puccini).
Questi momenti vorresti che durassero di più e invece no, si passa ad altro. Evidentemente, Puccini poteva permetterselo. In un’epoca di ingegni stitici come quella in cui viviamo, in cui “grande artista” lo si dice a chiunque, uno come Giacomo Puccini sarebbe completamente fuori moda; i più, anche tra gli appassionati d’opera e tra i critici, si fermano alle arie più famose, “Nessun dorma”, “E lucevan le stelle”. E invece Puccini meriterebbe ben altra attenzione, ma appena ho finito di scriverlo me lo sono visto qui davanti, come in carne e ossa, a ridermi in faccia, da buon toscano d’altri tempi. Ha preso su il suo fucile in spalla e se ne è andato a divertirsi e far bisboccia, non so dove ma immagino con chi. “Con tutti i danari che ho portato a casa, secondo te dovrei esser così bischero da star qui a perder tempo a guardare a codeste cose?”, mi ha detto: e se non sono proprio le parole esatte (sto scrivendo a memoria) era di sicuro qualche cosa di molto simile.
(l'immagine qui sopra viene da un programma del Teatro alla Scala, primi anni '90)

martedì 23 agosto 2011

Puccini ( I )


Non c'è nulla da fare, Puccini mi frega sempre. Hai voglia di ridere, leggendo il libretto della Butterfly o della Bohème o della Tosca: di goffaggini ce ne sono tante, e poi le sai già tutte a memoria, come si fa a mettersi a piangere, ancora, alla tua età, con Mimì e con Cio-cio San? E invece succede, perché Puccini ti frega sempre.
Me lo ricordo ancora, come se fosse oggi: Mirella Freni alla Scala, con il maestro Kleiber che fa segno all'orchestra "più piano, sempre più piano", e per spiegarsi meglio si accascia sulle ginocchia, quasi a scomparire dietro il leggio; e i colpi di timpani, alla fine della Madama Butterfly, nell'edizione diretta da Chailly, che vanno diritti a colpirmi nella bocca dello stomaco, al plesso solare, là dove nascono le emozioni più forti e incontrollabili.
Il problema di Puccini è che è troppo bravo. Troppo belle le sue melodie, troppo orecchiabili, alla fine uno si ricorda solo quelle ("Nessun dorma", "O dolci baci o languide carezze"...), e invece bisognerebbe ascoltare bene l'orchestra, e questo a teatro si può fare. Per esempio "La fanciulla del West" (testo di rara goffaggine e insipienza drammatica) nelle mani di un grande direttore sinfonico com'era Sinopoli, diventa quello che è in realtà: un contemporaneo di Mahler, solo che Puccini ha due anni di più e Mahler ha di sicuro ascoltato Puccini, perché il boemo in vita era famoso quasi solo come direttore d'orchestra.
Ci sono solo due cose che non mi piacciono di Puccini, e sono le due arie famose della Bohème, "Mi chiamano Mimì / Che gelida manina". Non le sopporto, mi suonano proprio male; ma forse il difetto è tutto mio. Comunque sia, quando prendo in mano la Bohéme preferisco andare all'inizio del terzo atto, alla Parigi che si risveglia la mattina sotto la neve, con i due innamorati che si lasciano e si riprendono, l'amore che fa rima con dolore, e con la musica più grande del mondo.

lunedì 22 agosto 2011

Bachianas brasileiras

Una musica meravigliosa, un tappeto sonoro ideale per scrivere, pensare, fare l’amore, tutte le cose belle che vi vengono in mente. Questa musica è opera di Heitor Villa-Lobos, uno dei più grandi compositori del Novecento: sto parlando dei “Choros” e delle “Bachianas brasileiras”.
E’ importante far notare subito che la parola “Bachianas” viene dal nome di Johann Sebastian Bach, e quindi va pronunciata con la “ch” alla tedesca: non cominciamo a fare confusione, prego. “Choros” invece si pronuncia con la c dolce, “cioros” (ma i brasiliani veri già li vedo che mi tirano le orecchie per questa semplificazione)
La Bachiana n.5 è sicuramente la più famosa, è l’unica cantata, ed è molto eseguita anche perchè piace moltissimo alle cantanti. Il motivo di questo gradimento è chiarissimo fin dalle prime parole, quelle che fanno:
1. Aria (Cantilena) by Ruth Valladares Corrêa
Tarde uma nuvem rósea lenta e transparente. Sobre o espaço, sonhadora e bela...
e che continua così nella seconda parte:
2. Dansa (Martelo) by Manuel Bandeira (1886-1968)
Irerê meu passarinho do sertão do Carirì, irerê meu companheiro, cadê viola ? Cadê meu bem ? Cadê Maria ? Ahi triste sorte do violeiro cantadô ! Ah ! ...
Cerco informazioni, ma scopro che su Heitor Villa Lobos, a parte la bella faccia aperta, da attore (sarebbe stato perfetto nei film di John Huston), non c’è molto da dire: c’è invece molto da ascoltare, la sua musica è bellissima, quando comincio ad ascoltarla poi vado avanti per settimane, e mi capita ogni volta, anche a conoscerla a memoria il piacere non cambia. Si potrebbe chiamarle sinfonie, volendo: ma Villa-Lobos ha scritto dodici sinfonie chiamandole Sinfonie, e quindi quando si parla di Bachianas Brasileiras si tratta di qualcosa di diverso. Tutto qui quello ho da dire, a parte la riconoscenza infinita che si deve sempre a chi ci dà qualcosa di bello; perciò mi appoggio, come faccio spesso, alla Garzantina della Musica. Che recita così:
Villa-Lobos, Heitor (Rio de Janeiro 1887-1959) compositore brasiliano. Di madre indigena, ebbe dal padre le prime nozioni di musica, imparando a suonare il violoncello, il pianoforte e alcuni strumenti a fiato. Soltanto dopo il 1906, quando già componeva, intraprese studi regolari, ma si formò soprattutto compiendo viaggi all'interno del paese alla scoperta del canto popolare. Esordì nel 1915, suscitando vivaci polemiche e trovando poi in Anton Rubinstein un valido sostenitore. Dal 1923 VillaLobos risiedette per lo più in Europa (Parigi, Londra, Vienna, Berlino); rientrato in patria, nel 1930, fu sovrintendente all'istruzione musicale e si batté per la creazione di una pedagogia musicale su basi etnologiche. Nel 1942 fondò il conservatorio di canto Orfeónico e nel 1946 l'Accademia di musica, cui presiedette sino alla morte. VillaLobos è il maggior compositore brasiliano. Autore d'una fecondità eccezionale (il catalogo delle sue opere tocca le 1300 composizioni), rifiutò per tutta la vita l'educazione musicale accademica. Prima i lunghi viaggi nell'Amazzonia, poi i contatti col canto popolare più tipicamente brasiliano determinarono in lui il gusto per una musica colta imbevuta di tradizione locale. Nacquero così le 12 sinfonie (molte delle quali con cori su testi indigeni), i 16 poemi sinfonici, i 17 balletti (tra cui Uirapurrí e Amazonas, entrambi del 1917; Cainxinha de boas festars, 1932; Emperor Jones, 1955), le numerose suites sinfoniche e cameristiche e soprattutto i celebri 14 Chóros, composizioni per vari complessi strumentali a plettro e a fiato di cui 3 con partecipazione di cori. Altra importante serie di lavori è costituita dalle 9 Bachianas brasileiras, ispirate, come dice il titolo, alla musica di Bach, nelle quali è ricercata un'ideale fusione tra l'universale linguaggio bachiano e le melodie popolari. Nel suo catalogo figurano inoltre 10 opere teatrali (Aglaia, 1908; Izhat, 1912; Jesús, 1918: Malazarte, 1921), vari concerti (per pianoforte, per violoncello, per arpa, per chitarra, per armonica a bocca), 17 quartetti e altra copiosa musica da camera, moltissime pagine pianistiche, con raccolte di vasta notorietà come i quaderni “Prole do bébé”, i pezzi “Cirandas” (riferito a giochi per l'infanzia), brani vocali, opere teoriche e pedagogiche.
(voce su Heitor Villa-Lobos, dalla Garzantina della Musica)

domenica 21 agosto 2011

Per un nuovo Umanesimo

La Barclays Bank ha annunciato un migliaio di licenziamenti, o forse di più; da noi, Banca Intesa e Unicredit fanno a gara a chi prepensiona più dipendenti, e a chi chiude più sportelli. Per chi è fuori dai prepensionamenti e per chi è ancora protetto dai vecchi contratti, l’alternativa è fra lo “scivolo” (un po’ di soldi e fuori) oppure il mobbing (si fa, si fa ma non si dice).
D’ora in poi, parleremo con una macchina; e i clienti già lavorano al posto dei cassieri, prendendosi anche responsabilità che ai clienti non dovrebbero spettare. Sì, mi dicono: però si risparmia, però così non fai le code. Sarà, ma io non ho mica studiato da ragioniere, e – soprattutto – fino a poco tempo fa non solo tutto questo era gratis, ma mi davano anche gli interessi sul conto corrente. Qui qualcosa non funziona, e penso di sapere cos’è: non perché io sono bravo, ma perché è talmente evidente che per non accorgersene bisogna essere in malafede, oppure essere un bel po’ addormentati (o ipnotizzati, fate voi).
Si tratta di questo: che i dirigenti delle nuove generazioni, da almeno vent’anni in qua, sono stati addestrati a fare una sola cosa, ridurre il personale. Il personale è un costo: questo è il dogma, lo si è ripetuto all’infinito, quaranta volte al giorno, anche di notte, anche le feste comandate, su tutti i media disponibili, tv, libri, giornali, internet, ovunque. Il personale è un costo, se si vuole aumentare l’efficienza e il profitto bisogna ridurre il personale, altra via non esiste. Inutile far notare che con il personale che c’era prima, prima negli anni ’70 e ’80 e ’90, le imprese e le banche facevano lo stesso dei grandi profitti, così grandi che si meritavano nomi come “le sette sorelle”, “poteri forti”, eccetera eccetera.

"Come mai c’è la crisi, da dove viene la crisi", ripetono le stessi menti ottenebrate dall’ideologia (quella della Thatcher, di Reagan, dei Bush); e ci sarebbe anche da ridere se la nostra situazione non fosse invece così tragica. Andate in un qualsiasi supermercato, magari uno di quelli per bricolage ed elettrodomestici: vi sfido a trovare merce italiana. Magari il nome è italiano e familiare, ma dietro c’è un’etichettina “made in China”. Quasi tutti se la prendono con i cinesi, ma sbagliano: i cinesi fanno il loro interesse, come è ovvio, e lo fanno bene; ma i padroni di quei supermercati sono italiani, lombardi, veneti, brianzoli, comaschi, “dei nostri”. A queste persone, ai padroni dei supermarket e degli ipermarket, non importa nulla dell’economia del loro Paese: importa solo vendere-comprare-guadagnare, e se mi conviene comperare dai cinesi io compro dai cinesi. Non si accorgono (nessuno se ne accorge...) che in realtà così facendo chiudono le nostre imprese, chiudono o delocalizzano (cioè chiudono qui e assumono gente altrove), come si fa anche solo a pensare di uscire dalla crisi con dirigenti come questi, che non hanno fiducia nel loro Paese e nella gente che vi abita?
Conosco diverse persone che avevano un negozio, fino a tutti gli anni ’90: non erano ricchi, ma era comunque un’impresa personale, non erano sotto padrone, c’era spesso orgoglio e onestà, cartolerie e mercerie, macellai ed erboristerie, tante piccole attività spazzate via dall’apertura di un enorme centro commerciale o magari di una grossa catena, che aveva sfruttato la presenza in quel posto di un negozio già avviato per evitare di far fatica con l’avviamento di un negozio.
Conosco giovani di vent’anni a cui viene ripetuto, ogni giorno, “non sei nessuno, non vali niente e non conti niente”: ma non a parole, con i fatti. Stai qui tre mesi, ti faccio fare un lavoro da poco, poi ti mando via e assumo un altro: come si fa a parlare di crescita, di futuro, di uscita dalla recessione, se non si dà fiducia alle persone? Conosco gente che ha 35, 40, 50 anni: gli dicono che non c’è più la pensione come prima, che dovranno lavorare fino a settant’anni, ma per loro il lavoro non esiste più. Dopo i trent’anni, per le Manpower e le Metis e le Adecco (eccetera) non esisti più: ed era prevedibile che andasse così, prevedibilissimo, lo si diceva fin dal principio, ma se dici cose sensate chi vuoi che ti ascolti?
Alla fine, si sta creando un esercito di disoccupati e di disperati: difficile che stiano tutti quieti, qualcosa succederà, poi si manderà l’esercito (quello vero), si parlerà di criminali, come sta facendo il premier inglese Cameron in questi giorni, ma tutto questo era non solo prevedibile ma anche evitabile.
Come uscire da tutto questo, come ridare un futuro al Paese, all’Europa intera? Non sarà facile, ma per intanto bisognerebbe cominciare a fare una cosa: ridare dignità alle singole persone, ridare loro quello che avevamo giù ottenuto dal 1945 in qua, una vita decente, sostegno, assistenza quando si è in difficoltà, per esempio. Ma tutto questo non succederà, non può succedere. Con una classe dirigente come questa, ci toccherà assistere alla catastrofe, fino in fondo. Scordatevi dei luoghi comuni e del passato: bisogna pensare in termini adatti al nuovo millennio, e se nel futuro ci sarà ancora una Madre Teresa, non andrà ad assistere i poveri a Calcutta, ma in Piemonte, in Veneto, e in Lombardia.
(la foto qui sopra, che mostra quasi tutte le grandi menti che stanno combattendo la crisi, viene dal sito dell'Espresso, http://www.espressonline.it/ ; la lascio piccola perché potrebbero passare di qui delle persone impressionabili)

sabato 20 agosto 2011

Tobin tax

Tra l’altra sera e ieri mattina, facendo scorrere i quotidiani e i tg, ho trovato due notizie che mi hanno colpito e che mi hanno lasciato un po’ spiazzato. Una (un po’ ovunque) era quella della “Tobin tax”, che sarebbe nei programmi “per uscire dalla crisi” di Sarkozy e Merkel; l’altra (sulla “Stampa”) riguardava un Barack Obama preoccupato perché il Texas del governatore Perry, suo probabile avversario alle prossime elezioni, è in crescita economica e ci sono tante assunzioni di personale.
Ho appena il tempo di prenderne nota che una giornalista di quelle in gamba (al Tg3) mi spiega che cos’è la Tobin tax: risale al 1972 e non è mai stata applicata da nessuno, perché si teme che potrebbe portare ad una fuga di capitali. La Tobin tax fu elaborata dal premio Nobel per l’economia James Tobin, e sui dettagli più precisi non mi soffermo, perché non è il mio campo: mi colpisce però il modo con cui è stata presentata questa possibilità, dato che la destra (Sarkozy e la signora Merkel sono di destra) ha sempre avversato questa proposta. Spero che non sia così, ma l’impressione è questa: siamo alla disperazione, agli estremi rimedi, al “va beh, proviamo anche questo, chissà che non funzioni”. Si prende una teoria vecchia di quarant’anni, la si spolvera un po’, e la si presenta come qualcosa di nuovo: tanto valeva andare ancora un po’ più indietro e saltare direttamente al New Deal di F.D.Roosevelt, che almeno una volta si sa per certo che ha funzionato.
E Obama, e il Texas? Anche qui, bisognerebbe entrare nel dettaglio, studiare bene cosa succede, il Texas è enorme, in gran parte desertico, eccetera. Il titolone è suggestivo, ma io dopo un attimo ripenso a cosa si diceva dell’Irlanda una decina d’anni fa: che l’Irlanda era in pieno boom economico ed era un esempio da seguire, perché detassando si invogliavano le aziende a investire, eccetera. Infatti, ancora oggi, il resoconto dei fondi di Banca Intesa arriva datato da Dublino. Nel frattempo, l’Irlanda è tornata alla povertà: come era successo con la nostra Cassa del Mezzogiorno, negli anni ’70, le imprese prendono i soldi, usano i capannoni gratis, quando i fondi statali e gli incentivi sono finiti chiudono tutto e se ne tornano da dov’erano venute. Durerà il boom del Texas? Ha basi solide, o è solo l’ennesima bolla? Mah.

La mia impressione (so che non è solo mia) è che come al solito si tiri avanti alla giornata, a lume di naso, senza minimamente pensare a cosa succederà, non dico a lungo termine, ma fra cinque o dieci anni. Per fare solo un piccolo esempio e per dare un minimo di base a quello che sto scrivendo, ricordo che quest’inverno, in tv da Santoro, ho visto un imprenditore dei pannelli solari interrogare un ministro in carica chiedendo se in futuro ci sarebbero stati ancora gli incentivi statali per le energie alternative, appena scaduti ma non ancora rinnovati. Il ministro non solo non ha risposto, ma l’impressione (molto netta) era che non avesse nemmeno capito la domanda. La domanda venne così ripetuta con parole diverse: “Ministro, cosa devo dire ai clienti che mi chiedono quanto devono pagare? La mia azienda va bene, è florida, ho molti clienti, non posso fare di queste figure: con gli incentivi il prezzo è questo, senza incentivi è quest’altro, potrei avere un’indicazione precisa?”. Passi il non rispondere, ci può stare; ma vedere un ministro boccheggiare, irritarsi, inalberarsi, e per una cosa come questa, fa davvero impressione. Questi non hanno la minima idea sul cosa fare, verrebbe da dire. Spero che non sia così, ma intanto continuano a ricorrere provvedimenti a capocchia, frasi fatte vecchie di cinquant’anni, toccare le pensioni, i ticket per la sanità, privatizzare, le grandi opere, l’edilizia traino dell’economia, l’imprenditorialità brianzola, i lacci e lacciuoli, gli “ha ragione Marchionne”, gli incentivi per la rottamazione, la facoltà di licenziare come meglio si crede, eccetera eccetera eccetera.
Intanto che noi europei stiamo qui a giocare, i cinesi hanno comperato quasi tutte le aree coltivabili in Africa (ma i giornali non danno queste notizie, bisogna andare sul sito dei missionari, http://www.misna.org/ ) , e il sito Amare Produzioni Agricole ( http://amareproduzioniagricole.blogspot.com/ ) ci informa che il grande squalo della finanza internazionale, lo speculatore George Soros, quello che affossò la lira e la sterlina vent’anni fa, sta facendo la stessa cosa: compera grandi appezzamenti di terreno agricolo, negli USA e in Canada. Il futuro è questo: essere autosufficienti non solo sulle fonti energetiche, ma anche sulla roba da mangiare e sull’acqua da bere. Il frumento italiano, il celebratissimo grano duro per gli spaghetti, viene quasi tutto dal Canada, dalla Russia, dall’Ucraina: ma in quanti lo sanno?
Questa sarà, con ogni probabilità, l’economia del futuro: svellere l’asfalto delle autostrade e delle superstrade, e tentare di rendere nuovamente coltivabili quelle aree. Se cominciamo oggi, forse fra vent’anni non avremo bisogno di dare l’assalto ai forni, come accadeva al tempo dei Promessi Sposi.

venerdì 19 agosto 2011

I nuovi treni delle Nord

Un posto a sedere proprio davanti al wc, in treno: ecco una cosa che non mi sarei mai aspettato, ma la vita riserva molte sorprese. Negli anni ’30, ’40, ’50, ’60, ’70, ’80, ’90, insomma da quando esistono i treni, nessun progettista avrebbe mai messo un posto a sedere direttamente di fronte al cesso, e invece oggi c’è. Negli anni ’30, ’40, ’50, ’60, ’70, ’80, ’90, insomma da quando esistono i treni, se un ragazzo di bottega nell’ufficio del progettista di vagoni ferroviari avesse disegnato un posto proprio davanti all’ingresso della “ritirata” si sarebbe preso uno scappellotto e gli avrebbero detto “cancella tutto e rifai da capo, e non fare più lo spiritoso che se no ti licenzio”. Oggi invece, sui nuovi treni delle Nord, in Lombardia, (e presumo che queste carrozze stiano già viaggiando un po’ in tutta Italia) è diventato normale sedersi non più di fianco al finestrino ma di fronte a una parete, a un pannello elettrico, o al wc, per l’appunto. Voi siete lì seduti (si tratta di dieci-dodici posti per carrozza, mica pochi), arriva uno o una che deve andare al wc, vi passa davanti, tirate in dentro le gambe se le avete distese, si apre la porta scorrevole (molto grande), quello entra, poi esce, si fa finta di niente, non si può guardar fuori dal finestrino perché il finestrino non c’è più (finiti i tempi in cui dal treno si guardava il panorama), che si fa. Si spera almeno che l’aria sia sempre respirabile, anche perché alcune persone (io compreso) sono allergiche ai deodoranti e agli spray in genere.

Che fare, che dire? Si rimane ancora una volta senza parole, ma qualcosa bisogna pur dirlo, ed è questo: il posto a sedere davanti al wc, o al pannello elettrico, è l’ennesima prova del disprezzo e del disinteresse dei dirigenti d’azienda verso le persone che utilizzano i mezzi pubblici. Parole grosse, esagerazioni? Chiedetelo un po’ ai pendolari, che vi risponderanno più o meno così:
- le zuccate continue, anche se si è alti 1.70
- niente ombrelli e niente valigie
- l’aria condizionata che ti soffia addosso da ogni parte
- gli aumenti continui dei prezzi
- la diminuzione delle corse
- la soppressione delle stazioni
- la soppressione delle biglietterie
- le porte che si aprono su voragini o su “gradini” alti un metro
- la pubblicità straziante e dilagante dai megaschermi in ogni angolo della stazione
- la mancanza di informazioni
- la soppressione dei cartelli con gli orari
- multe e divieti continui ed esagerati
- tornelli e obliteratrici che rendono un labirinto entrare e uscire dalle stazioni
- l’impossibilità pratica di viaggiare per un handicappato, anche momentaneo
- le toilette a pagamento nelle stazioni, se non hai la moneta stringi i denti che te la porti a casa
- i ritardi, i ritardi, i ritardi, i ritardi, i ritardi, i ritardi, i ritardi.
E, aggiungo io, la smania di cambiar continuamente nome alle società, tipica dei pubblicitari: prima, per cent’anni, erano FNM, Ferrovie Nord Milano: poi sono diventate Ferrovie Regionali Lombarde, e fin qui si poteva capire, ma poi ancora (bastano due o tre anni) sono diventate LeNord (oh che bel nome oh che bel nome), e adesso ancora TreNord (quanto costano ai contribuenti questi continui restyling e cambi di logo? e chi ci guadagna, dai continui restyling e cambi di logo?). Insomma, basta con i pubblicitari al posto di comando, vadano a fare il loro mestiere, ognuno al suo posto; e soprattutto basta anche con queste facce eternamente sorridenti, con questi “smile!” da venditore di battitappeti, obliteratori e contenti, lo so che loro, i grandi capi, sono contenti: ma poi, alla fin dei conti, che cosa c’è da ridere?

PS: mi vedo già le risposte possibili, del tipo "con i matti non si ragiona", "vado avanti per la mia strada perché ho gli elettori dalla mia parte", "il bilancio è in pareggio, gli investimenti sono stati fatti"; e io sono sicuro che, se si chiedesse ai pendolari una cosa del genere "preferite le carrozze coi sedili di legno ma con tante corse e meno inconvenienti, oppure le nuove carrozze dove ci si siede con le ginocchia nel grembo altrui..." (ma no, non lo faranno mai un questionario così)
(le immagini vengono dai siti degli Enti che nominato qui sopra)

giovedì 18 agosto 2011

Ditteri

Il Dalai Lama rappresenta una religione che vieta le violenze verso gli animali, ogni tipo di animali; una volta in una conferenza gli hanno chiesto se questo rispetto valeva anche per le zanzare e lui, ridendo (il Dalai Lama sorride spesso, e quando il momento lo permette si lascia andare volentieri a qualche bella risata) ha ammesso che, sì, con le zanzare aveva qualche problema anche lui...
Del resto, come si fa? Le zanzare sono un bel po’ noiose, e fosse solo quello: in molte zone del mondo sono portatrici di gravi malattie. Non che sia direttamente colpa loro: quasi sempre il parassita infetta prima le zanzare, poi passa a noi attraverso la loro puntura. Il che non cambia la sostanza delle cose, in fin dei conti il fatto che ci sia in giro qualcuno che ci succhia il sangue è pur sempre una cosa antipatica.
Dal punto di vista dell’entomologo, la zanzara appartiene all’ordine dei Ditteri, come le mosche. Non una bella famiglia, verrebbe da dire: ma le mosche e le zanzare sono molto importanti nella catena alimentare, servono da cibo a molti animali che invece ci sono simpatici, non è una gran consolazione quando ci vengono a pungere o a molestarci, ma è così che funziona il mondo. Molte specie di ditteri, inoltre, sono del tutto innocue e svolgono anzi un’azione utile alle coltivazioni, come nel caso dei Sirfidi: sono mosche in tutto e per tutto, ma si nutrono del polline dei fiori e le loro larve mangiano gli afidi delle piante. Ai Sirfidi (che spesso hanno colori che li rendono somiglianti ad api e vespe) non importa nulla della nostra persona, e di questo bisogna render loro atto.
Dìtteri significa “con due ali”: tutti gli altri insetti ne hanno quattro. In realtà ne hanno quattro anche le mosche e le zanzare, ma due sono molto piccole e servono da timone e da stabilizzatori durante il volo: se avete sottomano un moscone di quelli grossi, si vedono distintamente anche a occhio nudo. Queste piccole ali modificate servono a compiere prodigi durante il volo: forse sono in pochi ad averci pensato, quasi solo gli ingegneri aeronautici, ma mosche e zanzare in volo sono imbattibili, cambiano direzione in una frazione di secondo, sono velocissime, e riusciamo a prenderle facilmente solo in autunno, quando comincia a fare un po’ troppo freddo per loro. Altrimenti, per noi sono troppo veloci ed è troppo facile per loro cambiare direzione; hanno anche una vista nettamente superiore alla nostra. Macchine perfette, insomma. Va anche detto che la particolare conformazione del secondo paio d’ali è all’origine del loro ronzio, veramente fastidioso.
A differenza delle mosche, le zanzare nascono in acqua: se si riesce a prendere per un attimo le distanze dal fastidio che ci provoca l’insetto adulto, le larve della zanzara sono molto interessanti da vedere. Sembrano dei piccoli girini: dapprima hanno forma a martello, appese al filo dell’acqua a testa in giù; poi prendono una forma rotonda, a trottola; infine nascono dall’acqua, a filo d’acqua si compie la loro metamorfosi, che ricorda molto la nascita di Venere. Una nascita altamente spettacolare, l’insetto che ne esce a guardarlo bene è bello ed elegante, ma basta farne la conoscenza una prima volta e si smette subito di amarlo.
Cos’altro aggiungere sulle zanzare, che già non si sappia? Una volta detto che mio nonno le ha sempre chiamate sansòss (il pramsàn però non si può trascrivere, se trovate qualche vecchio da quella parte del Po vi darà la pronuncia esatta) mi restano sempre da capire quelle zanzare che, avendo a disposizione un uomo intero alto un metro e novanta disteso sul letto, vengono a farmi uno gni gni molto insistente proprio nelle orecchie. La maggior parte delle zanzare ti punge e succhia e non te ne accorgi neanche, questa qui invece sta cercando grane, e per giunta alle due di notte. Mi toccherà di alzarmi e accendere la luce, e iniziare la caccia: è anche così che funziona la selezione naturale, per chi ancora non se ne fosse reso conto.
(l'illustrazione, se non ricordo male, viene da un vecchio numero dell'Espresso o del Venerdì di Repubblica)

Mussàti

A Venezia li chiamano “mussàti” e alcune specie, quelle che si muovono in sciami e nascono nelle paludi, in alcune estati arrivano a diventare così numerose e prolifiche da invadere ogni spazio disponibile. Dal punto di vista dell’entomologo, sono sempre ditteri: insetti con due ali grandi e due piccole a fare da bilanciere. Per esempio, i Bibionidae che la “Guida agli insetti d’Europa” (editore Muzzio) descrive così: «insetti pelosi, di colore scuro, con antenne robuste situate ben al di sotto degli occhi, spine sulle tibie anteriori», come il Dilophus febrilis, n.12 della tavola qui a fianco. Per esempio, le tipule: «la maggior parte sono saprofaghe o carnivore, mentre le specie più grandi sono per lo più fitofaghe, alcune larve sono acquatiche» (ptychopteridae, n.10 della tabella)
Descrizioni da film dell’orrore? ma no, sono insetti magari bruttini ma del tutto innocui: quando si dice “carnivoro”, riferito a un insetto, significa soltanto che si nutre di altri insetti, o magari di ragni o di lumache.”Saprofago” significa invece che si nutre di cose in decomposizione, come fanno anche mosche e moschini (anch’essi appartenenti all’ordine dei ditteri).
Quelli che pungono sono altri ditteri, psychodidae e phlebotomidae, e poi le zanzare che per un entomologo assumono il nome buffo di “Culicidae”. Non conosco l’etimologia di questo nome, so però da tempo che le zanzare più comuni da noi (n.3 e n.4 nella tavola qui a fianco) sono la “culex pipiens” e la “culiseta annulata”. A proposito, il maschio della zanzara non punge: si riconosce perché ha le antenne a pettine, un po' pelose, mentre la femmina le ha sottili, a filamento, senza baffi. Pericolosi sono anche i simulidi, cioè le mosche cavalline (Simulium equinum, n.6 della tavola).
In natura c’è una gran varietà di mussati, molti li chiamano “zanzaroni” e ne hanno paura, pensando che pungano ancora di più di quelle piccole; in questo campo vale invece la regola che più sono grossi e più sono innocui, è con le zanzare piccole che bisogna stare più attenti. Sono insetti a metamorfosi completa: le larve, a seconda della specie, possono nascere in acqua oppure nell’erba in decomposizione.
“Mussàti” per antonomasia sono le tipule (Tipulidae), del tutto innocue. La più grossa è la tipula gigante (tipula maxima) che arriva a 65 millimetri (millimetri, non mezzo metro!) di apertura alare. Sono insetti molto attratti dalla luce, per questo entrano facilmente in casa; alcune specie si muovono in sciami, e in annate particolari (per il clima e per chissà che cos’altro, gli insetti sono imprevedibili) ne nascono così tanti, di mussàti, che non si sa più dove metterli. Fossero buoni da mangiare, almeno...
Nella scheda qui sopra, che viene dalla “Guida degli insetti d’Europa” pubblicata dall’editore Muzzio (dove sono descritti nei particolari) ci sono un bel po’ di mussati, di zanzare e di mosche cavalline: la formazione completa è questa, Tipulidae, Trichoceridae, Culicidae; Antisopodidae, Simuliidae, Scatopsidae; Cecidomylidae, Sciaridae, Ptychopteridae, Chironomidae, Bibionidae, Blephariceridae (sono dodici, una dovrà stare in panchina...).

mercoledì 17 agosto 2011

Riccardo Muti e il flautino a scuola

Intervista con Riccardo Muti
di michele smargiassi, rep ven 26 novembre 2010
RAVENNA. E’ difficile dirigere un'orchestra preoccupata per il suo futuro, è una gran fatica fare cultura in un Paese sfiduciato. Nello «stellato soglio» della sua bella casa di Ravenna Riccardo Muti recupera le forze per affrontare all'Opera di Roma una vera impresa: il Moise di Rossini, versione francese del Mosé in Egitto, debutto il 2 dicembre, oltre quattro ore di musica, canto e balletto su allestimenti imponenti; ma non riesce a farlo del tutto serenamente. (...)
- Ce la farà? Il Mar Rosso rischia di richiudersi prima ancora dell'ouverture: deficit ripianato a fatica, musicisti preoccupati...
«In Italia faccio sempre più fatica a concentrarmi. Primum vivere deinde philosophari, quant'è vero. Sono abituato a spendere anche un'ora su una singola nota, su un timbro, ma mi sento a disagio se devo chiedere questa concentrazione a musicisti che non sanno se arriverà lo stipendio a fine mese o che cosa sarà del loro lavoro fra un anno. Vale per tutti i mestieri, ma se un impiegato può tirare a campare, l'artista sa che deve dare tutto, perché il suo compito non è intrattenere ma arricchire. Non ho mai visto un'orchestra a cui piaccia suonare male, ma per suonare bene devi essere sereno, devi sapere che puoi permetterti una visita medica e mantenere i figli a scuola. Quando i ragazzi della Cherubini, l'orchestra giovanile che dirigo, i più talentuosi o fortunati allievi dei nostri conservatori, mi dicono "grazie Maestro, ma dopo?", che cosa racconto?».
- Già, che risponde?
«Può fare cultura solo chi sa di poter vivere una vita dignitosa. Ma oggi i teatri italiani fanno fatica a programmare, alcuni rischiano la chiusura, le orchestre sono ormai decimate».
- La crisi c'è per tutti... (...)
«Paghiamo il fatto che le classi dirigenti non hanno cultura musicale. Tranne Napolitano e pochi altri, non vedi mai politici ai concerti. Anche l'idea dei licei musicali è un errore: togli la musica da tutte le altre scuole per confinarla in un ghetto. La musica va insegnata ovunque, e non dico far suonare quei tremendi flautini, intendo la storia, l'ascolto».
- Ma se la tivù è piena di bambini che cantano...
«Appunto, in televisione musica significa bambinetti allo sbaraglio che imitano gli adulti su palchi luccicanti; mentre nessuno fa vedere esperienze straordinarie come la banda cittadina di Delianuova, in Calabria, che ho voluto dirigere al Ravenna Festival, ottanta ragazzi di disciplina oxfordiana che hanno preso in mano un clarino invece che un fucile».
- Intanto crollano le case di Pompei. Lei è nato a Napoli, maestro, come ha preso la notizia?
«Come si dice in italiano, vediamo... incazzato? Non so di chi è la colpa, ma non mi parlino della pioggia. Quel che non fece neppure lo sterminator Vesevo, come lo chiamava Leopardi, ha fatto l'incuria. I gioielli si proteggono. Se Pompei è patrimonio dell'umanità, dovrebbero licenziarci come custodi incapaci. In Italia la cultura non è una ricchezza, è un fardello sulle spalle, un sacco pieno di toppe. Cultura, cultura, questa parola si riveste solo di retorica, finiremo per essere come i pregamorti della mia Puglia, quelli che piangono a comando nei funerali». (...) «Io sono sempre stato via, in realtà, ma posso dire queste cose perché un lavoro per il mio Paese continuo a farlo. Il mio amore per l'Italia è enorme e mi sento in debito. Vengo dai conservatori italiani, che hanno dato una chance a un ragazzino nato a Napoli e cresciuto a Molfetta che poi è finito a dirigere quattro volte i concerti di Capodanno a Vienna».


La denuncia del grande direttore d'orchestra in un'intervista all'Adnkronos "Abbiamo perso la capacità di sentire il 'bello', che per secoli abbiamo dato al mondo"
MUTI: "L'ITALIA HA ABDICATO ALLA SUA STORIA MUSICALE"
Riccardo Muti (da La Repubblica, 9 gennaio 2010 )
«L'Italia ha abbandonato la musica al suo destino, come se fosse un fenomeno obsoleto, mentre nel resto del mondo, compresi i Paesi emergenti a cominciare dalla Cina, c'è rispetto e interesse per la cultura occidentale.» La denuncia viene dal maestro Riccardo Muti. «L'Italia ha abdicato alla sua storia culturale e musicale in particolare, a causa di una concezione generale della cultura che non riguarda solo i politici di oggi, ma è una storia lunga nel tempo», dice il grande direttore d'orchestra italiano in un'intervista all'agenzia Adnkronos. «Noi italiani – aggiunge - abbiamo dimenticato che la musica non è solo intrattenimento, ma è una necessità dello spirito. Questo è grave perchè significa spezzare delle radici importanti della nostra storia».
Muti punta il dito contro alcune "trasmissioni televisive dove la musica e soprattutto l'opera lirica, vengono presentate come cose obsolete. Così si respingono i giovani invece di interessarli". Al contrario, racconta, "in Cina, dove sono appena stato per dirigere l'orchestra di Shanghai, stanno puntando molto sulla musica occidentale, preparando i giovani musicisti i quali studiano nei conservatori occidentali e poi tornano in Cina per suonare nelle loro orchestre. I cinesi costruiscono nuove sale da concerto e scommettono culturalmente su quello che noi italiani invece stiamo esaurendo. In Italia abbiamo perso la capacità di sentire il 'bello', quel 'bello' che per secoli abbiamo dato al mondo e che adesso non sentiamo più".

Sono d’accordo su tutto, però passando vicino alla scuola elementare del mio paese, la primavera scorsa, ho ascoltato una bella esecuzione della “marcia turca” dalla Nona Sinfonia di Beethoven, tutta fatta con i flautini. Evidentemente, mi vien da pensare, molto dipende anche dall’insgenante...
PS: la marcia turca, nel quarto movimento della Nona Sinfonia di Beethoven, è da sempre molto famosa; e fu resa molto popolare anche dall’arrangiamento elettronico in “Arancia meccanica” di Stanley Kubrick.

martedì 16 agosto 2011

Prokofiev

Da quando Claudio Abbado ebbe l’idea di eseguire in concerto “Pierino e il lupo” con Roberto Benigni come voce recitante, ormai vent’anni fa, quest’opera in miniatura di Prokofiev ha avuto una fortuna notevole anche da noi: nel senso che, dopo Benigni, tutti hanno voluto fare “Pierino e il lupo”, attori e cantanti, e poi si è parlato quasi solo del testo e della voce recitante. Non solo: molti si sono messi a interrogarsi su quel testo, a farne dotte esegesi, perfino riuscendo a trovarvi significati che, veramente, in più di trent’anni da appassionato, non mi sarei mai sognato di trovare. La realtà è questa: “Pierino e il lupo” fu musicato da Prokofiev per far conoscere ai bambini gli strumenti musicali, così come avevano fatto molti musicisti prima (il padre di Mozart, Leopold: la “Sinfonia dei giocattoli”) e molti hanno fatto dopo (Benjamin Britten, “A young person’s guide...”).
A dirla tutta, senza troppi preamboli, mi viene da dire: ma - e se invece si ascoltasse la musica? Chi se ne frega di Pierino e del lupo, del nonno e della papera e dell’uccellino...E’ una favola come tante, e se volete ascoltarla come si deve c’è la versione magnifica di Tino Carraro, un grandissimo attore di teatro che la registrò negli anni ’60. Tino Carraro non si sovrappone mai alla musica, anzi si fonde in essa come uno strumento musicale; l’orchestra è diretta da Herbert von Karajan, l’incisione è ottima, e per me rimane quella l’esecuzione di riferimento, soprattutto per quello che riguarda la voce recitante. Ma la musica, la musica di Prokofiev, l’avete mai ascoltata bene? E’ la musica che bisogna ascoltare, buttate pure a mare Pierino e il lupo, e troverete cose magnifiche.
Prokofiev era fatto così: alternava momenti di leggerezza mozartiana a durezze inaspettate; se la Sinfonia n.1 e la n.6 sono nello stesso spirito di “Pierino e il lupo”, la Sinfonia n.3 è invece aggressiva e addirittura violenta; nei Concerti per pianoforte si alternano Ciaikovskij e Schoenberg e Bartok, tutto orchestrato magnificamente. Questa estrema versatilità, la capacità di mettere in musica qualsiasi cosa e sempre con risultati eccellenti, è tipica dei russi di quel periodo: non solo Prokofiev, ma anche Sciostakovic e Stravinskij. Dietro c’è la grande scuola di Nikolaj Rimskij-Korsakov, che oltre ad essere un compositore di grande successo fu per molto tempo docente al Conservatorio; da Rimskij-Korsakov andarono a lezione quasi tutti i più grandi compositori del Novecento, compreso l’italiano Ottorino Respighi: e se ascoltate i “Pini di Roma” e le “Fontane di Roma” questa parentela si sente.
Tornando a Prokofiev, due cose colpiscono nella sua biografia: quando scoppiò la Rivoluzione era all’estero e poteva restarci (come fece Stravinskij), invece decise di tornare in URSS, dove però non ebbe vita facile – come tutti, del resto. L’altro dettaglio è questo: Sergej Prokofiev morì nello stesso giorno di Stalin, nel 1953. Il grande pianista Sviatoslav Richter, suo amico fraterno, racconta che la notizia passò quasi sotto silenzio, e che ci furono difficoltà sia nel reperire qualche fiore che nell’allestire i funerali: tutto quello che c’era in materia di pompe funebri era stato destinato ai funerali solenni del grande capo. Nemmeno Sviatoslav Richter potè dare l’ultimo saluto all’amico: fu precettato, prelevato da casa e messo su un aereo e portato a Mosca; lo si può vedere nei filmati per i funerali di Stalin, è lui che suona il piano. “Non avevo scelta”, commentava Richter ogni volta che gli si rimproverava la cosa. Bisognava pur continuare a vivere...
Fra le composizioni di Prokofiev segnalo tutte le Sinfonie i Concerti per pianoforte, le musiche per i film di Eisenstein (Alexander Nevskij, soprattutto), l’opera L’Angelo di fuoco, la marcia dall’opera “L’Amore delle tre melarance” (brevissima e indimenticabile), il balletto “Romeo e Giulietta” (molti suoi momenti sono finiti nelle colonne sonore e negli spot pubblicitari, quindi li conoscete anche senza saperlo), e moltissime altre cose, quasi tutto quello che ha scritto Prokofiev è memorabile o degno di attenzione, perfino i brani scritti per propaganda o per le obbligatorie celebrazioni di regime hanno qualcosa di unico e inimitabile.
(le foto vengono da un vecchio programma di sala della Scala)

lunedì 15 agosto 2011

Micrologus

Uno dei concerti più belli tra quelli a cui ho assistito, forse il più bello in assoluto - roba da applausi ritmati e gente che non se ne vuole più andare, per intenderci – è stato quello dell’Ensemble Micrologus di Assisi. Era un concerto di musica antica, di quelli che passano per noiosissimi: il pubblico, dapprima un po’ perso (che si fa? si applaude o si sta in religioso silenzio?) capisce presto cosa bisogna fare e fin dal secondo brano applaude senza risparmiarsi. Mai un momento di noia, viene anzi voglia di mettersi in marcia, di mettersi a ballare, la sedia col posto numerato diventa un impaccio, si vorrebbe essere per strada, ballare, cantare, danzare. Anche noi, e non solo i musicisti.
Un amico umbro mi aveva poi spiegato che da loro si faceva così, e forse lo si fa ancora: le processioni si fanno con musica come questa, fin da ragazzi ti insegnano a suonare gli strumenti adatti, poi si canta, si balla, si sta seri, ci si commuove, ma non c’è niente di obbligato, è davvero una festa; e dunque il nostro impulso a saltare su dalla sedia a ballare e cantare era del tutto naturale, ed era proprio l’effetto che volevano raggiungere i musicisti.

Nel dopoconcerto, anch’io mi sono mescolato ai musicisti; un ricordo particolare è la breve chiacchierata con Patrizia Bovi, mia quasi omonima, “umbra da generazioni”, non solo voce straordinaria ma anche donna bellissima (l’emozione del ricordo nasce anche da qui).

da www.wikipedia.it
Il gruppo viene alla luce nel 1984, fra i primi che si propongano di far conoscere la musica medievale a quel tempo poco eseguita. Su impulso di quattro musicisti: Patrizia Bovi, Gabriele Russo, Adolfo Broegg e Goffredo Degli Esposti, nasce Micrologus. Il bagaglio professionale dei componenti, tutti esperti di musica medievale, li spinge ad esplorare, in particolare, la musica sacra dal XII al XIV secolo con un occhio di riguardo alle forme della sacra rappresentazione e del dramma sacro. Il loro approccio al repertorio si indirizza alla lettura filologica degli spartiti ed al recupero delle sonorità del tempo a mezzo della costruzione di strumenti dell'epoca e dello studio delle vocalità del tempo in cui furono composte le opere da loro rappresentate. Ben presto riescono ad imporsi a livello europeo ed internazionale portando i loro spettacoli in giro per l'Europa, in Nordafrica ed in Asia. Fra i paesi in cui hanno dato concerti si ricordano, in ordine alfabetico, Austria, Belgio, Canada, Francia, Germania, Giappone, Inghilterra, Marocco, Olanda, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Spagna, Svizzera, Slovenia, e Ungheria. Il 23 aprile 2006 la prematura scomparsa dell'artista Adolfo Broegg lascia un vuoto incolmabile.
Componenti: Patrizia Bovi - Canto, arpa gotica; Gabriele Russo - Ribeca, viola da gamba, liuto; Goffredo Degli Esposti - Canto, organo portativo Il gruppo ha organico variabile in base all'opera rappresentata e varia di volta in volta con l'aggiunta di altri cantori e strumentisti.
La loro discografia è costituita da 20 CD dei quali si riporta qui di seguito un parziale elenco:
Landini e la Musica Fiorentina (1994); Anonimo, Llibre vermell de Montserrat S. XIV, Discant CD-E 1008 (2001); Anonimo, Laudario di Cortona, Edizioni Disc CD M00010/3 (1999); Anonimo, Cantico della terra, Opus 111 OPS 30-277 (1999); Autori vari, Napolitane, villanelle, arie, moresche, Opus 111 OPS 30-214 (1998); Anonimo, Napoli Aragonese, Opus 111 OP 30-215 (2000); Gloria et Malum (2007)
Il Micrologus è un trattato sulla musica medievale scritto da Guido Monaco intorno al 1026. Egli lo dedicò al vescovo di Arezzo Tedaldo; l'autore gli attribuisce una parte importante nel suo abbandono di uno stile di vita molto ritirato: «Mentre io desiderava di condurre vita almeno in parte solitaria, la vostra benigna estimazione è venuta a ritormene, per associare a sè stessa la mia piccolezza nello studio della divina parola.» (Testo originale: "Ad sacri verbi studium meam sibi sociari voluit parvitatem. Non quod vestrae desint excellentiae multi et maximi spiritales viri, et virtutum effectibus abundantissime roborati et sapientiae studiis plenissime adornati" , traduzione di Antonio Brandi da “Guido Aretino, monaco di S. Benedetto”, pag. 132) Il trattato si occupa delle modalità di canto ed insegnamento del gregoriano, e discute estesamente la composizione di musica polifonica. Fu uno dei trattati di musica più diffusi nel Medio Evo. L'opera tratta l'organum parallelo e libero, riportando anche alcuni esempi a due voci; esse sono contrapposte e talvolta si incrociano. Mette in guardia il lettore dall'uso della quinta giusta e della seconda minore, consigliando invece la seconda maggiore e la quarta giusta (ma consentendo anche l'introduzione di terze). Una parte importante è la sua trattazione dell'occursus (letteralmente "incontro"), un antenato della cadenza. Esso si verifica quando due voci si avvicinano all'unisono. Guido Monaco suggerisce che tale avvicinamento avvenga per moto contrario da una terza maggiore o per moto obliquo da una seconda maggiore.
Il concerto a cui mi riferisco è quello del 21 maggio 1993 a Cantù, Basilica di San Vincenzo in Galliano, musiche dal Llibre Vermell di Montserrat e canti di pellegrini italiani. L’Ensemble Micrologus di Assisi ha un suo sito, http://www.micrologus.it/  , dove si trovano tutte le date dei loro prossimi concerti.
Il mio primo incontro con l’Ensemble Micrologus nasce da un ascolto radiofonico: le canzoni di Francesco Landini, anno 1200 (esiste anche un cd tratto da quei concerti). Il concerto era magnifico, trascinante; in casi come questi (mica solo per i Rolling Stones) i bis diventano inevitabili.
Poco tempo fa ho trovato sui giornali un’intervista a Stefania Sandrelli, che stava promuovendo un suo nuovo film di cui è anche regista; diceva che avrebbe voluto mettere le musiche dell’epoca, ma, si sa, “sono così noiose”. Lo diceva dandolo per scontato, l’intervistatore acconsentiva con ogni evidenza, ecco un altro luogo comune confermato. Ma i luoghi comuni, anche se hanno qualche fondamento, confinano sempre con la pigrizia: a mio parere la signora Sandrelli avrebbe potuto fare una chiacchierata con Patrizia Bovi, prima di dire queste scemenze.  Più tardi, in tv, un documentario con intervista al cantautore inglese Donovan, che ha un ricordo simile delle musiche del 1200 risalente al tempo della sua collaborazione con Franco Zeffirelli, negli anni ’60. A quel tempo, la riscoperta degli strumenti antichi e della musica antica stava per cominciare: si tornava a eseguire quel repertorio, ma senza sapere ancora bene come fare di preciso. Ma da allora di acqua ne è passata, sotto i ponti: e quando mai, va detto, della gente si è radunata ad ascoltare musica con l’intento preciso di annoiarsi? Se ci si annoia, se non ci si commuove, se non viene voglia di alzarsi e ballare, questo significa soltanto una cosa: esecutori non all’altezza, oppure – molto più probabile - ascoltatori non all’altezza.

domenica 14 agosto 2011

"La Stalingrado d'Italia"

In questi giorni, complici le disavventure del signor Penati ex sindaco di Sesto San Giovanni (Milano), risuona spesso l’espressione “Stalingrado d’Italia”. E forse è il caso di fermarsi e di riflettere un po’ su questo modo di dire; anche se forse non è il problema più urgente tra quelli che abbiamo davanti, mi pare comunque che ci sia qualcosa su cui ragionare.
Cominciamo da Stalingrado: basta una piccola ricerca su un’enciclopedia per scoprire che è una città della Russia che si è chiamata per secoli Tsaritsyn (esiste anche la grafia “Caricyn” o “Zarizin”, ma la pronuncia è sempre quella) fino a che non si decise di chiamarla con quel nome; nome che fu cancellato già nel 1961, da Nikita Krusciov. Il nome attuale della città, da cinquant’anni, è dunque Volgograd, “Città del Volga”.
Stalingrado è passata alla storia perché lì passava il fronte della resistenza all’invasione nazista: la “battaglia di Stalingrado” fu in realtà un lungo assedio che durò dall’agosto 1942 al febbraio 1943, che costò due milioni di morti (quarantamila i civili) e che terminò con la vittoria dei russi. La sconfitta dei nazifascisti, e la loro ritirata, va dunque considerata come l’inizio di più di sessant’anni di pace in Europa. Da qualsiasi parte la si voglia girare, è anche la battaglia di Stalingrado, e non solo lo sbarco in Normandia, l’evento al quale noi europei dell’Ovest dobbiamo la pace, la democrazia, il benessere in cui abbiamo vissuto dal 1945 fino ad oggi.
E dunque, cosa significa “Stalingrado d’Italia”? Mah, per me è un mistero. In passato, a Sesto San Giovanni c’era una forte presenza del PCI: dovuta anche alla presenza di grandi fabbriche. Gli operai votavano PCI, e il Partito Comunista Italiano in quegli anni prendeva il 30-35% dei voti in tutta Italia, quindi non mi sembra che ci sia nulla di cui stupirsi. Oggi le fabbriche a Sesto non ci sono più, ci sono capannoni vuoti e vaste aree liberate dalla fabbriche che sono un terreno appetitoso per la speculazione edilizia; e il PCI non esiste più da almeno quindici anni.
Ci sono battaglie da combattere, a Sesto San Giovanni? Se era quella contro la speculazione edilizia, temo che sia persa da tempo: ma non solo a Sesto, ma in tutta la Lombardia ciellina, nel Veneto leghista, ovunque. Se era quella contro il comunismo, è un fronte ormai antico come quello del ’15-’18: ammesso e non concesso che il PCI sia stato un pericolo, il PCI è ormai il passato e – mi si permetta di dirlo – un passato da rimpiangere. Vorrei far notare una cosa soltanto: che Penati fu candidato sindaco a Milano, ma perse le elezioni e anzi non arrivò nemmeno al ballottaggio. Forse il popolo di sinistra, quello che ne rimane, è un po’ più sveglio della media degli elettori italiani? Considerando anche le mancate vittorie di Rutelli e di Veltroni e di D’Alema su scala nazionale, direi che a sinistra siamo messi ancora abbastanza bene; a destra invece si è dato via libera a chiunque, corruttori e mafiosi in prima linea (ricordo ai distratti le condanne definitive a Previti e Dell’Utri, due dei fondatori del partito di Berlusconi).
Comunque sia, non ho nessuna intenzione di scrivere un trattato: l’espressione “Stalingrado d’Italia” la trovo del tutto fuori luogo, ed è anche un’offesa per quei due milioni di morti che si sono sacrificati contro il pericolo nazista. Quando ascolto qualcuno che tira quest’espressione, “la Stalingrado d’Italia” o simili, capisco che sta per arrivare del cattivo giornalismo. Mi segno il nome del giornalista, e comincio a seguirlo con molta cautela: dietro ai luoghi comuni ci sono spesso cose vere, ma usare i luoghi comuni di continuo, e senza verificarli, è indice sicuramente di pigrizia, e magari anche di qualcosa d’altro che non sto a specificare.
(la cartina geografica viene da www.wikipedia.it )
PS: nel frattempo ho scoperto che la definizione risale ai primi anni della lotta al fascismo, condotta proprio alla Falck: una dura resistenza, che valse a Sesto quel nome. Molti anni fa, dunque; e purtroppo nulla a che vedere con l'attuale PD, al governo nella città. Non sono affatto sicuro che il PD attuale sia un partito di sinistra, e quanto al comunismo...Ormai tutti i manager d'Italia sono berlusconiani, trent'anni di martellamento mediatico non sono passati senza lasciar traccia, anche sulle Coop e sulla sinistra, e da qui vengono molte delle nostre disgrazie. La corruzione in primo luogo, naturalmente.